Archive pour janvier, 2012

Giona, profeta controvoglia

http://sedosmission.org/old/ita/maggioni.htm

Bruno Maggioni*

Giona, profeta controvoglia

Il libro di Giona è un libro fresco e pieno di umorismo che procede velocemente, in un rapido alternarsi di azioni e di dialoghi. È il Signore, con la sua parola, che dà inizio a tutta la vicenda e sarà Lui a guidarla sino alla fine. Ma non Ia concluderà. II racconto infatti si chiude con una domanda lasciata in sospeso. AI lettore rispondere. Dio ordina a Giona di andare a Ninive, città famosa per le sue campagne militari, le sue deportazioni di popoli e la sua violenza. Ma Giona fugge lontano, verso Tarsis, all’altro capo del mondo. Durante una violenta tempesta, i marinai della nave lo gettano in mare. Giona è inghiottito da un pesce che lo porta a riva. Qui il profeta si trova di nuovo davanti al Signore. II racconto ritorna da capo. Ma ora Giona obbedisce. II messaggio di Dio, che egli deve portare a Ninive, è inteso dal profeta non come un invito alla conversione, ma piuttosto come una sentenza di condanna:
« Giona cominciò a percorrere la città a predicava: ‘Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta’ » (Gio 3,4)
Ma questo è il desiderio del profeta, non di Dio. Con sorpresa i Niniviti credono al « Dio ». Non si dice che credono nel Dio di Israele, che cambiano religione. Si dice semplicemente che prendono sul serio la minaccia del Signore e si convertono. Non fuggono dalla città, né ricorrono a sacrifici e preghiere, ma cambiano vita. Gli abitanti di Ninive non sono sicuri che la conversione otterrà effetto. Ma è pur sempre una possibilità e I’afferrano.
« Chi sa che Dio non cambi, si impietosisca, deponga il suo ardente sdegno sì che noi non moriamo? » (Gio 3,9)
E difatti Dio « si pente ». Se l’uomo cambia, anche Dio è pronto a cambiare. E’ una prima lezione del libro. Con una precisazione: chiunque può cambiare, persino una città come Ninive. La storia potrebbe terminare qui e invece continua. E questo perché al narratore non interessano soltanto la conversione di Ninive e il perdono di Dio, bensì anche — e forse più — la conversione di Giona, cioè del giusto, cioè dei lettori che siamo noi. Constatando il perdono di Dio, Giona ne è indispettito. Non é giusto, egli pensa, Dio perdona troppo facilmente. Ed è anche deluso perché la sua parola è stata smentita. II profeta è tanto deluso che esclama « meglio per me morire che vivere ». Ed è a questo punto che Dio gli pone la domanda verso la quale tutta la narrazione tendeva:
« Ti sembra giusto essere così sdegnato… Non dovrei aver pietà di Ninive,
quella grande città, nella quale sono più di 120 mila persone,
che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra? » (Gio 4,11)
Dio non risponde a questa domanda. Tocca a Giona rispondere e capire, tocca a ciascun lettore. La domanda non è rivolta a un singolo personaggio (non dimentichiamo che il racconto di Giona è una parabola, ma all’intera comunità giudaica, irrigidita dalla sconfitta, dai molti disagi e dalle amarezze. Con una scrupolosa osservanza religiosa, ma anche con una mentalità chiusa, nazionalista, schematica: tutto il bene di qua e tutto il male di là. Una comunità siffatta finisce col non capire perché mai Dio conceda prosperità e perdono anche alle nazioni pagane. La bontà di Dio verso tutti gli uomini diventa un problema. E così il messaggio dei libro di Giona va in due direzioni, una verso Ninive, per ricordarle che deve convertirsi. La seconda verso Israele, per dire che occorre gioire, come Dio, della salvezza e del perdono. II primo insegnamento è ovvio, il secondo è duro.

Nota
* Bruno Maggioni, biblista, è docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.
Ref.: BETLEMME, 11/2002, p. 41.

Publié dans:LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |on 21 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Omelia (22-01-2012): Il tempo è compiuto: prendere o lasciare!

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/24452.html

Omelia (22-01-2012)

don Alberto Brignoli

Il tempo è compiuto: prendere o lasciare!

Finalmente, Marco. I brani del Vangelo del tempo di Natale e i successivi testi di Giovanni sull’Agnello di Dio indicato dal Battista ai suoi discepoli come presente nel mondo, cedono ora il passo alla lettura continuata (a parte l’interruzione della Quaresima) del Vangelo di Marco; un vangelo essenziale, scarno, quasi freddo nella sua essenzialità, riflesso di una predicazione ancestrale, degli inizi, probabilmente riconducibile all’apostolo Pietro, che costituisce la base su cui si è costruita la teologia dei Vangeli sinottici prima e della tradizione giovannea molto più tardi. Non a caso, Marco è considerato « la fonte » da cui ogni evangelista ha attinto per dire « qualcosa di suo » su Gesù di Nazareth.
Ma non per la sua evidente essenzialità si può certo affermare che il Vangelo di Marco sia povero, scialbo, senza una grande teologia rispetto a quanto le opere neotestamentarie a lui successive riescono ad elaborare. Marco pare scrivere il suo Vangelo come preso dalla necessità di rispondere a due domande: chi è questo Gesù di Nazareth, figlio di Giuseppe il falegname? E perché ha voluto sin dall’inizio essere un Messia « nascosto » che non si proclama al mondo in maniera evidente? La risposta alla seconda domanda ci aiuta a dare una spiegazione anche alla prima.
In effetti, il Gesù che traspare dal Vangelo di Marco è un Gesù che rifiuta la notorietà: quando, a più riprese, vedendo il suo potere di compiere miracoli, la folla acclama Gesù come Messia e Salvatore, egli rifiuta questi bagni di folla e si ritira in solitudine. E quando i demoni da lui stesso scacciati lo rivelano nella sua vera identità di Figlio di Dio e di Messia, egli ingiunge loro di non parlare. È quindi un Gesù che agisce « in chiaroscuro »: da una parte compie stupendi prodigi che rivelano all’uditore tutta la sua potenza e la sua gloria, dall’altra rifiuta ogni acclamazione e investitura ufficiale prima di essere accettato nella sua rivelazione finale, quella della Croce.
Allora, giustamente si può definire il Vangelo di Marco come un cammino che si trova ad affrontare due vette, una messa davanti all’altra, da conquistare necessariamente entrambe per comprendere appieno il progetto di Dio sull’umanità.
La prima « vetta » viene conquistata intorno al capitolo 8, quando Pietro riconosce con una storica professione di fede che Gesù è il Messia; la seconda vetta comporta un cammino più complesso, che passa attraverso la ricerca della « via » alla perfezione, attraverso tre differenti annunci di morte sua e dell’umanità, e soprattutto attraverso la sequela dei passi di Cristo che – come delle orme – marcano pure il nostro passo. Tra l’altro, la seconda vetta coincide veramente con la cima di un monte, il Calvario, sul quale Marco mette in bocca le parole che professano Gesù Figlio di Dio non a un devoto israelita, ma a un pagano romano, il centurione, che nonostante la sua formazione classica fatta di un Olimpo di immortalità, ma anche cinica e scettica di fronte alle manifestazioni del sacro, tipica di quel determinato periodo della storia di Roma, riconosce e proclama Gesù come « vero Figlio di Dio » a motivo della sua morte in croce. È perciò sulla croce che il Gesù di Marco ci rivela chi egli è veramente: l’annuncio della Resurrezione (importante, ma stranamente quasi secondario, per Marco) diventa solo l’esplicitazione, la glorificazione della messianicità di Gesù Cristo.
Si tratta, quindi, di mettersi in viaggio per conquistare queste due vette, senza perdere tempo: occorre mettersi in viaggio di buon mattino, come i migliori appassionati di montagna. È tempo di mettersi in cammino, perché il giorno è ormai avanzato.
È proprio « il tempo », il protagonista di questo esordio di Marco nell’Anno Liturgico. Introdotto peraltro dalla vicenda di Giona (che stabilisce, in nome di Dio, un tempo per la conversione degli abitanti di Ninive) e dalle parole di Paolo, che nella lettera ai Corinti annuncia l’urgenza del tempo per vivere questo mondo che passa, Marco dà a Gesù un tempo. « Dopo che Giovanni fu arrestato », Gesù inizia la sua missione, dando già per « compiuto » il tempo del Regno di Dio, di fronte al quale non possiamo più accampare scuse: occorre « convertirsi e credere al Vangelo ». Chi temporeggia, chi sta a guardare, chi vuole pensarci su ancora un attimo, chi non si sente ancora sicuro di fronte alla proposta del Regno, è fuori tempo massimo: prendere o lasciare, il Regno non può attendere.
O segui Cristo senza riserve, lasciandoti affascinare dalla proposta accattivante del suo itinerario, oppure resti lì a condurre la tua vita di sempre, rinchiuso nelle tue sicurezze, con la tua barca, con le tue reti, con i tuoi affetti e le tue amicizie, senz’altro più rassicuranti da un punto di vista della stabilità e delle certezze umane, ma decisamente poco aperti alla possibilità dell’incontro con lui, dell’incontro che ti cambia la vita e che ti porterà a capire chi è questo Gesù che ti annuncia il Regno di Dio in mezzo a noi.
Prendere o lasciare: il vangelo di Marco, nella sua essenzialità, ci offre un Gesù così, tutto d’un pezzo, senza tentennamenti, poco dedito a dare spiegazioni e motivazioni, a volte pure oscuro e difficile da comprendere, ma di certo – o forse proprio per questo – tremendamente affascinante. E in un periodo critico come questo, di proposte affascinanti, appassionanti e accattivanti, ne abbiamo davvero bisogno.
Non perdiamo tempo, dunque: lasciamo subito le nostre reti e seguiamolo, abbiamo solo da guadagnarci!

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

DOMENICA 22 GENNAIO 2012 – III DOMENICA DEL T.O

DOMENICA 22 GENNAIO 2012 – III DOMENICA DEL T.O.

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinB/B03page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura 1 Cor 7, 29-31
Passa la figura di questo mondo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro del Deuteronomio 18, 1-22

I leviti. I veri e i falsi profeti
In quei giorni Mosè parlò al popolo dicendo: «I sacerdoti leviti, tutta la tribù di Levi, non avranno parte né eredità insieme con Israele; vivranno dei sacrifici consumati dal fuoco per il Signore, e della sua eredità. Non avranno alcuna eredità tra i loro fratelli; il Signore è la loro eredità, come ha loro promesso. Questo sarà il diritto dei sacerdoti sul popolo, su quelli che offriranno come sacrificio un capo di bestiame grosso o minuto: essi daranno al sacerdote la spalla, le due mascelle e lo stomaco. Gli darai le primizie del tuo frumento, del tuo mosto e del tuo olio e le primizie della tosatura delle tue pecore; perché il Signore tuo Dio l’ha scelto fra tutte le tue tribù, affinché attenda al servizio del nome del Signore, lui e i suoi figli sempre. Se un levita, abbandonando qualunque città dove soggiorna in Israele, verrà, seguendo il suo desiderio, al luogo che il Signore avrà scelto e farà il servizio nel nome del Signore tuo Dio, come tutti i suoi fratelli leviti che stanno là davanti al Signore, egli riceverà per il suo mantenimento una parte uguale a quella degli altri, senza contare il ricavo dalla vendita della sua casa paterna.
Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti, non imparerai a commettere gli abomini delle nazioni che vi abitano. Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore; a causa di questi abomini, il Signore tuo Dio sta per scacciare quelle nazioni davanti a te. Tu sarai irreprensibile verso il Signore tuo Dio, perché le nazioni, di cui tu vai ad occupare il paese, ascoltano gli indovini e gli incantatori, ma quanto a te, non così ti ha permesso il Signore tuo Dio.
Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto. Avrai così quanto hai chiesto al Signore tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: Che io non oda più la voce del Signore mio Dio e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia. Il Signore mi rispose: Quello che hanno detto, va bene; io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole, che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto. Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dei, quel profeta dovrà morire. Se tu pensi: Come riconosceremo la parola che il Signore non ha detta? Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l’ha detta il Signore; l’ha detta il profeta per presunzione; di lui non devi aver paura ».

Responsorio Cfr. Dt 18, 18; Lc 20, 13; Gv 6, 14
R. Susciterò per loro un profeta e gli porrò in bocca le mie parole. * Egli dirà loro quanto io gli ho comandato.
V. Manderò il mio unico figlio: questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!
R. Egli dirà loro quanto io gli ho comandato.

Seconda Lettura
Dalla Costituzione «Sacrosanctum Concilium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla sacra Liturgia (Nn. 7-8. 106)

Cristo è sempre presente nella sua Chiesa
Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e soprattutto nelle azioni liturgiche. E’ presente nel Sacrificio della Messa tanto nella persona del ministro, «Egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti», tanto, e in sommo grado, sotto le specie eucaristiche. E’ presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che quando uno battezza è Cristo che battezza. E’ presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. E’ presente infine quando la Chiesa prega e canta i salmi, lui che ha promesso: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro» (Mt 18, 20).
In quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale lo prega come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’Eterno Padre.
Giustamente perciò la Liturgia è ritenuta come l’esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo; in essa, per mezzo di segni sensibili, viene significata e, in modo ad essi proprio, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico e integrale.
Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa, allo stesso titolo e allo stesso grado, ne uguaglia l’efficacia.
Nella Liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste, che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini e dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo. Insieme con la moltitudine dei cori celesti cantiamo al Signore l’inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di condividere in qualche misura la loro condizione e aspettiamo, quale salvatore, il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli apparirà, nostra vita, e noi appariremo con lui nella gloria.
Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente «giorno del Signore» o «domenica». In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare all’Eucaristia, e così far memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e rendere grazie a Dio che li «ha rigenerati nella speranza viva della risurrezione di Gesù Cristo dai morti» (1 Pt 1, 3). La domenica è dunque la festa primordiale che dev’essere proposta e inculcata alla pietà dei fedeli, in modo che risulti anche giorno di gioia e di riposo dal lavoro. Non le vengano anteposte altre celebrazioni, a meno che siano di grandissima importanza, perché la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l’anno liturgico.

San Sebastiano martire

San Sebastiano martire dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/immagini/?mode=view&album=25800&pic=25800AM.JPG&dispsize=Original&start=0
Publié dans:immagini sacre |on 20 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

L’imitazione di Cristo sofferente (Tomáš Špidlík)

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=4234

L’imitazione di Cristo sofferente

di Tomáš Špidlík

“Un cristiano – dice San Giovanni Climaco – è uno che imita Cristo nella misura possibile all’uomo, in parole, in azioni, e in pensieri”. I semplici cristiani non devono credere facilmente di essere capaci di stati mistici. Ma una cosa è certa. La me­ditazione di Cristo sofferente non deve degenerare in qualche ‘dolorismo’ non naturale. Deve, al contrario, aiutarci a scoprire il senso positivo del dolore umano…

Nelle scuole dell’antico impero romano c’era anche un programma di insegnamento morale. Lo si faceva in modo molto concreto. Si proponevano ai giovani esempi da seguire: dei saggi, degli eroi morti per la patria, dei grandi strateghi, e degli uomini di governo. Quando dopo la pace di Costantino l’impero divenne ufficialmente cristiano, questo programma non corrispondeva più alle esigenze dei tempi. Si cercarono quindi di sostituire questi esempi pagani con esempi cristiani, cioè con i santi sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, dei martiri e dei cristiani perfetti apparsi nella storia della Chiesa. Essi furono commemorati anche nella liturgia. Si è formato anche un calendario che propone l’esempio di un determinato santo quel giorno o quell’altro dell’anno.
Nello stesso tempo i fedeli furono convinti che i santi sono come “un riflesso del sole e dell’acqua”. Qui si può osservare la luce senza essere accecati dallo splendore. Ma resta pur vero che il primo esempio ad essere contemplato e seguito è lo stesso Gesù Cristo.I suoi primi discepoli non avevano altro libro da imparare che tenere davanti ai loro occhi ciò che avevano veduto nel loro Maestro. Perciò nella storia della spiritualità il tema della imitazione di Cristo occupa un posto importante. “Un cristiano – dice San Giovanni Climaco – è uno che imita Cristo nella misura possibile all’uomo, in parole, in azioni, e in pensieri”.
Eppure ogni tanto venne qualche dubbio e qualche obiezione contro questo ideale. Lo espresse presempio Martin Lutero. Pensava che uno che imita un altro finisce per vederlo davanti a sè, separato da sè. In tal modo Cristo appare un ideale così sublime che l’uomo non può pretendere di essere capace imitarlo. Bisogna quindi che Cristo sia non “davanti a noi”, ma “dentro di noi”. In altre parole si dice, dobbiamo vivere non “secondo Cristo”, ma “in Cristo”, identificarci con Lui. Così si esprime già San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
La risposta a queste obiezioni è facile. E’ certo che Cristo non si può imitare come qualche eroe umano. Non ne abbiamo la forza. Ma i cristiani sono consapevoli che Cristo vive in loro per mezzo del suo Spirito ricevuto nel battesimo ed è in forza di questo Spirito che possiamo imitarlo secondo le nostre possibilità, lasciando che Lui stesso compia la sua opera in noi. I predicatori amano illustrare questo aspetto con un esempio. Si racconta che un giovane pittore sia stato un grande ammiratore del famoso maestro Domenichino. Decise di imitare uno dei suoi quadri in una chiesa. Lavorava con successo fino a quando doveva riprodurre il volto della persona. Per quanti sforzi facesse, il risultato era sempre negativo, usciva fuori sempre un volto differente. Disperato, buttò il pannello per terra. In quel momento si avvicinò un vecchio signore che già da lungo lo osservava, prese il pennello e con poca fatica finì il quadro. E questa volta era la vera riproduzione del grande maestro. Il giovane lo gurdò sbalordito: “Signore, lei è un angelo!”. Il vecchio sorrise: “No non sono un angelo, sono Domenichino”.
I santi hanno una simile esperienza. Dopo tanti fallimenti e dopo tante debolezze, sentono che Cristo vive in loro e che Lui stesso dipinge la sua immagine nel loro cuore. I pittori umani insegnano ai loro discepoli il metodo da seguire, il Mestro divino comunica a loro anche il suo talento.
Allora la via della imitazione di Cristo diventa facile. Lo si può illustrare con un altro esempio. La leggenda racconta che il santo principe Venceslao portava ai poveri legna e cibo nel duro inverno e in questa occasione andava a piedi nudi attraverso la neve. Il paggio che lo seguiva non sopportava il freddo e si lamentava. Allora il santo gli consigliò di mettere i suoi piedi accuratamente nelle sue tracce, nelle impronte sulla neve. Facendo così il paggio si sentì meravigliosamente riscaldato.
Frequentemente nei luoghi di pellegrinaggio è costruita una Via Crucis in forma vistosa. Ad ogni “stazione” è consacrata una cappella speciale. Le preghiere cor­rispondenti esortano i fedeli a meditare sui diversi mo­menti della passione del Salvatore e a riflettere sulla pro­pria vita, perché anch’essa è un cammino doloroso, ad imitazione di Gesù. Del resto una Via crucis si osserva in tutte le chiese cattoliche di rito latino.
Ma si sentono anche voci contrarie. Alcuni fanno obiezioni contro questo ‘dolorismo’ medievale e porta­no l’esempio delle icone delle Chiese orientali dove Cri­sto è rappresentato come glorioso, cioè come colui che ha vinto il male e tutte le sue conseguenze. Vederlo so­lo nella nella sua sofferenza diminuisce il suo valore e dissua­de dalla gioia di seguirlo. Inoltre vi si nota un modo di pensare troppo analitico che separa due aspetti di per sé indivisibili. Nella vita di Cristo vi è una “umiliazione fino alla morte’ e insieme la ‘glorificazione’ infinita. Sa­rebbero una ‘dopo’ l’altra, o vanno piuttosto insieme?
Nella prima metà di questo secolo il teologo orien­tale Sergej Bulgakov propose la sua spiegazione della ke­nosi di Cristo interpretando il testo fondamentale di San Paolo ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo di na­tura divina… spogliò se stesso (in greco ekenosen, lette­ralmente: evacuò se stesso), facendosi obbediente fino alla morte e alla morte della croce; per questo Dio l’ha esaltato…» (Fil 2,5 ss). L’autore non vuol negare 1′inse­gnamento tradizionale secondo il quale Cristo ha sof­ferto eroicamente come uomo. Tuttavia, per compren­dere la sofferenza dell’uomo, si deve partire da Cristo Dio, non vi può essere una incoerenza fra l’atteggiamento umano e l’atteggiamento divino.
Anche nella vita divina in seno alla SS. Trinità il Fi­glio si ‘spoglia’, non tiene niente come proprio, rice­vendo tutto il pensiero, tutta la volontà dal Padre. Ma questa ‘umiliazione celeste’ costituisce la sua gloria e la sua beatitudine infinita, senza qualsiasi traccia di sof­ferenza. Incarnandosi, facendosi uomo, Cristo trasferi­sce questo stesso atteggiamento nella realtà del mondo peccaminoso che si ribella al Padre.
Ed a causa di que­sta resistenza del mondo peccaminoso, l’umiliazione del Figlio di Dio comporta la sofferenza che è insepara­bile da ogni situazione peccaminosa. Ma con questo non dobbiamo immaginarci che la beatitudine di Cristo Dio non esista più. In modo misterioso, la sofferenza e la beatitudine sono unite. La beatitudine è come un fuo­co che progressivamente brucia la sofferenza per arri­vare allo stato glorioso anche nell’umanità.
Questo vale solo per il Cristo individuale o anche per il Cristo mistico, per i suoi santi? I diari dei mistici ci insegnano che anche nella loro vita le grandi sofferen­ze si trasformavano in una gioia indicibile. Solo così poteva scrivere santa Teresa d’Avila: «O patire o mori­re», cioè senza la sofferenza la vita non mi interessa più. In altro luogo attesta che soffriva molto, ma che Dio non l’ha mai lasciata patire senza una consolazione particolare.
I semplici cristiani non devono credere facilmente di essere capaci di stati mistici. Ma una cosa è certa. La me­ditazione di Cristo sofferente non deve degenerare in qualche ‘dolorismo’ non naturale. Deve, al contrario, aiutarci a scoprire il senso positivo del dolore umano con la ferma convinzione che questo viene progressivamente superato dal fuoco divino, dalla luce splendente dello Spirito che risiede nei nostri cuori.
————————————

P. Tomáš Špidlík, insigne gesuita,cardinale dal 2003, nasce il 17 dicembre 1919 a Boskovice, in Moravia. I suoi studi vengono più volte interrotti a causa del lavoro giovanile forzato, imposto prima dai soldati tedeschi, poi dai soldati romeni, quindi dai russi.Nel 1949 Špidlík è ordinato sacerdote a Maastricht. Nel 1951 viene chiamato a Roma alla Radio Vaticana. I programmi di quella emittente, specie per i Paesi d’oltre cortina, erano un prezioso aiuto ad una libertà in pericolo di essere soffocata lentamente ma inesorabilmente. Dal suo impegno alla Radio Vaticana scaturirà una speciale missione che l’accompagnerà sempre e che lo farà conoscere in patria nonostante il dominio comunista. Le prediche domenicali in lingua ceca di p. Špidlík hanno suscitato un tale interesse da essere pubblicate e tradotte in varie lingue dell’Europa dell’Est, come in ceco, polacco, romeno., ma anche in italiano. L’opera di p. Špidlík è frutto di anni e anni di diligente ricerca e riflessione, insieme ad una grande, artistica sensibilità per la cultura contemporanea.Riportiamo una meditazione che parla del giusto rapporto con il Dio di Gesù Cristo che rifugge da ogni tipo di dolorismo, e non si accontenta di imitare la santità, ma cerca di viverla con la forza dello Spirito che opera dentro ognuno di noi.

FONTE: Tomas Spidlik, Conosci il Padre,Cristo e lo Spirito?, Edizioni Lipa, Roma, 2005, pp. 106-110.

Publié dans:Card. Thomas Spidlik † |on 20 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

LA SPIRITUALITA’ ORTODOSSA

http://digilander.libero.it/ortodossia/Vlachos1.htm

Hierotheos F. Vlachos

LA SPIRITUALITA’ ORTODOSSA

Cos’è e qual’è il suo senso

Il presente capitolo è tratto dal libro Orthodox Spirituality del vescovo-metropolita di Nafpaktos Hierotheos F. Vlachos. Il presente sito preferisce non parlare in termini di « spiritualità » per non cadere nel rischio che la spiritualità ortodossa sia una delle tante spiritualità che contraddistinguono il mondo cristiano e, più ampiamente, quello della religiosità. Con tale prospettiva si potrebbe sommariamente e comodamente concludere che tutto è uguale a tutto. Tuttavia, se si vuole essere cristianamente chiari, si deve dire che esiste una sola spiritualità perché esiste una sola fede e una sola Chiesa, dal momento che uno solo è il Cristo. Ovviamente, in prospettiva ortodossa, tutto ciò non significa piatta uniformità. Inoltre, siccome per sua naturale disposizione, l’uomo è in grado di giungere alla pienezza in Cristo solo poco per volta e, a volte, lottando tra contraddizioni, peccati ed errori, siamo consapevoli che la necessaria chiarezza appena esposta corre il rischio d’essere interpretata come se fosse un letto di Procuste. Molti potrebbero erroneamente pensare d’essere stati esclusi dalla possibilità d’un maggiore inserimento nel mistero salvifico cristiano. Bisogna comunque dire che una cosa è la pienezza che deriva dalla comunione con Dio alla quale si dispone il singolo con le sue scelte, un’altra è la progressiva mancanza di tale pienezza determinata dal crescente oblio umano di Dio.
Chiarito che la « spiritualità » ortodossa non ha a che vedere con altre spiritualità, ben volentieri inseriamo questo articolo consigliando il lettore a considerare attentamente le sapienti osservazioni del vescovo di Nafpaktos, precisazioni che circostanziano il discorso e non inducono a cadere nella grande confusione che tipicizza il nostro tempo.
Prima di tutto è necessario definire i termini « spiritualità » e « ortodossa ». Non possiamo parlare di « spiritualità ortodossa » a meno di non conoscere esattamente ciò che intendiamo con queste due parole. Questo è quanto hanno fatto pure i Santi Padri della Chiesa. Nel suo eccezionale libro La Fontana di conoscenza e, più specificamente nelle sezioni intitolate Capitoli Filosofici, San Giovanni di Damasco analizza i significati di queste parole: sostanza, natura, hypostasis, persona, ecc. Dal momento che questi termini possono essere definiti differentemente in altri contesti, il santo spiega come sono da lui definiti.
L’aggettivo « ortodosso » proviene dal termine « Ortodossia » e indica la differenza tra la Chiesa Ortodossa e ogni altra denominazione cristiana. La parola « Ortodossia » indica la vera conoscenza di Dio e della creazione. Questa definizione è offerta da sant’Atanasio del Sinai.
Il termine Ortodossia consiste di due parole: orthos (vero, diritto) e doxa. Doxa significa, da una parte, credenza, fede, insegnamento e, dall’altra, lode o dossologia. Questi due significati sono strettamente connessi. Il vero insegnamento di Dio include la vera lode; infatti se Dio fosse un concetto astratto, la preghiera verso di Lui sarebbe pure astratta. Dal momento che Dio è personale allora la preghiera presume un carattere personale. Dio ha rivelato la vera fede, il vero insegnamento. Per questo diciamo che l’insegnamento su Dio e su tutte le questioni associate alla salvezza della persona sono la Rivelazione di Dio e non una scoperta umana.
Dio ha rivelato queste verità a chi si è preparato a riceverLo. È questo che l’apostolo Giuda esprime quando dice: « …la fede, … fu trasmessa ai santi una volta per tutte » (Gd, 3). In questa citazione come in molti altri simili passi è chiaro che Dio si rivela ai Santi, cioè a coloro che hanno raggiunto un certo livello di crescita spirituale per poter ricevere tale Rivelazione. I santi Apostoli sono prima stati « guariti » e in seguito hanno ricevuto la Rivelazione. Essi hanno trasmesso questa Rivelazione ai loro figli spirituali non solo nell’insegnamento ma, primariamente, facendogliela riconoscere attraverso i suoi mistici effetti determinati dalla rinascita spirituale. Affinchè questa fede possa essere conservata, i Santi Padri hanno formulato dogmi e dottrine. Accettando dogmi e dottrine si riceve questa fede rivelata, si rimane nella Chiesa, si viene guariti. Per fede s’intende, da una parte, la Rivelazione ricevuta da coloro che sono stati purificati e guariti e, dall’altra, il percorso diritto per raggiungere la theosis [visione] imboccato da coloro che scelgono tale via.
La parola « spiritualità » (pnevmatikotis) proviene da « spirituale » (pnevmatikos). Così, la spiritualità è lo stato della persona spirituale. L’uomo spirituale ha un certo modo di comportarsi, una certa mentalità. Agisce differentemente dal modo con cui si comportano le persone non spirituali.
La spiritualità della Chiesa Ortodossa, comunque, non conduce ad una vita religiosa astratta; non è neppure il frutto della forza intima dell’uomo. La spiritualità non è una vita religiosa astratta perché la Chiesa è il Corpo di Cristo. Non si riferisce semplicemente ad una religione che crede teoricamente ad un Dio. La Seconda Persona della Santa Trinità – il Logos – ha preso per noi la natura umana, l’ha unita con la sua hypostasis [persona] ed è divenuto la Testa della Chiesa.
Così la Chiesa è il Corpo dell’Uomo-Dio Cristo. Inoltre, la spiritualità non è una manifestazione dell’energie dell’anima come lo è la ragione, i sentimenti, ecc. È importante affermarlo perchè molte persone tendono ad identificare una persona spirituale con chi coltiva le proprie abilità con i ragionamenti: uno scienziato, un artista, un attore, un poeta, ecc. Questa interpretazione non è accettata dalla Chiesa Ortodossa. Certamente non siamo contro scienziati, i poeti, ecc. ma non possiamo chiamarli « persone spirituali » nel senso strettamente ortodosso del termine.
Nell’insegnamento dell’Apostolo Paolo, l’uomo spirituale è chiaramente distinto dall’uomo dell’anima. Spirituale è l’uomo che ha l’energia dello Spirito Santo. Mentre l’uomo dell’anima è colui che ha corpo ed anima ma non ha acquisito lo Spirito Santo che dà vita all’anima. « L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno » (1 Cor 2, 14-15).
Nella stessa Epistola, l’Apostolo Paolo disegna la distinzione tra l’uomo spirituale e l’uomo della carne. L’uomo della carne è colui che non ha lo Spirito Santo nel suo cuore ma è caratterizzato da tutte le altre funzioni psicosomatiche dell’essere umano. Perciò è evidente che il termine « uomo della carne » non si riferisce al corpo, ma significa l’uomo dell’anima che manca del dono dello Spirito Santo e opera al di fuori di ciò. « Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? » (1 Cor 3, 1-3).
Se combiniamo i passi sopra menzionati con l’adozione per grazia del cristiano, accertiamo che, secondo l’Apostolo Paolo, spirituale è l’uomo che per grazia è divenuto figlio di Dio. « Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete. Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: « Abbà, Padre! ». Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio » (Rom. 8, 12-16).
Spirituale è l’uomo che è testimone dello Spirito Santo nel suo cuore ed è consapevole pure dell’inabitazione del Dio Triunico e Santo. In questo modo, egli comprende che è figlio di Dio per grazia; perciò nel suo cuore grida « Abba, Padre ». Secondo la testimonianza dei Santi questo profondo grido del cuore è essenzialmente la preghiera noetica o preghiera del cuore.
San Basilio il Grande esaminando la frase « l’uomo diviene il tempio dello Spirito Santo », insegna – ispirato da Dio – che l’uomo che è divenuto Tempio dello Spirito Santo non è turbato da tentazioni e continue distrazioni; cerca Dio e ha comunione con Lui. Chiaramente, l’uomo spirituale è colui che ha lo Spirito Santo e questo è confermato dal suo ininterrotto ricordo di Dio.
Secondo a San Gregorio Palamas, proprio come l’uomo dotato di ragione è chiamato razionale, allo stesso modo l’uomo che è arricchito dello Spirito Santo è chiamato spirituale. Così spirituale è l’ « uomo nuovo »; rigenerato dalla grazia dello Spirito Santo.
Queste stesse prospettive sono condivise da tutti i Santi Padri. San Simeone il Nuovo Teologo, per esempio, dice che l’uomo prudente, paziente e mite, che prega e vede Dio, « cammina nello spirito ». Egli è l’uomo spirituale per eccellenza.
Di nuovo, secondo San Simeone il Nuovo Teologo, quando le parti dell’anima umana – il nous (1) e l’intelletto – non sono « vestite » nell’immagine di Cristo, l’uomo è considerato « della carne », dal momento che non ha il senso della gloria spirituale. L’uomo della carne è come una persona cieca che non può vedere la luce dei raggi del sole. Infatti egli è considerato sia come cieco sia come privo di vita. Contrariamente, l’uomo spirituale, che partecipa alle energie dello Spirito Santo, è vivo in Dio.
Come abbiamo sopra sottolineato, la comunione dello Spirito Santo rende l’uomo della carne spirituale. Per questa ragione, secondo l’insegnamento Ortodosso, l’uomo spirituale per eccellenza è il Santo. Certamente, questo è detto perché il Santo partecipa a vari gradi della grazia increata di Dio e, specialmente, dell’energia deificante divina.
I Santi sono portatori e manifestatori della spiritualità ortodossa. Vivono in Dio e conseguentemente possono parlare di Lui. È in questo senso che la spiritualità ortodossa non è astratta ma incarnata nelle persone dei Santi. Così, i Santi non sono gente buona, dei moralisti nel senso stretto del termine o, semplicemente, coloro che sono « naturalmente buoni ». Piuttosto, i santi sono coloro che sottopongono tutti i loro atti alla guida dello Spirito Santo.
Siamo assicurati dell’esistenza dei Santi in primo luogo dal loro insegnamento Ortodosso. I Santi hanno ricevuto e ricevono la Rivelazione di Dio; l’esperimentano e la formulano. Sono i criteri infallibili dei sinodi Ecumenici. La seconda assicurazione è l’esistenza delle sante reliquie dei Santi. Le sante reliquie sono la prova che, attraverso il nous la grazia di Dio trasfigura pure il corpo. Di conseguenza, i corpi partecipano alle energie dello Spirito Santo.
Il principale lavoro della Chiesa è condurre l’uomo alla theosis [visione], alla comunione e all’unione con Dio. Fatto questo, possiamo in un certo senso dire che il compito della Chiesa è di « produrre reliquie ».
Così, la spiritualità Ortodossa è l’esperienza della vita in Cristo, è essere immersi nell’atmosfera dell’uomo nuovo rigenerato dalla grazia di Dio. Non è qualcosa di astratto o un puro stato emotivo e psicologico. È l’unione dell’uomo con Dio.
In questo contesto possiamo scoprire alcuni tratti che caratterizzano la spiritualità Ortodossa. In primo luogo è cristocentrica, dal momento che Cristo è l’unico e solo « rimedio » per le persone, grazie alla sua unità ipostatica della natura divina ed umana nella Sua stessa persona. In secondo luogo, la spiritualità Ortodossa è centrata trinitariamente, dal momento che Cristo è unito sempre al Padre e allo Spirito Santo. Tutti i sacramenti sono compiuti nel nome del Dio Triunico. Cristo, essendo la Testa della Chiesa, non può essere pensato come se ne fosse all’esterno. Di conseguenza, la spiritualità ortodossa è anche ecclesiocentrica, dal momento che solo nella Chiesa può avvenire la comunione con Cristo. Infine, come spiegheremo più avanti, la spiritualità ortodossa è mistica e ascetica.

Nota:

(1) Il nous è l’energia dell’anima. Secondo i Padri, per nous si intende anche l’occhio dell’anima. Il suo naturale luogo è nel cuore; essendo unito all’essenza dell’anima, è in grado di sperimentare un’incessante memoria di Dio. Il suo movimento è contro la sua natura quando è asservito alle creature e alle passioni. La Tradizione ortodossa, a differenza di quella occidentale, fa una distinzione tra il nous e la ragione.

Publié dans:CHIESA ORTODOSSA, SPIRITUALITÃ |on 20 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Icona russa della Madre di Dio

Icona russa della Madre di Dio dans immagini sacre I10PC9_1

http://gpcentofanti.wordpress.com/2011/05/27/maria-madre-di-dio/

Publié dans:immagini sacre |on 19 janvier, 2012 |Pas de commentaires »
1...34567...14

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01