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PER NON DIMENTICARE ANTIOCHIA – (Pietro Stefani)

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PER NON DIMENTICARE ANTIOCHIA

Pubblicato il 21 febbraio 2009

L’anno paolino continua a proporre a proposito (e a volte a sproposito) occasioni per ripensare all’Apostolo delle genti (Rm 11,13). Queste circostanze non mancano, a volte, di rendere evidente ai nostri occhi l’abissale distanza che ci separa dal modo in cui si viveva la fede all’origine della predicazione dell’evangelo.
Ogni 25 gennaio la Chiesa cattolica celebre una festa chiamata «Conversione di S. Paolo»; ogni 29 giugno si festeggiano, all’insegna di Roma, congiuntamente Pietro e Paolo. Sono entrambe ricorrenze consolidate, ma esse risulterebbero alquanto sconcertanti se, liberati da forti precomprensioni armonizzanti, leggessimo in presa diretta le lettere autentiche di Paolo
L’inno delle Lodi mattutine del 25 gennaio propone per Paolo il testo comune a tutti gli apostoli. Vi è scritto: «O apostoli di Cristo, / colonna e fondamento / della città di Dio! /Dall’umile villaggio / di Galilea salite / alla gloria immortale…». Nonostante il fatto che nel Nuovo Testamento l’impiego della parola «apostolo» sia molto articolato, resta preponderante l’idea che esso si riferisca soltanto a uno dei Dodici. Ciò induce a evocare un villaggio della Galilea anche nel caso di colui che è nato nella città di Tarso nell’attuale Turchia. Sembra di dover concludere che se il diasporico Paolo è un apostolo, egli deve essere in qualche modo associato a coloro che sono stati scelti da Gesù e investititi di un potere da loro trasmesso ai propri successori, i vescovi, giù giù fino a oggi. Ma nulla di tutto ciò si può ricavare da quanto Paolo dice di se stesso: egli si qualifica «apostolo per chiamata, messo da parte per annunciare il vangelo di Dio» (Rm 1,1).
Qui non c’è posto per alcuna conversione: tutto va riferito all’azione di Dio che opera «senza mediatori». Il modello richiamato da Paolo è quello profetico. In effetti quando l’Apostolo delle genti allude alla sua chiamata si paragona in modo scoperto a Geremia. Basta ciò per dichiarare inadeguata la parola conversione: quando mai l’abbiamo udita impiegare nel caso della chiamata di Simone, di Andrea, di Giacomo, di Giovanni e così via? Ormai non c’è più alcuno studioso in grado di affermare che Paolo, sulla via di Damasco, si è convertito perché da ebreo è diventato cristiano. Tuttavia al riguardo non basta neppure sostenere che egli, in virtù di una rivelazione inattesa, è diventato un ebreo credente in Gesù Cristo. Quanto avvenne fu che Dio lo investì di un compito e che nessuno si è interposto o ha certificato la validità di quella chiamata. Paolo non è Agostino; egli non vive in sé un processo di delusione e di conversione che a poco a poco lo porta alla fede. L’unico paragone possibile è quello da lui stesso proposto con Geremia (o al più con altre improvvise chiamate profetiche come quelle di Amos): «quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre (Ger 1,5) e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi tra le genti, subito, senza consultare carne e sangue [vale a dire quanto è umano], senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia…» (Gal 1,15-17). La chiamata di Paolo è celebrazione della assoluta libertà di Dio ed essa si riflette nell’autonomia affermata, da colui che è chiamato, nei confronti di ogni vincolo umano.
Si dirà che, sia pure quattordici anni dopo, Paolo va a Gerusalemme esponendo alle persone più autorevoli il proprio vangelo per timore di aver corso invano. Sia pure in ritardo sembra perciò sottoporsi a un controllo. Si tratta di un’impressione errata. Prima di tutto, egli afferma di esserci andato a seguito di una rivelazione. Lungi dall’essere convocato, è perciò Dio stesso a mandarlo (allora nessuno poteva immaginare che sarebbe nato il Sant’Uffizio, ora Congregazione per la dottrina della fede). In secondo luogo, Paolo paventa di aver corso invano non perché covasse dei dubbi su quanto da lui annunciato. Il discorso va capovolto: Paolo avrebbe operato a vuoto se quelli di Gerusalemme non avessero condiviso il suo vangelo. La prova vivente di tutto ciò è che gli ebrei Paolo e Barnaba salgono a Gerusalemme portando con loro il gentile Tito a cui nessuno impose di essere circonciso (Gal 2,3); se, di contro, fosse stato obbligato a farlo, l’Apostolo delle genti avrebbe vista frustata tutta la propria azione. Dunque a Gerusalemme il gentile credente viene accolto dalle autorità per quello che è. Sono le colonne della Chiesa (Gal 2,9) a doversi conformare a chi viene da fuori e non viceversa.
La scena di Gerusalemme trova il proprio corrispettivo complementare ad Antiochia. Il vangelo viene infatti vagliato più qui che nella città santa. Quel che è affermato a Gerusalemme va confermato ad Antiochia. Alcuni della parte di Giacomo vengono in quest’ultima comunità per imporre ai gentili usi giudaizzanti. La loro azione è a tal punto efficace da trarre dalla loro parte Pietro e, in seguito, persino Barnaba. Paolo allora non esita a proclamare che tutti costoro vanno contro il vangelo (Gal 2,14). La libertà della fede nata dalla chiamata di Dio, ora si manifesta nella franchezza di contrapporsi all’autorità venuta da Gerusalemme: «Ma quando Cefa [Pietro] venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto» (Gal 2,11).
Nella storia della Chiesa si afferma che Pietro ha avuto centinaia di successori; sull’altro fronte tutto lascia intendere che Paolo ne ha avuti invece assai pochi, nessuno dei quali è giunto fino ai nostri giorni.
Piero

Publié dans:Piero Stefani, TERRA SANTA (LA) |on 18 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

Cesarea Marittima (il porto antico)

la mia e paolo - Copia

Publié dans:immagini, TERRA SANTA (LA) |on 23 août, 2017 |Pas de commentaires »

CAMMINARE CON CRISTO NELLA CHIESA/8: ANTIOCHIA E GERUSALEMME

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CAMMINARE CON CRISTO NELLA CHIESA/8: ANTIOCHIA E GERUSALEMME

Finalmente siamo fuori dalla Palestina e siamo in pieno ambiente pagano, in una bellissima città, Antiochia di Siria, situata nella pianura del fiume Oronte a trentacinque chilometri dal mare, dove c’è il porto di Seleucia. È la terza città dell’Impero romano dopo Roma e Alessandria d’Egitto e conta oltre mezzo milione di abitanti. Ebbene, è in questa città che nasce una comunità cristiana colma di vita e aperta a tutti. Le discriminazioni della Chiesa giudaica sono lontane, anche se sempre latenti. In pochi anni la Chiesa di Antiochia avrà un’importanza enorme, senza però perdere la comunione con la Chiesa-Madre di Gerusalemme. La convinzione che la Chiesa è una, pur nella diversità delle singole comunità, è un principio fondamentale.
Ora però ci chiediamo: come è nata la comunità di Antiochia di Siria? Chi è Gesù per i credenti che vivono in essa? Come si manifesta la sua comunione con Gerusalemme? A queste domande risponde il primo brano della sezione: 11,19-30. Nel capitolo 12° invece ritorneremo alla perseguitata Chiesa di Gerusalemme e la conclusione sarà che, malgrado tutto, la parola di Dio si diffonde sempre di più.
I problemi storici legati a questa sezione non sono pochi, ma partendo dal principio che nulla si improvvisa, diciamo che quanto si narra nella prima parte (11, 19-30) copre forse la spazio di 7 o 8 anni (41-48) con un accenno agli eventi dell’anno 36. Quanto invece è narrato nel capitolo 12° è contemporaneo agli eventi della prima parte. A Luca non interessa l’ordine cronologico, ma quello logico: nella prima parte parla di una Chiesa in pieno sviluppo, nella seconda di una Chiesa perseguitata. Si tratta però sempre dell’unica e indivisibile Chiesa impegnata nell’annuncio del Vangelo.

Come nasce una comunità (11,19-21)
Chi ha fondato la comunità di Antiochia è gente che è fuggita da Gerusalemme, quando si scatenò la persecuzione che travolse Stefano (anno 36). Là, annotando il lato positivo della persecuzione, si diceva che i dispersi andavano di luogo in luogo annunziando la Parola. Non si tratta di quelli, come gli Apostoli che hanno come compito primario l’annuncio del Vangelo, qui si tratta di tutti i discepoli. Ognuno sente che non può vivere pienamente la Parola, se non la dona agli altri. Di questo si è in parte già parlato in 8,1-4, ora si dice che i fuggiaschi andarono oltre i confini della Palestina, giunsero nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia.
Quanto segue è molto importante: “Mentre andavano non parlavano a nessuno della Parola se non ai soli Giudei”. Forse seguivano il principio: “prima ai Giudei”. In realtà si tratta di quei giudei-cristiani chiusi ad ogni apertura ai pagani. Ma non erano tutti così: “C’erano alcuni uomini, originari di Cipro e Cirene che, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai pagani, annunciando loro la lieta notizia del Signore Gesù”. Ebbene solo di questi si afferma: “La potenza del Signore era con loro”. Dio non è con chi si chiude nei suoi principi razziali, Dio è con coloro che si aprono a tutti e che vogliono convivere con tutti. Come a Cesarea, così avviene anche ad Antiochia, dove nasce una comunità senza tabù alimentari o sociali: una comunità aperta a tutti.
Anche l’oggetto del loro annuncio è importante: Il Signore Gesù, cioè: “Solo Gesù è il Signore”, o, come ha detto Pietro a Cesarea: “Gesù è il Signore di tutti”. Questo è il vero oggetto di una sana catechesi ed è un binomio che suona come uno slogan. In un ambiente come Antiochia, dove si veneravano varie divinità: Apollo, Dafne, Artemide, ecc. e dove vi erano anche tanti potenti di questo mondo, il grido Gesù è il Signore relativizzava ogni potere umano e annullava per sempre ogni idolatria.

Barnaba e Saulo (11,22-26)
La notizia di ciò che accadeva ad Antiochia giunse alla Chiesa di Gerusalemme, e perciò, come avevano inviato Pietro e Giovanni in Samaria, così ora mandano Barnaba ad Antiochia, certamente per controllare, anche se il principio “la Chiesa è una” guida ogni cosa.
Hanno scelto la persona più adatta. Barnaba è “il figlio della consolazione” ed è un levita, perciò una persona fatta per far osservare la legge. Quando giunse però in quella città capì subito che non era lì per controllare: toccò con mano la grazia del Signore, cioè il meraviglioso sviluppo dell’opera evangelizzatrice. Non c’è da controllare niente dove agisce il Signore. Scoppiò di gioia e si limitò a “esortare tutti a rimanere saldi nel Signore”; e, come uomo pieno di Spirito Santo e fede si mise a collaborare all’opera evangelizzatrice. Risultato: “una folla considerevole fu condotta al Signore”. È la quinta volta che in questo brano (11,19-24) si parla del Signore o del Signore Gesù. Questo esprime la convinzione dei fedeli della continua presenza del Signore nella loro storia.
Barnaba fece poi di sua iniziativa qualcosa di grande. Andò a Tarso a cercare Saulo, “lo strumento scelto per portare il nome di Gesù ai pagani” (9,15) e lo ricondusse nella comunità. Forse erano passati sette o otto anni (39-46) da quando lasciò Gerusalemme (9,30).
Che cosa fece a Tarso in quegli anni? È probabile che abbia annunciato Gesù nelle regioni della Siria e della Cilicia (Gal 1,21), ed è certo che quelli furono per lui gli anni delle grandi rivelazioni, se un giorno ha potuto scrivere ai Galati: “Il messaggio di salvezza da me annunziato non viene dagli uomini… è Gesù Cristo che me lo ha rivelato” (Gal 1,11s; vedi pure 2 Cor 12,1-10). Ora eccolo ad Antiochia dove insieme a Barnaba per “un anno intero istruirono molta gente”. Il nome di Cristo dev’essere risuonato in continuità sulle loro labbra, se gli estranei finirono per chiamarli cristiani. Ai fedeli non spiacque questo appellativo, perché ricordava loro che essere cristiani significa appartenere a Cristo. Inoltre con questo nome si sentivano un gruppo ben diverso dal giudaismo. Il risultato fu che la Chiesa di Antiochia in breve superò per importanza quella di Gerusalemme senza diminuirne il primato.

Una colletta, segno di comunione
Vi è infine un fatto nuovo che rinsalda la comunione tra Antiochia e Gerusalemme (11,27-30). I fedeli di Antiochia di fronte all’annuncio di una grave carestia che stava per colpire “tutto il mondo”, si interessarono soprattutto di quella carestia che, sotto l’imperatore Claudio (41-54), colpì la Giudea. Perciò determinarono, secondo le possibilità di ciascuno, di “inviare aiuti ai fratelli che abitavano in Giudea” e li mandarono “ai presbiteri che sono in Gerusalemme” per mezzo di Barnaba e Saulo. Ma perché ai presbiteri e non, come si era soliti fare, agli apostoli? Dove sono gli apostoli? È possibile che la Chiesa madre si trovi in un momento di persecuzione e che la direzione sia stata affidata ad un gruppo collegiale. Ma c’è ancora un’altra difficoltà. Saulo nella lettera ai Galati parla solo di due andate a Gerusalemme: una tre anni dopo la sua conversione e l’altra quattordici anni dopo. Mentre Luca ne cita una terza. Chi ha ragione? I due. A Paolo nella lettera ai Galati non interessano tutte le sue andate a Gerusalemme, ma solo quelle che mettono in risalto il senso della sua missione. Infatti la prima che egli cita, aveva lo scopo di consultare Pietro, il testimone oculare, (Gal 1,18); la seconda, invece, quello “di difendere contro i falsi fratelli, che volevano imporre la circoncisione anche ai pagani, la libertà che avevano in Cristo” (Gal 2,1-5). Perciò cadono tutte le discussioni su chi è più fedele alla storia: se Saulo o Luca.

Gerusalemme: una Chiesa sotto pressione (12,1-5)
Da una Chiesa colma di entusiasmo per il suo meraviglioso sviluppo a una Chiesa perseguitata. Prima i persecutori erano Saulo e il potere religioso, ora si aggiunge il potere politico per mezzo di Erode Agrippa I, che regnò in Giudea dal 41 al 44, quando Saulo era ancora a Tarso. Era un uomo subdolo, sempre alla ricerca del plauso degli altri. Quando risiedeva a Gerusalemme era osservante della legge, partecipava ai sacrifici espiatori e, nel contatto con il potere religioso capì che se avesse perseguitato i cristiani avrebbe reso felici i farisei e i sadducei. Perciò “arrestò alcuni membri della chiesa per maltrattarli e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni”. Qui ci stupisce assai che Luca con una semplice frase liquidi il fatto del martirio del primo apostolo. L’unica spiegazione possibile è che vuole concentrare il suo interesse su Pietro. Ma ci stupiscono anche quegli interpreti che dicono: «Ma perché gli altri apostoli non hanno ricostituito il numero di “Dodici” come si è fatto all’inizio». Il motivo è molto semplice: il valore dei Dodici sta nel loro essere testimoni oculari di tutta l’esistenza del Gesù terreno. Essi soli ci hanno lasciato la “Tradizione Apostolica”. Non ce ne possono essere altri. Sono irripetibili.
Torniamo al testo. Subito dopo l’uccisione di Giacomo “Erode vedendo che ciò era gradito ai Giudei decise di arrestare Pietro. Erano i giorni degli azzimi. Perciò lo catturò e lo gettò in prigione, custodito da quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo Pasqua”. Sedici soldati per custodire un prigioniero. Forse Erode sapeva che Pietro e gli altri apostoli erano già stati liberati dal carcere da un potere misterioso (5,17-21) e volle premunirsi. La sua intenzione era di imitare Pilato che aveva presentato Gesù alla gente e poi fatto uccidere. Così voleva fare con Pietro. Ma al suo potere si opponeva un altro potere: “La preghiera della Chiesa saliva incessantemente a Dio”. Già sappiamo di chi sarà la vittoria.

La liberazione di Pietro (12,6-19)
È un racconto fantastico, un racconto in cui Luca parla dell’agire di Dio. Perciò un racconto che dev’essere letto con fede. L’antica espressione “Angelo di Dio” indica la continua e potente presenza di Dio nella storia. Quello che avviene ha un prima e un dopo e perciò è un evento storico. L’autore però è Dio e il suo agire può essere colto solo nella fede, e poi espresso con le nostre limitate parole umane. Di qui il senso del drammatico che Luca dà al suo racconto. Egli cerca di mettere in risalto tanti piccoli particolari che bene evidenziano la bontà di Dio verso il suo apostolo: “Una luce sfolgorò nella cella… e l’Angelo disse a Pietro: «Alzati, cingiti i fianchi e mettiti i sandali; avvolgiti nel mantello e seguimi»… A Pietro gli sembrava tutto un sogno… Passarono tra il primo gruppo di guardia e poi tra il secondo e giunsero alla grande porta di ferro che automaticamente si aprì”. E le guardie? Con la cella piena di luce è impossibile pensare che non si accorgessero di nulla. Erano tutte sveglie, ma erano lì esterrefatte e incapaci di agire. Pietro continua a seguire l’angelo che lo conduce fuori e che, appena arrivano in una strada deserta, scompare. Allora capì che non si trattava di un sogno, ma che il Signore lo aveva liberato. Nell’agire dell’angelo Pietro scopre la presenza del Signore.
Anche la scena seguente (vv. 12-17) è molto bella. “Pietro va alla casa di Maria, madre di Giovanni, detto anche Marco, e bussò alla porta”. Lo sentì una fanciulla di nome Rode. Corse alla porta e appena udì la voce di Pietro, tutta gioiosa tornò indietro a dire a tutti che alla porta c’era Pietro. Pensarono che vaneggiasse. Ma Pietro continuava a bussare. Allora gli aprirono e vedendo che era proprio lui rimasero lì stupefatti. “Pietro fece segno di tacere. Poi raccontò come il Signore (non l’angelo) lo aveva tratto fuori dal carcere e aggiunse: «Riferite questo a Giacomo e ai fratelli». Poi uscì e si incamminò verso un altro luogo”.
Dove andò? Quante opinioni! Ma come si fa a inventarle se non ci sono dati? Forse l’unica risposta possibile è che ubbidì al Signore il quale aveva detto: “Se vi perseguitano in una città, fuggite in un’altra” (Mt 10,23). E probabilmente è questo che voleva dire a Giacomo e agli altri Apostoli (fratelli). L’ira di Erode infatti si stava scatenando: fece ricercare Pietro e uccidere le guardie della prigione.

La morte di Erode (12,20-23)
Luca si è trattenuto molto su Pietro, facendo così risaltare la continua presenza di Dio. Davvero Dio cammina con i suoi nella storia. E questo non si offusca se ora rapidamente narra la tragica morte del persecutore. Erode non essendo riuscito a mantenere la parola di presentare Pietro al popolo se ne andò a Cesarea dove riuscì a fare pace con quei di Tiro e Sidone. Poi vennero i giochi in onore di Cesare ed Erode volle presentarsi in tutta la gloria della sua onnipotenza. Flavio Giuseppe, che è forse la fonte di Luca, dice che “nel secondo giorno dello spettacolo Erode, rivestito di paramenti mirabilmente intessuti d’argento entrò all’alba nel teatro e i suoi abiti erano così raggianti alla luce del sole che incuteva timore e tremore in tutti coloro che lo guardavano” e quando poi si mise a parlare – dice Luca – “il popolo lo acclamava dicendo: «Parola di Dio, non di uomo»”. È la divinizzazione della creatura, “stanno adorando un uomo mortale invece di adorare il Dio glorioso e immortale” (Rm 1,23). E Dio li rifiuta: “improvvisamente un angelo di Dio lo colpì perché non aveva dato gloria a Dio, e roso dai vermi spirò”. È la distruzione di ogni idolatria e la condanna di ogni potere umano esercitato con senso di onnipotenza. Anche ai nostri giorni quanti onnipotenti sono svaniti nel nulla.
La conclusione (12.24s) è che, anche nella persecuzione, “l’annuncio della Parola continuava a crescere e a diffondersi sempre di più”. La Parola non è incatenata, non c’è potere umano che la possa fermare. Questo è l’insegnamento che Luca trae da tutto ciò che è avvenuto nell’anno 44. Poi, riprendendo il racconto sospeso in 11,30, dice: “Barnaba e Saulo, compiuta la loro missione a Gerusalemme, tornarono ad Antiochia conducendo con loro Giovanni, soprannominato Marco”. Sono i personaggi che domineranno le pagine seguenti. La meditazione su di esse ha lo scopo di infondere nel lettore il vero senso missionario della propria vita. Infatti non c’è vera gioia, la nostra vita cristiana non trova in sé il suo vero senso, se in noi manca il desiderio di donare ad altri la nostra fede.

Preghiamo
Signore Gesù, donaci di vivere come i cristiani di Antiochia il senso della tua presenza in mezzo a noi. Donaci la gioia dell’annuncio della nostra fede in te, unico Signore, e fa’ che tu sia l’unico oggetto della nostra catechesi. Noi vogliamo farti conoscere, Gesù, e lo vogliamo fare testimoniandoti come colui che dà senso alla nostra vita, perché anche altri trovino in te il senso della loro esistenza. Un’altra cosa abbiamo ancora imparato da quei cristiani: il senso della comunione tra i cristiani, una comunione che sa andare sempre oltre la propria comunità per vivere la comunione dell’unica e indivisibile Chiesa. Facci sentire, o Signore, che la Chiesa è una, perché sappiamo quant’è orribile il peccato della divisione e ci impegniamo a costruire quell’unità che tu vuoi. Solo vivendo questi ideali potremo davvero sperimentare quanto è bello essere cristiani. Amen.

Mario Galizzi SDB

NATALE A BETLEMME

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NATALE A BETLEMME

Verso le ore due, terminata la concelebrazione , il clero in processione si incammina verso la GROTTA , dove dal Patriarca viene portato un bellissimo Bambinello che viene deposto nella Mangiatoia, dove rimarrà fino ai Vespri dell`Epifania. Il tutto ha termine con il canto del Te Deum. In questi anni di Intifada la partecipazione dei locali alla festa del Natale, la loro festa per eccellenza, si è limitata ad una santa messa alla Grotta o alle grotte, rifugendo da manifestazioni di solennità esteriore, e per la tristezza della situazione e per le grosse difficoltà economiche dovute alla quasi totale carenza di lavoro.

 Le festività natalizie assumono a BETLEMME, città di Giuda, una particolare importanza perché in essa, come ricordano i vangeli dell`infanzia e una lunga tradizione che risale ai primi secoli, si trova la GROTTA – STALLA  dove ha visto la luce come Uomo, il Figlio di Dio e di Maria, la Seconda Persona della Santissima Trinità. A Betlemme il Natale viene solennizzato per ben tre volte: nei giorni 24-25 dicembre dai cattolici, segnatamente latini, e da tutti i protestanti , il 6-7 gennaio dai greci ortodossi, siriani ortodossi e copto ortodossi…, il 17-18 gennaio dagli armeni ortodossi, che ricordano però l`Epifania. La Celebrazione piu` solenne . sentita e partecipata , è quella del 24-25.12, con  un numero di fedeli e curiosi veramente notevole. Il Natale Latino, èpreparato da una  animata ( la chiesa parrocchiale  di santa Caterina, a fianco della basilicà della natività sempre stracolma di fedeli) e spiritualmente , profondamente vissuta,  NOVENA, che inizia il 15.12, per terminare il 23, e così lasciare libera la giornata del 24 per altre manifestazioni : l`entrata del Patriarca latino e i primi vespri della solennità. Il Patriarca parte da Gerusalemme con gli altri dignitari ecclesiastici del suo seguito verso mezzogiorno per entrare nella porticina della Basilica della Natività intorno alle 14.30. A Mar Elias vicino a Tantur  viene accolto dai tre sindaci cristiani della zona (Betlemme, Beit Giala, Beit Sahour) insieme ad altre personalità cristiane , e con un lunghissimo corteo di macchine  piano piano ci si avvia verso Betlemme.    È l`inizio ufficiale delle celebrazioni. Alla tomba di Rachele altri si uniscono al corteo rispettando una  antica tradizione. Piu` avanti si inseriscono centinaia di scouts ponendosi alla testa del corteo dietro un gruppo di poliziotti palestinesi a cavallo. Lungo il percorso, una volta entrati a Betlemme, una marea di gente, compresi molti musulmani (il Natale a Betlemme è festa anche civile per tutti, voluta dal defunto presidente Arafat). I pellegrini ed altri eventuali stranieri si assiepano nella grande piazza prospiciente la Basilica. Il corteo, nell`ultimo tratto, procede molto lentamente, e all`entrata della piazza, il Patriarca con il seguito lasciano le macchine,  vengono accolti e salutati dalle autorità governative palestinesi , mentre alcuni metri piu` avanti ha inizio la lunga processione  liturgica con seminaristi, religiosi, clero, che si incamminano verso la piccola porta della Basilica, dove il Patriarca in ginocchio  bacia la croce presentatagli dal superiore dei PP.Francescani del convento del Presepio e, subito dopo, attravero la Basilica della Nativita ci si porta nella chiesa di Santa Caterina dove il Patriarca rivestite le vesti liturgiche presiede i primi vespri solenni del Natale. Le funzioni notturne del Natale , con la chiesa di Santa Caterina,  strapiena di fedeli (ci vuole un permesso speciale per entrare e il controllo è molto severo), in genere pellegrini, e con le personalità, comprese le autorità musulmane dell` autonomia palestinese e l`intero corpo consolare di sede a Gerusalemme , schierate nei primi banchi, hanno inizio intorno alle 22,30, con il canto dell`ufficio divino del mattutino, seguito dalla nutrita solennissima concelebrazione, in cui il canto del Gloria  coincide con la mezzanotte. Alla comunione le autorita non cristiane lasciano la Basilica. Verso le ore due, terminata la concelebrazione ,  il clero in processione si incammina verso la GROTTA , dove dal Patriarca viene portato un bellissimo  Bambinello  che viene deposto nella Mangiatoia, dove rimarrà fino ai Vespri dell`Epifania. Il tutto ha termine con il canto del Te Deum. A partire dalla mezzanotte nella GROTTA il Parroco francescano da inizio alla celebrazione di Sante Messe che continua fino alle ore 16.30 del pomeriggio con solo tre  interruzioni : arrivo della processione, messa dei greci ortodossi, messa degli armeni ortodossi, comproprietari con i Latini della Grotta e della Basilica di Sant`Elena. Nella Mattinata, alle ore 09.00,  in Santa Caterina c`è un`altra Concelebrazione , presieduta sempre dal Patriarca, cui partecipano in modo speciale i cattolici di Betlemme…  è un po` la messa grande dei concitadini di Gesù, che affollano inoltre la GROTTA e le Grotte poste intorno a quella del Bambinello, dove ci sono Messe per tutta la notte e la giornata sucessiva. Intorno alle 13 con i PP. Francescani si fa un pellegrinaggio al Campo dei Pastori a Beit Sahour. In questi anni di Intifada la partecipazione dei locali alla festa del Natale, la loro festa per eccellenza, si è limitata ad una santa messa alla Grotta o alle grotte, rifugendo da manifestazioni di solennità esteriore, e per la tristezza della situazione e  per le grosse difficoltà economiche dovute alla quasi totale carenza di lavoro. Anche questo Natale, pur rispettandosi tutte le tradizioni ufficiali, ha detto il sindaco della città, Hanna Nasser, si cercherà di evitare lo sfarzo, essendo il popolo ancora nel periodo dei quaranta giorni di lutto ufficiale per la morte di Arafat . Inoltre sono ancora pesanti le difficoltà economiche. Che il Divino Bambino doni la sua Pace alla città natale, a noi e al mondo intero! A tutti auguri d’ogni bene da Betlemme  e un memento orante dalla Grotta.    (Teologo Borèl) Dicembre 2004 – autore: don Giovanni Laconi

Publié dans:NATALE 2015, TERRA SANTA (LA) |on 21 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

IL VIAGGIO DI PAOLO VI IN TERRA SANTA, 1963

http://www.30giorni.it/articoli_id_78519_l1.htm

IL VIAGGIO DI PAOLO VI IN TERRA SANTA

«Una visita orante ai luoghi santificati dalla vita, passione e risurrezione di Gesù»

Il pellegrinaggio di Papa Francesco in Terra Santa è avvenuto cinquanta anni dopo quello di Papa Montini. Ripubblichiamo alcuni brani dai discorsi pronunciati da Paolo VI durante il suo viaggio, compiuto dal 4 al 6 gennaio 1964 (tratto da 30Giorni n. 2, 2000)

4 dicembre 1963

Annunzio del pellegrinaggio ai padri conciliari alla chiusura della II sessione del Concilio Vaticano II
[…] Tanto è viva in noi la convinzione che per la felice conclusione finale del Concilio occorre intensificare preghiere ed opere, che abbiamo deliberato, dopo matura riflessione e non poca preghiera, di farci noi stessi pellegrini alla Terra di Gesù nostro Signore.
Vogliamo infatti recarci, se Dio ci assiste, nel prossimo mese di gennaio, in Palestina, per onorare personalmente, nei luoghi santi, ove Cristo nacque, visse, morì e risorto salì al Cielo, i misteri primi della nostra salvezza: l’incarnazione e la redenzione. Vedremo quel suolo benedetto, donde Pietro partì e dove non ritornò più un suo successore; noi umilissimamente e brevissimamente vi ritorneremo in segno di preghiera, di penitenza e di rinnovazione per offrire a Cristo la sua Chiesa, per chiamare ad essa unica e santa i Fratelli separati, per implorare la divina misericordia in favore della pace fra gli uomini, la quale in questi giorni mostra ancora quanto sia debole e tremante, per supplicare Cristo Signore per la salvezza di tutta la umanità. Che la Madonna Santissima guidi i nostri passi, che gli apostoli Pietro e Paolo e tutti i santi ci assistano benigni dal Cielo.

4 gennaio 1964

Discorso all’aeroporto di Roma
[…] È stato detto giustamente che il Successore del primo degli apostoli ritorna dopo venti secoli di storia là, di dove Pietro è partito, portatore del messaggio cristiano. E di fatto vuol essere il nostro un ritorno alla culla del cristianesimo, ove il granello di senapa dell’evangelica similitudine ha messo le prime radici, estendendosi come albero frondoso, che ormai ricopre con la sua ombra tutto il mondo (cfr. Mt 13,31s); una visita orante ai luoghi santificati dalla vita, passione e risurrezione di nostro Signore.
È un pellegrinaggio di preghiera e di penitenza, per una partecipazione più intima e vitale ai Misteri della Redenzione, e per proclamare sempre più alto davanti agli uomini, come annunziammo nel nostro primo messaggio Urbi et orbi, che «solo nel Vangelo di Gesù è la salvezza aspettata e desiderata: “Poiché non c’è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, mercè il quale abbiamo ad essere salvati” (At 4,12)».
In questi giorni, in cui la Liturgia sacra ricorda il Principe della pace, noi chiederemo a Lui di dare al mondo questo dono prezioso, e di consolidarlo sempre più fra gli uomini, nelle famiglie, tra i popoli.
Presenteremo a Cristo la sua Chiesa, nel suo proposito di fedeltà al comandamento dell’amore e dell’unione, da Lui lasciatole come suo estremo mandato. Porteremo sul Santo Sepolcro e sulla Grotta della Natività i desideri dei singoli, delle famiglie, delle nazioni; soprattutto le aspirazioni, le ansie, le pene dei malati, dei poveri, dei diseredati, degli afflitti, dei profughi; di quanti soffrono, di coloro che piangono, di coloro che hanno fame e sete di giustizia. […]

4 gennaio 1964
Discorso davanti alla porta di Damasco all’arrivo a Gerusalemme
Signor governatore, signor sindaco, abitanti di Gerusalemme, e voi tutti che siete venuti da vicino o da lontano per circondarci in questo istante.
[…] Oggi si realizza per noi ciò che ha fatto l’oggetto di tanti desideri di tanti uomini all’epoca dei patriarchi e dei profeti, di tanti pellegrini venuti da venti secoli a visitare la tomba di Cristo. Oggi possiamo gridare con l’autore sacro: «Finalmente i nostri piedi calpestano adesso la soglia delle tue porte, Gerusalemme» (Sal 122,2) e aggiungere con lui in tutta verità: «Ecco il giorno che il Signore ha fatto: giorno di gioia e d’allegrezza» (Sal 117,24).
Dal più profondo del nostro cuore ringraziamo Iddio onnipotente di averci condotto fino a questo luogo e fino a quest’ora. Vi invitiamo tutti a unirvi alla nostra azione di grazie.
La nostra riconoscenza si indirizza prima di tutto alle autorità per l’accoglienza piena di fervore che ci hanno dedicato.
Agli abitanti di Gerusalemme diciamo la nostra stima per lo spirito religioso e per le nobili tradizioni di cortesia e di ospitalità verso tutti i pellegrini dei luoghi santi. Li invitiamo ad alzare con noi le loro mani e i loro cuori verso il cielo per far discendere sulla loro santa città l’abbondanza delle benedizioni divine.
Ai nostri cari figli cattolici e a tutti quelli che si onorano del nome cristiano diciamo: entrate con noi nello spirito di questo pellegrinaggio. Venite con noi a mettere i vostri passi sulle orme di quelli di Cristo, a salire con Lui al Calvario, a venerare la sua tomba sempre gloriosa da dove è uscito pieno di vita dopo aver vinto la morte e redento il mondo. Venite con noi a offrirgli la sua Chiesa sugli stessi luoghi dove Egli ha versato il suo sangue per lei. […]

4 gennaio 1964
Nella Basilica del Santo Sepolcro e al Calvario
[…] Ecco, o Signore Gesù, noi siamo venuti come ritornano i rei al luogo e al corpo del loro delitto; noi siamo venuti come chi ti ha seguito, ma ti ha anche tradito, fedeli infedeli tante volte siamo stati; noi siamo venuti per riconoscere il misterioso rapporto fra i nostri peccati e la tua passione; opera nostra, opera tua; noi siamo venuti per batterci il petto, per domandarti perdono, per invocare la tua misericordia; noi siamo venuti perché sappiamo che tu ci puoi perdonare; perché Tu hai espiato per noi, Tu sei la nostra unica redenzione. Tu sei la nostra speranza. […]

Discorso ai patriarchi orientali cattolici
[…] Grande è la nostra gioia nell’incontrarvi. Siamo venuti qui in pellegrinaggio, voi lo sapete, per seguire i passi di Cristo nella «santa e gloriosa Sion, madre di tutte le Chiese», per riprendere una frase della antica liturgia gerosolimitana di san Giacomo. Il luogo della vita, passione e risurrezione del Signore è infatti quello in cui la Chiesa è nata. Nessuno può dimenticare che quando Dio volle scegliersi come uomo una patria, una lingua, una famiglia in questo mondo, le prese dall’Oriente. All’Oriente chiese gli apostoli. «E prima di tutto in Palestina gli apostoli sparsero la fede in Gesù Cristo e fondarono Chiese. Poi partirono per il mondo e vi annunziarono la stessa dottrina e fede» (Tertulliano). Ogni nazione riceveva il buon seme della loro predicazione nella mentalità e cultura che le erano proprie. Ciascuna Chiesa locale cresceva con la propria personalità, i propri usi, la maniera propria di celebrare i medesimi misteri senza che questo recasse nocumento all’unità della fede e alla comunione di tutti nella carità e nel rispetto dell’ordine stabilito da Cristo. Questa è l’origine della nostra diversità nell’unità, della nostra cattolicità, nota sempre essenziale della Chiesa di Cristo e della quale lo Spirito Santo ci concede di fare una nuova esperienza nel nostro tempo e nel Concilio. […]

5 gennaio 1964
Indirizzo al presidente d’Israele Zalman Shazar
[…] Noi vorremmo che le nostre prime parole esprimessero tutta l’emozione che noi proviamo vedendo coi nostri occhi e calcando coi nostri piedi questa Terra dove vissero un tempo i patriarchi, nostri padri nella fede, questa Terra dove risuonò per tanti secoli la voce dei profeti, che parlavano nel nome del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, questa Terra, infine e soprattutto, che la presenza di Gesù Cristo ha reso ormai benedetta e sacra per i cristiani, e, si può dire, per l’intero genere umano.
Vostra eccellenza sa, e Dio ci è testimone, che noi in questa visita non siamo guidati da alcuna considerazione che non sia di ordine puramente spirituale. Noi veniamo come pellegrini; noi veniamo a venerare i luoghi santi; noi veniamo per pregare. […]

Saluto di congedo dal presidente israeliano
[…] Siamo venuti tra voi con i sentimenti di Colui che noi abbiamo coscienza di rappresentare, e che i profeti hanno annunciato fin dal loro tempo, col nome di «Principe della pace». Vogliamo dire che noi non nutriamo, verso tutti gli uomini e verso tutti i popoli, che pensieri di bontà. La Chiesa, infatti, li ama ugualmente tutti.
Il nostro grande predecessore Pio XII l’ha affermato con forza e in varie riprese, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, e tutto il mondo sa che cosa egli ha fatto per la difesa e la salvezza di tutti coloro che erano nella prova, senza alcuna distinzione. E tuttavia, voi lo sapete, si sono lanciate supposizioni e anche delle accuse contro la memoria di questo grande Pontefice. Noi siamo felici di aver occasione per affermare in questo giorno e in questo luogo: nulla di più ingiusto di questo attentato contro una sì venerabile memoria.
Coloro che, come noi, hanno conosciuto da vicino quest’anima mirabile, sanno fin dove giungeva la sua sensibilità, la sua compassione verso le sofferenze umane, il suo coraggio e la sua delicatezza di cuore.
E lo sapevano bene anche coloro che, all’indomani della guerra, si recarono, con le lacrime agli occhi, a ringraziarlo per aver loro salvato la vita. Veramente, sull’esempio di Colui che rappresenta qui in terra, il Papa non desidera nulla quanto il vero bene di tutti gli uomini.
Noi formuliamo ora i migliori voti per voi, al termine di questa visita, compiacendoci di pensare che i nostri figli cattolici, che vivono in questa Terra, continueranno a godere dei diritti e delle libertà che oggi normalmente sono riconosciuti a tutti. […]

6 gennaio 1964
Omelia a Betlemme
[…] Noi vorremmo innanzitutto presentarci, ancora una volta, a questo mondo in cui noi ci troviamo. Siamo i rappresentanti e promotori della religione cristiana. Abbiamo certezza di promuovere una causa che viene da Dio; siamo i discepoli, gli apostoli, i missionari di Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, il Messia, il Cristo. Siamo i continuatori della sua missione, gli araldi del suo messaggio, i ministri della sua religione, che sappiamo avere tutte le garanzie divine della verità. Non abbiamo altro interesse che quello di annunziare questa nostra fede. Non chiediamo nulla, eccetto la libertà di professare e di offrire a chi liberamente la accoglie questa religione, questo rapporto fra gli uomini e Dio instaurato da Gesù, nostro Signore.
Poi vogliamo aggiungere un’altra cosa che preghiamo il mondo di volere lealmente considerare. È lo scopo immediato della nostra missione; ed è questo: noi desideriamo operare per il bene del mondo. Per il suo interesse, per la sua salvezza. Pensiamo anzi che la salvezza che noi gli offriamo sia necessaria.
Questa nostra affermazione ne implica molte altre. E cioè noi guardiamo al mondo con immensa simpatia. Se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al mondo, qualunque sia l’aspetto che esso presenta e il contegno che esso gli ricambia. Sappia il mondo d’essere stimato ed amato da chi rappresenta e promuove la religione cristiana con una dilezione superiore ed inesauribile. È l’amore che la nostra fede mette nel cuore della Chiesa, la quale non fa che servire da tramite dell’amore immenso, meraviglioso di Dio verso gli uomini.
Questo vuol dire che la missione del cristianesimo è una missione di amicizia in mezzo alla umanità, una missione di comprensione, d’incoraggiamento, di promozione, di elevazione; diciamo ancora di salvezza. Noi sappiamo che l’uomo oggi ha la fierezza di voler fare da sé, e fa delle cose nuove e stupende; ma queste cose non lo fanno più buono, non lo fanno felice, non risolvono i problemi umani nel loro fondo, nella loro durata, nella loro generalità. Noi sappiamo che l’uomo soffre di dubbi atroci. Noi sappiamo che nella sua anima vi è tanta oscurità, tanta sofferenza. Noi abbiamo una parola da dire, che crediamo risolutiva. E tanto più noi osiamo offrirla, perché essa è umana. […] 

GERUSALEMME: STORIA, MISTERO E PROFEZIA – Card. Carlo Maria Martini

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/TERRASANTA/gerusalemmestoriamisteroprofezia.htm

GERUSALEMME : STORIA , MISTERO E PROFEZIA

Card. Carlo Maria Martini

A Gerusalemme salgono le moltitudini del Signore
C’è una domanda preliminare: come si può parlare di Gerusalemme? « Gerusalemme, » per citare Chateaubriand nell’Itinerario da Parigi a Gerusalemme, « il cui nome evoca tanti misteri, colpisce l’immaginazione, sembra che tutto debba essere straordinario, in questa straordinaria città »?
Credo che una prima premessa sia questa: non si può parlare di Gerusalemme senza amarla. Amarla di quell’amore con cui l’ha amata Davide, nell’interpretazione moderna di Carlo Coccioli, che gli fa dire:
 » Ah! se avevo amato Gerusalemme, se l’avevo amata contemplandola dall’esterno, ne impazzii letteralmente, pazzia d’amore, valutando dall’interno la sua bellezza indescrivibile. Certo non vi era al mondo altrettanto desiderabile città, eco inebriante di una dimensione spirituale dello spazio, dove il cielo si chinava sulla terra e la sposava. Come non invidiare Sion, l’incomparabile? ».
Oppure, per esprimersi con la parola di un midrash: « Dieci porzioni di bellezza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di scienza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di sofferenza sono state accordate al mondo dal Creatore e Gerusalemme ne ha ricevute nove ».
Tra le domande che qualificano l’esistenza storica e problematica di ogni uomo e donna del nostro tempo, insieme ad altre domande drammatiche che riguardano la guerra, l’amore, il perdono, la fame e via dicendo, c’è certamente, anche questa domanda: tu, che dici di Gerusalemme? In che rapporto ti senti con Gerusalemme?
Il « dossier » gerosolimitano è immenso: biblico, rabbinico, filosofico, teologico, letterario. Da David a Dante Alighieri a Hegel ai nostri giorni: è un dossier senza fine.
Vorrei fare una presentazione quasi in stile rapsodico, attraverso una trama di citazioni. Indicare piste, domande, luoghi di ricerca, temi possibili di approfondimento, per rispondere alla domanda fondamentale: tu, che dici di Gerusalemme? Cerchiamo di ordinare la tematica attorno alle tre linee indicate: Gerusalemme, storia, mistero e profezia, anche se, evidentemente. non è possibile una divisione rigida di questi tre momenti.

LA STORIA
Sotto questa tematica intendiamo tutto ciò che costituisce la storia viva della città. Una storia carica di significati, una storia caratteristica, unica al mondo.
I luoghi della presenza
È interessante notare come, anche a livello archeologico, la ricerca si concentri oggi su due poli: l’identificazione delle mura, con la loro complessa storia e le diverse successioni dei recinti politici della città, e il luogo del tempio. Una ricerca condotta secondo moduli spaziali, secondo i recinti della presenza politica, del popolo, cioè le mura, e della presenza religiosa, di Jahvè, cioè il tempio. E già qui siamo di fronte a una di quelle dualità, o bipolarità, che emergono da tanti aspetti della storia di Gerusalemme, e che potrebbero essere visualizzate con un riferimento biblico: « Tu mi vuoi edificare una casa, io edificherò a te un casato » (2Sam 7, 5.11). Alla casa spaziale si contrappone il casato dinastico, temporale. Heschel direbbe:  » Al tempio Dio preferisce il tempo » in cui anche l’uomo abita con lui. Questa linea di dualità, in cui il tempo viene poi qualificato moralmente come impegno per la giustizia, è la linea che riappare di frequente nel kerygma (annuncio) profetico con la tensione tra culto e obbedienza. « Obbedire è meglio del sacrificio » (1Sam 15, 22); « Detesto i sacrifici fatti nel tempio; ricercate la giustizia » (Is 1, 11.17; cfr. Mic 6,7-8; Os 6,6; Sal 50): il sacrificio richiesto è quello del cuore, anche se alla fine riappaiono i sacrifici e le mura ricostruite.
Questa dialettica è continuamente presente nella storia della città. n primato temporale, esistenziale, la presenza di Dio con l’uomo e l’uomo che cammina con Dio nella giustizia e nella santità, non elide ma illumina la presenza spaziale, quella per cui la gloria di Dio si manifesta nel tempio e abita dentro le mura della città. Fondamentale si potrebbe ritenere, al proposito, la riflessione fatta da Salomone: « Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ti ho costruita! ». Ma poco prima Salomone dice: « Il Signore ha deciso di abitare sulla nube. lo ti ho costruita una casa potente, un luogo per la tua dimora perenne » (1Re 8,27.12-13).
Infinità, trascendenza di Dio, immanenza gerosolimitana di Dio.
I rapporti tra i due aspetti si chiariranno nel Nuovo Testamento, ma senza giungere mai, almeno nello spazio temporale dell’esperienza umana, a elidersi a vicenda. Da una parte Gesù accetta il tempio, nella sua funzione di « casa di preghiera » (Mc 11, 11; 15, 17), dall’altra ne prevede la fine (Mc 13).
Anche Paolo (At 21, 26; 24, 6.12.18; 26, 21), anche la comunità primitiva (At 2,46 e 3, 1) frequentano il tempio; ma è in esso che più tardi Paolo sarà catturato, e da questo momento in poi sembra che negli Atti degli Apostoli il tempio sia ormai perso di vista, decaduto come luogo della presenza, o anche soltanto come luogo della preghiera: è divenuto anzi il luogo nel quale Paolo è stato proditoriamente preso. Giovanni vede nel Cristo incarnato (Gv 1, 14) la nuova tenda della Shekinah (eskenosen), in cui contempliamo la gloria del Dio Emmanuele (Emmanuele, uno dei nomi di Gerusalemme, ora viene dato a Gesù; cfr. Mt 1,23).
La stessa idea del corpo del Cristo come tempio è ripresa in chiave pasquale (Gv 2, 19-22 e anche probabilmente Gv 19, 37, dove il lato destro può fare allusione a Zc 12, 10, all’acqua che sgorga dal lato destro del tempio), è il tempio che Marco (14, 58) definisce « non fatto da mano d’uomo ». Qui si può richiamare tutta la polemica sul tempio di At 7. n tema è anche suggerito dalla metafora della porta in Gv 10, 7-9: Gesù è la mediazione per la comunione con Dio, è il santuario in cui questa comunione si attua. Porta e tempio antichi sono ora spezzati, come il velo del tempio (Mc 15, 38) perché il Cristo, nuova via (Gv 14,6), è il centro del culto ed è superiore al tempio stesso (Mt 12,6).
Vi è quindi una nuova Gerusalemme, senza tempio. « Non vidi alcun tempio in essa; perché il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio » (Ap 21, 22).
A livello storico queste varie dualità si affrontano, questa bipolarità oppositiva o sintetica si esprime in vari modi nella predicazione profetica e anche nel Nuovo Testamento: da una parte la città della pace, città della giustizia e dall’altra Dio fedele, Dio presente; oppure: Dio trascendente, Dio assente e Dio giudice, Dio vendicatore, con tutte le varianti possibili di questa dualità, che segna le drammatiche vicende dei luoghi della presenza del popolo e di Jahvè.

La città contesa
Il destino di Gerusalemme come città contesa, comincia verso l’anno 1000 a.C., quando forse non contava più di duemila abitanti. La sua esistenza come capitale pacifica, pure in mezzo ad avvenimenti travagliati, dura quattrocento anni. Tutto il resto della storia è un susseguirsi di invasioni e di conquiste: egiziani, babilonesi, persiani, tolomei, seleucidi, romani, arabi, cristiani d’occidente, sultani egiziani, turchi, sino agli eventi più recenti.
È pensando a questa storia che André Chouraqui, nel suo libro Vivre pour Jerusalem ha scritto: « È Babel la mostruosa trionfatrice della storia, Babel dalle legioni devastatrici, Babel del saccheggio e delle violazioni, Babel dell’assassinio, Babel di tutte le morti. Babel trionfa in tutte le nostre polluzioni, esulta nei depositi dove si ammassano le armi atomiche, che domani devasteranno la mirabile liturgia della creazione. Ai trionfi di Babel, » egli dice, « Gerusalemme è presente incatenata, cieca, ma viva e presente. Durante tutta la sua storia Gerusalemme è la città martire, la grande crocifissa ». Tuttavia, pur attraverso queste vicende drammatiche di ogni tempo, Gerusalemme è stata, è, ed è destinata a essere la terra dell’incontro.
Continua Chouraqui: « Gerusalemme è centrale per Israele, centrale per la chiesa universale, per la casa dell’lslam e perché essa si erge all’incrocio in cui l’Asia incontra l’Africa e si volge all’Occidente ». Di qui, evidentemente, nasce la speranza che vive ciascuno di noi tutte le volte che va pellegrino a Gerusalemme, la speranza che sia proprio in questa città che possiamo riconoscere in ogni uomo il nostro fratello, così come ci fa intuire il Salmo 87 (vv. 5 e 7).
Scrive Jacquet: « Ogni nazione nella misura in cui riconoscerà la supremazia del Dio d’lsraele riceverà da lui, in virtù di un atto della sua liberalità, il suo brevetto di cittadinanza gerosolimitana. Ai suoi membri è offerta un’iscrizione sul registro dei cittadini della città. Tolta ogni barriera, essi possono d’ora innanzi considerarsi a casa loro con gli israeliti; entro le mura della città. ‘Non hospites et advenae, sed cives sanctorum et domestici Dei’ (Ef2, 19) beneficiando anch’essi delle risorse spirituali dello jahvismo (Is 12,3) ».
Alla stessa idealità di Gerusalemme, città dell’incontro, patria universale, s’ispira un loghion extracanonico di Maometto: « O Gerusalemme, terra eletta da Dio e patria dei suoi servi, è dalle tue mura che il mondo è diventato mondo. O Gerusalemme, la rugiada che cade su di te guarisce ogni male, perché essa discende dai giardini del paradiso ».
Ma ecco affacciarsi il tragico dilemma; riemerge la bipolarità storica, il dualismo: città dell’incontro o semplicemente città della coesistenza? Città in cui tante persone e situazioni si passano vicino, ma non si compenetrano?
Anche qui la realtà può avere un testimone. Davide Shahar in una conversazione racconta le sue esperienze di ragazzo nato a Gerusalemme e di uomo vissuto a Gerusalemme. Egli dice , (ed è un’esperienza che tutti abbiamo fatto): « Gerusalemme è un mondo di coesistenza, non di simbiosi. Voi siete là, per esempio, alla porta di Sichem e potete vedere, gli uni accanto agli altri, un rabbino che va a pregare al Muro, una ragazzina in minigonna che viene da un kibbutz, un musulmano sul suo asino e poi un monaco greco. Non c’è, direi, alcuna interpenetrazione. Ciascuno vive nel suo mondo; non c’è niente di comune tra il mondo del rabbino e quello del monaco greco: sono mondi differenti che coesistono, l’uno a fianco dell’altro. Questo ci dà una città di tensioni terribilmente forti. lo personalmente le sento in tutti gli ambiti della vita. Non parlo soltanto della guerra tra noi e i nostri vicini. lo sono un uomo molto pacifico e, tuttavia, sono passato per cinque guerre. Parlo anche della comunità giudaica, nella quale c’è coesistenza ma non interpenetrazione. È una tensione continua. Tensione tra i praticanti e i non praticanti; tensione tra comunità differenti. È una tensione che, vibra sempre in questa città, e che è sempre piena di guerra. Questa città unica e universale ».

IL MISTERO
Con le frasi e le domande di Shahar entriamo nel mistero di questa città. Che cosa significano tutte queste realtà storiche che verifichiamo e non possiamo negare, di cui siamo in parte i testimoni, di cui ci rallegriamo quando gli aspetti negativi sono soverchiati da quelli positivi, rattristandoci quando avviene il contrario? Che significa tutto ciò in relazione al mistero di pace, prosperità, gioia, giustizia, fraternità che Gerusalemme annunzia col suo nome?
In altre parole potremmo dirci, partendo da un punto di vista specificamente cristiano: il fatto che gli eventi decisivi della salvezza, morte e risurrezione di Gesù (e, nella visione lucana, anche la pentecoste) si siano compiuti a Gerusalemme, permette qualche conclusione sul significato teologico permanente della città, e sull’impatto che le situazioni dolorose della sua storia possono avere sulla storia del mondo?
Il Nuovo Testamento ha cercato in vari modi di penetrare questo mistero di Gerusalemme. È particolarmente ricca in proposito la visione lucana della salvezza, salvezza annunziata in Gerusalemme a Zaccaria, svelata a Gerusalemme con Gesù al tempio, consumata a Gerusalemme: « Ecco, saliamo a Gerusalemme, là si compiranno le cose dette sul figlio dell’uomo » (Lc 18,31). Irradiato da Gerusalemme (Lc 24, 47), l’evangelo comincia da Gerusalemme (At 1,8) e da Gerusalemme in avanti, verso i confini della terra. Gerusalemme è il nuovo Sinai della nuova Legge dello spirito (At 2) e, almeno per un certo tempo, la predicazione primitiva a Gerusalemme ritorna in periodici confronti (At 15 e, a suo modo, GaI 2). Tuttavia, a partire da un certo punto, si ha l’impressione che, per la chiesa antica, la missione della Gerusalemme storica si insabbi, non emerga e non perseveri se non forse in forme minori, come quella del pellegrinaggio. In fondo c’è anche oggi un costante ritorno a Gerusalemme, ed è interessante notare come l’attrattiva di questa città per il cristiano cresca. Anche il cristiano si sente di dire: « l’anno prossimo a Gerusalemme ».
E questo perché? È soltanto una moda, una nostalgia? O c’è qualcosa di più?
A questo riguardo ci si è chiesto, ancora recentemente, che significato teologico può avere la ripresa a Gerusalemme di una comunità di ebrei cristiani, circoncisi, che si dichiara erede del gruppo primitivo di Giacomo; collegata direttamente alle radici sante della nostra fede.
Tutto ciò ci fa riflettere e apre interrogativi cui non è facile dare risposta. E proprio a partire da questa misteriosa permanenza di Gerusalemme, della Gerusalemme storica e teatro degli eventi di salvezza, nasce, continuando la simbologia dell’ Antico Testamento, una lussureggiante simbologia gerosolimitana che si potrebbe definire simbologia della Gerusalemme vissuta e della Gerusalemme sognata, già presente nell’Antico Testamento e ripresa nella letteratura rabbinica e in quella cristiana.
Per brevità ci potremmo riferire a Misrahi per dare una semplice indicazione dei simboli evocati: pietra, acqua, luce, montagna, forza, gioia, sposa, elementi che sono variamente ripresi dalla letteratura successiva su Gerusalemme, dando a ciascuno di essi un significato speciale. Pietra non soltanto perché su colline rocciose, per l’architettura di sassi propria di Gerusalemme, ma anche perché « pietra » sono i tre centri della città: la pietra del Muro del Pianto, la pietra della Cupola, la pietra ribaltata del Sepolcro. È di qui che si avanza verso il simbolismo teologico della roccia, pietra del Signore, roccia e rocca. Così Gerusalemme diviene espressione della fede, della stabilità, della solidità. Come scrive un autore ebraico, il premio Nobel Shemuel Agnon, nei suoi Racconti di Gerusalemme: « Gli doleva il cuore a lasciare Gerusalemme, città santa, per uscirne, come per precipitare nella Geenna. Diceva in cuor suo: sono venuto fin qui e già me ne devo andare, mi pare di essere un uccello in volo, vola e la sua ombra lo accompagna ». Insieme col simbolismo della solidità, del luogo dove si sta al sicuro, c’è il simbolismo dell’acqua. Ecco il Salmo 56, 4-5:

Fremano, si gonfino le sue acque
tremino i monti per i suoi flutti.
Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio
la santa dimora dell’Altissimo.

Si tratta dei yeudim meshiym (giudeo-messianici), ebrei che affermano di aver trovato il messia e credono che sia proprio Jeshuah figlio di Miriam di Nazaret. Credono in lui come messia e Signore (Adon), credono nella sua resurrezione e nel suo Vangelo, ma non professano alcuna appartenenza ecclesiale ne intendono rinunciare all’ebraismo.(1)
E dall’esigente enfasi di questa ricchezza d’acqua (che non c’è in realtà a Gerusalemme) si passa alla simbologia di Jahvè, sorgente d’acqua viva in Gerusalemme. Già Filone sottolineava nel De somniis: « Qual è mai questa città dato che la città santa dove si trova il tempio è costruita lontano dal mare e dai fiumi? ». Il senso è evidentemente metaforico. Continua Filone: « In realtà l’onda del Verbo divino, fluendo con continuità, potenza e misura si spande attraverso l’universo e raggiunge ogni cosa ».
Ricordiamo anche il tema della luce, fondamentale in Isaia come quello della montagna. Gerusalemme appare non soltanto come pietra ma anche come montagna: « Il suo monte santo, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra » (Sal 48, 3). Montagna, cime e insieme fondamento: « le sue fondamenta sono sui monti santi » (Sal 46, 3-4). Fondamento e culmine proprio in relazione col Salmo 18: « Dio, mia roccia, mia rupe, mio riparo ». Misrahi, perciò, parla addirittura di Dio come simbolo di Gerusalemme, e dice che « se Gerusalemme ha un tale irraggiamento è perché essa è simbolo di Dio. Se Dio è talmente legato a Israele, è perché egli è il simbolo di Gerusalemme ».
Un altro simbolo sfruttato è quello della « porta », « porta della speranza », che, in relazione ai temi precedenti indica una dinamica, un passaggio, una progressione, un entrare e un uscire, anche una fragilità, la fuga e l’esilio e persino la stessa trasgressione.
« Entrare in Gerusalemme, » scrive Misrahi, « è entrare nel combattimento per la giustizia, è assumere la responsabilità della lotta. »
Questa entrata avrà perciò uno sbocco, un’uscita: « da Gerusalemme uscirà la Legge ». Diversi sono gli usi che vengono fatti di queste metafore, a seconda delle situazioni; ma tutti si riferiscono alla potenzialità quasi senza fine di Gerusalemme di rappresentare i diversi aspetti del cammino dell’uomo e dell’esprimersi dell’uomo con Dio.
C’è infine la simbolica della « gioia »: « la Gerusalemme, altopiano roccioso, è ove si danza l’allegria dell’essere, il giardino del re, il giardino dell’essere. L’Eden non è a est, ma al centro, e il centro (riferendoci anche al Cantico dei Cantici e ai salmi) è la simbologia della sposa ».
La Gerusalemme del mistero, bagnata dalla presenza salvifica di Dio, assume significati che possono essere letti in tutti gli aspetti della vita e possono riferirsi a mille realtà della ricerca che Dio fa dell’uomo e del cammino dell’uomo verso Dio.

LA PROFEZIA
Cosa significa interrogarsi su Gerusalemme come profezia, cosa significa interrogarsi sull’influsso che la salvezza finale, rappresentata con immagini gerosolimitane, ha sul momento presente della salvezza e sul cammino della salvezza? Qui andrebbe evocato tutto quanto è detto nel Nuovo Testamento, nell’Apocalisse in particolare, sulla Gerusalemme nuova, sulla città che viene da Dio, la quintessenza di tutte le attese umane, la città in cui non c’è più né pianto, né lutto, dolore; il luogo della perfetta giustizia e della perfetta liberta, Il luogo nel quale si esprime la libertà dei credenti (GaI 4, 26-31). È interessante indicare, con qualche citazione, come questi temi si prolunghino, sia nella riflessione rabbinica, sia in quella cristiana.
Già la speculazione rabbinica sull’apparente duale Jerusalayim passava a riflettere sulla città duale nello spazio e nel tempo: Gerusalemme celeste, Gerusalemme terrestre; Gerusalemme di adesso, Gerusalemme di poi. E cercava di definire i vari rapporti tra le due Gerusalemme: quella di quaggiù, quella di ora; quella di lassù e quella di poi, con diverse armonie e tensioni tra il prima e il dopo. Il cammino dell’uomo non doveva essere allora una semplice ricerca del tempo perduto o un giro a vuoto su se stesso nel cerchio dell’esistenza, ma un passaggio da un prima a un poi, da un quassù a un lassù che dà significato a ogni momento dell’esistenza storica dell’uomo.
Dal punto di vista cristiano i termini sono, evidentemente, molti. Gerusalemme può essere termine del cammino, punto di arrivo, come scrive il Crisostomo commentando il Salmo 47 (48): « Teniamo nel nostro spirito la città di Gerusalemme: contempliamola senza sosta avendo sempre davanti agli occhi le sue bellezze. È la capitale del Re dei secoli, ove tutto è immutabile, ove nulla passa, ove tutte le bellezze sono incorruttibili. Contempliamola per divenire ogni giorno più affettuosi coi nostri fratelli e così ereditare il regno dei cieli ».
Quest’immagine della Gerusalemme terminale, da cui derivano numerose anticipazioni della sua vita nel cammino del popolo di Dio, è espressa variamente dalla teologia medievale.
Abbiamo la tipica triplice distinzione, secondo i tre sensi della scrittura. Sion significa specula o contemplatio, scrive Rabano Mauro, e « designa la chiesa dell’anima credente o la patria celeste. Secondo la storia designa la nazione dei giudei o Gerusalemme, secondo l’allegoria è la santa chiesa, secondo l’analogia è la patria celeste ».
Diverso è lo schema duplice che presenta Tommaso d’Aquino nel commento al Salmo 45: « Duplice è la città di Dio, l’una terrena, cioè la Gerusalemme terrestre, l’altra spirituale, cioè la Gerusalemme celeste. Per l’ Antico Testamento gli uomini erano fatti cittadini della città terrestre, per il Nuovo Testamento della città celeste ». Qui il discorso diventa più complesso e più difficile: già prima di san Tommaso, sant’ Agostino aveva tentato di adattare il discorso alla complessità della storia, dove città terrestre e città celeste si scontrano in una sorta di escatologia realizzata. Allora si affermano nomi diversi per le due città: Gerusalemme e Babilonia. E questa presentazione duale è la stessa che troviamo nel libro dell’ Apocalisse.
Sant’Agostino, nel De Civitate Dei, parlando dei Salmi delle ascensioni (i salmi dal 120 al 134) vedrà Gerusalemme come il punto terminale dell’intera esistenza dell’uomo: « Voi sapete, fratelli miei, che un cantico delle ascensioni non è che un cantico della nostra ascensione, e che questa ascensione non si fa con i nostri piedi, ma con gli slanci del cuore. Corriamo dunque, fratelli miei, corriamo. Noi andremo alla casa del Signore. Corriamo, non stanchiamoci, perché noi arriveremo là, dove non c’è più stanchezza ». E di qua, da questa attrattiva perenne che Gerusalemme esercita sull’uomo come punto di arrivo, come stimolo per il cammino, come chiave per l’interpretazione degli enigmi della storia, delle complessità delle tensioni storiche che agitano gli uomini nasce un’ultima riflessione: Gerusalemme intesa come compito o come sfida.
La domanda posta all’inizio di questa terza riflessione sulla profezia, cioè quale sia l’influsso che ha sul presente della salvezza e sul cammino dell’uomo la salvezza finale rappresentata con immagini gerosolimitane, può anche essere rovesciata. C’è una funzione della Gerusalemme storica rispetto alla Gerusalemme profetica? In che maniera il realismo della Gerusalemme storica e la sua ricchezza molteplice, misteriosa e simbolica, è vissuto nella Gerusalemme profetica che si va costruendo, nel popolo di Dio in cammino? Non potrebbe una maggiore attenzione alla Gerusalemme storica e al suo destino, alle sue ricchezze e alla sua corporeità, assicurare più vigorosamente anche al popolo di Dio una completezza e un’armonia di valori, che ne facciano davvero un corpo di Cristo immerso nella storia? Il richiamo a Gerusalemme non può essere un richiamo a un modo più completo di essere uomo e di essere chiesa?
In questo senso qualcuno ha parlato di ferite iniziali nella primitiva cristianità ancora da risanare, perché il cristianesimo ritrovi nel suo cammino nel tempo, sempre maggiormente, la ricchezza delle sue potenzialità.
E tuttavia la domanda su Gerusalemme come sfida rimane presente e drammatica, anche soltanto riferendoci alla Gerusalemme storica.
Padre Dubois che, come cittadino di Gerusalemme, vive intimamente questa realtà, questa sofferenza e questi desideri, nel suo libro Vigiles à Jerusalem si domanda: « Come situare in rapporto reciproco il valore di segno e il valore di realtà, come accordare la dimensione storica e temporale con la dimensione di eternità? Più precisamente, poi che Gerusalemme esiste e non è soltanto nei cieli, come esserci, dimorarvi, occuparla, possederla; come essere presso di essa a casa propria e contemporaneamente aprirla al mondo, a tutti gli uomini, come patria spirituale e universale? ». Riemerge allora la domanda, propria di ogni uomo: « Tu, che pensi di Gerusalemme? ».

_____________________
1. Cfr. Francesco Rossi de Gasperis, Un nuovo giudeocristianesimo e la sua possibile rilevanza ecclesiale, in Cominciando da Gerusalemme, Piemme, Milano 1997, pp. 140-183.

[Tratto da: Atti della XXVI settimana biblica, Roma, 15-19 settembre 1980, Paideia Brescia 1982]

DALLA PREDICAZIONE DI SAN PAOLO FINO AI GIORNI NOSTRI – CRISTIANI IN TERRA SANTA

http://www.tracce.it/?id=266&id2=266&id_n=7936

CRISTIANI IN TERRA SANTA: STORIA E PROFEZIA

JAVIER VELASCO YEREGUI

DALLA PREDICAZIONE DI SAN PAOLO FINO AI GIORNI NOSTRI. LA CURA DEI CRISTIANI PER I LUOGHI DOVE VISSE GESÙ

La cura dei cristiani verso la comunità cristiana di Terra Santa è antica quanto la stessa predicazione apostolica. Intorno agli anni cinquanta della nostra era, Paolo si impegnò davanti a Giacomo, Cefa e Giovanni, le massime autorità della Chiesa, a venire in aiuto delle necessità di Gerusalemme, e a questo scopo organizzò collette tra i Galati (1 Cor 16,1), a Corinto (1 Cor 16,1-4), in Macedonia (2 Cor 8,1-5) e nella provincia romana d’Asia (Atti 20,4-5). Paolo chiamerà questo gesto delle Chiese che si erano convertite dal paganesimo nei confronti della chiesa giudeo-cristiana di Gerusalemme con i termini «grazia e comunione», kharis kai koinonía (2 Cor 8,4), perché esprimeva una unità tanto nello spazio (communio) quanto nel tempo (traditio) tra la Chiesa dei gentili e quella «nella quale si sono compiute le Scritture» (Atti 13,27). Venti secoli più tardi, la Chiesa di Gerusalemme continua a essere una particolare icona della Chiesa, una imago Ecclesiae che sempre si presenta attraverso i segni dell’umiltà e della debolezza. Da qui trae la sua forza. Oltre a essere la realtà che custodisce i luoghi della salvezza, essa rappresenta come nessun’altra la ricchezza – e insieme le contraddizioni – della storia cristiana. I teologi orientali amano contemplare la Chiesa indivisa dei primi secoli come un riflesso della stessa vita di Dio: Roma o la latinità, la greca Bisanzio e l’Oriente cristiano di cultura aramaica rappresentano il sigillo stesso del Dio trinitario che si attua nella storia della sua Chiesa. Che oggi questa unità nella diversità sia venuta meno è un problema nostro. Nella loro ricchezza e nel loro confronto, queste tre forme dell’unica Chiesa hanno plasmato il cristianesimo della Terra Santa sin dai primi secoli. L’eredità di una storia ricchissima, vissuta in un presente difficile, diventa così profezia per il futuro. Queste sono le chiavi per comprendere l’identità e la missione delle chiese e delle comunità ecclesiali in Terra Santa.
È difficile ricostruire con chiarezza la struttura della Chiesa nella Palestina romana dei primi tre secoli. Sappiamo dell’esistenza di comunità giudeo-cristiane e di comunità convertitesi dal paganesimo. È il tempo dei martiri, di eruditi come Origene, e di campioni della difesa della logica cristiana di fronte al sistema religioso e filosofico imperiale, come san Giustino, originario della oggi così tormentata Nablus. Con la legalizzazione della nuova religione, nel IV secolo, si apre un’epoca di splendore per Gerusalemme, elevata al rango di patriarcato: i suoi fedeli rappresentavano la Chiesa universale. In quei secoli vedremo san Gerolamo operare per far giungere al mondo latino la Bibbia scritta in ebraico e greco. Accanto a lui, i monaci giunti da Roma a Betlemme o al Monte degli Ulivi. Nella Basilica che custodiva il Calvario e il Sepolcro di Cristo si udrà san Cirillo predicare in greco la sua catechesi, tradotta simultaneamente a una parte del popolo in lingua siriaca o aramaica, secondo la testimonianza della pellegrina spagnola Egeria (382 circa). I monaci orientali nel deserto di Giuda, le cui più celebri lavre o cenobi sono giunte sino ai nostri giorni, svolsero una vasta opera di evangelizzazione con le tribù arabe del deserto. È il caso del clan beduino Aspebet, che abbracciò la fede per opera del monaco Eutimio nei primi anni del V secolo, e il cui vescovo parteciperà al Concilio di Efeso, nel 431, con il titolo di “vescovo delle tende”. In occasione della grave frattura ecclesiale del V secolo, che trasse fuori dell’unità alcune chiese d’Oriente, Gerusalemme rimase legata a Roma e a Costantinopoli nell’ortodossia. I fedeli delle città della Palestina rimasero al seguito della retta fede professata nelle città imperiali: erano i melchiti o uomini dell’Imperatore (malek, in aramaico). Fra la popolazione rurale invece prevalse la fede di quelle che furono chiamate più tardi le antiche chiese d’Oriente.

L’islam e le crociate
L’islam giunse in Terra Santa quando il califfo Omar entrò a Gerusalemme nel febbraio del 638. Fu una conquista pacifica, ma inesorabile. Con il passare del tempo, una parte dei cristiani indigeni (siriani, arabi e altri) passò alla religione di Maometto, mentre altri conservarono la fede dei loro progenitori con i suoi riti, pur integrandosi nella nuova cultura arabizzata. Questa integrazione fu tanto forte che gli attuali cristiani di Terra Santa (e di tutto il Medio Oriente) si offenderebbero se qualcuno osasse dire che non appartengono alla cultura araba per lingua, costumi e mentalità. Con tutto questo, ciascuna forma ecclesiale continuò a caratterizzare l’identità della sempre più minoritaria comunità cristiana. In questo senso i vescovi cattolici di Terra Santa hanno recentemente dichiarato: «In Oriente, noi teniamo molto alla nostra liturgia e alle nostre tradizioni. È la liturgia che ha molto contributo a conservare la fede cristiana nei nostri paesi lungo la storia. Il rito è come una carta d’identità, e non solo un modo tra altri di pregare».
La parentesi eccezionale delle crociate (secoli XI-XIII) rappresentò, almeno inizialmente, il tentativo fallito di imporre la cristianità latina nelle terre d’Oriente, ma proprio dal suo fallimento nascerà la proposta alternativa di san Francesco. Si trattava di una forma nuova di presenza, molto diversa da quella dei cavalieri franchi. I frati della corda, che erano rimasti nell’isola di Cipro ad aspettare il momento in cui poter ritornare a prendersi cura dei luoghi santi e dei loro fedeli cristiani, portarono una nuova forma di presenza nel XIV secolo.

I cristiani oggi
Senza la pazienza, l’umiltà, il martirio di tanti figli del poverello di Assisi, oggi sarebbe difficile per i cattolici recarsi in pellegrinaggio nella terra del quinto vangelo. Grazie al loro lavoro pastorale, ogni santuario è sede di una comunità cattolica araba di rito latino. Quando nel XIX secolo giungeranno le missioni anglicana, protestante e ortodossa dalla Russia, la Chiesa cattolica restaurerà la diocesi latina nella forma del patriarcato di Gerusalemme, che oggi conta circa 30.000 fedeli in Israele, nei territori della Cisgiordania e di Gaza, in Giordania e a Cipro. Accanto a essi, i fedeli cattolici delle chiese orientali unite a Roma, come i greco-cattolici (45.000 fedeli), i maroniti di origine settentrionale o libanesi (4.000 fedeli), e siriani, armeni, copti e caldei (alcune centinaia o decine). Il quadro della famiglia cattolica non sarebbe completo senza ricordare la comunità di lingua ebraica (alcune centinaia) che, all’interno del mondo culturale e religioso ebraico, testimonia molte volte nel silenzio la pienezza delle promesse fatte ai padri di Israele. Come nel IV secolo, oggi la Terra Santa è casa di tutti i Cristiani, i quali preferiscono, nonostante tutto, denominarsi con il solo appellativo di «cristiani». In questo modo si rendono più vicini ai membri delle altre chiese o comunità ecclesiali con i quali non vivono la piena comunione (ortodossi, chiese d’Oriente o protestanti). Sono in totale un 2% della popolazione, stretti fra islam e giudaismo. Ogni cambiamento storico ha lasciato loro una traccia. La più recente e sanguinosa è il conflitto arabo-israeliano, di cui condividono sofferenze e minacce, essendo arabi senza essere musulmani, israeliani senza essere ebrei. Proprio per questo possono offrire, di fronte alla costante tentazione dell’emigrazione, il portato di speranza e riconciliazione che si trova al cuore del Vangelo. Mescolata in questa storia si può scorgere la valenza profetica di questa Chiesa (non dimentichiamo che il significato più letterale del termine pro-fezia è quello di pro-vocazione). Per questo, accostarci a essa, anche se solo attraverso un pellegrinaggio, è “grazia e comunione”, come già ebbe a dire san Paolo. *Direttore dell’Istituto Spagnolo Biblico Archeologico di Gerusalemme “Casa di Santiago”

Publié dans:Paolo: studi, TERRA SANTA (LA) |on 24 février, 2015 |Pas de commentaires »
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