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IL DISCORSO DI ADDIO (di Paolo, Atti, 20, 17-35)

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IL DISCORSO DI ADDIO (di Paolo, Atti, 20, 17-35)

Siamo alla seconda opera di Luca: abbiamo considerato gli Atti dal cap. 9. Proseguiremo fino al cap. 28. Tre quarti degli Atti sono dedicati alla figura e missione di Paolo fino alla sua martyrìa, cioè alla sua testimonianza davanti ai tribunali ed alla sua prigionia a Roma. Quando Paolo arriva a Roma dopo tre anni di detenzione, Luca chiude la sua opera che non è una biografia, ma una storia e riflessione sulla nascita ed espansione della Chiesa. Paolo è protagonista della Parola che parte da Gerusalemme e che, con la forza dello Spirito, arriva ai confini della terra (che è il programma che Gesù risorto, prima di ascendere al cielo, affida ai suoi discepoli). Il compito di Paolo di portare il Vangelo fino ai confini della terra non è solo una dimensione geografica, ma culturale, storico-spirituale. Luca immagina che da Roma partano le strade per raggiungere le varie culture ed etnie nelle regioni dell’impero.
Il cap. 20 degli Atti è uno dei testi più elaborati di Luca, anche se non paragonabile al discorso di Paolo nell’aeròpago ad Atene: è certamente quello di maggiore intensità ecclesiale. Qui Luca collega per la prima ed unica volta la nascita della Chiesa con la morte di Gesù. La assemblea ecclesiale è consacrata mediante il sangue di Cristo (dove però sangue non è solo espressione di violenza e di morte, ma segno di consacrazione come atto di amore). Questo testo è conosciuto anche come il testamento spirituale di Paolo: è l’ultimo discorso che egli fa: non davanti ai Greci o ai Giudei (che sono i due destinatari della missione di Paolo), ma davanti ai rappresentanti delle Chiese dell’Asia (cioè di Efeso, la grande metropoli, sede del proconsole e dove Paolo ha trascorso tre anni – in nessun altro posto l’Apostolo ha speso tanta energia e così a lungo) ed ora parla della sua attività e dei suoi “co-operatori” dopo un viaggio a Laodicea, Colossi e Gerapoli. Successivamente Paolo invierà la lettera ai Colossesi. Luca ha conservato questo discorso ai presbiteri (termine ebraico per indicare gli anziani e responsabili) della Chiesa di Efeso. Paolo li convoca a Mileto (grande porto e città che si trova subito sotto Efeso, sulla costa egèa). Paolo sta viaggiando verso Gerusalemme in piccole tappe lungo la costa. Non ha il coraggio o non vuole creare problemi e ritornare a Efeso, perché ha dovuto sottrarsi al carcere dietro cauzione dei suoi amici romani Aquila e Prisca. Egli è risalito allora verso Filippi da dove ha scritto la seconda lettera ai Corinzi. E’ fuggito da Efeso dopo la sommossa dei costruttori di souvenirs di Artemide con tentativo di linciaggio. Quando rientra da Corinto via terra per arrivare a Gerusalemme, dà l’appuntamento ai presbiteri a Mileto, dove – in 16 versetti – egli fa un bilancio della sua missione, del suo metodo. Lo sguardo è dunque al passato; la situazione presente è il martire e il testimone; il futuro. Questa è l’impostazione di un discorso di addio. Nell’ultima icona non è il Paolo teologo o grande predicatore, ma il lavoratore, bracciante al servizio del Vangelo nel campo che appartiene a Dio. E il capitolo termina con l’immagine di Paolo operaio, libero dalle preoccupazioni ed interessi umani. Il testo è pensato da uno che sa come si fanno i discorsi!

(Lettura integrale del testo: At 20, 17-35)

I presbiteri di Efeso si inginocchiano sulla spiaggia, pregano, piangono e lo accompagnano fino alla nave. Paolo parte e non tornerà più in Asia (Non vedrete più il mio volto – At 20, 25).
E’ un testamento come quello di Gesù nel Vangelo di Giovanni.
Quello che colpisce subito in questo ritratto lucano di Paolo è il testimone, l’annunciatore della Parola, definita come Parola della Grazia per due volte (dove Grazia significa iniziativa amorosa, efficace, gratuita di Dio): ai versetti 20, 24 e 20, 32.
Nella prima parte il testo è una retrospettiva, dove Paolo passa in rassegna il metodo dell’annuncio, i destinatari, il contenuto e lo scopo della sua missione. L’annuncio della Parola non è solo un proclamare, un dire pubblicamente, ma è anche un esortare, consigliare e accompagnare.
La prospettiva futura del martirio (= testimonianza) è quella del versetto At 20,29 sulla Chiesa di Dio. La Chiesa appartiene a Dio: è Lui che l’ha raccolta, messa vicino. Non si tratta solo di convocare, ma anche di tenere unite le persone. E questo è compito dello Spirito di Dio.
Nel testo (At 20, 17-35) sono evidenziate le espressioni tipiche della prospettiva che Paolo presenta alla Chiesa dell’Asia (che è rappresentata da piccole comunità di cristiani che si raccolgono in casa). Si ricordi che egli nella Rm, ma anche in 1 Cor raccomanda: Salutate la Chiesa che è… o si riunisce nella “domus” di Aquila e Prisca, della coppia romana che egli ha incontrato a Corinto e gli ha dato ospitalità.
At 20, 18: Voi sapete – qui si evidenzia lo stile paolino. Luca non cita mai le lettere perché ignora completamente che Paolo sia scrittore. Ma l’Apostolo per es. in 1 Ts ripete Voi sapete, appellandosi all’esperienza dei cristiani, come mi sono comportato…in Asia. Si tratta della Piccola Asia, terra ricca di cultura, dove è nata la filosofia greca e poi europea (Pre-socratici). In quell’ambiente Paolo ha trascorso tre anni e dice Ho servito il Signore (At 20,19). Questo è un modo paolino per osservare il ministero: non è un servizio alla comunità, ma al Signore, annunciando la Sua Parola , in mezzo a tutte le lacrime e le prove! I Giudei, suoi persecutori, non vedono di buon occhio la sua attività missionaria, che sottrae aderenti alla sinagoga a favore del movimento carismatico, legato alla figura del Crocifisso risorto, di un ebreo ucciso dai Romani.
At 20, 20: Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile… Utile è ciò che serve alla salvezza delle persone. Una serie di verbi indicano l’attività missionaria e catechistica: predicare, istruire e scongiurare evidenziano il discorso caldo e affettuoso, proprio degli amici o delle persone che si vogliono bene. In 1 Ts dice come un padre verso un figlio, perché il compito dell’educazione religiosa e morale spettava al padre in Israele. Lo scopo di tutta questa attività della Parola è di convertirsi a Dio e di credere (At 20, 21). I Greci devono riconoscere che Dio è unico e i Giudei devono credere che Gesù è il Signore, il Messia.
Nella parte centrale del brano Paolo guarda al presente. Luca riporta l’immagine che Paolo ha lasciato nelle chiese dell’Asia e la rievoca riportando il discorso di Paolo predicatore. Paolo è in viaggio verso Gerusalemme: è la sua passione, come Gesù verso il Calvario. Luca ama, come Plutarco, scrivere le vite parallele: come Gesù – Paolo; Pietro – Paolo; Gesù – Stefano. Qui dunque Paolo percorre la strada di Gesù, costretto dallo Spirito. Non sono le catene che legano Paolo, ma lo Spirito, la potenza di Dio. Lo Spirito però offre a Paolo anche tribolazioni!
Luca mette in bocca a Paolo la dichiarazione programmatica che risente di 1 Cor in cui il Nostro è diventato schiavo di tutti.
At 20, 24: purchè conduca a termine la mia corsa, in riferimento alla Parola che corre. Qui Luca ha conservato questa immagine tradizionale: la diaconia affidata dal Signore Gesù è rendere testimonianza all’azione della Grazia, che è martyria cioè testimonianza.
Paolo si sta preparando al processo, davanti al tribunale (come Gesù nel Vangelo di Giovanni). Anche Paolo prima a Gerusalemme, poi a Cesarea e infine a Roma terminerà la sua martyria con la sua morte di fronte al mondo con il taglio della testa.
At 20, 25: Ora ecco, io so che non vedrete… : Inizia così la parte più densa di questo discorso in cui emerge tutta la verità lucana, di un grande scrittore e pensatore che ha fatto un ritratto grandioso di Paolo. Questi propone una specie di esame ai cristiani dell’Asia, attraverso i loro rappresentanti che sono i presbiteri. Sul suo ruolo di Apostolo, sentinella e profeta Paolo ha detto tutta la verità ( tutta la volontà di Dio), senza sconti. Per il progetto di vita e di salvezza egli ha fatto di tutto, così che se qualcuno non si salva non è colpa sua!
At 20, 28: Il compito dei presbiteri è quello di vigilare su voi e sul gregge (Dio pastore è un’immagine biblica: Egli è l’unico pastore). Il Messia rappresenta il ruolo di Dio che convoca, protegge, guida e alimenta il suo popolo.
Il ruolo dei presbiteri di vegliare su tutto il gregge viene dallo Spirito Santo. Qui è la sostanza del ministero ordinato secondo la Tradizione cristiana: il ministero non è dato dalla curia, ma viene dallo Spirito Santo. Il vescovo non è un prefetto o un governatore civile, ma un inviato dello Spirito Santo che governa attraverso i sacramenti. La Chiesa non è un ente internazionale, ma una convocazione per la quale i presbiteri sono delegati a vegliare sui credenti.
At 20, 28: come vescovi non è una espressione felice, perché fa credere che i presbiteri siano episcopoi!
At 20, 28: la Chiesa appartiene a Dio perché è preziosa e perché il prezzo del suo riscatto è la morte di Gesù. E’ l’unica volta in cui Luca mette in evidenza la morte di Gesù come redenzione, riscatto. Luca dice infatti che è la resurrezione (non la morte) che ci salva. Qui si tratta di un linguaggio tradizionale che Luca ha assunto per affermare che la Chiesa è sigillata, è fondata sul dono che Gesù ha fatto della sua vita.
At 20, 29: E’ un’oscura minaccia di quelli che vogliono disperdere il gregge (riferimenti devianti sono esistiti sempre nella Chiesa).At 20, 31: torna il tema di Paolo che parla in maniera molto emotiva con le lacrime (e che si ritrova in 1 Cor e nella lettera ai Filippesi. Noi non siamo abituati a vedere un vescovo o un papa che piange per esortare: è un coinvolgimento affettivo di Paolo che ha un animo molto materno, non duro, arcigno, come traspare dalle sue lettere. E Luca, accanto alla descrizione di tribolazioni di Paolo, ha conservato un uomo che esorta fra le lacrime, prima dell’abbraccio finale.
At 20, 32-33 : Ora vi affido a Dio… Come ogni buon discorso di addio, anche quello di Paolo termina con una preghiera: la Parola è una forza che ti protegge e ti conduce fino al compimento dell’eredità, cioè alla pienezza di adesione a Dio. Qui Luca cambia: non siamo noi a custodire la Parola, ma essa a custodire noi. Leggere e ascoltare la Parola è il mezzo per essere salvati, perché ha il potere di edificare e creare rapporti e concedere l’eredità (= momento finale).
At 20, 33 : Non ho desiderato né argento, né oro, né vestiti. La povera gente che non aveva monete d’oro o d’argento, ripagava in vestiti. Siamo all’immagine finale di Paolo, disinteressato come dovrebbe essere ogni Leader o capo del mondo antico ed anche moderno.
At 20, 34 : Voi sapete che alle necessità mie… Paolo era un costruttore di tende e si è mantenuto spesso col suo lavoro di abile tessitore. In 1 Ts, 1 e 2 Cor egli parla del suo lavoro con le sue mani, non solo per essere autonomo, ma anche per aiutare i deboli e chi non poteva mantenersi.
At 20, 35 : Vi ho dimostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così. Questo è un grande principio etico della comunità cristiana. Si pensi che i monaci in Egitto lavoravano per distribuire i beni ai poveri di Alessandria (per es. Antonio). E’ un pensiero che si ritrova anche in Efesini: lavorare per aiutare chi non ha il necessario.
At 20, 35 : Vi è più gioia nel dare che nel ricevere: è probabilmente un’espressione di Gesù che Luca ha messo in bocca a Paolo, ma non ha riportato nel suo Vangelo. Questa frase è come una perla in questo cammeo col ritratto di Paolo.

PAPA FRANCESCO – I GUAI DI SAN PAOLO (Atti 22, 30; 23, 6-11)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2013/documents/papa-francesco-cotidie_20130516_san-paolo.html

PAPA FRANCESCO – I GUAI DI SAN PAOLO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 16 maggio 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 112, Ven. 17/05/2013)

Con la sua testimonianza di verità il cristiano deve «dar fastidio» alle «nostre strutture comode», anche a costo di finire «nei guai», perché animato da una «sana pazzia spirituale» per tutte «le periferie esistenziali». Sull’esempio di san Paolo, che passava «da una battaglia campale a un’altra», i credenti non devono rifugiarsi «in una vita tranquilla» o nei compromessi: oggi nella Chiesa ci sono troppo «cristiani da salotto, quelli educati», «tiepidi», per i quali va sempre «tutto bene», ma che non hanno dentro l’ardore apostolico. È un forte appello alla missione — non solo nelle terre lontane ma anche nelle città — quello che Papa Francesco ha lanciato stamani, giovedì 16 maggio, nella messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae.
Punto di partenza della sua riflessione il passo degli Atti degli apostoli (22, 30; 23, 6-11) che vede protagonista appunto san Paolo nel pieno di una delle sue «battaglie campali». Ma stavolta, ha detto il Papa, è una battaglia «anche un po’ iniziata da lui, con la sua furbizia. Quando si è accorto della divisione fra quelli che lo accusavano», tra sadducei e farisei, ha fatto in modo che andassero «uno contro l’altro. Ma tutta la vita di Paolo era di battaglia campale in battaglia campale, di persecuzione in persecuzione. Una vita con tante prove, perché anche il Signore aveva detto che questo sarebbe stato il suo destino»; un destino «con tante croci, ma lui va avanti; lui guarda il Signore e va avanti».
E «Paolo dà fastidio: è un uomo — ha spiegato il Pontefice — che con la sua predica, con il suo lavoro, con il suo atteggiamento dà fastidio perché proprio annuncia Gesù Cristo. E l’annuncio di Gesù Cristo alle nostre comodità, tante volte alle nostre strutture comode, anche cristiane, dà fastidio. Il Signore sempre vuole che noi andiamo più avanti, più avanti, più avanti». Vuole «che noi non ci rifugiamo in una vita tranquilla o nelle strutture caduche. E Paolo, predicando il Signore, dava fastidio. Ma lui andava avanti, perché aveva in sé quell’atteggiamento tanto cristiano che è lo zelo apostolico. Aveva proprio il fervore apostolico. Non era un uomo di compromesso. No! La verità: avanti! L’annuncio di Gesù Cristo: avanti! Ma questo non era soltanto per il suo temperamento: era un uomo focoso».
Tornando al racconto degli Atti, il Papa ha rilevato come «anche il Signore s’immischia» nella vicenda, «perché proprio dopo questa battaglia campale, la notte seguente, dice a Paolo: coraggio! Va’ avanti, ancora di più! È proprio il Signore che lo spinge ad andare avanti: “Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma”». E, ha aggiunto il Papa, «fra parentesi, a me piace che il Signore si preoccupi di questa diocesi fin da quel tempo: siamo privilegiati!».
«Lo zelo apostolico — ha quindi precisato — non è un entusiasmo per avere il potere, per avere qualcosa. È qualcosa che viene da dentro e che lo stesso Signore vuole da noi: cristiano con zelo apostolico. E da dove viene questo zelo apostolico? Viene dalla conoscenza di Gesù Cristo. Paolo ha trovato Gesù Cristo, ha incontrato Gesù Cristo, ma non con una conoscenza intellettuale, scientifica — è importante perché ci aiuta — ma con quella conoscenza prima, quella del cuore, dell’incontro personale. La conoscenza di Gesù che mi ha salvato e che è morto per me: quello proprio è il punto della conoscenza più profonda di Paolo. E quello lo spinge a andare avanti, annunciare Gesù».
Ecco allora che per Paolo «non ne finisce una che ne incomincia un’altra. È sempre nei guai, ma nei guai non per i guai, ma per Gesù: annunciando Gesù, le conseguenze sono queste! La conoscenza di Gesù Cristo fa che lui sia un uomo con questo fervore apostolico. È in questa Chiesa e pensa a quella, va in quella e poi torna a questa e va all’altra. E questa è una grazia. È un atteggiamento cristiano il fervore apostolico, lo zelo apostolico».
Papa Francesco ha poi fatto riferimento agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, suggerendo la domanda: «Ma se Cristo ha fatto questo per me, cosa devo fare io per Cristo?». E ha risposto: «Il fervore apostolico, lo zelo apostolico si capisce soltanto in un’atmosfera di amore: senza l’amore non si capisce perché lo zelo apostolico ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale, di sana pazzia. E Paolo aveva questa sana pazzia».
«Chi custodisce proprio lo zelo apostolico — ha proseguito il Pontefice — è lo Spirito Santo; chi fa crescere lo zelo apostolico è lo Spirito Santo: ci dà quel fuoco dentro per andare avanti nell’annuncio di Gesù Cristo. Dobbiamo chiedere a lui la grazia dello zelo apostolico». E questo vale «non soltanto per i missionari, che sono tanto bravi. In questi giorni ho trovato alcuni: “Ah padre, è da sessant’anni che sono missionario nell’Amazzonia”. Sessant’anni e avanti, avanti! Nella Chiesa adesso ce ne sono tanti e zelanti: uomini e donne che vanno avanti, che hanno questo fervore. Ma nella Chiesa ci sono anche cristiani tiepidi, con un certo tepore, che non sentono di andare avanti, sono buoni. Ci sono anche i cristiani da salotto. Quelli educati, tutto bene, ma non sanno fare figli alla Chiesa con l’annuncio e il fervore apostolico».
Il Papa ha invocato quindi lo Spirito Santo perché «ci dia questo fervore apostolico a tutti noi; ci dia anche la grazia di dar fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa; la grazia di andare avanti verso le periferie esistenziali. La Chiesa ha tanto bisogno di questo! Non soltanto in terra lontana, nelle Chiese giovani, nei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo. Ma qui in città, in città proprio, hanno bisogno di questo annuncio di Gesù Cristo. Dunque chiediamo allo Spirito Santo questa grazia dello zelo apostolico: cristiani con zelo apostolico. E se diamo fastidio, benedetto sia il Signore. Avanti, come dice il Signore a Paolo: “Coraggio!”».
Hanno concelebrato, tra gli altri, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson e il vescovo Mario Toso, rispettivamente presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, monsignor Luigi Mistò, segretario dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), e il gesuita Hugo Guillermo Ortiz, responsabile dei programmi di lingua spagnola di Radio Vaticana. Tra i presenti, personale del dicastero Iustitia et Pax e un gruppo di dipendenti dell’emittente vaticana.

 

ATTI 17, 22-34 – DISCORSO DI PAOLO NELL’AREOPAGO DI ATENE

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ATTI 17, 22-34 – DISCORSO DI PAOLO NELL’AREOPAGO DI ATENE

Meditazione di Aldo Palladino
Chiesa Valdese di Via Nomaglio, 8 – Torino
Domenica, 13 aprile 2008

Il testo biblico
22 E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse:
«Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. 23 Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annunzio. 24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; 25 e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. 26 Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, 27 affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. 28 Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: « Poiché siamo anche sua discendenza ». 29 Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana. 30 Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, 31 perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo ch’egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti».
32 Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano: «Su questo ti ascolteremo un’altra volta». 33 Così Paolo uscì di mezzo a loro. 34 Ma alcuni si unirono a lui e credettero; tra i quali anche Dionisio l’areopagìta, una donna chiamata Damaris, e altri con loro.

oooOooo

Rivelazione di Dio e religione a confronto
L’altare « al dio sconosciuto » (agnosto theo), che Paolo trova ad Atene, è l’espressione originale ed estrema di una religiosità espressa attraverso attività cultuali idolatriche e un sistema d’affari che si era sviluppato intorno al mercato del sacro. Quella religiosità tentava di fornire le risposte alle domande ricorrenti di quel tempo in merito al potere e ai desideri delle divinità, all’origine e al destino dell’umanità, alla possibilità dell’uomo di rispondere agli dèi con offerte, sacrifici, e ogni altro comportamento rivolto ad evitare soprattutto la loro ira o i loro capricci. Per Paolo, quell’altare è il sintomo di una ricerca, di domande che attendono una risposta, di un bisogno spirituale inappagato. Gli Ateniesi sono un popolo che indaga e discute, che riflette e critica, che dialoga ed è pronta al confronto con le novità emergenti, e Atene, definita « la pupilla della Grecia » da Filone, « la lampada [il faro] di tutta la Grecia » da Cicerone, « la madre di tutte le arti », ancorché in possesso di un patrimonio artistico e culturale di grande splendore, è un gran mercato non solo d’idoli (At 17,16), di statuette di marmo, di bronzo, di legno o di argilla, ma anche sede culturale d’importanti sistemi filosofici epicurei, stoici, cinici, neopitagorici, medioplatonici. Insomma, Atene è il più importante centro di incontro e di confronto culturale dell’area mediterranea e mediorientale.
In quel panorama, anche per Paolo c’è spazio per l’annuncio dell’evangelo, della « buona notizia » di Gesù e della sua risurrezione. Non si sottrae al confronto, non guarda le cose con lo spirito di un turista, un po’ divertito e distaccato, ma al contrario si getta nella mischia con il carattere del missionario che ha qualcosa d’importante da comunicare o Qualcuno da presentare: nella sinagoga discute con i Giudei e nella piazza con quelli che vi si trovavano (v. 17), gente comune, bigotti, curiosi, tradizionalisti, uomini e donne di passaggio, artigiani e commercianti. E incontra anche filosofi epicurei e stoici (18) e personaggi della cultura ateniese.
Il messaggio cristiano raggiunge dunque gli ateniesi « estremamente religiosi » (deisidaimonestérous) e la rivelazione di Dio, sia pur mediata dall’uomo, entra in contatto con la « religione », di cui svela limiti e debolezze.
Così scrive il prof. Paolo Ricca in un suo recente articolo, comparso sul n. 13 del settimanale « Riforma » della Chiesa Valdese: « Karl Barth… ha dedicato alla religione un lungo e importante paragrafo (il § 17) della sua Dogmatica, nel quale contrappone la religione alla rivelazione e, alla luce di quest’ultima, definisce la religione come «incredulità», come «la specialità dell’uomo senza Dio». «Se l’uomo credesse – egli scrive – ascolterebbe; invece, nella religione, è lui che parla. Se l’uomo credesse, accetterebbe; invece, nella religione, vuole prendere. Se l’uomo credesse, lascerebbe Dio agire come Dio; invece, nella religione, l’uomo non esita a voler afferrare Dio». È vero: nella religione il protagonista è l’uomo, nella rivelazione è Dio. La religione è un prodotto umano (molto umano), la rivelazione è opera divina. Come prodotto umano, la religione può essere, come s’è detto, molte cose, anche negative (superstizione, settarismo, fanatismo, ecc.), e come tale è da combattere ovunque si manifesti, a cominciare dalle chiese… Ma la religione può anche essere altro, e cioè, molto semplicemente, una domanda, l’espressione di un bisogno, di un’attesa, forse persino di una ricerca. In questo senso, la religione non è da combattere, ma da capire, se possibile da decifrare, e forse da ascoltare, anche quando la domanda, come spesso accade, è formulata male o addirittura deviata. La religione come domanda non è, secondo me, «una cosa cattiva»; la «cosa cattiva» è considerata una risposta. La risposta alla domanda implicita nella religione non sta nella religione, ma nella rivelazione ».

Il discorso nell’Areòpago
Dopo essere stato accusato da alcuni di essere un ciarlatano (letteralmente, una cornacchia), un seminatore di parole, e da altri un predicatore di divinità straniere (v.18) [da notare che gli uditori di Paolo credevano che egli fosse portatore di due divinità, Gesù e la dea Anastasis=risurrezione], l’apostolo Paolo è condotto nell’Aeròpago (da Areios pagos = collina di Ares, cioè di Marte) per consentirgli di spiegare in modo più approfondito il soggetto della sua predicazione. Ed è qui che Paolo intrattiene i suoi ascoltatori su quel « Dio sconosciuto o ignoto » al quale essi avevano eretto un altare.
Si tratta evidentemente di un pretesto, di un punto d’aggancio da cui far partire il suo discorso sul Dio unico e vero, una retorica captatio benevolentiae all’interno del comportamento di Paolo di farsi giudeo con i giudei e greco con i greci per guadagnare tutti a Cristo (1Cor. 9,20-23).

Dunque, Paolo rivela il « dio sconosciuto ». Il suo annuncio (kérigma) può essere riepilogato in quattro punti:
1) Dio è il Creatore dei cieli e della terra (v.24);
2) Dio è il Creatore dell’intera umanità, che è discendenza di Dio (v.26-28);
3) L’uomo è chiamato a convertirsi dagli idoli all’Iddio unico e vero (29-30);
4) Dio ha stabilito la sua giustizia per mezzo di un uomo, Gesù Cristo, morto e risuscitato (31).

Dio è lontano e vicino
È evidente che il contributo di Paolo non poteva prescindere dalla sua cultura giudaica, né poteva distaccarsi dalla sua esperienza di fede consolidata in anni di servizio. Il Dio di cui parla Paolo è lo stesso di quello presentato nei racconti della creazione in Genesi, all’atto della creazione di Adamo, di Eva, ed è lo stesso Dio del Decalogo (Es. 20, 2-5) e dello Shèmà di Deut. 6,4, che celebra l’unicità di Dio. L’Iddio di Paolo non è materializzabile in un idolo, né può essere relegato in luoghi chiusi, templi o edifici costruiti per farne una sorta di pantheon di più divinità. L’Iddio di Paolo è creatore: medita, progetta, esegue, ama, entra in relazione con l’uomo, si avvicina e si allontana, è libero. È l’Iddio vivente e vero che, come dice il Salmista, ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutto ciò ch’è in essi; che mantiene la fedeltà in eterno, che rende giustizia agli oppressi, che dà il cibo agli affamati…libera i prigionieri, apre gli occhi ai ciechi, rialza gli oppressi, ama i giusti, protegge i forestieri, sostenta l’orfano e la vedova, ma sconvolge la via degli empi, regna per sempre (Salmo 146,6-10), che odia il peccato e ama il peccatore fino a dare tutto per lui. Questo Dio è il motore e la vita dell’umanità e tutti hanno la possibilità di conoscerlo e rispettarlo come Padre, perché tutti sono suoi discendenti, essendo stati creati a sua immagine e a sua somiglianza. La relazione Dio-uomo, che rende Dio vicino all’uomo, non è tuttavia una relazione di possesso di Dio da parte dell’uomo né dell’uomo da parte di Dio, perché è in gioco la libertà di Dio e la libertà dell’uomo. Tutte le volte che l’uomo intende manipolare o imprigionare Dio, disponendo di Lui a suo piacimento, Dio, che è vicino o dentro l’uomo, si allontana. Dio, dunque, è vicino e lontano.
La nostra attuale vocazione: predicare Cristo, non colonizzare la società
L’annuncio di Paolo è per noi un modello di confronto pacato tra la cultura ellenistica e il messaggio giudeo-cristiano. Non c’è sentimento d’aggressività né arroganza nelle sue parole. Neanche di giudizio personale per una religione idolatra o per una cultura senza Dio. Lontana da lui è la volontà di imporre una propria visione della vita, con il proponimento di colonizzare quell’ambiente e piegarlo alle sue idee. Piuttosto, c’è in lui il sentimento di offrire un servizio, una via di fuga da una religiosità morta e senza speranza. La sua predicazione rende il « Dio sconosciuto » in Dio conoscibile attraverso la vita e l’opera di Gesù Cristo, che lui ha incontrato sulla via di Damasco. Conoscere Gesù Cristo morto e risorto significa riconoscere l’azione di Dio per questa umanità. Oggi come allora, è possibile comprendere che Dio agisce quando la linfa della vite, che è Gesù Cristo, scorre fino ai tralci (i credenti in Cristo) perché questi producano dei frutti (Giov. 15,1-11).Predicare il messaggio di liberazione e di salvezza in Cristo, vivere la vita con uno spirito di confronto e di dialogo (non di contrapposizione) è la nostra vocazione attuale. Non è più il tempo delle crociate o delle guerre di religione, alimentate da una cultura di violenza, di sopraffazione, dalla sete del potere, che hanno prodotto soltanto sangue, morte e a nulla sono servite. Quel tempo è finito. Oggi noi abbiamo la responsabilità di incontrare il fratello uomo nella sua dimensione d’umanità per dialogare, parlargli, accoglierlo anche nella differenza culturale e presentargli la visione di un cammino insieme seguendo le indicazioni di una vita possibile secondo lo spirito del Regno di Dio.
Come è successo a Paolo, può darsi che questo modo di ragionare faccia sorridere qualcuno. Ma noi andremo avanti in questo progetto, perché qualcuno si unirà a noi e crederà che il Regno di Dio e la sua giustizia in Cristo Gesù è possibile, qui e ora. Così han fatto Dionisio l’aeropagita, una donna chiamata Damaris e altri con loro, che si unirono a Paolo e credettero (v.34).

 

PAOLO E LA TESTIMONIANZA DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI

http://www.gliscritti.it/approf/2008/web/walt/walt201208.htm

PAOLO E LA TESTIMONIANZA DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI

di Luigi Walt

Riprendiamo dal sito www.letterepaoline.it l’articolo scritto da Luigi Walt, curatore dello stesso sito, il 19 ottobre 2008. I neretti sono nostri ed hanno l’unico fine di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (18/12/2008)

L’altra fonte canonica di cui disponiamo per una ricostruzione biografica dell’attività di Paolo è costituita dagli Atti degli Apostoli, un testo che si rivela imprescindibile per la nostra conoscenza dei primi passi del movimento di Gesù.
Il Canone Muratori, del II secolo, lo nomina nel suo elenco dei testi ritenuti normativi dalle chiese, col titolo di Acta omnium apostolorum, una denominazione che risulta a conti fatti impropria: la narrazione si concentra infatti sulle gesta (práxeis) di Pietro prima (At 1,1-12,25), e di Paolo poi (At 13,1-28,31), con digressioni anche estese su personaggi estranei all’originaria cerchia dei Dodici (ad esempio Stefano e il gruppo dei “sette”), e solo qualche sporadica notizia su Giacomo e Giovanni, le altre due “colonne della Chiesa” (secondo Gal 2,9).
Gli Atti vennero concepiti dal loro autore, riconosciuto dalla tradizione nel terzo evangelista (cf. ad es. Ireneo di Lione, Adv. haer. III,1,1: “Luca discepolo di Paolo”; III,10,1: “Luca discepolo degli apostoli”; III,14,1; 15,39; 16,8: “Luca collaboratore di Paolo”), come seconda parte di un dittico, uno scritto unitario comprendente una previa narrazione dell’opera di Gesù (il Vangelo), e dedicato a un non meglio conosciuto Teofilo, forse personaggio immaginario, forse neofita del movimento e alto funzionario di Roma (cf. Lc 1,1-4 e At 1,1).
L’inscindibilità degli Atti dal Vangelo, che potrebbe emergere accostando i due testi e studiandone i parallelismi strutturali, era stata “teologicamente” intravista da Giovanni Crisostomo: «i Vangeli – come ebbe a dire – sono la storia di quelle cose che Cristo fece e disse, mentre gli Atti lo sono di quelle che l’altro Paraclito [ossia lo Spirito Santo] disse e fece».
La narrazione di Luca si sviluppa secondo una precisa progressione geografica – da Gerusalemme a Roma, attraverso Samaria, Giudea, Siria, Asia minore e Grecia – alla quale è sottesa un’evidente intenzionalità storico-teologica: quella d’indicare il passaggio della Rivelazione dall’ambito strettamente giudaico e palestinese all’inclusione completa dei Gentili nel piano della salvezza (cf. il discorso di Paolo in At 13,46-47).
Il proposito lucano è chiaro sin dal principio del testo, quando Gesù stesso, prima dell’ascensione, esorta gli apostoli a ricevere lo Spirito Santo, per essergli testimoni «fino alle estremità della terra» (At 1,8). L’espressione greca éos eschatou tês gês non intende semplicemente alludere alla diffusione dell’annuncio evangelico presso le comunità ebraiche della diaspora, bensì echeggia un versetto di Isaia: «Io ti farò luce delle Genti, perché la mia salvezza raggiunga le estremità della terra» (Is 49,6 LXX).
La lettura teologica degli eventi compiuta da Luca ha generalmente spinto gli studiosi ad un ripudio degli Atti quale fonte storica attendibile: eppure, seguendo in ciò lo stile dei primi scritti cristiani, l’autore non elimina a bella posta episodi che potrebbero mettere in cattiva luce il movimento, ma al contrario li registra, conferendovi una significazione “provvidenziale”.
L’armonizzazione dell’operato apostolico di Pietro e di Paolo, la differenza tra il Paolo delle lettere e il Paolo degli Atti, la ricostruzione letteraria dei discorsi pubblici degli apostoli, la sapiente e tutto sommato organica proporzione delle parti, hanno fatto propendere gli studiosi verso una datazione complessiva del documento – che appare stilisticamente omogeneo – ad un periodo posteriore di almeno vent’anni la morte di Paolo (avvenuta fra il 65 e il 67).
Tuttavia, la brusca interruzione del racconto con la (prima?) prigionia romana dell’apostolo, i resoconti spesso sommari di singoli episodi (dovuti forse a interventi redazionali successivi o più probabilmente all’utilizzo di fonti diverse) e l’uso della prima persona plurale nelle cosiddette Wir-stücken o “sezioni-noi” (At 16,10-17; 20,5-21; 27,1-28,16), che presuppongono tra le fonti un testimone oculare (plausibilmente un compagno di viaggio di Paolo), non possono far escludere una prima stesura attorno agli anni che vanno dal 62 al 66.
Il classico argomento a favore di una datazione così alta è il fatto che l’autore di At non accenna nemmeno all’esistenza di uno scambio epistolare fra l’apostolo e le varie comunità: avrebbe potuto attingervi comodamente, per la stesura dei discorsi di Paolo riportati.
Ma cosa può significare, in realtà, questo strano silenzio? Lo spettro delle spiegazioni possibili è molto ampio:
l’autore, disponendo di altre fonti (forse lo stesso Paolo), non ha bisogno di citare le lettere;
l’autore trascura intenzionalmente l’epistolario, perché: b1) lo considera già sufficientemente noto (cosa improbabile); b2) il suo è un lavoro di integrazione di alcune fonti con altre (dunque per una ragione di economia storiografica); b3) si rivolge ad un destinatario al quale non è importante (o opportuno) far conoscere l’esistenza della comunicazione epistolare dell’apostolo; b4) non è interessato tanto a presentare il pensiero di Paolo, quanto a tracciarne il dinamismo missionario (di qui l’insistenza sui “miracoli” e le peripezie dei viaggi);
l’autore ignora l’esistenza stessa dell’epistolario paolino.
Non si può non dar ragione a Giuseppe Barbaglio, quando scrive che, in una ricerca storica su Paolo, il testo degli Atti dovrebbe essere usato con grande senso critico, tuttavia non si può essere d’accordo con lui nel valutare come “ibrido” il metodo di abbinare i dati delle lettere alla testimonianza degli Atti, in quanto «fonti documentarie non parallele e ancor meno omogenee» (così in Paolo di Tarso e le origini cristiane, Assisi 1989, p. 19).
Se è corretto rilevare la sistemazione teologica dell’autore degli Atti nel delineare il ritratto del “suo” Paolo, non lo è altrettanto subordinare i numerosi dati storici ch’esso fornisce, integrabili con testimonianze esterne, alla presentazione in ogni caso “di parte” che Paolo fornisce di sé nelle proprie lettere, o alle pur scarse testimonianze autobiografiche ivi reperibili.
D’altra parte, va anche ricordato che il ripudio di Atti come fonte storicamente inattendibile trascura la modalità stessa di presentazione della storiografia antica, che non era interessata a una ricostruzione del passato «wie es denn eigentlich gewesen» (secondo la celeberrima espressione di Leopold von Ranke), «così come è stato».
In questo, l’operazione storiografica degli antichi potrebbe addirittura essere considerata, nella valutazione dei propri limiti e scopi, come (involontariamente) più onesta di quella di tanti autori moderni. È un po’ quello che accade, facendo un paragone ardito, nell’arte dell’icona.

In questa icona russa del XVI secolo, ad esempio, vediamo Luca intento a ritrarre la Madre di Dio:

PAOLO E LA TESTIMONIANZA DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI dans LETTURE DAGLI  ATTI DEGLI APOSTOLI img01

Ed è sufficiente confrontare la posa di quest’ultima con quella ch’essa stessa assume nella tela dell’evangelista-pittore, per accorgersi della differenza fra un piano di realtà e l’altro.

LA « PARRESIA » DI SAN PAOLO, OVVERO IL CORAGGIO DI DIRE LA VERITÀ ANCHE DAVANTI AL POTERE – ATTI 26,1-23;

http://www.dongiorgio.it/archivio-sito/scelta.php?id=1834

LA « PARRESIA » DI SAN PAOLO, OVVERO IL CORAGGIO DI DIRE LA VERITÀ ANCHE DAVANTI AL POTERE – ATTI 26,1-23;

Per comprendere il brano degli Atti degli Apostoli che la liturgia ci propone in questa domenica come prima lettura bisognerebbe fare qualche passo indietro. Paolo viene arrestato dal tribuno romano per proteggerlo da una sommossa popolare scatenata dai giudei. Prima o poi doveva succedere: l’apostolo ogni giorno predicava una Parola, quella di Cristo, che stava veramente provocando le ire dei capi. Viene condotto nella fortezza Antonia perché possa chiarire le vere motivazioni della sommossa. Prima però chiede di poter parlare al popolo per difendersi dalle accuse. Pronuncia così il primo dei tre discorsi in sua difesa. Il secondo lo pronuncerà davanti al procuratore Felice e il terzo davanti al re Agrippa e al procuratore Festo. Quali sono le accuse che gli sono state rivolte? Sovvertire il popolo, violare la legge e aver portato con sé dei pagani all’interno del santuario, accuse che potevano costare la morte. Anzitutto: sovvertire il popolo. Come vedete, siamo sempre alla solita accusa, quella di sovvertire l’ordine pubblico, un’accusa che fa sempre comodo e che può interessare sia la religione che lo stato. La religione può anche accontentarsi di difendere l’ordine diciamo dottrinale (l’Inquisizione insegna), ma allo Stato interessa in modo particolare l’ordine pubblico. Comunque, anche le eresie dottrinali fanno paura allo stato, in quanto creano un certo scompiglio tra la gente. Se poi le cosiddette eresie mettono in discussione lo stesso sistema statale, allora lo stato è sempre pronto a dare una mano alla religione per sradicarle. Seconda accusa: violare la legge, in particolare quella del sabato. D’altronde l’ordine pubblico non è forse fondato sulla legge? È sempre pericoloso parlare di Coscienza, perché la Coscienza mette in crisi ogni regime. Ogni regime è fondato sull’ordine, sull’obbedienza, sul rispetto del sistema: non sopporta gli spiriti liberi che agiscono in nome della Coscienza. Terza accusa: aver portato con sé dei pagani all’interno del santuario. Appena Paolo, sulla spianata del tempio, cerca di spiegare alla folla la sua missione tra i pagani, su un ordine ben preciso di Cristo, la folla non lo ascolta più, rompe il silenzio e, tra urla e gesti isterici, reclama la morte dell’apostolo. A irritarla non è il fatto che Paolo apra le porte ai gentili, ma che insegni loro, su ordine di Dio, che non sono tenuti a osservare la legge di Mosè. Ecco dove sta veramente il vizio di ogni religione, diciamo il suo più grosso peccato: pretendere che gli estranei, quelli di un’altra fede religiosa, si convertano caricandosi di tutti i pesi della propria religione. Il punto di riferimento è sempre, ad ogni costo, la religione. Qui bisognerebbe una buona volta chiarire il termine “evangelizzazione”. Già la parola dice che si tratta del Vangelo, ovvero della Buona Novella di Cristo. E che cos’è la Buona Novella di Cristo? Perché identificarla con la dottrina della Chiesa, che, in quanto struttura religiosa, sarà sempre tentata di far propria la stessa verità? Il Vangelo precede ogni struttura, precede la stessa Chiesa, la quale, se ha ricevuto una missione da Cristo, non è senz’altro quella di fare proselitismo, di andare alla ricerca di nuovi convertiti. Anche qui vedete: se capissimo che cos’è umanesimo nella sua pienezza, non confonderemmo il Vangelo con la Chiesa struttura. Noi cristiani siamo chiamati a portare il messaggio rivoluzionario di Cristo senza per questo battezzare i pagani legandoli ad una struttura che di per sé, come struttura, non potrà mai esaurire il Vangelo di Cristo, che va ben oltre. Perché abbiamo dimenticato le dure parole di Cristo con cui si è scagliato contro i farisei e i dottori della Legge? «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geenna due volte più di voi”. Il tribuno, di fronte alle ire della folla, fa portare Paolo all’interno della fortezza. E qui lo sottopone ad un interrogatorio ricorrendo anche alla forza: lo fa flagellare. La flagellazione era una procedura permessa contro schiavi e stranieri, ma severamente proibita dalla legge Porcia nei confronti di un condannato munito di cittadinanza romana. E è a questa legge che Paolo si appella, avvertendo il centurione di trovarsi di fronte a “un cittadino romano”. Non solo: egli dichiara che neppure come castigo accetterà la flagellazione, non essendo stata ancora pronunciata una sentenza giudiziaria. Il tribuno chiede a Paolo spiegazioni, e l’apostolo conferma di essere un cittadino romano, non per aver comperato tale diritto, ma per diritto di nascita. Come vedete, l’apostolo sapeva far valere i propri diritti. Ma qui occorre chiarire una cosa. Perché Paolo si è appellato al suo diritto di cittadino romano? Se doveva essere condannato, solo il tribunale di Cesare a Roma poteva emettere un verdetto, e questo permetterà all’apostolo di recarsi nella capitale per divulgare anche là il Vangelo. Questo era il suo sogno. E il sogno si avvererà. Ma prima l’apostolo dovrà subire altre umiliazioni e minacce. Il tribuno Lisia fa condurre Paolo dalla fortezza Antonia nell’aula del sinedrio con l’intento di capire quali siano le vere accuse che i capi ebrei gli hanno rivolto. Paolo, tra l’altro anche scaltro, riesce a dividere tra di loro gli stessi componenti del sinedrio, in parte farisei e in parte sadducei. Paolo affermando la sua fede nella risurrezione, si attira le simpatie dei farisei e le antipatie dei sadducei. Ne nasce un tumulto. Il tribuno è costretto a intervenire per proteggere l’apostolo, e lo riporta in caserma. E non è finita. Una quarantina di giudei fanatici ordisce un’altra congiura ai danni di Paolo. Si impegnano con giuramento a ucciderlo. Giuramento cosiddetto esecratorio. Per farlo uscire dalla fortezza Antonia, organizzano un secondo interrogatorio, sempre nella sala delle adunanze del sinedrio, dato che il primo è degenerato in baruffa. Pensavano: durante il tragitto di trasferimento non sarebbe stato difficile sopprimerlo. Ma la congiura viene sventata da un nipote di Paolo, il quale avverte il tribuno, che, per garantire più sicurezza all’apostolo, lo fa trasferire sotto scorta a Cesarea, presso il pretorio di Erode: era un palazzo-fortezza fatto costruire da Erode il Grande, dove ora risiedevano e amministravano la giustizia i procuratori romani. Il sinedrio di Gerusalemme non molla, e invia a Cesarea una delegazione che, davanti al procuratore Felice, rinnova le accuse a Paolo, e Paolo di nuovo si difende. Le solite accuse: è un perturbatore della quiete pubblica, è uno dei capi della setta dei Nazirei (così era visto il cristianesimo, una setta!), infine un profanatore del Tempio. Il procuratore non crede alle accuse dei membri del Sinedrio o, meglio, a lui non interessano le questioni religiose. Però tiene Paolo ancora in carcere, e per ben per due anni. La politica prevale su ogni giustizia. Il procuratore doveva tenere buoni gli ebrei, che non erano molto contenti del suo governo. Subentra a Felice un nuovo governatore, di nome Festo, il quale, a pochi giorni dal suo insediamento, si reca a Gerusalemme per farvi la prima visita. Subito i capi giudei colgono l’occasione per rinnovare l’accusa contro Paolo, e gli chiedono di condurre Paolo a Gerusalemme per essere di nuovo giudicato dal tribunale ebraico. Festo, dopo altri tentativi, fa la proposta a Paolo di salire a Gerusalemme. A questo punto Paolo, come era suo diritto, si appella al tribunale di Roma. Festo informa il Consiglio, e il Consiglio approva. Paolo sarà dunque inviato a Roma. Non è finita. La storia è davvero appassionante. Nel frattempo giungono a Cesarea il re Agrippa e la sorella Berenice. Il procuratore Festo espone al re il “caso di Paolo”. Il re Agrippa esprime il vivo desiderio di vedere l’apostolo. Il giorno seguente Agrippa e la sorella Berenice realizzano il loro desiderio: poter ascoltare Paolo. La cosa interessante, diciamo impressionante è il contesto in cui è avvenuto l’incontro. Non in via privata, ma ufficiale. L’incontro si svolge in una grande sala del palazzo di Erode, presenti i cinque comandanti di ognuna delle coorti di stanza a Cesarea, e gli uomini più rappresentativi della città. Davanti a loro Paolo fa la sua terza autodifesa. È il brano di oggi. Vorrei ora fare qualche brevissima riflessione. Ciò che mi ha colpito dell’apostolo Paolo è la sua serenità interiore. Una serenità proveniente certamente dalle sue profonde convinzioni, ma in particolare dalla forza della Parola che egli annunciava. Una Parola-Verità, ma non basta: una Parola che salva. Una Verità che resta astratta a che serve? A dare forza è la Verità che salva, che libera, che rende umani. C’è un’altra riflessione. Sarebbe interessante soffermarsi un po’ sui vari personaggi “politici” che entrano ed escono dal racconto degli Atti degli Apostoli. Più che descrivere le loro nefandezze (ne sappiamo qualcosa di più grazie agli storici del tempo) Luca sembra che ci dica: Vedete questi “poveri” potenti? Nonostante la loro miseria morale, non hanno potuto fare a meno di riconoscere l’innocenza di Paolo! I potenti “corrotti” non hanno trovato colpe in Paolo, mentre gli ebrei “puri” (così si ritenevano!) hanno inventato accuse su accuse pur di uccidere l’apostolo. Sapete quel è il nemico che la verità e la giustizia temono maggiormente? Più che la depravazione morale è l’orgoglio, l’ostinazione mentale, l’accecamento del cuore. Ultimamente ho avuto una forte sensazione. I potenti di una volta, pur corrotti – non dimentichiamo comunque i tempi – sembravano particolarmente attratti dalla santità dei giusti. Se leggi la storia, ne incontrerai di re e di regine che hanno sentito il bisogno di consigliarsi con persone di diversa estrazione sociale, digiune di politica, aliene da ogni aspirazione connessa col potere, ma dotate di un grande dono, quello della saggezza e della profezia. Anche i buffoni di corte avevano il compito di dire la verità al sovrano. A me non sembra che oggi sia così. C’era uno in Italia che ultimamente si era circondato solo di galoppini, di gente pagata per dire ciò che gli faceva comodo, gente pronta a riverirlo in ogni suo capriccio, di prostitute e di avvocati disposti a falsificare la verità. La santità è sparita dai nostri palazzi politici. Anzi, i “puri” si sono contaminati appena si sono avvicinati al potere. I sovrani un tempo erano curiosi di conoscere i profeti, li ascoltavano, ne rimanevano anche affascinati, anche se poi gli interessi del potere avevano sempre il sopravvento. Oggi nei palazzi di potere è sparita perfino la saggezza, che è lasciata a quei pochi pazzi che vorrebbero un mondo diverso.         

 

DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

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DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Molte le indicazioni pratiche e le intuizioni pastorali che si possono ricavare dalla sua esperienza e dai suoi scritti. «Io sono l’infimo degli apostoli. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è in me» (1Cor 15,9-10). Con questo autoritratto Paolo invita i sacerdoti a un’esistenza spirituale alta, sul suo esempio: «Fatevi miei imitatori!» (1Cor 4,16). La teologia cristocentrica di Paolo caratterizza anche la sua concezione del presbitero. Questi ha una relazione fondamentale con Cristo, che egli impersona nelle azioni sacerdotali più tipiche; e da Cristo, alla cui sponsalità sacramentale partecipa, è posto in relazione intrinseca con la chiesa. La ragione del sacerdozio non può essere una funzione che si predetermina a partire dalla vita del popolo, ma è la percezione di poter vivere perché Cristo esiste e perché continui ad esistere. La perdita di coscienza della priorità assoluta di Cristo e della sua presenza privilegia il « ruolo » del sacerdote riducendolo a funzionario del settore religioso. In quanto amato, il presbitero può amare gratuitamente: non è senza peccato ma un peccatore «afferrato» da Cristo. L’apostolo itinerante testimonia che la prima comunità cristiana si è irradiata « per contagio », non per programmi e aggiornamenti.

Paolo apostolo mistico Nel bagliore sulla via di Damasco, Paolo ha colto non un cambiamento morale immediato, ma un’illuminazione interiore della realtà. Egli non ha parlato di « conversione » ma di « rivelazione e di grazia », accentuando che tutto gli è stato donato: l’obiettivo non è stato raggiunto per sforzo morale o per pratiche ascetiche. Paragonandosi ad un «aborto», Paolo non ha fatto una dichiarazione di umiltà, ma ha ribadito che il Risorto è entrato nella sua esistenza con violenza, sradicandolo dalla sua vita precedente come un feto strappato a forza dal grembo materno. Attirato da Cristo, egli ha avviato con lui un’intimità profonda, tanto da non sentirsi inferiore agli altri apostoli. Paolo non ha basato la sua esistenza su un’idea o su un mito e neppure su un modello di condotta morale, ma su Colui che aveva « visto ». Il suo approccio al mistero di Cristo non è di tipo storico ma mistico: non narra miracoli, parabole o episodi della vita di Gesù. Questi non sta davanti a Paolo o al suo fianco, ma dentro di lui, è vita della sua vita: «Non io, ma Cristo in me» (Gal 2,20). La personalità di Paolo non viene annullata dalla presenza di Cristo: al centro del suo « io » sta la presenza reale e regale di Cristo, morto e risorto per lui. Lo Spirito di Gesù ha trasformato il suo cuore. San Giovanni Crisostomo suggeriva: «Cor Pauli cor Christi». Nella Bibbia il « cuore »è sede di grandi decisioni e centro di ogni ricchezza personale. Per Paolo il presbitero è colui che ha lo stesso cuore di Cristo: un uomo sedotto dal Dio di Gesù Cristo, un alter Christus! Egli non scioglie il fatto cristiano in una serie di valori condivisibili dai più, per la tolleranza e l’apertura al mondo. La sollecitudine di incontrare i fratelli non si traduce in un’attenuazione della verità. Sulla via di Damasco l’apostolo ha percepito che Cristo si identificava con i suoi discepoli: «Perché mi perseguiti?». Un’esperienza travolgente: egli ha visto Cristo e intravisto la chiesa, negando quindi « Cristo sì, chiesa no ». L’affezione a Cristo fonda la sua missione apostolica. Percezione mistica di Dio e chiamata all’apostolato sono unite in Paolo. Il presbitero può spaziare nell’ampiezza risanante e affascinante del kerigma, rifiutando corte vedute e orizzonti limitati che intrappolano mente e cuore e negano la « cattolicità » dell’eucaristia. L’attività del presbitero nasce come conseguenza inevitabile del rapporto vivo, vivente e vitale col Cristo risorto. Benedetto XVI invita spesso i sacerdoti a non lasciarsi prendere dall’attivismo e dalla fretta, quasi che il tempo dedicato a Cristo in silenziosa preghiera sia tempo perduto. È proprio lì, invece, che nascono i più meravigliosi frutti del servizio pastorale. I fedeli si aspettano che il sacerdote sia esperto nella vita spirituale, specialista nel promuovere l’incontro con Dio, testimone dell’eterna sapienza contenuta nella parola rivelata, esercitato nella comunanza del pensare e del volere di Cristo, capace di paternità spirituale. Le attuali comunità sono ben più organizzate e complesse di quelle della chiesa originaria e abbisognano di essere movimentate dall’interno. Guai se il primato dell’amministrazione prevale sul primato dell’azione pastorale mediante la Parola e l’esempio, la vicinanza e il consiglio. La grandezza del prete non sta nell’esercitare questo o quell’incarico nella comunità ma nell’essere guida e maestro del gregge.

Prima di tutto evangelizzatore Paolo ha descritto con vari termini e immagini il ministero apostolico: diacono e servitore, architetto dell’edificio di Dio, rematore nella barca della chiesa, amministratore di un bene che non è suo. L’apostolo non è il padre-padrone della propria comunità, ma un seminatore e un collaboratore nel campo del Signore. Chi fa crescere è Dio. Due termini definiscono la natura del ministero sacerdotale: liturgo (la Cei traduce «ministro») e ambasciatore. Ai Romani Paolo scriveva di aver ricevuto da Dio la grazia di «essere liturgo/ministro di Cristo fra i pagani, esercitando l’ufficio sacro del vangelo di Dio perché i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,16). Egli esercitava il suo sacerdozio annunciando il vangelo così da fare dei neoconvertiti un’offerta sacra al Signore. Per qualificarsi, Paolo non usava il titolo di hiereus-sacerdote, termine legato alla liturgia del tempio. Egli equiparava la vera liturgia all’evangelizzazione: da questa sintesi scaturiva il culto spirituale, capace di trasformare l’esistenza dei credenti in un sacrificio santo e gradito a Dio. Paolo si è sentito ambasciatore della riconciliazione (in greco il verbo è presbeuo, da cui «presbitero»). Col vangelo e i sacramenti il presbitero porta a tutti l’amnistia universale di Dio in Cristo. Ciò che è costitutivo del ministero non può essere il prodotto delle proprie capacità personali. Si è mandati non ad annunciare se stessi o opinioni personali, ma il mistero di Cristo e, in lui, la misura del vero umanesimo. Si è incaricati non di dire molte parole, ma di farsi eco e portatori di una sola Parola. Cristo affida se stesso al presbitero così che possa parlare con il suo « io », in persona Christi capitis. Benché incardinato in una chiesa particolare, in quanto partecipe della missione di Cristo, il presbitero riceve una destinazione universale e missionaria. Il suo servizio a una determinata porzione del popolo di Dio non può mai essere esaustivo ed esclusivo del suo ministero. Compito del ministero pastorale è far crescere la gioia di credere e di essere gregge di Cristo, di prestarsi ad andare nei territori e ambiti di vita della diocesi dove la chiesa soffre la povertà della testimonianza evangelica nel quotidiano (quartieri più poveri della città e zone più lontane e meno servite del territorio diocesano).

«Essere con e per» L’addio di Paolo ai presbiteri di Mileto, suo testamento spirituale, descrive il suo modo di esercitare il ministero di evangelizzatore e ambasciatore: servizio al bene comune, distacco dai beni materiali e aiuto ai poveri (At 20,17-35). Il suo «farsi tutto a tutti» si esprime per i sacerdoti nella vicinanza quotidiana, nell’attenzione per ogni persona e famiglia, nella santa inquietudine di portare a tutti la salvezza. Lasciarsi santificare porta a capire la profondità dell’uomo e a servirlo. Non c’è vera conoscenza dell’altro senza amore fattivo, che impedisce ai presbiteri di ridursi a distributori di « cose » sacre o a cedere a depressione e rassegnazione. Paolo ha esercitato il suo ministero nella condivisione e nella comunicazione con i fratelli. L’analogia con l’amore di un genitore esprime l’intenso rapporto di Paolo con i suoi: «Potreste infatti avere anche mille pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante il vangelo» (1Cor 4,14-15). E: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature» (1Ts 2,7). Il presbitero è nella chiesa e per la chiesa, ma è anche di fronte ad essa in quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della chiesa. La sua identità lo porta ad essere amorevole garante dell’ortodossia e dell’ortoprassi, mai spettatore silente e tollerante di fronte a errori o a deviazioni. Cristo ha bisogno di sacerdoti maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale, e tale obiettivo è raggiungibile tramite l’onestà con se stessi, l’apertura al direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia. La presidenza è ben più di un’assistenza spirituale o di una consulenza religiosa: pur fratello tra fratelli, si tratta di guidare i credenti nell’annuncio, nella fedeltà e nel servizio di Cristo Signore. Sempre per la verità e l’edificazione. Per costruire comunità, Paolo non ha legato i credenti a sé ma ha fatto loro sentire il cuore di Cristo, rendendoli così liberi e aperti. La vera « vicinanza » avviene nel Signore. La cura pastorale richiede sacerdoti di qualità dal punto di vista sia intellettuale sia spirituale e morale, che rendano per tutta la loro vita una testimonianza di attaccamento senza riserve alla persona di Cristo e alla sua chiesa. Ebreo della diaspora con studi a Gerusalemme, greco di Tarso, cittadino romano, Paolo è vissuto con gruppi di diversa estrazione sociale e culturale. Le sue comunità composte da ebrei, greci e romani, schiavi e liberi, uomini e donne come potevano non creare problemi? Paolo ha colto due grandi dimensioni della vita ecclesiale, l’unità nella molteplicità, la complementarietà nella reciprocità. Unica la sorgente («Un solo Signore, un solo Dio che opera tutto in tutti») e molteplice la sinergia dei membri, chiamati ad armonizzare nel bene comune i doni e le funzioni differenti. Un posto per ognuno e ognuno al suo posto nella fraternità presbiterale. Inoltre, non una casta sacerdotale, che monopolizza tutto e impedisce la crescita matura dei cristiani laici. Il presbitero non possiede la sintesi di tutti i carismi, ma ha ricevuto il ministero di facilitare la comunione fra i vari carismi. A livello personale, nelle liturgie e nei rapporti sociali ha raccomandato di agire sempre per l’edificazione comune. Ogni presbitero può imparare qualcosa di importante dal modo di essere dell’apostolo delle genti: una vita appassionata e appassionante, in continua ricerca, conscia della propria miseria e del primato della grazia di Dio. Liberato da tanti impegni di supplenza, il sacerdote può dedicarsi a ciò che è essenziale e insostituibile del suo ministero, nella « pace » di Cristo.

Umiltà e fierezza A Mileto Paolo sintetizzava così il suo ministero: «Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra lacrime e prove». L’apostolo è anzitutto un servitore del Signore e questo gli genera una grande libertà. Egli risponde solo a Cristo e tramite lui può amare tutti. Dal riconoscimento della propria indegnità, primo dei peccatori e ultimo degli apostoli, fiorisce l’ammirazione di ciò che il Signore opera in lui e attraverso di lui. Per il bene della comunità, Paolo non si astiene da un sano orgoglio per avversare quanti cercano di inquinare la fede autentica e di avere un pretesto per apparire. Paolo non si vanta per mettersi in mostra, ma per la foga dell’amore, per l’ansia di aprire gli occhi a chi si lascia trascinare da falsi apostoli, così da riconquistarli a Cristo. La fonte del suo vanto è la stessa della sua umiltà: «Chi si gloria si glori nel Signore!» (2Cor 10,17). In Paolo, annotava il cardinale G. Biffi, non c’è l’eccessivo senso autocritico che affligge la cristianità odierna. Il pianto rivela l’intensità emotiva che ha caratterizzato l’esperienza pastorale dell’apostolo che, lungi dall’essere un freddo burocrate si lasciava coinvolgere in ciò che faceva. Prove e insidie, battiture e lapidazioni, disavventure e pericoli: un elenco sconcertante. La fondazione e l’accompagnamento delle comunità sono state un travaglio generativo: «Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!» (1Ts 2,7). Tutto rientrava nell’assillo quotidiano della preoccupazione per tutte le chiese, forse la sua vera «spina nella carne». Per il bene dei suoi figli, l’apostolo era pronto ad agire sia con il bastone che con amore e spirito di dolcezza; distingueva i suoi pareri e consigli dalla volontà del Signore; si poneva al servizio della gioia dei suoi fratelli di fede, godeva del loro sostegno nella preghiera; temeva di trovare i fratelli diversi da come desiderava e di apparire egli stesso diverso da come era atteso; non si lasciava condizionare da quanto si diceva di lui (autorevole nelle sue lettere e fragile come persona); di tutti conosceva i nomi, le situazioni di famiglia, di lavoro e di malattia. Niente di generico e di burocratico.

Debolezza e comunione Paolo ha creduto che Cristo lo ha amato e ha dato la sua vita per lui. Il Crocifisso è diventato il punto d’appoggio su cui egli ha fondato la sua esistenza. Dopo l’insuccesso di Atene, l’apostolo è sceso a Corinto con «timore e tremore» per opporsi alla pretesa del mondo greco di salvarsi con il sapere e per annunciare Cristo crocifisso. Dio è entrato nella storia in una forma scandalosa (skandalon e morìa, cioè »stupidità »). Dio salva non con la forza orgogliosa della ragione, ma con la «follia della croce», cioè con il dono totale di sé. È questa la sapienza del credente: la grazia è anteposta alla giustizia, alle opere e alla ragione degli uomini. Il Signore sceglie di preferenza i piccoli e gli umili per far risaltare la sua potenza e per confondere i forti e i sapienti di questo mondo. Paolo ha sperimentato anche nella sua carne il disegno di Colui che lo aveva chiamato a condividere il destino pasquale di Cristo. È divenuto missionario del vangelo senza altro mezzo e strategia che la forza dell’annuncio. Il senso di sproporzione tra la sua debolezza e il compito immane affidatogli lo ha sempre accompagnato. Alla richiesta di aiuto si è sentito dire:«Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Nell’apparente assenza di mezzi si evidenzia un’altra forza che opera con grande vigore: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché in me dimori la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10). È, questo, il più grande paradosso paolino, che riconosce, da un lato, la propria pochezza ma, dall’altro, la potenza della grazia divina. È un messaggio forte per i presbiteri di oggi, tentati di cedere all’efficientismo. Paolo insegna che al tempo dello slancio missionario e dell’assestamento subentra il tempo delle prime delusioni e delle stanchezze, delle deviazioni e delle fughe, delle dottrine erronee e delle divisioni. Si avverte il peso dei cattivi cristiani e ci si accorge che l’evangelizzazione non cammina tanto rapidamente come si era pensato. È il messaggio delle Lettere Pastorali, che sollecitano discernimento e vigilanza, cooperazione e speranza, pazienza e longanimità, preziose virtù del presbitero. Paolo non ha agito da solo. All’inizio ha avuto bisogno di chiarire e di approfondire il messaggio di Cristo. Anania lo ha battezzato, Barnaba gli è stato vicino, Pietro gli ha garantito la validità e solidità del vangelo che intendeva predicare (Gal 2,2). In tutta la sua azione missionaria, l’apostolo si è preoccupato di formare un’équipe di evangelizzatori. Non un gruppo elitario chiuso, autoreferenziale o separato dal tessuto sociale; non una setta di « perfetti », ma una comunità alternativa che aveva la funzione di orientamento e di proposta nella società di allora. Tra questi collaboratori non si possono dimenticare Aquila e Priscilla, una coppia che ha accolto Paolo a Corinto e, su sua indicazione, si è trasferita prima ad Efeso e poi a Roma per preparargli il terreno dell’evangelizzazione. Paolo è stato da loro aiutato sia sul piano materiale (lavoro e alloggio) sia sul piano pastorale. Dal come affronta il tema del matrimonio in 1Cor 7 a come ne parla, in modo mirabile, nella lettera in Efesini 5,21-33, si comprende quanto Paolo abbia maturato a contatto con questi sposi un’alta teologia sponsale e familiare. Dagli Atti e dalle Lettere emerge il nome di ben 72 collaboratori di Paolo, numero non casuale perché indicativo delle razze e dei popoli allora conosciuti. Con sorpresa di molti, si contano ben 14 donne come fedeli collaboratrici. Per Paolo il presbitero non è un eroe solitario: si fa aiutare, accetta la collaborazione di tanti e punta a formare dei formatori, per un effetto moltiplicatore. La pastorale integrata non nasce anzitutto dalla scarsità del clero, ma da uno stile comunionale generato dal mistero creduto, celebrato e condiviso.

Originale e creativo Paolo è stato un seguace appassionato di Gesù. Il suo amore per Cristo non poteva rimanere nascosto o silenzioso. Egli ripeteva a se stesso: «Guai a me se non annunciassi il vangelo!». La successione dei viaggi missionari sta a dimostrare quella forza interiore da cui era afferrato: «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4,13). È intrinseco alla condizione di cristiani il desiderio che Gesù di Nazaret sia riconosciuto da tutti come il Figlio di Dio e l’unico Salvatore del mondo. La sua passione nell’evangelizzazione si può definire originale, creativa e aderente alla situazione socio-culturale dei suoi destinatari. Ciò che per pura grazia aveva compreso nella folgorazione di Damasco, egli ha saputo tradurlo in un linguaggio diversificato che, cammin facendo, ha assunto la forma dell’esposizione dottrinale, della catechesi, dell’esortazione, della diatriba e altre forme ancora. La capacità di evangelizzare di Paolo si è manifestata nell’aderenza alla situazione culturale dei suoi destinatari. Nessuno più di Paolo ha saputo « inculturare la fede » ed « evangelizzare la cultura ». Ad esempio: a Listra, scambiato per il dio Hermes, ha parlato del Dio unico che ha fatto il cielo e la terra (At 14,13-17); all’areopago di Atene ha valorizzato l’ara dedicata al dio ignoto, citando a memoria i poeti greci (At 17,22-31). Ai cristiani di Efeso, città dei « misteri » pagani e delle luminarie, ha esposto il mistero della salvezza (Ef 1,3-14) e raccomandato di essere «figli della luce» (Ef 5,8). In ambiente giudaico ha ripercorso la storia del popolo ebreo (At 13,16-41), mentre in Grecia, sede delle Olimpiadi, ha usato molte immagini tratte dal mondo sportivo. Modi diversi e complementari per andare incontro alle esigenze degli uditori, così da portare tutti alla maturità della fede nel Crocifisso-Risorto. Paradossalmente, l’apostolo delle genti non si è sentito di respingere neppure un’evangelizzazione compiuta in malafede e senza retta intenzione da chi era a lui ostile: «Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene (Fil 1,18). «Purché Cristo venga annunciato»: questo è il principio in base al quale ogni iniziativa deve essere valutata. La grazia trasforma la natura umana, che lascia però il segno. Certe intemperanze ed eccessi del carattere di Paolo risultano evidenti nelle sue lettere. È l’uomo del paradosso nell’esprimere la gioia (2Cor 7,4) e le pene (2Cor 1,8). Pur non amando la contestazione come metodo, era capace di grande franchezza e di foga polemica (Gal 55,2 e Fil 3,2). È stato un uomo consacrato a Dio, con lo sguardo fisso sulla meta, Cristo (1Cor 9,26; Fil 2,12-13), ispirato dai consigli evangelici. La povertà come garanzia di un annuncio gratuito e solidale del vangelo; la castità come donazione indivisa del cuore al Signore, nella libertà e nella dedizione ai fratelli; l’obbedienza come offerta gradita al Signore. L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Non sarebbe difficile trarre dalle Lettere Pastorali il « decalogo » del presbitero secondo il cuore di Paolo. Lo lasciamo ai lettori.

Guglielmoni L. – Negri F.

(Da settimana del clero n. 16 2009)

IN VIAGGIO CON PAOLO SECONDO L’ITINERARIO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI (stralcio)

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IN VIAGGIO CON PAOLO SECONDO L’ITINERARIO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI  (stralcio)

(lo studio prosegue con le città di: Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, Efeso, Cesarea, Roma)

Viaggiare è da sempre un costitutivo antropologico, caratteristica dell’uomo e suo bisogno. Oggi ancora di più. I celeri mezzi di trasporto, i fitti rapporti tra persone e Stati, lo scambio commerciale e culturale, la voglia di conoscere altri popoli e Paesi, tutto questo costituisce una ricca miscela che ha incrementato lo spostamento. La facilità di raggiungere le mete e i costi relativamente contenuti sono fattori vincenti per soddisfare la voglia di viaggiare. Il benefico vantaggio si è riverberato anche sul turismo religioso, spesso identificato con il termine “pellegrinaggio”. Non è una novità, se pensiamo a Gerusalemme, Roma, Santiago di Compostela, le tre grandi mete dell’antichità. Ai nostri giorni si registra l’eccezionalità di due fattori: l’accresciuto numero dei pellegrini e la ricca rosa degli itinerari come Fatima, Lourdes, Guadalupe, luoghi di Padre Pio e di altri santi, solo per citarne alcuni. Tra i pellegrinaggi biblici, il primo posto spetta ovviamente alla Terra Santa, subito seguito da quello sulle orme di San Paolo, con attenzione soprattutto alla Turchia e Grecia1. Seguendo gli Atti degli Apostoli, compiremo un ideale viaggio con l’Apostolo2, facendoci pellegrini che camminano con lui per portare a tutti il gioioso annuncio del Vangelo. Partendo da Gerusalemme, arriveremo a Roma, dopo aver toccato Antiochia, Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, Efeso, Cesarea3.   In viaggio con san Paolo Dopo l’esperienza di Damasco e il profondo ripensamento che ne è seguito, Paolo inizia la sua attività missionaria al seguito di Barnaba e in compagnia di Marco. Sperimenta di persona che cosa significhi essere apostolo dei pagani, vocazione a cui lo ha chiamato Dio stesso (cf Gal 1,15-16). Sotto i suoi occhi si aprono i prodigi della grazia, capace di far fiorire nel cuore dei pagani l’accoglienza per il Vangelo: Cipro, Perge, Pisidia, Antiochia, Iconio, Derbe, sono tappe che costellano la corsa del Vangelo e segnano l’ingresso dei pagani nel mondo, finora sigillato, delle Scritture. Per il secondo e il terzo viaggio lo Spirito riserva a Paolo nuove avventure. Egli diviene il primo responsabile della missione e trova altri collaboratori nelle persone di Silvano (o Sila) e di Timoteo. Partendo da Antiochia di Siria, centro di irradiazione del movimento missionario della Chiesa primitiva, il cammino conduce a rivisitare alcune comunità fondate nel primo viaggio e poi continua in Asia Minore fino al Mar Egeo. Da qui, sempre sotto la guida dello Spirito, i missionari compiono un balzo, relativamente breve quanto a chilometri, decisamente ardito quanto a importanza teologica: si lascia l’Asia Minore e il mondo orientale per addentrarsi in Europa e nel mondo occidentale. Utilizzando la via Egnazia, grande arteria imperiale che collegava Bisanzio4 con il Mar Adriatico, arrivano prima a Filippi e quindi a Tessalonica5, Il cammino continuerà per Berea, Atene, Corinto, Efeso, Mileto, solo per citare alcuni nomi. Paolo concluderà il terzo viaggio a Gerusalemme, dove sarà arrestato e quindi portato a Cesarea; da qui, dopo una detenzione di circa due anni, sarà trasferito a Roma. Nella capitale dell’impero romano si conclude la vicenda narrativa degli Atti degli Apostoli. Se numerosi sono i fotogrammi geografici, non va dimenticato che la geografia, al pari della storia, è al servizio dell’interesse teologico dell’autore. Più che degli spostamenti degli Apostoli e i viaggi di Paolo, si deve parlare dell’irresistibile corsa della Parola, che giunge ovunque a portare la salvezza. Accesasi a Gerusalemme con Cristo morto e risorto, questa salvezza percorre il mondo grazie alla luminosa testimonianza degli apostoli animati dallo Spirito; con Paolo la Parola giunge a Roma, capitale dell’impero e ideale punto di convergenza del mondo. Paolo sceglie sempre grandi centri per irradiare il Vangelo. Leggiamo in questo una precisa strategia missionaria che sfrutta la posizione geografica e commerciale delle città. Da Gerusalemme a Roma, passando per altre città, seguiremo un itinerario che è nel contempo geografico e teologico.   1. GERUSALEMME 1.1. I testi 7,58 – 8,3: Saulo (= Paolo) è presente al martirio di Stefano. 9,1-2: Saulo ottiene dal sommo sacerdote l’autorizzazione ad arrestare i cristiani e a tradurli a Gerusalemme. 9,26-30: Saulo ritorna a Gerusalemme dopo l’esperienza di Damasco. 11,30: Paolo e Barnaba portano aiuti a Gerusalemme. 15,2: Paolo e Barnaba si recano a Gerusalemme per risolvere la questione dei pagani che vogliono convertirsi al cristianesimo. 18,22: Paolo ritorna a Gerusalemme alla fine del secondo viaggio. 21,15 – 23,30: ultima attività a Gerusalemme prima dell’arresto e quindi trasferimento a Cesarea.

1.2. La città La città che Paolo vede gode ancora di un relativo splendore, l’ultimo prima della sua distruzione nel 70 d.C. per opera dei Romani. Si conclude tragicamente una storia che ha tutto il sapore di un’epopea. Conquistata verso il 1000 a.C. da Davide, fu scelta come capitale e quindi subito privilegiata tra tutte le altre città. La sua bellezza e la sua funzione di città eletta saranno celebrate continuamente da profeti e salmisti. Il tempio, segno sensibile della presenza divina, conferiva un’autorità e una dignità che la facevano primeggiare. Costruito con profusione di ricchezza e di splendore nel IX secolo a.C. da Salomone, segnò le grandi tappe della storia: distrutto nel 587 a.C. da Nabucodonosor, riedificato modestamente al ritorno dall’esilio babilonese, venne praticamente rifatto da Erode il Grande con sontuosità e con dimensioni che strappavano l’ammirazione di tutti7. Oltre al tempio, la grandezza di Gerusalemme era legata alla presenza del Sinedrio, supremo tribunale religioso e civile, e al movimento teologico e spirituale che contribuivano a farne la città santa, come la chiamano ancora oggi gli Arabi. Paolo verrà a Gerusalemme per approfondire la sua formazione teologica e spirituale alla scuola di Gamaliele, una specie di Socrate ebreo, per la sua dottrina e per la sua rettitudine. Da Gerusalemme partirà alla volta di Damasco come persecutore dei cristiani, ma vi tornerà come testimone del Risorto e annunciatore del Vangelo. Alla fine, la città gli diventerà ostile, perché proprio in essa Paolo sarà arrestato e tradotto come prigioniero a Cesarea.   2. ANTIOCHIA 2.1. I testi 6,1: Nicola, uno dei Sette, proviene da Antiochia. 11,19-21: predicazione ai giudei e ai pagani con numerose conversioni. 11,26: ad Antiochia per la prima volta i discepoli di Gesù sono chiamati ‘cristiani’. 13,1-4: scelta dei primi missionari e partenza per il primo viaggio (Barnaba, Paolo e Marco). 14,26: ritorno dal primo viaggio. 15,1-2: Paolo e Barnaba difendono la loro opinione a proposito dei pagani convertiti. 15,30-35: i delegati portano ad Antiochia la lettera con le decisioni del concilio di Gerusalemme. 15,36-40: partenza per il secondo viaggio missionario (Paolo e Sila). 18,22: ritorno dal secondo viaggio. 18,23: partenza per il terzo viaggio (Paolo, Sila e Timoteo).

2.2. La città Antiochia di Siria è una città posta sulle sponde dell’Oronte, nella fertile Cilicia, a una ventina di chilometri dal mare con il quale era collegata dal fiume navigabile. Per terra era il punto di confluenza delle molteplici vie commerciali e strategiche della Mesopotamia, Asia Minore, Egitto e Palestina. La sua fondazione risale al 300 a.C. ad opera di Seleuco I; passata prima sotto gli armeni, diventerà nel 66 a.C., sotto i Romani, civitas libera e capitale della provincia romana di Siria. Prosperò molto, diventando la terza città dell’impero dopo Roma ed Alessandria, meritandosi il titolo di ‘regina dell’Oriente’. Una piccola colonia di giudei si era stabilita fin dai tempi della sua fondazione e godeva degli stessi diritti dei Greci. Al tempo del Nuovo Testamento, il gruppo giudaico si era arricchito e si trovava a convivere con Greci, Siri e Romani: secondo una stima la popolazione ammontava a 300.000 abitanti, di cui 45.000 ebrei. In città si parlava il greco, anche se in qualche sobborgo era usuale l’aramaico. Giuseppe Flavio riporta che le cerimonie giudaiche attiravano una gran quantità di Greci e che alcuni di loro erano diventati proseliti. Le prime reclute cristiane sono da ricercare in questo gruppo, oltre ai cristiani fuggiti da Gerusalemme al tempo della persecuzione di Stefano. La città che accolse i fuggitivi era notoriamente liberale e aperta. Alcuni predicarono il Vangelo, sia agli Ebrei sia ai Greci, e si formò nella città una fiorente e attiva comunità cristiana. Basti ricordare che in questa città i seguaci di Cristo ricevono per la prima volta il titolo di cristiani e che tutti i tre viaggi missionari di Paolo partono da questa base. Un vero punto di appoggio per le spedizioni apostoliche. Gli Antiocheni avevano visuali più ampie circa l’ammissione dei pagani al cristianesimo: Paolo difese lo stesso punto di vista davanti a Pietro proprio in questa città9. Il problema si rivelava scottante e di urgente soluzione, e per questo venne convocato il concilio di Gerusalemme.  

 

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