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OMELIA DI PAOLO VI SOLENNITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO – GIOVEDÌ, 29 GIUGNO 1978

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XV ANNIVERSARIO DELL’INCORONAZIONE DEL PAPA

OMELIA DI PAOLO VI SOLENNITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO – GIOVEDÌ, 29 GIUGNO 1978

Venerati Fratelli e Figli carissimi,

Le immagini dei Santi Apostoli Pietro e Paolo occupano, oggi più che mai, il nostro spirito durante la celebrazione di questo rito. Non solo perché ci sono riportate, come di consueto, dal volgere dell’anno liturgico, ma anche per il particolare significato che riveste per noi questo xv anniversario della nostra elezione al Sommo Pontificato, quando, dopo il compimento dell’80° genetliaco, il corso naturale della nostra vita volge al tramonto.

Pietro e Paolo: «le grandi e giuste colonne» (S. CLEMENTE ROMANI, I, 5, 2) della Chiesa romana e della Chiesa universale! I testi della Liturgia della parola, or ora ascoltati, ce li presentano sotto un aspetto che suscita in noi profonda impressione : ecco Pietro, che rinnova nei secoli la grande confessione di Cesarea di Filippo; ecco Paolo, che dalla cattività romana lascia a Timoteo il testamento più alto della sua missione. Guardando a loro, noi gettiamo uno sguardo complessivo su quello che è stato il periodo durante il quale il Signore ci ha affidato la sua Chiesa; e, benché ci consideriamo l’ultimo e indegno successore di Pietro, ci sentiamo a questa soglia estrema confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Matth. 16, 16); anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» (2 Tim. 4, 7).

I. TUTELA DELLA FEDE

Il nostro ufficio è quello stesso di Pietro, al quale Cristo ha affidato il mandato di confermare i fratelli (Cfr. Luc. 22, 32): è l’ufficio di servire la verità della fede, e questa verità offrire a quanti la cercano, secondo una stupenda espressione di San Pier Crisologo: «Beatus Petrus, qui in propria sede et vivit et praesidet, praestat quaerentibus fidei veritatem» (S. PETRI CEIRYSOLOGI Ep. ad Etrtichen, inter Ep. S. Leonis Magni XXV, 2: PL 54, 743-744). Infatti la fede è «più preziosa dell’oro» (1 Tim. 6, 13), dice San Pietro; non basta riceverla, ma bisogna conservarla anche in mezzo alle difficoltà («per ignem probatur» -1 Petr. 1, 7 ). Della fede gli Apostoli sono stati predicatori anche nella persecuzione, sigillando la loro testimonianza con la morte, a imitazione del loro Maestro e Signore che, secondo la bella formula di San Paolo «testimonium reddidit sub Pontio Pilato bonam confessionem» (Ibid.). Ora, la fede non è il risultato dell’umana speculazione (Cfr. 2 Petr. 1, 16), ma il «deposito» ricevuto dagli Apostoli, i quali lo hanno accolto da Cristo che essi hanno «visto, contemplato e ascoltato» (1 Io. 1, l-3). Questa è la fede della Chiesa, la fede apostolica. L’insegnamento ricevuto da Cristo si mantiene intatto nella Chiesa per la presenza in essa dello Spirito Santo e per la speciale missione affidata a Pietro, per il quale Cristo ha pregato : «Ego rogavi pro te ut non deficiat fides tua» (Luc. 22, 32) e al Collegio degli Apostoli in comunione con lui: «qui vos audit me audit» (Ibid. 10, 16). La funzione di Pietro si perpetua nei suoi successori, tanto che i Vescovi del Concilio di Calcedonia poterono dire dopo aver ascoltato la lettera loro mandata da Papa Leone: «Pietro ha parlato per bocca di Leone» (Cfr. H. GRISAR, Roma alla fine del tempo antico, I, 359). E il nucleo di questa fede è Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, confessato così da Pietro: «Tu es Christus, Filius Dei vivi» (Matth. 16, 16).

Ecco, Fratelli e Figli, l’intento instancabile, vigile, assillante che ci ha mossi in questi quindici anni di pontificato. «Fidem servavi»! possiamo dire oggi, con la umile e ferma coscienza di non aver mai tradito «il santo vero» (A. MANZONI). Ci sia consentito ricordare, a conferma di questa convinzione, e a conforto del nostro spirito che continuamente si prepara all’incontro col giusto Giudice (2 Tim. 4, 8), alcuni documenti salienti del pontificato, che hanno voluto segnare le tappe di questo nostro sofferto ministero di amore e di servizio alla fede e alla disciplina: tra le encicliche e le esortazioni pontificie, la «Ecclesiam Suam» (9 augusti 1964: AAS 56 (1964) 609.659), che, all’alba del pontificato, tracciava le linee di azione della Chiesa in se stessa e nel suo dialogo col mondo dei fratelli cristiani separati, dei non-cristiani, dei non-credenti; la «Mysterium Fidei» sulla dottrina eucaristica (3 septembris 1965: AAS 57 (1965) 753.774); la «Sacerdotalis Caelibatus» (24 iunii 1967: AAS 59 (1967) 657.697) sul dono totale di sé che distingue il carisma e l’ufficio presbiterale; la «Evangelica Testificatio» (29 iunii 1971: AAS 63 (1971) 497-526) sulla testimonianza che oggi la vita religiosa, in perfetta sequela di Cristo, è chiamata a dare davanti al mondo; la «Paterna cum Benevolentia» (8 decembris 1974: AAS 67 (1975) 5-23), alla vigilia dell’Anno Santo, sulla riconciliazione all’interno della Chiesa; la «Gaudente in Domino» (9 maii 1975: AAS 67 (1975) 289-322) sulla ricchezza zampillante e trasformatrice della gioia cristiana; e, infine la «Evangelii Nuntiandi» (8 decembris 1975: AAS 68 (1976) 5-76), che ha voluto tracciare il panorama esaltante e molteplice dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, oggi.

Ma soprattutto non vogliamo dimenticare quella nostra «Professione di fede» che, proprio dieci anni fa, il 30 giugno del 1968, noi solennemente pronunciammo in nome e a impegno di tutta la Chiesa come «Credo del Popolo di Dio» (PAOLO PP. VI, Credo del Popolo di Dio: AAS 60 (1968) 436-445), per ricordare, per riaffermare, per ribadire i punti capitali della fede della Chiesa stessa, proclamata dai più importanti Concili Ecumenici, in un momento in cui facili sperimentalismi dottrinali sembravano scuotere la certezza di tanti sacerdoti e fedeli, e richiedevano un ritorno alle sorgenti. Grazie al Signore, molti pericoli si sono attenuati; ma davanti alle difficoltà che ancor oggi la Chiesa deve affrontare sul piano sia dottrinale che disciplinare, noi ci richiamiamo ancora energicamente a quella sommaria professione di fede, che consideriamo un atto importante del nostro magistero pontificale, perché solo nella fedeltà all’insegnamento di Cristo e della Chiesa, trasmessoci dai Padri, possiamo avere quella forza di conquista e quella luce di intelligenza e d’anima che proviene dal possesso maturo e consapevole della divina verità. E vogliamo altresì rivolgere un appello, accorato ma fermo, a quanti impegnano se stessi e trascinano gli altri, con la parola, con gli scritti, con il comportamento, sulle vie delle opinioni personali e poi su quelle dell’eresia e dello scisma, disorientando le coscienze dei singoli, e la comunità intera, la quale dev’essere anzitutto koinonia nell’adesione alla verità della Parola di Dio, per verificare e garantire la koinonia nell’unico Pane e nell’unico Calice. Li avvertiamo paternamente: si guardino dal turbare ulteriormente la Chiesa; è giunto il momento della verità, e occorre che ciascuno conosca le proprie responsabilità di fronte a decisioni che debbono salvaguardare la fede, tesoro comune che il Cristo, il quale è Petra, è Roccia, ha affidato a Pietro, Vicarius Petrae, Vicario della Roccia, come lo chiama San Bonaventura (S. BONAVENTURAE Quaest. disp. de per/. evang., q. 4, a. 3; ed. Quaracchi, V, 1891, p. 195).

II. DIFESA DELLA VITA UMANA

In questo impegno offerto e sofferto di magistero a servizio e a difesa della verità, noi consideriamo imprescindibile la difesa della vita umana. Il Concilio Vaticano secondo ha ricordato con parole gravissime che «Dio padrone della Vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita»! (Gaudium et Spes, 51) E noi, che riteniamo nostra precisa consegna l’assoluta fedeltà agli insegnamenti del Concilio medesimo, abbiamo fatto programma del nostro pontificato la difesa della vita, in tutte le forme in cui essa può esser minacciata, turbata o addirittura soppressa.

Rammentiamo anche qui i punti più significativi che attestano questo nostro intento.

a) Abbiamo anzitutto sottolineato il dovere di favorire la promozione tecnico-materiale dei popoli in via di sviluppo, con la enciclica «Populorum Progressio» (26 martii 1967: AAS 59 (1967) 257-299)

b) Ma la difesa della vita deve cominciare dalle sorgenti stesse della umana esistenza. È stato questo un grave e chiaro insegnamento del Concilio, il quale, nella Costituzione pastorale «Gaudium et Spes», ammoniva che «la vita, una volta concepita, dev’essere protetta con la massima cura; e l’aborto come l’infanticidio sono abominevoli delitti» (Gaudium et Spes, 51). Non abbiamo fatto altro che raccogliere questa consegna, quando, dieci anni fa, promanammo l’Enciclica «Humanae Vitae» (25 iulii 1968: AAS 60 (1968) 481-503): ispirato all’intangibile insegnamento biblico ed evangelico, che convalida le norme della legge naturale e i dettami insopprimibili della coscienza sul rispetto della vita, la cui trasmissione è affidata alla paternità e alla maternità responsabili, quel documento è diventato oggi di nuova e più urgente attualità per i vulnera inferti da pubbliche legislazioni alla santità indissolubile del vincolo matrimoniale e alla intangibilità della vita umana fin dal seno materno.

c) Di qui le ripetute affermazioni della dottrina della Chiesa cattolica sulla dolorosa realtà e sui penosissimi effetti del divorzio e dell’aborto, contenute nel nostro magistero ordinario come in particolari atti della competente Congregazione. Noi le abbiamo espresse, mossi unicamente dalla suprema responsabilità di maestro e di pastore universale, e per il bene del genere umano!

d) Ma siamo stati indotti altresì dall’amore alla gioventù che sale, fidente in un più sereno avvenire, gioiosamente protesa verso la propria auto-realizzazione, ma non di rado delusa e scoraggiata dalla mancanza di un’adeguata risposta da parte della società degli adulti. La gioventù è la prima a soffrire degli sconvolgimenti della famiglia e della vita morale. Essa è il patrimonio più ricco da difendere e avvalorare. Perciò noi guardiamo ai giovani: sono essi il domani della comunità civile, il domani della Chiesa.

Venerati Fratelli e Figli carissimi!

Vi abbiamo aperto il nostro cuore, in un panorama sia pur rapido dei punti salienti del nostro Magistero pontificale in ordine alla vita umana, perché un grido profondo salga dai nostri cuori verso il Redentore; davanti ai pericoli che abbiamo delineato, come di fronte a dolorose defezioni di carattere ecclesiale o sociale, noi, come Pietro, ci sentiamo spinti ad andare a Lui, come a unica salvezza, e a gridargli: «Domine, ad quem ibimus? verba vitae aeternae habes» (Io. 6, 68). Solo Lui è la verità, solo Lui è la nostra forza, solo Lui la nostra salvezza. Da lui confortati, proseguiremo insieme il nostro cammino. Ma oggi, in questo anniversario, noi vi chiediamo anche di ringraziarlo con noi, per l’aiuto onnipotente con cui ci ha finora fortificati, sicché possiamo dire, come Pietro, «nunc scio vere quia misit Deus angelum suum»( Act. 12, 11) Sì, il Signore ci ha assistiti: noi lo ringraziamo e lodiamo; e chiediamo a voi di lodarlo con noi e per noi, per l’intercessione dei Patroni di questa «Roma nobilis» e di tutta la Chiesa, su di essi fondata. O Santi Pietro e Paolo, che avete portato nel mondo il nome di Cristo, e a Lui avete dato l’estrema testimonianza dell’amore e del sangue, proteggete ancora e sempre questa Chiesa, per la quale avete vissuto e sofferto; conservatela nella verità e nella pace; accrescete in tutti i suoi figli la fedeltà inconcussa alla Parola di Dio, la santità della vita eucaristica e sacramentale, l’unità serena nella fede, la concordia nella carità vicendevole, la costruttiva obbedienza ai Pastori; che essa, la santa Chiesa, continui a essere nel mondo il segno vivo, gioioso e operante del disegno redentivo di Dio e della sua alleanza con gli uomini. Così essa vi prega con la trepida voce dell’umile attuale Vicario di Cristo, che a voi, o Santi Pietro e Paolo, ha guardato come a modelli e ispiratori; e così custoditela, questa Chiesa benedetta, con la vostra intercessione, ora e sempre, fino all’incontro definitivo e beatificante col Signore che viene.

Amen, amen.

SANT’AGOSTINO – NELLA FESTA DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_569_testo.htm

Discorso 299/A augm.

DISCORSO AL POPOLO TENUTO DA SANT’AGOSTINO

NELLA FESTA DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Ricavare frutti dalla celebrazione degli Apostoli.

1. Ci raduna oggi la solennità di un giorno santo: una solennità, ben nota al vostro orecchio, alla vostra mente e alla vostra vita vissuta. Vogliamo commemorarla partecipando alla vostra allegrezza e assaporando la medesima vostra letizia. Brilla al nostro animo la luce del giorno natalizio degli apostoli Pietro e Paolo, quando essi nacquero non per essere imbrigliati dal mondo presente ma per esserne liberati. In effetti quando l’uomo nasce nella miseria della sua umanità nasce per la sofferenza; i martiri al contrario mediante la carità di Cristo nascono per la corona. Ebbene questo giorno nel quale esaltiamo i meriti degli apostoli ci viene offerto perché mentre celebriamo la loro festa ne imitiamo la santità, perché ricordando la gloria dei Martiri amiamo in loro ciò che in loro odiavano i persecutori e onoriamo il martirio, innamorati della loro virtù. In effetti con la virtù essi guadagnarono i meriti dei quali nel martirio ottennero la ricompensa. Il medesimo giorno fu dedicato alla glorificazione dei due martiri e apostoli, sebbene, a quanto sappiamo dalla tradizione della Chiesa, non siano stati martirizzati tutti e due in uno stesso giorno [cioè nello stesso anno] ma comunque nel medesimo giorno. In antecedenza in questo giorno subì il martirio Pietro; successivamente, ma sempre in questo giorno, lo subì Paolo: il merito li rese uguali nel martirio, l’amore li volle abbinati nel medesimo giorno. Ciò ha operato nei loro riguardi Colui che risiedeva in loro, che pativa in loro, che al loro fianco sosteneva il martirio, che li aiutava nella lotta e li coronava nella vittoria. Eccoci dunque offerto -come dicevamo – un giorno di festa, e noi non vogliamo celebrarlo senza ricavarne i frutti né per procurarci una gioia solo materiale ma piuttosto vogliamo attraverso l’imitazione conseguire la corona spirituale. Noi tutti in realtà vogliamo essere coronati ma pochi vogliamo lottare. Ebbene, procediamo seguendo la successione cronologica del martirio e non l’ordine del lezionario, e ascoltiamo prima dal Vangelo i meriti di Pietro e poi dalla lettera dell’Apostolo i meriti di Paolo.

Pietro pasce le pecore di Cristo. 2. Or ora ci è stato letto il Vangelo e noi abbiamo ascoltato questo episodio: Il Signore disse a Pietro:  » Simon Pietro, mi ami tu? « . Rispose:  » Ti amo « ; e il Signore a lui:  » Pasci le mie pecore « . E di nuovo il Signore:  » Simon Pietro, mi ami tu? « . E l’apostolo:  » Signore, ti amo « ; e un’altra volta il Signore:  » Pasci le mie pecore « . Lo interroga per la terza volta su ciò che gli aveva chiesto già per due volte: al Signore sembrò opportuno interrogarlo tre volte, mentre Pietro si sentì come infastidito per dover rispondere tre volte. Infatti – così riferisce il Vangelo – Pietro fu rattristato dal fatto che il Signore lo interrogasse per la terza volta ed esclamò:  » Signore, tu sai tutto; tu sai che io ti amo « . E il Signore:  » Pasci le mie pecore  » 1. Uno che ti interroga su una cosa che già conosce lo fa certamente per insegnarti qualcosa. Cosa dunque si proponeva il Signore d’insegnare a Pietro quando per tre volte lo interrogò su cose che egli già conosceva? Cosa penseremo, fratelli, se non questo: che cioè l’amore doveva cancellare la debolezza? Pietro doveva rendersi conto che per la forza dell’amore doveva confessare tre volte [il Signore] come prima lo aveva rinnegato tre volte mosso dal timore. E fu gran merito per Pietro essere incaricato di pascere le pecore del Signore. Se avesse condotto al pascolo pecore di sua proprietà, mai avrebbe conseguito la corona del martirio. Non fu infatti senza motivo che il Signore precisò le mie pecore; ma così egli disse perché sarebbero sorti certuni che avrebbero preteso di ottenere la gloria del martirio pascendo le loro proprie pecore. Al contrario chi ha l’anima apostolica e cattolica, un’anima semplice, umile e sottomessa a Dio, chi non cerca la propria gloria ma quella di Lui, sicché chi si vanta si vanti nel Signore 2, costui pasce il gregge per amore del Pastore, e in questo Pastore è pastore anche lui. Gli eretici pascolano le loro proprie pecore, ma in queste pecore imprimono il contrassegno del Signore, non certo per amore della verità ma per potersi difendere. Si regolano come quei tali – e sono in molti, lo sappiamo, anzi di questi esempi è pieno il mondo -, come quei tali che, temendo di perdere le loro proprietà, vi collocano le insegne di qualche potente, in modo che uno ne sia il padrone e l’altro incuta timore. Così gli eretici, non vedendo che il loro nome è in gloria dappertutto nel mondo, hanno imposto alle loro pecore il nome di Cristo; e magari le avessero da lui ottenute e non gliele avessero rapinate! Uno solo le comprò; gli altri le hanno rubate. Le comprò colui che le redense dal potere del diavolo e come prezzo versò il suo sangue: prezzo veramente inestimabile, capace di redimere tutto il mondo. Fu dato un prezzo superiore a quello che noi valevamo, ma il nostro compratore era innamorato di noi. Or ecco che dei servi dannati alla perdizione si sono impossessati delle pecore: non dico delle pecore loro proprie ma che essi pretendono fare proprie; e a queste pecore rubate imprimono il marchio del Signore. Ma il vero Padrone delle pecore non rimane inerte: per mezzo di altri suoi servi rivolge alle sue pecore parole di verità affinché riconoscano la voce del Pastore e tornino all’ovile 3: tornino al [resto del] gregge e vi tornino senza titubanze. Noi pertanto, allorché riammettiamo nell’ovile una qualche pecora, ci guardiamo dal cancellare il marchio [del suo padrone].

Di fronte alla violenza dei circoncellioni. 3. È probabile che alcuni dei nostri fratelli, conoscendo il nostro zelo nel recuperare e distogliere dal loro mortifero errore i nostri fratelli, siano rimasti sorpresi del fatto che nei discorsi tenuti in antecedenza non abbiamo mai parlato degli eretici. Ci è stato anzi riferito che gli eretici stessi, miseri e miserabili come sono, siano andati dicendo che un tale silenzio è stato a noi imposto dal timore che abbiamo dei circoncellioni. È infatti una realtà che questi tali non cessano d’intimorirci affinché non predichiamo la parola della pace, ma, se ci lasciamo intimorire dai lupi, cosa risponderemo a colui che ha detto: Pasci le mie pecore 4? Loro tiran fuori i denti per sbranare, noi tiriamo fuori la lingua per guarire. E di fatto noi parliamo apertamente, non ci teniamo in silenzio: ripetiamo le stesse cose e le ripetiamo di frequente. Ascoltino ciò che non vorrebbero ascoltare ed eseguano ciò che debbono eseguire. A chi ricusa d’ascoltare siamo, certo, importuni ma a chi gradisce l’ascolto siamo ben accetti, e se trovandoci fra gli oppositori corriamo dei pericoli, abbiamo fiducia di poter continuare nell’annunzio della parola di Dio 5 poiché lo facciamo nel nome di Cristo e perché voi ci aiutate con le vostre preghiere. È infatti nostra convinzione che quando venite a sapere dei nostri pericoli e come siamo esposti ai furiosi assalti di questi briganti voi pregate per noi. Ne è prova l’amore che ci lega gli uni agli altri. Non che siamo penetrati all’interno del vostro cuore ma ce l’attesta Colui che è in voi come anche in noi. Voglio peraltro ricordarvi che, quando pregate per noi, preghiate soprattutto perché Dio, al di sopra di ogni altra cosa, voglia proteggerci nella nostra salute, intendendo con ciò la salute eterna. Per quanto invece si riferisce alla salute che si gode in questa vita, faccia lui quel che conosce essere vantaggioso e a noi e alla sua Chiesa. Da lui infatti, che è nostro maestro e pastore, anzi principe e capo dei pastori, ci siamo sentiti dire che non dobbiamo temere coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima 6; e dalle parole del salmo abbiamo ascoltato quella efficacissima orazione: Signore, non consegnarmi al peccatore in base al mio desiderio 7. È una brutta cosa infatti che uno venga consegnato al peccatore a motivo del suo desiderio. Ai peccatori furono certo consegnati i martiri, furono consegnati gli apostoli di cui oggi celebriamo la festa, e prima di loro fu consegnato nelle mani dei peccatori il Signore dei martiri e degli apostoli. Tutti costoro sono stati consegnati nelle mani dei peccatori, ma non per il loro desiderio. Chi sono dunque coloro che vengono consegnati ai peccatori dal loro proprio desiderio? Senza dubbio coloro che condividono i sentimenti dei loro persecutori sospinti da un qualche desiderio di ordine temporale. E voglio farvi un esempio senza andare lontano dall’argomento che stiamo trattando. Ecco che il persecutore ricorre alle minacce e nella sua ferocia ci tormenta con nerbate o sottopone alla spada o al fuoco. Se noi desiderando conservare la vita presente ce ne restiamo in silenzio, siamo consegnati al peccatore dal nostro desiderio e pur vivendo siamo morti: abbiamo la salute del corpo ma perdiamo l’anima, cioè la carità. Per vivere la vita buona dobbiamo amare e voi, impedendo che siate sedotti, e loro, cercando di conquistarli [alla vita]. Se ci minacciano rimproveriamoli; se ci maltrattano preghiamo per loro; se ci respingono seguitiamo a istruirli.

Seguire l’esempio degli Apostoli. 4. Sul merito di Paolo abbiamo già ascoltato qualcosa, ma ora voglio parlarvi dei suoi meriti, seguendo l’ordine che vi avevo promesso di seguire. Predicendo al suo discepolo il martirio ormai prossimo, per togliergli dal cuore mediante il suo esempio ogni timore, gli diceva: Attesto dinanzi a Dio e a Cristo Gesù, giudice dei vivi e dei morti, per la sua manifestazione e il suo regno. Lo vincolò con giuramento e poi gli ingiunse: Predica la parola, insisti in modo opportuno e non opportuno 8. Ascoltando questo richiamo, anche noi, nel nostro piccolo, compiamo ciò che è gradito a voi, ma è sgradito agli avversari. Comunque, nel nome di Cristo non cessiamo di predicare e ripetere in modo opportuno e non opportuno l’annunzio della pace. A chi ha fame giunge opportuno colui che gli porge un pane; quando invece contro voglia si vuol far mangiare un malato, gli si è inopportuni. All’uno si offre un’attesa vivanda, all’altro la si caccia in gola per forza. Il mangiare è gradito dall’uno e intollerabile all’altro; tuttavia la carità non ci fa abbandonare né l’uno né l’altro. Prendiamo dunque ad esempio le gesta degli Apostoli, e non lasciamoci intimorire dalle sofferenze ma, se necessario, accogliamole con fortezza. Ascoltate le parole che al riguardo dice lo stesso Apostolo: Io ormai sto per essere immolato, ovvero offerto in libagione, dato che alcuni codici leggono offerto in libagione mentre altri sto per essere immolato 9; ma sia l’essere offerto in libagione che l’essere immolato rientrano nel linguaggio sacrificale. Egli dunque sapeva che la sua morte era un sacrificio offerto a Dio. Un tale sacrificio aveva offerto al Padre non coloro che lo uccidevano ma quel sommo Sacerdote che aveva detto a noi di non temere coloro che uccidono il corpo 10. E l’Apostolo: È imminente il tempo della mia dipartita 11. Cosa ti attendi, o Paolo, per quando arriverà l’ora della dipartita? Per quale riposo ti sei tanto affaticato? Dice: È imminente il tempo della mia dipartita. Cosa hai fatto durante la vita? Cosa speri? Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede 12. In che senso si conservò fedele [a Cristo] se non perché non si lasciò spaventare dai persecutori, trascurando perciò di predicare la parola di Dio in modo opportuno e non opportuno 13? Quale colpa inaudita sarebbe quindi per noi se per timore non ci mantenessimo fedeli a Colui che al di sopra di tutto c’insegna d’amare i beni più alti e di temere i mali più gravi!

Cristo, medico sapiente. 5. Qualunque dolcezza possa offrire la vita presente, essa non è il paradiso, non è il cielo, non è il regno di Dio, non è la compagnia degli angeli, non è la società dei beati cittadini della Gerusalemme celeste. Eleviamo in alto il cuore, calpestiamo col corpo la terra! Il Signore infatti ci ha insegnato a disprezzare ciò che passa e ad amare ciò che è eterno. Ce l’ha insegnato e ce ne ha dato la medicina, anzi ce la dà ancora per sua degnazione. Egli infatti non ci trovò sani ma venne, medico pietoso, a curare i malati. Il calice dei patimenti è amaro ma cura fin dalla radice tutti i mali; il calice dei patimenti è amaro ma l’ha bevuto per primo lo stesso medico, perché il malato non ricusasse di berlo. Se dunque a Lui piacerà, beviamolo. Il desiderio che Egli ha del nostro bene supera il nostro desiderio. Egli è più sapiente di noi e sa meglio di noi ciò che più ci giova, come sa meglio di noi il valore di quanto ci accade. Ripensa al caso del malato e del medico. Il primo si sente male ma non conosce di che male si tratti; il secondo osserva i disturbi dell’altro e sentenzia secondo verità. Eccoti dunque un uomo che, per sapere cosa gli stia succedendo, si rivolge a un altro uomo e riguardo al suo interno desidera avere la testimonianza di un estraneo. Orbene, se a tanto arrivano la scienza e l’arte di un medico-uomo, quanto di più potrà la potenza del Signore! La stessa festa che oggi celebriamo mi suggerisce un esempio che voglio presentarvi. Prima della passione del Signore, e anche quando questa passione era imminente, san Pietro, di cui oggi celebriamo la nascita al cielo, era un malato che non conosceva di qual male soffrisse nel suo interno. Non conoscendo completamente la sua debolezza interiore, presumeva d’affrontare la morte insieme col Signore 14. Si arrogava risorse superiori a quelle che possedeva. Il malato si sentiva capace di subire la morte; il medico gli prediceva che l’avrebbe rinnegato. E c’è da stupirsi che, in quello stato di infermità, il parere del medico sia risultato più veritiero che non l’opinione del malato? La febbre giunse al punto critico, per dire così, e Pietro non ce la fece a seguire il Signore nella passione. Beviamo quindi il calice della passione quando ce l’invia Colui che conosce cosa invia e a chi l’invia. Se viceversa non vuole che lo beviamo, troverà un’altra maniera di guarirci: l’importante è che ci guarisca. Quanto a noi, abbandoniamoci docilmente e serenamente nelle mani del medico, con l’assoluta certezza che non ci somministrerà nulla che non sia vantaggioso alla nostra salute.

Dio misericordioso corona i meriti di Paolo. 6. Quanto a Paolo, egli esigeva il compenso e se lo riprometteva come cosa dovuta al suo merito. Merito in che senso? Ho terminato la corsa, ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede 15. Questo hai fatto, e cosa ti attendi? Per il rimanente, mi è riservata la corona di giustizia che in quel giorno mi consegnerà il Signore, giudice giusto 16. Il giudice giusto [la] consegnerà; ma chi lo rese capace di meritarla fu il Padre che gli usò misericordia. Com’era infatti quel Saulo che poi divenne Paolo? Come lo trovò Cristo [quando gli si fece incontro]? Non era forse più che malato, anzi in pericolo [di morte], in preda a un male che, come pazzia, lo rendeva furioso più degli altri giudei? Non era quel Saulo che presente alla lapidazione di Stefano, custodiva le vesti di tutti i lapidatori 17, come per lanciare pietre con le mani di tutti? Non era colui che dai sommi sacerdoti aveva ricevuto lettere e si recava dovunque gli era possibile per incatenare i cristiani e condurli al supplizio? Non fu lui che, come leggiamo, mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi fu chiamato per nome e gettato per terra dalla voce celeste 18, cioè dal Verbo che lo chiamava [a dedicarsi] al Verbo? Ebbene, perché il Signore lo chiamasse con una simile vocazione, quali meriti si era egli acquistato con la sua vita precedente? Non dico:  » Cosa c’era in lui che potesse meritare la corona « , ma:  » Cosa c’era che non meritasse la condanna? « . Ebbene, Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui. Ora questi furono doni della divina misericordia, non mercede dovuta ai meriti dell’uomo. Ascolta lo stesso Paolo, non più ingrato ai doni della bontà di Dio; ascolta com’egli ricordi tutto questo e come lo proclami apertamente. Dice: Un tempo io ero bestemmiatore e persecutore e violento, ma ho ottenuto misericordia 19. Dice forse in questo passo:  » Mi è stato assegnato [il compenso dovuto] « ? Se avesse detto: Un tempo io ero bestemmiatore e persecutore e violento ma  » mi è stato assegnato [il compenso dovuto] « , cosa gli si sarebbe dovuto assegnare in compenso se non la dannazione? Egli però dice:  » Ho ottenuto misericordia. Non mi fu applicata la pena meritata perché in seguito mi fosse concessa la corona « . Ecco dunque fratelli! A uno che meritava la pena viene data come ricompensa la corona. Dice: Un tempo io ero bestemmiatore e persecutore e violento. Tu vedi cosa si sarebbe meritato: certamente la pena. Ma questa pena non gli viene inflitta: in vece della pena ottiene la misericordia. Ottenuta la misericordia, non volendo essere ingrato [a Dio], combatte la buona battaglia, porta a termine la corsa e conserva la fede 20. Facendo questo, rese debitore nei suoi confronti colui che gli aveva rimesso i peccati. Dice: Mi è riservata la corona di giustizia che in quel giorno mi consegnerà il Signore, giudice giusto 21. Non dice:  » Mi dà « , ma: Mi consegnerà. Se gliela consegnerà vuol dire che gli era dovuta. Lo dico con estrema convinzione:  » Se gliela consegnerà è segno che gli era dovuta « . Ma che forse Dio aveva ricevuto un prestito da Paolo per essergli debitore? Gli deve dare la corona, gli consegna la corona. Egli è diventato nostro debitore non per un prestito che noi abbiamo fatto a lui ma per una promessa da lui fatta a noi. Quando infatti coronava i meriti di Paolo, altro non coronava se non i suoi doni.

La fedeltà di Dio nel mantenere le promesse. 7. Dunque, fratelli, Dio s’è reso debitore nei nostri confronti in forza delle sue promesse. In realtà quando uno ci ha promesso qualcosa, allorché andiamo da lui per ritirarla gli diciamo:  » Consegnami quel che hai promesso « . Dicendogli:  » Consegnami  » lo consideriamo un debitore dal quale esigiamo il dovuto; ma riconosciamo la sua generosità quando aggiungiamo:  » Quanto hai promesso  » e non:  » Quanto hai da me ricevuto « . Orbene, Dio ha promesso a noi tutti e all’intero mondo creato alcune cose, che sono veramente grandiose. Per non farla troppo lunga, egli ci ha promesso il Cristo, la passione di Cristo, il sangue che Cristo avrebbe versato per noi: e ciò ha promesso per bocca dei profeti, l’ha promesso attraverso i suoi libri. Inoltre ha promesso che la Chiesa si sarebbe sparsa in tutto il mondo, ha promesso ai martiri la vittoria, ha promesso alla Chiesa la distruzione degli idoli e, per la fine, ha promesso il giudizio e la vita eterna. Per non ricordare troppe cose – anche perché sarebbe veramente difficile elencare tutte le sue promesse – soffermiamoci a considerare le cose a cui ho ora accennato. Ha promesso il Cristo dicendo: Ecco la Vergine concepirà e partorirà un figlio, e voi lo chiamerete Emmanuele, che significa  » Dio con noi  » 22, con tutto il resto, che voi conoscete e sarebbe lungo riferire. Promise la sua passione, la sua resurrezione e glorificazione; e tutto questo è accaduto. Promise che ci sarebbero stati martiri per il suo nome, forti nell’affrontare i patimenti e vincitori mediante la perseveranza. Il mondo si accanisce contro di loro e gli si consente d’infuriare, non perché il seme venga calpestato ma perché ne germogli la messe. In ogni parte del mondo è stato versato il sangue dei martiri e la messe della Chiesa ha riempito la terra. Son cose accadute. Nelle Scritture si prometteva alla Chiesa che avrebbe conquistato il regno, ma ciò non appariva ancora nella realtà dei fatti. Gli apostoli la predicavano e ne gettavano la semente per ogni dove, ma non si erano ancora avverate le parole: Lo adoreranno tutti i re della terra, tutte le genti lo serviranno 23. Non si era ancora avverata la cosa ma se ne aveva la garanzia. Volle infatti Dio rendere sicura la debolezza dell’uomo nei confronti della sua promessa, e per questo si servì non solo della parola ma anche dello scritto. La confermò a chi vi credeva, la garantì a chi ne dubitava, e tutte le sue parole erano conservate in un manoscritto, la sacra Scrittura: non le si poteva constatare nella loro realizzazione. E poi ecco che anche i re hanno abbracciato la fede; così infatti era contenuto nel manoscritto di Dio: Lo adoreranno tutti i re della terra, lo serviranno tutte le genti. E difatti la Chiesa si è estesa a tal segno che tutte le genti ormai lo servono. In quel manoscritto trovi ancora: E tra gli idoli delle nazioni [straniere] regnerà il panico 24. E così pure vi leggi: Signore Dio, mio rifugio, verranno a te le genti fin dalle estremità della terra e diranno: I nostri padri hanno realmente venerato simulacri menzogneri, dai quali non ottennero alcunché di utile 25. In effetti essi non adoravano i simulacri. È vero tuttavia che, proprio per questi simulacri, demoni e uomini divennero feroci e uccisero i martiri, facendoli trionfare su di loro. Ma ricade su Babilonia il male che ha fatto [alla Chiesa].

Le due città. 8. Nella Scrittura troviamo descritta una città empia, una specie di agglomerato dell’empietà umana disseminata su tutta la terra e, nella stessa Scrittura, a questa città si dà il nome simbolico di Babilonia. Dal lato opposto è collocata un’altra città, che qui sulla terra è in pellegrinaggio ed è diffusa fra tutti i popoli, concorde nella vera pietà. A questa si dà il nome di Gerusalemme. Queste due città al presente sono mescolate, alla fine però saranno separate. In molti passi la divina Scrittura rivolge loro il discorso, e uno di questi è là dove, rivolgendosi a Gerusalemme, le dice: Ripagate con doppia misura colei che [le] fece [il male], ripagatela 26. Indica che Gerusalemme deve ripagare con doppia misura Babilonia. Cos’è questa doppia misura? Come intenderemo quest’ordine di ripagare la città di Babilonia con doppia misura? Per l’attaccamento ai suoi idoli costei uccideva i cristiani ma non poteva uccidere Cristo, il nostro Dio. Lacerava la carne dei cristiani ma non poteva far del male allo spirito: quindi non poteva raggiungere il nostro Dio. Ora la si ripaga con doppia misura: negli uomini e negli dèi. Loro uccidevano gli uomini ma non potevano uccidere il nostro Dio; al presente viceversa accade che gli uomini, uccisa la loro incredulità, vengono accolti dentro le mura di Gerusalemme, mentre i loro simulacri vengono abbattuti. Gli idolatri cercano i loro adepti ma non li trovano 27, poiché da pagani si son fatti cristiani. Ora, di uno che non è più di quello che era, diciamo che è stato ucciso, come possiamo dire di Paolo antecedentemente Saulo: egli viveva in quanto era diventato predicatore ma come persecutore della Chiesa la sua vita era finita. Di fronte al furore dei pagani un tempo i cristiani cercavano nascondigli per rifugiarsi, oggi i pagani cercano luoghi dove nascondere i loro dèi. E quando questi vengono abbattuti, i loro patrocinatori non si rassegnano ancora a tacere e, nell’ambito delle loro fazioni, continuano a brontolare. Nelle rare volte però che osano far questo cos’altro fanno se non quanto ci ha promesso il nostro Padrone? Se poi un tempo attuavano [i loro propositi], ci riuscivano forse per il loro potere? Osservate: i cristiani, se arrestati, confessavano Cristo e venivano uccisi. Venga ora uno che crede in Mercurio e invochi Mercurio nei suoi giuramenti. Se si imbatte in una guardia, anche in borghese, eccolo gridare:  » Non ho fatto la tal cosa, non ero presente, non ho sacrificato. Dove mi hai visto? « . Al contrario, se ai nostri santi, ai servi di Dio [si chiede]:  » Sei stato in quel raduno dei cristiani? « , subito rispondevano:  » Sì, c’ero « . Per questo, quando noi leggiamo le dichiarazioni dei martiri, ci rallegriamo per la gioia che ci procurano i loro esempi. E son fatti accaduti: condotti a termine dal Signore che li aveva in antecedenza promessi. Un tempo erano racchiusi nella Scrittura, ora si mostrano nei fatti. Così anche quanto ho detto a proposito degli idoli è un fatto palese, di ieri e di oggi. Parimenti la Chiesa si è diffusa in tutto il mondo e ha ormai conquistato tutti i popoli. Quelli che non ha conquistati li conquisterà, poiché è in continua crescita e nel nome di Cristo aumenta per ogni dove il popolo cristiano.

Conclusione. 9. Eppure i cristiani che vivono bene sono pochi, molti quelli che vivono male. Tuttavia quei pochi sono pochi in confronto con la paglia. Lo ripeto: Sono pochi in confronto con la paglia. Quando si arriverà alla vagliatura apparirà il gigantesco mucchio della paglia ma apparirà anche la fulgida accolta dei santi. La paglia andrà al fuoco, il grano nel granaio 28, ma ora son dappertutto mescolati. Perché questo? Ci furono, o fratelli, dei seminatori, come coloro di cui oggi celebriamo la memoria. Per loro mezzo Dio ha mostrato come si sia verificato quanto aveva promesso a loro e, per loro mezzo, anche noi. Cosa aveva promesso? Per il rimanente mi è riservata la corona di giustizia, che in quel giorno mi consegnerà il Signore, giudice giusto 29. E a noi cosa ha promesso? Nella tua discendenza saranno benedette tute le genti 30. Ma come si è adempiuto questo per opera degli apostoli? Per tutta la terra s’è diffuso il loro grido e fino agli estremi confini della terra la loro parola 31. Contro queste affermazioni quale scrittura potranno citare gli eretici? Credo che anch’essi oggi celebrino la nascita al cielo degli apostoli. In realtà anche se fingono di celebrare questo giorno, non hanno certo il coraggio di cantare il salmo che noi cantiamo.

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO 2008 – OMELIA BENEDETTO XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20080628_vespri.html

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO IN OCCASIONE DELL’APERTURA DELL’ANNO PAOLINO

OMELIE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI  E DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I

Basilica di San Paolo fuori le Mura

Sabato, 28 giugno 2008

OMELIA DEL SANTO PADRE

Santità e Delegati fraterni, Signori Cardinali, Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Cari fratelli e sorelle,

siamo riuniti presso la tomba di san Paolo, il quale nacque, duemila anni fa, a Tarso di Cilicia, nell’odierna Turchia. Chi era questo Paolo? Nel tempio di Gerusalemme, davanti alla folla agitata che voleva ucciderlo, egli presenta se stesso con queste parole: «Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città [Gerusalemme], formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio…» (At 22,3). Alla fine del suo cammino dirà di sé: «Sono stato fatto… maestro delle genti nella fede e nella verità» (1Tm 2,7; cfr 2Tm 1,11). Maestro delle genti, apostolo e banditore di Gesù Cristo, così egli caratterizza se stesso in uno sguardo retrospettivo al percorso della sua vita. Ma con ciò lo sguardo non va soltanto verso il passato. «Maestro delle genti» – questa parola si apre al futuro, verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi. Siamo quindi riuniti non per riflettere su una storia passata, irrevocabilmente superata. Paolo vuole parlare con noi – oggi. Per questo ho voluto indire questo speciale « Anno Paolino »: per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, «la fede e la verità», in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo. In questa prospettiva ho voluto accendere, per questo bimillenario della nascita dell’Apostolo, una speciale « Fiamma Paolina », che resterà accesa durante tutto l’anno in uno speciale braciere posto nel quadriportico della Basilica. Per solennizzare questa ricorrenza ho anche inaugurato la cosiddetta « Porta Paolina », attraverso la quale sono entrato nella Basilica accompagnato dal Patriarca di Costantinopoli, dal Cardinale Arciprete e da altre Autorità religiose. È per me motivo di intima gioia che l’apertura dell’ »Anno Paolino » assuma un particolare carattere ecumenico per la presenza di numerosi delegati e rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che accolgo con cuore aperto. Saluto in primo luogo Sua Santità il Patriarca Bartolomeo I e i membri della Delegazione che lo accompagna, come pure il folto gruppo di laici che da varie parti del mondo sono venuti a Roma per vivere con Lui e con tutti noi questi momenti di preghiera e di riflessione. Saluto i Delegati Fraterni delle Chiese che hanno un vincolo particolare con l’apostolo Paolo – Gerusalemme, Antiochia, Cipro, Grecia – e che formano l’ambiente geografico della vita dell’Apostolo prima del suo arrivo a Roma. Saluto cordialmente i Fratelli delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali di Oriente ed Occidente, insieme a tutti voi che avete voluto prendere parte a questo solenne inizio dell’ »Anno » dedicato all’Apostolo delle Genti. Siamo dunque qui raccolti per interrogarci sul grande Apostolo delle genti. Ci chiediamo non soltanto: Chi era Paolo? Ci chiediamo soprattutto: Chi è Paolo? Che cosa dice a me? In questa ora, all’inizio dell’ »Anno Paolino » che stiamo inaugurando, vorrei scegliere dalla ricca testimonianza del Nuovo Testamento tre testi, in cui appare la sua fisionomia interiore, lo specifico del suo carattere. Nella Lettera ai Galati egli ci ha donato una professione di fede molto personale, in cui apre il suo cuore davanti ai lettori di tutti i tempi e rivela quale sia la molla più intima della sua vita. «Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Tutto ciò che Paolo fa, parte da questo centro. La sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui – di Paolo – e che, come Risorto, lo ama tuttora, che cioè Cristo si è donato per lui. La sua fede è l’essere colpito dall’amore di Gesù Cristo, un amore che lo sconvolge fin nell’intimo e lo trasforma. La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore. E così questa stessa fede è amore per Gesù Cristo. Da molti Paolo viene presentato come uomo combattivo che sa maneggiare la spada della parola. Di fatto, sul suo cammino di apostolo non sono mancate le dispute. Non ha cercato un’armonia superficiale. Nella prima delle sue Lettere, quella rivolta ai Tessalonicesi, egli stesso dice: «Abbiamo avuto il coraggio … di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte … Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione, come sapete» (1Ts 2,2.5). La verità era per lui troppo grande per essere disposto a sacrificarla in vista di un successo esterno. La verità che aveva sperimentato nell‘incontro con il Risorto ben meritava per lui la lotta, la persecuzione, la sofferenza. Ma ciò che lo motivava nel più profondo, era l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era un uomo colpito da un grande amore, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro. I concetti fondanti del suo annuncio si comprendono unicamente in base ad esso. Prendiamo soltanto una delle sue parole-chiave: la libertà. L’esperienza dell’essere amato fino in fondo da Cristo gli aveva aperto gli occhi sulla verità e sulla via dell’esistenza umana – quell’esperienza abbracciava tutto. Paolo era libero come uomo amato da Dio che, in virtù di Dio, era in grado di amare insieme con Lui. Questo amore è ora la «legge» della sua vita e proprio così è la libertà della sua vita. Egli parla ed agisce mosso dalla responsabilità dell’amore. Libertà e responsabilità sono qui uniti in modo inscindibile. Poiché sta nella responsabilità dell’amore, egli è libero; poiché è uno che ama, egli vive totalmente nella responsabilità di questo amore e non prende la libertà come pretesto per l’arbitrio e l’egoismo. Nello stesso spirito Agostino ha formulato la frase diventata poi famosa: Dilige et quod vis fac (Tract. in 1Jo 7 ,7-8) – ama e fa’ quello che vuoi. Chi ama Cristo come lo ha amato Paolo, può veramente fare quello che vuole, perché il suo amore è unito alla volontà di Cristo e così alla volontà di Dio; perché la sua volontà è ancorata alla verità e perché la sua volontà non è più semplicemente volontà sua, arbitrio dell’io autonomo, ma è integrata nella libertà di Dio e da essa riceve la strada da percorrere. Nella ricerca della fisionomia interiore di san Paolo vorrei, in secondo luogo, ricordare la parola che il Cristo risorto gli rivolse sulla strada verso Damasco. Prima il Signore gli chiede: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» Alla domanda: «Chi sei, o Signore?» vien data la risposta: «Io sono Gesù che tu perseguiti» (At 9,4s). Perseguitando la Chiesa, Paolo perseguita lo stesso Gesù. «Tu perseguiti me». Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto. In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo. Cristo non si è ritirato nel cielo, lasciando sulla terra una schiera di seguaci che mandano avanti «la sua causa». La Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una certa causa. In essa non si tratta di una causa. In essa si tratta della persona di Gesù Cristo, che anche da Risorto è rimasto «carne». Egli ha «carne e ossa» (Lc 24, 39), lo afferma in Luca il Risorto davanti ai discepoli che lo avevano considerato un fantasma. Egli ha un corpo. È personalmente presente nella sua Chiesa, «Capo e Corpo» formano un unico soggetto, dirà Agostino. «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?», scrive Paolo ai Corinzi (1Cor 6,15). E aggiunge: come, secondo il Libro della Genesi, l’uomo e la donna diventano una carne sola, così Cristo con i suoi diventa un solo spirito, cioè un unico soggetto nel mondo nuovo della risurrezione (cfr 1Cor 6,16ss). In tutto ciò traspare il mistero eucaristico, nel quale Cristo dona continuamente il suo Corpo e fa di noi il suo Corpo: «Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1Cor 10,16s). Con queste parole si rivolge a noi, in quest’ora, non soltanto Paolo, ma il Signore stesso: Come avete potuto lacerare il mio Corpo? Davanti al volto di Cristo, questa parola diventa al contempo una richiesta urgente: Riportaci insieme da tutte le divisioni. Fa’ che oggi diventi nuovamente realtà: C’è un solo pane, perciò noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo. Per Paolo la parola sulla Chiesa come Corpo di Cristo non è un qualsiasi paragone. Va ben oltre un paragone. «Perché mi perseguiti?» Continuamente Cristo ci attrae dentro il suo Corpo, edifica il suo Corpo a partire dal centro eucaristico, che per Paolo è il centro dell’esistenza cristiana, in virtù del quale tutti, come anche ogni singolo può in modo tutto personale sperimentare: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me. Vorrei concludere con una parola tarda di san Paolo, una esortazione a Timoteo dalla prigione, di fronte alla morte. «Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo», dice l’apostolo al suo discepolo (2Tm 1,8). Questa parola, che sta alla fine delle vie percorse dall’apostolo come un testamento, rimanda indietro all’inizio della sua missione. Mentre, dopo il suo incontro con il Risorto, Paolo si trovava cieco nella sua abitazione a Damasco, Anania ricevette l’incarico di andare dal persecutore temuto e di imporgli le mani, perché riavesse la vista. All’obiezione di Anania che questo Saulo era un persecutore pericoloso dei cristiani, viene la risposta: Quest’uomo deve portare il mio nome dinanzi ai popoli e ai re. «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,15s). L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il maestro delle genti è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione. In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tenerla lontana da sé, tiene lontana la vita stessa e la sua grandezza; non può essere servitore della verità e così servitore della fede. Non c’è amore senza sofferenza – senza la sofferenza della rinuncia a se stessi, della trasformazione e purificazione dell’io per la vera libertà. Là dove non c’è niente che valga che per esso si soffra, anche la stessa vita perde il suo valore. L’Eucaristia – il centro del nostro essere cristiani – si fonda nel sacrificio di Gesù per noi, è nata dalla sofferenza dell’amore, che nella Croce ha trovato il suo culmine. Di questo amore che si dona noi viviamo. Esso ci dà il coraggio e la forza di soffrire con Cristo e per Lui in questo mondo, sapendo che proprio così la nostra vita diventa grande e matura e vera. Alla luce di tutte le lettere di san Paolo vediamo come nel suo cammino di maestro delle genti si sia compiuta la profezia fatta ad Anania nell’ora della chiamata: «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». La sua sofferenza lo rende credibile come maestro di verità, che non cerca il proprio tornaconto, la propria gloria, l’appagamento personale, ma si impegna per Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per tutti noi. In questa ora ringraziamo il Signore, perché ha chiamato Paolo, rendendolo luce delle genti e maestro di tutti noi, e lo preghiamo: Donaci anche oggi testimoni della risurrezione, colpiti dal tuo amore e capaci di portare la luce del Vangelo nel nostro tempo. San Paolo, prega per noi! Amen.  

PAOLO VI – FESTIVITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO (1975)

http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/angelus/1975/documents/hf_p-vi_ang_19750629.html

PAOLO VI

ANGELUS DOMINI

FESTIVITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Domenica, 29 giugno 1975

Eccoci alla festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo; che ci richiamano agli aspetti umani, storici e visibili della Chiesa cattolica e ce ne fanno intuire il mistero, cioè la presenza vivente di Cristo nell’umanità associata come corpo al Capo: «Ecco, disse Gesù, congedandosi dall’a scena visibile di questo mondo, io sono con voi fino alla fine del tempo» (Matth. 28, 20). Dei due Apostoli, uno, dice Prudenzio, un poeta cristiano, della seconda metà del IV secolo, rappresenta più chiaramente la vocazione delle genti, l’universalità cattolica, è S. Paolo; l’altro, il centro, la cattedra, l’unità della Chiesa, è S. Pietro (Cfr. PL 60, 322 ss. ). Intorno a questi due cardini si svolge il movimento storico del cristianesimo, che dagli Apostoli si trasmette con successione fedele di generazione in generazione, diffondendo nell’umanità i tesori della redenzione, la fede, la grazia, la carità, in tensione verso la santità, l’unità finale. Noi, a cui la Provvidenza ha affidato il tremendo e ineffabile ufficio della successione apostolica, organica e centrale, siamo i primi ad ammirare, ad onorare, a servire il disegno divino operante nell’umile nostra persona, e irradiante nel quadro dell’intera umanità.
Pregate per noi, oggi, fratelli tutti e figli carissimi, affinché siamo fedeli (1 Cor. 4, 2) al nostro mandato apostolico, il quale, appunto in omaggio all’intrinseca fedeltà, che esso reclama, vorrebbe essere diffusivo, comunicativo, offerto agli uomini del nostro tempo, ai Giovani specialmente. Al vespro di questa sera noi saremo felici di trasmettere le misteriose e umanissime potestà sacerdotali, qui, su questa Piazza a 359 Diaconi, provenienti da tutti i Continenti, comprese le Isole del Pacifico (uno mancherà, il Diacono Millard Boyer, richiamato in America per la morte dei Genitori e di due Zii, periti nel disastro aviatorio di New York; erano in viaggio per assistere qui all’ordinazione del Diacono stesso: pregate per lui, pregate per questi suoi Defunti; non sarà vana questa tragedia per i fini trascendenti della nostra cerimonia). La virtù apostolica non è spenta; essa vuol dare di sé, nel nome di Pietro e di Paolo, la testimonianza del suo perenne primaverile vigore. Ai Giovani, dicevamo, specialmente; a quelli che vogliono accogliere l’invito di Cristo, per dare alla loro vita il senso ed il valore eroico di giovare alla salvezza del mondo. Che Maria regina degli Apostoli, ci assista.

 

LA FESTA DI SAN PIETRO E SAN PAOLO NELLA POESIA DI ROMANO IL MELODE

http://collegiogreco.blogspot.it/2013/06/la-festa-di-san-pietro-e-san-paolo.html

LA FESTA DI SAN PIETRO E SAN PAOLO NELLA POESIA DI ROMANO IL MELODE

NON VINCO CON LA FORZA MA CON LA DEBOLEZZA

L’ufficiatura bizantina per la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo porta due tropari al mattutino che fanno parte di un intero kontakion (poema liturgico) in 24 strofe di Romano il Melodo (VI secolo). In questo testo l’innografo ci presenta con delle belle immagini la figura dell’apostolo cristiano. Dei due tropari presenti nel mattutino poi uno si canta anche ogni giovedì della settimana, giorno in cui si commemorano in modo speciale gli apostoli: “Gli araldi sicuri, che fanno risuonare voci divine, i corifei tra i tuoi discepoli, Signore, tu li hai accolti a godere dei tuoi beni, nel riposo: perché le loro fatiche e la loro morte piú di ogni olocausto ti sono state accette, o tu che solo conosci i segreti del cuore”. Quest’ultima frase la troviamo a conclusione di ognuna delle 24 strofe del nostro poema.
Già dall’inizio del testo Romano presenta il gruppo dei Dodici come coloro che sono fedeli all’insegnamento di Cristo e che adempiono nelle loro vite quello che insegnano: “Così una volta anche i tuoi discepoli, dopo avere adempiuto innanzi tutto ai tuoi comandamenti, insegnavano quello che facevano compiendo ogni sforzo per rafforzare l’insegnamento col comportamento…”. Diverse sono le immagini adoperate dall’innografo per “dipingere” quasi un’icona dell’apostolo di Cristo: “Il gruppo di tutti gli apostoli riempì del suo profumo tutta la terra. Essi sono i tralci della vite che è Cristo, la piantagione del giardiniere celeste, pescatori prima di Cristo e dopo di lui. Essi che avevano consuetudine con l’acqua salata (del mare) ora proferiscono dolci parole (salmo 44,2)”.
È il Cristo risorto colui che dà forza e coraggio ai Dodici; ed è a partire dalla strofa 4 che prende la parola il Signore stesso, parlando ad ognuno degli apostoli, a cominciare con Pietro nelle strofe 5 e 6. Lo fa a partire dalla triplice negazione nella strofa 5, e dalla triplice confessione dell’amore nella strofa 6. In primo luogo il Signore stesso deve essere il modello per Pietro nel suo insegnamento e soprattutto nella sua compassione: “Andate dunque da tutti i popoli, gettate nella terra il seme del ravvedimento e irroratelo con l’ammaestramento. Nel modo di insegnare, o Pietro, guarda me. Pensando alla tua colpa, abbi compassione per tutti…”. La debolezza di Pietro di fronte alla donna che nella casa del gran sacerdote lo impreca (Mt 26,69), deve diventare anche per lui fonte di compassione; e qui Romano adopera immagini molto belle e toccanti sul necessario atteggiamento di compassione e di magnanimità: “…e a motivo di quella donna che ti fece vacillare non essere severo. Se l’orgoglio ti assale, ricorda il canto del gallo, ripensa ai torrenti di lacrime con cui ti lavai, io che solo conosco i segreti del cuore”. Notiamo il tema delle lacrime di pentimento come lavacro di purificazione. Questo tema, sempre collegato alla figura di Pietro, Romano il Melodo l’ha sviluppata anche in un altro suo kontakion sulle negazioni di Pietro: “È vinto il Misericordioso dalle lacrime di Pietro e a lui manda il perdono. Mentre parla al ladrone, è a Pietro che allude, là sulla croce: «Ladrone, amico mio, stà con me oggi, poiché Pietro mi ha abbandonato! Eppure a lui e a te io dischiudo la mia misericordia. Piangendo, o ladrone, mi dici: “Ricordati di me!”, e Pietro grida gemendo: “Non abbandonarmi!”».
Nella strofa 6 Romano contempla la triplice professione dell’amore di Pietro verso il Signore (Gv 21,15-17), che diventa amore anche verso coloro che il Signore ama: “Pietro, mi ami? Fa quel che dico: pascola il mio gregge ed ama quelli che io amo”. Come nella strofa precedente Pietro è spronato da Cristo stesso ad essere misericordioso: “Abbi compassione dei peccatori, memore della mia misericordia verso di te, poiché io ti ho accolto dopo che per tre volte tu mi avevi rinnegato”. E Romano poi riprende la figura del buon ladrone, presentato come custode del paradiso e modello anche per Pietro di peccatore perdonato dal Signore: “Tu hai il ladrone a rincuorarti, il custode del paradiso…”. Pietro e il ladrone infine diventano mediatori, “portinai” del ritorno di Adamo al paradiso da cui era stato espulso: “Attraverso voi Adamo ritorna a me dicendo: «Il Creatore ha posto per me il ladrone a guardia della porta e a guardia delle chiavi Cefa…»”.
Dalle strofe 7 alla 12 il Signore parla personalmente a diversi apostoli: Andrea, Giovanni, Giacomo, Filippo, Tommaso, Matteo; e fermandosi a costui, quasi un momento di stanchezza, prosegue nella strofa 13: “Una parola sola io pronuncio per tutti, per non affaticarmi a istruirvi uno per uno. Ai miei santi una volta per tutte io dico: «Non tormentatevi ora nel vostro cuore… Non ragionate come bambini, siate prudenti come i serpenti; nell’immagine del serpente io sono stato innalzato per voi. Non tralasciate la predicazione per le vostre stesse paure! Non voglio vincere con la forza: io vinco per mezzo dei deboli…»”. L’immagine del serpente innalzato nel deserto (Num 21,8) porta Romano all’immagine del Cristo innalzato sulla croce (Gv 3,14).
Soltanto verso la fine del testo, in un’unica strofa, Romano introduce la figura di Paolo, presentato come apostolo in sostituzione di Giuda, quasi come se Paolo stesso fosse il “ripago” della vendita di Giuda: “Aborrite la tristezza e la paura, che conducono molti alla morte, come Giuda. La disperazione intrecciò la corda per il traditore…; eppure il demonio fra poco dovrà ripagare Giuda con Paolo di Cilicia, l’ingannatore con l’uomo eccellente”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma

BENEDETTO XVI : PIETRO, L’APOSTOLO

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060524_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 24 MAGGIO 2006

PIETRO, L’APOSTOLO

Cari fratelli e sorelle,

in queste catechesi stiamo meditando sulla Chiesa. Abbiamo detto che la Chiesa vive nelle persone e perciò, nell’ultima catechesi, abbiamo cominciato a meditare sulle figure dei singoli Apostoli, iniziando da san Pietro. Abbiamo visto due tappe decisive della sua vita: la chiamata presso il lago di Galilea e poi la confessione di fede: “Tu sei il Cristo, il Messia”. Una confessione, abbiamo detto, ancora insufficiente, iniziale e tuttavia aperta. San Pietro si pone in un cammino di sequela. E così questa confessione iniziale porta in sé, come in germe, già la futura fede della Chiesa. Oggi vogliamo considerare altri due avvenimenti importanti nella vita di san Pietro: la moltiplicazione dei pani – abbiamo sentito nel brano ora letto  la domanda del Signore e la risposta di Pietro – e poi il Signore che chiama Pietro ad essere pastore della Chiesa universale.
Cominciamo con la vicenda della moltiplicazione dei pani. Voi sapete che il popolo aveva ascoltato il Signore per ore. Alla fine Gesù dice: Sono stanchi, hanno fame, dobbiamo dare da mangiare a questa gente. Gli Apostoli domandano: Ma come? E Andrea, il fratello di Pietro, attira l’attenzione di Gesù su di un ragazzo che portava con sé cinque pani e due pesci. Ma che sono per tante persone, si chiedono gli Apostoli. Ma il Signore fa sedere la gente e distribuire questi cinque pani e due pesci. E tutti si saziano. Anzi, il Signore incarica gli Apostoli, e tra loro Pietro, di raccogliere gli abbondanti avanzi: dodici canestri di pane (cfr Gv 6,12-13). Successivamente la gente, vedendo questo miracolo – che sembra essere il rinnovamento, così atteso, di una nuova “manna”, del dono del pane dal cielo – vuole farne il proprio re. Ma Gesù non accetta e si ritira sulla montagna a pregare tutto solo. Il giorno dopo, Gesù sull’altra riva del lago, nella sinagoga di Cafarnao, interpretò il miracolo – non nel senso di una regalità su Israele con un potere di questo mondo nel modo sperato dalla folla, ma nel senso del dono di sé: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). Gesù annuncia la croce e con la croce la vera moltiplicazione dei pani, il pane eucaristico – il suo modo assolutamente nuovo di essere re, un modo totalmente contrario alle aspettative della gente.
Noi possiamo capire che queste parole del Maestro – che non vuol compiere ogni giorno una moltiplicazione dei pani, che non vuol offrire ad Israele un potere di questo mondo – risultassero veramente difficili, anzi inaccettabili, per la gente. “Dà la sua carne”: che cosa vuol dire questo? E anche per i discepoli appare inaccettabile quanto Gesù dice in questo momento. Era ed è per il nostro cuore, per la nostra mentalità, un discorso “duro” che mette alla prova la fede (cfr Gv 6,60). Molti dei discepoli si tirarono indietro. Volevano uno che rinnovasse realmente lo Stato di Israele, del suo popolo, e non uno che diceva: “Io do la mia carne”.  Possiamo immaginare che le parole di Gesù fossero difficili anche per Pietro, che a Cesarea di Filippo si era opposto alla profezia della croce. E tuttavia quando Gesù chiese ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”, Pietro reagì con lo slancio del suo cuore generoso, guidato dallo Spirito Santo. A nome di tutti rispose con parole immortali, che sono anche le nostre parole: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (cfr Gv 6,66-69).
Qui, come a Cesarea, con le sue parole Pietro inizia la confessione della fede cristologica della Chiesa e diventa la bocca anche degli altri Apostoli e di noi credenti di tutti i tempi. Ciò non vuol dire che avesse già capito il mistero di Cristo in tutta la sua profondità. La sua era ancora una fede iniziale, una fede in cammino; sarebbe arrivato alla vera pienezza solo mediante l’esperienza degli avvenimenti pasquali. Ma tuttavia era già fede, aperta alla realtà più grande – aperta soprattutto perché non era fede in qualcosa, era fede in Qualcuno: in Lui, Cristo. Così anche la nostra fede è sempre una fede iniziale e dobbiamo compiere ancora un grande cammino. Ma è essenziale che sia una fede aperta e che ci lasciamo guidare da Gesù, perché Egli non soltanto conosce la Via, ma è la Via.
La generosità irruente di Pietro non lo salvaguarda, tuttavia, dai rischi connessi con l’umana debolezza. E’ quanto, del resto, anche noi possiamo riconoscere sulla base della nostra vita. Pietro ha seguito Gesù con slancio, ha superato la prova della fede, abbandonandosi a Lui. Viene tuttavia il momento in cui anche lui cede alla paura e cade: tradisce il Maestro (cfr Mc 14,66-72). La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà. Anche Pietro deve imparare a essere debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione.
In un mattino di primavera questa missione gli sarà affidata da Gesù risorto. L’incontro avverrà sulle sponde del lago di Tiberiade. E’ l’evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e Pietro. Vi si rileva un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo “filéo” esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo “agapáo” significa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato. Gesù domanda a Pietro la prima volta: «Simone… mi ami tu (agapâs-me)” con questo amore totale e incondizionato (cfr Gv 21,15)? Prima dell’esperienza del tradimento l’Apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo (agapô-se) incondizionatamente”. Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene (filô-se)”, cioè “ti amo del mio povero amore umano”. Il Cristo insiste: “Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?”. E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: “Kyrie, filô-se”, “Signore, ti voglio bene come so voler bene”. Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: “Fileîs-me?”, “mi vuoi bene?”. Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filô-se)”. Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù! E’ proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela fino alla fine: «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”» (Gv 21,19).
Da quel giorno Pietro ha “seguito” il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l’ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta. E’ stato per Pietro un lungo cammino che lo ha reso un testimone affidabile, “pietra” della Chiesa, perché costantemente aperto all’azione dello Spirito di Gesù. Pietro stesso si qualificherà come “testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi” (1 Pt 5,1). Quando scriverà queste parole sarà ormai anziano, avviato verso la conclusione della sua vita che sigillerà con il martirio. Sarà in grado, allora, di descrivere la gioia vera e di indicare dove essa può essere attinta: la sorgente è Cristo creduto e amato con la nostra debole ma sincera fede, nonostante la nostra fragilità. Perciò scriverà ai cristiani della sua comunità, e lo dice anche a noi: “Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime” (1 Pt 1,8-9).

BENEDETTO XVI : PIETRO, IL PESCATORE (2006)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060517_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 17 MAGGIO 2006

PIETRO, IL PESCATORE

Cari fratelli e sorelle,

nella nuova serie di catechesi abbiamo innanzitutto cercato di capire meglio che cosa sia la Chiesa, quale sia l’idea del Signore circa questa sua nuova famiglia. Poi abbiamo detto che la Chiesa esiste nelle persone. E abbiamo visto che il Signore ha affidato questa nuova realtà, la Chiesa, ai dodici Apostoli. Adesso vogliamo vederli uno ad uno, per capire nelle persone che cosa sia vivere la Chiesa, che cosa sia seguire Gesù. Cominciamo con san Pietro.
Dopo Gesù, Pietro è il personaggio più noto e citato negli scritti neotestamentari: viene menzionato 154 volte con il soprannome di Pétros, “pietra”, “roccia”, che è traduzione greca del nome aramaico datogli direttamente da Gesù Kefa, attestato 9 volte soprattutto nelle lettere di Paolo; si deve poi aggiungere il frequente nome Simòn (75 volte), che è forma grecizzata del suo originale nome ebraico Simeòn (2 volte: At 15,14; 2 Pt 1,1). Figlio di Giovanni (cfr Gv 1,42) o, nella forma aramaica, bar-Jona, figlio di Giona (cfr Mt 16,17), Simone era di Betsaida (cfr Gv 1,44), una cittadina a oriente del mare di Galilea, da cui veniva anche Filippo e naturalmente Andrea, fratello di Simone. La sua parlata tradiva l’accento galilaico. Anch’egli, come il fratello, era pescatore: con la famiglia di Zebedeo, padre di Giacomo e Giovanni, conduceva una piccola azienda di pesca sul lago di Genezaret (cfr Lc 5,10). Doveva perciò godere di una certa agiatezza economica ed era animato da un sincero interesse religioso, da un desiderio di Dio – egli desiderava che Dio intervenisse nel mondo – un desiderio che lo spinse a recarsi col fratello fino in Giudea per seguire la predicazione di Giovanni il Battista (Gv 1,35-42).
Era un ebreo credente e osservante, fiducioso nella presenza operante di Dio nella storia del suo popolo, e addolorato per non vederne l’azione potente nelle vicende di cui egli era, al presente, testimone. Era sposato e la suocera, guarita un giorno da Gesù, viveva nella città di Cafarnao, nella casa in cui anche Simone alloggiava quando era in quella città (cfr Mt 8,14s; Mc 1,29ss; Lc 4,38s). Recenti scavi archeologici hanno consentito di portare alla luce, sotto il pavimento a mosaico ottagonale di una piccola Chiesa bizantina, le tracce di una chiesa più antica sistemata in quella casa, come attestano i graffiti con invocazioni a Pietro. I Vangeli ci informano che Pietro è tra i primi quattro discepoli del Nazareno (cfr Lc 5,1-11), ai quali se ne aggiunge un quinto, secondo il costume di ogni Rabbi di avere cinque discepoli (cfr Lc 5,27: chiamata di Levi). Quando Gesù passerà da cinque a dodici discepoli (cfr Lc 9,1-6), sarà chiara la novità della sua missione: Egli non è uno dei tanti rabbini, ma è venuto a radunare l’Israele escatologico, simboleggiato dal numero dodici, quante erano le tribù d’Israele.
Simone appare nei Vangeli con un carattere deciso e impulsivo; egli è disposto a far valere le proprie ragioni anche con la forza (si pensi all’uso della spada nell’Orto degli Ulivi: cfr Gv 18,10s). Al tempo stesso, è a volte anche ingenuo e pauroso, e tuttavia onesto, fino al pentimento più sincero (cfr Mt 26,75). I Vangeli consentono di seguirne passo passo l’itinerario spirituale. Il punto di partenza è la chiamata da parte di Gesù. Avviene in un giorno qualsiasi, mentre Pietro è impegnato nel suo lavoro di pescatore. Gesù si trova presso il lago di Genèsaret e la folla gli fa ressa intorno per ascoltarlo. Il numero degli ascoltatori crea un certo disagio. Il Maestro vede due barche ormeggiate alla sponda; i pescatori sono scesi e lavano le reti. Egli chiede allora di salire sulla barca, quella di Simone, e lo prega di scostarsi da terra. Sedutosi su quella cattedra improvvisata, si mette ad ammaestrare le folle dalla barca (cfr Lc 5,1-3). E così la barca di Pietro diventa la cattedra di Gesù. Quando ha finito di parlare, dice a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Simone risponde: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,4-5). Gesù, che era un falegname, non era un esperto di pesca: eppure Simone il pescatore si fida di questo Rabbi, che non gli dà risposte ma lo chiama ad affidarsi. La sua reazione davanti alla pesca miracolosa è quella dello stupore e della trepidazione: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore» (Lc 5,8). Gesù risponde invitandolo alla fiducia e ad aprirsi ad un progetto che oltrepassa ogni sua prospettiva: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). Pietro non poteva ancora immaginare che un giorno sarebbe arrivato a Roma e sarebbe stato qui “pescatore di uomini” per il Signore. Egli accetta questa chiamata sorprendente, di lasciarsi coinvolgere in questa grande avventura: è generoso, si riconosce limitato, ma crede in colui che lo chiama e insegue il sogno del suo cuore. Dice di sì – un sì coraggioso e generoso -, e diventa discepolo di Gesù.
Un altro momento significativo nel suo cammino spirituale Pietro lo vivrà nei pressi di Cesarea di Filippo, quando Gesù pone ai discepoli una precisa domanda: «Chi dice la gente che io sia?» (Mc 8,27). A Gesù però non basta la risposta del sentito dire. Da chi ha accettato di coinvolgersi personalmente con Lui vuole una presa di posizione personale. Perciò incalza: «E voi chi dite che io sia?» (Mc 8,29). E’ Pietro a rispondere per conto anche degli altri: «Tu sei il Cristo» (ibid.), cioè il Messia. Questa risposta di Pietro, che non venne “dalla carne e dal sangue” di lui, ma gli fu donata dal Padre che sta nei cieli (cfr Mt 16,17), porta in sé come in germe la futura confessione di fede della Chiesa. Tuttavia Pietro non aveva ancora capito il profondo contenuto della missione messianica di Gesù, il nuovo senso di questa parola: Messia. Lo dimostra poco dopo, lasciando capire che il Messia che sta inseguendo nei suoi sogni è molto diverso dal vero progetto di Dio. Davanti all’annuncio della passione si scandalizza e protesta, suscitando la vivace reazione di Gesù (cfr Mc 8, 32-33). Pietro vuole un Messia “uomo divino”, che compia le attese della gente imponendo a tutti la sua potenza: è anche il desiderio nostro che il Signore imponga la sua potenza e trasformi subito il mondo; Gesù si presenta come il “Dio umano”, il servo di Dio, che sconvolge le aspettative della folla prendendo un cammino di umiltà e di sofferenza. È la grande alternativa, che anche noi dobbiamo sempre imparare di nuovo: privilegiare le proprie attese respingendo Gesù o accogliere Gesù nella verità della sua missione e accantonare le attese troppo umane. Pietro – impulsivo com’è – non esita a prendere Gesù in disparte e a rimproverarlo. La risposta di Gesù fa crollare tutte le sue false attese, mentre lo richiama alla conversione e alla sequela: «Rimettiti dietro di me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8,33). Non indicarmi tu la strada, io prendo la mia strada e tu rimettiti dietro di me.
Pietro impara così che cosa significa veramente seguire Gesù. È la sua seconda chiamata, analoga a quella di Abramo in Gn 22, dopo quella di Gn 12: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà» (Mc 8,34-35). È la legge esigente della sequela: bisogna saper rinunciare, se necessario, al mondo intero per salvare i veri valori, per salvare l’anima, per salvare la presenza di Dio nel mondo (cfr Mc 8,36-37). Anche se con fatica, Pietro accoglie l’invito e prosegue il suo cammino sulle orme del Maestro.
E mi sembra che queste diverse conversioni di san Pietro e tutta la sua figura siano una grande consolazione e un grande insegnamento per noi. Anche noi abbiamo desiderio di Dio, anche noi vogliamo essere generosi, ma anche noi ci aspettiamo che Dio sia forte nel mondo e trasformi subito il mondo secondo le nostre idee, secondo i bisogni che noi vediamo. Dio sceglie un’altra strada. Dio sceglie la via della trasformazione dei cuori nella sofferenza e nell’umiltà. E noi, come Pietro, sempre di nuovo dobbiamo convertirci. Dobbiamo seguire Gesù e non precederlo: è Lui che ci mostra la via. Così Pietro ci dice: Tu pensi di avere la ricetta e di dover trasformare il cristianesimo, ma è il Signore che conosce la strada. E’ il Signore che dice a me, che dice a te: seguimi! E dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà di seguire Gesù, perché Egli è la Via, la Verità e la Vita.

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