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LECTIO DIVINA: CONVERSIONE DI SAN PAOLO, APOSTOLO

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LECTIO DIVINA: CONVERSIONE DI SAN PAOLO, APOSTOLO

Lectio: Venerdì, 25 Gennaio, 2019

1) Preghiera
O Dio, che hai illuminato tutte le genti
con la parola dell’apostolo Paolo,
concedi anche a noi,
che oggi ricordiamo la sua conversione,
di essere testimoni della tua verità
e di camminare sempre nella via del Vangelo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal Vangelo secondo Marco 16,15-18
In quel tempo, apparendo agli Undici, Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti, e se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”.

3) Riflessione
• I segnali che accompagnano l’annuncio della Buona Novella. Infine Gesù appare agli undici discepoli e li riprende perché non hanno creduto alle persone che avevano detto di averlo visto risorto. Di nuovo, Marco si riferisce alla resistenza dei discepoli che credono alla testimonianza di coloro, uomini e donne, che hanno fatto l’esperienza della risurrezione di Gesù. Perché sarà? Probabilmente, per insegnare due cose. In primo luogo, che la fede in Gesù passa per la fede nelle persone che ne danno testimonianza. Secondo, che nessuno deve scoraggiarsi, quando l’incredulità nasce nel cuore. Perfino gli undici discepoli ebbero dubbi!
• Poi Gesù dà loro la missione di annunciare la Buona Novella a tutte le creature. L’esigenza che indica è la seguente: credere ed essere battezzati. A coloro che ebbero il coraggio di credere alla Buona Novella e che sono battezzati, lui promette i segni seguenti: scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti ed il veleno non farà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Questo avviene fino ad oggi:
- scacciare i demoni: è combattere la forza del male che distrugge la vita. La vita di molte persone è migliorata perché sono entrate in una comunità e hanno incominciato a vivere la Buona Novella della presenza di Dio nella loro vita.
- parlare lingue nuove: è cominciare a comunicare con gli altri in una forma nuova. A volte, troviamo una persona che non abbiamo mai visto prima, ma sembra che l’abbiamo conosciuta da molto tempo. Ciò avviene perché parliamo la stessa lingua, la lingua dell’amore.
- vincere il veleno: ci sono molte cose che avvelenano la convivenza. Molte pettegolezzi che distruggono la relazione tra le persone. Chi vive in presenza di Dio ci passa sopra e riesce a non essere molestato da questo terribile veleno.
- guarisce i malati: ovunque spunta una coscienza più chiara e più viva della presenza di Dio, appare anche un’attenzione speciale verso le persone oppresse ed emarginate, soprattutto le persone malate. Ciò che più aiuta alla guarigione, è che la persona si senta accolta ed amata.
- Mediante la comunità Gesù continua la sua missione. Lo stesso Gesù che visse in Palestina, dove accoglieva i poveri del suo tempo, rivelando così l’amore del Padre, questo stesso Gesù continua vivo in mezzo a noi, nelle nostre comunità. Ed attraverso di noi continua la sua missione di rivelare la Buona Novella dell’Amore di Dio ai poveri. Fino ad oggi, avviene la risurrezione, che ci spinge a cantare: « Chi ci separerà dall’amore di Cristo? » (cf. Rom 8,38-39). Nessun potere di questo mondo è capace di neutralizzare la forza che viene dalla fede nella risurrezione (Rm 8,35-39). Una comunità che volesse essere testimone della Risurrezione deve essere segno di vita, deve lottare contro le forze della morte, in modo che il mondo sia un luogo favorevole alla vita, e deve credere che un altro mondo è possibile.

4) Per un confronto personale
• Scacciare i demoni, parlare lingue nuove, non farsi recare danno dal veleno dei serpenti, imporre le mani ai malati: tu hai compiuto alcuni di questi segni?
• Attraverso di noi e attraverso la nostra comunità Gesù continua la sua missione? Nella nostra comunità, riesce a compiere questa missione? Come, in che modo?

5) Preghiera finale
Lodate il Signore, popoli tutti,
voi tutte, nazioni, dategli gloria.
Forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore dura in eterno. (Sal 116)

PORTE APERTE TRA IL TEMPIO E LA PIAZZA – DI GIANFRANCO RAVASI

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/2011/013q04a1.html

PORTE APERTE TRA IL TEMPIO E LA PIAZZA

Pubblichiamo il testo della « lectio magistralis » che il cardinale presidente del Pontificio Consiglio della Cultura tiene il 17 gennaio a Roma presso la facoltà di Architettura dell’università La Sapienza.

DI GIANFRANCO RAVASI

« Il mondo è come l’occhio: il mare è il bianco, la terra è l’iride, Gerusalemme è la pupilla e l’immagine in essa riflessa è il tempio ». Questo antico aforisma rabbinico illustra in modo nitido e simbolico la funzione nel tempio secondo un’intuizione che è primordiale e universale. Due sono le idee che sottendono all’immagine. La prima è quella di « centro » cosmico che il luogo sacro deve rappresentare, un tema sul quale il grande studioso delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) ha offerto un vasto dossier documentario. L’orizzonte esteriore, con la sua frammentazione e con le sue tensioni, converge e si placa in un’area che per la sua purezza deve incarnare il senso, il cuore, l’ordine dell’essere intero.
Nel tempio, dunque, si « con-centra » la molteplicità del reale che trova in esso pace e armonia: si pensi solo alla planimetria di certe città a radiali connesse al « sole » ideale rappresentato dalla cattedrale posta nel cardine centrale urbano (Milano, per esempio, « centrata » sul Duomo ne è un esempio evidente, come New York è la testimonianza di una diversa visione, più dispersa e babelica). Dal tempio, poi, si « de-centra » un respiro di vita, di santità, di illuminazione che trasfigura il quotidiano e la trama ordinaria dello spazio. Ed è a questo punto che entra in scena il secondo tema sotteso al detto giudaico sopra evocato.
Il tempio è l’immagine che la pupilla riflette e rivela. Esso è, quindi, segno di luce e di bellezza. Detto in altri termini, potremmo affermare che lo spazio sacro è epifania dell’armonia cosmica ed è teofania dello splendore divino. In questo senso un’architettura sacra che non sappia parlare correttamente – anzi, « splendidamente » – il linguaggio della luce e non sia portatrice di bellezza e di armonia decade automaticamente dalla sua funzione, diventa « profana » e « profanata ». È dall’incrocio dei due elementi, la centralità e la bellezza, che sboccia quello che Le Corbusier definiva in modo folgorante « lo spazio indicibile », lo spazio autenticamente santo e spirituale, sacro e mistico.
Certo, questi due assi portanti trascinano con sé tanti corollari: pensiamo alla « sordità », all’inospitalità, alla dispersione, all’opacità di tante chiese tirate su senza badare alla voce e al silenzio, alla liturgia e all’assemblea, alla visione e all’ascolto, all’ineffabilità e alla comunione. Chiese nelle quali ci si trova sperduti come in una sala per congressi, distratti come in un palazzetto dello sport, schiacciati come in uno sferisterio, abbrutiti come in una casa pretenziosa e volgare.
A questo punto vorremmo proporre una riflessione di indole più specifica che abbia come codice di riferimento proprio quelle Sacre Scritture bibliche che sono state indubbiamente « il grande codice » della stessa civiltà artistica occidentale. È indiscutibile il rilievo che in esse ha una « teologia » dello spazio, anche se – come si vedrà – essa è inverata in una teologia superiore, quella del tempo e della storia (l’Incarnazione riassume in sé queste due dimensioni ricollocandole nella loro gerarchia).
« Ai tuoi servi sono care le pietre di Sion » (Salmo, 102, 15). Questa professione d’amore dell’antico salmista potrebbe essere il motto stesso della tradizione cristiana che allo spazio sacro ha riservato sempre un rilievo straordinario, a partire dalla « pietra » del Santo Sepolcro, segno della risurrezione di Cristo, attorno alla quale è sorto uno dei templi emblematici dell’intera cristianità. Tra l’altro, è curioso che simbolicamente le tre religioni monoteistiche si ancorino a Gerusalemme attorno a tre pietre sacre, il Muro Occidentale (detto popolarmente « del Pianto »), segno del tempio salomonico per gli ebrei, la roccia dell’ascensione al cielo di Maometto nella moschea di Omar per l’islam e, appunto, la pietra ribaltata del Santo Sepolcro per il cristianesimo.
Certo è che, senza la spiritualità e la liturgia cristiana, la storia dell’architettura sarebbe stata ben più misera: pensiamo solo al nitore delle basiliche paleocristiane, alla raffinatezza di quelle bizantine, alla monumentalità del romanico, alla mistica del gotico, alla solarità delle chiese rinascimentali, alla sontuosità di quelle barocche, all’armonia degli edifici sacri settecenteschi, alla neoclassicità dell’Ottocento, per giungere alla sobria purezza di alcune realizzazioni contemporanee (un esempio per tutte: l’affascinante chiesa del citato Le Corbusier a Ronchamp).
C’è, dunque, nel cristianesimo una celebrazione costante dello spazio come sede aperta al divino, partendo proprio da quel tempio supremo che è il cosmo.
Un grande storico della teologia Marie-Dominique Chenu (1895-1990), al termine della sua vita si rammaricava di aver riservato troppo poco spazio alle arti sia letterarie sia figurative sia architettoniche nella sua storia del pensiero religioso, perché « esse non sono soltanto illustrazioni estetiche ma veri soggetti teologici ». Dall’anonimato in cui si relegavano i grandi costruttori di cattedrali basterebbe solo fare emergere, a titolo esemplificativo, un genio architettonico e artistico come l’abate Sugero di Saint-Denis (xiii secolo).
Detto questo c’è però nella concezione cristiana una componente molto pesante che – come si diceva – sposta il baricentro teologico dallo spazio al tempo. Ed è su questo aspetto che ora vorremmo fissare la nostra attenzione. Nell’ultima pagina neotestamentaria, quando Giovanni il Veggente si affaccia sulla planimetria della nuova Gerusalemme della perfezione e della pienezza, si trova di fronte a un dato a prima vista sconcertante: « Non vidi in essa alcun tempio perché il Signore Dio Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio » (Apocalisse, 21, 22). Tra Dio e uomo non è più necessaria nessuna mediazione spaziale; l’incontro è ormai tra persone, si incrocia la vita divina con quella umana in modo diretto. Da questa scoperta potremmo risalire a ritroso attraverso una sequenza di scene altrettanto inattese.
Immaginiamo di rincorrere questo filo rosso afferrandolo al capo estremo opposto. Davide decide di erigere un tempio nella capitale appena costituita, Gerusalemme, così da avere anche Dio come cittadino nel suo regno. Ma ecco la sorprendente risposta oracolare negativa emessa dal profeta Nathan: il re non costruirà nessuna « casa » a Dio ma sarà il Signore a dare una « casa » a Davide: « Te il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore » (ii Samuele, 7, 11). In ebraico si gioca sulla ambivalenza del termine bayit, « casa » e « casato ». Dio, quindi, allo spazio sacro di una casa-tempio preferisce la presenza in una casa-casato, ossia nella storia di un popolo, nella dinastia davidica che si colorerà di tonalità messianiche.
Certo, lo spazio non è dissacrato. Il figlio di Davide, Salomone, innalzerà un tempio che la Bibbia descrive con ammirata enfasi. Eppure quando egli sta pronunziando la sua preghiera di consacrazione, dovrà necessariamente interrogarsi così: « Ma è proprio vero che Dio può abitare sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! » (1 Libro dei Re, 8, 27). Il tempio, allora, è solo l’ambito di un incontro personale e vitale (non per nulla si parla nella Bibbia di « tenda dell’incontro ») che vede Dio chinarsi « dal luogo della sua dimora, dal cielo » della sua trascendenza verso il popolo che accorre nel santuario di Sion con la realtà della sua storia sofferta della quale si elencano i vari drammi.
I profeti giungeranno al punto di minare le fondamenta religiose del tempio e del suo culto qualora esso si riduca a essere solo uno spazio magico-sacrale, dissociato dalla vita della piazza civica, ossia dall’impegno etico-esistenziale, e affidato solo a una presenza meramente e ipocritamente rituale.
Basti solo, tra i tanti passi profetici di analogo tenore, leggere questo paragrafo del profeta Amos (viii secolo prima dell’era cristiana): « Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni. Anche se voi mi offrite olocausti io non accetto i vostri doni. Le vittime grasse di pacificazione neppure le guardo. Lontano da me il frastuono dei vostri canti, il suono delle vostre arpe non riesco a sopportarlo! Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne! » (5, 21-24).
Ma entriamo nel cristianesimo in modo diretto. Cristo, come ogni buon ebreo, ama il tempio gerosolimitano. Non esita a impugnare una sferza e a menare fendenti contro i mercanti che lo profanano con i loro commerci, ne frequenta le liturgie durante le varie solennità, come faranno anche i suoi discepoli che si riserveranno persino un loro spazio nell’area del cosiddetto « Portico di Salomone ». Eppure lo stesso Cristo in quel meriggio assolato al pozzo di Giacobbe, davanti al monte Garizim, luogo sacro della comunità dei samaritani, non teme di dire alla donna che sta attingendo acqua: « Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre… È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità » (Giovanni, 4, 21-24).
Ci sarà un’ulteriore svolta che insedierà la presenza divina nella stessa « carne » dell’umanità attraverso la persona di Cristo, come dichiara il celebre prologo del Vangelo di Giovanni: « Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi » (1, 14), con evidente rimando alla « tenda » del tempio di Sion. Tra l’altro, il verbo greco eskénosen, « pose la tenda » ricalca le radicali s-k-n del vocabolo ebraico con cui si definiva la « Presenza » divina nel tempio di Sion, Shekinah. Gesù sarà anche più esplicito: « Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere ».
E l’evangelista Giovanni annota: « Egli parlava del tempio del suo corpo » (2, 19-21). Paolo andrà oltre e, scrivendo ai cristiani di Corinto, affermerà: « Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi… Glorificate dunque Dio nel vostro corpo! » (i, 6, 19-20).
« Un tempio di pietre vive », quindi, come scriverà san Pietro, « impiegate per la costruzione di un edificio spirituale » (i, 2, 5) un santuario non estrinseco, materiale e spaziale, bensì esistenziale, un tempio nel tempo. Il tempio architettonico sarà, quindi, sempre necessario, ma dovrà avere in sé una funzione di simbolo: non sarà più un elemento sacrale intangibile e magico, ma solo il segno necessario di una presenza divina nella storia e nella vita dell’umanità. Il tempio, quindi, non esclude o esorcizza la piazza della vita civile ma ne feconda, trasfigura, purifica l’esistenza, attribuendole un senso ulteriore e trascendente. Per questo, una volta raggiunta la pienezza della comunione tra divino e umano, il tempio nella Gerusalemme celeste, la città della speranza, si dissolverà e « Dio sarà tutto in tutti » (1 Corinzi, 15, 28).
Terminiamo la nostra riflessione con tre testimonianze. La prima riassume i gradi del discorso finora fatto. È una cantilena ebraica cabbalistica medievale che ricorda i vari passaggi per trovare il luogo dove s’incontra veramente Dio. Ecco il ritornello in ebraico, ritornello assonante che si ripete a ogni strofa: hu’ hammaqôm shel- maqôm / we’en hammaqôm meqomô. Con un gioco di parole e un’intuizione folgorante si dice: « Egli, Dio, è il Luogo di ogni luogo, / eppure questo Luogo non ha luogo ».
La seconda testimonianza è legata alla figura di san Francesco ed è desunta dal capitolo 37 della Vita seconda di Tommaso da Celano, francescano abruzzese. Un frate dice a Francesco: « Non abbiamo più soldi per i poveri ». Francesco risponde: « Spoglia l’altare della Vergine e vendine gli arredi, se non potrai soddisfare diversamente le esigenze di chi ha bisogno ».
E subito dopo aggiunge: « Credimi, alla Vergine sarà più caro che sia osservato il vangelo di suo Figlio e nudo il proprio altare, piuttosto che vedere l’altare ornato e disprezzato il Figlio nel figlio dell’uomo ». Ci dobbiamo, dunque, soltanto spogliare del tempio e della sua bellezza? No, perché Francesco è convinto che Dio ci offrirà di nuovo il tempio, con tutti gli ornamenti: « Il Signore manderà chi possa restituire alla Madre quanto ci ha dato in prestito per la Chiesa ».
La terza e ultima considerazione ci è offerta dalla spiritualità ortodossa. Un noto teologo laico russo del Novecento vissuto a Parigi, Pavel Evdokimov, dichiarava che tra la piazza e il tempio non ci deve essere la porta sbarrata, ma una soglia aperta per cui le volute dell’incenso, i canti, le preghiere dei fedeli e il baluginare delle lampade si riflettano anche nella piazza dove risuonano il riso e la lacrima, e persino la bestemmia e il grido di disperazione dell’infelice. Infatti, il vento dello Spirito di Dio deve correre tra l’aula sacra e la piazza ove si svolge l’attività umana. Si ritrova, così, l’anima autentica e profonda dell’Incarnazione che intreccia in sé spazio e infinito, storia ed eterno, contingente e assoluto.

(©L’Osservatore Romano 17-18 gennaio 2011)

LIBERTÀ E CHIESA – COMMENTO A GAL 5, 1-26

http://www.atriodeigentili.it/lectio/1999_00/200004.htm

Lectio Divina – Chiamati a libertà: il Giubileo tempo di Grazia

Stella Morra – 17 aprile 2000

Monastero Cistercense – Fossano

LIBERTÀ E CHIESA – COMMENTO A GAL 5, 1-26

Stiamo avviandoci verso la fine di questo itinerario sul Giubileo come chiamata alla libertà.
Il testo di questa sera è il capitolo 5 della Lettera ai Galati, che riprende dei temi già toccati su cui forse può essere utile fermarci ancora un po’; per altri versi, comunque, può essere un testo innovativo, che aggiunge altre questioni alla riflessione che andiamo facendo.
Vorrei però premettere una piccola riflessione a monte del testo, prima di leggerlo, perché mi sembra un testo in cui la materialità, da sola, rischia di portarci fuori, di farci capire cose che non vuole dire.
La lettera ai Galati è scritta da Paolo sulla spinta di alcune questioni molto concrete, di alcuni problemi delle comunità di Galazia, molto specifici e concreti e, quindi, la lettera ha un tono immediato e anche molto duro e tagliente rispetto a molte questioni, perché, probabilmente, è scritta nel calore della polemica.
Il secondo dato è che questa lettera, scritta nel calore della polemica e proprio per il suo genere letterario, è molto legata ai problemi di fronte a cui Paolo sta (la Lettera ai Romani è la riflessione più calma degli stessi temi della lettera ai Galati, cioè ha lo stesso tema di fondo, ma ragionato con più distanza).
Il problema qui è il rapporto con il giudaismo e l’atteggiamento che i cristiani devono avere rispetto alla tradizione ebraica da cui vengono e rispetto alle sue pratiche, sia le norme che il senso profondo; in particolare, nel testo che leggeremo, la questione è quella della circoncisione.
La questione della circoncisione rischia di essere per noi irrilevante o superata. Ma la domanda che dobbiamo farci è: perché allora questo testo sta dentro al canone della Rivelazione, dentro ad un testo che noi chiamiamo Parola di Dio? La regola degli antichi Padri era che tutto ciò che è nella Bibbia è tutto ciò, e solo ciò, che è necessario per la salvezza: la Bibbia non ci racconta cose che forse potrebbero rispondere a nostre curiosità, ma non servono per la salvezza. La Bibbia ci dice altre cose, che noi tendiamo a rimuovere, perché non sappiamo dove metterle ma, poiché ce le dice, sono rilevanti.
In certi testi del Vangelo viene da chiedersi: che cosa è successo poi? (Vedi l’episodio del giovane ricco; o Nicodemo, in Giovanni).
La Scrittura non dà risposte a questo genere di domande e questo, secondo i Padri, era indicativo del fatto che non ci serve saperlo. Non ci serve sapere quali conclusioni un’altra persona trae dall’incontro con il Signore. C’è un criterio importante per noi: mantenerci su una soglia di discrezione rispetto a ciò che ciascuno di quelli che conosciamo, compresi i fratelli che condividono con noi dei pezzi di strada, traggono come conclusioni dal loro incontro con il Signore.
L’esempio opposto è di quando un testo, come questo, ci dice cose che a noi sembrano assolutamente superate riguardo a problemi che non ci riguardano più e che quindi tendiamo a sottovalutare, a non considerare rilevanti rispetto ad un percorso spirituale.
Ma dobbiamo ricordare che, se stanno nella Scrittura, è perché una direzione, un senso ce l’hanno. Questo è uno dei motivi buoni dei quali si è fatto un uso cattivo. Per esempio nella storia questo testo è stato usato in chiave antisemita, perché si è pensato che se stava lì, ed era così duro contro il giudaismo, quello che insegnava era che bisogna essere duri con gli Ebrei. Il criterio era giusto: la conclusione che se ne traeva, no. Il problema infatti è comprendere correttamente il motivo profondo del testo.
Mi sembra che questo testo debba essere ascoltato, lavorato, perché se sta qui, vuol dire che serve alla nostra salvezza, anche se non ci insegna immediatamente delle cose.
Vorrei fare una piccola notazione di metodo che forse ci può aiutare più in generale: quando si fa una lettura spirituale della Scrittura c’è sempre la tentazione, nella nostra cultura, di entrare nella logica “capire-insegnare”. Che cosa capisco del testo, che cosa il testo mi insegna? Questo non è il parametro giusto per una lettura spirituale della Scrittura.
Il parametro giusto è quello di una “traduzione” secondo lo Spirito, cioè la lettura spirituale si fa dentro un percorso di fede in cui io, abitando la mia fede, dialogo con il testo e lascio che il testo si traduca nella mia vita di fede. Non necessariamente questo significa capire dal punto di vista critico, storico-geografico, di generi letterari, di aspetti culturali, ecc.
A volte il testo si traduce con semplicità, senza passare attraverso la mediazione del capire in senso stretto; non necessariamente significa che il testo ci “insegna” qualcosa: il testo ci fa compagnia. Penso all’atto di una madre che nutre il figlio: non pensiamo ad un atto di insegnamento; la Scrittura sta più dalla parte del nutrimento che della scuola.
Per questo testo dovremmo fare un piccolo sforzo in più, per farlo parlare dentro lo Spirito, perché si traduca dentro la nostra vita di credenti.
Una volta tanto faccio l’operazione opposta di quella che faccio di solito: enuncio un problema iniziando, e poi lavoriamo sul testo, in modo che il problema ci faccia un po’ da guida in questa operazione faticosa, cioè ci aiuti a capirlo.
Il problema che Paolo pone, rispetto alla sua comunità, che è concretamente, storicamente, il problema del rapporto con il giudaismo, con la Legge e la circoncisione, è, tradotto in termini moderni, il problema della auto-salvezza, cioè il tema della possibilità di darsi da sé la salvezza o, in termini quotidiani, di “quanto dipende da noi”, di quanto le cose, la storia, noi stessi e la nostra salvezza, dipendono da noi.
Questo è un problema antico: tutte le realtà e le espressioni religiose hanno questa questione. Dalle espressioni religiose più orientate alla passività a quelle più orientate all’attivismo, ci sono tutta una serie di posizioni in cui il ruolo giocato da chi sta di fronte a un Dio, è un ruolo più o meno importante e più o meno decisivo.
Noi, al di là del fatto che lo sappiamo o no, non stiamo nel vuoto pneumatico rispetto a questo problema, ma stiamo dentro a una storia, una tradizione, dentro alcune abitudini culturali e educative, che ci hanno dato delle precomprensioni su questa questione, e ci stiamo non solo in termini biografici, ma anche dal punto di vista culturale globale: stiamo dentro a una tradizione. Cioè noi siamo nel cristianesimo occidentale alla fine di un lungo periodo (due secoli) di grande razionalizzazione e moralizzazione della fede in cui l’unico modo per dire l’essenza di fede era di dirlo in termini di verità da credere e di azioni da compiere e in cui la relazione tra queste due cose era la responsabilità morale del singolo, quella che si chiama “coerenza”. Non sempre il passaggio era chiaro.
(Ad. esempio: perché, se credo la verità della Trinità, per essere coerente a questo, devo andare a messa la domenica?). Noi usciamo da due secoli nei quali l’idea era: c’è un elenco di verità nelle quali si deve credere, c’è una serie di comportamenti che si devono tenere; il rapporto tra i due è la coerenza.
In genere il disagio su questo l’hanno sempre mostrato gli adolescenti che con più faccia tosta degli adulti dicono, ad esempio: ma perché non posso mangiare carne il venerdì? In genere mettendo gli adulti nella condizione di dire: “perché è così”, senza dare una buona risposta. Questo funzionava in una società in cui la parola di un adulto era ultimativa. Man mano che la società è cambiata e le parole degli adulti sono sempre meno ultimative, la questione viene ributtata indietro e noi ci rendiamo conto di non avere buoni motivi.
In questa situazione culturale è molto difficile liberarci dall’idea più o meno esplicita di un’autosalvazione; ci pare che, alla fine, devono pur contare il nostro comportamento, la nostra coerenza, gli obblighi assunti.
In questo si innesta un dato culturale molto nuovo che è quello che normalmente chiamiamo la cultura new age, cioè un’idea un po’ magica della realtà che nasce da una mentalità opposta: l’insicurezza, l’incapacità di governare la vita, un mondo sempre più complicato, una velocità di cambiamento alla quale non riusciamo a stare dietro. Allora c’è questa diffusa idea che ci sarebbero una serie di cose quasi magiche per cui se uno fa bene tutte quelle cose, alla fine sta meglio.
La mentalità diffusa è che nella fede funzionerebbe come nel corpo: viviamo nella logica per cui, se seguissimo determinate abitudini alimentari non ci ammaleremmo mai. Rischiamo di avere una logica analoga anche nella fede in cui se si è buoni, disponibili, “positivi”, va tutto bene. Questa idea è la versione magica di un’idea di autosalvazione. Questo problema è estremamente attuale. Oggi ha due forme: ascetica (moralismo), magica (una specie di fitness interiore).
Questa è la traduzione moderna del problema che fa da sfondo al nostro testo, e forse ci aiuta a sentire il problema in un altro modo.

(Lettura del testo)

Credo che questo testo, a cominciare dal suono è, da una parte, molto comprensibile e semplice, e dall’altra molto duro: si sente il linguaggio scaldato di Paolo che è in polemica. Il testo ha due parti: la circoncisione e la questione della carne e della Legge, dello Spirito.
Mi sembra che forse, con un po’ di fatica, possiamo far lievitare questo testo rispetto all’attualità reale della nostra vita.
Prima parte: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”. Solo oggi è una frase scontata. Ma essa presuppone che uno sappia che cosa vuol dire che Cristo ci ha liberati, e questo mi pare già un gran problema. ( perché significherebbe che ciascuno di noi sapesse fare l’elenco di ciò da cui vuole essere liberato o da cui è stato liberato, di ciò che riconosce come suo della propria vita e ciò che vorrebbe che non ci fosse, delle fatiche che ha fatto a separarsi da alcune parti di sé e dagli eventi che gli sono capitati; di quanta fatica ha fatto a lasciar cadere alcune questioni, a lasciarle andare, e riuscisse a pensare che cosa vuol dire che Cristo ci ha liberati: su questo, non in teoria.)
Quando ci viene detto che Cristo ci ha liberati non ci viene detta una cosa generica, astratta: viene detto un dato concreto. Padre Cesare ne parlava l’altra volta: la nostra salvezza in Cristo è che Cristo ci ha rimessi in condizione di figli; ci ha posti di fronte alla possibilità di scegliere di chi essere figlio.
La nostra vita non è cambiata: è quella che è, ma questa vita ci è stata resa, non è più una vita subita o, se volete, possiamo finalmente sapere che noi non siamo solo la nostra vita. Abbiamo la nostra vita e noi possiamo esserci nella nostra vita, ma non siamo incollati alla nostra vita e dunque il bello, il brutto, il faticoso e l’allegro, e tutto ciò che passa nella vita non dice ancora la totalità di noi. Quando i Vangeli ci dicono che Gesù è venuto a portarci la vita eterna (Giovanni usa l’espressione “la vita piena”) dicono qualcosa di questo genere: la vita ci è ridata come qualcosa che abbiamo, non come qualcosa che siamo, cioè ci è ridata nella libertà. (Ad esempio: quando abbiamo un raffreddore noi diciamo che “abbiamo” un raffreddore, quando abbiamo una malattia più seria noi diciamo che “siamo” malati, perché una malattia più seria sposta la possibilità di capire noi stessi).
Secondo natura, come creature, noi siamo la nostra vita. Il Cristo, per grazia, ci ha liberati: noi abbiamo la nostra vita. Cristo ha creato uno spazio in cui non possiamo fare un passo indietro rispetto a ciò che la nostra vita è: nel bene, come nel male, e non essere condannati in qualche modo ad essere incollati sulla nostra esistenza. Qui Paolo fa un passo avanti: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”. In questa piccola frase Paolo imposta la questione della giustificazione. La giustificazione, la salvezza, viene da Gesù. La nostra parte è restare in questa salvezza (anche Giovanni dice:”restare in Gesù”).
L’operazione che noi dobbiamo compiere, che nessuno può compiere al nostro posto, la nostra collaborazione all’opera della nostra salvezza, non sta in una pretesa coerenza rispetto a delle verità, ma sta nel rimanere in questa libertà, cioè nel non farci risucchiare dalla nostra vita, e io credo che in questo secolo, in questo tempo, è più chiaro che in altri che cosa significa ciò, perché ciascuno ha l’esperienza di quanto la vita ti può risucchiare.
Cristo ci ha liberati perché noi avessimo una distanza dalla vita che ci risucchia, perché noi potessimo essere liberi, non schiavi della nostra esistenza e perché noi rimanessimo liberi. La nostra opera è quella di rimanere arretrati rispetto al vortice, e giustamente nella seconda parte Paolo riprenderà il tema del desiderio, perché ci sono cose che stanno veramente nel nostro desiderio: sono un desiderio vero, profondo.
Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi: che cosa dobbiamo fare rispetto a questa questione? Tutto, o niente? Dipende dalle nostre opere? Oppure Cristo ci ha salvati e non dobbiamo fare nulla?
Cristo ci ha posti in una condizione per cui ci ha liberati dalla schiavitù di una esistenza che ci esauriva totalmente in essa e ci ha dato uno spazio: la nostra parte è mantenere, e possibilmente allargare, questo spazio secondo un desiderio reale. Allora bisogna andare a “pescare” quel desiderio, altrimenti quello spazio non si mantiene, la ricaduta è molto forte.
“State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù”: a questo punto è chiaro. La saldezza è una virtù molto invocata dai Padri dei primi secoli, molto invocata nella Scrittura, il problema è stare ben piantati sulle gambe, cioè è tenere la posizione e non lasciarsi di nuovo imporre il giogo della schiavitù.
“Io, Paolo, vi dico” Qui l’immagine è parlante: usa un dato tipico della vita dei Galati: “Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla”. Cioè: se ciò che voi sapete di voi, della vostra vita, dipende dalla circoncisione (e dunque siamo figli di Abramo, gli eletti, ecc.) allora non c’è la libertà di Cristo che possa agire, perché non c’è spazio tra voi e, per esempio, la vostra definizione religiosa, ciò che di voi sapete rispetto alla religione.
“E dichiaro, ancora una volta, a chiunque si fa circoncidere che è obbligato a osservare tutta quanta la Legge”. Qui Paolo è molto chiaro: ognuno può scegliere, per la sua vita, che è solo la propria vita; se si fa circoncidere, deve assumere tutta la Legge.
Proviamo a tradurre: noi possiamo decidere che siamo solo la nostra vita, che non vogliamo rendere conto a nessuna interiorità, ma allora dobbiamo assumere le regole della vita, che significa, per esempio, che alla domanda: perché mi è successo questo, perché devo soffrire su questo? la risposta è: perché così accade in natura. Anche questa è la logica della vita: a volte si è contenti, a volte no; e non c’è una giustizia distributiva: le cose cattive capitano ai buoni e ai cattivi. Noi qui facciamo un grosso cortocircuito: ci sembra che lo sforzo che Cristo ci chiede, di restare saldi a distanza dalla nostra esistenza, sia un onere troppo pesante (non si ha tempo, non c’è cattiva volontà, ma..,). Salvo che quando la vita incrocia, nella sua dinamica propria, un punto doloroso, allora non stiamo più all’assunzione della nostra vita, ad osservare tutta quanta la legge, ma ci richiamiamo a un referente oltre la vita e diciamo: perché Dio mi ha fatto succedere tutto questo? A quel punto la risposta dovrebbe essere: perché no? Perché non te l’ha fatta succedere fino a oggi? Qual è il diritto in base al quale non doveva già fartela succedere prima?
“Non avete più nulla a che fare con Cristo se cercate la giustificazione della legge”. Ribadisco: qui Paolo è molto duro perché è nel calore della polemica, ma anche perché questa è una questione nel cuore del cristianesimo, una questione centrale. Uno può scegliere di stare da una parte o dall’altra, ma dovunque si metta deve rispettare le regole del gioco, soprattutto non può far finta che la scelta sia irrilevante.
Allora: “Siete decaduti dalla Grazia”, cioè avete reso vana la Croce di Cristo. Se io metto tutto l’investimento di me nell’essere la mia vita, a questo punto siamo fuori dalla dinamica della Grazia (nella nostra libertà di scelta)
“Noi infatti, per virtù dello Spirito attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo”. Qui Paolo attacca un altro pezzo di ragionamento: se voi siete solo la vostra vita, siete fuori da questa logica di liberazione; chi invece accoglie Cristo che lo ha liberato, sta saldo nella fede come virtù forte. (Una delle cose tipiche del modello di fede di cui dicevo prima è quello di pensare che se si hanno dei dubbi, non si ha la fede; invece funziona al contrario: quando uno ha tanti dubbi e non se ne va, vuol dire che ha tanta fede, perché la fede è la virtù di coloro che dubitano, non di coloro che sanno; in Paradiso, quando vedremo Dio faccia a faccia non avremo più bisogno di fede; la fede è la virtù della storia, del tempo in cui i dubbi ci sono e sono tanti; la paura è molta e il problema del cristiano non è quello di non avere paura, ma di avere più coraggio che paura e quindi se la paura è tanta si avrà tanto coraggio, se i dubbi sono tanti, si avrà tanta fede; la questione è rimanere saldi in questo spazio di libertà, per fede).
Paolo riprende la questione: noi, per fede, attendiamo la giustificazione che speriamo. Per fede rimaniamo saldi in questo pezzo di vita in più che non è sempre evidente, che non è sempre immediatamente disponibile, di cui non sappiamo sempre esattamente dov’è, di cui certe volte ci augureremmo di non averlo, perché ci piacerebbe stordirci e non avere uno spazio che guarda la nostra vita dal di fuori perché, per esempio, ne vediamo i limiti e ci tocca farcene carico.
Allora per fede rimanere in questa vita in più a volte è una bella cosa, a volte è abbastanza pesante; rimanere lì, attendendo la giustificazione che speriamo……, ma bisogna sperarla! Anche qui la deformazione in termini di autosalvezza fa sì che noi ragioniamo così: se uno crede le verità e si comporta bene, può anche sperare nella vita eterna.
Invece la direzione è contraria: se io spero qualcosa per la mia vita, se spero davvero, allora forse posso rischiare la carta della fede sulla speranza che ho, e forse bisogna sperimentare molte speranze deluse per imparare a sperare nel Signore (perché uno prima prova a sperare in tante cose: nella sua intelligenza, nella sua bravura, e a non sperare più nel Signore e allora uno decide se diventare un cinico o una uomo, una donna di speranza e a quel punto l’appoggia da un’altra parte: in questa vita in più).
Credo che uno dei nostri problemi seri in ambito di fede è che noi, in genere, non speriamo niente, cioè desideriamo molto poco, e quindi siamo dei piccoli credenti. Qual è l’investimento che abbiamo su questa cosa? Solo se abbiamo un grande desiderio, una grande speranza, investiamo. E noi sappiamo bene che nella nostra vita funziona così. Come, ad esempio, quando uno si appassiona ad un lavoro poi ci mette dentro testa, pensieri, tempo, eccetera. Mi sembra che uno dei problemi seri è che la nostra fede è piccola perché noi abbiamo piccoli desideri e piccole speranze, e quindi mettiamo poche energie, e non sempre le migliori.
“Poiché in Cristo non è la circoncisione che conta, ma la fede che opera per mezzo della carità”. E’ interessante perché nella prima parte ci sembra chiaro: in Cristo non è la circoncisione che conta; ma attenzione: nemmeno la non circoncisione conta. Questo è un pezzo del versetto che tendiamo a cancellare. Non è il problema a quale dei pezzi della tua vita ti affidi: il problema è se ti affidi alla tua vita o a quella di Cristo. (Il problema non è se uno è ebreo o cristiano, il problema è la fede che opera per mezzo della carità). Secondo me qui sta una delle espressioni più belle rispetto alla questione della giustificazione: la fede che opera per mezzo della carità.
Noi siamo passati da un tempo, l’800, in cui la questione era la fede, e poi non importava ciò che si faceva, purchè si mettesse la propria firma sotto l’elenco delle verità messe alla rinfusa. Da lì siamo passati all’opposto. Per reazione abbiamo giustamente molto insistito sul tema della carità. Ora stiamo andando verso l’esagerazione opposta, per cui conta un generico senso di giustizia che diventa sempre più annacquato, che alla fine non si sa più cosa vuol dire e che, soprattutto, come la fitness interiore, si squaglia alla prima difficoltà, però sembra che quello sia sufficiente, basta non pestare le formichine e va tutto bene.
Siamo lieti di tutti coloro che si occupano di carità, anche se si dicono non credenti, siamo lieti di fare strada con loro, e di riconoscere la bellezza dello Spirito che opera anche in chi non lo conosce. Ma per un cristiano la questione è la fede che opera per mezzo della carità, dove il soggetto agente è la fede. La fede non è un vago sentimento dell’anima o un’adesione puramente intellettuale, perché è una fede che opera, e opera per mezzo della carità. Questa frase mette bene in ordine la questione.
Padre Cesare accennava, l’altra volta, che questa cosa, nella storia della Chiesa, ha avuto un enorme peso. Il caso più conosciuto è la questione luterana, ma fin dai primi secoli l’oscillazione tra il credere e l’operare è stata costante: è un problema perenne del cristianesimo. Nel cristianesimo, il rapporto tra queste due cose, è delicato.
Come spesso accade, il cristianesimo è un’esperienza di doppi pensieri. D’altra parte noi abbiamo a che fare con due aspetti che non si possono sganciare: un Dio vero Dio e vero uomo. E’ chiaro che per tenere due cose opposte insieme, il rischio di cascare da una parte o dall’altra è sempre in agguato.
Ma qui Paolo dice molto efficacemente la questione: la fede che opera per mezzo della carità. Ed è chiaro che il primato è della fede (e in questo, Lutero aveva ragione), perché è la fede che qualifica le opere e non sono le opere che salvano; è la fede che salva: questo è ormai ben compreso. Il rimanere saldi nella libertà di Cristo ha operato; ma è vero che una fede che non operi per mezzo della carità è una fede muta, che rischia continuamente di diventare un pio atteggiamento dell’anima o un puro atteggiamento razionale.
Per riprendere il tema dell’inizio: Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; per restare liberi la questione è: la fede che opera per mezzo della carità. Non è la circoncisione, né la non circoncisione.
C’è questo sfogo di parole che trovo molto tenero: correvate così bene, chi vi ha tagliato la strada? Perché vi siete persi? L’immagine della corsa di Paolo ritorna spesso: l’esperienza del credere come esperienza di una gara
Trovo interessante, di questo sfogo, la piccola conclusione: “quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono tuttora perseguitato? E’ dunque annullato lo scandalo della Croce?”
E’ chiaro che sono domande retoriche quelle che Paolo fa, ma quello che vuole dire è: se non è successo niente, perché sta succedendo tutto questo caos? Perché stare ancora in un rapporto in cui la questione sono la circoncisone e la legge?
Allora anche questo è un dato su cui riflettere. Dopo 2000 anni di cristianesimo c’è la tendenza ad appiattire un po’ la sua novità, ma il cristianesimo ha risposte talmente forti che spesso annullano le domande (abbiamo l’impressione di sapere chi è l’assassino già prima di aver letto il romanzo!). Sappiamo già che Dio ci ama, ci perdona, eccetera, prima ancora di aver cominciato a vivere. Allora il rischio è che rendiamo lo scandalo della Croce un dato “innocuo”, per niente innovativo. Paolo invece dice: c’è uno scandalo, che è la croce. Allora, quando siamo tentati dalla fitness interiore e pensiamo che il criterio della fede sia sentirsi bene, dovremmo ricordarci che Gesù Cristo in croce non si sentiva certo bene. Il culmine dell’esperienza cristiana non può essere una sorta di diritto al benessere interiore. C’è una durezza della novità che il cristianesimo porta che è irriducibile e che non sta in una pretesa di norme e di doveri, ma sta nel fatto che non è tutto uguale a prima, o un semplice aggiustamento, un cambio di contenuti.
Siamo di fronte ad una possibilità di scelta, ma dobbiamo sapere come stanno le cose, cioè la novità che è l’impotenza di Dio sulla croce, la liberazione operata patendo la distanza. Gesù, che è Dio, e dunque la vita, non muore in croce per mostrarsi vittima del sadismo del Padre, ma per farsi carico della distanza tra la pienezza della vita e la vita, e in questo ci ha liberati. La morte in croce di Gesù ci ha liberati dal peccato perché è in quell’atto, che è l’obbedienza totale alla volontà del Padre, che Cristo misura, accoglie la distanza tra la vita che Lui è e la vita che Lui ha e dà. Come leggiamo nella sequenza di Pasqua, il Signore della vita era morto, ora, risorto, vive per sempre.
Non so se ci avete mai pensato, ma “il Signore della vita era morto” è una bella frase illogica. L’operazione che Gesù fa è quella di assumere una distanza (che in Lui, in quanto Dio, non c’è) tra sé e la propria vita, perché noi possiamo avere una distanza tra noi e la nostra vita.
Non è un’operazione di fitness, non è un semplice esercizio ginnico: è una cosa dolorosa.
Paolo riinizia la seconda parte con una specie di titolino, come la prima (Cristo di ha liberati perché restassimo liberi): “ voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà”.
Mettete insieme queste due frasi: noi siamo chiamati ad avere dei desideri sulla nostra vita, ma Dio per primo ha desiderato, e ha desiderato con totale verità, al punto che suo Figlio si è fatto uomo. L’incarnazione è il fatto che Dio prende sul serio il desiderio su di noi, ci ha chiamati a libertà.
Il termine “chiamati” ci è stato spiegato tante volte in termini di vocazione e siccome nella nostra testa questo termine ha un suono un po’ strano, ogni tanto ne tradiamo il senso.
Proviamo a tradurre con una parola più significativa: Dio ci ha chiamati: Dio ha desiderato che.., con tutta la potenza che il desiderio ha. E se ha potenza il desiderio nella vita degli uomini, immaginiamo la potenza che ha il desiderio nella pienezza della vita di Dio!
Dio ha desiderato fin dalla creazione che noi avessimo comunione con Lui, e il suo desiderio è potente. Credo che chiunque abbia mai provato una passione per qualcosa o qualcuno sa quanto è sproporzionato il proprio desiderio rispetto a sé: si sente un’energia che pare debba scoppiare. Il desiderio di Dio ha lo stesso rapporto, ed essendo Dio infinito, onnipotente, il suo desiderio è una “esplosione nucleare”.
Cristo ci ha liberati: è il dato di fatto accaduto perché restassimo liberi; perché questa libertà non diventi un pretesto per vivere secondo la carne, ma “mediante la libertà siate al servizio gli uni degli altri”. Qui Paolo riprende il tema concreto: la chiamata alla libertà, la vita in più; bisogna capire bene da che parte è in più: se è un “in più” di fragilità o se è un “in più” del desiderio profondo. E quando lui dice Spirito, che è lo Spirito di Cristo, dice: dovete desiderare i desideri dello Spirito.

Publié dans:LECTIO DIVINA, Lettera ai Galati |on 14 avril, 2015 |Pas de commentaires »

LO STUPORE DAVANTI AL PROFETA – LECTIO SU IV DOMENICA T.O. E 2 FEBBRAIO

http://www.zenit.org/it/articles/lo-stupore-davanti-al-profeta

LO STUPORE DAVANTI AL PROFETA

LECTIO DIVINA SULLE LETTURE LITURGICHE DELLA IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B), 1° FEBBRAIO 2015

PARIGI, 30 GENNAIO 2015 (ZENIT.ORG) MONS. FRANCESCO FOLLO

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche della IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B), 1° febbraio 2015.
***

Lo stupore davanti al Profeta
Rito Romano
IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – 1° febbraio 2015
Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28[1]
Rito Ambrosiano
IV Domenica dopo l’Epifania.
Sap 19,6-9; Sal 65; Rm 8,28.32; Lc 8,22-25

1) La parola dolce, forte, vera del “profeta” Gesù.
Cristo, che è più forte di Giovanni, ha una parola convincente, un insegnamento nuovo che stupisce ed è autorevole
La Liturgia della Parola di questa domenica presenta in risalto la figura di Gesù come il vero profeta, che parla ed agisce in nome di Dio.
Il brano preso dal libro del Deuteronomio descrive le caratteristiche del profeta, la cui missione è profondamente ancorata a Dio. Il profeta è il portavoce di Dio e la sua parola è efficace e creatrice, e chi non l’ascolterà sarà chiamato a renderne conto e guai a chi si spaccia come profeta e non lo è.
Il profeta non è uno che predice l’avvenire. L’elemento essenziale del profeta non è quello di predire i futuri avvenimenti; il profeta è colui che dice la verità perché è in contatto con Dio e cioè si tratta della verità valida per oggi che naturalmente illumina anche il futuro. Dunque anche quando parla del futuro il profeta non predice il futuro nei suoi dettagli, ma rende presente a chi lo ascolta la verità divina e indica il cammino da prendere.
A questo punto, uno può chiedersi si può chiamare profeta il Cristo? Penso proprio di sì. Nel Deuteronomio (cfr I letture di oggi) Mosè profetizza: “Un profeta come me”. La guida liberatrice dall’Egito ha trasmesso ad Israele la Parola e ne ha fatto un popolo, e con il suo “faccia a faccia con Dio” ha compiuto la sua missione profetica, portando gli uomini all’incontro con Dio. Tutti gli altri profeti seguono quel modello di profezia, sempre e nuovamente liberando la legge mosaica dalla rigidità per trasformarla in un cammino vitale.
Padri della Chiesa hanno interpretato questa profezia del Deuteronomio come una promessa del Cristo. Ed hanno ragione, perché il vero e più grande Mosè è quindi il Cristo, che realmente vive “faccia a faccia con Dio” perché ne è il Figlio.
In ciò i Padri della Chiesa non fanno che esplicitare il brano odierno preso dal Vangelo di Marco, che mette in risalto che il profeta annunciato da Mosè è Gesù ed infatti parla con autorità e comanda agli spiriti immondi che gli obbediscono.
Nel brano di oggi del Vangelo di Marco risalta che il profeta annunciato da Mosè è Gesù. Come è solito fare il sabato, il Messia entra nella sinagoga, dove la comunità ebraica locale[2] era solita riunirsi per ascoltare e commentare la Torah, cioè la legge. E proprio in questo contesto che Gesù si manifesta come nuovo profeta, suscitando stima e rispetto nei presenti, che però lo condanneranno per seguire i falsi profeti.
Con questo episodio l’Evangelista Marco inizia il racconto dell’attività pubblica di Gesù e inizia lo svolgimento del suo tema più importante: chi è Gesù?
Due cose sono subito affermate con chiarezza, anche se non ancora svolte compiutamente (l’Evangelista le svilupperà piano piano lungo l’intero suo Vangelo): 1) l’insegnamento di Gesù è nuovo e diverso da quello degli scribi; 2) la sua autorità si impone persino agli spiriti maligni.
2) Lo stupore.
A questo riguardo vorrei sottolineare lo stupore degli ascoltatori di allora perché diventi anche nostro. San Marco ha scritto: “Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi”. La stessa annotazione – con qualche variante – è ripetuta alla fine dell’episodio: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità”.
Tutti erano stupiti, quasi increduli, ma percepivano, nelle parole di lui, la forza superiore della grazia, come scriverà pure San Luca: “erano stupiti, per le parole di grazia che pronunciava” (Lc 4,22).
E’ questa l’autorevolezza di Gesù del quale si dice: “Un grande profeta è sorto tra noi: Dio ha visitato il suo popolo” (Lc 7, 16).
Davanti a questo profeta “definitivo”, l’atteggiamento da avere è quello dell’ascolto pieno stupore. Ascolto che esige un clima di silenzio interiore e di stupita tensione, segno del desiderio di conoscenza, nel quale nasce e cresce un atteggiamento di accoglienza, come ha fatto la Madonna: accoglienza della Parola, che, in Dio, è Persona, quel Verbo eterno, di cui Giovanni dice: “E il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui e, senza di lui, nulla fu fatto di ciò che è creato” (Gv 1,1-3).
La Parola di Dio non è un semplice suono di voce, che veicola un pensiero, ma parola che opera, e vivifica; Parola che salva e che, per amore, si è fatta carne in Gesù di Nazareth, il Figlio di Maria, la donna dell’ascolto e dell’accoglienza: “Eccomi -fu la sua risposta- avvenga (fiat) in me secondo la tua parola…”(Lc 1,38), quella parola, recata a lei dall’Angelo, che parlava da parte di Dio.
Siamo perseveranti nell’imitare Maria. Di lei, icona dell’ascolto, e nel cui grembo la Parola di Dio prese un corpo, come ogni altro figlio di donna. Il Vangelo dice: “Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”(Lc 2,19). Ed è attorno alla parola e all’ascolto stupito che ruota, oggi, il Vangelo di Marco, un brano brevissimo, che parla appunto di stupore, da parte di quanti, nella sinagoga di Cafarnao, avevano udito Gesù di Nazareth commentare i testi della Scrittura: “Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro, come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (Mc 1, 28).
Insisto sull’importanza dello stupore, perché secondo me la certezza della fede fiorisce dallo stupore di fronte a una presenza nella carne. Basta guardare i Vangeli: dai pastori alla culla di Betlemme, fino agli angeli che accolgono il Signore risorto nel suo vero corpo quando ascende al Cielo. Oggi questo tratto distintivo della fede di chi porta il nome cristiano sembra perduto. Tutto si concepisce e si organizza come se la certezza cristiana fosse -solo o soprattutto- conseguenza di una riflessione, di un discorso persuasivo. La Chiesa è Maestra, che insegna la verità, ma è anche Madre che dona la vita e come diceva san Giovanni di Damasco: “I concetti creano gli idoli, lo stupore genera la vita”. Scrivo questo per evitare che il nostro cristianesimo sia ridotto ad un discorso o ad un metodo astratto da insegnare o da apprendere concettualmente, perché i concetti sono l’esplicitazione sempre imperfetta di una conoscenza personale. La sostanza della rivelazione non consiste nell’insegnamento di una dottrina, ma nel manifestarsi di una presenza. Il card. Henri de Lubac ha scritto che “può esistere una idolatria della Parola e del parlare che non è meno dannosa di quella delle immagini”.
Insisto sullo stupore per sottolineare l’importanza della semplicità del cuore e della mente. La semplicità che i poveri di spirito vivono è pure il metodo con cui Dio si fa incontro a noi. Che c’è di più semplice della grotta di Betlemme, della casa di Gesù a Nazareth, della sinagoga a Cafarnao? E il Figlio di Dio vi è entrato. L’avvenimento di Cristo è un fatto nuovo che entra nella vita, semplicemente. Se ognuno di noi spalancherà gli occhi, il cuore, la mente e le braccia, Cristo entrerà nelle nostre case, portando la sua pace e la sua verità.
3) Non solo nelle nostre case ma in noi, Tempio di Dio.
Domani, 2 febbraio, la liturgia celebra la Presentazione[3] di Gesù. Quando Maria e Giuseppe portarono il loro bambino al Tempio di Gerusalemme, avvenne il primo incontro tra Gesù e il suo popolo, rappresentato dai due anziani Simeone e Anna. “Quello fu anche un incontro all’interno della storia del popolo, un incontro tra i giovani e gli anziani: i giovani erano Maria e Giuseppe, con il loro neonato; e gli anziani erano Simeone e Anna, due personaggi che frequentavano sempre il Tempio.” (Papa Francesco).
Alla luce di questa scena evangelica guardiamo alla vita consacrata come ad un incontro con Cristo: è Lui che viene a noi, portato da Maria e Giuseppe, e siamo noi che andiamo verso di Lui, guidati dallo Spirito Santo. Ma al centro c’è Lui. Lui muove tutto, Lui ci attira al Tempio, alla Chiesa, dove possiamo incontrarlo, riconoscerlo, accoglierlo, abbracciarlo.
Il segno specifico della tradizione liturgica di questa Festa sono le candele che irradiano luce. Questo segno manifesta la bellezza e il valore della vita consacrata come riflesso della luce di Cristo; un segno che richiama l’ingresso di Maria nel Tempio: la Vergine Maria, la Consacrata per eccellenza, portava in braccio la Luce stessa, il Verbo incarnato, venuto a scacciare le tenebre dal mondo con l’amore di Dio.
Un modo particolare di vivere ciò e di diventare Tempio e Tabernacolo della Divina presenza è quello delle Vergini consacrate nel mondo, per le quali il Vescovo prega: “Signore nostro Dio, tu che vuoi dimorare nell’uomo, tu che abiti quelle che ti sono consacrate … accorda loro il tuo sostegno e la tua protezione a quelle stanno davanti a Te e che attendono dalla loro consacrazione una accrescimento di speranza e di forza” (RCV 24), perché crescano nel loro credere all’amore, testimoniandolo con il sacrificio di sé nella vita quotidiana. Il loro essere lampade che irradiano la luce della verità e carità di Dio ci aiuti a diventarlo anche noi.
*
NOTE
[1] “Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.” (Mc 1, 21 -28).
[2] Nella Palestina del tempo c’erano sinagoghe non solo nei grandi centri, ma anche nelle piccole città e nei villaggi. Gli israeliti vi convenivano per la preghiera e per la lettura e la spiegazione della Scrittura. Non solo gli scribi e gli anziani, ma ogni israelita poteva chiedere la parola e intervenire. È così che Gesù, a Cafarnao, entra nella sinagoga e prende la parola per insegnare.
[3] Presentazione del Signore al Tempio – 2 Febbraio – è la Festa delle luci (cfr Lc 2,30-32) e ebbe origine in Oriente con il nome di ‘Ipapante’, cioè ‘Incontro’. Nel sec. VI si estese all’Occidente con sviluppi originali: a Roma con carattere più penitenziale e in Francia con la solenne benedizione e processione delle candele popolarmente nota come la ‘candelora’. La presentazione del Signore chiude le celebrazioni natalizie e con l’offerta della Vergine Madre e la profezia di Simeone apre il cammino verso la Pasqua (Mess. Rom.).
La festività odierna, di cui abbiamo la prima testimonianza nel secolo IV a Gerusalemme, venne denominata fino alla recente riforma del calendario festa della Purificazione della SS. Vergine Maria, in ricordo del momento della storia della sacra Famiglia, narrato al capitolo 2 del Vangelo di Luca, in cui Maria, nel rispetto della legge, si recò al Tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, per offrire il suo primogenito e compiere il rito legale della sua purificazione. La riforma liturgica del 1960 ha restituito alla celebrazione il titolo di « presentazione del Signore », che aveva in origine. L’offerta di Gesù al Padre, compiuta nel Tempio, preannuncia la sua offerta sacrificale sulla croce.
Questo atto di obbedienza a un rito legale, al compimento del quale né Gesù né Maria erano tenuti, costituisce pure una lezione di umiltà, a coronamento dell’annuale meditazione sul grande mistero natalizio, in cui il Figlio di Dio e la sua divina Madre ci si presentano nella commovente ma mortificante cornice del presepio, vale a dire nell’estrema povertà dei baraccati, nella precaria esistenza dei migranti e dei perseguitati, quindi degli esuli.
L’incontro del Signore con Simeone e Anna nel Tempio accentua l’aspetto sacrificale della celebrazione e la comunione personale di Maria col sacrificio di Cristo, poiché quaranta giorni dopo la sua divina maternità la profezia di Simeone le fa intravedere le prospettive della sua sofferenza: « Una spada ti trafiggerà l’anima »: Maria, grazie alla sua intima unione con la persona di Cristo, viene associata al sacrificio del Figlio.
Il rito della benedizione delle candele, di cui si ha testimonianza già nel X secolo, si ispira alle parole di Simeone: « I miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti ». Da questo significativo rito è derivato il nome popolare di festa della « candelora ».

LA LIBERTÀ DALLA LEGGE E NELLO SPIRITO/2 – COMMENTO A ROM 8, 14-17

http://www.atriodeigentili.it/lectio/1999_00/200002.htm

LECTIO DIVINA – CHIAMATI A LIBERTÀ: IL GIUBILEO TEMPO DI GRAZIA

STELLA MORRA – 14 FEBBRAIO 2000

MONASTERO CISTERCENSE – FOSSANO

LA LIBERTÀ DALLA LEGGE E NELLO SPIRITO/2 – COMMENTO A ROM 8, 14-17

Il testo di questa sera è tratto dal capitolo 8 della lettera ai Romani e scherzosamente mi verrebbe da dire che è inutile che io faccia la lectio questa sera in quanto Padre Cesare, commentando il capitolo 6, lo scorso mese, ha debordato su molti temi che sono centrali anche in questo testo, ma sono temi di una tale rilevanza che ripetere non guasta.
Cercherò di dire alcune cose, sentendomi anche più libera, in quanto la volta scorsa appunto padre Cesare ha trattato con completezza una grossa riflessione sulla questione della libertà dal peccato, del passaggio dalla condizione di schiavi alla condizione di figli.
Dunque il capitolo 8: vi propongo di leggerlo tutto in quanto il testo è molto strutturato, poi ci fermiamo in particolare su alcuni versetti e non su tutti perché sarebbe impossibile. (lettura)
Mi rendo perfettamente conto che questo testo, letto così tutto di fila, fa spavento; presenta inoltre alcuni problemi: è un testo abbastanza usato nella liturgia, per cui l’abbiamo un po’ nell’orecchio, soprattutto alcune citazioni più famose, quindi sono parole “automatiche”, parole che siamo abituati a sentire nella Scrittura, che rischiano di rimanere scolpite, ma senza vita; secondo perché qui, in modo particolare, Paolo usa molto fortemente delle parole del suo tempo e, in particolare, in questo testo, parole che noi usiamo ancora, ma in modo completamente diverso, rispetto all’uso che ne fa san Paolo, il che è peggio che usasse parole ormai a noi sconosciute. Ad esempio, per la parola “dracma”, che non si usa più abitualmente nel nostro linguaggio, ci è stato spiegato il significato. Al contrario, quando ad esempio Paolo dice “carne” noi abbiamo la sensazione di sapere che cosa sta dicendo perché questa è una parola che si usa anche oggi, però il modo in cui Paolo la usa è talmente diverso che rischiamo di capire tutto il contrario. Dunque questa è la difficoltà: Paolo usa delle parole molto proprie della sua cultura, ma sono parole di uso comune che a noi sembra di riconoscere. Poiché questo testo è molto costruito (noi diremmo: non è scritto di getto) se ci perdiamo sulle parole, o le comprendiamo al contrario, tutto il testo perde il suo senso.
Visto che ci sono tutti questi limiti, perché è stato scelto questo testo? Mi sembra che questo testo, una volta “tradotto” è di una tale modernità nel suo contenuto, di una tale lucidità rispetto ad alcuni temi problematici su cui ci stiamo provando a riflettere che, forse, vale la pena di fare questa fatica di tradurre per poter entrare nel senso.
Noi stiamo tentando di fare una specie di itinerario intorno al tema del Giubileo, trattato come una chiamata a libertà e abbiamo visto la fondazione ebraica dell’evento del Giubileo, la sua fondazione storica, poi l’annuncio di Cristo (cap. 4 di Luca) quando Gesù si alza in piedi nella sinagoga e legge il testo di istituzione del Giubileo in Isaia e dice: “oggi questa parola si è adempiuta”. La volta scorsa e questa sera il passo che stiamo facendo, con questi due testi di Paolo, è: qual è, in fondo, la differenza tra il messaggio di conversione predicato dal Giubileo ebraico e il messaggio di chiamata a libertà e di ritorno al Padre predicato dal Giubileo cristiano?
Mi pare che valga la pena di fermarsi un po’ in quanto su queste domande su cui c’è spesso confusione. Un po’ perché non sapendo come spiegare il Giubileo ci si richiama all’uso ebraico, equiparando il Giubileo solamente a un percorso di ricostituzione della giustizia. Anche nel Giubileo cristiano l’esito deve essere visibile: non è un teorico ricostituire la giustizia; il giubileo chiede che sia instaurato un anno di giustizia, un anno, un tempo, nel senso di un nuovo inizio di giustizia, una nuova possibilità. Nel Giubileo cristiano tuttavia questa non è l’identità del Giubileo, ma ne è la logica conseguenza. Qui il passaggio è importante ed è un passaggio che Paolo nella tradizione religiosa definisce come il passaggio dalla legge allo spirito.
Padre Cesare vi ha già parlato a lungo di che cosa vuol dire che “non siete più sotto la legge, ma siete nella libertà dello spirito” Questo è il punto in cui si colloca questo brano. Ne parliamo a partire da lì. Faccio una esemplificazione a margine: questa questione può sembrare teorico-culturale, ma ha una rispondenza molto forte e concreta nelle nostre vite. In sostanza, con tante sfumature, ma, se il cristianesimo è una religione della legge, allora si tratta di fare alcune cose per provare ad essere cristiani; se il cristianesimo non è, come non è, una religione della legge, allora essere cristiani vuol dire altre cose. E’ una questione molto concreta: riguarda che cosa si mette al centro di una esperienza di fede. E’ vero che viviamo in una cultura che nei fatti ha interpretato che la questione centrale di un cristiano come non peccare, cioè non infrangere una serie di leggi.
Rimane la legge, rimane la preoccupazione di non peccare, ma non sono il centro: se la questione è “lo spirito” e non la legge, il non peccare è una conseguenza. La riduzione del cristianesimo alla classificazione dei comportamenti su di sé e, peggio ancora, sugli altri, è una valutazione non lecita. Il cristianesimo non è l’analisi e la valutazione dei comportamenti.
In questo ragionamento il cap.8 comincia con un versetto che è di una limpidezza, di una durezza molto forte. Siamo abituati ad avere, nella Bibbia di Gerusalemme, ma anche in altre edizioni, una divisione oltre che in versetti, anche in paragrafi con dei piccoli titoli: questo è dovuto all’uso moderno di avere titoli nei libri, titoli di capitoli, di paragrafi, ecc., Questo non era un uso antico. Gli antichi avevano un altro modo di “segnalare” l’argomento: scriverlo nelle prime righe. Il primo versetto di una sezione, in genere, dice che cosa ci sta dentro. Quando leggiamo la Scrittura dovremmo sempre tenere conto di questo e non leggere istintivamente, da moderni, il titolo, che in genere è extrascritturale, cioè aggiunto dall’edizione, e poi tendiamo a sottovalutare l’inizio, perché nel nostro modo di scrivere, all’inizio, in genere, c’è la premessa, mentre verso la metà c’è il centro del ragionamento. Perciò leggendo la Scrittura spesso ci perdiamo il segnale che ci viene dato dall’autore nella prima riga.
Dunque, nel versetto 1, Paolo inizia questa unità di ragionamento con parole molto secche: “Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù”. Non dice: non c’è più nessuna legge, dice: non c’è più nessuna condanna, il che è diverso, ovviamente. Ma lo dice in un modo fuori da ogni possibilità di equivoco. Su questo versetto c’è poco da interpretare, almeno sull’intenzione di Paolo.
Questo sarebbe il titolo, ma anche il punto di partenza. Da qui in poi tutti i ragionamenti di Paolo sono a partire da questo versetto, a partire dal fatto che per quelli che sono in Cristo Gesù non c’è più nessuna condanna. Si noti anche che qui Paolo, per indicare la fede, non usa l’espressione “credere in Cristo Gesù” che, pure conosce e usa, ma “essere” in Cristo Gesù. In modo semplificato potremmo dire che questo versetto ci introduce in un altro “campo di gioco”. Tutto quello che abbiamo in testa su quello che vuol dire essere credenti, sforzarsi di essere buoni, di fare i conti di quanto si è stati buoni, e poi “ammorbidito” in quanto dopo il Vaticano II non siamo più così moralisti, ma sostanzialmente si rimane sull’idea che tutta la questione si gioca su come ci comportiamo, perché questa poi rimane la struttura fondamentale e sul fare giusto o sbagliato: tutto questo è qui radicalmente messo in discussione. E questo non esclude un giudizio o una valutazione sui comportamenti: i comportamenti possono essere comunque buoni o cattivi: quello che non c’è più è la condanna. Noi siamo in Cristo redenti. E dunque la conversione che ci è richiesta dal Giubileo non è la “condizione per”, la conversione del Giubileo è “il segno di”. Il passare dall’idea che i comportamenti sono la condizione per qualcosa, e cominciare a pensare che i comportamenti, la storia, la vita, le cose che accadono sono il “segno” di qualcosa, è un cambiamento radicale. Questo è un modo per dire concretamente la differenza tra legge e spirito. E’ chiaro che ci sono comportamenti che possono essere segno di un male. Esattamente come certi sintomi sono segni di un certo tipo di malessere. Quando il medico mi chiede i sintomi, ha il problema di definire un quadro per capire qual è il male da curare. Nessuno di noi si sente valutato migliore o peggiore malato in base ai sintomi che ha. I sintomi non hanno di per sé un valore: ci sono sintomi più gravi e sintomi meno gravi, sintomi chiari o meno chiari, sintomi che richiedono interventi urgenti, altri no. Così i comportamenti, giusti o sbagliati, il ritrovarsi nella comunione con lo spirito della legge, o no, è sempre soltanto il sintomo di qualcosa che accade altrove. Dunque quando un comportamento è un male in genere è segno di qualcosa da curare. Ma il problema di Gesù è curarlo, non giudicarlo.
“Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” è l’indicazione che da Cristo in poi il male è il segno di qualcosa, e di qualcosa su cui la misericordia di Dio in Cristo si è chinata, e che vuole curare, ma non la curerà senza di noi.
Ci fermiamo ora su una coppia di termini: carne e spirito. Già padre Cesare diceva l’altra volta che quando Paolo dice carne non intende la corporeità, con tutto ciò che è ad esso collegata, ma intende la dimensione fragile dell’umanità. Da questo punto di vista culturalmente noi siamo esattamente capovolti rispetto a quello che intende Paolo.
In questo secolo, che è il secolo della psicanalisi, noi facciamo l’esperienza della fragilità sulla psiche, non sul corpo. A torto o a ragione, abbiamo come idea diffusa che il corpo può essere un problema, ma è soprattutto una risorsa, un dato positivo di espressione, di possibilità, salvo poi digerire a fatica ogni menomazione del corpo che ci capita di subire, mentre quando si parla, ad esempio, della depressione, ci rendiamo conto che culturalmente per noi questo senso di fragilità è di una fragilità a cui siamo sottoposti quasi impotenti di fronte alla fatica che questa fragilità può imporci riguardo alla psiche. Al tempo di Paolo era esattamente il contrario. Dal mondo greco Paolo aveva l’idea che quella che noi chiamiamo psiche, l’aspetto razionale dell’uomo, così si diceva allora, era l’aspetto nobile che si educava, si allenava: era la risorsa. Per cui gli uomini si distinguevano tra quelli che avevano un pensiero razionale ed astratto sviluppato e allenato e coloro che erano rozzi da questo punto di vista, perché quella era la grande risorsa. Mentre la cultura in cui Paolo vive lega la carnalità ai ritmi della natura, in modo estremamente più forte rispetto al modo in cui la leghiamo noi. La vita corporea era estremamente fragile e in balia di mille difficoltà, fragile anche nelle sue passioni, nelle sue capacità di interpretazione: c’era una cultura che non sapeva riconoscere che cosa accadeva nel corpo, nella carne.
Quando Paolo contrappone la carne allo spirito in qualche modo, ha dietro questa cultura per cui la carne è la debolezza (e il pensiero greco viene poi passato da Paolo nel pensiero ebraico), quindi la carne è connessa al trema del peccato originale, quindi la fragilità esperienziale, naturale, viene rinforzata dall’idea della ribellione a Dio e quindi la carne rappresenta la totalità dell’uomo nel suo aspetto di fragilità, sia quella naturale, esperienziale, culturale, sia quella poi che è passata attraverso l’AT e il racconto di Genesi, mentre lo spirito rappresenta l’idea culturale della ragione, della razionalità. E la parte nobile, sapiente, dell’uomo, si arricchisce ancora, nel pensiero veterotestamentario di Paolo, dell’idea di sapienza, cioè dell’idea di quella Presenza creatrice e ordinatrice di Dio che organizza il mondo, che lo rende bello da vedere e funzionante Quindi il principio della razionalità umana diventa riflesso del principio ordinatore di Dio rispetto a tutto il cosmo. Quindi si capisce un po’ meglio che cosa dice Paolo quando parla di desiderio della carne e di desiderio dello spirito.
Qui c’è una parola che noi conosciamo molto bene: desiderio. Parola culturalmente reale, molto vera. Noi sappiamo che cosa significa desiderare. Viviamo in una cultura, in un tempo che ha talmente paura della potenza dei desideri che si è inventata mille modi per esorcizzare questa paura, per rimuovere, nascondere, riordinare, organizzare i desideri. Impariamo fin da bambini che esprimere desideri va bene, ma possiamo poi essere delusi. Perché non tutti i desideri possono essere esauditi. Questo indica in genere una realtà che è percepita come molto potente, proprio perché i desideri sono molto potenti. La psicanalisi ci ha insegnato che i desideri ci conformano: fanno di noi quello che siamo. Quando Paolo parla di carne e spirito, della dinamica che si innesta tra carne e spirito, la nostra parte migliore e la nostra parte peggiore, di per sé non sono ancora niente perché sono come una macchina senza un carburante. Il carburante che ci spinge dall’una o dall’altra parte sono i nostri desideri.
Mi pare che questo discorso sia di una modernità incredibile. Quando si hanno quindici anni si pensa che tutto ci è possibile, si hanno tanti amici e ci si vive come tutti uguali, se pensiamo ai nostri compagni di scuola non ricordiamo particolari differenze; poi ci sono dei momenti della vita in cui, intorno a piccoli episodi, uno scopre improvvisamente che gli altri quindicenni, che nel frattempo hanno vent’anni come lui, per esempio erano più ricchi di lui, o più poveri di lui, più felici di lui, o più infelici di lui, che non erano uguali o che comunque diversi sono diventati, per cui si scopre che non si ha più niente da dirsi. Quando Paolo dice che ci sono i desideri della carne e i desideri dello spirito, dice che nella vita non è tutto uguale, che si diventa diversi, e che non si diventa diversi casualmente. Nella vita non accadono le cose perché c’è chi decide al posto nostro; le cose accadono perché si seguono i desideri della carne o quelli dello spirito, cioè i desideri della nostra parte fragile, impaurita, in cui la paura è più forte del coraggio, della nostra parte che non cerca la verità di noi stessi, oppure perché si seguono i desideri di quella parte che ha più coraggio che paura, non che non ha paura, perché non c’è nessuna parte di noi che non ha paura, ma siccome in genere abbiamo tanta paura, ci vuole tanto coraggio, quella parte di noi che è disponibile a bruciarsi anche un po’ per trovare quella parte di verità di noi stessi.
Seguire i desideri della carne e i desideri dello spirito fa la nostra vita diversa, e fa la storia diversa. Credo che se mettessimo in questa idea la stessa convinzione che mettiamo nel monitorare in buoni o cattivi, giusti o sbagliati, tutti i singoli pezzetti di comportamento, avremmo la capacità di cambiare il mondo. Il sapere che nella nostra vita quotidiana possiamo fare alcune sciocchezze, ma se l’orientamento di fondo è quello di seguire i desideri dello spirito, queste quotidiane sciocchezze prima o poi, dalla fantasia di Dio, vengono reinglobate per ridonarle alla realtà salvifica. Invece io posso essere anche la persona più corretta di questo mondo (un altro mito di questo secolo, nel quale il centro non è più la giustizia, ma la correttezza, il rispetto di tutte le regole), ma distruggo me e il mondo, anche se materialmente non faccio niente di male.
Paolo dice che i desideri della carne, cioè i desideri della parte che non cerca la verità di noi, della parte che ha paura, della parte che non sa stare in piedi nella propria esistenza, sono desideri che uccidono, al di là e prima e dopo la legge.
Padre Cesare diceva la volta scorsa che la legge è pedagogo da una parte e dall’altra svela a noi stessi la nostra stessa malizia, cioè la legge ci aiuta quando rischiamo di confonderci, ci indica quale parte di noi stiamo seguendo. Questa è la funzione della legge: ci deve mostrare per sintomi che se uno si trova in una certa costellazione di comportamenti, c’è una buona probabilità che stia seguendo una parte di sé impaurita e non vera.
In seguito Paolo comincia a scrivere Spirito in maiuscolo, per parlare di Spirito di Gesù. Secondo me qui comincia ad essere un po’ più facile. Paolo dice: i desideri della carne e dello spirito riguardano l’uomo, ma “quelli che vivono secondo lo spirito desiderano le cose dello Spirito”. Cioè anche Gesù, che ha ricevuto una carne simile a quella del peccato per redimere dal peccato, anche Gesù aveva uno spirito e se noi seguiamo i desideri dello spirito stiamo nello spirito delle cose di Gesù. Paolo sa bene che secondo la creazione in noi c’è l’immagine e la somiglianza di Dio e che il Figlio è il volto del Padre. Dunque chi cerca la verità di sé trova Gesù, trova il volto del Padre.
Quello che Paolo sta dicendo è che la redenzione che Cristo ci offre non è un’opera dall’esterno: Gesù prende una carne come noi, per mostrarci, per darci un segno che l’immagine di Dio che è posta in noi, il soffio di Dio che ci è stato dato nella creazione, è lo stesso spirito che è lo Spirito Suo e del Padre, e dunque se seguiamo i desideri dello spirito prima o poi lo incontreremo, porteremo di nuovo in luce quella immagine di Dio che è nascosta nei nostri cuori. La redenzione è questa operazione dal di dentro: non placare un Dio ansioso di vendetta, ma ricostituire la possibilità per noi di ritrovare i desideri dello spirito e di riconoscerli come desideri dello Spirito di Gesù.
E questo non avviene a caso, e non avviene senza di noi. Il nostro volto, cioè ciò che ci identifica di più, non può essere visto da noi stessi se non tramite uno specchio; cioè siamo costruiti in modo che la realtà più profonda di noi ci arriva sempre riflessa da qualche parte. Non potremmo nascere,.vivere e morire da soli in un’isola deserta. C’è qualcuno o qualcosa, sempre, che ci rende a noi stessi. Per esempio, chi ci vuole bene. I credenti sanno che innanzi tutto Dio ci rende a noi stessi. L’esperienza storica quotidiana è che noi siamo quello che siamo perché abbiamo avuto un certo padre, una certa madre, una certa vita familiare che ci hanno rimandato tante cose belle, tante paure, :il bene e il male che ci hanno dato. Ognuno di noi sa, per esempio, che ci sono cose di sé che scopre solo se è amato da qualcuno, perché altrimenti non le avrebbe mai sapute. Le aveva dentro evidentemente da qualche parte, ma erano come disattivate.
Gesù ci dona il suo Spirito: significa che ci pone sotto il suo sguardo, sotto lo sguardo del Padre, perché siano richiamati in vita quella totalità di desideri di noi che non abbiamo disponibili. Per questo si dirà più avanti, verso la fine del capitolo: “ Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto ed essa non è la sola, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli e la redenzione del nostro corpo.”
Spero che questo versetto cominci ad essere più comprensibile. Cioè l’esperienza che noi facciamo nella nostra vita è, in qualche modo, partorire noi stessi. Attraverso le doglie del parto ritrovare la più profonda verità di noi, che è l’immagine di Dio e darle luce, darle vita, partorirla al mondo. E questo richiede gemiti e sofferenze perché non si nasce senza prezzo.
Ci sono poi i versetti 14-17 dei quali ha già detto alcune cose padre Cesare, su figli e schiavi. Anche questa è un’accoppiata molto chiara in una società come quella in cui viveva Paolo. C’era un’esperienza normale, quotidiana della schiavitù: tutti sapevano come vivevano gli schiavi. C’era poi un’esperienza della famiglia per cui dire figlio voleva dire alcune cose. Noi non sappiamo più come vivevano gli schiavi e pensiamo di capire che cosa voglia dire figli, ma comprendiamo nell’idea attuale, che è incomparabilmente diversa da ciò che si dice qui. Non a caso qui figlio è detto in contrapposizione a schiavo, cioè figlio è detto per dire una dignità. Ciò che Paolo dice in questi versetti è: se siamo figli, siamo anche eredi. A noi non verrebbe in mente di accoppiare immediatamente la parola figli alla parola eredità, ci parrebbe anche un po’ di cattivo gusto. Per Paolo invece è normale perché figlio indica una condizione giuridica: non è un dato, come nella società post romantica, di tipo sentimentale, affettuoso; il che non vuol dire che i padri non volessero bene ai figli, ma l’indicazione che Paolo dà è un’indicazione di collocazione giuridica. Cioè dice che in Cristo noi abbiamo un nome socialmente riconoscibile, dice la nostra dignità di fronte a Dio. E’ come se noi acquisissimo un titolo. Quando Paolo dice: figli e non schiavi, dice: avete questa collocazione. Questo è il vostro posto di fronte a Dio, questa è la dignità: figli ed eredi.
Se noi rendiamo questa riflessione sulla paternità di Dio come una riflessione post romantica, cioè una riflessione tipo quella che noi facciamo sulla famiglia, poi ci tocca fare la “psicanalisi” su Dio, nel senso che essere figli è sicuramente una gran bella idea, ma non è solo una bella idea, è anche una serie di altre cose: alcune complessità, alcune fatiche. Cioè essere figli, così come essere genitori è il nome relazionale di una situazione amorosa e preziosa certamente, ma anche per questo molto complessa. Ed è vero che poi rispetto a Dio è la stessa cosa, cioè abbiamo una relazione amorosa e preziosa, ma anche complessa. Quando Paolo qui dice figli e non schiavi non addita questa costellazione. Noi spesso interpretiamo “figli o “quando pregate dite Padre”, in un senso affettivo: Dio è padre, quindi vuol dire che è buono, che ci vuole bene, che ha misericordia. Questa è una lettura anacronistica rispetto al testo. Dio ci vuole bene ed è buono: questo ce l’ha dimostrato mandandoci suo Figlio, sacrificando l’erede, che in una civiltà antica è il peggio che ti può succedere nella vita. Il primogenito maschio era quello da salvare a tutti i costi. Dio ci vuole bene e ce l’ha dimostrato sacrificando il figlio. Quando si dice che Dio è Padre nella Scrittura si dice che Dio ha una responsabilità accettata nei nostri confronti e che si prende cura di noi. Il Padre si occupa di noi, lo deve fare, per diritto giuridico. Non ha possibilità di scelta. E non a caso tutta la Scrittura per il paragone del rapporto tra Dio e l’umanità usa il paragone dello sposo e della sposa, in cui l’umanità è sempre la sposa, che dice certamente una relazione amorosa, ma dice anche un dato giuridico. Nella civiltà in cui la Bibbia è stata scritta, la sposa aveva uno stato di minorità giuridica, era totalmente in carico alla responsabilità dello sposo. Così come il figlio era totalmente in carico alla responsabilità del padre. Tutti coloro che erano minores, cioè non maschi adulti, erano sempre in carico a qualcuno, a un padre, a un marito.
Guarda caso la Bibbia usa sempre per l’umanità una terminologia familiare che la pone in carico a Dio. Ciò che la Bibbia dice è che Dio si fa carico di noi. E dunque se siamo figli siamo anche eredi, non solo si fa carico adesso, ma si fa carico anche nel pensare il nostro futuro, che è il senso dell’eredità. Tutto questo non è dato allo schiavo. Lo schiavo è colui che non è in carico a nessuno perché non è persona, è quello su cui il padrone ha diritto di vita e di morte, senza giustificare la scelta che fa. In Cristo noi siamo figli e non più schiavi.
Poi c’è il lungo paragrafo del quale ho già letto un paio di versetti, sulle doglie del parto, e l’attesa dell’adozione a figli e la redenzione del nostro corpo che non a caso Paolo mette insieme: la condizione di essere presi in carico da Dio fa sì che la redenzione di quella parte fragile di noi non è più a carico nostro, ma essendo a carico di Dio, non è più un problema. Poi conclude dicendo: “allo spesso modo, anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio”.
Paolo chiude il cerchio rispetto a “non vi è più nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù”, cioè dice: non abbiate paura di confondervi sui vostri desideri. La Scrittura non è la psicanalisi, non ci si può sbagliare, perché lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili per esprimere ciò che è conveniente chiedere, da una parte, dall’altra “Colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello spirito”, che è il motivo per cui è sempre piuttosto rischioso chiedere a Dio, perché se non si viene ascoltati uno rischia di rimanerci un po’ male, ma se si viene ascoltati uno di solito ci rimane peggio, nel senso che normalmente quando Dio ascolta una richiesta l’esito è tendenzialmente molto diverso da quello che noi avevamo immaginato formulando quella richiesta.
Questo testo è un testo veramente di grande fiducia, e soprattutto è un testo di grande libertà perché quello che sta a noi è vivere. Noi abbuiamo tutte le energie da poter mettere nella fatica e nella gioia della nostra vita, senza doverci stremare nell’autogiudicarci e nel chiederci continuamente se è giusto se è sbagliato, se abbiamo giustamente o malamente interpretato, perché per coloro che sono in Cristo Gesù non c’è più nessuna condanna.
Allora la questione è vivere rimanendo in Cristo Gesù, che è meno difficile di quanto sembri, nel senso che questa è una preghiera che Dio ascolta sempre. Se qualcuna lo desidera e lo chiede Dio ce lo tiene, lo fa rimanere in Cristo Gesù. Perché l’unica cosa da fare per rimanere in Cristo Gesù è desiderare profondamente esserci, come insegnano tutti i mistici. Non è che rimanere in Cristo Gesù voglia dire chissà quale strana cosa, vuol dire una cosa molto semplice. E’ la storia di un amore, fatta di tante cose, ma soprattutto di un grande desiderio.

Publié dans:LECTIO DIVINA, Lettera ai Romani |on 29 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

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DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

LECTIO-ANNO A
EDITORE |04.11.2014
Senza titolo
Prima lettura: Ezechiele 47,1-2.8-9.12

In quei giorni, [un uomo, il cui aspetto era come di bronzo,] mi condusse all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all’esterno, fino alla porta esterna rivolta a oriente, e vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro. Mi disse: «Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell’Àraba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il torrente, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina».
I capitoli 40-48 del libro di Ezechiele contengono la dettagliata e pignola descrizione del nuovo tempio, con l’indicazione delle misure e dei particolari della costruzione. Alla base di questa sezione, la cui lettura è piuttosto ostica, ci sarebbe secondo gli studiosi un’esperienza estatica di visione che il profeta racconta nel testo originale (40,1-2; 43,4-7a; 47,1-12), cui si sono poi aggiunte le altre parti.
Il profeta, condotto in estasi su un alto monte nella terra di Israele, vede la città santa e la gloria del Signore entrare nel tempio, che aveva abbandonato, per abitarvi per sempre. Il brano che oggi commentiamo descrive gli effetti vivificanti della presenza del Signore.
vv. 1-2-La presenza del Signore è fonte di benedizione: ciò è espresso con il simbolo dell’acqua, che purifica, disseta e da vita; ha la sua sorgente alla base del tempio e fluisce verso oriente e verso sud, nella valle del Cedron. Siamo nel quadro dell’Alleanza, che prevede benedizioni e maledizioni; ma l’alleanza ormai è definitiva, non c’è più possibilità di violare il patto, e rimane solo la benedizione.
vv. 3-6a – L’abbondanza inesauribile della benedizione è efficacemente descritta con l’azione dell’angelo misuratore, che di mille cubiti in mille cubiti misura il fiume verso mezzogiorno. Alla fine il fiume è così in piena che è impossibile attraversarlo a guado: questo è il segno della preponderante vittoria della grazia. L’angelo ne sottolinea il significato, invitando il profeta veggente a leggere e interpretare il segno: «hai visto, figlio dell’uomo?».
vv. 6b-7 – L’attenzione del profeta si sposta ora dall’acqua alle rive del fiume, dove sono visibili le conseguenze di questa sovrabbondanza della grazia: la vegetazione è lussureggiante sulle due sponde. Le acque che sgorgano dal santuario, in cui abita il Dio vivente, portano ovunque la vita; al giardino di Eden irrigato dal fiume che si divide in quattro rami (cf. Gn 2,10-14) si sostituisce ora la terra d’Israele, irrigata dalla benedizione
di Dio.
vv. 8-9 – Nella spiegazione dell’angelo c’è la vittoria totale sulla morte: il fiume raggiunge infatti il Mar Morto, in cui nessuna vita è possibile, e ne risana le acque. Una grande quantità di pesci vivrà in quel mare grazie al fiume di vita che giunge ad alimentarlo.
v. 12-11 versetto conclusivo del discorso fatto dall’angelo al profeta riassume la visione escatologica del trionfo della vita. Gli alberi da frutto perenni, che fruttificano ogni mese, rappresentano l’inesauribilità della grazia, che tutto vivifica, tutto nutre, tutto guarisce: l’immagine tornerà nell’Apocalisse, dove le foglie risanano le nazioni, in una visione universalistica in cui Israele e le genti sono accomunate nella Gerusalemme celeste (cf. Ap 22,2).

Seconda lettura: 1 Corinzi 3,9c-11.16-17
Fratelli, voi siete edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.
Nel cap. 3 della prima lettera ai Corinti Paolo riprende l’argomento delle fazioni in cui si era divisa la comunità, divisione da lui già stigmatizzata nel primo capitolo (cf. 1Cor 1,13). Paolo si rifà all’immagine dell’edificio, sia per sottolineare l’idea di unità e armonia, sia per ridimensionare l’azione dei costruttori rispetto alla solidità del fondamento, che è Cristo.
vv. 9b-l 1 – La comunità credente è il campo che Dio rende fecondo, è l’edificio che in Dio ha la sua stabilità. Per questo campo, per questa costruzione, Dio vuole dei collaboratori, la cui efficacia dipende dalla grazia. Paolo si propone come uno di questi collaboratori, con il giusto orgoglio della sua missione («come un saggio architetto»), la fedele consapevolezza che tutto dipende dalla grazia («secondo la grazia di Dio che mi è stata data»), e l’umiltà di riconoscersi uno tra gli altri («un altro poi vi costruisce sopra»). L’incarico viene da Dio, l’opera dell’architetto quindi sarà sottoposta al suo giudizio. Paolo è tranquillo: a lui spettava gettare le basi della comunità, con il primo annuncio del Vangelo, ed egli sa di avere posto correttamente il fondamento in Cristo. Al tempo stesso egli lancia un ammonimento agli altri che costruiranno sopra: devono fare attenzione a non staccarsi dall’unico fondamento possibile, quello esistente, Gesù Cristo.
vv. 16-17 – L’edificio che corrisponde alla comunità credente è un edificio sacro, e viene chiamato tempio, abitato dallo Spirito di Dio. La gloria di Dio che abitava nel tempio di Gerusalemme abita ora nella Chiesa e nel cristiano. La comunità è quindi il tempio sacro che non deve essere distrutto, pena la punizione divina: le fazioni nella comunità di Corinto mettono in pericolo la sacralità della Chiesa, e i cristiani devono rendersi conto di essere responsabili di ciò che avviene.

Vangelo: Giovanni 2,13-22
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Esegesi
Dopo un’introduzione che precisa tempo e luogo dell’azione (v 13) il brano si suddivide in due parti, ciascuna delle quali si conclude con una riflessione teologica dell’evangelista: la cacciata dei mercanti dal tempio (vv. 14-17) e la disputa con i giudei a proposito del tempio (vv. 18-22).
Gesù ha iniziato la sua attività pubblica compiendo a Cana il primo segno e, dopo un soggiorno a Cafarnao, si reca a Gerusalemme per la Pasqua, come si conviene a un ebreo osservante.
v. 13 – Giovanni è molto preciso nei dettagli, anche nell’indicazione geografica: Gesù sale da Cafarnao a Gerusalemme, ci sono infatti circa 1000 metri di dislivello fra le due città. Questa è la prima Pasqua delle tre che Giovanni ricorda (cf. 6,4; 11,55), specificando sempre che si tratta della festività ebraica «dei giudei».
vv. 14-16 – La cosiddetta «purificazione del tempio», che i Sinottici collocano alla fine della vita pubblica, è narrata invece da Giovanni all’inizio, quasi a dare subito l’impronta al ministero di Gesù e alla novità da lui portata.
I venditori di animali e i cambiavalute sostavano nel recinto del tempio, dove vi era anche l’atrio «dei pagani» in cui potevano entrare anche i non ebrei. Svolgevano un compito necessario per coloro che si recavano al tempio per la Pasqua: chi veniva da lontano non poteva portare con sé gli animali per il sacrificio, e doveva acquistarli in loco; era inoltre necessario cambiare le monete romane, che non potevano essere impiegate per pagare la tassa del tempio in quanto recavano incisa l’immagine dell’imperatore. La severità di Gesù appare quindi a prima vista eccessiva ma l’episodio ha un valore simbolico nel presentare Gesù come un profeta preoccupato della purezza e dell’autenticità della fede. Ai profeti infatti si ispira il detto di Gesù (cf. Mal 3,1-4; Zac 14,21; Is 56,7).
v. 17 – Il commento dell’evangelista è una interpretazione dei gesti e delle parole di Gesù, che i discepoli possono comprendere alla luce della Scrittura. Il Sal 69,10 qui citato viene letto come una profezia della passione di Gesù.
vv. 18-20 – La seconda parte del brano, che forse all’origine era indipendente dall’episodio appena narrato, riporta una delle tante dispute fra Gesù e i giudei. Per Giovanni, i «giudei» sono genericamente gli avversari che si rifiutano di credere in Gesù, senza che in questo ci sia alcuna nota di antisemitismo. Coloro che si chiudono alla fede cercano sempre dimostrazioni, prove, segni; di solito Gesù rifiuta di dare un segno, perché la richiesta non nasce dalla fede, ma è provocatoria e insincera.
Qui invece risponde addirittura con una sfida, che suscita un misto di scandalo e derisione. Il logion «distruggete questo tempio e in tre giorni lo faro risorgere» è riportato nei Sinottici come la motivazione immediata della condanna di Gesù. Qui sembra che i giudei non lo prendano tanto sul serio, reagiscono con una domanda scettica «questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». La frase di Gesù è pronunziata nello stile dei profeti, è un oracolo sul nuovo tempio dell’era messianica e insieme un annuncio della sua passione e risurrezione. I giudei, chiusi alla fede, fraintendono e non possono cogliere l’annuncio profetico.
Abbiamo qui anche una precisazione cronologica importante: poiché si sa, da Giuseppe Flavio, che la costruzione del tempio fu iniziata da Erode il Grande nel 20-19 a.C., si può datare questo episodio al 28 d.C., che corrisponde al 15° anno di Tiberio (ricordato in Lc 3,1).
v. 22 – Quello che i giudei non potevano capire è spiegato dall’evangelista: parlava del santuario del suo corpo. Ma anche i discepoli non sono in grado di capire subito: dopo la risurrezione, ricordando le parole di Gesù e la testimonianza della Scrittura, comprenderanno e crederanno.

Meditazione
La chiusura del testo tratto da Ezechiele rivela l’origine eletta dell’acqua miracolosa che porta vita e guarigione ovunque arrivi, anche nel deserto. Da sempre l’acqua è vettore di vita, specie in terre assetate come il Medio Oriente. Ma per il sacerdote Ezechiele, partecipe della caduta di Gerusalemme e della parziale distruzione del tempio, tutto ciò che esce dal « santuario », cioè dal tempio stesso, è riempito della grazia di Dio ed è portatore della sua feconda benedizione. Dal cap. 40 del proprio libro, il profeta sta descrivendo il nuovo tempio e l’ordinamento del nuovo culto, come unico oggetto della propria visione.
Dopo la distruzione della città, non vi può essere autentico ristabilimento se non c’è una dimora dove YHWH possa abitare in mezzo al suo popolo. Per questo l’ultima visione di Ezechiele concerne proprio la casa di Dio nella città santa. L’acqua sovrabbondante che sgorga è simbolo della funzione perenne e indispensabile del santuario. In mezzo alla città è sorgente benefica, cui nessuna forma di aridità o morte può resistere.
Ciò che il profeta vede accadere una sola volta è, in realtà, l’ordinario significato di quel miracolo di immanenza per la somma Trascendenza che è la casa del Signore fra la gente che egli ha eletto come suo popolo. Non a caso, proprio dalla soglia del « Santo », ossia dell’area che precedeva e circondava il « Santo dei Santi » sgorgano acque che attraversano l’atrio interno a destra dell’altare dirigendosi verso est, verso le regioni più desertiche e, idealmente, verso l’origine della luce solare, altra potentissima metafora per indicare il Dio datore di vita.
Il testo di Ezechiele si chiude con un’immagine di grande rigoglio vegetale ripresa poi da Apocalisse. Il v. 12, attraverso l’idea di una foresta sempreverde che non conosce caduta di foglie e non cessa di produrre frutti a ogni mese, ci riporta al salmo 1, dove lo stesso è affermato del giusto in ascolto della parola di Dio. Gli alberi che crescono lungo la riva del fiume rivelano così il loro pieno significato: un popolo nuovo, fecondato dalla presenza irrigante di YHWH e intriso di una vita non soggetta ai mutamenti ciclici della natura. Senza la presenza tangibile e constatabile di Dio non potrebbe esservi, per l’uomo, alcuna speranza di fertilità e fecondità quanto ai frutti di opere buone. Il tempio era il segno di questa tangibile e constatabile presenza.
Il vangelo sembra muoversi in direzione contraria rispetto alla prima lettura. Ormai, da quanto racconta Giovanni, il santuario non è più sorgente di acqua viva ma appare piuttosto come uno stagno che imputridisce. La sensazione che proviamo guardando al forte gesto che Gesù compie è questa. L’episodio è tanto scandaloso quanto urtante. Non c’è passo nel vangelo in cui Gesù usi una violenza così esplicita. A ciò aggiungiamo il luogo sacro in cui il gesto viene compiuto. Dal racconto della passione sappiamo quanta parte ebbe la polemica diretta che il Nazareno sviluppò a più riprese contro l’istituzione più sacra del suo popolo. Eppure questa pagina posta nel quarto vangelo non alla fine del ministero pubblico, ma all’inizio come pagina programmatica, segna una svolta radicale nell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Ogni edificio sacro, da quel momento, non può che assumere una funzione relativa. Perde il proprio valore sacramentale assoluto e viene a indicare come segno colui che solo è sorgente di acqua viva. La Pasqua di Gesù costituisce un passaggio tale da condurre al tramonto alcune classiche pretese dell’uomo religioso. Luoghi, oggetti, riti e abitudini rischiano perennemente di sconfinare nella magia, come se ciò che è divino potesse, al di là del libero contributo dell’uomo, coprire ogni genere di ambiguità. La casa del Padre è divenuta un mercato. Non cessa di essere dimora di Dio. Ma non per questo è esente da quella caricatura grottesca che a volte l’uomo religioso sa realizzare della propria fede. Il luogo dell’invocazione e della supplica, il luogo della gioia e del dolore viene profanato in nome dell’unico vero idolo che guida cuori e coscienze: il commercio.
Lo scambio vitale che avviene tra Dio e l’uomo, per cui la creatura si consegna nelle mani del proprio Signore, è ormai ridotto a scambio di merci e monete. Serve un nuovo tempio che nella propria struttura sia vero sacramento del rapporto tra Dio e l’uomo. Questo luogo è il corpo di Cristo, come dice Giovanni, distrutto e ricostruito come il tempio di Gerusalemme, ma non da mani d’uomo, come ricorda la lettera agli Ebrei. Quel corpo è sacerdote, vittima e altare.
Tutto è concentrato in un volto e in un evento: la Pasqua. La morte e risurrezione di Gesù diviene il crogiolo che purifica il culto dell’uomo e la sua offerta sacra. Ciò che non sa morire per risorgere, ciò in cui non brilla la potenza della risurrezione non può più essere veicolo tra l’Altissimo e la sua creatura. Il cristiano è cultura della Pasqua o non è discepolo del Signore. Sappiamo quanto ancora oggi siamo esposti alle ambiguità che il culto sempre contiene in sé. La nostra presenza nella casa di Dio ancora può avere a che fare con il commercio.

Preghiere e racconti
La Basilica Lateranense
Quando l’imperatore romano Costantino si convertì alla religione cristiana, verso il 312, donò al papa Milziade il palazzo del Laterano, che egli aveva fatto costruire sul Celio per sua moglie Fausta. Verso il 320, vi aggiunse una chiesa, la chiesa del Laterano, la prima, per data e per dignità, di tutte le chiese d’Occidente. Essa è ritenuta madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe.
Consacrata dal papa Silvestro il 9 novembre 324, col nome di basilica del Santo Salvatore, essa fu la prima chiesa in assoluto ad essere pubblicamente consacrata. Nel corso del XII secolo, per via del suo battistero, che è il più antico di Roma, fu dedicata a san Giovanni Battista; donde la sua corrente denominazione di basilica di San Giovanni in Laterano. Per più di dieci secoli, i papi ebbero la loro residenza nelle sue vicinanze e fra le sue mura si tennero duecentocinquanta concili, di cui cinque ecumenici. Semidistrutta dagli incendi, dalle guerre e dall’abbandono, venne ricostruita sotto il pontificato di Benedetto XIII e venne di nuovo consacrata nel 1726.
Basilica e cattedrale di Roma, la prima di tutte le chiese del mondo, essa è il primo segno esteriore e sensibile della vittoria della fede cristiana sul paganesimo occidentale. Durante l’era delle persecuzioni, che si estende ai primi tre secoli della storia della Chiesa, ogni manifestazione di fede si rivelava pericolosa e perciò i cristiani non potevano celebrare il loro Dio apertamente. Per tutti i cristiani reduci dalle “catacombe”, la basilica del Laterano fu il luogo dove potevano finalmente adorare e celebrare pubblicamente Cristo Salvatore. Quell’edificio di pietre, costruito per onorare il Salvatore del mondo, era il simbolo della vittoria, fino ad allora nascosta, della testimonianza dei numerosi martiri. Segno tangibile del tempio spirituale che è il cuore del cristiano, esorta a rendere gloria a colui che si è fatto carne e che, morto e risorto, vive nell’eternità.
L’anniversario della sua dedicazione, celebrato originariamente solo a Roma, si commemora da tutte le comunità di rito romano.
Questa festa deve far sì che si rinnovi in noi l’amore e l’attaccamento a Cristo e alla sua Chiesa. Il mistero di Cristo, venuto “non per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12,47), deve infiammare i nostri cuori, e la testimonianza delle nostre vite dedicate completamente al servizio del Signore e dei nostri fratelli potrà ricordare al mondo la forza dell’amore di Dio, meglio di quanto lo possa fare un edificio in pietra.
“Quale segno ci mostri per fare queste cose?” (Gv 2,18)
Il Vangelo di questa terza domenica di Quaresima riferisce – nella redazione di san Giovanni – il celebre episodio di Gesù che scaccia dal tempio di Gerusalemme i venditori di animali e i cambiamonete (cfr Gv 2,13-25). Il fatto, riportato da tutti gli Evangelisti, avvenne in prossimità della festa di Pasqua e destò grande impressione sia nella folla, sia nei discepoli. Come dobbiamo interpretare questo gesto di Gesù? Anzitutto va notato che esso non provocò alcuna repressione dei tutori dell’ordine pubblico, perché fu visto come una tipica azione profetica: i profeti infatti, a nome di Dio, denunciavano spesso abusi, e lo facevano a volte con gesti simbolici. Il problema, semmai, era la loro autorità. Ecco perché i Giudei chiesero a Gesù: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?” (Gv 2,18), dimostraci che agisci veramente a nome di Dio.
La cacciata dei venditori dal tempio è stata anche interpretata in senso politico-rivoluzionario, collocando Gesù nella linea del movimento degli zeloti. Questi erano, appunto, “zelanti” per la legge di Dio e pronti ad usare la violenza per farla rispettare. Ai tempi di Gesù attendevano un Messia che liberasse Israele dal dominio dei Romani. Ma Gesù deluse questa attesa, tanto che alcuni discepoli lo abbandonarono e Giuda Iscariota addirittura lo tradì. In realtà, è impossibile interpretare Gesù come un violento: la violenza è contraria al Regno di Dio, è uno strumento dell’anticristo. La violenza non serve mai all’umanità, ma la disumanizza.
Ascoltiamo allora le parole che Gesù disse compiendo quel gesto: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”. E i discepoli allora si ricordarono che sta scritto in un Salmo: “Mi divora lo zelo per la tua casa” (69,10). Questo salmo è un’invocazione di aiuto in una situazione di estremo pericolo a causa dell’odio dei nemici: la situazione che Gesù vivrà nella sua passione. Lo zelo per il Padre e per la sua casa lo porterà fino alla croce: il suo è lo zelo dell’amore che paga di persona, non quello che vorrebbe servire Dio mediante la violenza. Infatti il “segno” che Gesù darà come prova della sua autorità sarà proprio la sua morte e risurrezione. “Distruggete questo tempio – disse – e in tre giorni lo farò risorgere”. E san Giovanni annota: “Egli parlava del tempio del suo corpo” (Gv 2,20-21). Con la Pasqua di Gesù inizia un nuovo culto, il culto dell’amore, e un nuovo tempio che è Lui stesso, Cristo risorto, mediante il quale ogni credente può adorare Dio Padre “in spirito e verità” (Gv 4,23).
(Le parole del Papa Benedetto XVI alla recita dell’Angelus, 11.03.2012).

Con il battesimo siamo tutti diventati tempio di Dio
Con gioia e letizia celebriamo oggi, fratelli carissimi, il giorno natalizio di questa chiesa: ma il tempio vivo è vero di Dio dobbiamo esserlo noi. Questo è vero senza dubbio. Tuttavia i popoli cristiani usano celebrare la solennità della chiesa matrice, poiché sanno che è proprio in essa che sono rinati spiritualmente.
Per la prima nascita noi eravamo coppe dell’ira di Dio; secondo nascita ci ha resi calici del suo amore misericordioso. La prima nascita ci ha portati alla morte; la seconda ci ha richiamati alla vita. Prima del battesimo tutti noi eravamo, o carissimi, tempio del diavolo. Dopo il battesimo abbiamo meritato di diventare tempio di Cristo. Se riflettiamo un pò più attentamente sulla salvezza della nostra anima, non avremo difficoltà a comprendere che siamo il vero e vivo tempio di Dio.
«Dio non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo» (At 17, 24), o in case fatte di legno e di pietra, ma soprattutto nell’anima creata a sua immagine per mano dello stesso Autore delle cose. Il grande apostolo Paolo ha detto: «Santo è il tempio di Dio che siete voi» (1 Cor 3, 17). Poiché Cristo con la sua venuta ha cacciato il diavolo dal nostro cuore per prepararsi un tempio dentro di noi, cerchiamo di fare, col suo aiuto, quanto è in nostro potere, perché questo tempio non abbia a subire alcun danno per le nostre cattive azioni. Chiunque si comporta male, fa ingiuria a Cristo. Prima che Cristo ci redimesse, come ho già detto, noi eravamo abitazione del diavolo. In seguito abbiamo meritato di diventare la casa di Dio, solo perché egli si è degnato di fare di noi la sua dimora.
Se dunque, o carissimi, vogliamo celebrare con gioia il giorno natalizio della nostra chiesa, non dobbiamo distruggere con le nostre opere cattive il tempio vivente di Dio. Parlerò in modo che tutti mi possano comprendere: tutte le volte che veniamo in chiesa, riordiniamo le nostre anime così come vorremmo trovare il tempio di Dio. Vuoi trovare una basilica tutta splendente? Non macchiare la tua anima con le sozzure del peccato. Se tu vuoi che la basilica sia piena di luce, ricordati che anche Dio vuole che nella tua anima non vi siano tenebre. Fa’ piuttosto in modo che in essa, come dice il Signore, risplenda la luce delle opere buone, perché sia glorificato colui che sta nei cieli. Come tu entri in questa chiesa, così Dio vuole entrare nella tua anima. Lo ha affermato egli stesso quando ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò (cfr. Lv 26, 11.12).
(SAN CESARIO DI ARLES, in Disc. 229, 1-3; CCL 104,905-908).

Il nuovo tempio per l’incontro con Dio Gesù
«Il regno di Dio è dentro di voi» (Lc 17,21), dice il Signore. Volgiti a Dio con tutto il tuo cuore, lasciando questo misero mondo, e l’anima tua troverà pace. Impara a disprezzare ciò che sta fuori di te, dandoti a ciò che è interiore, e vedrai venire in te il regno di Dio. Esso è, appunto, «pace e letizia nello Spirito Santo» (Rm 14,17); e non è concesso ai malvagi.
Se gli avrai preparato, dentro di te, una degna dimora, Cristo verrà a te e ti offrirà il suo conforto. Infatti ogni lode e ogni onore, che gli si possa fare, viene dall’intimo (Sal 44,14); e qui sta il suo compiacimento.
Per chi ha spirito di interiorità è frequente la visita di Cristo; e, con essa, un dolce discorrere, una gradita consolazione, una grande pace e una familiarità straordinariamente bella. Via, anima fedele, prepara il tuo cuore a questo sposo, cosicché si degni di venire presso di te e di prendere dimora in te. Egli dice infatti: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e verremo a lui e abiteremo presso di lui» (Gv 14,23). Accogli, dunque Cristo e non far entrare in te nessun’altra cosa.
Se avrai Cristo, sarai ricco, sarai pienamente appagato. Sarà lui a provvedere vedere e ad agire fedelmente per te. Cristo «resta in eterno» (Gv 12,4) e sta fedelmente accanto a noi, sino alla fine.
(Imitazione di Cristo)

Preghiera
Ti ringrazio, Signore,
perché le nostre chiese
sono come grandi famiglie.
Fa’ che il tuo spirito di riconciliazione,
Signore,
soffi su tutta la terra.
Fa’ che i cristiani vivano il tuo amore.
Noi ti lodiamo, Signore,
con le cattedrali d’Europa
con le offerte dell’America
e coi nostri canti africani di lode.
Ti ringraziamo, Signore,
perché in tutto il mondo
abbiamo dei fratelli.
Sii con loro che costruiscono la pace.
(Preghiera dall’Africa occidentale)

LECTIO DIVINA PER LA DOMENICA DELL’ASCENSIONE – ANNO A – 1 GIUGNO 2014

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IL CIELO: DESTINO DELL’UOMO

LECTIO DIVINA PER LA DOMENICA DELL’ASCENSIONE – ANNO A – 1 GIUGNO 2014

Parigi, 30 Maggio 2014 (Zenit.org) Mons. Francesco Follo

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per l’Ascensione del Signore (Anno A).

***

LECTIO DIVINA

Rito romano

At 1,1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

1) L’ascensione non è un abbandono, è un Addio [1]

Il brano del Vangelo proposto oggi dalla liturgia romana termina con questa frase di Cristo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Con una reazione immediata ed ispirata a quello che viene chiamato buon senso, verrebbe da dire che è un po’ paradossale scegliere questa affermazione di Gesù per la Sua ascensione al cielo. L’ascensione al cielo di Gesù manifesta il mistero della Croce quale trono di gloria, abisso dell’incontenibile tenerezza del Signore “inchiodato” dall’amore per i suoi fratelli e elevato dal Padre. L’ascensione svela il mistero dell’Uomo-Dio. Noi sappiamo da dove viene Gesù perché vediamo dove va: viene dal Padre e a Lui ritorna. La nostra vita non è sospesa nel nulla: Dio è nostro principio e fine. Salendo al cielo, Risorto ci porta nel suo cuore per metterci nel cuore del Padre.
Con l’ascensione Gesù scompare dalla vista, ma non ci lascia orfani. Ci apre la via del ritorno a casa [2].
Questa casa, questo paradiso aveva visto la fuga di Adamo, ma la storia continuò e si conclude con il Cristo, il nuovo Adamo che torna al Padre. Lui è il Figlio unigenito che, diventato uomo, si è fatto primogenito di molti fratelli. Dopo una lunga passione, Lui, il capo, è uscito alla luce. Questa storia continua ancora: è la nascita progressiva del suo corpo, costituito da tutti gli uomini, suoi fratelli. La sua ascensione al Paradiso è un vortice che ci assume con lui nella gloria.
Quando nel suo Vangelo descrive l’ascensione di Gesù, San Luca ripete quattro volte che i discepoli tenevano gli occhi fissi al cielo. Guardavano lì perché lì stava colui che li ama. Dove è il tesoro, lì è anche il cuore. Ognuno va dove già sta il suo cuore. Se il nostro cuore non ha il santo desiderio, resta immobile, come un morto. Se guardiamo in alto, verso le stelle con Maria, Stella del Mare, abbiamo un orientamento sulla terra. Non è un cordone ombelicale che lega, ma la bussola che nella libertà fa camminare verso l’alto.
Dunque l’“ascensione al cielo” non è la festa per un trasferimento di luogo, è un “adDio”: è la festa dell’elevazione di Cristo, essa indica l’insediamento dell’uomo crocifisso nella regalità di Dio sul mondo. E’ una festa perché Gesù ci ha preceduto per prepararci una dimora. Dunque anche per noi c’è un posto nella reggia paterna e che sono profondamente vere e attuali le parole di Tertulliano “Consolatevi, carne e sangue: in Cristo avete preso possesso del cielo e del regno di Dio!” (De car. Chr. 7).
Il Cristo è Colui che nella sua incarnazione ha unito cielo e terra. Lui ha realizzato l’unità degli estremi: la povertà dell’uomo con l’infinito di Dio. Dunque Il cielo non è un luogo lontano, al di sopra e al di là delle stelle più lontane, è qualcosa di molto più ardito e più grande: è il trovar posto dell’uomo in Dio e questo ha il suo fondamento nella compenetrazione di umanità e divinità nell’uomo Gesù crocifisso ed elevato. Cristo, l’uomo che è in Dio, è al tempo stesso il perpetuo essere aperto di Dio per l’uomo.
Cristo, “l’uomo che è in Dio, è al tempo stesso il perpetuo essere aperto di Dio per l’uomo. Egli stesso è, quindi, ciò che noi chiamiamo «cielo», poiché il cielo non è uno spazio, ma una persona, la persona di colui nel quale Dio e uomo sono per sempre inseparabilmente uniti. E noi ci avviciniamo al cielo, anzi, entriamo nel cielo, nella misura in cui ci avviciniamo a Gesù ed entriamo in lui.” (J. Ratzinger, Predica per l’Ascensione 1975).
Se consideriamo tale avvenimento a partire da questa prospettiva, possiamo capire quello che San Luca scrive alla fine del suo Vangelo, quando narra che dopo l’Ascensione i discepoli tornarono a Gerusalemme “pieni di gioia” (24,52). Se si fosse trattato di un distacco, questi uomini di Cristo non sarebbero potuti essere “pieni di gioia”. Per loro l’ascensione e la resurrezione erano un medesimo evento: essi avevano la certezza che il Crocifisso viveva, che era vinta la morte che separa l’uomo da Dio, e che le porte della vita vera erano state per sempre aperte. Per loro, quindi, l’ascensione non ebbe quel significato errato che noi abitualmente le diamo, cioè quello della temporanea assenza di Cristo dal mondo. Significò piuttosto la nuova, definitiva ed insopprimibile forma della presenza di Gesù, grazie alla Sua partecipazione alla potenza regale di Dio.
Risurrezione e ritorno di Cristo sono tra loro intrecciati, ed è chiaro che nella risurrezione di Gesù, grazie alla quale ora è per sempre in mezzo ai suoi, è già iniziato il suo ritorno.
I cristiani, di allora e di oggi, non devono quindi fissarsi sul futuro e preoccuparsi di fare ipotesi circa il momento del ritorno di Cristo. Loro, e noi con loro, dobbiamo tener presente che Lui non ha mai cessato di essere presente. Anzi, per mezzo di loro e nostro, Lui vuole diventare sempre più presente: il dono dello Spirito ed il dovere della predicazione, testimonianza e della missione fino ai confine del mondo sono il modo in cui Cristo è già adesso presente.

2) Testimoni della gioia
La festa dell’elevazione di Cristo, che oggi commemoriamo, è quindi una grande solennità e la sua nota caratteristica è la gioia. Dio ha spazio per l’uomo: a quest’annuncio ci deve succedere come ai discepoli che dal monte dell’Ascensione tornarono alle loro case “pieni di gioia”.
Nella prima lettura della Liturgia di oggi, San Luca racconta il fatto vero e proprio dell’Ascensione in una sola riga (Atti 1,9): “Fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo”. Preferisce soffermarsi sui discepoli, che chiedono al Signore: “È questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. Gesù li rimprovera. Il tempo è nelle mani di Dio. E questa certezza deve bastare: il resto è trascurabile curiosità.
L’importante è un’altra cosa: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme… fino agli estremi confini della terra”. Compito dei discepoli è di testimoniare dovunque il loro Signore. Non sono i popoli che arrivano a Gerusalemme, ma sono i discepoli che sono inviati verso i popoli. E non ci sono confini, luoghi vietati, popoli o uomini ai quali il Signore non possa essere testimoniato.
Questa testimonianza va fatta nella gioia, la gioia di Cristo crocifisso e risorto, la gioia della certezza di un Dio vicino, sempre. Per avere questa gioia quindi dobbiamo toccare la Croce e questa ci toccherà, sanando il nostro male, facendoci entrare nella gioia della resurrezione, salendo in cielo con noi nel suo cuore.
L’Ascensione va vissuta da ciascuno di noi come invito ad essere testimoni del Vangelo
della gioia che penetra il cuore e lo conforta,della gioia che non viene mai meno perché nessuno può togliercela (cfr Gv 16,22),della “gioia missionaria, che va custodita da tre sorelle che la circondano, la proteggono, la difendono: sorella povertà, sorella fedeltà e sorella obbedienza”(Papa Francesco),
La gioia, in effetti, è un elemento centrale dell’esperienza cristiana ed ha una grande forza attrattiva, perché in un mondo spesso segnato da tristezza e inquietudini, è una testimonianza importante della bellezza e dell’affidabilità della fede cristiana.
Le Vergini consacrate nel mondo, che appartengono all’Ordo Virginum [3], sono chiamate a testimoniare la gioia di appartenere solo a Cristo. Incontrandole il 15 maggio 2008, il Papa emerito Benedetto XVI disse loro: “Siate testimoni dell’attesa vigilante e operosa, della gioia, della pace che è propria di chi si abbandona all’amore di Dio. Siate presenti nel mondo e tuttavia pellegrine verso il Regno. La vergine consacrata, infatti, si identifica con quella sposa che, insieme allo Spirito, invoca la venuta del Signore: ‘Lo Spirito e la sposa dicono ‘Vieni’ (Ap 22,17)”.
La beata Madre Teresa di Calcutta ha vissuto così ed fra le belle cose che ha detto sulla gioia ha pronunciato anche queste parole: “Noi aspettiamo con impazienza il paradiso, dove c’è Dio, ma è in nostro potere stare in paradiso fin da quaggiù e fin da questo momento. Essere felici con Dio significa: amare come Lui, aiutare come Lui, dare come Lui, servire come Lui” (La gioia di darsi agli altri, Ed. Paoline, 1987, p. 143).
***

NOTE
[1] In effetti “addio” viene da “ad Deum”, verso Dio. Quando ci si saluta così ci si impegna in un cammino, in un esodo che vuole dire in un ritorno alla casa di Dio e nostra. La nostra vita è tutta protesa verso un avvenimento: quello dell’incontro con Dio-Amore.
[2] E’ in questo senso che vanno intese le seguenti parole detta di Gesù nell’ultima Cena : “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14, 2-3).
[3] L’Ordo virginum ha le sue radici nei primi quattro secoli del Cristianesimo: fin dai tempi apostolici alcune donne seguirono l’invito di Gesù ed abbracciarono con gioia la verginità “per il regno dei cieli” (Mt 19,12), come attestano anche gli scritti paolini (1Cor 7,25.34) e gli Atti degli Apostoli (At 21,9).. Le figure delle prime vergini cristiane menzionate nel Canone Romano, Agata a Catania, Lucia a Siracusa, Agnese e Cecilia a Roma, Cristina a Bolsena, sono figure uniche e affascinanti di donne coltivate dallo Spirito. Molteplici fonti storiche attestano che la verginità ben presto divenne una scelta di vita operata da molte: Ignazio di Antiochia, Policarpo, Giustino testimoniano della presenza e del ruolo delle vergini nelle comunità e insieme a Cipriano, Ambrogio ed Agostino le istruiscono e le accompagnano con paterna premura. Con il passare dei secoli, però, la vita monastica divenne la modalità esclusiva per condurre un’esistenza dedicata a Dio e ciò comportò la progressiva scomparsa delle vergini consacrate.
Fu lo spirito del Concilio Vaticano II, caratterizzato dalla ricerca delle sorgenti della Chiesa, a dare frutti nuovi anche nell’ambito della vita consacrata, ripristinando quella che era stata la prima forma consacrazione femminile nella Chiesa, l’Ordo Virginum. Papa Paolo VI promulgò il 31 maggio 1970 il Rito della Consacrazione delle Vergini inserito nel Pontificale Romano, che disponeva potessero essere ammesse a questa consacrazione anche donne che intendevano vivere nel mondo il dono totale di sé a Cristo, al di fuori di ogni appartenenza a strutture di vita religiosa.

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