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LA LETTERA DI SAN PAOLO A FILEMONE

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(PDF, ho il link, ma non l’autore)

LA LETTERA DI SAN PAOLO A FILEMONE

La vivacità, il calore umano e la cordialità che pervadono la lettera antischiavista di Paolo a Filemone la rendono un piccolo capolavoro di arte epistolare.

Scopo della lettera
Essenzialmente, le interpretazioni sullo scopo della lettera a Filemone sono due:
1. Interpretazione tradizionale. Paolo avrebbe scritto la lettera con l’intento di riconciliare lo schiavo Onesimo, che era fuggito, con il suo padrone Filemone.
2. Qualche studioso (J. Knox), pur senza escludere tale scopo, sostiene invece che Paolo intenderebbe soprattutto acquisire Onesimo per consacrarlo al ministero della predicazione. Per difendere il suo punto di vista, Knox presenta il fatto che Paolo non parla affatto del pentimento di Onesimo nei riguardi del suo padrone da cui era fuggito: “Paolo non dice una sola parola sul ravvedimento dello schiavo e non vi è un appello esplicito alla misericordia da parte del padrone”. – J. Knox, Philemon, among the letters of Paul, Rev. Editino, Nashville, Abingdon Press, pag. 20.
Non è difficile respingere questa seconda ipotesi. Infatti, non si vede come Paolo potesse presentare per la predicazione una persona non ravveduta dai suoi peccati (avendo violato l’ordine sociale allora vigente). Inoltre, il ritorno di Onesimo dal suo padrone è già per se stesso un indizio di ravvedimento, di cambiamento di mente e di attitudine. Anche il silenzio sull’obbligo da parte di Filemone di perdonare era superfluo, giacché spesso Paolo aveva richiamato il principio che il credente deve perdonare, e tale principio era ben noto: “Perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi”. – Col 3:13.
Lo studioso Knox adduce un’altra ragione, ovvero il v. 18 della lettera: “Se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me”, che egli così commenta: “Paolo chiede che il suo protetto sia ammesso alla stessa missione di cui Paolo si sente membro. Siccome il trasferimento di proprietà era normalmente richiesto per tale fatto, ecco che Paolo sottoscrive ogni debito dovuto dallo schiavo al suo padrone, pur ricordando che anche lui è debitore di se stesso a Paolo, come lo è il suo schiavo” (Ibidem, pag. 28). Però, il contesto – che non bisogna mai dimenticare – ci chiarisce perché Paolo intendesse pagare i debiti di Onesimo. Non lo fa perché desideri che lo schiavo passi in sua proprietà (di ciò nel testo non vi è una sola parola) ma perché lui stesso vuole pagare (come un padre) i debiti contratti da Onesimo con un eventuale furto commesso nel fuggire (forse per pagarsi il viaggio della fuga) e con i danni inferti al padrone con la sua fuga.

Epoca, luogo di composizione e autenticità
Solitamente si pensa che la lettera sia stata composta unitamente a quella diretta ai colossesi, dato che lo stesso Onesimo (insieme a Tichico) la deve portare a destinazione (Col 4:7-9). Questa è anche l’opinione dei Testimoni di Geova, che datano le due lettere al 60-61 dell’E. V..
Tuttavia, si potrebbe supporre che Onesimo dopo essere tornato come discepolo di Yeshùa da Filemone, sia stato liberato e rimandato da Paolo che era in carcere. In tal caso la lettera a Filemone avrebbe preceduto quella ai colossesi, e si spiegherebbe meglio l’elogio che Paolo fa di Onesimo come di una persona già nota ai colossesi per il suo lavoro. Tal elogio, infatti, incontrerebbe difficoltà se riferito a un convertito di recente e per di più noto solo come schiavo fuggitivo. Paolo, invece, lo definisce “il fedele e caro fratello Onesimo, che è dei vostri”. – Col 4:9.
In quanto al luogo di composizione, alcuni suppongono che la lettera a Filemone sia stata scritta a Efeso durante una possibile prigionia di Paolo in quella città (in quanto alla possibilità di una prigionia paolina a Efeso si veda lo studio Le lettere paoline dal carcere – Una prigionia a Efeso? nella sezione Studi. Efeso non era lontana da Colosse e, per di più, aveva il tempio di Artemide, il quale rappresentava uno dei più sicuri luoghi d’asilo per i fuggitivi. Sarebbe stato quindi facile per lo schiavo raggiungere la metropoli vicina senza cadere nelle mani della polizia alla ricerca di schiavi fuggitivi. In questo caso sarebbe anche più comprensibile il suggerimento di Paolo: “Preparami un alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito”. – Flm 22.
È comunque più probabile che anche la lettera a Filemone sia stata scritta a Roma; prima di quella ai colossesi, anziché nella stessa data come molti pensano. Che Onesimo possa essere fuggito nella lontana Roma si comprende con il fatto che gli imbarchi clandestini erano abbastanza facili per uno schiavo; l’Urbe presentava poi maggior protezione nella massa enorme degli schiavi sempre pronti a proteggere e ad aiutare un loro compagno fuorilegge. A favore della composizione della lettera a Roma c’è anche il fatto che i saluti comprendono persone, come Luca, che non furono a Efeso con Paolo, ma che trascorsero con l’apostolo gli anni della sua prigionia romana.
Lo schiavo Onesimo avrebbe cercato aiuto presso Paolo, amico del padrone Filemone, pensando di trovare il lui un protettore. Convertito a Yeshùa, Onesimo fu rinviato da Paolo al suo padrone. E questi, attenendosi al desiderio dell’apostolo, lo rimise in libertà rimandando da Paolo, suo padre spirituale.
L’autenticità della lettera, garantita dal suo carattere personale, è universalmente riconosciuta oggi come nel passato. È attestata dal Frammento Muratoriano, da Tertulliano e da Marcione.
I modi forti e singolari della sintassi paolina equivalgono quasi a una firma. È una lettera di raccomandazioni come tante altre che troviamo presso Plinio e Cicerone, ma qui batte tutto il cuore di Paolo, vale a dire la sua impetuosa umanità alla luce dell’amore dei discepoli di Yeshùa.

Contenuto
Lo schema della lettera è molto semplice:
1 Prologo con indirizzo; 1-3
Rendimento di grazie 4-7
2 Corpo della lettera contenente la petizione in favore di Onesimo 8-22
3 Raccomandazioni e saluti 23-25

Esegesi della lettera a Filemone
1. PROLOGO (1-7).
Saluti (1-3). “Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timoteo, al caro Filemone, nostro collaboratore, alla sorella Apfia, ad Archippo, nostro compagno d’armi, e alla chiesa che si riunisce in casa tua, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo”.
Il v. 3 può essere tradotto in due modi:
“Da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo” NR, TNM
ἀπὸ θεοῦ πατρὸς ἡμῶν καὶ κυρίου Ἰησοῦ Χριστοῦ
apò theù patròs emòn kài kürìu Iesù christù
“Da Dio, Padre di noi e di Yeshùa consacrato” Testo greco
La lettera, scritta contemporaneamente da Paolo e da Timoteo, è indirizzata a Filemone, ad Apfia e ad Archippo. Forse si tratta di marito, moglie e figlio.
Nonostante che Filemone sia chiamato “nostro collaboratore” (v. 1), sembra che la congregazione fosse nelle mani di Archippo, chiamato “compagno d’armi” (v. 2) o “commilitone” (TNM). In Col 4:17 Paolo indirizza ad Archippo queste parole: “Bada al servizio che hai ricevuto nel Signore, per compierlo bene”. La parola “commilitone” è riferita pure a Epafròdito in Flp 2:25: “Epafrodito, mio fratello e compagno d’opera e commilitone” (TNM). Il termine si riferisce alle fatiche affrontate per Yeshùa e a qualche funzione gerarchica tenuta nella congregazione che era ospitata nella casa del benestante Filemone.
Rendimento di grazie (4-7). “Io ringrazio continuamente il mio Dio, ricordandomi di te nelle mie preghiere, perché sento parlare dell’amore e della fede che hai verso il Signore Gesù e verso tutti i santi. Chiedo a lui che la fede che ci è comune diventi efficace nel farti riconoscere tutto il bene che noi possiamo compiere, alla gloria di Cristo. Infatti ho provato una grande gioia e consolazione per il tuo amore, perché per opera tua, fratello, il cuore dei santi è stato confortato”.
Si noti qui l’ufficio della preghiera, che è rendimento di grazie anche per gli individui. Non si tratta di esaltare le persone per le loro doti o per le loro attività, ma si tratta di lodare Dio per il bene che gli individui compiono. Non sarebbe bello che qualcuno potesse ringraziare Dio anche per noi?
Paolo esalta l”amore” e la “fede” di Filemone (v. 5). In che senso la fede è sia “verso il Signore” sia “verso tutti i santi” (v. 5)? L’amore, che si estende a “tutti i santi” (v. 5) ovvero a tutti i discepoli di Yeshùa, è frutto della fede verso Yeshùa e verso i suoi discepoli visti nella loro unione al Signore. Paolo augura anzi a Filemone che la “la fede che ci è comune diventi efficace nel farti riconoscere tutto il bene che noi possiamo compiere, alla gloria di Cristo” (v. 6). “La fede che ci è comune” è “la partecipazione della tua fede” (TNM): ἡ κοινωνία τῆς πίστεώς (e koinonìa tes pìsteos), “la comunione della fede”. Paolo spera che questa comunione o partecipazione di fede diventi “efficace” o “operante” (TNM); il greco ha, letteralmente: “attiva dentro”. L’obiettivo di questa fede efficace o operante è quello di far “riconoscere tutto il bene che noi possiamo compiere” (v. 6), in altre parole di farci capire tutto il bene che noi possiamo compiere. Un po’ oscura in qualche punto è la traduzione del v. 6 fatta da TNM: “Divenga operante per mezzo del tuo riconoscimento di ogni cosa buona fra noi in relazione con Cristo”. Non si comprende cosa voglia dire “ogni cosa buona fra noi”. Il greco ha letteralmente “in noi” (ἐν ἡμῖν, en emìn). Paolo intende dire che la fede deve essere efficace facendoci riconoscere tutto il bene che è potenzialmente in noi e che potremmo compiere. “Se uno sa fare il bene e non lo fa, commette peccato” (Gc 4:17). “In relazione con Cristo” (v. 6, TNM) è una traduzione che sminuisce il significato greco; “alla gloria di Cristo” (NR) è fuorviante. Il greco ha εἰς Χριστόν (èis christòn), letteralmente: “verso cristo”. Paolo sta dicendo: La fede deve essere attiva interiormente per farci riconoscere ciò che di buono è dentro di noi, ciò che di buono possiamo fare per raggiungere Yeshùa. La particella èis (εἰς) indica infatti direzione: “Verso cristo”, per raggiungere cristo.
La ricchezza di Filemone gli consentiva di trasformare in opere buone il suo amore e la sua fede. Paolo si augura che tale partecipazione solidale possa crescere sempre più. Tuttavia, questa condivisione solidale già era in atto, tanto che “il cuore dei santi è stato confortato” (v. 7) o, come traduce TNM, “i teneri affetti dei santi han trovato ristoro”. Paolo usa un’espressione semitica:
τὰ σπλάγχνα τῶν ἁγίων ἀναπέπαυται
ta splànchna ton aghìon anapèpautai
le viscere dei santi sono state ricreate
“Le viscere” sono un semitismo per designare la parte più intima della persona, sede dell’affetto, della commozione e dei sentimenti (cfr. lo studio L’antropologia della Bibbia – 7. L’interno del corpo umano nella sezione Bibbia). Con questo elogio Paolo intende preparare il terreno per la sua richiesta.
2. PETIZIONE IN FAVORE DI ONESIMO (VV. 8-22).
L’apostolo crea un’atmosfera di commozione tale che non gli si possa resistere. Pur potendo comandare, egli supplica. E chi supplica è un “vecchio, e ora anche prigioniero” (v. 8). Come resistergli? “Con la forza che mi viene da Cristo, potrei facilmente ordinarti di compiere quel che devi fare. Tuttavia, preferisco farti una richiesta in nome dell’amore. Io, Paolo, vecchio e ora anche prigioniero a causa di Gesù Cristo, ti chiedo un favore per Onèsimo. Qui in prigione egli è diventato per me come un figlio. E quell’Onèsimo che un tempo non ti è servito a nulla, ora invece può essere molto utile sia a te che a me”. – Vv. 8-11, PdS.
“Vecchio” è la giusta traduzione di πρεσβύτης (presbΰtes). Non c’è ragione di ricorrere a un’intera frase per tradurre questa singola parola, come fa TNM: “uomo d’età avanzata”. “Vecchio” è l’espressione giusta in italiano. “Uomo d’età avanzata” – espressione che poco appartiene all’italiano parlato – pare quasi un eufemismo per evitare di offendere una categoria. O dovremmo forse dire “conduttore di greggi in transito” per indicare un pastore di pecore? C’è molta dignità, ma molta, nell’essere un “vecchio”.
Qualcuno vorrebbe tradurre “vecchio” con “ambasciatore”. La stessa TNM, nella nota in calce a “uomo d’età avanzata”, indica: “O, ‘ambasciatore’”. Vero è che in Ef 6:20 Paolo dice di sé: “Agisco come un ambasciatore [πρεσβεύω (presbèuo)]” (TNM), il che indica la sua qualità d’inviato di Yeshùa. Ma qui, nella lettera a Filemone, “ambasciatore” non s’addice affatto al contesto, dato che Paolo non intende presentarsi con la sua autorità. Va quindi tradotto con “vecchio”. Paolo, infatti, vuole intenerire Filemone: Chi te lo chiede – dice Paolo – è un vecchio che, per giunta, è nelle catene di una prigione. Il termine “vecchio” non va preso troppo alla lettera per dedurne l’età di Paolo. Il termine è alquanto elastico e si applicava a persone sia cinquantenni che settantenni. Paolo, definendosi così, calca le tinte per commuovere maggiormente Filemone.
Dal v. 10 Paolo presenta l’oggetto della sua petizione. Si tratta di Onesimo. Paolo non dice semplicemente: ‘Ti prego per Onesimo’. Questa espressione diretta, con il nome “Onesimo” messo lì davanti, avrebbe potuto stimolare in Filemone amari rancori verso lo schiavo fuggito. Paolo, abilmente, premette al nome un’espressione che addolcisce la menzione di quel nome non certo amato: “Ti prego per mio figlio che ho generato mentre ero in catene, per Onesimo” (v. 10). Se volessimo dare il senso vero dell’espressione greca usata da Paolo, dovremmo tradurre: ‘Ti prego per il mio ragazzo’. Come non commuoversi? Il senso di contrarietà che poteva prodursi in Filemone al solo udire il nome di Onesimo, viene così superato. TNM pare proprio non cogliere la commovente delicatezza di Paolo, e traduce con un duro: “Ti esorto riguardo al mio figlio”. Che contrasto! Paolo aveva appena detto che non intendeva usare la sua autorità e quindi non intendeva affatto dare un ordine, ma piuttosto rivolgere una preghiera. In questa preghiera si dice vecchio e in prigione. E dice: παρακαλῶ σε (parakalò se), “imploro te”. Oggi, nel greco moderno, la parola παρακαλῶ (parakalò), significa “per favore”.
Segue poi un gioco di parole: l’inutile di un tempo è ora utile. Paolo gioca sulla parola “Onesimo”, gioco che nella traduzione si perde. Ma cogliamolo nel greco: il nome greco Ὀνήσιμος (Onèsimos) è da collegarsi con il verbo ὀνίνημι (onìnemi), “giovare / essere utile” (numero Strong 3685). Paolo, giocando sul nome, dice: “Onesimo, un tempo inutile a te, ma che ora è utile a te e a me” (vv. 10,11). Ora è “utile”: può servire da ottimo collaboratore per la congregazione.
Il fatto della conversione di Onesimo per opera di Paolo fa sì che l’apostolo lo possa presentare come τὰ ἐμὰ σπλάγχνα (ta emà splànchna), “le mie viscere” (v. 12), tradotto da TNM con “i miei propri teneri affetti”.
Paolo esalta i meriti dello schiavo, che gli fu di utilità e di conforto. Siccome il bene deve essere spontaneo, l’apostolo non ha voluto trattenere presso di sé lo schiavo di Filemone. E qui Paolo nella sua abilità si fa audace mettendo all’angolo Filemone. È la tipica sottigliezza arguta di Paolo dà anche qui il meglio:
“Avrei voluto tenerlo con me, perché in vece tua mi servisse nelle catene che porto a motivo del vangelo; ma non ho voluto far nulla senza il tuo consenso, perché la tua buona azione non fosse forzata, ma volontaria”. – Vv. 13,14.
Un padrone (Filemone) e uno schiavo (Onesimo). Paolo arriva a identificarli. Avrebbe voluto trattenere Onesimo perché lo servisse. Ma dice a Filemone: “In vece tua”, ovvero “al tuo posto”. Come dire: Dovresti servirmi tu, ma va bene Onesimo al posto tuo. Il padrone Filemone dovrebbe essere lui servo di Paolo, ma Onesimo prende il posto di Filemone. Come potergli dire di no? “Non c’è qui […] né schiavo né libero […] perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù”. – Gal 3:28.
TNM sbaglia i tempi: “Vorrei trattenerlo presso di me affinché continui a servirmi in vece tua” (v. 13). Il greco ha il tempo al passato, non al presente:
ἐγὼ ἐβουλόμην πρὸς ἐμαυτὸν κατέχειν
egò ebulòmen pros emautòn katèchein
io volevo presso di me trattenere
Tra l’altro, TNM crea un anacronismo che entra in conflitto con la forma epistolare di Paolo. L’apostolo, infatti, dice:
v. 12 ἀνέπεμψά σοι, αὐτόν
anèpempsà soi autòn
“Ho rimandato a te lui” Quando Filemone leggerà la lettera – con Onesimo lì presente -, il tempo sarà adatto a lui: “Ho rimandato” e “Volevo trattenerlo presso di me”.
v. 13 ἐγὼ ἐβουλόμην πρὸς ἐμαυτὸν κατέχειν
egò ebulòmen pros emautòn katèchein
“Io volevo presso di me trattenere”
(Testo greco)
S’immagini la scena: Onesimo consegna la lettera di Paolo a Filemone. Onesimo è lì davanti a Filemone che legge:
v. 12 “Questo stesso [Onesimo] ti rimando” L’italiano può reggere il presente: Onesimo è lì.
v. 13 “Vorrei trattenerlo presso di me” Anacronistico far dire a Paolo: “Vorrei trattenerlo”, perché Onesimo è lì da Filemone.
(TNM)
Paolo pensa che nella fuga di Onesimo vi sia stato un fatto provvidenziale, poiché la sua fuga ha favorito la sua conversione. Questa è un’esperienza che il credente fa spesso. Non di rado, ripensando al passato si vede l’azione di Dio nella vita del fedele. A distanza, possiamo perfino essere grati con tutto il cuore che Dio non abbia esaudito una certa nostra richiesta a cui tenevamo molto: gli eventi successivi possono averci mostrato che sarebbe stato per noi un danno.
Con la conversione di Onesimo, Filemone ha riavuto il suo schiamo per sempre, ma come “fratello”: “Forse proprio per questo egli è stato lontano da te per un po’ di tempo, perché tu lo riavessi per sempre; non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro” (vv. 15,16). “È stato lontano” (“si separò”, TNM) è nel greco ἐχωρίσθη (echorìsthe). Si tratta di un’espressione usata nei papiri per indicare la fuga degli schiavi.
Onesimo sperava di trovare la sua libertà scappando da Filemone. Probabilmente era una persona turbolenta e decisa (aveva infatti rischiato la pena di morte, fuggendo). Anelava alla libertà. Ma ora torna trasformato, ravveduto, convertito. E trova la vera libertà presso il suo padrone d’un tempo. Onesimo è ormai divenuto “un fratello caro specialmente” a Paolo (v. 16), “diletto” (TNM), “carissimo” (CEI); il greco ha ἀδελφὸν ἀγαπητόν (adelfòn agapetòn), “fratello amato”. “Ma ora molto più a te” (v. 16), in altre parole è divenuto un “fratello amato” molto più per Filemone che per Paolo. Paolo dice:
καὶ ἐν σαρκὶ καὶ ἐν κυρίῳ
kài en sarkì kài en kürìo
e in carne e in Signore
Questa espressione è così tradotta:
“Sia sul piano umano sia nel Signore” VR
“Sia per relazione carnale che nel Signore” TNM
“Sia come uomo, sia come fratello nel Signore” CEI
“Ed in carne, e nel Signore” Did
“Sia come uomo sia come credente” PdS
Non si sa con precisione cosa indichi “nella carne”. Di certo non indica la “relazione carnale” per cui opta TNM. Onesimo, infatti, per Filemone era uno schiavo, non un parente carnale. Probabilmente l’espressione paolina sta a indicare il vincolo di proprietà che univa Onesimo a Filemone. Appare quindi buona la traduzione di PdS: “Sia come uomo sia come credente”.
“Se dunque tu mi consideri in comunione con te, accoglilo come me stesso” (v. 17). “Se, perciò, mi consideri partecipe” (TNM). Cosa intende Paolo? Il greco ci illumina: εἰ οὖν με ἔχεις κοινωνόν (èi un me ècheis koinonòn). La parola κοινωνόν (koinonòn) può indicare “un associato, socio, compagno, partecipante in qualcosa” (Vocabolario del Nuovo Testamento). L’interlineare Nuovo Testamento Greco-Latino-Italiano, Ed. San Paolo, la traduce “amico”: “Se dunque me hai (come) amico”. Tuttavia, la parola greca κοινωνία (koinonìa) indica nelle Scritture Greche anche la comunione dei beni e degli aiuti tra i credenti. “Continuavano a dedicarsi all’insegnamento degli apostoli e a partecipare [l’uno con l’altro] [κοινωνία (koinonìa)], a prendere i pasti e alle preghiere” (At 2:42, TNM). “Hanno avuto piacere di condividere le loro cose [κοινωνίαν (koinonìan)] mediante una contribuzione per i poveri dei santi [che sono] a Gerusalemme” (Rm 15:26, TNM). “Siete generosi nella vostra contribuzione [κοινωνίας (koinonìas)]” (2Cor 9:13, TNM). Paolo, quindi, sta dicendo a Filemone che la comunione dei beni di cui gode presso di lui deve estendersi ora anche a Onesimo, divenuto loro fratello nella fede. Paolo, infatti, s’identifica con lui: “Accoglilo come me stesso” (v. 17). In pratica: Se tu Filemone ed io Paolo siamo nella koinonìa, nella comunione fraterna dei beni, allora devi accogliere Onesimo come accoglieresti me. Anzi, Paolo vuole dare per primo l’esempio: “Se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me” (v. 18). È disposto a pagare i debiti contratti dallo schiavo. Come si vede, la koinonìa dei discepoli di Yeshùa non ha proprio nulla a che fare con l’ideologia comunista: i capitali privati erano rispettati.
È un fatto che la fuga di Onesimo avesse danneggiato il suo padrone. Ciò era accaduto per il probabile furto (di solito era solo rubando del denaro al proprio padrone che uno schiavo si poteva pagare la fuga), ma di certo per il mancato lavoro a favore del padrone. Paolo, come se firmasse una cambiale, aggiunge di proprio pugno: “Io, Paolo, lo scrivo di mia propria mano: pagherò io”. – V. 19.
Le espressioni: “Se ti ha fatto qualche torto [ἠδίκησεν (edìkesen); meglio: ”Se ti ha danneggiato”]” (v. 18), “O ti deve [ὀφείλει (ofèilei)] qualcosa” (v. 18), “Addebitalo [ἐλλόγα (ellòga), “mettilo sul conto”] a me” (v. 18), “Pagherò [ἀποτίσω (apotìso)] io” (v. 19), sono tutte espressioni tratte dal linguaggio commerciale.
Si noti come Paolo ha chiamato Onesimo (v. 10): τέκνον (tèknon) – impropriamente tradotto “figlio” (VR, TNM) -, parola che significa “ragazzo”, per la precisione si tratta di un ragazzo minorenne. Il senso è che Paolo si sente responsabile come un padre per i debiti contratti dal figlio, quasi questi fosse ancora un ragazzino.
Ora Paolo prosegue con un tono scherzoso. L’apostolo ricorda a Filemone che in realtà egli era “debitore” a Paolo di se stesso. “Tu mi sei debitore perfino di te stesso” (v. 19). TNM cambia le carte in tavola e traduce liberamente: “Tu mi devi perfino te stesso”. E così fa perdere l’arguta ironia che Paolo usa:
σεαυτόν μοι προσοφείλεις
seautòn moi prosofèileis
di te stesso a me sei debitore
Come si può comprendere questo passo? Che debito aveva Filemone con Paolo? Lo può far comprendere un papiro del 145 a. E. V. conservato a Parigi (Paris 10). In questo papiro si parla di due schiavi fuggitivi che hanno rubato e che sono ricercati. Chiunque collaborerà per rintracciarli e per farli riavere al padrone – vi si riferisce – riceverà due talenti e 3000 dramme (se si tratta di un cittadino privato) o un talento e 2000 dramme (se si tratta di un asilo sacro); in più, quale diritto speciale d’indennizzo, 3 talenti e 5000 dramme. Alla luce di queste procedure dell’antichità, Paolo direbbe:
1. I suoi debiti considerali miei (Paolo, in virtù dell’amore, s’identifica con lo schiavo).
2. Questi debiti mettili sul mio conto, dato che sono in koinonìa o comunione di beni con te. Ti pagherò. Considera questo come una fattura.
3. Però, considerando meglio le cose, se calcoli bene quanto ti rubò e aggiungi la quantificazione del danno (che Paolo di certo ben conosceva), e se calcoli quanto tu mi dovresti per il compenso dello schiavo che ti rimando, alla fine mi sei debitore. Mi devi di più: προσοφείλεις (prosofèileis).
4. Se poi parliamo sul piano spirituale, mi devi molto di più ancora: te stesso con tutte le tue cose, perché sono io che ti ho reso discepolo di Yeshùa. Cancellami quindi ogni debito e mettimi a disposizione Onesimo, che così diverrà “utile”, proprio lui che era “inutile” (altro gioco di parole sul nome “Onesimo”, al v. 20). Conforta quindi le mie viscere! (v. 20, semitismo per indicare la sede degli affetti e dei sentimenti).
Paolo aveva iniziato con tenerezza commovente: Te lo chiede un povero vecchio, in prigione. Ora conclude scherzando: Fatti bene i conti e vedi che sei tu a doverne a me.
Paolo si mostra infine sicuro che Filemone farà ancora più di quanto gli viene chiesto, mettendo lo schiavo ormai emancipato a sua completa disposizione. “Ti scrivo fiducioso nella tua ubbidienza, sapendo che farai anche più di quel che ti chiedo”. – V. 21.
Infine, confidando di essere presto liberato per l’efficacia della preghiera, chiede a Filemone di preparargli un alloggio. “Preparami un alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito” (v. 22). Quest’ultimo dato biblico relativo all’alloggio è più comprensibile con la prigionia di Paolo a Efeso anziché a Roma, tuttavia rimane sempre possibile anche la prigionia nell’Urbe.
3. SALUTI FINALI (Vv. 23 e 24).
“Epafra, mio compagno di prigionia in Cristo Gesù, ti saluta” (v. 23). Il titolo “compagno di prigionia” dato a Epafra compare solo qui. Non compare in Col 4:10,12 dove è dato solo ad Aristarco e non ad Epafra: “Vi salutano Aristarco, mio compagno di prigionia […] Epafra, che è dei vostri ed è servo di Cristo Gesù, vi saluta”.
Il vocabolo συναιχμάλωτος (sünaichmàlotos), tradotto “compagno di prigionia”, si legge nella Bibbia applicato solo a quattro persone:
Andronico “Andronico e Giunia […] compagni di prigionia” Rm 16:7
Giunia
Aristarco “Aristarco, mio compagno di prigionia” Col 4:10
Epafra “Epafra, mio compagno di prigionia” Flm 23
Nei due ultimi casi (Aristarco ed Epafra) si potrebbe anche pensare ad un avvicendamento nel tenere compagnia a Paolo imprigionato. Ma non si può applicare ai primi due (Andronico e Giunia) poiché l’apostolo quando scriveva ai romani non era stato ancora imprigionato (a meno di ammettere una discutibile prigionia efesina). Perché Paolo, non prigioniero quando scrive ai romani, definisce Andronico e Giunia “compagni di prigionia”? Se poi lo erano stati in precedenza, non si capisce perché Paolo debba richiamare questo particolare del passato.
Viene quindi un dubbio sulla traduzione. Il vocabolo greco συναιχμάλωτος (sünaichmàlotos), tradotto tradizionalmente “compagno di prigionia”, può avere anche un altro significato: “conquistato assieme”. La parola, deriva da συν (sün), “insieme”, e da αιχμάλωτος (aichmàlotos), “prigioniero”, numero Strong 4869. Si tratta di un “co-prigioniero”, di uno “fatto prigioniero insieme”.
È quindi meglio supporre che queste persone definite sünaichmàlotos siano state collegate più di altre alla chiamata di Paolo. Forse erano suoi compagni di viaggio o forse furono impressionati dal suo mutamento.
Epafra è l’apostolo (“inviato”) a Colosse: “Secondo quello che avete imparato da Epafra, il nostro caro compagno di servizio, che è fedele ministro di Cristo per voi”, “Epafra, che è dei vostri ed è servo di Cristo Gesù” (Col 1:7;4:12). Forse si era avvicendato ad Aristarco nel tenere compagnia a Paolo imprigionato (cfr. Col 4:10). Tutti gli altri collaboratori sono già noti dalla finale di Col 4:10-14: “Vi salutano Aristarco, mio compagno di prigionia, Marco, il cugino di Barnaba […] e Gesù, detto Giusto. Questi provengono dai circoncisi, e sono gli unici che collaborano con me per il regno di Dio, e che mi sono stati di conforto. Epafra, che è dei vostri ed è servo di Cristo Gesù, vi saluta. Egli lotta sempre per voi nelle sue preghiere perché stiate saldi, come uomini compiuti, completamente disposti a far la volontà di Dio. Infatti gli rendo testimonianza che si dà molta pena per voi, per quelli di Laodicea e per quelli di Ierapoli. Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema”. La comunanza di tutti questi nomi fa sospettare che si tratti dello stesso periodo in cui le stesse persone stanno accanto a Paolo.
Manca solo Tichico, che nella lettera ai colossesi è inviato con Onesimo (Col 4:7-9). Il che può spiegarsi con il fatto che la lettera a Filemone fu scritta prima del suo arrivo.

Importanza etica della lettera

Lo studioso E. Troelsch afferma che le Scritture Greche non contengono alcun cenno alla questione sociale e che esse non riflettono “alcuna speranza per migliorare la situazione sociale esistente, nessuno sforzo per migliorare la malattia sociale” (The Social Teaching of the Christian Churches Vol. 1, New York, The Macmillan Company, pag. 39). Siccome i credenti del 1° secolo erano in gran parte appartenenti alle “classi sociali basse”, gente priva d’istruzione e di educazione, la visione della primitiva congregazione era “confinata nella comunità cristiana presa in se stessa e non in un programma popolare di riforma sociale”. – Ibidem, pag. 62.
Paolo accetta le strutture sociali esistenti senza pensare a una loro trasformazione. Del resto – aggiungono altri studiosi – il concetto escatologico di Paolo, che attendeva la prossima fine di questo mondo, lo rendeva indifferente al problema sociale. – Cfr. W. Beach e H. R. Biebuhr, Christian Ethics, Sources of the Living Tradition, New York, Ronald Press Co., pag. 49; J. Benneth, Christian Ethics and Social Policy, New York, Chas. Scribner’s Sons, pag. 16; C. F. Moule, Birth on the New Testament, New York, Harper and Row Publ., pag. 137).
Le asserzioni precedenti devono essere mitigate. Infatti, mentre è vero che Paolo non tentò di modificare direttamente le strutture sociali esistenti, cercò però di migliorarne le condizioni. Ciò sembra particolarmente vero alla luce del totale fallimento del “vangelo sociale” che si cercò di attuare in epoca moderna e che qualcuno ancora cerca inutilmente di attuare. La società è quella che è. Il mondo è quello che è. Il Vangelo non ha mai preteso di rivoluzionare la società e questo mondo, dato che “tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Gv 5:19). Il mondo non deve essere trasformato dai credenti. Questo è un compito che spetta a Yeshùa glorificato e che sarà attuato al suo ritorno glorioso su questa terra. I discepoli di Yeshùa non trasformano il mondo. Sono loro a essere trasformati, e non lo sono dal mondo, ma da Yeshùa. Ma c’è un’etica nuova nella congregazione dei discepoli? Certo che sì. Questa etica riguarda però appunto la congregazione, non il mondo. Perciò Paolo insegnò ad agire entro i limiti consentiti dal contesto sociale del suo tempo.

Situazione della schiavitù al tempo di Paolo
Lo stato di schiavo, come parte del sistema strutturale di quel tempo, non era considerato in se stesso come degradante, tant’è vero che spesso allo schiavo era affidata l’istruzione dei figli e delle figlie dello stesso padrone. – Cfr. W. L. Westermann, Slavery Ancient in Enciclopedia of Social Sciences, New York, Macmillan, pag. 74.
Tuttavia, nonostante questi nobili rapporti tra padrone e schiavo, lo schiavo:
1. Era considerato una “res”, una cosa, almeno nella legge civile nazionale; gli mancava ciò che è l’elemento essenziale di una persona: la libertà di scelta.
2. In più, non godeva il privilegio dell’organizzazione e dell’associazione in gruppi sociali, ciò che era proprio delle persone libere.
3. Era totalmente dipendente dal padrone; la legge praticamente non poneva alcuna restrizione al controllo assoluto del padrone sulla sua vita e sulla sua morte.
Anche se tale situazione fu mitigata dagli imperatori Claudio e Adriano (che proibirono ai padroni di uccidere senza motivo gli schiavi), di fatto anche lo stoicismo (che teoricamente sosteneva l’uguaglianza di tutti gli uomini) non fece fare alcun passo reale verso la costituzione giuridica degli schiavi.
In un simile ambiente, in cui la schiavitù era un elemento fisso e accettato della vita, in cui si discuteva se lo schiavo fosse una cosa o una persona, in un ambiente così, che mai poteva fare Paolo per eliminare tale situazione? Dobbiamo anche domandarci se la gente di allora potesse perfino immaginare una società in cui tutti fossero liberi.
Possiamo almeno intuire che Paolo desiderasse la scomparsa della schiavitù? Non dobbiamo rispondere frettolosamente con un sì, proiettando su Paolo il nostro sdegno da 21° secolo nei confronti della schiavitù. La verità è che non possiamo rispondere con certezza. Tuttavia, l’esaltazione che Paolo fa della libertà ci fa capire che egli di certo bramava un cambiamento sociale: “Sei stato chiamato essendo schiavo? Non te ne preoccupare, ma se puoi diventar libero, è meglio valerti dell’opportunità” (1Cor 7:21). Attenzione, però: si tratta di un cambiamento individuale. Un’azione diretta per un cambiamento di tutta la società era allora impossibile, perché Paolo avrebbe dovuto incoraggiare la rivolta. E in tale rivolta (com’era dimostrato da tutti i precedenti tentativi) gli schiavi avrebbero avuto la peggio, come sempre. Paolo, quindi, non poteva (né intendeva) fare nulla contro la costituzione sociale del suo tempo. Tant’è vero che Paolo rimanda a Filemone lo schiavo Onesimo; non intende tenerlo con sé senza il permesso del padrone. Tuttavia, Paolo cerca di introdurre per così dire del vino nuovo per far scoppiare la vecchia botte della struttura schiavista.
Anche il paganesimo (specialmente con gli stoici) aveva cercato di migliorare la situazione degli schiavi. Ma sotto un aspetto diverso. È interessante il confronto della lettera a Filemone con l’argomentazione di Plinio per un caso simile a favore di un altro schiavo fuggito dal padrone.
“Tu sei in collera con ragione, anche questo lo so. Ma la dolcezza è meritoria soprattutto quando si hanno giusti motivi di collera. Tu hai amato quest’uomo e, spero, lo ami tuttora. Basta quindi che ti lasci commuovere. Potrai anche arrabbiarti di nuovo se egli lo meriterà, perché dopo il tuo perdono ciò sarà scusabile. Frattanto concedi qualcosa alla sua giovinezza, qualcosa alle sue lacrime, qualcosa alla tua bontà naturale. Cessa di tormentarlo, anzi cessa di tormentare te stesso, poiché la collera è un vero tormento per te che sei così dolce”. – Plinio, in H. C. Lea, Studies in Church History, pag. 555.
Qui, nel caso trattato da Plinio, ci sono solo ragioni umane che non vanno al di là del caso pratico che vede coinvolto un padrone d’animo dolce che vuol bene al suo schiavo. Plinio non cerca affatto di mutare i rapporti intercorrenti tra schiavo e padrone. Nel caso dei filosofi stoici, al massimo si dice che nessuno è schiavo per natura, ma solo per le circostanze della sua nascita o della sua vita. Notevole sotto quest’aspetto è un frammento che riporta una protesta contro l’istituto della schiavitù:
“Anche se uno è schiavo, ha però la medesima carne: nessuno infatti morì schiavo per natura; è la sorte, al contrario, che ha fatto schiavo il corpo”. – Fragmenta Comicorum Graecorum IV, Berlino, n. 39,47.
Paolo, invece, parte da un altro principio: quello soprannaturale. Anche nell’insegnamento paolino si nota un progresso. Nella lettera ai corinti (una delle più antiche), tutta imbevuta dall’idea di un imminente ritorno di Yeshùa, Paolo non annette alcuna importanza all’essere schiavo o libero. Il motivo sta nel nuovo rapporto con il Signore: in questa nuova relazione tutti sono schiavi. La fede crea una nuova fraternità tra i credenti, schiavi compresi. Yeshùa ha dato origine a una nuova umanità in cui più non c’è distinzione tra schiavo e libero. “Voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3:27,28). “Noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito” (1Cor 12:13). “Colui che è stato chiamato nel Signore, da schiavo, è un affrancato del Signore; ugualmente colui che è stato chiamato mentre era libero, è schiavo di Cristo”. – 1Cor 7:22.
Poi, nelle lettere successive, l’apostolo si prefigge di umanizzare i rapporti tra padroni e schiavi, rendendo così più tollerabile la situazione. È introdotto così il germe della futura eliminazione della schiavitù. “Servi, ubbidite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne; non servendoli soltanto quando vi vedono, come per piacere agli uomini, ma con semplicità di cuore, temendo il Signore. Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete per ricompensa l’eredità. Servite Cristo, il Signore! Infatti chi agisce ingiustamente riceverà la retribuzione del torto che avrà fatto, senza che vi siano favoritismi. Padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone nel cielo” (Col 3:22-4:1). “Servi, ubbidite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo. Fate la volontà di Dio di buon animo, servendo con benevolenza, come se serviste il Signore e non gli uomini; sapendo che ognuno, quando abbia fatto qualche bene, ne riceverà la ricompensa dal Signore, servo o libero che sia. Voi, padroni, agite allo stesso modo verso di loro astenendovi dalle minacce, sapendo che il Signore vostro e loro è nel cielo e che presso di lui non c’è favoritismo”. – Ef 6:5-9.
In Flm lo schiavo è presentato come un “fratello” del padrone: “Non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro” (v. 16; cfr. vv. 7 e 10). Padrone e schiavo, Filemone e Onesimo, sono fratelli perché entrambi sono stati generati alla nuova vita da parte di Paolo. Infatti, come Filemone è associato a Paolo nella fede e nella koinonìa (v. 6, la comunione dei beni), così lo è pure Onesimo. – V. 17.
Un segno di questa comunione è la partecipazione alla stessa cena del Signore. La congregazione ebbe un grande influsso nell’alleviare la schiavitù proprio facendo sedere alla stessa mensa del Signore sia il padrone sia lo schiavo. Allo schiavo, che non poteva associarsi con altri in alcun modo, si apriva ora la possibilità di entrare a far parte della congregazione. Il culto era il mezzo più opportuno per mostrare questa fraternità. Nessuno potrà mai esaltare a sufficienza l’importanza di questo fatto per l’eliminazione delle barriere erette dalla schiavitù.
Le parole di Paolo sul fatto che anche i padroni hanno un padrone in cielo (Ef 6:9; Col 4:1) dovevano suonare come un potente richiamo per gli schiavi che affollavano la congregazione primitiva.
Un altro principio riguarda il perdono che il padrone deve allo schiavo come conseguenza del perdono che lui pure ha ricevuto dal messia di Dio: “Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi”. – Col 3:13.
Si ricordi la preghiera che Yeshùa ci ha insegnato: “Perdona le nostre offese come anche noi perdoniamo a chi ci ha offeso” (Mt 6:12, PdS). “Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori”.
Si deve poi notare che Paolo è perfino disposto a pagare lui stesso i debiti dello schiavo. Anche questo è segno di solidarietà e di fraternità. Talvolta, nel 1° secolo, accadeva che gli stessi fratelli pagavano l’emancipazione dello schiavo a loro proprie spese.
Si veda poi l’importanza del lavoro missionario. Anche uno schiavo poteva divenire una delle guide della congregazione, un “vescovo”. La richiesta di Paolo è fatta anche in vista del lavoro missionario che Onesimo, ormai “utile” (come dice il suo stesso nome, su cui Paolo scherza), può svolgere. Non ne abbiamo la prova, ma se Onesimo fosse la stessa persona ricordata da Ignazio, avremmo l’evidenza che lo schiavo Onesimo sarebbe poi divenuto vescovo della stessa congregazione di Efeso, capitale dell’Asia Minore (Ad Ephes. 1,3). I martirologi identificano lo schiavo Onesimo con il vescovo di Efeso (Acta SS., Februarii II, Anversa, pag. 856). Tuttavia, data la frequenza del nome “Onesimo”, non possiamo insistere troppo su questa ipotesi. Le Costituzioni Apostoliche riferiscono che Paolo stabilì l’ex schiavo come vescovo di Berea in Macedonia. Si tratta di notizie non sicure. Non è questo qui il punto. Il punto è che è un fatto che allora uno schiavo poteva diventare vescovo (generalmente dopo la sua emancipazione).
Il motivo della missione permea tutta l’epistola. Onesimo fu rigenerato da Paolo in prigione (v. 10). Filemone era stato convertito da Paolo (v. 19) ed era un cooperatore dell’apostolo. Filemone doveva promuovere la consapevolezza del bene che possiamo fare (v. 6). Il suo amore per i santi fece gioire l’animo di Paolo. – V. 7.
È molto bella questa parità di lavoro nel Signore, dove uno schiavo poteva divenire la guida spirituale anche di persone libere.
Possiamo concludere che Paolo, pur non lottando socialmente per abolire la schiavitù, versò in essa il messaggio del Vangelo che avrebbe dovuto ineluttabilmente eliminarla. Peccato che nel corso dei secoli la chiesa dimenticò a lungo questi princìpi. D’altra parte, cosa ci si poteva aspettare da una chiesa che ormai era apostata, paganizzata, e che s’interessava solo del potere?

Excursus
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L’abolizione della schiavitù nel corso dei secoli
L’abolizione della schiavitù si attuò purtroppo assai lentamente. La responsabilità principale è da attribuirsi alla “Chiesa” che dimenticò di valorizzare i germi fecondi della fraternità presentati da Paolo. Prima che il “Cristianesimo” s’imponesse nel mondo, la schiavitù era diffusa in tutto il mondo allora conosciuto: presso gli egizi, gli assiro-babilonesi, i greci, i romani. La schiavitù fu ammessa perfino da Platone, da Aristotele e da altri sapienti dell’antichità.
La schiavitù era ammessa anche presso gli ebrei, ma con varie limitazioni e con trattamenti molto più umani che presso gli atri popoli. In Israele potevano, come regola generale, essere fatti schiavi i non israeliti. Se un israelita era ridotto in schiavitù, dopo sei anni ritornava libero e il padrone doveva assicurargli un minimo essenziale per vivere. In Israele lo schiavo non poteva essere maltrattato dal padrone: in caso di gravi lesioni doveva essergli riconosciuta la libertà: “Se uno colpisce l’occhio del suo schiavo o l’occhio della sua schiava e glielo fa perdere, li lascerà andare liberi in compenso dell’occhio perduto. Se fa cadere un dente al suo schiavo o un dente alla sua schiava, li lascerà andare liberi in compenso del dente perduto”. – Es 21:26,27.
Il Vangelo portò nel mondo pagano gli insegnamenti più alti della fraternità, della parità e dell’amore reciproco fra tutti gli uomini e le donne. Esso animò di questi nobilissimi ideali tutta la vita sociale dei fedeli. I discepoli di Yeshùa si sentirono fratelli e paritari davanti a Dio, senza distinzione di dignità e di diritti. Nelle riunioni liturgiche non c’era distinzione tra padroni e schiavi. Né c’era distinzione nella gerarchia e nelle sepolture (le ossa dei martiri Proto e Giacinto, schiavi, furono trovate avvolte in stoffe intessute d’oro, come era d’uso per i patrizi). Gli schiavi liberati potevano diventare “vescovi”. Perfino nella Chiesa ormai apostata, nei suoi inizi gli schiavi potevano diventare papa (come, ad esempio, Callisto I).
Il Vangelo si propagò anzi tra gli schiavi, pur predicando la sottomissione ai padroni (specialmente se questi erano pagani). Scrive Tertulliano: “Se un cristiano è schiavo di un pagano gli si insegnerà ad accontentare il suo padrone” (De corruptione, cap. 13). Dai documenti antichi che possediamo sappiamo che erano lodati i padroni che liberavano gli schiavi, anche se non si imponeva loro di farlo.
Con Costantino e Teodosio, dopo la “cristianizzazione” dell’impero, si migliorarono le condizioni degli schiavi. Non si fecero più le lotte dei gladiatori, non avvenne più la separazione di un membro dalla sua famiglia, non ci furono più le difficoltà precedenti per l’affrancamento degli schiavi.
Nel Medio Evo si tolleravano i servi della gleba (che erano quasi degli schiavi). Si ammise anzi la schiavitù per i non “cristiani”. Si lottò solo per impedire che i “cristiani”, anche se prigionieri di guerra, fossero ridotti schiavi. In quel tempo i saraceni erano venduti dagli stessi “cristiani” nei pubblici mercati.
Per opera del cosiddetto Cristianesimo, nel corso dei secoli la condizione dello schiavo venne elevata nella vita familiare, nel lavoro, nei rapporti con i padroni. Anche con il dono della libertà. Per esempio, “santa” Melania, vissuta nel 5° secolo, emancipò in una sola volta 8000 schiavi. Gli imperatori dopo Costantino (specialmente Teodosio e Giustiniano) favorirono l’affrancamento dei “cristiani”.
I cosiddetti padri della Chiesa hanno variamente riprovato la schiavitù e spesso hanno cercato di riscattare e liberare gli schiavi con ogni mezzo (anche vendendo gli ornamenti del culto). Vanno ricordati Ambrogio, Ilario di Potiers, Gregorio, Agostino, Cirillo Gerosolimitano.
Dopo le invasioni barbariche e per tutto l’alto Medio Evo continuò in varie forme la pratica della schiavitù, anche se le condizioni degli schiavi migliorarono. Non mancarono tuttavia gravi abusi da parte di “cristiani”.
Sappiamo anche che gli schiavi spesso erano liberati dai padroni quando ricevevano il battesimo. Quanto fossero sincere queste conversioni è tutto dire. D’altra parte, i padroni liberavano gli schiavi anche per testamento in punto di morte, per “salvarsi l’anima”. Si legge, ad esempio, in un documento del 9° secolo: “Io, Heimrich, per timore di Dio e per la salvezza dell’anima mia, ho liberato la mia schiava Reginheid con i suoi figli e un’altra schiava, Zeizbirc. Esse devono essere libere e non devono essere costrette a servire uno dei nostri eredi. Eseguito pubblicamente in Biblisheim il 16 luglio dell’anno 873 dall’incarnazione del Signore, mentre regnava Ludovico nelle Gallie. Testimoni: […]. Io ho scritto e firmato questo documento”. Un gesto nobile? Lo sarebbe stato se il nostro Heimrich lo avesse fatto molto prima e non in punto di morte per “salvarsi l’anima”.
Dalla seconda metà del ‘400, con le grandi scoperte geografiche e successivamente per opera dei colonizzatori del Nuovo Mondo, dilagò la piaga dei negri praticata dal Portogallo, dalla Spagna, dalla Francia e soprattutto dall’Inghilterra. Per vari secoli migliaia e migliaia e migliaia di neri furono strappati dall’Africa e venduti, portati in condizioni bestiali nelle coltivazioni d’America.
Nel 15° secolo papa Nicolò V in un breve apostolico datato 1432 concesse al re Alfonso V del Portogallo il diritto di ridurre in schiavitù gli africani nelle terre liberate dai saraceni. Papa Sisto IV insorse solo contro coloro che rendevano schiavi i negri “battezzati”.
Si deve attendere fino al 1839 perché un papa insorga contro la schiavitù. Papa Gregorio XVI, con bolla In supremo decretò: “Ingiungiamo che nessuno osi in avvenire vessare impunemente gli indi, i negri e altri uomini e ridurli in schiavitù”. Ma, si noti bene: siamo nel 1839! Molti nostri bisnonni erano ancora vivi. Non possiamo che stupirci di tanto ritardo. Stupirci o scandalizzarci? Il fatto è che la Chiesa Cattolica, come qualsiasi altra struttura umana, ha preso coscienza solo molto ma molto lentamente dell’immoralità della schiavitù. Prima di tutto s’interessò dei suoi membri. Si pensi che all’inizio la Chiesa Cattolica Romana non considerava veri uomini i mussulmani. Non si può che concordare con C. Duquoc: “I dati storici concreti forniscono la spiegazione, ma le parole del Signore: Amate i vostri nemici, non è forse detta a quelle collettività che si proclamano cristiane? E quale amore trascendente c’è nell’amare coloro che ci amano? I pagani non fanno altrettanto? Nessuna apologetica, nessuno stile ufficiale cancellerà mai l’accusa che nasce da quelle parole”. – La Chiesa e il progresso, Borla, pag. 83.
Di questo richiamo dovrebbero far tesoro, se mai ci riescono, certi gruppi religiosi che sbandierano l’amore per il prossimo. Nelle calamità come terremoti e inondazioni sono prontissimi a venire in aiuto. Ma in aiuto ai loro membri. Lo sbandierato amore per il prossimo si scopre poi che consiste solo nel distribuire letteratura religiosa di casa in casa. Verso chi accetta e diviene membro, braccia aperte. Chi non accetta, terremotato o sofferente che sia, è ignorato (tanto, alla fine, sarà “distrutto”, no?). “E quale amore trascendente c’è nell’amare coloro che ci amano? I pagani non fanno altrettanto? Nessuna apologetica, nessuno stile ufficiale cancellerà mai l’accusa che nasce da quelle parole”. – Ibidem; cfr. anche Gc 2:14-16.

 

PAOLO A FILEMONE: LA PIÙ BREVE E… LA PIÙ IMPORTANTE?

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PAOLO A FILEMONE: LA PIÙ BREVE E… LA PIÙ IMPORTANTE?

BY RAI VATICANO | LUGLIO 8, 2009

(nel blog ci sono due commenti se li volete leggere)

Strano, ma vero: la più breve lettera dell’apostolo Paolo (25 versetti appena) è uno degli scritti più importanti di tutto il Nuovo Testamento, per certi versi il più importante. La sua importanza è stata colta dalla Chiesa antica, la quale non ha esitato a includerlo nel Nuovo Testamento (per essendo solo un biglietto privato su una questione privata), rendendolo così “canonico”, cioè normativo per la fede e la vita della Chiesa di tutti i tempi. Questo è accaduto certamente in primo luogo per l’autorità apostolica del suo autore, Paolo, ma anche – non c’è dubbio – per il suo contenuto: questo biglietto, infatti, oltre che un capolavoro di azione pastorale (di Paolo nei confronti di Filemone) e un modello di teologia politica o, meglio, sociale, è uno specchio nel quale si riflettono con eccezionale chiarezza la vita interna della neonata comunità cristiana e la qualità dei rapporti al suo interno: qui si vede meglio che altrove come la fede in Cristo cambi le relazioni umane e si vede anche in che cosa consista l’autorità apostolica esercitata da Paolo, che si definì «il minimo degli apostoli» (1Cor 15,9), mentre in realtà fu il maggiore di tutti, il più fedele interprete e seguace di Gesù, pur non appartenendo al gruppo dei Dodici. Ecco alcuni spunti suggeriti da questo straordinario biglietto.
1. Colpisce il titolo col quale Paolo si presenta all’inizio della Lettera – la sua firma, diremmo oggi – che non è quello abituale di «apostolo» ma è «prigioniero di Gesù Cristo», nei due significati di questa espressione: prigioniero perché Cristo lo aveva vinto e arruolato al suo servizio, e perché era arrestato per la sua attività missionaria. Ma questa doppia prigionia non toglie nulla alla sua autorità di apostolo, anzi la manifesta, perché è proprio in quelle che egli chiama le sue «debolezze» (cioè carcerazioni, oltraggi, percosse, pericoli di ogni genere, persecuzioni, angosce e altri patimenti) che appare l’autenticità del suo ministero (2Cor 11,23-29; 12,7-10): la croce di Cristo si riverbera in quella del suo apostolo e lo qualifica e accredita in maniera inconfondibile. Ma Paolo come usa la sua autorità di apostolo? Non per comandare (come avrebbe il diritto di fare) imponendo la sua volontà a quella di Filemone, ma al contrario per «pregare» Filemone (v. 10) appellandosi al suo amore («in nome dell’amore» v. 9), affinché il bene che Filemone farà «non sia come forzato, ma volontario» (v. 14). L’autorità apostolica si fa valere non attraverso leggi e imposizioni, ma attraverso la dolce persuasione dello Spirito, senza mai violare o forzare le coscienze, ma liberandole all’amore.
Ma oltre a non comandare nulla a Filemone, Paolo manifesta la sua libertà e autorità di apostolo identificandosi con lo schiavo Onesimo e assumendo su di sé il suo destino di uomo, dopo averlo «generato» alla fede (v. 10): «Ricevilo come se ricevessi me» (v. 19), lui «che è come dire le mie viscere» (v. 12), cioè la parte di me stesso in cui albergano gli affetti più cari. E «pagherò» per lui gli eventuali debiti che ha con te. Ecco un altro aspetto della libertà e autorità apostolica: non starsene appartati, fuori dalla mischia, ma prendere il posto dell’ultimo dei fratelli, com’era Onesimo, per di più colpevole e a rischio anche della vita. Identificandosi con lui, Paolo mette a repentaglio la sua autorità: potrebbe perderla (gli basta di essere considerato da Filemone «come partner» v. 17), e invece la guadagna. C’è vera autorità dove ci sono condivisione e partecipazione, un’autorità solidale, non autoritaria, vissuta nella fraternità e nella partnership missionaria.
Infine, c’è da rilevare l’aspetto collegiale dell’autorità apostolica e la fraternità come caratteristica fondamentale della Chiesa. La collegialità è qui in particolare evidenza sia perché Paolo si affianca Timoteo come mittente, benché la Lettera sia solo sua, sia perché chiama lo stesso Filemone suo «collaboratore» (v. 1) e Archippo «nostro compagno d’armi» (v. 2). La missione cristiana è impresa comune: molti vi partecipano a vario titolo. Quanto alla fraternità è la nota spirituale dominante della Lettera e si rivela come la struttura portante della comunità cristiana. La «chiesa domestica» (v. 2) che si raduna in casa di Filemone è strutturata come una comunità di fratelli e sorelle creati dalla comune paternità divina. L’apostolo si sente qui inserito in una rete di rapporti fraterni, nella quale l’esercizio dell’autorità e della libertà non dà luogo a nessuna ombra né di gerarchia né di anarchia.
2. È proprio la fraternità in Cristo l’argomento teologico centrale che guida Paolo nel suo «appello» a Filemone. Onesimo è scappato come schiavo, e ora Paolo glielo rimanda come «libero in Cristo» e quindi come «fratello nel Signore» (v. 16), cioè in una veste e in una condizione completamente diversa da prima. È un nuovo Onesimo quello che Paolo gli rimanda. Filemone lo aveva perduto per qualche tempo (il tempo della fuga), ma ora lo ricupera «per sempre» (v. 15), perché la fraternità dura per sempre, oltre la morte, nell’eternità di Dio. Ma la domanda cruciale per Onesimo anzitutto, e anche per noi, è questa: alla fine dei conti e delle parole, Onesimo è ancora schiavo, sì o no? La risposta è: sì e no. Sì, perché Paolo lo rimanda al legittimo padrone, come imponevano le leggi allora vigenti. No, perché Paolo lo rimanda «non più come schiavo, ma come fratello carissimo» (v. 18). Se Paolo avesse detto: «Te lo rimando sempre come schiavo e, in più, come fratello carissimo», la portata del suo discorso sarebbe stata completamente diversa. Ma Paolo dice: «Non più come schiavo». Toccherà dunque a Filemone liberare Onesimo, cioè prendere sul serio la sua libertà in Cristo, che è uguale a quella di cui, come cristiano, gode lui, Filemone. Onesimo, ora, non è meno libero di Filemone. E come con la conversione Onesimo da schiavo è diventato libero, così ora anche Filemone deve diventare, con una seconda conversione, libero dalla teoria e pratica della schiavitù. La conversione dello schiavo deve, a sua volta, generare quella del padrone, in modo che la loro fraternità in Cristo, spezzando le catene mentali e sociali, trasformi anche la loro condizione civile, rendendoli non solo fratelli nella comunità cristiana, ma anche «fratelli», cioè uguali nei diritti e nei doveri, nella società civile. Che cosa significa tutto ciò? Significa che l’Evangelo della libertà in Cristo, pur non essendo di per sé un proclama di rivoluzione sociale, è però un messaggio che pone le premesse per un’effettiva rivoluzione dei rapporti umani anche in campo civile e sociale. Ma la rivoluzione che Paolo propone a Filemone (di vedere e trattare Onesimo «non più come schiavo») dovrà avvenire non contro Filemone o senza di lui, ma con lui, cioè, come si è detto, con una sua seconda conversione. E se Filemone non ci starà, cioè se continuerà a vedere Onesimo come schiavo, anche dopo che è diventato «fratello in Cristo»? A questa domanda il Nuovo Testamento non risponde. La Chiesa, nella sua storia, ha risposto, ma purtroppo male: non è lei che in Occidente ha abolito la schiavitù (anche se alcuni singoli cristiani si sono dati da fare – molto tardi – in questo senso).
3. Per concludere, un bel pensiero di Lutero: «Paolo si spoglia del suo diritto, costringendo così anche Filemone a rinunciare al suo. Proprio come Cristo ha fatto per noi nei confronti di Dio Padre, così fa san Paolo per Onesimo nei confronti di Filemone. Infatti, Cristo si è spogliato dei suoi diritti e ha vinto il Padre con l’amore e l’umiltà, in modo che questi ha dovuto abbandonare collera e diritti, prendendoci in grazia per amore di Cristo, che ci rappresenta [davanti a Dio] così bene e ci accoglie così cordialmente. Infatti, noi tutti siamo i suoi Onesimi, se lo crediamo».
Paolo Ricca

Facoltà Teologica Valdese di Roma
Da “Paulus” n. 9, pag. 179-180

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE: CAPITOLO PRIMO (da 9 a 14)

http://www.movimentoapostolico.it/filemone/testi/capitoli/filemone1.htm

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE

(sono 25, metto da 10 a 14, fino a 9 li ho già messi, poi alla fine del capitolo primo c’è un commento finale, è un po’ lungo ma è bello, a me piace molto la lettera a Filemone, rilvela, per me, i tratti della personalità di Paolo, vecchio oramai, io, in questa lettera,  ci vedo tutta la sua vita

CAPITOLO PRIMO  (da 9 a 14)

INDIRIZZO E RINGRAZIAMENTO

[9]PREFERISCO PREGARTI IN NOME DELLA CARITÀ, COSÌ QUAL IO SONO, PAOLO, VECCHIO, E ORA ANCHE PRIGIONIERO PER CRISTO GESÙ;

La modalità di cui Paolo si serve in questo caso è la carità, l’amore.
La modalità è la preghiera, la richiesta umile, senza pretese.
La modalità è l’abbassamento.
La modalità è quella di farsi amico dell’amico e parlargli da amico.
La modalità è la parola detta al cuore e non più alla volontà perché obbedisca.
La modalità è lasciare all’altro libertà nel prendere la decisione. È l’altro che decide. Decide per amore. Decide dal profondo del suo cuore. Decide perché conquistato dalla carità di Paolo, che è carità di Cristo, che è carità di Dio Padre, nello Spirito Santo.
La carità è la suprema legge per il cristiano, la suprema verità, la verità assoluta.
La carità è la nostra vocazione. Siamo chiamati ad amare l’altro allo stesso modo in cui lo ha amato Cristo.
Cristo lo ha amato appendendo il suo corpo sulla croce, offrendo la sua vita per lui. La sua vita al posto della vita del fratello. Questo è stato l’amore di Cristo Gesù.
Dinanzi alla legge della carità, che è assoluta, senza riserve, dono totale della nostra vita a Cristo, perché Cristo continui ad amare dall’alto della croce, il cristiano si scopre seguace di Cristo, o lontano da lui.
La carità manifesta la grandezza del nostro amore. Il nostro amore è grande, tanto grande quando è grande il dono che sappiamo fare di noi stessi ai fratelli.
Non solo Paolo fa appello alla carità, mostra se stesso come esempio vivente di carità.
Lui è ormai vecchio. Nella carità è invecchiato. È invecchiato esercitando nel mondo la carità di Cristo. Lui è vissuto per fare di carità il suo corpo, la sua anima, il suo spirito.
Lui è vissuto per lasciarsi consumare, invecchiare dalla carità. La carità lo ha reso vecchio, lo ha consumato, lo ha esaurito.
Tutto egli ha speso di sé per la carità, per amare, per essere di aiuto e di salvezza agli altri, al mondo intero.
In niente egli si è risparmiato. Tutte le sue energie sono state spese per la carità. Anche lui or può dire come Cristo sulla croce: consummatum est.
Il sacrificio è stato consumato, arso, bruciato dalla carità. Il sacrificio consumato è il suo corpo, la sua anima, il suo spirito. Tutto di lui è stato fatto un sacrificio d’amore per la salvezza dei suoi fratelli.
Anche il momento attuale è nella grande carità. Egli è privo della sua libertà. È prigioniero degli uomini, ma prima ancora è prigioniero dell’amore di Cristo Gesù.
È prigioniero degli uomini perché si è fatto volontariamente prigioniero di Cristo. Se non fosse prigioniero di Cristo per amore, mai sarebbe stato fatto prigioniero degli uomini.
La carità ha portato Cristo sulla croce, lo ha fatto prigioniero degli uomini.
La carità ha condotto Paolo in carcere, lo ha fato prigioniero dei suoi fratelli da salvare.
Filèmone è discepolo di Cristo, è discepolo di Paolo. Sarà anche lui vero discepolo se osserverà la legge della carità.
Come si vive la carità, Paolo glielo ha prospettato ponendo se stesso dinanzi ai suoi occhi.
Ora Filèmone sa cosa è la carità. Sa anche chi è il vero discepolo di Cristo Gesù, perché sa chi è Cristo Gesù.
A lui, solamente a lui, la scelta di seguire Cristo, o di non seguirlo. Nessuno glielo potrà imporre.
Anche lui dovrà ora scandagliare il suo cuore e trovare in esso le ragioni di un amore più grande. Queste ragioni non potrà trovarle se non nell’agire di Cristo, nella visione che Paolo gli ha prospettato di sé in brevissimi accenni.
Se lui saprà fare questo, non soltanto continuerà ad essere seguace di Cristo Gesù, potrà dare al mondo intero una nuova via della carità e questa nuova via trasformerà il mondo. A volte infatti è sufficiente che uno solo apra una via nuova di amare, perché il mondo esca dal suo sonno di morte e si incammini verso la pienezza della verità da cui lo chiama e lo attende il suo Maestro e Signore.
È questa modalità veramente sublime. Si lascia all’altro la decisione, dopo aver messo il cuore dinanzi all’unica decisione possibile.
Si prospetta all’altro una via universale di salvezza e la si prospetta come via per amare secondo verità Cristo e in Cristo i fratelli, alla maniera di Cristo Gesù.
Solo lo Spirito Santo può operare simili cose. Quando lo Spirito muove un cuore, illumina una mente, guida la volontà, di simili cose se ne operano tante, tantissime.
Il mondo è cambiato dallo Spirito Santo che agisce attraverso un uomo che ama veramente Cristo Gesù.
[10]TI  PREGO DUNQUE PER IL MIO FIGLIO, CHE HO GENERATO IN CATENE,
San Paolo, stabilisce subito qual è il rapporto tra la persona per cui sta per chiedere la “grazia” e se stesso.
Questo rapporto è di figliolanza.
Si tratta però di una figliolanza particolare, unica.
C’è tuttavia subito da precisare che non si tratta di una figliolanza terrena, umana, di un figlio generato secondo la carne.
Si tratta invece di un figlio generato secondo la fede.
Altra cosa da precisare è questa: la generazione è avvenuta in catene, in un momento particolare, assai doloroso della vita di Paolo.
Paolo, tra le catene, nella sofferenza dovuta alla privazione della libertà, ha dato la vita soprannaturale ad un uomo, lo ha condotto alla fede, ne ha fatto un vero figlio di Dio.
L’amore di Paolo per Cristo non si è fermato neanche nel carcere. Anche da prigioniero ha continuato ad annunziare il Vangelo, a produrre frutti di Vangelo, a generare uomini a Dio secondo la fede, la carità e la speranza che sono in Cristo Gesù.
È una vera relazione di paternità e di figliolanza spirituale.
Questa vera paternità e vera figliolanza dovrebbe cambiare il rapporto tra chi genera alla fede e chi è generato, tra chi riceve la vita secondo Dio e chi la dona.
Questo rapporto dovrebbe essere sempre indelebile nella mente e nel cuore, anche perché non solo bisogna generare alla vita, bisogna anche che la vita generata sia portata a maturazione attraverso l’esercizio della paternità spirituale, vera paternità secondo la fede.
Questo rapporto implica cioè un dovere mai estinguibile di impegno ministeriale perché la nuova vita generata giunga a perfetta maturazione. È come quando si pianta un albero. Non è sufficiente piantarlo, è anche giusto e doveroso seguirne passo, passo la crescita, apportando tutte quelle iniziative necessarie perché all’albero non manchi nulla di tutto quanto gli è necessario per una crescita armoniosa, libera, santa.
Purtroppo c’è da lamentare un quasi distacco, un abbandono. È come se non ci fosse più nessuna relazione.
Invece la vera paternità spirituale dovrebbe essere considerata superiore alla paternità secondo la carne.
Se per la paternità secondo la carne si è disposti a tutto, a molto di più si dovrebbe essere disposti per la cura della figliolanza secondo lo spirito, o la fede.
Anche questa relazione dovrebbe essere ricondotta nell’alveo della verità evangelica, della carità crocifissa di Gesù Signore.
Paolo per questo figlio si interessa, prega, interviene, lo raccomanda, lo affida. Lo affida però come un vero figlio, non un figlio da abbandonare, da lasciare, da consegnare al proprio destino perché lo segua sino alla fine.
Questo di Paolo è vero amore, è vero amore evangelico; vero amore cristiano; vero amore di parentela spirituale.
Da Paolo tutti dovremmo imparare ad amare in modo diverso, santo, alla maniera di Cristo Gesù.
Paolo prega Filèmone per questo suo figlio che ha generato in catene e cosa gli chiede?
[11]ONÈSIMO,  QUELLO CHE UN GIORNO TI FU INUTILE, MA ORA È UTILE A TE E A ME.
Onèsimo è uno schiavo. È schiavo di Filèmone.
Questo schiavo un giorno fu inutile a Filèmone perché scappò via, rompendo i legami della schiavitù.
Ora è utile a Paolo perché suo vero figlio secondo la fede.
È anche utile a Filèmone perché ritorna da lui e quindi ne può fare un buon uso.
Da precisare che secondo la legge antica uno schiavo era sempre proprietà del suo padrone.
Anche se fosse riuscito a rompere le catene di ferro che lo tenevano prigioniero, mai venivano rotte le catene legali.
Uno schiavo rimaneva per sempre schiavo. A meno che il padrone non gli concedesse la libertà e lo affrancasse dalla dura schiavitù. In questo caso ne faceva un liberto, un uomo libero dalla schiavitù.
Essendo Onèsimo proprietà di Filèmone, solo lui può decidere della sua sorte, solo lui può stabilire cosa farne.
Per questo Paolo prega Filèmone. Lo prega in quanto legittimo proprietario di Onèsimo. Nel pregarlo però gli dice una grande verità.
Quest’uomo non è più lo stesso. Ad una schiavitù fisica ne ha aggiunto un’altra: quella spirituale. Ora è schiavo di Cristo Gesù. Gesù è il suo proprietario spirituale, il proprietario della sua anima e del suo spirito, della sua volontà e del suo cuore.
Questo nuovo proprietario vuole che il rapporto con i proprietari del corpo sia vissuto nell’amore, nella sottomissione, nell’obbedienza, nel servizio amorevole, nella dedizione, nel sacrificio, senza ribellioni, senza contrasti, vivendo la virtù della mitezza, della bontà, della misericordia, dell’arrendevolezza, della giustizia, anche quella secondo gli uomini.
Questo nuovo proprietario comanda l’amore, solo l’amore, nient’altro. L’amore per questo nuovo proprietario consiste in una sola cosa: dare la vita, consegnarla al servizio, nel silenzio dell’anima, nella dedizione del corpo, nella sottomissione della volontà, nell’opera svolta con puntualità, rimanendo nella condizione in cui uno fu chiamato.
È questo il motivo per cui Onèsimo di sicuro sarà utile a Filèmone. Gli sarà utile perché vivrà il servizio secondo la legge di Cristo e non più secondo la passione, la ribellione che è nel cuore dell’uomo.
[12]TE L’HO  RIMANDATO, LUI, IL MIO CUORE.
Prima Onèsimo era stata definito da Paolo, suo figlio, generato in catene.
Ora è detto il mio cuore.
Onèsimo è per Paolo il suo cuore, è se stesso, è la sua vita, è il suo amore, è la sua gioia, la sua speranza.
Come il cuore è tutto per una persona, così Onèsimo è tutto per Paolo.
L’amore tra Onèsimo e Paolo è così grande, così intenso, così forte, da farlo identificare con il proprio cuore.
Questa è la forza dell’amore in Cristo, vissuto secondo Cristo.
L’amore in Cristo non solo è unitivo, fa di due persone, o di più persone una cosa sola, un solo corpo, una sola vita, un sola storia, un solo amore.
In Paolo questo amore unitivo si fa amore identificativo. La persona dell’amante si identifica con la persona amata e tuttavia sono due persone e non una sola.
In questo ci si avvicina in qualche modo a ciò che avviene nel mistero della Trinità, nel quale le persone sono l’una nell’altra, senza identificazione, o perdendo l’identità personale, perché sono distinte e separate, altrimenti avremmo un modalismo in Dio e non vero mistero di unità della sostanza e trinità delle persone.
Nell’amore però vi è identificazione. Tutto l’amore del Padre è nel Figlio, tutto l’amore del Figlio è nel Padre. L’amore tra il Padre e il Figlio è anche Lui Persona, è lo Spirito Santo, Comunione Eterna dell’amore del Padre per il Figlio e dell’amore del Figlio per il Padre.
Fatte le debite proporzioni, e su una scala infinitamente distante, la stessa identificazione nell’amore si compie nella carità cristiana.
Paolo almeno sta vivendo questo tipo di amore identificativo. Tutto l’amore di Paolo è per Onèsimo, tutto l’amore di Onèsimo è per Paolo. Paolo sente l’amore per Onèsimo, sente l’amore di Onèsimo, per questo non esita a definire Onèsimo suo cuore.
A questo amore di identificazione dovremmo tutti giungere. Finché l’altro rimane fuori di noi, non è il nostro cuore, la nostra vita, noi mai potremo amare secondo verità, alla maniera di Cristo.
Se invece l’altro è noi stessi, il nostro cuore, quanto facciamo per noi lo facciamo anche per lui; quanto vogliamo per noi, lo vogliamo anche per lui.
Se c’è differenza di amore, significa che l’amore di Cristo in noi non è ancora perfetto e che noi nell’amore non siamo mossi dallo Spirito Santo di Dio, da quello Spirito che deve creare la perfetta identificazione d’amore, la comunione piena di carità con il fratello.
Su questo la pastorale deve operare una svolta. Non si può insegnare al cristiano solo l’osservanza di qualche comandamento. Il cristiano non è stato fatto cristiano per osservare uno, o due comandamenti dell’Antico Patto.
Il cristiano è stato fatto tale per osservare la legge dell’amore di Cristo in ogni sua parte.
Questa legge ha un solo principio operativo: identificarsi con l’altro fino a donare la vita per l’altro, più che per noi stessi.
Se qualcosa per noi non riusciremmo mai a farla, per il fratello dobbiamo avere la forza, l’amore, la carità, la fede di farla fino in fondo.
Per noi no, per il fratello sì. Questo è l’amore alla maniera di Cristo ed è questa la vocazione del cristiano.
È inutile dire che un amore così perfetto si può solo fondare sull’osservanza piena di ogni comandamento dell’Antico Patto.
I comandamenti sono la base, il fondamento su cui innalzare il nostro edificio cristiano, la nostra identificazione d’amore con l’altro, con ogni altro.
Onèsimo viene rimandato a Filèmone, al suo unico e legittimo proprietario secondo la carne.
[13]AVREI VOLUTO TRATTENERLO PRESSO DI ME PERCHÉ MI SERVISSE IN VECE TUA NELLE CATENE CHE PORTO PER IL VANGELO.
Paolo, in base all’amicizia che lo legava a Filèmone, avrebbe potuto chiedere a quest’ultimo che gli facesse dono dello schiavo, di Onèsimo.
Avrebbe potuto chiedere un così grande favore e di certo Filèmone non glielo avrebbe mai negato.
Abbiamo detto precedentemente che l’amore nel cristiano, per essere vero e perfetto, non deve nascere dalla mente del richiedente, deve nascere dalla volontà e dalla sapienza dello Spirito Santo.
Su questo, penso, è giusto che vi riflettiamo un po’, con più attenzione.
Il cristiano, dal momento in cui si lascia battezzare nelle acque del battesimo, cede la mente, il cuore, i sentimenti, la razionalità, la stessa anima al Signore, allo Spirito Santo, perché sia lui a governarli secondo verità, giustizia e carità.
Si tratta però di verità, giustizia e carità non secondo la norma evangelica già codificata, ma secondo la mozione attuale, voluta unicamente dallo Spirito Santo, compresa unicamente da Lui e non dall’uomo, o dalla persona che compie il gesto dell’amore.
Il cristiano non decide, ma neanche comprende, non è lui a volere e neanche lui a sapere perché si sceglie una via, anziché un’altra.
La comprensione piena della mozione dello Spirito che agisce in noi la possederemo a suo tempo, dopo, molto tempo dopo.
Prima è necessario che lo Spirito agisca in noi secondo la sua potenza soprannaturale d’amore; prima è giusto che noi ci abbandoniamo totalmente allo Spirito del Signore, in seguito, per quello che possiamo comprendere, ci verrà fatto conoscere il mistero racchiuso in una determinata azione che ci è stato chiesto di operare. Anzi, non chiesto, verso cui siamo stati mossi ad agire.
Paolo sa che è mosso dallo Spirito Santo. Di sicuro prega perché lo Spirito lo muova secondo i voleri divini.
Di certo non ha la piena comprensione del mistero. Questa piena comprensione a nessun mortale è concessa al momento dell’azione. Questa piena comprensione è solo di Cristo Gesù.
Sappiamo della Madre di Gesù che non sempre comprendeva ciò che avveniva attorno a Lei. Ma Lei viveva ogni cosa, amandola e custodendola nel cuore, attendendo di comprendere le meraviglie che il signore operava attraverso di Lei e attorno a Lei.
Perché Paolo sceglie di rimandarlo e non di tenerlo, non è lui a deciderlo. È lo Spirito che opera in lui.
Chi si lascia muovere dallo Spirito Santo agisce. Lui non comprende. Neanche gli altri comprendono.
Qual è allora la differenza?
La differenza è una sola. Chi è nella pienezza dello Spirito cammina secondo lo Spirito, perché la sua carne non oppone resistenza alla sua mozione. Però non comprende.
Chi è senza lo Spirito, pensa ancora secondo la carne. Non solo non segue la mozione dello Spirito. Vorrebbe anche impedirla negli altri. La vuole impedire perché non la comprende.
Vuole impedirla perché la valuta secondo la carne e non secondo lo Spirito Santo.
Ognuno di noi è chiamato a verificarsi, almeno a sapere che si lascia muovere dallo Spirito di Dio, se lascia che lo Spirito del Signore muova gli altri secondo la sua libera volontà, non soggetta ad alcuna discrezione o discernimento umano.
Ognuno è chiamato a verificarsi e la verifica consiste in una sola verità: quando ci troviamo dinanzi ad una persona che sappiamo mossa perennemente dallo Spirito di Dio, se ci scandalizziamo dinanzi ad una sua opera, se vogliamo che quell’opera non sia fatta, se in qualche modo diamo noi le regole perché l’opera sia fatta o non sia fatta, allora è certo: ancora lo Spirito del Signore non è forte in noi.
Ancora in noi agisce la carne, le passioni ingannatrici, il peccato non è stato del tutto estirpato dalle nostre membra e in qualche modo ci condiziona.
L’altro diventa così il metro, la verifica della nostra crescita spirituale. Sappiamo dove siamo confrontandoci con la mozione che lo Spirito di Dio esercita negli altri.
L’altro, che è mosso sempre dallo Spirito, diviene il segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri dei nostri cuori.
[14]MA NON HO VOLUTO FAR NULLA  SENZA IL TUO PARERE, PERCHÉ IL BENE CHE FARAI NON SAPESSE DI  COSTRIZIONE, MA FOSSE SPONTANEO.
È questa la regola suprema della legge evangelica.
L’obbedienza alla verità, alla carità, alla speranza, mai deve essere un rapporto tra un uomo e un uomo, tra un uomo che comanda e l’altro che obbedisce. Comanda un uomo in nome di Dio, si obbedisce all’uomo che dice di parlare in nome di Dio, al posto di Dio, in vece di Dio.
Paolo non vuole questo tipo di obbedienza, né desidera che i rapporti tra i cristiani siano costruiti su un simile modo di pensare.
Lui vuole invece, desidera che chi è al posto di Dio, sia al posto di Dio per manifestare la via della verità, della carità, della speranza; sia al posto di Dio per indicare agli uomini la via migliore di tutte nel vivere il nostro rapporto esclusivo con il Signore, amando e servendo i fratelli.
Una volta che la verità è stata manifestata, la via migliore di tutte è stata indicata, è obbligo dell’altro sceglierla, farla propria, farla divenire sua propria verità, sua propria speranza, sua propria carità.
Chi ha il posto di Dio non impone. Chi ha il posto di Dio illumina, rivela, manifesta, compie lui per primo.
Chi ha il posto di Dio è servo della verità, della carità, della speranza, della Parola, dell’esatta interpretazione della Parola.
Il resto non gli compete, perché il resto appartiene all’uomo che vuole entrare nella vita eterna e se vuole entrare nella vita eterna.
Il resto appartiene all’uomo che vuole amare secondo verità e se vuole amare secondo verità.
Il resto appartiene al singolo, che deve scegliere di volta in volta come amare il Signore nel più alto grado di perfezione morale.
L’apostolo del Signore, o chi ha il posto di Dio nella comunità, è chiamato a manifestare questo più alto grado di amore. Una volta che questo è stato fatto, finisce il suo mandato, inizia la responsabilità dell’altro di far propria la verità indicata e di compierla nella più alta carità possibile ad un cuore umano.
Ecco allora che ci sono decisioni che sono dell’apostolo e decisioni di colui che l’apostolo è chiamato ad illuminare con la luce della divina verità, compresa nella sua più pura essenza.
Decisione dell’apostolo è trovare in ogni circostanza la più pura delle verità, la più santa delle carità, la più elevata speranza. Questa decisione appartiene a lui solo. È sua e solo lui la può prendere.
Decisione di chi è guidato dall’apostolo è quella di far sua la verità, la carità, la speranza prospettata dall’apostolo e compierla come sua propria volontà.
La luce divina proiettata sulla terra e nei cuori dall’apostolo del Signore deve divenire luce del singolo, luce propria, come se sgorgasse dal suo cuore e dai suoi occhi e con essa illuminare l’intera esistenza, fino alla prossima luce ancora più intensa e più santa.
La verità divina conosciuta per annunzio si fa verità propria dell’anima; la carità di Cristo manifestata per predicazione si fa carità del cuore; la speranza della vita eterna appresa nella sua forma più alta si fa speranza di ogni sentimento dell’uomo, per cui l’uomo inizia a vedere, ad amare, a camminare con questa nuova forma di vita, ma non perché gli è imposta dall’esterno, ma perché nasce dal suo interno, sgorga dal suo cuore, nasce dalla sua anima.
È questa la spontaneità che Paolo vuole, che Dio domanda, che lo Spirito Santo suggerisce ai cuori.
È questa la forma sempre santa per regolare ogni rapporto tra chi ha il posto di Dio nella comunità con chi si deve lasciare guidare e condurre verso una verità sempre più piena, più intensa, più santa.
In questo caso si lascia spazio, tutto lo spazio allo Spirito Santo, il quale potrebbe direttamente indicare al singolo la via migliore di tutte per amare.
Lo Spirito che si manifesta al singolo deve essere riconosciuto da chi ha il posto di Dio nella comunità, perché in seno alla comunità dei figli di Dio, la via indicata dallo Spirito al singolo possa essere percorsa come vera via di Dio e non come semplice sentimento o volontà dell’uomo.
È questo il motivo per cui la decisione deve essere del singolo e non dell’apostolo del Signore.
Deve essere del singolo perché sia sull’apostolo di Dio che sul singolo chi governa è il Signore e il Signore si può servire dell’apostolo di Dio per manifestare al singolo la via migliore di tutte per amare, ma anche si potrebbe servire del singolo per indicare alla comunità una via più santa sulla quale incamminarsi.
Se il rapporto non è di libertà, di spontaneità, chi viene ad essere asservito all’uomo è il Signore. Non avremo più fede, ma pura idolatria. Si servirebbe l’uomo e non più il Signore.
Per questo è giusto che l’ultima decisione spetti alla singola persona e mai all’apostolo del Signore.
Se si rispetterà questa regola, i frutti di grazia e di verità saranno abbondanti in una comunità, altrimenti il pericolo è uno solo: si estingue lo Spirito nei cuori, perché si è spenta la volontà del singolo, si è estinta la sua spontaneità nel seguire la mozione dello Spirito Santo.
Questa regola non sempre viene osservata. Una buona sua osservanza sarebbe più che necessaria, più che utile, sarebbe indispensabile.

Publié dans:Lettera a Filemone |on 5 février, 2013 |Pas de commentaires »

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE – CAPITOLO PRIMO

 http://www.movimentoapostolico.it/filemone/testi/capitoli/filemone1.htm

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE

CAPITOLO PRIMO

(sono 18 citazioni e commenti, metto i primi 9)

INDIRIZZO E RINGRAZIAMENTO

[1]PAOLO, PRIGIONIERO DI CRISTO GESÙ, E IL FRATELLO TIMÒTEO AL NOSTRO CARO COLLABORATORE FILÈMONE,
Chi scrive la lettera è Paolo e il fratello Timoteo.
Paolo si definisce prigioniero di Cristo Gesù.
Bisogna dare a questa espressione una duplice connotazione: prigioniero a causa della fede in Cristo Gesù.
Ma anche: prigioniero dell’amore di Cristo Gesù.
Il carcere di Paolo è un carcere spirituale, è il carcere dell’amore di Cristo. Da questo amore egli si è lasciato imprigionare ed egli vive solo per questo amore e di questo amore.
In questo amore egli consuma la sua vita. Egli è sorretto da questo amore e senza questo amore morirebbe.
Chi ha conosciuto l’amore vero di Cristo e da questo amore si è lasciato conquistare, incarcerare, imprigionare, senza questo amore è come se fosse avvolto dalla morte, è come se si trovasse già nelle tenebre dell’inferno.
È l’inferno già su questa terra per tutti coloro che hanno conosciuto il vero amore di Cristo Gesù e poi lo hanno abbandonato.
Timoteo per Paolo è un vero fratello.
Il fratello è uno che condivide la stessa vita ed è legato da un legame di sangue.
Il sangue che lega Paolo a Timoteo è spirituale, è il sangue di Cristo, è la verità evangelica, è la carità del pastore che è una e la stessa in Paolo e in Timoteo.
Paolo ama con il cuore di Cristo e di Timoteo. Ama con il sangue di Cristo e di Timoteo. Ma anche Timoteo ama con il sangue di Paolo e di Cristo. Ama con il cuore di Paolo e di Cristo.  Un solo cuore, un solo amore, un solo sangue, una sola opera di salvezza.
È questa la vera fratellanza che dobbiamo costruire, edificare nella Chiesa di Dio.
È però una fratellanza assai difficile da costruire. Perché la si possa edificare è necessario che il cuore di Cristo, il suo amore, la sua verità, la sua carità sia in tutti i cuori. C’è un solo sangue che deve divenire la nostra vita, che deve scorrere in noi e questo sangue è quello di Cristo Gesù.
Questo sangue scorre quando c’è la sua verità in noi assieme alla sua carità.
È questo unico e solo sangue che ci fa fratelli gli uni degli altri, ci fa vivere gli uni per gli altri, ma anche ci fa vivere gli uni negli altri.
La lettera è scritta al nostro caro collaboratore Filèmone.
Filèmone è per Paolo e Timoteo un caro collaboratore.
Di lui non si conosce nessuna altra notizia, se non quelle contenute in questa lettera.
Filèmone è caro, perché prezioso. È prezioso perché insieme a Paolo e Timoteo è impegnato nella diffusione del Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
La collaborazione per Paolo è una sola: è collaborazione non con  Paolo, non con Timoteo, è prima di tutto collaborazione con Cristo.
La missione è di Cristo. Cristo l’ha consegnata agli Apostoli. Sono loro che devono farla continuare sino alla consumazione dei secoli.
La missione è una. Di questa missione tutti sono collaboratori. Collaborano cioè con Cristo perché essa sia svolta secondo verità, santità, giustizia, perseveranza, universalità, comunione, carità.
Tuttavia in questa missione varia e differente è la responsabilità. Poiché la suprema responsabilità è quella apostolica, tutti gli altri sono in vario modo e grado collaboratori della missione apostolica, che è continuazione della missione di Cristo.
Una sola missione, diversi gradi di collaborazione. Tutto però deve essere visto in Cristo, con Cristo, per Cristo.
[2]ALLA SORELLA APPIA, AD ARCHIPPO NOSTRO COMPAGNO D’ARMI E ALLA COMUNITÀ CHE SI RADUNA NELLA TUA CASA:
La lettera è indirizzata a Filèmone, alla sorella Appia, ad Archippo, alla comunità che si raduna nella casa di Filèmone.
Di Appia non sappiamo altro. È questa l’unica e sola volta in cui viene nominata, ricordata.
Di Archippo, oltre a sapere che è stato compagno d’armi di Paolo, senza sapere però le circostanze, i luoghi, i tempi e i momenti in cui vi è stata questa compagnia, conosciamo anche dalla Lettera ai Colossesi una particolare esortazione di Paolo nei suoi riguardi: “Dite ad Archippo: Considera il ministero che hai ricevuto nel Signore e vedi di compierlo bene” (Col 4,17).
Di sicuro c’era stata una qualche caduta nello zelo e nell’amore e Paolo lo riprende perché possa ritornare nella santità di un tempo.
Un ministero che non si svolge nella santità, non serve alla comunità.
In questo versetto viene rivelato come viveva la prima comunità cristiana. Essa non aveva templi, non aveva Basiliche, non aveva Cattedrali, non aveva Chiese, né piccole, né grandi per l’esercizio del culto. Il culto stesso era vissuto nell’essenziale.
Le case private erano adibite per le riunioni della comunità cristiana. La casa dell’uomo diveniva per un certo tempo casa della comunità cristiana. L’uomo prestava a Dio la sua casa perché la sua comunità potesse riunirsi per ascoltare la Parola, per celebrare la Cena del Signore, per vivere i momenti di crescita nella verità e nella carità.
La bellezza del Vangelo è la sua essenza di essere senza forme, per assumerle tutte, ma anche per abbandonarle tutte, se queste non sono più per l’uomo.
La verità invece rimane in eterno. La Parola di Gesù è senza tempo e senza forme. Questa è la sua bellezza divina. A questa bellezza la Chiesa deve sempre guardare se vuole essere a servizio dell’uomo, altrimenti si troverà a rendere schiavo l’uomo delle forme e dei sistemi che la storia ha creato per il servizio dell’uomo.
Quando leggo la storia che il Vangelo ha saputo creare per incarnarsi nel tempo, mi vengono sempre in mente le Parole del Libro della Sapienza, scritte sulla Sapienza (7,21-30):
“Tutto ciò che è nascosto e ciò che è palese io lo so, poiché mi ha istruito la sapienza, artefice di tutte le cose.
In essa c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senza affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi.
La sapienza è il più agile di tutti i moti; per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa. E` un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra.
E` un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà. Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti.
Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza. Essa in realtà è più bella del sole e supera ogni costellazione di astri; paragonata alla luce, risulta superiore; a questa, infatti, succede la notte, ma contro la sapienza la malvagità non può prevalere”.
Il Vangelo è questa sapienza di Dio che pervade ogni cosa, senza mai essere pervaso da nessuna cosa.
Il Vangelo trasforma ogni storia, senza mai poter essere trasformato dalla storia. Quando la storia trasforma il Vangelo è il segno che il Vangelo è morto.
I Santi sono la sapienza vivente del Vangelo e la vita perenne della sapienza. In loro vive il Vangelo, perché vive la Sapienza. In loro vive la Sapienza perché vive lo Spirito Santo, origine e fonte di ogni Sapienza.
Essi aggiornano la storia al Vangelo e rendono il Vangelo vivo e vivente nel cuore di ogni uomo.
Questa verità è giusto che ognuno la faccia sua propria verità e non confonda mai l’incarnazione del Vangelo nella storia con l’essenza stessa del Vangelo, o con la sua forma. Questo però richiede che in noi abiti e dimori la Sapienza, perché solo con la sua luce viva riusciamo a distinguere essenza eterna del Vangelo e sue forme storiche, necessarie ad un uomo storico che vive in un tempo ma che non servono più ad un altro uomo che vive in un altro tempo.
La santità del Vangelo esige che lo si mantenga sempre in vita e lo si mantiene in vita se si aggiorna la storia con il Vangelo.
Oggi possiamo affermare che in molti cuori il Vangelo è come morto. Giace in essi sotterrato, sigillato, chiuso ermeticamente.
La nostra vocazione, quella del Movimento Apostolico, è quella di risuscitare il Vangelo, di farlo ritornare in vita in ogni cuore, nel mondo intero.
È una missione esigente, impegnativa, coraggiosa. Perché la si possa svolgere e attuare con efficacia è necessario prima di ogni cosa che il Vangelo risusciti e viva con tutta la sua potenza di fede, di carità e di speranza nei nostri cuori.
Il missionario è colui che è risorto al Vangelo perché il Vangelo è risorto nel suo cuore. Può compiere la missione perché può mostrare il Vangelo al vivo, nello splendore della sua potenza di verità, di grazia, di santità.
[3]GRAZIA  A VOI E PACE DA DIO NOSTRO PADRE E DAL SIGNORE GESÙ CRISTO.
L’AUGURIO DI SALUTO È QUELLO DI SEMPRE.
PAOLO VUOLE CHE FILÈMONE E TUTTI  QUELLI CHE SI RADUNANO NELLA SUA CASA SIANO RICOLMI DELLA GRAZIA E DELLA PACE.
LA GRAZIA E LA PACE SONO DONO DI DIO E DI CRISTO GESÙ.
DIO È NOSTRO PADRE. CRISTO GESÙ È IL SIGNORE.
Sappiamo cosa è la grazia. Sappiamo cosa è la pace. La grazia è il dono che ci redime, ci giustifica, ci salva, ci santifica, ci spinge a camminare nella via della verità e della giustizia.
La grazia è il dono della santificazione dell’uomo: dal primo istante della sua conversione fino all’ultimo momento della sua santificazione. Ogni cosa che il cristiano fa, ogni opera di bene per sé e per gli altri è opera della grazia divina.
Questa grazia deve essere sempre nel cuore e deve abbondare. Nella grazia si cresce. Nella grazia si portano frutti di vita eterna.
Chi non cresce nella grazia non sarà mai sufficientemente forte per operare tutto il bene che Dio ha disposto per lui; né mai sufficientemente forte per vincere la tentazione che segue il cristiano come l’ombra segue un corpo.
Nella grazia si cresce con la preghiera, ma anche vincendo il male e facendo tutto il bene. Ogni atto di amore, nella verità e nella giustizia, per il Signore e per gli uomini ci fa crescere in grazia. Ogni tentazione non superata ci fa decrescere nella grazia e quindi ci rende più deboli per le successive tentazioni.
Nell’abbondanza della grazia si è capaci di seguire ogni mozione dello Spirito Santo. Senza la grazia si segue la carne e le sue passioni ingannatrici.
La pace invece è la giusta relazione di figliolanza e di fratellanza ritrovata con Dio e con gli uomini, frutto della redenzione soggettiva che si è compiuta dentro di noi.
La pace, come la grazia, deve crescere in noi. Crescendo si è sempre pronti a vivere relazioni di pace con il mondo intero, compreso il creato.
La regola unica, santa, sempre giusta, sempre attuale della pace è il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
Cristo Gesù è il dono della pace di Dio al genere umano e al mondo intero. La Parola di Gesù, il suo Santo Vangelo, compreso nella sapienza dello Spirito Santo, l’unica norma, l’unica regola della pace.
Ogni altra norma, o regola, per la costruzione della pace sulla terra non regge, perché non è secondo giustizia e verità, non sgorga dal cuore di Cristo e dal suo amore crocifisso per ogni uomo.
Dio è Padre. Per generazione Dio è Padre di una sola Persona: il Suo Verbo Unigenito.
Per adozione è Padre di tutti quelli che sono stati rigenerati a nuova vita nelle acque del battesimo e sono divenuti in Cristo un solo corpo. Noi siamo figli di Dio nel Figlio Suo Gesù Cristo.
Per creazione è Padre di ogni uomo e dell’universo intero. Niente esiste se non perché creato da Lui. Niente esiste se non perché da Lui è stato voluto e chiamato all’esistenza.
La creazione dal nulla, per volontà di Dio, per la sua Parola onnipotente, è verità centrale della nostra fede.
“Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili”. Questa è la nostra fede.
Gesù è il Signore. È Signore perché Dio. La Signoria sull’universo intero gli spetta per diritto divino, essendo Lui il Creatore, nell’unità del Padre e dello Spirito Santo, dell’universo.
È Signore però anche nella sua umanità, a causa del sacrificio che ha offerto al Padre sulla croce.
La Signoria alla Sua Umanità è la gloria che il Padre gli ha dato a motivo della sua umiliazione.
Lui si è umiliato per amore del Padre. Il Padre lo ha costituito Signore nella sua umanità. Come vero Uomo egli è Signore dell’universo intero. È anche giudice del mondo.
Anche questa è essenza e fondamento, sostanza e forma della nostra fede.
[4]RENDO SEMPRE GRAZIE A DIO RICORDANDOMI DI TE NELLE MIE  PREGHIERE,
Paolo, lo abbiamo già notato nelle altre Lettere, ha una relazione particolare con tutti i destinatari delle sue Lettere.
Egli vive in perenne rendimento di grazia per loro.
Loda, benedice, ringrazia Dio per loro.
Li presenta al Signore nelle sue preghiere.
Poiché il cuore di Paolo è perennemente elevato in Dio, perennemente sono elevati in Dio quanti hanno avuto con lui una qualche relazione di grazia e di verità.
Ricordarsi nelle preghiere degli altri, ringraziare Dio per gli altri, è vera comunione di amore, nella verità e nel sacrificio di Cristo Gesù.
Cristo Gesù nel Cielo vive il suo perenne sacrificio di preghiera, di lode, di ringraziamento, di impetrazione di grazia e di misericordia per tutti gli uomini, per i quali ha offerto il suo sacrificio di salvezza.
I discepoli di Gesù, in Cristo, nella sua grazia e nella sua verità, vivono il suo stesso sacrificio di lode e di benedizione, di ringraziamento e di impetrazione di ogni grazia per i loro fratelli. Questa comunione nella preghiera è la più alta forma della carità. Se ad essa si aggiunge l’offerta della nostra vita, noi diamo proseguimento perfetto al sacrificio di Cristo. Noi compiamo ora ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo, che è la Chiesa.
È questo il vero modo di relazionarci con gli altri, con il mondo intero.
In Cristo, per Cristo, con Cristo siamo chiamati a partecipare alla redenzione del mondo, di ogni uomo.
Come si partecipa alla redenzione del mondo se non nella stessa forma e maniera in cui la ha operata Cristo Gesù?
Cristo Gesù la ha operata pregando e offrendo, pregando ed offrendosi a Dio, donando il suo corpo, la sua vita sul legno della croce.
Il cristiano vi partecipa pregando costantemente per i suoi fratelli, offrendo per loro la vita a Dio, perché il Signore abbia di loro misericordia, pietà e li ricolmi con la sua grazia e la sua bontà.
Questa via bisogna inculcare ad ogni discepolo di Gesù. Se non si dona la vita per i fratelli, se non si prega per loro, nessuna redenzione sarà mai possibile. Quella di Cristo è già pronta per loro, perché sia efficace dobbiamo aggiungere la nostra preghiera e la nostra offerta.
Paolo offre a Dio la sua preghiera e l’offerta concreta di se stesso per la redenzione dei fratelli e la salvezza si compie. Molte anime per la sua opera si convertono a Dio, lo riconoscono come unico loro Signore.
[5]PERCHÉ SENTO PARLARE DELLA TUA CARITÀ PER GLI ALTRI E DELLA  FEDE CHE HAI NEL SIGNORE GESÙ E VERSO TUTTI I SANTI.
Si prega e si offre la vita perché i fratelli si convertono.
Si ringrazia il Signore invece per ogni opera buona che i fratelli compiono. Si ringrazia il Signore perché ogni opera buona fatta da noi o dai fratelli è un dono del suo amore.
Dio solo è buono. Dio solo è fonte di ogni bene. Dio solo è giusto. Solo Lui fonte di ogni giustizia che si trova e si vive nel cuore dell’uomo.
Solo per sua grazia noi possiamo amare, volere il bene, compiere opere buone, rispondere alla grazia.
Per grazia si vive nella grazia e per grazia si cresce in grazia, per grazia si opera secondo la grazia, per grazia si producono frutti di grazia e di misericordia.
Per questo motivo bisogna ringraziare il Signore. Lo si ringrazia riconoscendolo come Padre di ogni opera di bene che la sua grazia ha operato e generato in noi.
Paolo ringrazia Dio perché in Filèmone la grazia opera frutti di carità e di fede. Lo ringrazia perché la grazia di Dio conserva Filèmone nella fede di Gesù Cristo. Lo ringrazia perché la carità non è solo verso Dio, ma anche verso i fratelli. D’altronde nessuna carità verso Dio sarebbe vera, autenticamente santa, se non è anche vera, autentica carità verso il fratelli.
Filèmone è uomo di carità e di fede. Con la fede crede nella verità di Cristo, nel suo Messaggio di Salvezza, nella Sua Parola apportatrice di salvezza. Con la carità traduce in atti concreti tutto l’amore che Cristo Gesù ha riversato nel suo cuore.
La prima forma della carità è la sottomissione a Dio Padre e ci si sottomette a Dio ascoltando la sua Parola e mettendola in pratica.
In tal senso fede e carità sono un unico principio di amore. Senza la fede, la carità non sarebbe vera; senza la carità la vera fede che è in noi sarebbe morta.
Fede e carità devono essere un unico principio di operazione del cristiano. La fede detta la regola della carità; la carità detta la regola della vera fede.
Ama chi crede in ogni Parola che è uscita dalla bocca di Cristo e la mette in pratica. Ha fede chi trasforma in carità ogni Parola che Gesù ha vissuto per noi e ci ha insegnato come viverla.
La fede di Cristo è vissuta tutta e interamente nel suo atto di carità sulla croce.
La più alta forma di carità e di fede sulla croce diventano un solo, unico, inseparabile sacrificio: sacrificio di fede, sacrificio di carità.
In Filèmone fede e carità sono già una bellissima realtà e per questo Paolo ringrazia il Signore.
[6]LA TUA PARTECIPAZIONE ALLA FEDE DIVENTI EFFICACE PER LA CONOSCENZA DI TUTTO IL  BENE CHE SI FA TRA VOI PER CRISTO.
Si è già detto precedentemente che nella fede, nella grazia, nella carità bisogna costantemente crescere.
Paolo vuole che la partecipazione di Filèmone alla fede sia sempre efficace. È efficace se ogni giorno diventa più efficace, cioè più operosa.
Questa partecipazione alla fede si fa efficace se c’è una comunione di conoscenza di tutto il bene che nella comunità si fa per Cristo.
Il fine del bene è sempre Cristo. Il bene si fa per grazia di Cristo Gesù. Il bene, ogni bene si fa in Cristo, ma anche si fa a Cristo, al suo corpo, ad ogni altro uomo, perché diventi corpo di Cristo, o perché Cristo con lui si è identificato.
Far conoscere il bene che si fa, senza dire come lo si fa, o chi lo fa, per non incorrere nel peccato della superbia, o della vanagloria, aiuta gli altri a crescere nel bene, a vivere una più grande carità.
Su questo penso noi cristiani dovremmo essere più incisivi, più aperti, più comunionali.
Dovremmo spronarci gli uni gli altri ad amare di più il Signore servendo l’uomo, ad avere più fede in Dio ascoltando e vivendo ogni sua Parola.
In questo ci può essere di sprone, di incitamento, di invito, sia la fede che la carità dei fratelli.
Per questo è giusto, sempre conservando la carità evangelica e la stessa umiltà di Cristo Gesù, che i fratelli sappiamo tutto di tutti, tutto il bene che uno fa lo venga a conoscere l’altro, perché anche l’altro si impegni a realizzare una più grande fede e una più forte e più intensa carità.
Su questo argomento molte volte non si hanno idee chiare. Si pensa che tutto debba essere nascosto, taciuto.
Il bene che si fa non deve essere motivo di esaltazione, di superbia, di vanagloria, di umiliazione del fratello. Questo è senz’altro vero.
Il bene che si fa è opera e come tale non deve restare nascosto. C’è una giusta predicazione e manifestazione del bene che deve essere fatta in modo che i nostri fratelli nella fede si spronino reciprocamente ad avere una fede efficace, più efficace nelle opere buone.
La comunità ha bisogno di essere sostenuta dalla carità e dall’amore dei fratelli. Ha bisogno di trovare nella carità e nell’amore degli altri la forza, il coraggio, la determinazione, la giusta volontà per perseverare sempre in ogni opera buona.
Il pensiero di Paolo è ora chiaro: ogni cristiano è chiamato a partecipare alla fede. Si partecipa alla fede attraverso la vita di carità, le opere di misericordia.
Quando carità e fede, fede e carità si uniscono la fede dona forza alla carità e la carità dona vigore alla fede.
La singola persona potrebbe rischiare di perdersi, arenarsi, sconfortarsi, abbattersi, restare schiacciata dal bene che si deve fare, pensandosi sola nel dover affrontare ogni opera di carità.
Invece conoscendo il bene dei fratelli, si riceve quella energia sempre nuova che spinge sempre ad andare avanti.
Non so se il caso lo si è già trattato in qualche commento. Quando ci si pensa soli, si rischia di cadere nella delusione di Elia. Anche Elia si sentiva solo nel difendere la fede nel vero Dio.
Chi si sente solo, cade nello smarrimento, si abbatte, rinuncia, si ritira. Troppo grande è il bisogno, troppo piccolo è l’apporto del singolo, quasi un niente.
Il Signore rassicura Elia che non è solo e lo rimanda a continuare la sua missione in mezzo al suo popolo.
Il racconto merita tutta la nostra attenzione. Si trova nel capitolo 19 del Primo Libro dei Re.  Elia aveva sfidato e abbattuto sul monte i falsi profeti del Dio Baal. Inizia così il successivo racconto:
“Acab riferì a Gezabele ciò che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: Gli dei mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso te come uno di quelli.
Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo. Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri.
Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: Alzati e mangia! Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino.
Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb. Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: Che fai qui, Elia?.
Egli rispose: Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita.
Gli fu detto: Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero.
Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: Che fai qui, Elia?
Egli rispose: Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita.
Il Signore gli disse: Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Hazaèl come re di Aram. Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsi, come re di Israele e ungerai Eliseo figlio di Safàt, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto. Se uno scamperà dalla spada di Hazaèl, lo ucciderà Ieu; se uno scamperà dalla spada di Ieu, lo ucciderà Eliseo.
Io poi mi sono risparmiato in Israele settemila persone, quanti non hanno piegato le ginocchia a Baal e quanti non l’hanno baciato con la bocca.
Partito di lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safàt. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quegli lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò. Elia disse: Va’ e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te.
Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con gli attrezzi per arare ne fece cuocere la carne e la diede alla gente, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio”.
La forza della comunità cristiana è la sua comunione di fede e di carità, ma anche di conoscenza delle opere che si compiono.
La forza del singolo è la comunità. La forza della comunità è il singolo. La comunità nel singolo e il singolo nella comunità in una perfetta comunione di fede, di carità, di conoscenza, di rispetto, di gareggiamento, di superamento di ogni individualismo, in modo che tutta la comunità viva nel singolo e il singolo viva tutto nella comunità.
Quando questa armonia sarà realizzata in una comunità, questa comunità manifesta il Signore, lo rende presente.
Questa comunità è via di salvezza e di redenzione per il mondo intero.
È questa la nostra vocazione.
[7]LA TUA CARITÀ È STATA PER ME MOTIVO DI GRANDE GIOIA E CONSOLAZIONE, FRATELLO, POICHÉ IL CUORE DEI CREDENTI È  STATO CONFORTATO PER OPERA TUA.
Paolo è Apostolo di Gesù Cristo. Egli è posto in alto nella comunità. È suo pastore e guida, suo maestro, modello ed esempio in ogni cosa.
Anche lui è uomo. Anche lui deve sentirsi incoraggiato dai frutti che il Vangelo produce nel mondo.
Lo stile della comunità delle origini era proprio questo. Si raccontava quanto il Signore operava per loro tramite, perché tutti si sentissero incoraggiati, spronati a non desistere dalle opere buone.
Leggiamo negli Atti degli Apostoli (14,24-28), dopo il primo viaggio missionario compiuto da Paolo:
“Attraversata poi la Pisidia, raggiunsero la Panfilia e dopo avere predicato la parola di Dio a Perge, scesero ad Attalìa; di qui fecero vela per Antiochia là dove erano stati affidati alla grazia del Signore per l’impresa che avevano compiuto.
Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede. E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli”.
Paolo conosce la carità che anima il cuore di Filèmone. Questa carità vissuta, praticata, procura a Paolo grande gioia e consolazione.
Importante è scoprire il motivo. È questo che spiega ogni cosa. Il motivo non può essere che uno: il cuore dei credenti è stato confortato per opera tua.
Filèmone praticando la carità con cuore generoso, senza riserve, ha fatto sì che i suoi fratelli di fede si sentissero confortati, incoraggiati, spronati a credere con più fede nel Signore.
Quando la fede produce frutti di carità, chi li riceve o chi li vede, si sente più forte sia nella fede che nella carità.
È più forte perché vede la forza della fede che agisce. La nostra fede non è una parola sterile, vuota, un suono che irrompe nell’aria e basta.
La nostra fede è potenza di salvezza, è carità che commuove, è opera che convince, è santità che alimenta altra santità, è dono del proprio cuore ai fratelli perché in esso possano trovare sicurezza, certezza, speranza, consolazione, gioia, conforto.
Vedere l’altro che ama, avvertire e sentire il suo amore per noi aiuta la nostra fede, spinge la nostra carità, favorendo la crescita di tutta la comunità cristiana.
A volte basta un solo gesto d’amore perché tutto in una comunità ricominci a vivere.
Paolo vede la carità di Filèmone e l’aiuto che essa dona alla comunità nella sua vita di fede e di carità e per questo prova gioia e consolazione, grande gioia e consolazione.
Questa è la vera pastorale sul modello della quale dobbiamo ridare vita a tutte le nostre comunità.
Se riusciamo a fare questo tipo di pastorale, il nome di Cristo Gesù sarà di sicuro creduto nel mondo e il suo Vangelo amato tra i popoli.
Il Vangelo è amore. L’amore è opera. L’opera si vede. L’amore si vede. Chi vede crede, chi non vede, non crede.
Noi siamo chiamati a far vedere l’amore di Cristo al mondo intero. Come? Trasformando la nostra vita in un gesto perenne di amore.
RICHIESTA IN FAVORE DI ONESIMO
[8]PER QUESTO, PUR AVENDO IN CRISTO PIENA LIBERTÀ DI COMANDARTI CIÒ  CHE DEVI FARE,
Fino adesso Paolo si è limitato a descrivere ciò che avviene nella comunità ad opera di Filèmone e della sua grande carità.
È questo lo stile di Paolo. Si presenta, saluta, prega, ringrazia, annota il bene che si fa in una comunità, o anche il male, e solo in seguito passa a trattare il motivo per cui si è sentito in dovere di scrivere la Lettera.
In nessun caso bisogna pensare che Paolo abbia prima voluto accattivarsi la benevolenza di Filèmone, per poi chiedere un grande favore.
Chi conosce Paolo sa che questo non è il suo stile e soprattutto non è per lui metodo evangelico, né manifestazione del suo ministero apostolico.
L’autorità di Paolo non ha bisogno di preamboli. Egli sa chiedere e chiede ogni qualvolta ce bisogno, senza passare per preliminari inutili, vani, ingombranti.
Quanto prima ha detto è la pura verità. È verità che sta per se stessa. Noi lo abbiamo visto: è una bellissima pagina di pastorale sulla conduzione della comunità.
Cosa dice esattamente in questo versetto?
Dice che lui è apostolo di Gesù Cristo. Essendo apostolo ha un potere che gli viene da Cristo, che lo esercita in Cristo, che lo vive per Cristo.
Questo potere consiste nel dire esattamente qual è la volontà di Dio, conosciuta nella pienezza di verità, per opera dello Spirito Santo che lo illumina, lo guida, lo conduce verso la verità tutta intera.
Nella verità Paolo è libero. Egli è libero di dire sempre la verità di Cristo Gesù.
La verità di Cristo egli la può dire in ogni momento. Per questo egli è stato costituito apostolo di Cristo Gesù: per insegnare ad ogni uomo come si segue Cristo, come Cristo si serve e si ama nella sua Persona, ma anche nei fratelli.
La libertà in Paolo non è assoluta. Egli non può dire la verità quando vuole, come vuole, a chi vuole.
Se è vero apostolo di Cristo Gesù, deve dire la verità quando lo Spirito vuole, a chi lo Spirito vuole che sia detta, nelle forme e nelle modalità che lo Spirito suggerisce al cuore e all’intelligenza.
Come lo Spirito Santo conduce gli Apostoli verso la verità tutta intera, così lo stesso Spirito deve condurli nella modalità giusta e santa perché la verità sia accolta, messa in pratica, trasformata in frutto di vita e di salvezza.
La forma, la modalità è essenziale alla verità, non è indifferente alla verità.
Questo legame intrinseco tra verità e modalità deve essere sempre osservato, conservato, mantenuto.
Chi lo può conservare in noi è lo Spirito Santo. Se manca in noi lo Spirito che opera, e lo Spirito opera sempre nella nostra santità, noi non conserviamo più giusto e santo questo principio. I mali che si potrebbero produrre in un cuore potrebbero essere anche incalcolabili.
Questo è sempre avvenuto nella storia della Chiesa. È avvenuto ogni qualvolta un uomo si fa forte della verità, ma dimentica che le modalità sono spesso più essenziali della stessa verità che si vuole inculcare.
Per questo ogni uomo di Dio è obbligato a due cose: a lasciarsi condurre dallo Spirito in una verità sempre più grande; a lasciarsi suggerire da Lui le giuste modalità attraverso cui la verità conosciuta, da attuare, possa essere data ad un cuore perché la viva e cresca di grazia in grazia, fino alla pienezza della sua santificazione. Quest’obbligo lo può osservare però ad una sola condizione: che cresca ogni giorno in santità. È la santità che consente allo Spirito di abitare nel suo cuore. È la santità che toglie dal cuore tutti gli impedimenti di peccato che fanno sì che si sia sordi alla sua mozione, duri ad ogni suo suggerimento di modalità e di forme per la comunicazione della verità.
Paolo conosce sempre la giusta modalità perché una grande santità governa la sua anima e dimora nel suo cuore. Egli può essere vero, fedele, ascoltatore dello Spirito di Dio.
Questo principio spesso è ignorato. Si pensa che sia in ragione dell’ufficio o del ministero che uno sia capace di verità e di sane modalità.
Non è in ragione né dell’ufficio, né del ministero. È invece questione di santità e di Spirito Santo.
Il carisma del santo discernimento, del discernimento certo, non è dato al ministero. È dato al ministro in ragione della sua santità. Il discernimento è opera dello Spirito che abita in lui. Più grande è la santità, più grande sarà vero e giusto il discernimento.
Senza santità non può esserci vero discernimento, né giusto, né certo, né assoluto.
Solo per il Papa c’è il carisma dell’infallibilità. Ma esso è sottoposto alla legge che definisce e stabilisce i casi in cui l’infallibilità è possibile.
Negli altri casi è la santità l’unica via, via obbligata, per conoscere la verità tutta intera, per sapere le giuste modalità di intervento nella storia concreta degli uomini.
Libertà di dire e modalità per dire devono sempre essere esercitate nello Spirito Santo. Questa è la legge che governa l’agire dell’apostolo di Gesù Cristo.
[9]PREFERISCO PREGARTI IN NOME DELLA CARITÀ, COSÌ QUAL IO SONO, PAOLO, VECCHIO, E ORA ANCHE PRIGIONIERO PER CRISTO GESÙ;
La modalità di cui Paolo si serve in questo caso è la carità, l’amore.
La modalità è la preghiera, la richiesta umile, senza pretese.
La modalità è l’abbassamento.
La modalità è quella di farsi amico dell’amico e parlargli da amico.
La modalità è la parola detta al cuore e non più alla volontà perché obbedisca.
La modalità è lasciare all’altro libertà nel prendere la decisione. È l’altro che decide. Decide per amore. Decide dal profondo del suo cuore. Decide perché conquistato dalla carità di Paolo, che è carità di Cristo, che è carità di Dio Padre, nello Spirito Santo. La carità è la suprema legge per il cristiano, la suprema verità, la verità assoluta.
La carità è la nostra vocazione. Siamo chiamati ad amare l’altro allo stesso modo in cui lo ha amato Cristo.
Cristo lo ha amato appendendo il suo corpo sulla croce, offrendo la sua vita per lui. La sua vita al posto della vita del fratello. Questo è stato l’amore di Cristo Gesù.
Dinanzi alla legge della carità, che è assoluta, senza riserve, dono totale della nostra vita a Cristo, perché Cristo continui ad amare dall’alto della croce, il cristiano si scopre seguace di Cristo, o lontano da lui.
La carità manifesta la grandezza del nostro amore. Il nostro amore è grande, tanto grande quando è grande il dono che sappiamo fare di noi stessi ai fratelli.
Non solo Paolo fa appello alla carità, mostra se stesso come esempio vivente di carità.
Lui è ormai vecchio. Nella carità è invecchiato. È invecchiato esercitando nel mondo la carità di Cristo. Lui è vissuto per fare di carità il suo corpo, la sua anima, il suo spirito.
Lui è vissuto per lasciarsi consumare, invecchiare dalla carità. La carità lo ha reso vecchio, lo ha consumato, lo ha esaurito.
Tutto egli ha speso di sé per la carità, per amare, per essere di aiuto e di salvezza agli altri, al mondo intero.
In niente egli si è risparmiato. Tutte le sue energie sono state spese per la carità. Anche lui or può dire come Cristo sulla croce: consummatum est.
Il sacrificio è stato consumato, arso, bruciato dalla carità. Il sacrificio consumato è il suo corpo, la sua anima, il suo spirito. Tutto di lui è stato fatto un sacrificio d’amore per la salvezza dei suoi fratelli.
Anche il momento attuale è nella grande carità. Egli è privo della sua libertà. È prigioniero degli uomini, ma prima ancora è prigioniero dell’amore di Cristo Gesù.
È prigioniero degli uomini perché si è fatto volontariamente prigioniero di Cristo. Se non fosse prigioniero di Cristo per amore, mai sarebbe stato fatto prigioniero degli uomini.
La carità ha portato Cristo sulla croce, lo ha fatto prigioniero degli uomini.
La carità ha condotto Paolo in carcere, lo ha fato prigioniero dei suoi fratelli da salvare.
Filèmone è discepolo di Cristo, è discepolo di Paolo. Sarà anche lui vero discepolo se osserverà la legge della carità.
Come si vive la carità, Paolo glielo ha prospettato ponendo se stesso dinanzi ai suoi occhi.
Ora Filèmone sa cosa è la carità. Sa anche chi è il vero discepolo di Cristo Gesù, perché sa chi è Cristo Gesù.
A lui, solamente a lui, la scelta di seguire Cristo, o di non seguirlo. Nessuno glielo potrà imporre.
Anche lui dovrà ora scandagliare il suo cuore e trovare in esso le ragioni di un amore più grande. Queste ragioni non potrà trovarle se non nell’agire di Cristo, nella visione che Paolo gli ha prospettato di sé in brevissimi accenni.Se lui saprà fare questo, non soltanto continuerà ad essere seguace di Cristo Gesù, potrà dare al mondo intero una nuova via della carità e questa nuova via trasformerà il mondo. A volte infatti è sufficiente che uno solo apra una via nuova di amare, perché il mondo esca dal suo sonno di morte e si incammini verso la pienezza della verità da cui lo chiama e lo attende il suo Maestro e Signore.
È questa modalità veramente sublime. Si lascia all’altro la decisione, dopo aver messo il cuore dinanzi all’unica decisione possibile.
Si prospetta all’altro una via universale di salvezza e la si prospetta come via per amare secondo verità Cristo e in Cristo i fratelli, alla maniera di Cristo Gesù.
Solo lo Spirito Santo può operare simili cose. Quando lo Spirito muove un cuore, illumina una mente, guida la volontà, di simili cose se ne operano tante, tantissime.
Il mondo è cambiato dallo Spirito Santo che agisce attraverso un uomo che ama veramente Cristo Gesù.

Publié dans:Lettera a Filemone |on 4 février, 2013 |Pas de commentaires »

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE – PRESENTAZIONE

http://www.movimentoapostolico.it/filemone/testi/capitoli/presentaz.htm

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE

(sono 4 articoletti, i primi due oggi)

PRESENTAZIONE 

Il cuore di Paolo, l’immensità del suo amore per Cristo, è tutto rivelato, manifestato in questa Lettera. Paolo è il prigioniero di Cristo, prigioniero del suo amore, ma anche prigioniero a causa del suo amore.
Il suo cuore è prigioniero dell’amore di Cristo, è tutto di Cristo, vive ogni suo respiro per Cristo.
Il suo corpo è prigioniero a causa dell’amore di Cristo, che in lui è divenuto annunzio, evangelizzazione, predicazione del mistero di Cristo Gesù, invito ad ogni uomo a lasciare le vanità e le falsità della sua vita per lasciarsi anche lui rinnovare e santificare dall’amore di Cristo Gesù e dalla sua verità.
Paolo e il suo amore per Cristo Gesù sono una cosa sola. Per amare Cristo vive, in questo amore si consuma, si annienta; per questo amore si rinnega, fino a sopportare ogni cosa. Dall’amore di Cristo egli è stato fatto, nell’amore di Cristo egli ogni giorno si fa.
L’amore che lo fa, lo fa consumandolo, perché da questa consumazione nasca in Paolo un amore che, andando altre il tempo e la storia, diviene amore eterno, immersione totale del suo essere nell’essere di Cristo, in cui i veli della carne non esistono più, perché anche il corpo alla fine parteciperà della spiritualità, diverrà spirito, come spirito è attualmente il corpo del Signore.
Questo amore totalizzante la sua vita per Cristo è la chiave di lettura di ogni evento della sua esistenza terrena. Questo amore deve divenire la chiave di lettura di ogni vita, di quella dei cristiani, perché si annullino anche loro nell’amore di Cristo e da esso si lascino abbracciare e consumare; di quella dei non cristiani, ai quali si annunzia il Vangelo dell’amore, perché anche loro si lascino conquistare dall’amore di Cristo e diventino in Lui, con Lui, per Lui un solo amore, un solo sacrificio, una sola oblazione santa e pura per il nostro Dio e Signore.
È questa la forza travolgente dell’amore di Cristo: la sua capacità di trasformare ogni situazione in cui l’uomo vive, perché la conduce tutta nell’amore crocifisso di Gesù Signore. D’altronde Cristo stesso non è stato colui che ha trasformato il suo strumento di supplizio, cioè la croce, nel più grande “strumento” o sacramento del suo amore di redenzione, di giustificazione, di perdono, di effusione dello Spirito Santo?
Ora se Cristo ha trasformato la croce in un segno di salvezza, se la salvezza del mondo è scaturita dalla croce, perché Lui è stato capace di renderla sacramento di redenzione per il mondo intero, può esserci una “croce” sulla terra che non possa essere trasformato in strumento di amore, di redenzione, di perdono, di preghiera, di santità, di consumazione, anche di sacrificio vicario per la conversione e la giustificazione del mondo intero?
Ci può essere una sola condizione umana che non possa divenire strumento o “sacramento” in Cristo per un amore universale, cosmico, che abbraccia insieme il cielo e la terrà?
La forza travolgente del cristianesimo è proprio questa: trasformare ogni croce in una via di amore, di salvezza, di redenzione, di giustificazione, di donazione e di offerta di se stessi a Dio perché il mondo sia redento, giustificato, salvato, santificato, portato nel Paradiso.
È il fallimento del cristianesimo quando non si trasforma la croce in redenzione, in salvezza. Non ha ragion d’esistere quel cristianesimo che non lavora per trasformare ogni croce in sacramento di verità e di amore per tutto il genere umano.
La sapienza di Paolo, la sua saggezza, l’intelligenza che lui attinge sempre viva nello Spirito Santo ha questa “abilità” santa: risolvere ogni problema partendo proprio dal mistero della croce e cosa è il mistero della croce se non la perdita della propria vita per amore?
Ma se uno è chiamato in Cristo a perdere la propria vita per amore, ci sono cose sulla terra superiori alla propria vita che possano essere conservate, non esposte cioè alla loro perdita, o alla loro rinunzia per amore. Ci può essere un bene terreno che il cristiano può conservare gelosamente per sé dal momento che la sua vocazione è proprio quella di perdere interamente la vita per amore? La perdita della vita di necessità comporta la perdita di ogni altro bene materiale e anche spirituale. Tutto deve essere donato all’amore, per amore.
La forza travolgente del cristianesimo non è solo trasformare ogni croce in “sacramento” di amore e di redenzione, ma anche quella di lasciarsi interamente annullare dall’amore, perché ogni croce di peccato, di ingiustizia sia abolita dalla nostra terra.
In parole assai povere la Lettera a Filemone offre questo insegnamento, indica questa via. Essa la può indicare perché Paolo vive interamente sia la croce come strumento di un amore più grande e universale, ma anche è il prigioniero dell’amore di Cristo, perché l’amore di Cristo diventi la via della vera vita per ogni uomo, per tutti indistintamente.
La Vergine Maria, Madre della Redenzione, ci introduca in questo amore, il solo che sa fare di ogni croce uno strumento di salvezza e dello stesso amore uno strumento perché le croci di peccato siano abolite dalla nostra terra.

Publié dans:Lettera a Filemone |on 30 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE – INTRODUZIONE

http://www.movimentoapostolico.it/filemone/testi/capitoli/introduz.htm

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE 

 (sono 4 articoletti)

INTRODUZIONE 

L’episodio che muove Paolo a scrivere questa Lettera è uno dei tanti eventi della vita del tempo. Uno schiavo fugge dal suo padrone e si rifugia presso Paolo. Paolo glielo rimanda indietro, annunziando al padrone, che è un cristiano, la vera via dell’amore, che dovrà percorrere se veramente desidera essere un buon discepolo del Crocifisso e un testimone della forza travolgente che ha in sé la croce di Cristo Gesù.
Anche se la Lettera è cortissima, molti sono gli insegnamenti in essa contenuti. Ne accenniamo alcuni, rimandando alla trattazione teologica.
In sintesi, in questa Lettera, Paolo esprime delle verità di intensissimo valore teologico che dovranno accompagnare la storia del cristianesimo sino alla fine. Eccone alcune di queste verità:
La carità del singolo si fa Vangelo. Gesù lo aveva detto: “da questo vi riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi voi gli uni gli altri”.
Il cristiano è chiamato, per vocazione eterna, a farsi vittima di amore per i fratelli, imitando in tutto e per tutto Cristo Gesù che si fece vittima di espiazione per i peccati del mondo intero.
Il cristiano che vive in Cristo, lo stesso amore di Cristo, diviene Vangelo vivente, perenne annunzio della verità che Cristo è venuto non solo a portare, ma anche a fare e Gesù fa la verità, trasformando un uomo in un olocausto di amore e di carità a favore dei suoi fratelli.
Come in Cristo, è necessario che il cristiano viva l’amore per rendere testimonianza alla verità che Cristo ha operato e opera nel suo cuore. In tal senso diviene Vangelo.
La carità è Vangelo quando non solo è perfetta imitazione di Cristo in ogni manifestazione del proprio essere, ma è anche testimonianza a Cristo e la testimonianza è una sola: posso amare, amo perché Cristo mi ha creato, mi crea ogni giorno una natura d’amore. È Cristo la fonte perenne del mio amore, perché solo Lui è la salvezza, solo in Lui si può vivere da salvati, solo per Lui, per rendere testimonianza alla sua verità, si può continuare a vivere da salvati, raggiungendo la perfezione nella salvezza.
Quando la carità non è imitazione dell’amore di Cristo, non la si attinge in Cristo, non si rende testimonianza alla verità di Cristo, questa verità non è Vangelo. Che non sia Vangelo lo attesta il fatto che chi la riceve non si apre all’amore di Cristo e non si lascia fare da Cristo vittima di carità per il mondo intero.
Su questo principio di fede è giusto che si abbia la più sicura delle certezze e la più sicura è questa: solo Cristo è la fonte della carità, perché solo Lui è la fonte della nostra verità. Si diviene veri in Cristo, si vive la sua carità in Lui, per Lui, con Lui, per manifestare Lui, perché ogni uomo aderisca a Lui, si faccia fare vero da Lui, in Lui e inizi in Lui a vivere per Lui, per manifestare al mondo che solo Lui e solo in Lui è la salvezza; solo per Lui è possibile vivere da salvati.
La salvezza è una acquisizione quotidiana e quotidianamente si attinge in Cristo Gesù. È questa la carità che diviene Vangelo, perché è la carità che nasce dalla fede, ma anche è la carità che conduce a Cristo e alla sua verità.
La carità del singolo diviene motivo di speranza per i fratelli. Quando un uomo vede che un suo fratello è capace di vera carità, perché è capace di autentica gratuità, misericordia, compassione, pietà, il suo cuore si apre alla speranza.
Non c’è cosa più triste per un uomo che sentirsi abbandonato dai suoi fratelli. Questo abbandono a volte lo può condurre anche alla disperazione, che nasce dal non sapere più a chi rivolgersi per avere sostegno, aiuto, sollievo nei suoi giorni tristi. La visione della vera carità dona pace, conforto, gioia. Questa visione apre il cuore alla speranza. C’è una possibilità di salvezza. Anch’io posso essere salvo, posso continuare a vivere. C’è qualcuno che si prende cura della mia vita.
Questo però non basta perché si entri nella speranza cristiana. La speranza cristiana avviene quando si opera il passaggio dall’uomo a Cristo. Se questo passaggio si compie si esce dalla speranza umana e si entra nella vera speranza, che è solo quella cristiana; se questo passaggio non viene operato, si rimane in una speranza umana, ma questa è sempre effimera, passeggera, di un attimo.
Perché vi sia questo passaggio, è necessario che alla visione della carità segua anche l’annunzio di Cristo e del suo Vangelo. Questo annunzio deve essere operato da chi sta vivendo la carità. Se questo annunzio non viene operato, la salvezza non si compie, perché non sarà mai un gesto di carità, un dono d’amore all’altro che potrà salvarlo.
Se questo fosse possibile, Cristo non sarebbe più Il Salvatore e la salvezza non sarebbe in Lui, con Lui, per Lui, nel suo Corpo che è la Chiesa. Sarebbe un fatto da uomo ad uomo, sarebbe un evento della terra e non più del Cielo.
È cosa giusta allora che chi opera la carità in nome di Cristo, doni Cristo carità dell’uomo, sua speranza eterna di salvezza, suo bene infinito, eterno, nel quale è ogni tesoro di grazia, di verità, di misericordia, di pietà, di compassione, di sollievo sulla terra e nel cielo.
È nel non compimento di questo passaggio il segno che chi opera la carità non vive di Cristo, per Cristo, con Cristo, nel suo Corpo che è la Chiesa. Non vivendo lui, non può portare altri.
È questo il più grande naufragio della fede ed è sempre naufragio della fede quando l’opera di carità non apre il cuore a Cristo e alla sua verità eterna di unico e solo Salvatore di ogni uomo. La carità da donare all’uomo è Cristo, perché Cristo è la carità di Dio per ogni uomo.
Chiedere in nome della libertà che nasce dalla potestà? Paolo è Apostolo di Cristo Gesù. Ha la potestà di chiedere a quanti sono cristiani, rivolgendosi loro nel nome di Cristo, servendosi dell’autorità che Cristo ha conferito loro nel discernere il bene da compiere e nel chiedere che il vero bene sia sempre operato. Questa potestà nel discernimento deve essere sempre vissuta. L’Apostolo del Signore deve operare in ogni istante il discernimento sul bene, sul meglio, su ciò che è in quell’evento verità di Cristo e di Dio, con la sapienza, la saggezza, l’intelligenza dello Spirito Santo che agisce in lui.
Operato il discernimento nel nome e con la potestà di Cristo Gesù, può al singolo chiedere di agire conformemente al discernimento offerto? Lo può e lo deve in materia di fede. La verità della fede obbliga sempre. Alla verità della fede si è sempre obbligati.
La verità della fede ci fa essere del Vangelo. Chi è del Vangelo è anche di Cristo Gesù. Chi non è della verità della fede, non è del Vangelo, non è di Cristo Gesù. Chi è fuori della verità della fede si pone anche fuori della comunione con i fratelli di fede. Per questo l’Apostolo è obbligato a chiedere in nome di Cristo e con la sua autorità che si rientri nella verità, la si abbracci in ogni sua parte, la si professi integralmente, santamente, dinanzi al mondo intero.
Quando non si è dinanzi alla verità della fede, ma di fronte ad un’opera di carità da fare, quando la carità si poggia su dei debiti di giustizia, cosa deve fare l’apostolo?
O chiedere in nome della carità che lascia libera la volontà del fratello? Paolo afferma il principio che anche in questo caso si può chiedere in nome di Cristo e con la sua autorità che si faccia, o non si faccia l’opera di carità, che nel discernimento è stata vista come giusta, santa, lodevole.
Assieme a questo principio, lui ne possiede un altro. Quando si tratta di opera di carità, lui preferisce che si lasci libera la volontà dell’altro, in modo che sia l’altro a volere l’opera e non lui ad imporla.
L’Apostolo deve però indicare i motivi della bontà e della verità dell’opera. Al singolo la libertà di eseguirla, non eseguirla, compierla in un modo, anziché in un altro.
Paolo – lo sappiamo – agisce sempre con la saggezza e l’intelligenza dello Spirito Santo che aleggia su di lui. Perché opta per la libertà della persona e non per l’imposizione dell’opera?
È facile rispondere a questa domanda, è difficile comprenderla in tutto il suo significato di verità evangelica.
Paolo si comporta in tutto e per tutto come si comporta Dio Padre. Questi diede il comando all’uomo, spiego i motivi del comando, lasciò libera la volontà di osservarlo, di non osservarlo.
Nel rapporto dell’uomo con Dio mai si può abolire la relazione di volontà. Dio manifesta la sua volontà all’uomo, all’uomo la libertà di accoglierla, di non accoglierla.
Questo non significa che sia ininfluente accoglierla, o non accoglierla. Se si accoglie si entra nella vita, si progredisce nella vita, si avanza verso la vita eterna. Se non la si accoglie, si esce dalla pienezza della vita, si può anche cadere nell’egoismo e quindi nella morte, si può alla fine precipitare nella dannazione eterna.
Un‘opera di carità imposta, ma non accolta con il cuore, non fatta propria, non è opera evangelica, carità di Cristo in noi, amore misericordioso e compassionevole verso gli altri. È come se l’opera non fosse stata mai fatta.
Paolo vuole che ogni uomo sia sempre trattato da uomo nella sua più pura essenzialità che è quella della libertà. Questa è la via della vera vita, questa è la via più vera e più santa della vita, in quest’opera è il compimento del tuo essere e della tua vocazione: se vuoi, operala. È tua la libertà. È tua la volontà. Mia è la verità e il discernimento.
L’apostolo di Cristo Gesù è obbligato ad annunziare sempre la verità; è chiamato, però, solo a proporre alla coscienza la via migliore di tutte per operare secondo la carità di Cristo. Egli deve trattare sempre l’uomo da uomo. Dio opera così. Cristo ha operato così: se vuoi essere perfetto, se vuoi vivere la tua carità, il tuo amore sino in fondo, va’ vendi quello che hai, dallo ai poveri, poi viene e seguimi.
Dinanzi alla libertà quest’uomo si è perduto. Fu ingannato dai suoi molti beni. Fu tradito dal suo amore per le cose della terra.
La generazione spirituale. La generazione secondo la carne è il dono della vita, della propria vita, che a sua volta diventa vita personale, autonoma.  Vita da vita, ma che diviene vita di un’altra persona, distinta e separata da chi l’ha posta in essere. La generazione secondo lo Spirito Santo, o generazione spirituale, avviene mediante il dono del Vangelo, della fede. Si annunzia la Parola di Cristo, si crede in essa, ci si lascia battezzare e da acqua e da Spirito Santo siamo generati a figli di Dio. Colui che dona la Parola, comunica la fede, annunzia il Vangelo in certo qual modo partecipa anche lui di questa generazione spirituale e in tal senso è detto anche “Padre nella fede”. La Parola, il Vangelo, la fede generalmente è sempre donata da una persona e questa persona che dona la fede è in certo senso “padre” di colui che è stato generato alla fede. “Padre ministeriale, strumentale”. Paolo crede molto in questa paternità. Ne fa anche un motivo di vanto. Per lui molti possono essere i pedagoghi della fede, ma uno solo è il padre nella fede ed è colui che è all’inizio della predicazione e dell’annunzio del Vangelo. Questa generazione spirituale, anche se strumentale, crea un legame vitale forte tra chi genera e colui che è stato generato. Questo legame è indistruttibile, come indistruttibile è il legame che crea la generazione secondo la carne. Questo legame vuole che il padre consideri vero figlio spirituale colui che ha generato e chi è stato generato veda colui che lo ha generato come un vero padre del suo spirito, della sua nuova creazione, sempre però restando nell’ordine della strumentalità. Da questo legame nasce il rispetto, l’onore, l’ascolto, la devozione, l’aiuto, l’assistenza spirituale perché la fede che è stata generata possa raggiungere la sua più perfetta santificazione. Su questo principio della generazione spirituale ci sarebbe tutta una trattazione da fare. Lo esige la crescita della fede e il suo cammino di maturazione.
L’altro diviene il proprio cuore. Nella fede cristiana si realizza e si vive il mistero della comunione. La comunione ha il suo fondamento nell’unità che si è venuta a creare in Cristo Gesù. In Lui siamo tutti i battezzati un solo corpo. Il solo corpo è dalle molte membra. Ogni membro riceve e dona l’energia vitale; la riceve dagli altri, la fruttifica e la dona come frutti di verità e di grazia, dopo averla rivestita del suo particolare carisma. Questa comunione è così perfetta, così reale, da essere non solo comunione, ma unità, una cosa sola, una sola realtà in Cristo. Questa comunione e questa unità ci fa essere una cosa sola con l’altro, l’altro è noi stessi e noi stessi siamo l’altro. Paolo raggiunge il sommo della manifestazione di questa unità quando dice che l’altro, il servo Onesimo, è il suo proprio cuore. C’è unità, c’è comunione, c’è identificazione. L’altro è il mio cuore. Accettando l’altro si accetta il proprio cuore, si tratta l’altro come se uno ricevesse in dono il cuore dell’apostolo. Ciò significa semplicemente che tutto ciò che si fa all’apostolo, deve essere fatto al proprio cuore. Senza alcuna differenza, o distinzione. È questo il sommo della carità cristiana. È in questa identificazione, per nuova natura, per unità di natura, l’essenza e la specificità del cristianesimo.
Il bene spontaneo, libero. Il bene si propone. Lo si fonda. Lo si lascia alla spontaneità, o libertà del fratello. Lo si è già detto. Questo serve perché sia rispettato l’uomo nella sua essenza più santa e più vera. Il sì al bene è dell’uomo e nessun sì potrà essere proferito, se la volontà non è libera.
L’altro diviene il proprio fratello. La fratellanza cristiana non è solamente di nome. Essa è più forte della stessa fratellanza secondo la carne. Si è fratelli secondo la carne perché si è ricevuta la vita dagli stessi genitori. Ciò che i genitori hanno dato è solo il corpo. L’anima viene da Dio. È Lui che la crea ed è Lui che la infonde. Siamo già fratelli secondo la carne in ragione dell’anima, che è da un unico Creatore e Signore. Questa è la fratellanza universale: perché veniamo all’origine dallo stesso padre e dalla stessa madre, perché il Signore crea la nostra anima al momento del concepimento. Ma c’è un’altra fratellanza, tutta cristiana. Siamo fratelli in ragione della nostra unica nascita da acqua e da Spirito Santo. Siamo fratelli perché il Signore ci ha generati come suoi figli nel suo Figlio Gesù Cristo. Questa parentela spirituale, è vera parentela ed ha un legame più forte che gli stessi vincoli del sangue. Anche questa verità è fortemente vissuta da Paolo.
L’altro diviene se stesso. Paolo ha già detto qual è l’identità che c’è tra lui e Onesimo. Ora dice l’identità che esiste tra Filemone e Onesimo: quella di fratelli in Cristo. Se sono veri fratelli in Cristo, da veri fratelli devono trattarsi. Nessun fratello può tenere in schiavitù un altro fratello, metterebbe in schiavitù il proprio sangue. Questa legge vale anche per la fratellanza spirituale. Un padrone che dovesse tenere sotto di sé degli schiavi cristiani, è il suo stesso “sangue spirituale” che tiene schiavo. La schiavitù è da abolire per molteplici motivi: perché il Signore ha creato l’uomo libero, non asservibile, né schiavizzabile da nessun altro uomo; perché ogni uomo è fratello per creazione di ogni altro uomo; per il cristiano c’è una ragione in più: perché Cristo è morto per l’altro come è morto per me. In Cristo ognuno è chiamato a dare la vita per l’altro.
Per l’altro si paga ogni debito. Se l’altro diviene se stesso, per l’altro si paga ogni debito. Onesimo è divenuto il cuore di Paolo, Paolo per il suo cuore paga il debito, paga cioè il debito di Onesimo. Se lo paga Paolo, può pagarlo anche Filemone, condonandolo, perché anche per lui Onesimo è il suo cuore, è la sua vita. In questa semplice affermazione di Paolo c’è tutta la potenza di verità e di carità di Cristo Gesù, capace di rinnovare il mondo. Questa affermazione è la negazione di ogni egoismo.
La fiducia nella docilità. Agli altri si manifesta la verità, si chiede la carità, la carità anche si fonda nella verità della fede. Degli altri bisogna anche aver fiducia. Se noi fondiamo bene, santamente, secondo verità, la carità che si chiede, nessuno se è nelle condizioni di farlo, si  tirerà indietro. Avere fiducia nella docilità dell’altro all’ascolto della preghiera che gli viene rivolta, anche questa deve essere struttura e forma di vita del cristiano.
Prigioniero di Cristo. Prigioniero per Cristo. Questa duplice verità merita una ulteriore puntualizzazione. La prigionia di Cristo è prigionia di croce per amore. Cristo ha racchiuso la sua vita tutta nell’amore del Padre. Anche il cristiano deve racchiudere tutta la sua vita nell’amore del Padre. Cristo trasformò l’amore del Padre in amore verso l’uomo, perché il Padre ama l’uomo. Per il Padre si lasciò inchiodare sulla croce. Per amore si rese prigioniero degli uomini. Questo secondo passaggio mai potrà essere fatto secondo verità, se non si vive in pienezza di carità la prima prigionia, quella cioè di essere prigionieri del Padre e del suo amore eterno.
Dal cuore di Paolo. La struttura argomentativa di Paolo è assai semplice. Il principio rimane sempre lo stesso. Egli guarda il cuore di Cristo, lo prende, lo mette tutto nel suo e da cuore di Cristo che è diventato il suo cuore egli annunzia le regole della verità che devono portare il cristiano al sommo grado di vivere la carità del Padre e di Cristo nello Spirito Santo. È questo un processo di assimilazione che ognuno di noi deve realizzare, se vuole trovare l’unica soluzione al problema della carità. Non c’è vera carità se non si vive secondo il cuore di Cristo.

La Vergine Maria, Madre della Redenzione, metta il cuore di Suo Figlio Gesù nel nostro, perché vi sia un solo cuore ad amare, il suo nel nostro.

Publié dans:Lettera a Filemone |on 30 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

Filemone 9b-10.12-17

ancora su Filemone…mi piace molto:

 http://www.nicodemo.net/NN/commenti_v.asp?titolo_commento=Filemone&Submit=Invia

Filemone 9b-10.12-17

Carissimo, 9 io Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero per Cristo Gesù, 10 ti prego per il mio figlio, che ho generato in catene. 12 Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore. 13 Avrei voluto trattenerlo presso di me perché mi servisse in vece tua nelle catene che porto per il vangelo.
14 Ma non ho voluto far nulla senza il tuo parere, perché il bene che farai non sapesse di costrizione, ma fosse spontaneo.
15 Forse per questo è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; 16 non più però come schiavo, ma molto di più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore.
17 Se dunque tu mi consideri come amico, accoglilo come me stesso.
 
COMMENTO

Filemone 9b-10.12-17

La liberazione degli schiavi
La lettera a Filemone, malgrado la sua brevità, è un documento molto significativo, in quanto rivela tutta la profondità dell’animo di Paolo. Essa è forse la sua lettera meglio riuscita dal punto di vista letterario, in quanto è composta in una prosa ritmica, ricca di parallelismi e di antitesi. Anche dal punto di vista del contenuto la sua importanza è notevole, perché mostra come il cristianesimo primitivo ha affrontato il difficile e complesso problema della schiavitù.

La schiavitù nel mondo antico
La schiavitù era largamente diffusa nel mondo greco-romano; le conquiste di Alessandro Magno in particolare le avevano dato un notevole impulso, facendo di essa un elemento portante di tutta la vita sociale.
Lo schiavo che desiderava ottenere la libertà doveva versare al padrone una somma di denaro precedentemente pattuita. Non tutti però erano in grado di raccogliere la cifra richiesta. Di conseguenza era frequente il caso di schiavi che tentavano di riacquistare la libertà fuggendo dai loro padroni. Davanti ad essi le vie aperte non erano molte. La soluzione migliore era l’espatrio, ma per questo si richiedevano mezzi non facilmente reperibili. Un’altra possibilità era quella di restare in una grande città, vivendo di espedienti e di furti: ma c’era sempre il pericolo di essere scoperti e denunziati. A volte uno schiavo poteva trovare difesa da parte di qualche persona influente.

Il caso di Onesimo
La lettera che porta il nome di Filemone è un biglietto che Paolo ha inviato a questo personaggio per raccomandargli un suo schiavo, Onesimo. Nel NT il nome di Onesimo, che significa in greco “colui che è utile”, riappare soltanto nella lettera ai Colossesi, dove designa un cristiano nativo di Colossi, una piccola città della Frigia non molto distante da Efeso, inviato alla comunità della sua città come accompagnatore di un certo Tichico (Col 4,9). Sebbene per molti studiosi questa lettera non sia paolina, la notizia è ritenuta generalmente come degna di fede.
Filemone, padrone di Onesimo, non è noto se non in base ai dati forniti dalla lettera stessa. Egli era un cristiano di condizione benestante: infatti poteva permettersi di avere uno o più schiavi, e soprattutto era in possesso di una casa sufficientemente grande da accogliere la comunità locale (v. 2). Il biglietto non dice quale fosse il suo luogo di residenza. Ma se Colossi era la patria non solo di Onesimo, ma anche di Archippo, membro in vista della comunità domestica di Filemone (v. 2; cfr. Col 4,17), si può senz’altro concludere che anche Filemone abitava in questa città e la comunità che si radunava nella sua casa era appunto quella di Colossi.
Con tutta probabilità Filemone era diventato cristiano per opera di Paolo (v. 19). Siccome non risulta che questi abbia fondato personalmente la comunità di Colossi (cfr. Col 1,7-8: 4,12-13), il loro incontro deve aver avuto luogo ad Efeso, dove Paolo soggiornò a lungo durante il suo terzo viaggio. Filemone era molto legato all’apostolo, che lo chiama suo «collaboratore» (v. 1) e lo loda per la sua fede e la sua carità verso gli altri cristiani (vv. 4-7). La lettera di Paolo è indirizzata, oltre che a lui, anche ad Appia, che probabilmente era sua moglie, ad Archippo, «compagno d’armi», cioè collaboratore di Paolo, e a tutta la comunità che si raduna appunto nella casa di Filemone.
Onesimo aveva incontrato Paolo quando questi, ormai vecchio (presbytês) (v. 9), era detenuto in carcere (vv. 1.9.13). L’incontro con l’apostolo fu per lui l’occasione di ascoltare la parola di Dio e di convertirsi al cristianesimo (v. 10). Dopo averlo battezzato Paolo, lo rimanda al suo padrone (v. 12) con una lettera di raccomandazione. Non si sa perché Onesimo si sia allontanato da Filemone. In nessuna parte della lettera infatti si dice che egli sia fuggito; non essendo ancora cristiano, è impensabile che sia stata la comunità di Colossi a inviarlo da Paolo per assisterlo in carcere; d’altronde è impossibile che vi sia giunto casualmente, in quanto Paolo accenna a una grave colpa da lui commessa nei confronti del suo padrone (vv. 11.18). L’ipotesi della fuga resta quindi la più probabile. Ugualmente probabile è che abbia chiesto aiuto a Paolo, forse sapendo che questi era un influente amico di Filemone.
Quando incontra Onesimo e scrive la lettera a Filemone, Paolo si trova in carcere. Probabilmente si tratta di una prigionia che ha avuto luogo quando egli si trovava a Efeso, durante quello che, secondo gli Atti, è il suo terzo viaggio missionario. Di essa non si sa nulla, ma dallo studio della lettera ai Filippesi risulta che con ogni probabilità egli ha sperimentato il carcere anche in questa città. Si può quindi supporre che i fatti a cui allude la lettera siano avvenuti in questa circostanza, e che quindi essa sia stata composta a Efeso verso la metà degli anni cinquanta.
L’intervento di Paolo è un gesto pastorale, con il quale l’apostolo vuole educare la comunità a una prassi autenticamente cristiana, animata dalla fede e dall’amore (vv. 6.9). Il suo messaggio va quindi al di là della situazione concreta in cui è stato formulato, mettendo la chiesa di tutti i tempi davanti alle esigenze più autentiche del vangelo.

Linee interpretative
Paolo è ritornato a diverse riprese sul problema della schiavitù. A proposito dei carismi della comunità, egli afferma: «E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, giudei o greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito» (1Cor 12,13). Facendo leva sul ritorno imminente del Signore, egli esorta gli schiavi a rimanere nella situazione in cui si trovavano al momento della loro chiamata (1Cor 7,21-23). Nella lettera ai Galati Paolo afferma: «Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Nella lettera a Filemone Paolo sviluppa la stessa intuizione. Rimandando Onesimo dal suo padrone Filemone, egli riconosce il fatto della schiavitù, e nega che l’adesione a Cristo comporti per se stessa un cambiamento sociale. Al tempo stesso però fa comprendere che la schiavitù è ormai superata nel quadro dei nuovi rapporti di fraternità introdotti da Cristo.
Questa posizione, per quanto chiara da un punto di vista dottrinale, non è esente da contraddizioni: è difficile infatti, passando dalla teoria alla pratica, spiegare come possano due individui essere veramente fratelli, pur rimanendo intatto tra loro il rapporto padrone-schiavo. La difficoltà oggettiva del problema affrontato da Paolo deve essere tenuta presente per comprendere l’ambiguità che traspare dal suo discorso. Egli infatti, pur facendo uso di tutte le armi della convinzione e dell’autorità per influire su Filemone, non dice chiaramente che cosa si aspetta da lui: da una parte lascia intuire il suo desiderio di poter avere con sé Onesimo nella sua prigionia (vv. 13-14); dall’altra afferma che Onesimo è stato separato da Filemone per un momento, affinché egli lo riavesse per sempre «non più come schiavo… ma come un fratello carissimo» (vv. 15-16). In realtà è impossibile dire se Paolo, esprimendo la fiducia che Filemone avrebbe fatto più di quanto gli chiedeva (v. 21), pensava veramente alla manumissione di Onesimo o se questa era completamente al di fuori dei suoi pensieri.
Per Paolo dunque la salvezza si attua esclusivamente mediante una vera e profonda conversione a Cristo. Questa però non può restare un puro sentimento interiore, ma deve dare origine ad atteggiamenti concreti di fraternità e di amore, che trovano il loro ambito naturale nella comunità: qui tutte le barriere sono praticamente superate e si attua in Cristo una vera uguaglianza tra tutti. Paolo non ha saputo, o non ha potuto, ricavare da queste premesse conclusioni più ampie, capaci di incidere in profondità nella vita sociale. E neppure si può dire che ci siano riusciti i cristiani dopo di lui. A Paolo resta tuttavia il merito di aver colto la contraddizione tra schiavitù e fraternità, aprendo la strada a coloro che, in un’epoca ormai molto lontana dalla sua, sapranno cogliere le vere implicazioni sociali del suo messaggio.

Publié dans:Lettera a Filemone |on 2 mars, 2011 |Pas de commentaires »
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