Archive pour mai, 2020

Pentecoste

paolo

Publié dans:immagini sacre |on 29 mai, 2020 |Pas de commentaires »

PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO (31/05/2020)

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PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO (31/05/2020)

Il linguaggio dell’amore unisce il mondo
padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la solennità della Pentecoste, una ricorrenza nella vita cristiana e nella liturgia cattolica molto importante, perché ricorda a tutti noi battezzati e cresimati e consacrati, a vario titolo, nel servizio alla comunità dei credenti, che sugli apostoli e Maria, a 50 giorni della risurrezione di Cristo, discese lo Spirito Santo che li confermò nella loro missione.
E’ significativo che i testi biblici facciano riferimento a questo momento dell’ufficializzazione della Chiesa, già nata dal costato di Cristo, ci sia presente la Beata Vergine Maria. A conferma che Maria è davvero la Madre di Cristo e come tale è Madre di Do e della Chiesa.
Lo Spirito Santo che scende sugli Apostoli per confermarli nella fede e per inviarli nel mondo quali messaggeri di amore, speranza e gioia. Il testo del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato, non riguarda il momento della Pentecoste, ma il momento del Pasqua di risurrezione.
E’ il primo discorso del Risorto, una sorta di saluto che il Signore fa ai suoi discepoli prima della sua ascensione. E’ il discorso, appunto, dell’arrivederci e non dell’addio, ma comune di saluto che il Maestro rivolge ai suoi discepoli, dopo aver completato il suo insegnamento e la sua esperienza di didattica, non a distanza, a stretto contatto che egli ha portato avanti nel corso del suo triennio di insegnamento, educazione, preparazione alla vita e alla missione. E cosa dice ai suoi discepoli.
Giovanni lo sintetizza in alcune espressioni: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Questo brano del Vangelo lo si comprende nella sua giusta portata teologica e pastorale rapportandolo con il testo della prima lettura di questa solennità, tratta dagli Atti degli Apostoli, nel quale si racconta proprio il momento della discesa dello Spirito Santo: “Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”. I frutti della discesa dello Spirito Santo sono immediati e anche riconoscibili.
Gli Apostoli si rendono comprensibili a chi parlava altre lingue. Il linguaggio dello Spirito Santo, che è quello dell’amore, unisce e non separa, fa comunione e non divisione. Ecco perché gli Apostoli pur parlando nella loro lingua che avevano appreso, l’aramaico, in realtà, quanti parlavano altre lingue li comprendevano. Si sa che Gesù parlava Aramaico, perché la lingua parlata in Galilea e Palestina all’epoca di Gesù era l’aramaico giudaico palestinese, e probabilmente l’aramaico parlato da Gesù per comunicare con i suoi discepoli era un dialetto galileo caratterizzato dalla presenza di alcune parole in ebraico e in greco, anche se non tutti sono d’accordo riguardo a ciò.
Nel giorno della Pentecoste c’erano cittadini di varie località, regioni e provenienza linguistica e culturale: Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani residenti a Geursalemme, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi. Gerusalemme che era il centro della spiritualità, accoglieva tanti popolo, la città della pace era di fatto la città plurietnica e pluriculturale come lo è oggi per altre ragioni, ed in primo luogo perché è la città della morte e della risurrezione del Redentore.
Possiamo dire che la globalizzazione della comunicazione aveva la sua origine proprio nel giorno della Pentecoste, anticipando i tempi odierni. Ma chi erano tutti costoro che stavano a Gerusalemme?
I parti appartenevano ad un’antica popolazione iranica, stanziatasi dal 3° sec. a.C. in una regione dell’altopiano iranico fra Oxus, il Caspio e il deserto centrale, denominata Partia; mentre i Medi appartenevano sempre ad un’antica popolazione iranica, stanziata almeno dal 9° sec. a.C. nella regione nord-occidentale della Persia e dai persiani chiamata Media; gli Elamiti, invece, erano gli abitanti dell’Elam, una regione situata ad ovest del corso inferiore del Tigri, che ebbe per capitale Susa. Gli abitanti della Mesopotamia venivano, invece, dalla regione dell’Asia anteriore compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate; la Giudea, ben nota ai tempi di Gesù, era la zona meridionale e più elevata dell’altopiano della Palestina, situata fra il Mar Morto e il Mar di Levante; la Cappadocia faceva parte dell’Asia Minore; mentre il Ponto era una regione della Turchia. La Frigia era una regione interna dell’Anatolia; mentre la Panfilia era una regione costiera dell’Anatolia meridionale.
Possiamo dire che il mondo era ben rappresentato in quel momento come evidenziano gli Atti degli Apostoli: Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo” A queste persone, provenienti da varie regioni e località, si rivolsero gli apostoli e fecero capire perfettamente ciò che dicevano di Cristo e su Cristo.
Noi sul loro esempio dobbiamo capire chi è Cristo per noi e farlo capire agli altri, mediante la testimonianza, l’annuncio e la diffusione del vangelo in ogni parte del mondo. Ed oggi è facile arrivare con i potenti mezzi che si hanno, che pure loro hanno dovuto arrendersi di fronte all’emergenza della pandemia, che sta parlando di altro e non certo di Dio. Ricominciare a parlare di fede penso che sia importante a partire proprio da questo giorno dedicato alla discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria, riuniti in preghiera nel cenacolo, dal quale parte la missione della Chiesa per tutti i popoli della terra.

 

La discesa dello Spirito Santo

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SOLENNITÀ DI PENTECOSTE 2006 – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

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SOLENNITÀ DI PENTECOSTE 2006 – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Sagrato della Basilica Vaticana
Domenica, 4 giugno 2006

Cari fratelli e sorelle!

Il giorno di Pentecoste lo Spirito Santo scese con potenza sugli Apostoli; ebbe così inizio la missione della Chiesa nel mondo. Gesù stesso aveva preparato gli Undici a questa missione apparendo loro più volte dopo la sua risurrezione (cfr At 1,3). Prima dell’ascensione al Cielo, ordinò di « non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre » (cfr At 1,4-5); chiese cioè che restassero insieme per prepararsi a ricevere il dono dello Spirito Santo. Ed essi si riunirono in preghiera con Maria nel Cenacolo nell’attesa dell’evento promesso (cfr At 1,14).
Restare insieme fu la condizione posta da Gesù per accogliere il dono dello Spirito Santo; presupposto della loro concordia fu una prolungata preghiera. Troviamo in tal modo delineata una formidabile lezione per ogni comunità cristiana. Si pensa talora che l’efficacia missionaria dipenda principalmente da un’attenta programmazione e dalla successiva intelligente messa in opera mediante un impegno concreto. Certo, il Signore chiede la nostra collaborazione, ma prima di qualsiasi nostra risposta è necessaria la sua iniziativa: è il suo Spirito il vero protagonista della Chiesa. Le radici del nostro essere e del nostro agire stanno nel silenzio sapiente e provvido di Dio.
Le immagini che usa san Luca per indicare l’irrompere dello Spirito Santo – il vento e il fuoco – ricordano il Sinai, dove Dio si era rivelato al popolo di Israele e gli aveva concesso la sua alleanza (cfr Es 19,3ss). La festa del Sinai, che Israele celebrava cinquanta giorni dopo la Pasqua, era la festa del Patto. Parlando di lingue di fuoco (cfr At 2,3), san Luca vuole rappresentare la Pentecoste come un nuovo Sinai, come la festa del nuovo Patto, in cui l’Alleanza con Israele è estesa a tutti i popoli della Terra. La Chiesa è cattolica e missionaria fin dal suo nascere. L’universalità della salvezza viene significativamente evidenziata dall’elenco delle numerose etnie a cui appartengono coloro che ascoltano il primo annuncio degli Apostoli (cfr At 2,9-11).
Il Popolo di Dio, che aveva trovato al Sinai la sua prima configurazione, viene quest’oggi ampliato fino a non conoscere più alcuna frontiera né di razza, né di cultura, né di spazio né di tempo. A differenza di quanto era avvenuto con la torre di Babele (cfr Gn 11,1-9), quando gli uomini, intenzionati a costruire con le loro mani una via verso il cielo, avevano finito per distruggere la loro stessa capacità di comprendersi reciprocamente, nella Pentecoste lo Spirito, con il dono delle lingue, mostra che la sua presenza unisce e trasforma la confusione in comunione. L’orgoglio e l’egoismo dell’uomo creano sempre divisioni, innalzano muri d’indifferenza, di odio e di violenza. Lo Spirito Santo, al contrario, rende i cuori capaci di comprendere le lingue di tutti, perché ristabilisce il ponte dell’autentica comunicazione fra la Terra e il Cielo. Lo Spirito Santo è l’Amore.
Ma come entrare nel mistero dello Spirito Santo, come comprendere il segreto dell’Amore? La pagina evangelica ci conduce oggi nel Cenacolo dove, terminata l’ultima Cena, un senso di smarrimento rende tristi gli Apostoli. La ragione è che le parole di Gesù suscitano interrogativi inquietanti: Egli parla dell’odio del mondo verso di Lui e verso i suoi, parla di una sua misteriosa dipartita e ci sono molte altre cose ancora da dire, ma per il momento gli Apostoli non sono in grado di portarne il peso (cfr Gv 16,12). Per confortarli spiega il significato del suo distacco: se ne andrà, ma tornerà; nel frattempo non li abbandonerà, non li lascerà orfani. Manderà il Consolatore, lo Spirito del Padre, e sarà lo Spirito a far conoscere che l’opera di Cristo è opera di amore: amore di Lui che si è offerto, amore del Padre che lo ha dato.
Questo è il mistero della Pentecoste: lo Spirito Santo illumina lo spirito umano e, rivelando Cristo crocifisso e risorto, indica la via per diventare più simili a Lui, essere cioè « espressione e strumento dell’amore che da Lui promana » (Deus caritas est, 33). Raccolta con Maria, come al suo nascere, la Chiesa quest’oggi prega: « Veni Sancte Spiritus! – Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore! ». Amen.

 

Publié dans:PAPA BENEDETTO: OMELIE |on 28 mai, 2020 |Pas de commentaires »

Ascensione del Signore

paolo

Publié dans:immagini sacre |on 22 mai, 2020 |Pas de commentaires »

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (24/05/2020)

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ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (24/05/2020)

Egli ascende e noi scendiamo
don Giacomo Falco Brini

Nella solennità dell’Ascensione, anche se nella 1a lettura leggiamo che, dopo aver parlato ai discepoli, Gesù fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse ai loro sguardi (At 1,9), noi non celebriamo la partenza di Gesù, bensì la sua diversa presenza nel mondo. L’epilogo del vangelo di Matteo è la dichiarazione solenne di questa verità: ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Dunque non esiste giorno in cui Egli sia assente. Ma che significa “una sua presenza diversa” nel mondo? In genere siamo abituati a parlare di presenza o di assenza di una persona in termini corporali. Cioè, diciamo che il tale è presente o assente a seconda che cada o meno sotto il raggio della mia capacità di vederne il corpo. Ma le cose, dopo la morte e resurrezione di Cristo, stanno proprio così?
Già nei racconti degli incontri con il Risorto notiamo che la sua presenza non è più come quella di prima. Gesù approccia ai suoi discepoli anche fisicamente, ma non c’è un immediato riconoscimento della sua persona; segno che l’evento della resurrezione esprime qualcosa di più che non la sola continuità storica con la persona del Signore. La resurrezione ha fatto “esplodere”, all’interno della storia, una nuova capacità di essere presente nelle relazioni umane. Pensate ad es. quando troviamo Gesù risorto in alcuni brani che passeggia e mangia ancora con i suoi amici, o come quando lo troviamo in carne e ossa capace di fare qualcosa che noi non possiamo fare: entrare a porte chiuse in una casa (Gv 20,19), oppure sparire improvvisamente da un banchetto amichevole (Lc 24,31).
La 1a lettura ci ricorda che anche gli apostoli si aspettavano un clamoroso ritorno del Signore e in un tempo imminente, per cui, mentre si congedavano da Lui, cercarono di carpirgli il momento esatto della sua venuta (At 1,6). Gesù smentisce questa attesa con parole che non lasciano adito ad alcuna pretesa di conoscenza di date, scadenze e decisioni storiche che Dio ha riservato alla sua decisione. No, non è di queste cose che si devono occupare i discepoli. Eppure nella storia della chiesa, come anche oggi, ci sono state e ci sono ancora frange ecclesiali, talvolta piuttosto numerose, che continuano ad agitarsi e ad agitare il popolo di Dio sul tema del suo ritorno. Basterebbe la lettura del solo testo degli Atti per recuperare un po’ di igiene mentale e rendersi conto che Gesù chiede solo ai suoi, mentre ascende al cielo, di assumere la sua missione: compito del discepolo è lasciarsi coinvolgere in una nuova tappa della storia della salvezza, dove il protagonista è lo Spirito Santo con la sua chiesa. Dio nella sua misteriosa bontà, vuol contare su di noi per salvare gli uomini.
Tiriamo le somme di queste considerazioni: la festa dell’Ascensione al cielo di Cristo, non è festeggiare il Signore in un altro posto che chiamiamo “cielo”. Il cielo nelle Scritture è simbolo della comunione con Dio. Celebriamo piuttosto la festa dell’unità tra cielo e terra, un’unità indistruttibile dopo che Dio, fattosi uomo, ha operato la salvezza dell’umanità attraversando/superando la nostra condizione mortale. Altra conclusione. Al momento di affidare la propria missione agli apostoli Gesù dice: mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra (Mt 28,28). Questa espressione non sia fraintesa e non illuda il discepolo di oggi. Non significa che Gesù, costituito Signore del cielo e della terra, risolve i problemi umani con la bacchetta magica, né dona una bacchetta magica a coloro che devono proseguire la sua missione. Il potere di Gesù è uno solo: quello di amare fino alla fine per salvare l’uomo. Noi crediamo ancora poco a questo potere illimitato, il potere dell’amore. Ma è l’unico potere che Dio ha. Dunque la sua chiesa scenda per le strade impervie del mondo per agire e annunciare il vangelo con il potere di Cristo. Si faccia carico del peso storico che grava sugli uomini, sia sempre presente su ogni frontiera di dolore, laddove l’uomo ha bisogno di ritrovare speranza. Se la chiesa non è impegnata nella sua missione, vuol dire che sta buttando via la sua vocazione. Se il discepolo ha risposto alla chiamata di Cristo, è una persona lanciata verso i fratelli che fa leva sulla promessa di Gesù: voi avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni (At 1,8).
Per questo Papa Francesco, sin dall’inizio del suo pontificato, ci sta ricordando ripetutamente che la chiesa di Cristo è geneticamente missionaria. La chiesa che ha posto come centro sé stessa invece di Gesù, è invece una chiesa di-missionaria e autosufficiente, cerca qualcos’altro, come osserva mirabilmente questo passaggio del suo messaggio alle PPOM uscito ieri: Gesù, prima di andar via, ha detto ai suoi che avrebbe mandato loro lo Spirito. E così ha consegnato allo Spirito anche l’opera apostolica della Chiesa, per tutta la storia, fino al suo ritorno. Il mistero dell’Ascensione, insieme all’effusione dello Spirito nella Pentecoste, imprime e trasmette per sempre alla missione della Chiesa il suo tratto genetico più intimo: quello di essere opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni. È questo il tratto che può rendere feconda la missione e preservarla da ogni presunta autosufficienza, dalla tentazione di prendere in ostaggio la carne di Cristo – asceso al Cielo – per i propri progetti clericali di potere. Quando nella missione della Chiesa non si coglie e riconosce l’opera attuale ed efficace dello Spirito Santo, vuol dire che perfino le parole della missione – anche le più esatte, anche le più pensate – sono diventate “discorsi di umana sapienza”, usati per dar gloria a sé stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori (Papa Francesco, Messaggio alle Pontificie Opere Missionarie, Roma, presso S. Giovanni in Laterano, durante la solennità dell’Ascensione, 21.05.2020)
Papa Giovanni XXIII disse un giorno al suo segretario, poco prima di convocare il Concilio Vaticano II, che aveva compreso una cosa importante: la sua preghiera doveva cambiare. Ammise infatti che prima chiedeva sempre a Dio il suo Spirito perché facesse questo o quello e perché lo aiutasse nelle decisioni del suo delicato incarico. Ora invece pregava lo Spirito chiedendogli cosa Lui voleva fare, perché aveva capito di essere solo un suo aiutante. Pochi giorni dopo, ci fu l’annuncio di un nuovo Concilio Ecumenico della chiesa cattolica. Gesù è asceso al cielo, il suo Spirito scenderà a Pentecoste, affinché anche noi possiamo scendere per continuare la sua missione in mezzo agli uomini. Scendiamo dunque anche noi, perché solo così si ascende al cielo.

 

Cappella La Verna di San Francesco

santuario la verna di san francesco - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 21 mai, 2020 |Pas de commentaires »
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