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Gianfrnco Ravasi: Siamo del Signore (il pensiero dell’Apostolo su alcuni temi fondamentali)

dal sito:

http://www.sanpaolo.org/vita/0906vp/0906vp70.htm

SIAMO DEL SIGNORE

di monsignor GIANFRANCO RAVASI
    
 
Oggi, come nel passato, siamo circondati dalle più diverse devozioni e « vie spirituali ». Difficili i riferimenti a Paolo. L’asse portante dell’epistolario, della sua teologia e della relativa spiritualità è la cristologia. 

A conclusione dell’Anno paolino riassumiamo nel dossier il pensiero dell’Apostolo su alcuni temi fondamentali.  

Nella mente di molti cristiani la figura di san Paolo è inesorabilmente inchiodata allo stereotipo del teologo rigoroso e gelido, teorico della nuova religione fondata da Gesù con ben altra intensità. È, questa, un’idea che ha attraversato il pensiero anche di qualche studioso, come l’ottocentesco francese Ernest Renan che, nel suo Saint Paul (1869), non esitava a scrivere che «il vero cristianesimo, destinato a durare eternamente, viene dai vangeli, non dalle epistole di Paolo che, in verità, sono piuttosto uno scoglio e la causa dei principali difetti della teologia cristiana». E continuava elencando i danni perpetrati dall’Apostolo, divenuto «il padre del sottile Agostino, dell’arido Tommaso d’Aquino, del tetro calvinista, del bisbetico giansenista». Proprio il contrario di quel Gesù che è «il padre di tutti coloro che cercano il riposo delle loro anime». Su questa scia anche il nostro Antonio Gramsci non avrà imbarazzo a classificare Paolo come «il Lenin del cristianesimo»!

In realtà, una lettura più accurata delle sue lettere, accompagnata dalla testimonianza della sua attività missionaria lasciataci dal discepolo Luca negli Atti degli Apostoli, smentisce questo ritratto svelando il volto di un pastore consapevole della necessità di fondare seriamente la conoscenza della fede. Se, allora, il suo epistolario rivela un intreccio tra annunzio e vita ecclesiale (si legga, ad esempio, la prima lettera ai Corinzi con la sua puntigliosa descrizione dei problemi che tormentano quella comunità e con le relative proposte pastorali dell’Apostolo), è però altrettanto vero che la riflessione teologica è vigorosa ed esigente (e in questo senso emblematica è la lettera ai Romani, il suo capolavoro di pensiero). Aveva, quindi, ragione Albert Schweitzer, il celebre filantropo e teologo, quando affermava che «san Paolo ha assicurato per sempre nel cristianesimo il diritto di pensare. Parte dalla fede della comunità, ma non ammette di doversi fermare dove quella finisce. Egli fonda per sempre la fiducia che la fede non ha nulla da temere dal pensiero. Paolo è il santo protettore del pensiero nel cristianesimo!».

Analisi del pensiero paolino

Schweitzer curiosamente scriveva queste righe in un’opera del 1930 intitolata Die Mystik des Apostels Paulus: sì, la riflessione non è un percorso intellettuale indipendente rispetto alla spiritualità, ma con essa vigorosamente s’intreccia. È a questo punto legittima una domanda: qual è, allora, il nodo d’oro ove le due dimensioni del credere, quella fiduciale e la razionale s’incrociano? Le risposte date dagli esegeti paolini sono molteplici e le vorremmo ora elencare, non per mera erudizione, ma perché ci permettono di scoprire la complessa ricchezza della visione teologica e spirituale dell’Apostolo.

Così, a partire da Lutero, alcuni hanno visto il cuore della concezione paolina nella giustificazione attraverso la fede, un tema certo capitale in alcune Lettere (R. Bultmann, E. Käsemann, H. Hübner). Altri, invece, come il citato Schweitzer, colgono nell’unione mistica con Cristo (spesso affidata alla preposizione greca syn, « con », variamente unita ai verbi salvifici) il punto focale dell’annunzio paolino (così W. Wrede ed E. P. Sanders).

E la croce di Cristo, segno supremo della nostra redenzione? È proprio questa componente, esaltata in molte pagine paoline, la via scelta da altri studiosi per rispondere al nostro quesito (U. Wilckens, J. Becker). Per stare alla celebre espressione dell’inno incastonato nel capitolo 2 della Lettera ai Filippesi, è là che si consuma la kénosis del Verbo: il Figlio di Dio si « svuota », si « umilia », precipitando nell’abisso della mortalità, scegliendo la crocifissione, la morte più infamante della civiltà antica. Eppure, è proprio da quella croce che ha inizio l’ »esaltazione » pasquale del Risorto che rinnova e domina l’intera creazione.

Lungo questa direzione totalizzante, altri esegeti sono partiti per proporre una diversa concezione della prospettiva fondamentale del pensiero paolino. L’Apostolo è consapevole che la signoria di Cristo abolisce ogni frontiera ed è qui il cuore del messaggio che Paolo annunzia: la costante apertura verso orizzonti universalistici che conducono la Chiesa ad essere testimone fino agli estremi confini del mondo (così K. Stendahl, F. Watson, J. D. Dunn).

Infine, nella complessa analisi del pensiero paolino c’è chi ha visto come fattore decisivo e struttura unificante la cristologia: tra costoro sono da segnalare due figure rilevanti dell’esegesi cattolica del ’900, L. Cerfaux e R. Schnackenburg. Il Vangelo di san Paolo è, anche a nostro avviso, incentrato sul Cristo crocifisso e risorto, umiliato e glorioso, sorgente della nostra salvezza e principio della stessa redenzione cosmica. Si pensi – sia pure soltanto a livello statistico – che delle 535 presenze del nome di Gesù Cristo nel Nuovo Testamento almeno 400 sono accaparrate dall’epistolario paolino.

Frasi come «per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21) o «nessuna creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù» (Rm 8,39) ne sono la formulazione tematica essenziale, consapevole com’è l’Apostolo che all’origine della sua vocazione, sulla via di Damasco, c’è quell’essere stato « ghermito », cioè afferrato da Cristo (Fil 3,12), così come la sua intera esistenza è stata «posseduta dall’amore di Cristo» (2Cor 5,14). Ed è per questo che egli deve dedicare tutta la sua vita ad annunziarlo al mondo: «Predicare per me il Vangelo non è un vanto, ma una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16).

Miniatura medievale per l’Anno paolino in Francia (foto Censi).

Cristo e l’evento pasquale

Certo, tutte queste traiettorie e altre indicate dagli studiosi hanno un loro significato rilevante per definire l’anima della spiritualità paolina. Non si può ignorare, ad esempio, il peso che ha il nesso tra il dono liberatorio della charis (grazia) divina e la risposta libera della pistis (fede) per l’antropologia teologica dell’Apostolo. Ma il vincolo che annoda la mistica, il paradosso della croce, l’annunzio evangelico, la stessa ecclesiologia («il corpo di Cristo che è la Chiesa», Col 1,24), e persino l’escatologia («Cristo in voi, speranza della gloria», Col 1,27), oltre naturalmente alla soteriologia («raggiungere la salvezza che è in Cristo Gesù», 2Tm 2,10) è sempre e solo Cristo e l’evento pasquale. Egli è la svolta radicale per l’esistenza del credente. Basti solo pensare all’interpretazione del battesimo cristiano offerta in Romani 6,3-6 e basata su uno stretto parallelismo tra la vicenda pasquale di Gesù e l’esperienza del cristiano.

Da un lato, c’è il sepolcro di pietra in cui è calato il corpo morto del Crocifisso. D’altro lato, ecco il sepolcro d’acqua in cui penetra « l’uomo vecchio », cioè il nostro « corpo del peccato », votato alla morte. Il sepolcro di Cristo, all’alba di Pasqua, viene scoperchiato e il Risorto sfolgora nella luce della Pasqua, immerso nella « gloria del Padre ». Similmente dal sepolcro del fonte battesimale esce la creatura umana redenta, ossia l’ »uomo nuovo », libero dalla sindone mortuaria del peccato e pronto a « camminare in una vita nuova ». Cristo, però, agli occhi di san Paolo, è anche alla radice della nuova creazione: il creato, infatti, è proteso «nella speranza di essere liberato dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21), così che «Cristo sia tutto in tutti» (Col 3,11).

Scrive uno dei nostri maggiori studiosi dell’Apostolo, Romano Penna: «Paolo ritiene che Cristo Signore sia l’iniziatore di una nuova stagione della storia e di una nuova identità antropologica dalle ricadute universalistiche, non paragonabile a un re come Davide o a un profeta come Isaia e neppure a un grande legislatore come Mosè, bensì soltanto a chi è anteriore a tutti costoro e non è appartenente al popolo storico di Israele, cioè ad Adamo, progenitore dell’intera umanità (cf 1Cor 15,21-22.45-47; Rm 5,12-21)».

L’asse portante dell’intero epistolario paolino, della sua teologia e della relativa spiritualità è, quindi, la cristologia e questa impostazione è una lezione vigorosa e necessaria anche per i nostri tempi nei quali si corre il rischio di inseguire percorsi religiosi più evanescenti.

A suggello, ci sembrano emblematici due motti paolini. Il primo pone il suo marchio sull’esistenza storica del cristiano: «Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). L’altro, invece, si apre anche all’oltrevita: «Se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Infatti per questo Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14,8-9).

monsignor Gianfranco Ravasi
presidente del Pontificio consiglio della cultura)

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Bibliografia
Bernard Ch. A., San Paolo mistico e apostolo, San Paolo 2000, Cinisello Balsamo; Cerfaux L., Cristo nella teologia di san Paolo, Ave 1969, Roma; Idem, L’itinerario spirituale di san Paolo, Gribaudi 1976, Torino; Dunn J. D. G., La teologia dell’apostolo Paolo, Paideia 1999, Brescia; Vanni U., « La spiritualità di Paolo », in Fabris R. ed., La spiritualità del Nuovo Testamento, Borla 1985, Roma, pp. 177-228.   

In Quaresima con San Paolo (2009) (sul tema della Libertà)

dal sito:

http://www.toscanaoggi.it/notizia_3.php?IDNotizia=10941&IDCategoria=1

25/02/2009 – 18:29 – In Quaresima con San Paolo

(SUL TEMA DELLA LIBERTÀ)

Come ogni anno, Toscanaoggi propone ai suoi lettori durante le domeniche di Quaresima un itinerario di meditazione. In occasione dell’Anno Paolino, indetto dal Papa per il bimillenario della nascita di San Paolo, il percorso di quest’anno è incentrato intorno all’«Apostolo delle Genti». Ad illustrare, secondo alcune prospettive particolari, l’opera e la predicazione paolina è monsignor Benito Marconcini, noto biblista e docente alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

di Benito Marconcini

1. La libertà secondo San Paolo: diventare «nuova creatura»

Paolo sperimenta la libertà incontrando Cristo che gli «appare», lo «afferra», lo «ama e per lui si consegna». Da questa esperienza attinge le risposte per risolvere i problemi delle comunità di Tessalonica, Corinto, Galazia, Roma, Filippi e scopre verità capaci di liberare l’uomo dal male per farlo  camminare in una vita nuova.

Il tema della liberazione è quasi un’esclusiva di Paolo, comparendo 24 volte nelle lettere autentiche, solo 2 volte in quelle di tradizione paolina e 12 negli altri scritti neotestamentari. I termini usati indicano sia il processo di liberazione, cioè il superamento di una situazione di schiavitù, sia il fine e la fine di questo sviluppo, cioè il godimento della libertà: il contesto aiuta a comprendere se prevale l’aspetto dinamico (liberazione) o finale (libertà).

Alla parola libertà/liberazione Paolo dà un senso diverso da quello comune che intende abbattimenti di dittature, superamento di discriminazioni, acquisizione di diritti. Queste libertà, anche se ottenute, spariscono facilmente, senza la libertà interiore, la quale attraverso Cristo rende l’uomo «nuova creatura» (2Cor 5,17). Drammatica è la situazione della persona senza Cristo, incapace di fare il bene, rappresentata nell’«io» di Rm 7. «Io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo. Se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me». Il peccato rende schiavo l’uomo (Rm 6,17.20).

È possibile ritrovare tre livelli di peccato nei diversi elenchi dell’epistolario. In superficie appaiono i sintomi del peccato, radicato nel cuore dell’uomo. Tra un elenco breve di manifestazioni qualificanti le persone (1Cor 6,9b-10: ne conta 10) e uno lungo e ampiamente spiegato (Rm 1,24-32: oltre 20 termini) riportiamo quelli che la lettera ai Galati (5,19-20) chiama «desideri o opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordie, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere».

La spinta a queste azioni deriva da un duplice sentimento e cioè il desiderio interiore di agire egoisticamente, denominabile bramosia (o epithymia: Rm 1,24) e l’atto esterno che porta a compimento quanto desiderato, identificabile con cupidigia cattiva, la voglia di possedere di più, cose o persone che siano (Rm 1,29: pleonexia kakia). Bisogna scendere più in profondità, nel cuore per trovare la radice, l’origine di ogni male, il peccato nel senso più vero chiamato comunemente amartia: in Rm 7 il termine compare 14 volte e nell’intera lettera 45 volte. Amartia è capovolgimento dell’istinto religioso fino a servirsi di Dio, anziché servirlo e orientamento di fatti e persone a proprio vantaggio. È una situazione permanente che si contrappone alla giustizia (diakiosyne), dono di Cristo. È l’amore di sé fino al disprezzo di Dio: è un egoismo totale. Il peccato è come un tumore che sgretola l’organismo spirituale e porta all’incapacità di fare il bene. «È una forza personale, ma personificata, sopraindividuale e anteriore a ogni trasgressione, a cui l’uomo è tendenzialmente asservito» (R. Penna).   

In presenza del peccato, anche la Legge (tôrah) osservata scrupolosamente non rende buono l’uomo. Essa certamente è «santa e santo, giusto e buono è il comandamento» (Rm 7,12). Dà la conoscenza del bene che, se non fatto, accresce la responsabilità dell’uomo. Anche quando le azioni appaiono buone non hanno da sé la capacità di salvare. Anzi, in presenza del peccato, possono condurre o all’esaltazione o alla depressione. La Legge comanda di fare il bene, ma non dà la forza per compierlo. In definitiva essa rende tutti colpevoli davanti a Dio: «quelli che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione» (Gal 3,10). La sua funzione di far conoscere il peccato contribuisce ad accrescerne la responsabilità: «la Legge sopravvenne, perché abbondasse la caduta» (Rm 5,20). La Legge è solo un pedagogo, conduce a Cristo che rende gli uomini figli di Dio mediante la fede (Gal 3,24). Anche attraverso la Legge il peccato conduce alla morte spirituale (thanatos), entrata nel mondo per invidia del diavolo (Sap 2,24). Essa ha regnato nella storia, finchè «per l’opera giusta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita» (Rm 5,18). Nasce così la vita secondo lo Spirito, oggetto del prossimo argomento.

2. La vera libertà viene dallo Spirito

Lo Spirito è il mistero nel mistero di Dio. Non ha volto ed è descritto nella Bibbia, per la sua capacità trasformante, attraverso immagini quali il vento, l’acqua, il fuoco, la potenza, la colomba.

Conosciuto dagli effetti, rende l’uomo suo tempio («naos»: 1Cor 6,19). La sua presenza nella persona rivela e qualifica la vita cristiana, distinguendola da ogni altra forma di vita religiosa o spirituale. La forte immagine secondo la quale l’uomo abitato dallo Spirito ne diventa tempio e casa, permette di individuare le quattro colonne di questa costruzione che è l’uomo nuovo.

La prima è la giustizia che senza obbligo per Dio  trasforma il peccatore in  amico. Essa è pura gratuità, misericordia (Rm 5,9), amore (5,5; 8,39), grazia (3,24; 5,2) ed è offerta a tutti gli uomini. Ciò comporta la figliolanza che secondo la concezione giuridica dell’adozione, costituisce figli (Rm 8,15) con tutti i diritti degli altri membri della famiglia e rende la persona abitazione divina, luogo sacro o tempio.

La seconda colonna dell’edificio spirituale, la speranza, considerata un tempo sorella minore della sacra triade, ha oltrepassato le altre. Essa «non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5,5). Fondata su Dio già definito «speranza di Israele» (Ger 14,8), questa virtù teologale (cioè che riguarda Dio) rende certi del compimento delle promesse divine, anche se la realtà attorno sembra smentire l’avveramento. Questo implica nell’oggi la certezza del superamento delle limitazioni e della trasformazione della sofferenza in gioia sulla base della morte di Cristo cambiata in vita e nel futuro la partecipazione alla sua gloria e al suo regno nella fase definitiva: ha i suoi luoghi nella preghiera, nella sofferenza e nella fiducia del superamento del giudizio finale.

La speranza trova fondamento nella fede, in quello che Dio ha detto e fatto e si configura come «risposta integrale dell’uomo a Dio che si rivela come suo salvatore e include l’accettazione del messaggio salvifico e la fiduciosa sottomissione alla sua parola» (J. Alfaro). Questa fede quale coscienza dell’impossibilità di raggiungere la salvezza da soli e certezza di riceverla come dono è un atto libero e un voler fidarsi e affidarsi a Dio e trova compimento nell’amore/agape. Questo, brillantemente espresso nell’inno di 1Cor 13, è manifestazione dello Spirito, è vincolo di unione tra Dio e l’uomo e tra gli uomini, centro della rivelazione, segno efficace della presenza di Dio nel mondo: «chi ama l’altro ha adempiuto la legge» (Rm 13,8.10). Quest’amore divino permette a Paolo di delineare la vita diretta dallo Spirito in cinque momenti. «Quelli che da sempre Dio ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo […] quelli poi che ha predestinato li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato li ha anche giustificati, quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati» (Rm 8,29-30). L’azione dello Spirito che accompagna l’uomo dal momento in cui Dio lo pensa, nella fase terrena e nella gloria infonde una certezza: «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).

Le due considerazioni fatte donano alla persona un sentire profondo (phronema: Rm 8,6.7.27) che oltrepassa la razionalità, reso dalla Bibbia Cei prima come«desideri», ora come un «tendere», da altri «pensiero»: effetti sono la vita e la pace. Questo pensiero è presente attraverso la forma verbale (phronein) che introduce l’inno centrato su Cristo che «svuotò e umiliò se stesso, assumendo una condizione di servo […] per cui Dio lo esaltò, perché ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore» (Fil 2,5-11). Lo Spirito fa sperimentare alla persona la realizzazione di sé attraverso il servizio, conducendola alla libertà (2Cor 3,17): risulta così capovolta una mentalità diffusa che spinge a dominare gli altri per riuscire nella vita.

La quarta colonna dell’edificio spirituale è la percezione interiore e sicura che tutti i doni dello Spirito costituiscono solo un pegno (arrabon: 2Cor 1,22), una primizia (aparche: Rm 8,23). La certezza che il meglio deve ancora venire assume quasi la forma di un diritto donato che troverà compimento nell’eternità. Unità e varietà dei doni trovano qui una sintesi: «il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). La persona così costruita ha raggiunto la libertà e vive di libertà.

3. Dalla libertà alla «koinonia»

La liberazione realizzata dal dono di Gesù nel mistero pasquale e partecipata nel battesimo svuota il cuore da ogni negatività e lo riempie dello Spirito, facendo emergere una «nuova creatura» (2Cor 5,17). Questa non vive da sola la ricchezza ricevuta, è spinta ad allacciare legami, a interessarsi, a partecipare alla comunità. Essa vive la koinonia o comunione, considerata una definizione dinamica della vita cristiana. Più di altri termini, koinonia pone in evidenza l’unione verticale con Dio e orizzontale con i fratelli nelle 13 ricorrenze dell’epistolario autentico (compare 6 volte nel resto del NT).  Essa indica l’unione di mente, volontà, cuore dell’uomo. Cinque sono i testi più importanti sul duplice orientamento dell’essere con, del dare e ricevere partecipazione. «Fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro» (1Cor 1,9). La comunità di Corinto, nota  per la dissolutezza dei costumi, la litigiosità e la presenza di partiti contrapposti, è rassicurata da Paolo che la fedeltà di Dio  prevarrà alla fine su tutte le divisioni: Dio realizzerà la vocazione dei Corinti a restare uniti a Gesù, Messia (Cristo), salvatore (Gesù), risorto, Signore glorioso o Kyrios. Ancora ai Corinti Paolo, all’interno di una formula trinitaria, augura, o meglio, rende certi dell’unione allo Spirito. «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo (sono) con tutti voi» (2Cor 13,13). La koinonia dello Spirito comporta sia l’unione realizzata dal frutto dello Spirito (cfr Gal 5,22), sia quella con la persona stessa dello Spirito. Koinonia è associata al Padre soltanto nella Prima Lettera di Giovanni (1,3), ma è equivalentemente presente quando la comunità è fonte per i credenti di ogni dono che unisce. «La chiesa è in Dio Padre» (1Ts 1,1), elargitore di «grazia e pace, misericordioso, fonte di ogni consolazione» (2Cor 1,2-3), desideroso di reciproca intimità e familiarità che autorizza i credenti a «gridare: ’Abba! Padre!» (Rm 8,15), così come fece Gesù nel Getsemani (Mc 14,36) e per noi fa continuamente lo Spirito (Gal 4,6).

L’autentica unione al Padre, Figlio e Spirito si allarga ai fratelli. È quanto afferma il discepolo di Paolo, Luca, negli Atti degli Apostoli, specialmente nei tre sommari di vita comunitaria (At 2,42-48; 4,32-35; 5,12-16), il primo dei quali contiene la parola koinonia. «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42). Qui «comunione» è chiave interpretativa di tutti gli episodi seguenti, non solo della prima parte degli Atti, dove guida è Pietro, ma anche della seconda parte, che presenta Paolo intento a fondare nuove comunità. «Comunione» infatti, assieme all’esperienza del Risorto, include l’elemento interiore, l’essere «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32). Questa espressione racchiude il massimo grado di unione attraverso la formula greca (essere una sola anima) e quella biblica, evocativa dello šema’ (Dt 6,4) dell’amore di Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima, esteso da Gesù al prossimo (Mt 22,39): Luca qui ha «fuso totalmente l’eredità veterotestamentaria ricevuta dai LXX col patrimonio greco» (E. Haenchen).

Il passaggio dalla comunione con la Trinità all’unione con gli uomini e tra loro avviene per Paolo attraverso la presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia. «Il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo;    tutti infatti partecipiamo all’unico pane»  (1Cor 10,16-17). La comunione reale con Gesù, efficacemente espressa come unione al sangue e al corpo di Cristo, si estende a tutti i credenti che formano il corpo totale di Cristo. Essi sono uniti non principalmente attraverso una solidarietà etnica, storica e culturale, ma per una necessaria estensione dell’unione a Gesù, presente e nascosto sotto le specie eucaristiche. È la chiesa che nasce dall’Eucarestia e vive dell’Eucarestia. «L’espressione “un solo corpo” e “un solo pane” non si riduce a una formula simbolica per tradurre in modo pregnante la comunanza di vita di quelli che condividono la commensalità… c’è una relazione strettissima tra il corpo di Cristo eucaristico e quello ecclesiale. Il primo non è solo segno, ma centro dinamico e vitale del secondo» (R. Fabris).  

Quest’ultima affermazione pone una stretta relazione con 1Cor 11,23-30 che contiene il «vangelo dell’Eucarestia», ricco di due verità. I partecipati al banchetto eucaristico diventano un unico « corpo », sono la visibilità di quel « mistico » organismo di cui Gesù è il capo, gli uomini le membra (cfr 1Cor 12; Rm 12). Inoltre 1Cor 11,25 «questo calice è la nuova diatheke», cioè impegno solenne, nel mio sangue (cfr Lc 22,20; Ger 31,31-34) esprime  la volontà irreversibile del Padre e di Gesù di essere sempre compagnia dell’uomo: è il trionfo della divina misericordia.

4. La morale paolina: l’amore come dono

La dimensione etica della vita cristiana scaturisce dalla  persona, divenuta «nuova creatura». Per questo spesso Paolo unisce strettamente la narrazione dell’evento Cristo e l’esortazione a viverlo quotidianamente nella fedeltà alle norme, quali segni del cambiamento interiore. La complementarietà tra motivazioni e impegni pratici risalta anche dai modi dei verbi, che alternano indicativo e imperativo. Fondamento della nuova etica è il mistero pasquale partecipato all’uomo nel sacramento del battesimo che rende figli di Dio e il dono dello Spirito propulsore dell’agire morale fino al compimento della storia. «Tutti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo […] tutti quelli che sono guidati dallo spirito di Dio, questi sono figli di Dio» (Gal 3,27-28; Rm 8,14). «Senza il legame con il kerigma, l’etica cristiana rischia di livellarsi a semplice moralismo situazionale e senza l’etica, il kerygma del vangelo corre il pericolo di essere mutato in una forma di gnosi disincarnata: tra lo Scilla del moralismo e il Cariddi del agnosticismo transita l’attualità dell’etica paolina» (A. Pitta, Lettera ai Romani, Paoline, 494).

La parte pratica  presente in elenchi di virtù da incrementare e vizi da sradicare, trova l’esempio più completo in Rm 12. Questo capitolo da una parte, attraverso l’espressione «vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio», conclude la densa dottrina centrata sulla «giustizia» riflessa nella vita di Abramo e sull’«agape» che osa sperare perfino nella conversione di Israele, e dall’altra inizia l’esposizione di un ampio progetto di vita (Rm 13,1-15,13).

Ottimo per un esame di coscienza, Rm 12 si snoda in tre parti, paragonabili a un albero che affonda le radici nella «misericordia» presentata come «giustizia» (capp. 1-4) e «agape» (capp. 5-11) e si sviluppa nel tronco e nei rami e giunge a dare i frutti. «Vi esorto a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (12,1-2). Questa sintesi dei principi dell’agire morale o di morale generale è centrata su Dio, nominato due volte, come avveniva per il kerygma (1,16-17). Per esprimere il dono di sé a Dio, Paolo usa il linguaggio sacrificale e parla di offrire i «corpi», cioè la persona in quanto si manifesta, abolendo ogni sacrificio di animali non più gradito al Signore.

Questa novità cristiana di rivolgersi in alto ha una sua logica, acquista senso davanti a Dio. «Non offrite al peccato le vostre membra come strumenti di ingiustizia, ma offrite voi stessi a Dio come viventi, ritornati dai morti, e le vostre membra a Dio come strumenti di giustizia» (Rm 6,13). Paolo ritorna su un pensiero precedente, parlando dei credenti come tempio (1Cor 3,16; 6,19), riallacciandosi a Gesù presentato come agnello pasquale (1Cor 5,7) e strumento di espiazione (Rm 3,25). Il dono di sé al Signore si esplica in un retto comportamento che esige di rifiutare il male presente in questo mondo, nell’ambiente cioè non ancora permeato dal vangelo e rinnovare la propria mentalità che si concretizza nel «discernere» (dokimazein). Ogni situazione racchiude un volete divino: per scoprirlo necessita un’attività mentale, una valutazione, una scelta. Anche quando la scelta di Dio è definitiva e convalidata dal tempo, il credente è chiamato ogni giorno a scegliere quel dettaglio per far crescere in sé un Cristo inedito. Tre aggettivi aiutano a fare la scelta giusta. Preferire ciò che è buono per gli altri, ciò che piace a Dio specialmente quando crea armonia e non dare occasione al diavolo di danneggiare, come avviene nella discordia e infine quanto facilita il proprio cammino verso la perfezione.

Una seconda parte (12,3-8) invita ad avere un giusto concetto di sé (ripreso al v.16) e a svolgere il compito assegnato nella comunità con semplicità, diligenza, gioia, in modo che il cammino di perfezione diventi spedito nel tendere all’unità nella diversità.

La terza parte (12,9-21) costituisce una dettagliata analisi dell’agape (v.9), nelle manifestazioni interne (vv.9-13) ed esterne alla comunità (vv.14-20) conclusa con un forte invito: «non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (12,21): utile sarebbe un confronto con l’inno all’agape di 1Cor 13. Rm 12 presenta una morale obiettiva che trova il suo modello nel dire e fare di Cristo; dinamica sia per il richiamo all’attività del credente, sia per la necessità di lasciarsi guidare dallo Spirito, come detto ampiamente in Rm 8; concreta perché lascia intendere un esercizio quotidiano; comunitaria per la verifica quale emerge dalla risposta dei fratelli; missionaria, perché si configura per i non credenti come proposta senza imposizione. Una frase di S. Agostino fa emergere la diversità tra persone e comunità che si ispirano a questa morale e altre che si lasciano guidare dall’egoismo. «Gli uomini privi di speranza, quanto meno badano ai propri peccati, tanto più si occupano di quelli altrui. Infatti cercano non che cosa correggere, ma che cosa biasimare. E siccome non possono scusare se stessi, sono pronti ad accusare gli altri».

5.L’Attesa dei tempi ultimi

L’escatologia o eventi ultimi è l’orizzonte nel quale Paolo considera la vita umana dell’individuo, della comunità e del cosmo; è la dimensione del futuro in tutti gli aspetti del credere e del riflettere; colta nella speranza  è il compimento di una storia che è un fine più che una fine: essa ha trovato il vertice e un senso nuovo in Cristo Risorto. La risurrezione di Gesù Cristo, fondata su molteplici testimoni che lo hanno «visto» (cfr 1Cor 15,3-8) e riflessa in titoli, quali Cristo Signore (cfr Fil 2,11; 1Cor 16,22), Figlio di Dio (Rm 1,9) è partecipata ai credenti nel battesimo. Attraverso questo «siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinchè, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova […] anche voi consideratevi viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rm 6,4.11).

L’essere in Cristo e con Cristo  è già esperienza di risurrezione e garanzia di giungere alla risurrezione dei morti (Fil 3,10-11). Per convincere i Corinti, che la ritengono impossibile (cfr At 17,32), Paolo dà qualche spiegazione su «come risorgono i morti» e «con quale corpo verranno» (1Cor 15,35). Intanto con il termine sôma, «corpo», diverso da sárx «carne», legata alla debolezza e alla peccaminosità (cfr 1Cor 15,50), Paolo indica l’uomo intero nel suo manifestarsi. Tra il corpo terreno e quello glorificato c’è diversità e continuità, da conservare in una tensione equilibrata. Si contrappongono (cfr 1Cor 15,42-44) corruzione e incorruttibilità, umiliazione e gloria, debolezza e potenza. Con forza è affermata l’identità della persona nella trasformazione del corpo, illustrata mediante l’immagine del seme (cfr 1Cor 15,43) e fondata sulla potenza divina. L’intervento di questa dà luogo a un evento ultimo, che pone fine al tempo presente e cioè la venuta gloriosa di Gesù Cristo: il ritorno sarà diverso dalla prima comparsa nel mondo.

Il termine parousía compare 14 volte nell’epistolario paolino su un totale di 24 ricorrenze neotestamentarie. Nel primo scritto Paolo considera i tessalonicesi sua speranza, gioia, corona di gloria «davanti al Signore nostro Gesù Cristo alla sua parusia» (1Ts 2,19) e auspica che essi siano conservati irreprensibili davanti a Dio «nella venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi» (1Ts 3,13). La speranza di incontrare Cristo rende i tessalonicesi sicuri dinanzi al giudizio finale (cfr 1Ts 1,10), riservato invece agli uccisori di Cristo (cfr 1Ts 2,16): i credenti saranno «irreprensibili per la parusia del Signore nostro Gesù Cristo» (1Ts 5,23). Questa certezza risolve il problema di quei fedeli che si preoccupavano per coloro che erano già morti. Alla parusia – si chiedevano – i morti potranno godere dell’incontro con il Signore? I viventi – risponde Paolo – non avranno alcun vantaggio in quel giorno rispetto ai già defunti (cfr 1Ts 4,15). Alla venuta finale ci sarà la risurrezione di quelli che sono di Cristo (cfr 1Cor 15,23). Ambedue gli eventi, parusia e risurrezione, costituiranno il compimento (télos) della storia. Questo comporterà anche l’annientamento di ogni negatività (principato, potestà, potenza, morte) e la consegna del regno al Padre (cfr 1Cor 15,24). La parusia pertanto può essere descritta come lo svelamento definitivo di una storia salvifica del singolo, dei popoli e del mondo al momento della venuta gloriosa di Gesù Cristo. Allora avrà compimento l’intero sviluppo della storia.

È corretto allora parlare di «escatologia realizzata»? L’escatologia non è solo quella finale, ma inizia con la venuta sulla terra del Figlio di Dio che dà «pienezza» al tempo (Gal 4,4) e inaugura il regno definito «giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). È possibile già oggi vivere la koinonia (comunione) che caratterizza l’autentica vita cristiana. Il credente partecipe «della potenza della risurrezione» (Fil 3,10) diviene  «nuova creatura» (2Cor 5,17; cfr Rm 6,4; 7,6) vivendo ogni giorno in Cristo (Fil 1,21), finchè «Dio sia tutto in tutti» (1Cor 15,28). È questa la «caparra» (2Cor 1,22; 5,5) e la primizia (1Cor 15,23) ricevuta dal cristiano nel tempo dell’«escatologia che si realizza» o del «già e non ancora». Questa certezza rende spedito e gioioso il cammino verso il futuro. «Niente e nessuno può togliermi l’amore di Cristo. È certezza di Paolo. Noi possiamo perderlo. Lui non ci perde mai. È questo il Patto sottoscritto con il Sangue della Croce. Un patto per sempre. Il che vuol dire che se lo perdiamo lo possiamo ritrovare. Egli viene sempre all’appuntamento. Per questo la fede diventa ogni giorno, dovunque e in ogni circostanza, speranza. Poter ricominciare senza aver mai finito di incontrarlo» (G. Pattaro).

San Paolo, l’uomo della libertà (per continuare)

dal sito:

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/s2magazine/objects/obj_14160/files/formazione/formazione_spiritualita_zani_03.doc

San Paolo, l’uomo della libertà

Nella prima lettura abbiamo sentito queste parole: « Quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà… Investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo… Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore… E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo » (2Cor 3,16-17; 4,1.5-6)). Per cogliere meglio il senso delle parole di Paolo vale la pena vedere anzitutto come si svolge la sua argomentazione e poi cercare di capire che cosa ci dicono oggi nel tempo in cui noi viviamo.
I cristiani e soprattutto i missionari, dice Paolo, possono comportarsi e parlare con piena franchezza e apertura, perché mediante la conversione a Cristo vivono in un regime di libertà. Non hanno nulla da nascondere o da temere, perché fanno parte dell’alleanza nuova e definitiva. I giudei, invece, si richiamano al sistema legale e sono condizionati da un limite e da una oscurità insiti nella legge. Come il volto di Mosè quando usciva dall’incontro con Dio era velato, e perciò il riflesso della gloria divina era temporaneo, così la scrittura per gli ebrei non manifesta pienamente il progetto salvifico di Dio, perché sono incapaci di capirne il senso: il loro cuore, infatti è ricoperto da un velo. Manca ad essi la chiave della rivelazione, cioè della rimozione del velo, che si ha solo in Cristo. La scrittura stessa lo conferma là dove dice che il « velo viene tolto quando ci si converte al Signore » (Es 34,34). La conversione al Signore a sua volta fa spazio alla venuta dello Spirito, che è sempre Spirito di libertà. Dio ha affidato a Paolo il ministero di annunciare la libertà alla quale siamo chiamati in Cristo. A questa scoperta gioiosa egli è giunto nel momento della vocazione, che viene ricordato come se fosse per lui stato una creazione nuova.
Che cosa dice a noi oggi tutto questo? Per quanto riguarda la situazione odierna, possiamo costatare che fino a qualche tempo fa erano presenti, malgrado tutto, alcuni riferimenti di confronto: ci si confrontava con essi per consentirvi o per contestarli e magari calpestarli. C’era un complesso istituzionale di norme, di tradizioni, di consuetudini, di valori su cui la gente si confrontava, a prescindere dall’opzione precisa di fede o di pratica cristiana. Erano presenti anche limiti invalicabili per l’azione umana, stabiliti dai grandi fatti biologici, naturali, entro i quali si doveva vivere e operare. Il fatto tipico della nostra epoca è che l’uomo di oggi ha l’impressione che quasi tutto gli è possibile o gli sarà tecnicamente possibile e che i limiti sono o saranno superati. Egli avverte che sarà sempre più emancipato dal ritmo del giorno e della notte, dai ritmi e dai limiti dello spazio, grazie alla tecnologia e alle forme di trasporto velocissimo; la scienza sta travalicando le stesse leggi della generazione naturale, della procreazione, della eredità biologica. L’umanità pensa che potrà in avvenire fare tutto ciò che vuole sulla natura, sui modi di essere, sulla vita.
Di conseguenza, il fatto nuovo della storia umana è che mai come oggi si è accresciuto a dismisura il senso della libertà: la libertà dai condizionamenti naturali e biologici, libertà dalle leggi e dalle consuetudini. Mai l’uomo ha avuto tanta libertà, mai è stato più emancipato e disancorato da forme di riferimento che parevano ovvie, obbliganti, scontate, evidenti. Le norme, le regole, le tradizioni, le convenzioni di riferimento appaiono un valore relativo, non un dato assoluto che non si tocca; valgono nella misura in cui sono contrattabili in virtù di un utile, di un fine; tutto è negoziabile e opinabile, tutto può essere scelto, purché ci sia una ragione contingente. Un tale emergere del senso della libertà era sconosciuto nella storia umana.
Tuttavia, con questo crescere tumultuoso del senso prepotente della libertà (che avvince i ragazzi, i giovani, la gente semplice dei paesi e dei luoghi più remoti attraverso i messaggi che giungono dalla televisione, tesi a convincere che l’impossibile di oggi sarà possibile domani), dobbiamo constatare che la stessa libertà non è mai stata tanto manipolabile. I grandi strumenti del consenso sociale l’addormentano o la guidano mediante la tecnica applicata al controllo della vita di persone, mediante i mezzi informatici che permettono di seguire la gente in tutti gli atti più semplici dell’ambito privato. Tale controllo ci fa comprendere che la libertà cui l’uomo è assurto non è mai stata così grande e insieme così fragile.
Va inoltre ricordato che il luogo dove le tensioni della libertà e l’uscita dalle convenzioni si concentrano è la famiglia. La coppia nel matrimonio, la famiglia nella sua costituzione, nella sua durata, nella sua fecondità, viene invasa dall’opinabilità generale che non la ritiene soggetta a regole e norme da noi considerate proprie della famiglia tradizionale.
Questa situazione è vissuta da noi con atteggiamenti molto diversi.
Il primo è un atteggiamento sconsolato: stiamo andando verso la catastrofe, l’uomo non ha più regole, l’anomia crescerà. Soprattutto gli anziani manifestano un profondo disagio, un senso quasi di paura e di rabbia, una voglia di reagire oppure di nascondere la testa, rifugiandosi nel passato. Anche se si impegnano in iniziative settoriali, molti temono che si arrivi al peggio e non sanno come bloccare il male crescente.
Il secondo è l’atteggiamento di chi pensa di essere ancora in tempo a rimediare: urge ribadire le regole del vivere, rivalutarle, dal momento che la gente sbanda perché non le conosce; urge ribadire e richiamare continuamente i comandamenti. È spesso il nostro sforzo, quando pretendiamo di aiutare la gente che occorrono le regole, che l’arbitrarietà selvaggia induce alla noia della vita, a evasioni di ogni tipo, fino alle più pericolose di autodistruzione e di suicidio. Sottolineare i pericoli dell’anomia crescente e innegabile è certamente un modo di reagire.
Un terzo atteggiamento è caratterizzato dalla ricerca del « kairòs », della opportunità evangelica offerta dalla situazione globale odierna. Questo atteggiamento parte dalla intuizione che mai come oggi c’è stata così ampia possibilità di capire il messaggio evangelico, di cogliere che la libertà, nell’uomo, è imitazione di Dio, è dono di Dio, e che, attraverso una libertà tesa alla responsabilità, l’uomo può superare i pericoli di un arbitrio sfrenato, non con il ritorno al passato e la ripresa dei limiti naturali e tradizionali, bensì riscoprendo la sua vocazione di figlio di Dio, animato dallo Spirito, libero e chiamato a pienezza proprio mediante la presa di coscienza di tale libertà.
Paolo vive certamente in questo terzo atteggiamento. Per lui, se l’uomo vuole vivere nella libertà, deve convertirsi al Signore, cioè a Gesù risorto. Chi riconosce che Gesù è il Signore entra nello spazio della libertà cristiana, che ha la sua fonte interiore nel dono dello Spirito. Nel linguaggio corrente si usa spesso l’espressione « libertà di spirito »: si tratta di una dimensione interiore che qualifica l’uomo che è attivo e reattivo al punto da non lasciarsi condizionare dalla pressione dell’ambiente. A questo atteggiamento umano positivo Paolo dice che c’è un di più che dà una impronta nuova all’esistenza del credente in Cristo: la libertà nello Spirito. La libertà si trova dove è lo Spirito del Signore, lo Spirito di santificazione, lo Spirito Santo. Paolo afferma un legame di simultaneità tra lo Spirito e la libertà: se c’è lo Spirito di Cristo, c’è anche la libertà, dove è lo Spirito di Cristo vi è anche la libertà. Cristo ci ha liberati proprio in vista di una situazione di libertà vissuta.
La situazione cristiana di libertà è in contrasto con quella giudaica, detta da Paolo situazione di schiavitù, di chi è velato e impedito di vedere davanti a sé Dio. Se l’uomo si apre totalmente al dono di Cristo, si realizza in lui l’influsso liberante della sua morte e risurrezione. Per Paolo la libertà non è principalmente sociologica, politica, antropologica, ma è eminentemente trinitaria, teologica. La libertà è un dono di Dio, realizzato da Gesù Cristo, divenuto con la risurrezione Spirito datore di vita (1Cor 15,45). Questa libertà non viene da noi, dalle nostre opere; non è un diritto o la capacità di disporre di sé senza alcun condizionamento. La libertà è appartenenza a Cristo e l’uomo che aderisce a Gesù viene liberato dal peccato, dalla morte e dalla legge.
Il peccato è il primo tiranno dell’uomo (Rm 7,14). Esso non consiste in un atto sbagliato o in una catena di azioni sregolate. Le azioni sbagliate sono espressione, esteriorizzazione di una potenza negativa che agisce dentro di noi in opposizione radicale a Dio e al suo regno. Questa potenza da Paolo è chiamata peccato. Il peccato è un principio malefico, che quasi si confonde con satana, dal quale tuttavia è distinto: il peccato non è esteriore all’uomo, come satana, ma è dentro di lui e si esprime attraverso la sua condotta peccaminosa. La redenzione di Cristo non si limita alla remissione dei peccati, delle trasgressioni, ma in maniera più profonda demolisce la potenza negativa del mala e dona all’uomo un cuore nuovo, un principio interiore docile allo Spirito, che gli permette di essere fedele al Signore. Il dominio del peccato è distrutto dalla morte di Cristo (2Cor 5,21; Gal 3,13; Rm 8,2-3.15.20) e il battezzato è morto al peccato (Rm 6,10-11), è liberato dal peccato (Rm 6,18.22), è creatura nuova (Rm 6,5; 2Cor 5,17).
Strettamente congiunta al peccato è la morte: ne costituisce l’inevitabile conseguenza (Rm 5,12; 7,11), il salario (Rm 6,23), la prole. Il peccato è il pungiglione avvelenato della morte (1Cor 15,56), la morte è il frutto del peccato (Rm 7,5; Gal 6,8), la sua compagna immediata (Rm 5,12; 6,21.23). Anche la creazione ne è coinvolta a causa del peccato degli uomini. Non si può sfuggire alla schiavitù della morte senza eliminare il peccato. Ogni tentativo di evitarla è inutile. Anche accettarla stoicamente non è atteggiamento cristiano. Solo in Cristo, risuscitato dalla potenza del Padre, sono infrante le catene della morte (Rm 8,11). Siamo viventi grazie alla fede e al battesimo (Rm 6,13.17.18.22-23). La morte non ci può più separare da Dio e dalla sicura vittoria del suo amore (Rm 8,38-39). Gesù l’ha « transustanziata »: da castigo l’ha trasformata in atto di obbedienza, di fiducia, di amore; da severa pedagoga, che ci ricorda la transitorietà di tutte le cose, l’ha fatta diventare mistagoga, realtà che ci introduce pienamente nel mistero di Cristo. La piena liberazione dell’uomo dalla morte si avrà solo nella risurrezione finale con la completa redenzione del nostro corpo (Rm 8,23), quando la morte sarà annientata per sempre. Già ora però il cristiano è liberato dalla morte, perché sa che non muore da solo, ma che gli è data la grazia di morire in Cristo e con Cristo.
Cristo ci libera anche dalla legge. Nessuno più di Paolo ha percepito la differenza radicale tra chi è sotto la legge e chi è sotto la grazia, tra chi è sotto la lettera e chi è sotto lo Spirito. Paolo dice frequentemente che il cristiano è liberato dalla legge, da ogni legge che cerchi di esercitare su di lui una coercizione esteriore (Rm 6,14; 7,1-6). La legge ha la funzione poco desiderata del carceriere o del pedagogo, incaricato di condurre i bambini al loro maestro (Gal 3,23-24). La legge porta l’uomo al peccato e alla morte, è stata aggiunta in vista delle trasgressioni (Gal 3,19), serve solo a dare piena coscienza della caduta (Rm 3,20; 5,20; 1Cor 15,56). L’affrancazione dalla legge è un elemento essenziale della liberazione operata da Cristo: liberato dal peccato e dalla morte, il cristiano non sarebbe salvato se non fosse liberato anche dalla legge (Rm 6,14). Stare sotto la legge equivale a stare sotto il dominio del peccato.
Paolo insiste su questa liberazione dalla legge perché, a differenza di quanto l’uomo ritiene normalmente, essa non basta a conferire la vita, a cambiare il cuore. La legge in se stessa, anche se propone il più sublime degli ideali, non è capace di trasformare l’uomo in un essere spirituale che vive della stessa vita di Dio. La legge non ha la capacità di conferire la vita, cioè di distruggere nell’uomo la potenza di morte che è il peccato, o di reprimerla e di arginarla. La legge, anzi, permette al peccato di esercitare la sua virulenza. Pur essendo destinata a preservare la vita, la legge in realtà diventa causa almeno occasionale di morte. Il peccato si serve della legge e ci seduce.
La situazione di schiavitù opprimente è quella dell’Antico Testamento, o più esattamente quella determinata dalla legge così come era interpretata e vissuta in alcune correnti farisaiche al tempo di Paolo. Egli ne aveva fatto l’esperienza personale. Nato sotto il segno di una valorizzazione radicale della legge di Dio, mantenuta pura da tutti gli influssi dell’ambiente ellenizzato, il movimento farisaico, al quale Paolo apparteneva, era caduto nel perfezionismo. La legge, staccata di fatto da quel contatto vivo e vivificante con Dio che aveva avuto all’inizio, veniva ora analizzata dall’uomo in tutti gli aspetti possibili e veniva applicata con un’insistenza puntigliosa a tutti i dettagli della vita. L’uomo che fosse riuscito ad osservarla integralmente poteva sentirsi perfetto. Ma si trattava di una perfezione illusoria, di perfezionismo appunto. La legge donata da Dio era divenuta uno strumento nelle mani dell’uomo che se ne serviva per costruire un proprio progetto di se stesso e non poteva non restarne deluso. L’uomo, infatti, quanto più vi si impegna tanto più si sente legato in una infinità di minuzie che non gli lasciano tregua. E quando riesce ad osservarle sente il suo rapporto con Dio e con gli altri terribilmente appesantito, opprimente. L’uomo così non può sentirsi davvero realizzato: ha la sensazione di un peso che grava sulla sua vita e che gli toglie il respiro; ha la sensazione di essere in stato di schiavitù. Paolo porta per tutta la vita il segno di questa esperienza amara e dice che la legge di Dio, finita nelle mani dell’uomo è diventata « lettera che uccide » (2Cor 3,6).
Paolo ha capito che la giustizia, cioè il rapporto salvifico con Dio, sta nel convertirsi e legarsi a Gesù. Ora giunge a una valutazione nuova di tutte le cose. La giustizia fondata sulla legge non è autentica, perché in fondo è basata sui nostri sforzi, sulle nostre capacità e pretese. La legge mi dice quello che devo fare, io lo faccio e mi sento in regola. Questo sistema sembra giusto, ma in realtà non fa uscire la persona da se stessa, la lascia nel suo egocentrismo, nella sua superbia. Tutti i suoi sforzi servono a nutrire il suo orgoglio più o meno consapevole. Invece la vera giustizia viene gratuitamente da Dio, e l’uomo è invitato ad accoglierla mediante la fede: allora la persona esce da se stessa, riconosce di non poter andare avanti con le proprie forze, di aver bisogno di una relazione con un’altra Persona che la salverà. Quest’altra Persona è Gesù Cristo morto e risorto, che ci introduce nella relazione con la Trinità. Il punto essenziale della conversione è capire che il peccato consiste nel mettere la propria sicurezza in se stessi, nelle proprie opere, nel pensare bene di se stessi, nel pretendere di salvarsi con le proprie opere, con l’esecuzione fedele della legge.
Noi siamo liberati dal peccato, dalla morte e dalla legge, perché uniti a Cristo abbiamo dentro di noi una legge nuova: quella dello Spirito, quella che consiste nello Spirito, e lo Spirito è libertà. Parlando di legge dello Spirito, Paolo si richiama a due passi ben precisi dell’Antico Testamento, dove i profeti Geremia ed Ezechiele promettono un’alleanza nuova, che consiste nel dono di una legge interiore all’uomo, nel dono dello Spirito (Ger 31,31-33; Ez 36,26-27). Tramite Gesù siamo liberati dalla legge, perché abbiamo la legge dello Spirito: ci viene messa nel cuore una forza nuova, un dinamismo che consiste nell’azione Spirito stesso dentro di noi. Non si tratta più di una norma esterna, di un’indicazione magari più perfetta e più elevata di quelle contenute nell’Antico Testamento, ma di un dinamismo nuovo che ci viene dato, di un principio di azione che ci spinge ad agire spontaneamente. Lo Spirito Santo che ha agito in Gesù, rendendolo obbediente in tutto al Padre e solidale coi fratelli fino alla morte, ci viene donato perché agisca dentro di noi in maniera analoga: viene in noi, vive in noi e ci dà una connaturalità con Gesù; è lui che prega il Padre in noi, è lui che ama il Padre e i fratelli in noi. Quando lo Spirito agisce così in noi, siamo veramente liberi.
Lo Spirito ci permette di realizzare quello che Dio ci domanda. Siamo liberati dalla forza del peccato, dalla paura della morte, dalla costrizione delle norme esterne perché lo Spirito ci dona la capacità di lasciarci amare dal Padre, di fidarci costantemente di lui chiamandolo « Abbà » e dicendogli « amen », ci infonde la capacità di incarnare la fede nella carità, di amare Dio e di amare gli altri. Lo Spirito ci libera dal peccato, dalla morte, dalla costrizione della legge per vivere con un intuito interiore da figli di Dio e da fratelli tra noi, per vivere in alleanza con Dio e coi fratelli, per essere in pace con Dio e tra di noi: ci libera togliendo da noi la paura e la costrizione e infondendo in noi l’amore, che è la pienezza della legge. Animato dallo Spirito, l’uomo evita quasi d’istinto ciò che è carnale e in lui nasce invece il frutto dello Spirito che « è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé » (Gal 5,22).
A questa scoperta Paolo è arrivato nel momento della sua vocazione, sul quale riflette anche nel passo che oggi abbiamo sentito. Paolo ritorna frequentemente alla sua vocazione: ogni volta che le difficoltà lo circondano pensa a quel momento fondamentale della sua esistenza. Se non coltiviamo la consapevolezza della nostra chiamata alla fede e al ministero, a un certo punto le motivazioni del nostro agire si inaridiscono. Dovremmo perciò amare le difficoltà e le avversità che il ministero vissuto nella sua verità incontra. Sono proprio esse, se le viviamo come prova, a far crescere in noi la coscienza del senso di ciò che facciamo. Le cose facili, invece, inducono alla pigrizia e non ci aiutano a maturare il senso della chiamata. Paolo è convinto che la sua chiamata alla fede in Cristo e al ministero apostolico, come ogni vocazione, è anzitutto un’opera di Dio e non un fatto umano. La nostra vocazione al cristianesimo e al ministero presbiterale è opera di Dio, che dobbiamo riconoscere con stupore e riconoscenza.
La vocazione di Paolo fu umanamente inspiegabile. La sua strada normale era quella di continuare a vivere da fariseo, confidando nelle proprie opere, e a rifiutare Cristo, a ostacolarlo anche con la persecuzione violenta. Ma Dio intervenne e diede a Paolo una vocazione che andava esattamente in senso contrario. Dio ha chiamato una creatura peccatrice: questo è successo per Paolo, per Pietro, per tanti uomini e tante donne, per tutti noi. La spiegazione della chiamata non è mai nei meriti umani, ma nella generosità e nella misericordia straordinaria di Dio. La vocazione non è mai basata sulla nostra dignità precedente: occorre piuttosto dire che la vocazione ci conferisce gratuitamente la nostra dignità. La elezione di Dio è gratuita e precede ogni azione umana: è manifestazione della grazia e della misericordia di Dio e non ricompensa dei nostri sforzi: siamo tutti investiti del nostro ministero « per la misericordia di Dio » (2Cor 4,1). Dio si è degnato di mettersi in relazione con noi e di metterci in relazione personale con lui e per questo non possiamo mai perderci d’animo (cfr. 2Cor 4,1).
Paolo sa che Dio ha scelto un persecutore per farne un apostolo. In questo modo sa di essere chiamato a vivere la continuità tra dono battesimale e dono apostolico. Il ministero è lo sviluppo delle radici battesimali della nostra esistenza. Di conseguenza Paolo e ogni ministro non possono attribuire ai propri meriti la vocazione o la fecondità del loro ministero (1Cor 15,10; Gal 1,6). Paolo paragona la chiamata sulla via di Damasco con l’opera creatrice di Dio: il Dio che ha fatto risplendere la luce dalle tenebre, ha illuminato il suo cuore, dissolvendone le tenebre, per renderlo capace di far risplendere la gloria divina che rifulge sul volto di Cristo (2Cor 4,6). È Dio che opera in Paolo ed è ancora Dio che gli affida un compito. Questa è la grande lezione che Paolo ha imparato e ha insegnato a tutti.
Paolo è consapevole che questa iniziativa di Dio è stata preparata da lontano: Dio ha avuto un progetto su di lui fin dal seno materno (Gal 1,15). Dio si è rivolto a Paolo ritenendolo persona capace di sentire, di ascoltare, di capire, di rispondere. Dio non ha voluto fare tutto da sé, ma ha istituito un rapporto personale con Paolo: per questo gli ha parlato. In quella chiamata Paolo ha riconosciuto un fatto della grazia, della benevolenza gratuita di Dio. Da questo punto di vista, la vocazione di Paolo è prototipo di tutte le nostre vocazioni: ci fu data la grazia, per grazia siamo stati chiamati.
Questa grazia consiste nel poter conoscere il Figlio suo. Anche per Pietro è stato così (cfr. Mt 16,17). Ogni vocazione è un’azione del Padre che mette la persona chiamata in rapporto profondo col Figlio suo. Si tratta di venir chiamati a conoscere il cuore del Figlio di Dio fatto uomo. Dio non chiama per assegnare in primo luogo una funzione: la sua chiamata è anzitutto una grazia personale, dona la conoscenza intima di Gesù, Figlio di Dio. Paolo ormai impara a vedere se stesso nel Cristo che gli si fa incontro.
Questa conoscenza intima del Figlio viene data in vista di un annuncio: per far « risplendere la gloria divina che rifulge sul volto di Cristo » (2Cor 4,6), per far conoscere il cuore di Cristo come via per capire il Padre, per far conoscere il suo amore a tutti. Paolo capisce che dall’esperienza di Damasco nasce il suo impegno missionario. L’amore che Dio gli rivela è universale, riguarda tutti. Paolo comprende che Dio lo chiama a diventare apostolo del suo amore a tutte le genti, comprende che ha ricevuto la splendida missione di annunciare tra le nazioni la meravigliosa novità: tutti sono da lui amati.
La chiamata di Dio ha comportato per Paolo un cambiare tutto l’orientamento della vita, tutto il sistema di valori cui era legato, di cui era orgoglioso, tutto ciò che costituiva la sua sicurezza spirituale. Sulla via di Damasco ha rigettato tutto questo sistema di valori non per abbracciare un nuovo sistema di valori, ma per seguire una persona: Gesù Cristo. Paolo ha ormai un solo tesoro: Gesù Cristo morto e risorto. Prima riteneva di essere giusto davanti a Dio con l’osservanza delle leggi, dei divieti e delle prescrizioni, cioè con le proprie prestazioni. Non si accorgeva che in tal modo al centro di tutto non poneva Dio, autore e origine di ogni bene, ma se stesso. Cercava la salvezza nelle proprie forze, sicuro di possedere la verità. Sulla via di Damasco è liberato dalla convinzione e dal peso di salvarsi con le sue possibilità: la salvezza non è realizzabile  con le sue sole forze, ma unicamente grazie alla forza interiore che viene dallo Spirito.
Paolo capisce che convertirsi è prendere l’adesione a Cristo come base di tutta la propria esistenza. Per raggiungere Cristo c’è un solo mezzo: entrare nel suo mistero pasquale, condividere la sua croce, la sua sofferenza, per condividere anche la sua gloria. Paolo ha imparato a mettere il suo vero io nel Cristo. Per questo userà di frequente le espressioni « in Cristo », « Cristo, mio Signore », diventando il primo mistico cristiano. In Cristo, Paolo vive, parla, lavora, soffre, è lieto, si prodiga, è debole, è forte, ama, è fiducioso. La nuova vita dell’apostolo prende inizio con la scoperta che in ogni momento è valida l’espressione: « Sono vostro servitore per amore di Gesù » (cfr. 2Cor 4,5).
Paolo capisce che il primo modo per esercitare questo servizio sacerdotale è offrire se stesso a Dio: Dio non lo si onora pensando di placarlo con alcune pratiche aggiunte alla vita, come i digiuni o le penitenze. Dio lo si onora quando, non per placarlo, ma in ringraziamento per i suoi doni e a riconoscimento della sua bontà gli offriamo, uniti con Gesù, la nostra vita concreta, con le sue gioie, le sue difficoltà, le sue tentazioni, le sue speranze (cfr. Rm 12,1-2). Certamente questa offerta di noi stessi comporta anche le opere buone, ma esse sono buone perché fatte senza insuperbirsi, perché sono riconosciute anzitutto come opere dello Spirito in noi, opere della grazia di Cristo, risposta al dono di Dio.
Siamo sempre chiamati a scegliere fra una vita solitaria di schiavitù e una vita di libertà nello Spirito che ci permette di amare. Chi vuole fondare il proprio valore personale sui suoi meriti, sulle sue attività e decisioni, rimane solo nella sua superbia più o meno consapevole: con tutti i suoi sforzi nutre il proprio orgoglio, anche compiendo atti in apparenza generosi. Invece chi accoglie in tutto la fede in Cristo, chi aspetta dal suo Spirito la forza per andare avanti, per vivere nell’amore, compie la conversione essenziale. Fare questa conversione è una liberazione, che ci fa uscire da noi stessi e ci dà una serenità straordinaria e anche una grande gioia, perché non c’è serenità e gioia più grande che vivere continuamente nell’amore suscitato in noi dallo Spirito di Cristo.
Comprendiamo ora perché la libertà per Paolo, più che antropologica o sociologica, è eminentemente teologica o trinitaria. In quanto buona novella del Figlio di Dio entrato nel tempo per dimorarvi e per accoglierlo in sé, Paolo sperimenta che il vangelo è originariamente vangelo della libertà. La libertà che esso proclama è anzitutto quella del Dio che è così originariamente libero da sé, da essere costitutivamente dono di sé all’altro, comunione di amore delle tre Persone e loro apertura verso la realtà creata dal nulla, creata cioè unicamente per una decisione di amore libero e gratuito. Questa apertura di Dio verso il creato si manifesta nell’atto della sua continua creazione e nella storia della redenzione e ricapitolazione di tutte le cose in Cristo. Comunicando la sua vita, la Trinità partecipa questa libertà divina agli uomini. L’uomo è chiamato ad essere soprattutto a immagine del Figlio diletto, ad essere icona creata del Figlio, il quale nella Trinità è accoglienza increata. Nel mistero trinitario il Figlio è l’eternamente aperto ed accogliente davanti alla sorgente purissima dell’amore e della vita che è il Padre. Il Figlio è la capacità di una libera accoglienza dell’Altro: nella libertà sta eternamente davanti al Padre e da lui si lascia amare, si lascia generare nel processo eterno dell’Amore. Per l’uomo dimorare nella libertà donata significa unirsi al Figlio, mettersi alla sua sequela ed esprimersi nell’esercizio della libertà continuamente accolta e testimoniata, per appartenere incondizionatamente a Dio. Gesù ci ha liberati nella verità, che ci fa conoscere quale è la nostra vera patria e ci dà la forza di conseguirla nella pazienza del divenire. La libertà cristiana è pertanto l’incondizionato appartenere a Dio per mezzo di Cristo nello Spirito Santo, che si traduce nell’esistenza dell’uomo, il quale da un lato è liberato dalla schiavitù del peccato e dall’angoscia prodotta dal peccato, dalla morte e dalla legge, e dall’altro è reso libero per servire gli altri nella giustizia e nella carità. L’essere affrancato in Cristo diviene sorgente di una vita vissuta nella libertà e nel coraggio dell’amore.
Concludendo, due sono i pensieri di queste splendide righe scritte da Paolo e che oggi abbiamo sentito: la libertà che ha la sua fonte nello Spirito, dono di Gesù, Signore risorto, e la continua riscoperta della propria chiamata da parte di Dio. Incontrare il Signore risorto vuol dire anzitutto essere liberati dalle paure e dai pesi insiti in ogni sistema religioso basato unicamente sulla legge. Questa libertà non è anarchia, né spontaneismo emotivo, perché ha la sua fonte nello Spirito, ma è invece venire sottratti al regime del peccato, della morte e della legge, che si alimenta di egoismo e di angoscia, per fare spazio al dinamismo dell’amore, che fa maturare il progetto dell’uomo nuovo già realizzato in Gesù glorificato. È opportuno allora domandarci: dove poniamo il nostro valore personale? Sulle nostre opere, sui nostri sforzi, o unicamente sulla persona di Gesù e sulla sua grazia? C’è sempre il pericolo che altri tesori umani ci facciano perdere di vista l’unica cosa decisiva: la nostra relazione personale con Gesù, che ci ha chiamati, ci vuole liberi, ci vuole comunicare il suo amore, ci vuole partecipi del dinamismo della sua morte e della sua risurrezione. Pretendere di meritare la grazia della fede sarebbe chiudersi al dono di Dio. La base di tutta la vita spirituale è il dono di Dio: allora la nostra vita diventa libera. La conversione essenziale consiste nel riconoscere che non siamo in grado di porre noi le basi della nostra vita spirituale, ma che dobbiamo fondare tutto sull’amore di Cristo, sulla sua grazia. Chi è nel peccato in modo vistoso, riconosce più facilmente questa sua impotenza; chi non è nel peccato in modo vistoso, è tentato dallo spirito farisaico, che consiste nel credere di essere in grado di fabbricare la propria santità, nell’avere l’ambizione di salvarsi da soli. Paolo ha denunciato con forza questa illusione dell’uomo che si crede di essere l’artefice del proprio valore davanti a Dio e davanti agli uomini.
Incontrare il Signore risorto vuol dire, in secondo luogo, ritornare alle radici della nostra vocazione battesimale e presbiterale. Meditando la vocazione di Paolo siamo invitati a ringraziare Dio per il dono fatto a Paolo: la sua vocazione è diventata sorgente di grazia per tutta la chiesa. Poi possiamo ricordare la nostra vocazione personale, la nostra vocazione battesimale e quella al ministero sacerdotale; possiamo pensare alle grazie personali ricevute, alle difficoltà superate, alla conoscenza di Gesù che abbiamo ricevuto, alle persone alle quali l’abbiamo potuto annunciare. Possiamo riferire a Dio  l’iniziativa nella nostra vita: quella battesimale e quella apostolica. Egli rifulse nei nostri cuori, ha salvato la nostra esistenza dall’ambiguità del non senso, l’ha cristificata, l’ha divinizzata per un impegno missionario, per far rifulgere Cristo nel volto di ogni uomo che incontriamo.
Chiediamo a Paolo che ci sia vicino per conoscere la libertà dal peccato, dalla morte e dalla legge che ci è stata donata nel battesimo, per conoscere la vocazione ministeriale alla quale siamo stati chiamati, in modo che la nostra vita sia un « venir trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore » (2Cor 3,18), un venir trasformati in una gloria sempre maggiore, per essere simili a Cristo grazie all’azione dello Spirito del Signore, in modo che nella nostra vita acquistiamo la luminosità di Cristo. Questa qualità della vita, questa libertà viene da Gesù, che dà se stesso per noi, viene dall’eucaristia che stiamo celebrando: in essa incontriamo il Cristo morto e risorto, da essa viene la forza permanente della libertà per ogni cristiano e per ogni presbitero.

Andalo, 12 giugno 1997                                                                    

don Lorenzo Zani

Papa Bendetto: La libertà spiegata ai futuri preti e alla Chiesa (per continuare)

per continuare, tema della libertà, dal sito:

http://www.montfort.org.br/index.php?secao=documentos&subsecao=citacoes&artigo=liberdade-explicada-futuros-padres&lang=ita

La libertà spiegata ai futuri preti e alla Chiesa
Papa Benedetto XVI
Palazzo Apostolico – Diario Vaticano di Paolo Rodari  Home
 
 Lectio mirabilis di Benedetto XVI: La libertà spiegata ai futuri preti e alla Chiesa
feb 23, 2009 Pensieri sparsi
 
Venerdì pomeriggio Benedetto XVI si è recato in visita al Seminario Romano Maggiore, alla vigilia della Festa della Madonna della Fiducia. Qui ha tenuto una lezione memorabile. Ha spiegato ai seminaristi cosa sia la libertà, il sogno di tutti i tempi realizzatosi però pienamente soltanto in Cristo. Perché la libertà non realizza se stessa semplicemente nel fare ciò che pare e piace quanto nell’aprirsi alla relazione-dipendenza con Dio Creatore e alla relazione con le creature. Solo un libertà simile permette all’uomo di compiere se stesso. Insieme lo permette alla Chiesa la quale spesso invece “di inserirsi nella comunione con Cristo, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa” è formata da persone che “con arroganza intellettuale” vogliono far credere d’essere migliori degli altri: “E così – ha detto il Papa – nascono le polemiche che sono distruttive, nasce una caricatura della Chiesa, che dovrebbe essere un’anima sola ed un cuore solo”.
 
Ecco il testo integrale della lezione del Papa:
 
DISCORSO DEL SANTO PADRE
 
Signor Cardinale, cari amici,
 
è per me sempre una grande gioia essere nel mio Seminario, vedere i futuri sacerdoti della mia diocesi, essere con voi nel segno della Madonna della Fiducia. Con Lei che ci aiuta e ci accompagna, ci dà realmente la certezza di essere sempre aiutati dalla grazia divina, andiamo avanti!
Vogliamo vedere adesso che cosa ci dice San Paolo con questo testo: “Siete stati chiamati alla libertà”. La libertà in tutti i tempi è stata il grande sogno dell’umanità, sin dagli inizi, ma particolarmente nell’epoca moderna. Sappiamo che Lutero si è ispirato a questo testo della Lettera ai Galati e la conclusione è stata che la Regola monastica, la gerarchia, il magistero gli apparvero come un giogo di schiavitù da cui bisognava liberarsi. Successivamente, il periodo dell’Illuminismo è stato totalmente guidato, penetrato da questo desiderio della libertà, che si riteneva di aver finalmente raggiunto. Ma anche il marxismo si è presentato come strada verso la libertà.
 
Ci chiediamo stasera: che cosa è la libertà? Come possiamo essere liberi? San Paolo ci aiuta a capire questa realtà complicata che è la libertà inserendo questo concetto in un contesto di visioni antropologiche e teologiche fondamentali. Dice: “Questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri”. Il Rettore ci ha già detto che “carne” non è il corpo, ma “carne” – nel linguaggio di San Paolo – è espressione della assolutizzazione dell’io, dell’io che vuole essere tutto e prendere per sé tutto. L’io assoluto, che non dipende da niente e da nessuno, sembra possedere realmente, in definitiva, la libertà. Sono libero se non dipendo da nessuno, se posso fare tutto quello che voglio. Ma proprio questa assolutizzazione dell’io è “carne”, cioè è degradazione dell’uomo, non è conquista della libertà: il libertinismo non è libertà, è piuttosto il fallimento della libertà.
 
E Paolo osa proporre un paradosso forte: “Mediante la carità, siate al servizio” (in greco: douléuete); cioè la libertà si realizza paradossalmente nel servire; diventiamo liberi, se diventiamo servi gli uni degli altri. E così Paolo mette tutto il problema della libertà nella luce della verità dell’uomo. Ridursi alla carne, apparentemente elevandosi al rango di divinità – “Solo io sono l’uomo” – introduce nella menzogna. Perché in realtà non è così: l’uomo non è un assoluto, quasi che l’io possa isolarsi e comportarsi solo secondo la propria volontà. E’ contro la verità del nostro essere. La nostra verità è che, innanzitutto, siamo creature, creature di Dio e viviamo nella relazione con il Creatore. Siamo esseri relazionali. E solo accettando questa nostra relazionalità entriamo nella verità, altrimenti cadiamo nella menzogna e in essa, alla fine, ci distruggiamo.
Siamo creature, quindi dipendenti dal Creatore. Nel periodo dell’Illuminismo, soprattutto all’ateismo questo appariva come una dipendenza dalla quale occorreva liberarsi. In realtà, però, dipendenza fatale sarebbe soltanto se questo Dio Creatore fosse un tiranno, non un Essere buono, soltanto se fosse come sono i tiranni umani. Se, invece, questo Creatore ci ama e la nostra dipendenza è essere nello spazio del suo amore, in tal caso proprio la dipendenza è libertà. In questo modo infatti siamo nella carità del Creatore, siamo uniti a Lui, a tutta la sua realtà, a tutto il suo potere. Quindi questo è il primo punto: essere creatura vuol dire essere amati dal Creatore, essere in questa relazione di amore che Egli ci dona, con la quale ci previene. Da ciò deriva innanzitutto la nostra verità, che è, nello stesso tempo, chiamata alla carità.
 
E perciò vedere Dio, orientarsi a Dio, conoscere Dio, conoscere la volontà di Dio, inserirsi nella volontà, cioè nell’amore di Dio è entrare sempre più nello spazio della verità. E questo cammino della conoscenza di Dio, della relazione di amore con Dio è l’avventura straordinaria della nostra vita cristiana: perché conosciamo in Cristo il volto di Dio, il volto di Dio che ci ama fino alla Croce, fino al dono di se stesso.
 
Ma la relazionalità creaturale implica anche un secondo tipo di relazione: siamo in relazione con Dio, ma insieme, come famiglia umana, siamo anche in relazione l’uno con l’altro. In altre parole, libertà umana è, da una parte, essere nella gioia e nello spazio ampio dell’amore di Dio, ma implica anche essere una cosa sola con l’altro e per l’altro. Non c’è libertà contro l’altro. Se io mi assolutizzo, divento nemico dell’altro, non possiamo più convivere e tutta la vita diventa crudeltà, diventa fallimento. Solo una libertà condivisa è una libertà umana; nell’essere insieme possiamo entrare nella sinfonia della libertà.
 
E quindi questo è un altro punto di grande importanza: solo accettando l’altro, accettando anche l’apparente limitazione che deriva alla mia libertà dal rispetto per quella dell’altro, solo inserendomi nella rete di dipendenze che ci rende, finalmente, un’unica famiglia, io sono in cammino verso la liberazione comune.
 
Qui appare un elemento molto importante: qual è la misura della condivisione della libertà? Vediamo che l’uomo ha bisogno di ordine, di diritto, perché possa così realizzarsi la sua libertà che è una libertà vissuta in comune. E come possiamo trovare questo ordine giusto, nel quale nessuno sia oppresso, ma ognuno possa dare il suo contributo per formare questa sorta di concerto delle libertà? Se non c’è una verità comune dell’uomo quale appare nella visione di Dio, rimane solo il positivismo e si ha l’impressione di qualcosa di imposto in maniera anche violenta. Da ciò questa ribellione contro l’ordine ed il diritto come se si trattasse di una schiavitù.
 
Ma se possiamo trovare l’ordine del Creatore nella nostra natura, l’ordine della verità che dà ad ognuno il suo posto, ordine e diritto possono essere proprio strumenti di libertà contro la schiavitù dell’egoismo. Servire l’uno all’altro diventa strumento della libertà e qui potremmo inserire tutta una filosofia della politica secondo la Dottrina sociale della Chiesa, la quale ci aiuta a trovare questo ordine comune che dà a ciascuno il suo posto nella vita comune dell’umanità. La prima realtà da rispettare, quindi, è la verità: libertà contro la verità non è libertà. Servire l’uno all’altro crea il comune spazio della libertà.
E poi Paolo continua dicendo: “La legge trova la sua pienezza in un solo precetto: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Dietro a questa affermazione appare il mistero del Dio incarnato, appare il mistero di Cristo che nella sua vita, nella sua morte, nella sua risurrezione diventa la legge vivente. Subito, le prime parole della nostra Lettura – “Siete chiamati alla libertà” – accennano a questo mistero. Siamo stati chiamati dal Vangelo, siamo stati chiamati realmente nel Battesimo, nella partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo, e in questo modo siamo passati dalla “carne”, dall’egoismo alla comunione con Cristo. E così siamo nella pienezza della legge.
 
Conoscete probabilmente tutti le belle parole di Sant’Agostino: “Dilige et fac quod vis – Ama e fa’ ciò che vuoi”. Quanto dice Agostino è la verità, se abbiamo capito bene la parola “amore”. “Ama e fa’ ciò che vuoi”, ma dobbiamo realmente essere penetrati nella comunione con Cristo, esserci identificati con la sua morte e risurrezione, essere uniti a Lui nella comunione del suo Corpo. Nella partecipazione ai sacramenti, nell’ascolto della Parola di Dio, realmente la volontà divina, la legge divina entra nella nostra volontà, la nostra volontà si identifica con la sua, diventano una sola volontà e così siamo realmente liberi, possiamo realmente fare ciò che vogliamo, perché vogliamo con Cristo, vogliamo nella verità e con la verità.
 
Preghiamo quindi il Signore che ci aiuti in questo cammino cominciato con il Battesimo, un cammino di identificazione con Cristo che si realizza sempre di nuovo nell’Eucaristia. Nella terza Preghiera eucaristica diciamo: “Diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”. E’ un momento nel quale, tramite l’Eucaristia e tramite la nostra vera partecipazione al mistero della morte e della risurrezione di Cristo, diventiamo un solo spirito con Lui, siamo in questa identità della volontà, e così arriviamo realmente alla libertà.
 
Dietro questa parola – la legge è compiuta – dietro quest’unica parola che diventa realtà nella comunione con Cristo, appaiono dietro al Signore tutte le figure dei Santi che sono entrati in questa comunione con Cristo, in questa unità dell’essere, in questa unità con la sua volontà. Appare soprattutto la Madonna, nella sua umiltà, nella sua bontà, nel suo amore. La Madonna ci dà questa fiducia, ci prende per mano, ci guida, ci aiuta nel cammino dell’essere uniti alla volontà di Dio, come lei lo è stata sin dal primo momento ed ha espresso questa unione nel suo “Fiat”.
 
E finalmente, dopo queste belle cose, ancora una volta nella Lettera c’è un accenno alla situazione un po’ triste della comunità dei Galati, quando Paolo dice: “Se vi mordete e vi divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni con gli altri… Camminate secondo lo Spirito”. Mi sembra che in questa comunità – che non era più sulla strada della comunione con Cristo, ma della legge esteriore della “carne” – emergono naturalmente anche delle polemiche e Paolo dice: “Voi divenite come belve, uno morde l’altro”. Accenna così alle polemiche che nascono dove la fede degenera in intellettualismo e l’umiltà viene sostituita dall’arroganza di essere migliori dell’altro.
 
Vediamo bene che anche oggi ci sono cose simili dove, invece di inserirsi nella comunione con Cristo, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa, ognuno vuol essere superiore all’altro e con arroganza intellettuale vuol far credere che lui sarebbe migliore. E così nascono le polemiche che sono distruttive, nasce una caricatura della Chiesa, che dovrebbe essere un’anima sola ed un cuore solo.
 
In questo avvertimento di San Paolo, dobbiamo anche oggi trovare un motivo di esame di coscienza: non pensare di essere superiori all’altro, ma trovarci nell’umiltà di Cristo, trovarci nell’umiltà della Madonna, entrare nell’obbedienza della fede. Proprio così si apre realmente anche a noi il grande spazio della verità e della libertà nell’amore.
 
Infine, vogliamo ringraziare Dio perché ci ha mostrato il suo volto in Cristo, perché ci ha donato la Madonna, ci ha donato i Santi, ci ha chiamato ad essere un solo corpo, un solo spirito con Lui. E preghiamo che ci aiuti ad essere sempre più inseriti in questa comunione con la sua volontà, per trovare così, con la libertà, l’amore e la gioia.
 
PAROLE DEL SANTO PADRE AL TERMINE DELLA CENA
 
Mi dicono che si aspetta ancora una parola mia. Ho già parlato forse troppo, ma vorrei esprimere la mia gratitudine, la mia gioia di essere con voi. Nel colloquio adesso a tavola ho imparato di più della storia del Laterano, cominciando da Costantino, Sisto V, Benedetto XIV, Papa Lambertini.
Così ho visto tutti i problemi della storia e la sempre nuova rinascita della Chiesa a Roma. E ho capito che nella discontinuità degli eventi esteriori c’è la grande continuità dell’unità della Chiesa in tutti i tempi. E anche sulla composizione del Seminario ho capito che è espressione della cattolicità della nostra Chiesa. Da tutti i continenti siamo una Chiesa e abbiamo in comune il futuro. Speriamo soltanto che crescano ancora le vocazioni perché abbiamo bisogno, come ha detto il Rettore, di lavoratori nella vigna del Signore. Grazie a voi tutti!

Online, 02/06/2009 às 12:40h

Sant’Atanasio: Santissima Trinità

dal sito:

http://santamargheritaalba.blogattivo.com/comNazaret-b2/Santissima-Trinita-b2-p2.htm

Santissima Trinità

Dalle «Lettere» di sant’Atanasio, vescovo 


Non sarebbe cosa inutile ricercare l’antica tradizione, la dottrina e la fede della Chiesa cattolica, quella s’intende che il Signore ci ha insegnato, che gli apostoli hanno predicato, che i padri hanno conservato. Su di essa infatti si fonda la Chiesa, dalla quale, se qualcuno si sarà allontanato, per nessuna ragione potrà essere cristiano, né venir chiamato tale.

La nostra fede è questa: la Trinità santa e perfetta è quella che è distinta nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo, e non ha nulla di estraneo o di aggiunto dal di fuori, né risulta costituita del Creatore e di realtà create, ma è tutta potenza creatrice e forza operativa. Una è la sua natura, identica a se stessa. Uno è il principio attivo e una l’operazione. Infatti il Padre compie ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo e, in questo modo, è mantenuta intatta l’unità della santa Trinità. Perciò nella Chiesa viene annunziato un solo Dio che è al di sopra di ogni cosa, agisce per tutto ed è in tutte le cose (cfr. Ef 4, 6). E’ al di sopra di ogni cosa ovviamente come Padre, come principio e origine. Agisce per tutto, certo per mezzo del Verbo. Infine opera in tutte le cose nello Spirito Santo.

L’apostolo Paolo, allorché scrive ai Corinzi sulle realtà spirituali, riconduce tutte le cose ad un solo Dio Padre come al principio, in questo modo: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; e vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1 Cor 12, 4-6).

Quelle cose infatti che lo Spirito distribuisce ai singoli, sono date dal Padre per mezzo del Verbo. In verità tutte le cose che sono del Padre sono pure del Figlio. Onde quelle cose che sono concesse dal Figlio nello Spirito sono veri doni del Padre. Parimenti quando lo Spirito è in noi, è anche in noi il Verbo dal quale lo riceviamo, e nel Verbo vi è anche il Padre, e così si realizza quanto è detto: «Verremo io e il Padre e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Dove infatti vi è la luce, là vi è anche lo splendore; e dove vi è lo splendore, ivi c’è parimenti la sua efficacia e la sua splendida grazia.

Questa stessa cosa insegna Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, con queste parole: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13, 13). Infatti la grazia è il dono che viene dato nella Trinità, è concesso dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Come dal Padre per mezzo del Figlio viene data la grazia, così in noi non può avvenire la partecipazione del dono se non nello Spirito Santo. E allora, resi partecipi di esso, noi abbiamo l’amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello stesso Spirito.

breve commento su 1Cor 12,4-6 (tema: la Trinità)

« Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito, vi sono diversi miniteri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti » (1Cor 12,4-6 trad. CEI)

questo passo è presentato nella liturgia come Lettura breve delle Lodi del giorno della festa della Santissima Trinità;
mi sono soffermata a leggere e rileggere questo passo e considerare con quanta chiarezza e lucidità Paolo parla della Trinità; propongo questa breve lettura sia perché importante, sia perché, come ho già scritto, desidero – cercando in qualche riflessione particolare alcune idee chiave, alcuni punti di partenza -  tentare di offrire, per prima a me stessa, la possibilità di « rileggere » Paolo attraverso alcuni pensieri che possano raccogliere la persona dell’Apostolo e continuare il cammino iniziato;
metto queste letture sia sotto le categorie normali sia sotto la categoria:
scrivo il commento solo a questo breve passo:

Paul de Surgy, Lettere di San Paolo, 1Corinzi, Edizioni San Paolo 1999;

Paolo afferma che, nella loro varietà, i carismi hanno una sola origine: Dio. Per dire che le persone divine ne sono l’unica fonte, designa i carismi con termini leggermente diversi in relazione a ciascuna delle persone divine. Tali termini sottolineano che si tratta di doni gratuiti (carismi, doni della grazia), di servizi (funzioni della Chiesa, ministeri) e di attività in cui agisce Dio. Ma sarebbe inutile pretendere di classificare i carismi partendo da questa triplice distinzione che ne evidenzia l’origine trinitaria. Si nota l’interesse trinitario dei versi 4-6, i quali prsentano sul medesimo piano lo Spirito Santo, il Signore Gesù e il Padre.

Romano Penna: Una libertà altra

dal sito:

http://www.agensir.it/pls/sir/V3_S2EW_consultazione.mostra_paginat?id_pagina=2673

Una libertà altra
ANNO PAOLINO

ROMANO PENNA
 
« La verità del Vangelo » è stato il tema affrontato da mons. Romano Penna, docente di esegesi del Nuovo Testamento presso la Pontificia Università Lateranense di Roma e uno dei maggiori esperti italiani di San Paolo, nella sua « lectio magistralis » per l’inaugurazione dell’Anno accademico 2008-2009 della Pontificia Facoltà teologica « Marianum », svoltasi il 22 ottobre a Roma. Ma qual è il concetto di libertà, che sta dietro il sintagma paolino « la verità del Vangelo »? « Secondo lo sfondo semitico ma non greco, il concetto di libertà non si contrappone a vergogna, falsità, piuttosto a inautenticità, cioè fa riferimento a una condizione esistenziale, non tanto a un’astrazione metafisica ». Tenendo conto di tale contesto, ha ricordato il biblista, « questo sintagma paolino, che si trova nella Lettera ai Galati, significa che la verità del Vangelo consiste nella libertà dalla legge ». Il che vuol dire che « il cristiano non fonda la propria identità sulle prestazioni morali o religiose, ma fonda la propria identità su una nuda, pura adesione a Gesù Cristo nella sua funzione di Colui che mi ha amato e ha dato la sua vita per me, come San Paolo dice nella stessa Lettera ai Galati ».

Un concetto originale. « Si tratta – ha spiegato Penna – di un concetto di libertà originale: non è la libertà politica di cui si parla nella grecità, quella stoica filosofica o quella intesa come dominio di sé. E neanche la libertà in senso gnostico che consiste nel prendere coscienza della propria radice divina per liberarsi delle cose terrene. Sostanzialmente non è neanche la libertà della decisione morale di cui si parla in Aristotele ». Quella di Paolo, insomma, « è una libertà che si può etichettare con una parola non usuale: una libertà escatologica, cioè una libertà che viene dall’alto e che s’inscrive nella storia, pur non essendo autogena nella storia ma appartenendo a qualcosa di definitivo che congiunge il presente con il futuro ultimo. È una libertà effettivamente donata, elargita, non da conquistare. Il Vangelo non solo annuncia, ma offre questa libertà nella misura in cui il credente aderisce a Gesù Cristo ». Nel testo di Galati 5,1, San Paolo scrive: « Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù ». « È interessante – ha sostenuto il biblista – che Tommaso d’Aquino quando commenta questo testo dice che in questa libertà bisogna stare a piedi fermi, per non lasciarsi smuovere perché siamo già in questa libertà, che ci è stata donata ».

Liberi e schiavi. Che valenza può avere per l’uomo di oggi il concetto paolino di libertà? « Tale concetto non appartiene certo – per il biblista – alle pre-comprensioni usuali. Del resto tutto il Vangelo, che è un annuncio che si rivela nella sofferenza di un Crocifisso, va contro le logiche umane ». La libertà di cui parla Paolo è quella che scioglie « da tutto ciò che può essere condizionamento politico, sociale. Non a caso, in Galati 3,28 l’apostolo dice, tra l’altro: «non c`è più schiavo né libero… poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». O in 1 Corinzi 7,22 che «lo schiavo che è stato chiamato nel Signore, è un liberto affrancato del Signore! Similmente chi è stato chiamato da libero, è schiavo di Cristo». Siamo di fronte a uno scambio di situazioni, che capovolgono i parametri sociali, storici e culturali ». L’uomo moderno, a giudizio del biblista, « è invitato a prendere atto di questo modo diverso di vedere le cose e le persone, al di là delle semplici categorie politiche, sociali, culturali, da cui non si può comunque prescindere perché la libertà cristiana si esercita proprio in quel contesto politico, sociale e culturale ».

Servizio d’amore. Nella « lectio magistralis » il biblista ha fatto riferimento anche ad altre espressioni paoline, come quella « molto forte che c’è in Galati 5,1: Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi ». Per Penna, « Paolo è l’apostolo della libertà nel senso che il nostro rapporto con Dio non si fonda su opere morali ma sulla nuda accettazione di quello che ha compiuto per noi in Cristo e cioè si fonda sulla fede ». C’è da precisare, comunque sia, che « la morale nell’ottica paolina ha un suo posto bello chiaro, però, in seconda battuta. Ricopre il posto della visibilizzazione della fede sul piano del vissuto ». In particolare, « in Galati 5,6 San Paolo dice che in Cristo ciò che conta è la fede che opera per mezzo della carità, cioè la fede è il dato primario, ma per natura sua richiede una traduzione, una fruttificazione, una fioritura sul piano del vissuto concreto, che è tutto sintetizzato nell’esigenza dell’amore ». Dunque, la verità del Vangelo consiste nella libertà dalla legge, che partendo dalla libertà interiore si esprime in un servizio agapico, amorevole, verso gli altri ». Insomma, « è una libertà che non va sbandierata a scapito delle incomprensioni altrui, o dei tradizionalismi altrui, è una libertà che recede di fronte alle esigenze dell’amore. Una libertà esasperata può essere segno di immaturità adolescenziale, ma l’esercizio dell’amore è segno sicuramente di maturità e di coscienza adulta ». « L’augurio che non solo il Sinodo ma l’Anno Paolino – ha concluso don Penna – aiuti a scoprire di più l’originalità e la «scandalosità» di Paolo che non è mai stato un personaggio troppo comodo. Si è sempre cercato di addomesticarlo. C’è da augurarsi un cristianesimo meno devozionistico, meno moralistico e più aperto, disponibile a una vita di fede nuda, schietta, pura, benché vissuta in Cristo e in una dimensione comunitaria ».

(24 ottobre 2008)

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