Archive pour juin, 2017

Le Beatitudini

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Publié dans:immagini sacre |on 30 juin, 2017 |Pas de commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – BICCHIERE

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – BICCHIERE

don Luciano Cantini

Chi ama padre o madre
Il primo dei comandamenti che riguardano l’uomo, prima di una lunga lista di proibizioni, chiede di onorare il padre e la madre; la famiglia è nucleo portante del popolo d’Israele, centro di ogni attività anche quella religiosa, almeno finché non è il tempio di Gerusalemme a imporsi su una più modesta liturgia di tipo familiare. Il Vangelo non è una sommatoria di regole o norme da seguire, c’è un solo comando non troppo perentorio che ha le sue conseguenze: seguimi (Mt 8,22; 9,9; 19,21).
Nella sequela proposta dal Signore echeggia l’assoluto di Dio tanto da creare un nuovo tipo di parentela: stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre»(Mt 12,49-50).
La sapienza degli affetti che non si comprano e non si vendono è la dote migliore del genio famigliare. Proprio in famiglia impariamo a crescere in quell’atmosfera di sapienza degli affetti. La loro « grammatica » si impara lì, altrimenti è ben difficile impararla. Ed è proprio questo il linguaggio attraverso il quale Dio si fa comprendere da tutti (Papa Francesco, 02.09.15).
La famiglia è talmente essenziale che ci permette, nell’esperienza di relazioni intense, di comprendere il senso della relazione trinitaria e ci fa scoprire la dimensione della paternità di Dio.
Gesù non squalifica o deprezza la relazione umana all’interno della famiglia per privilegiare la relazione con Dio, tutt’altro; ci dice, invece, che la relazione dei suoi discepoli tra loro e con lui dev’essere più intensa di quella che sperimentiamo in famiglia.
La forte affettività che lega tra di loro i membri di una famiglia diventa il termine di paragone, per quanto sia elevato è il punto più basso da cui salire per scoprire il senso profondo dell’essere Chiesa e diventare quello che siamo: siamo un solo corpo in Cristo (Rm 12,5)
Chi avrà tenuto per sé la propria vita
Gesù è vissuto per gli altri, tutta la sua esistenza è stato un dono, ha donato parole, gesti, dignità, futuro, ha vissuto per coloro che ha incontrato, per coloro che ha scelto, per coloro che lo hanno conosciuto e per quelli che non lo conosceranno mai. Gesù ha lasciato che la sua vita andasse allo sbaraglio, rimanesse esposta, offerta, messa a repentaglio, fino a dono totale della vita sulla croce. Seguire Gesù coincide col prendere la croce su di sé. Non si tratta di sopportare le vicissitudini avverse della vita ma condividere il Suo progetto affinché penetri la storia dell’umanità attraverso la nostra esperienza e il nostro dono. La croce più che essere il luogo del patimento e della sofferenza è simbolo di amore incondizionato. Prendere la propria croce ha il significato di amare incondizionatamente .
La vita cristiana non è una vita autoreferenziale; è una vita che esce da se stessa per darsi agli altri. È un dono, è amore, e l’amore non torna su se stesso, non è egoista: si dà (Papa Francesco 11.09.14)
un solo bicchiere d’acqua fresca
Chiedere di prendere su di sé, di scegliere la croce e poi portare ad esempio l’offerta di un solo bicchiere di acqua fresca sembra un ossimoro, prima si chiede il tutto e poi si fa l’esempio del nulla o quasi. Eppure ambedue i gesti appartengono allo stesso movimento nella medesima direzione. Il dono totale della vita non è un gesto eroico, estremo, straordinario ma la sommatoria di tanti bicchieri di acqua fresca offerti con amore. L’acqua fresca non è quella del supermercato tenuta in frigo, è quella attinta al pozzo di buon mattino e conservata in otri di terracotta che trasudando mantiene una temperatura fresca, è un’acqua impreziosita dalla fatica, dalla cura, dalla attenzione. È un’acqua col cuore.
Gesù ci offre la pedagogia dei piccoli gesti, quelli che sembrano insignificanti che invece sono pieni di significati; quelli che non chiedono l’eroismo del tutto e subito, ma la fatica della quotidianità che mi educa e mi fa crescere nelle relazioni, che sposta il baricentro delle mie attenzioni da me verso l’altro, proprio come l’offerta di un bicchiere di acqua fresca o lo spezzare il pane.

Chiesa di Cristo Pantocrator (Los Angeles, California)

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Publié dans:immagini sacre |on 28 juin, 2017 |Pas de commentaires »

L’UOMO NUOVO – LA GIUSTIFICAZIONE (ANNO PAOLINO)

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L’UOMO NUOVO – LA GIUSTIFICAZIONE (ANNO PAOLINO)

Autore: Re, Don PieroCuratore:Riva, Sr. Maria GloriaFonte:CulturaCattolica.it

Lo Spirito di Cristo non è dunque soltanto il Maestro interiore, una garanzia delle promesse fatte, ma costituisce il fermento che trasforma il ”vecchio uomo” in figlio di Dio: «Tutti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio… Avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!…Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi» (Rom 8, 14-16; cf Gal 4, 4-7; Tito 3, 5-7).
Determinante rilievo assume lo Spirito del Padre e del Figlio, effuso a Pentecoste, in quell’esplicito rapporto con Dio che è la preghiera del cristiano. Senza di Esso, non ci sarebbe vera preghiera: «Nessuno può dire ”Gesù è Signore”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1Cor 12, 3). Sempre desto nella parte più segreta del nostro essere, lo Spirito supplisce alle nostre carenze e offre al Padre l’adorazione a Lui dovuta, insieme alle nostre aspirazioni più profonde: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare; ma lo Spirito stesso intercede per noi con insistenza, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rom 8, 26s).
La giustificazione (dikaiosýne) è il frutto di tutta la vicenda redentiva: dalla universale e irrimediabile condizione di ignoranza e corruzione in cui versava l’umanità decaduta, la grazia di Dio misericordioso – con l’effusione dello Spirito di Cristo morto e risorto – ci ha resi giusti, ”creatura nuova”. In una misura che va oltre ogni attesa: «Laddove il peccato è abbondato, ha sovrabbondato la grazia» (Rom 5, 20).
Dunque la giustificazione non è soltanto liberazione dal peccato e dalla morte o possibilità di un miglioramento morale. Con il perdono ci viene data una nuova appartenenza, diventiamo di un altro ”Kúrios”, del Signore Gesù. Essa è una rinascita di tutto l’essere, una santificazione che conferisce all’uomo un nuovo statuto interiore, da cui le opere giuste fluiranno come frutto della salvezza ricevuta: «Secondo la verità che è in Gesù, dovete deporre l’uomo vecchio… Dovete rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Ef 4, 21-24; cf Col 3, 9).
Tale rinascita, conseguente alla fede di chi si lascia abbracciare dalla misericordia divina, è accompagnata e visibilmente espressa dal rito efficace del battesimo: «Tutti voi, infatti, siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3, 26s). L’immersione nell’acqua del fonte seppellisce il peccatore nella morte di Cristo (cf Col 2, 12), da dove esce mediante la risurrezione con Lui (cf Rom 6, 2-5). È così divenuto creatura nuova e purificata (cf Ef 5, 26; 1Cor 6, 11) «nel lavacro di rigenerazione» (Tito 3,5) e da Cristo illuminata (cf Ef 4, 14).
La ”cristificazione” potrebbe essere il termine più appropriato e comprensivo di quanto la giustificazione dona all’uomo nuovo, purificato e santificato dalla fede e dal battesimo.
La concezione che Paolo ha dell’uomo nuovo è caratterizzata da una componente ”mistica”, in quanto comporta una mutua compenetrazione tra Cristo e il cristiano, una intima immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. È tipico soprattutto di Paolo affermare che i cristiani sono ”in Cristo Gesù” (Rom 6, 3.4. 5-11; 8, 1.2.39; 12, 5; 16, 3.7.10; 1Cor 1, 2.3 ecc). Altre volte egli inverte i termini e scrive che ”Cristo è in voi/noi” (Rom 8,10; 2Cor 13,5) o ”in me” (Gal 3, 20). Fino a qualificare le nostre sofferenze come ”sofferenze di Cristo in noi” (2Cor 1, 5), così che noi «portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2Cor 4, 10).
L’essere ”di, in, con, per” Cristo fu innanzitutto la personale esperienza di Paolo, fin dall’incontro sulla via di Damasco: «Per me vivere è il Cristo» (Fil 1, 21), «Non son più io che vivo, ma il Cristo che vive in me» (Gal 2, 20), e da lui attinge ogni conoscenza ed energia. (Si veda il commento di Gregorio di Nissa, a p. 43)
E questo è già vero anche per ogni credente battezzato, «quelli che sono in Cristo Gesù» (Rom 8, 1); «quelli che sono di Cristo» (1Cor 15, 23). Cristo diventa il soggetto più profondo di tutte le azioni vitali del cristiano, che ”appartiene” ormai a Cristo, perché «ha lo Spirito di Cristo» (Rom 8, 9); «E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione» (Rom 8, 10).
Il rapporto del cristiano con Cristo, del quale porta il nome, non è dunque parziale e di superficie: «In Lui vivete, radicati ed edificati in Lui» (Col 2,6; cf Ef 3,18). Perciò «ciascuno guardi come costruisce; poiché nessuno può porre un’altra base oltre a quella che già esiste: il Cristo Gesù» (1Cor 3, 10). È Lui la pietra angolare che dà a tutta la costruzione ecclesiale solidità e consistenza (cf Ef 2, 20). Nessun istante o azione è concepibile al di fuori di Lui: «Se viviamo, viviamo per il Signore; se moriamo, moriamo per il Signore: Sia che viviamo, sia che moriamo, noi siamo del Signore» (Rom 14, 8).
Questa realtà inedita – l’essere con il Cristo – è frequentemente espressa da Paolo con termini da lui appositamente coniati. Già dal momento della creazione l’uomo è stato conosciuto e destinato da Dio ad essere conforme all’immagine del Figlio suo (cf Col 1,15), chiamato ad essere in Lui giustificato e glorificato (cf Rom 8, 28s). Ora, con la fede e il battesimo, il cristiano è con-crocifisso e con-sepolto, con-vivificato e con-risuscitato (cf Rom 6, 3-11; Col 2,12), con Lui soffre e regnerà nella gloria (cf Rom 6,5; Fil 3, 10. 21; Col 3,1; 2Tim 2,11).

SS. Pietro e Paolo

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Publié dans:immagini sacre |on 27 juin, 2017 |Pas de commentaires »

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – BENEDETTO XVI (2007)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20070628_vespri.html

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – BENEDETTO XVI (2007)

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica di San Paolo Fuori le Mura
Giovedì, 28 giugno 2007

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!

In questi Primi Vespri della Solennità dei santi Pietro e Paolo facciamo grata memoria di questi due Apostoli, il cui sangue, insieme a quello di tanti altri testimoni del Vangelo, ha reso feconda la Chiesa di Roma. Nel loro ricordo sono lieto di salutare tutti voi, cari fratelli e sorelle, a cominciare dal Signor Cardinale Arciprete e dagli altri Cardinali e Vescovi presenti, dal Padre Abate e dalla Comunità benedettina cui è affidata questa Basilica, fino agli ecclesiastici, alle religiose e ai religiosi e ai fedeli laici qui convenuti. Un saluto particolare dirigo alla Delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che ricambia la presenza della Delegazione della Santa Sede ad Istanbul, in occasione della festa di sant’Andrea. Come ho avuto modo di dire qualche giorno fa, questi incontri e iniziative non costituiscono semplicemente uno scambio di cortesie tra Chiese, ma vogliono esprimere il comune impegno di fare tutto il possibile per affrettare i tempi della piena comunione tra l’Oriente e l’Occidente cristiani. Con questi sentimenti, mi dirigo con deferenza ai Metropoliti Emmanuel e Gennadios, inviati dal caro Fratello Bartolomeo I, al quale rivolgo un pensiero grato e cordiale. Questa Basilica, che ha visto eventi di profondo significato ecumenico, ci ricorda quanto sia importante pregare insieme per implorare il dono dell’unità, quell’unità per la quale san Pietro e san Paolo hanno speso la loro esistenza sino al supremo sacrificio del sangue.
Un’antichissima tradizione, che risale ai tempi apostolici, narra che proprio a poca distanza da questo luogo avvenne l’ultimo loro incontro prima del martirio: i due si sarebbero abbracciati, benedicendosi a vicenda. E sul portale maggiore di questa Basilica essi sono raffigurati insieme, con le scene del martirio di entrambi. Fin dall’inizio, dunque, la tradizione cristiana ha considerato Pietro e Paolo inseparabili l’uno dall’altro, anche se ebbero ciascuno una missione diversa da compiere: Pietro per primo confessò la fede in Cristo, Paolo ottenne in dono di poterne approfondire la ricchezza. Pietro fondò la prima comunità dei cristiani provenienti dal popolo eletto, Paolo divenne l’apostolo dei pagani. Con carismi diversi operarono per un’unica causa: la costruzione della Chiesa di Cristo. Nell’Ufficio delle Letture, la liturgia offre alla nostra meditazione questo noto testo di sant’Agostino: “Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì… Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli” (Disc. 295, 7.8). E san Leone Magno commenta: “Dei loro meriti e delle loro virtù, superiori a quanto si possa dire, nulla dobbiamo pensare che li opponga, nulla che li divida, perché l’elezione li ha resi pari, la fatica simili e la fine uguali” (In natali apostol., 69, 6-7).
A Roma il legame che accomuna Pietro e Paolo nella missione, ha assunto sin dai primi secoli un significato molto specifico. Come la mitica coppia di fratelli Romolo e Remo, ai quali si faceva risalire la nascita di Roma, così Pietro e Paolo furono considerati i fondatori della Chiesa di Roma. Dice in proposito san Leone Magno rivolgendosi alla Città: “Sono questi i tuoi santi padri, i tuoi veri pastori, che per farti degna del regno dei cieli, hanno edificato molto più bene e più felicemente di coloro che si adoperarono per gettare le prime fondamenta delle tue mura”(Omelie 82,7). Per quanto umanamente diversi l’uno dall’altro, e benché il rapporto tra di loro non fosse esente da tensioni, Pietro e Paolo appaiono dunque come gli iniziatori di una nuova città, come concretizzazione di un modo nuovo e autentico di essere fratelli, reso possibile dal Vangelo di Gesù Cristo. Per questo si potrebbe dire che oggi la Chiesa di Roma celebra il giorno della sua nascita, giacché i due Apostoli ne posero le fondamenta. Ed inoltre Roma oggi avverte con più consapevolezza quale sia la sua missione e la sua grandezza. Scrive san Giovanni Crisostomo che “il cielo non è splendido quando il sole diffonde i suoi raggi, come lo è la città di Roma, che irradia lo splendore di quelle fiaccole ardenti (Pietro e Paolo) per tutto il mondo… Questo è il motivo per cui amiamo questa città…per queste due colonne della Chiesa” (Comm.a Rm 32).
Dell’apostolo Pietro faremo memoria particolarmente domani, celebrando il divin Sacrificio nella Basilica Vaticana, edificata sul luogo dove egli subì il martirio. Questa sera il nostro sguardo si volge a san Paolo, le cui reliquie sono custodite con grande venerazione in questa Basilica. All’inizio della Lettera ai Romani, come abbiamo ascoltato poco fa, egli saluta la comunità di Roma presentandosi quale «servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione» (1,1). Utilizza il termine servo, in greco doulos, che indica una relazione di totale e incondizionata appartenenza a Gesù, il Signore, e che traduce l’ebraico ‘ebed, alludendo così ai grandi servi che Dio ha scelto e chiamato per un’importante e specifica missione. Paolo è consapevole di essere “apostolo per vocazione”, cioè non per autocandidatura né per incarico umano, ma soltanto per chiamata ed elezione divina. Nel suo epistolario, più volte l’Apostolo delle genti ripete che tutto nella sua vita è frutto dell’iniziativa gratuita e misericordiosa di Dio (cfr 1 Cor 15,9-10; 2 Cor 4,1; Gal 1,15). Egli fu scelto «per annunciare il vangelo di Dio» (Rm 1,1), per propagare l’annuncio della Grazia divina che riconcilia in Cristo l’uomo con Dio, con se stesso e con gli altri.
Dalle sue Lettere sappiamo che Paolo fu tutt’altro che un abile parlatore; anzi condivideva con Mosè e con Geremia la mancanza di talento oratorio. «La sua presenza fisica è debole e la parola dimessa» (2 Cor 10,10), dicevano di lui i suoi avversari. Gli straordinari risultati apostolici che poté conseguire non sono pertanto da attribuire ad una brillante retorica o a raffinate strategie apologetiche e missionarie. Il successo del suo apostolato dipende soprattutto da un coinvolgimento personale nell’annunciarne il Vangelo con totale dedizione a Cristo; dedizione che non temette rischi, difficoltà e persecuzioni: “Né morte né vita – scriveva ai Romani – né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (8,38-39). Da ciò possiamo trarre una lezione quanto mai importante per ogni cristiano. L’azione della Chiesa è credibile ed efficace solo nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono disposti a pagare di persona la loro fedeltà a Cristo, in ogni situazione. Dove manca tale disponibilità, viene meno l’argomento decisivo della verità da cui la Chiesa stessa dipende.
Cari fratelli e sorelle, come agli inizi, anche oggi Cristo ha bisogno di apostoli pronti a sacrificare se stessi. Ha bisogno di testimoni e di martiri come san Paolo: un tempo persecutore violento dei cristiani, quando sulla via di Damasco cadde a terra abbagliato dalla luce divina, passò senza esitazione dalla parte del Crocifisso e lo seguì senza ripensamenti. Visse e lavorò per Cristo; per Lui soffrì e morì. Quanto attuale è oggi il suo esempio!
E proprio per questo, sono lieto di annunciare ufficialmente che all’apostolo Paolo dedicheremo uno speciale anno giubilare dal 28 giugno 2008 al 29 giugno 2009, in occasione del bimillenario della sua nascita, dagli storici collocata tra il 7 e il 10 d.C. Questo “Anno Paolino” potrà svolgersi in modo privilegiato a Roma, dove da venti secoli si conserva sotto l’altare papale di questa Basilica il sarcofago, che per concorde parere degli esperti ed incontrastata tradizione conserva i resti dell’apostolo Paolo. Presso la Basilica Papale e presso l’attigua omonima Abbazia Benedettina potranno quindi avere luogo una serie di eventi liturgici, culturali ed ecumenici, come pure varie iniziative pastorali e sociali, tutte ispirate alla spiritualità paolina. Inoltre, una speciale attenzione potrà essere data ai pellegrinaggi che da varie parti vorranno recarsi in forma penitenziale presso la tomba dell’Apostolo per trovare giovamento spirituale. Saranno pure promossi Convegni di studio e speciali pubblicazioni sui testi paolini, per far conoscere sempre meglio l’immensa ricchezza dell’insegnamento in essi racchiuso, vero patrimonio dell’umanità redenta da Cristo. Inoltre, in ogni parte del mondo, analoghe iniziative potranno essere realizzate nelle Diocesi, nei Santuari, nei luoghi di culto da parte di Istituzioni religiose, di studio o di assistenza, che portano il nome di san Paolo o che si ispirano alla sua figura e al suo insegnamento. C’è infine un particolare aspetto che dovrà essere curato con singolare attenzione durante la celebrazione dei vari momenti del bimillenario paolino: mi riferisco alla dimensione ecumenica. L’Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare la Buona Novella a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la concordia di tutti i cristiani. Voglia egli guidarci e proteggerci in questa celebrazione bimillenaria, aiutandoci a progredire nella ricerca umile e sincera della piena unità di tutte le membra del Corpo mistico di Cristo. Amen!

 

Rembrant, Abramo e i tre angeli

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Publié dans:immagini sacre |on 26 juin, 2017 |Pas de commentaires »
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