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IL DIO DELLA CONSOLAZIONE

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IL DIO DELLA CONSOLAZIONE

Dice Gesù: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (Matteo 5,4). Il verbo usato nell’originale greco significa, letteralmente, “chiamare a sé”. Mi sembra di vedere un bambino che piange e la mamma che, per consolarlo, si china, lo attira a sé, lo prende fra le sue braccia e il bimbo smette di piangere!
Dio ama farsi conoscere, e chiamare, come un Dio di pace e di consolazione. Non possiamo – all’inizio della nostra riflessione – non citare l’introduzione della 2ª Lettera di San Paolo ai Corinzi (1,3-7): “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione. Egli ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio. Poiché, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale vi dà forza nel sopportare le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda: sappiamo che, come siete partecipi delle sofferenze, così lo siete anche della consolazione”.
L’attenzione, in questa beatitudine, va messa non solo e non tanto sulla consolazione, ma prima ancora su Colui che ci consola. Perché il valore della consolazione cristiana sta nel fatto che, a consolarci, è Dio stesso che è nostro Padre! Chi ci consola, è Gesù che ha pianto sulla tomba di Lazzaro, ed è stato “triste fino alla morte” nel Getsemani, ed è morto sulla croce dopo aver provato l’abbandono del Padre, ma risuscitando ci ha donato il perdono e la pace! Chi ci consola, è lo Spirito Santo che Gesù – promettendo di invia-
re – ha chiamato: “il Consolatore” (Giovanni 14,16).
Il cristianesimo manifesta la sua piena verità proprio nel fatto che pone la consolazione e la pace al termine e al culmine della vicenda umana: “Ora siete nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Giovanni 16,22-23).
Perché afflitti?
I motivi e le cause delle nostre afflizioni, di solito, sono motivi molto umani e terreni: un malessere, una malattia, la morte di una persona cara, un fastidio, la perdita del lavoro, le ristrettezze economiche, qualche cattiva notizia appresa dal giornale o dalla televisione, un’offesa ricevuta da un amico, uno stato di depressione…
Sono tutti motivi comprensibili e più che plausibili; mentre non possiamo e non dobbiamo lasciarci avvilire da motivi che provengono dal nostro orgoglio, o dalla nostra pigrizia, o dall’egoismo, o dall’avarizia, o da altri motivi non buoni, o addirittura dalle nostre gravi mancanze. A volte, tali afflizioni il Signore ce le manda perché impariamo a correggere i nostri difetti e cerchiamo di aprirci al Suo amore.
Ma esistono anche motivi di afflizione che sono legati alla santità della vocazione e della vita cristiana. Pensiamo alle afflizioni di San Paolo a motivo delle divisioni che si erano create nella comunità di Corinto, … per non pensare al pianto di Gesù su Gerusalemme, i cui figli Gesù aveva cercato di radunare come fa la chioccia con i suoi pulcini (Luca 13,34; 19,41). Così assistiamo al dolore dei genitori di fronte a figli che prendono vie sbagliate, alla disperazione dei figli quando i genitori si separano, all’afflizione di un sacerdote che dopo anni di lavoro faticoso vede come ancora tante persone non accolgono le sue parole e la sua testimonianza…
Nelle vite dei santi si trovano momenti di vera “notte oscura”, come la chiama San Giovanni della Croce, in cui non si sente la presenza del Padre che consola e si teme di avere sbagliato tutto. Sono prove che il Signore permette, per liberare il cuore da ogni piccola traccia di vanagloria, o di autocompiacimento.
Di fronte a tali prove, solo la fede, la preghiera, l’abbandono in Dio possono venire in aiuto. Ed è questa la vera consolazione, che Gesù ci ha promesso, e che anche Egli ha provato quando, nel giardino degli ulivi, è venuto un angelo a consolarlo (Luca 22,43).

Perché le afflizioni?
A questa domanda abbiamo già un po’ risposto, ma occorre approfondire, non solo per comprendere meglio, ma anche per saper trarre profitto dalle afflizioni.
Possiamo dire che il Signore permette, e anche manda, le afflizioni, per purificare la nostra anima, per liberarla dai residui della colpa originale, dalla tendenza all’orgoglio e all’autosufficienza, dalla ricerca di sicurezze terrene e di soddisfazioni personali.
In queste afflizioni non dobbiamo vedere una pena che Dio ci infligge a causa dei nostri peccati, e nemmeno un prezzo da pagare per ottenere un vantaggio, o quasi uno strumento che ci fa raggiungere la pace e la gioia.
Il vero motivo delle afflizioni è sempre e solo un motivo di amore. Gesù ci invita a soffrire con Lui perché ci ama, perché vuole farci salire con Sé sulla Croce, perché solo lì – sulla Croce – troviamo il vero senso e la vera misura dell’amore! “Non c’è amore più grande del dare la vita per i propri amici” (Giovanni 15,13).
Quindi, il Signore non ci offre e non ci garantisce una consolazione qualunque, ma la sua stessa consolazione, la consolazione che nasce e si riposa nell’Unità infinita dell’Amore Padre e dell’Amore Figlio, nell’amplesso dell’Amore Spirito Santo!

Consolando, restiamo consolati
E qui arriviamo al culmine della beatitudine: se la consolazione nasce e riposa in Dio, noi non solo siamo chiamati ad essere consolati quando stiamo vivendo un’afflizione, ma addirittura siamo chiamati a condividere le afflizioni dei nostri fratelli, per farci noi stessi strumento di quella consolazione che il Signore manda, chiedendo a noi di collaborare con Lui per diffondere la consolazione!
È un progetto stupendo che solo Dio può immaginare e che ha voluto rivelarci, prima – a poco a poco – con le pagine dell’Antico Testamento (pensiamo a quella parte del Libro di Isaia, chiamato appunto il Libro della consolazione, cap. 40 e segg.), ma poi – in modo ineguagliabile – con la venuta del suo Figlio Gesù e con la sua Risurrezione!
A ciascuno di noi, pertanto, Dio affida il compito di consolare; ed accanto ci mette la sua Madre, colei che più di tutti è stata afflitta, ai piedi della Croce mentre il Figlio stava morendo, e che più di tutti è stata consolata nel vederlo risorto e vivo, nel vedere discendere lo Spirito Santo sui discepoli a Pentecoste… e infine nell’incontrarlo in Cielo, quando è stata assunta nella gloria!
Il medesimo destino è stato fissato anche per noi! “Consolatevi dunque a vicenda con queste parole” (1 Tessalonicesi 4,18).

Don Rodolfo Reviglio

 

Publié dans:MEDITAZIONI BIBLICHE |on 30 août, 2018 |Pas de commentaires »

SERENITÀ BRILLA ALL’ORIZZONTE (EFESO) – GIANFRANCO RAVASI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_ravasi7.htm

SERENITÀ BRILLA ALL’ORIZZONTE (EFESO) – GIANFRANCO RAVASI

Gianfranco Ravasi (« Avvenire », 30/11/’06)

Efeso è un nome iscritto nella mente di tutti i cristiani, un nome che intreccia le vicende e le tradizioni di due apostoli, Paolo con la sua Lettera agli Efesini e Giovanni con l’altro breve e intenso scritto indirizzato all’ « angelo della Chiesa di Efeso » e incastonato nell’Apocalisse (2, 1-7). Efeso brilla nella storia dell’intera cristianità anche con quella basilica a tre navate a cielo aperto, accostata alle sontuose rovine della città ellenistico-romana, sede del Concilio di Efeso e della proclamazione della maternità divina di Maria. Efeso è cara alla cristianità anche per quel semplice e sereno santuario, collocato su un colle in mezzo ai boschi, denominato in turco Meryem Ana, « la casa di Maria », memoria popolare di un soggiorno mariano in questa terra. Lassù ieri è salito Benedetto XVI; attorno a lui si è raccolta la comunità cristiana di Turchia, simile al « piccolo gregge » evangelico, per ascoltare la sua parola. Un’omelia intessuta sui tre testi della liturgia eucaristica che si sono sostanzialmente aperti a tre vocaboli trasformati in segni di speranza. La prima parola è sbocciata dalla scena essenziale e grandiosa del Golgota, dipinta da Giovanni nel suo Vangelo e centrata su quell’estrema dichiarazione del Cristo morente – « Ecco tua madre » – destinata al figlio-discepolo. È, dunque, la maternità, che torna a fiorire proprio quando Maria perde il Figlio Gesù: « saldate in maniera indissolubile sono la maternità divina e la maternità ecclesiale ». Dalla croce di Cristo si dirama come una sorgente che feconda il deserto della storia, striato di sangue e di odio. Ecco, allora, la seconda parola, pace, racchiusa in una frase della Lettera agli Efesini assunta dal Papa a motto del suo viaggio: « Cristo è la nostra pace » (2, 4). Essa genera unità sia nella Chiesa sia tra le genti, secondo quella grandiosa visione messianica che Isaia aveva raffigurato come la sinfonia di un mondo nuovo, nel quale le spade diventano vomeri, le lance falci e le mani si stringono in armonia. La voce di Benedetto XVI si fa qui appassionata e cerca di raggiungere anche Gerusalemme e tutti i confini della terra, partendo proprio dall’Anatolia, « ponte naturale tra i continenti ». Ed è alla voce stessa di Maria che il Pontefice s’è affidato per la terza parola, la gioia: essa, infatti, è il filo della musica interiore del « Magnificat ». È un canto di felicità anche in mezzo all’oscurità delle prove, come è stato testimoniato dalla vicenda di don Andrea Santoro. Una serenità che brilla non solo nel cielo di Efeso ma anche all’orizzonte del dialogo tra fedi e culture, meta ultima di questo itinerario papale. C’erano bimbi turchi ieri lungo le strade a salutare il Papa. È significativo che, proprio in apertura alla sua omelia, Benedetto XVI abbia voluto citare un passo del Giornale dell’anima di Giovanni XXIII: « Io amo i turchi, apprezzo le qualità naturali di questo popolo che ha pure il suo posto preparato nel cammino della civilizzazione ». Ed è un finale suggestivo che l’invocazione a Maria, la Madre, tanto cara anche all’Islam, sia stata pronunziata dal Papa in turco: « Santa Maria Madre di Dio prega per noi

DIO NON È UN SOGNO MA FA SOGNARE

http://www.chiesavaldesetrapani.com/public_html/it/paolo-ricca-risponde/560-dio-non-e-un-sogno

DIO NON È UN SOGNO MA FA SOGNARE

Paolo Ricca – ‘Riforma’ del 25 feb 2011 (Chiesa Valdese)

L’altra notte ho sognato di pregare. Un sogno intenso e pure bello, tanto da spingermi ora a una riflessione: Dio si manifesta a noi anche in  sogno? Quella Parola del Signore che ascoltiamo di giorno, a mente desta, può raggiungere il nostro cuore di notte, nel pieno della vita onirica? Spontaneamente direi subito di sì: è impensabile che lo spirito di Dio si arresti sulla soglia del nostro sonno. La fede è dimensione onnipervasiva: non può svanire quando abbiamo gli occhi chiusi. E in effetti la Bibbia racconta spesso di sogni che Dio invia per rivelare la sua volontà: dal sogno della scala di Giacobbe ai sogni di Giuseppe narrati da Matteo. Ma che significa oggi sognare per coloro che hanno fede? Ecco un tema di cui mi pare non si parli proprio nelle nostre chiese. Omissione tanto più sorprendente se si pensa che la cultura contemporanea – dalla psicoanalisi di Freud e Jung fino alle ultime ricerche di neurobiologia – ha sempre considerato l’analisi del sogno come via imprescindibile per comprendere la mente umana. Come mai, invece, la predicazione delle nostre chiese sembra aver poco o nulla da dire sull’esperienza del sognare? Forse per paure di «derive misticheggianti »? O forse perché troppo concentrata sulle tematiche «diurne» dei problemi etici e sociali? Ma non rischiamo così di trascurare una dimensione interiore della vita che proprio il testo biblico invece non tralascia? Giampiero Comolli – Milano

Questa lettera sottopone alla nostra attenzione un tema insolito, mai affrontato in nessun’altra lettera pervenuta a questa  rubrica da quando esiste: il tema del sogno. Il nostro lettore constata che nella Bibbia il sogno come mezzo di  comunicazione di Dio e con Dio occupa un posto tutt’altro che secondario, mentre nelle chiese cristiane, compresa la  nostra, non occupa praticamente nessun posto; e ha ragione di porre, alla fine della lettera, una serie di interrogativi più  che legittimi. I punti da trattare mi sembra siano tre: il sogno; il sogno nella Bibbia; l’eclisse del sogno nella vita della  Chiesa e i modi possibili per superarla.

1. Il sogno. È un tema quanto mai vasto ed estremamente complesso. Interessa la religione, la filosofia, la psicologia, la psicoanalisi e altre discipline collaterali. È un fenomeno universale, di cui ogni persona umana fa l’esperienza, ma è  anche un fenomeno assolutamente personale, spesso difficile da decifrare anche per la persona che sogna: non  esistono, sembra, criteri generali, universalmente validi, per l’interpretazione dei sogni. Nell’antichità si pensava che il  sogno fosse un fatto soprannaturale e ci sono stati studiosi che hanno ravvisato nell’esperienza del sogno la nascita  della credenza in un Aldilà, in un «altro mondo» diverso da quello che sperimentiamo nello stato di veglia, e quindi  hanno visto nei sogni l’origine della religione. Nella modernità invece si pensa, in generale, che il sogno sia un fatto  naturale, la cui genesi viene spiegata in molti modi (stimoli fisici e psichici, incontri, ricordi, nodi irrisolti della vita,  desideri o impulsi repressi, rimozioni di varia natura), ma che resta in fin dei conti abbastanza misteriosa. I sogni  possono essere fausti e infausti; questi ultimi diventano facilmente incubi, come accadde alla moglie di Pilato che  consigliò (invano) al marito di non avere nulla a che fare con Gesù «perché oggi ho sofferto molto in sogno a cagione di  lui» (Matteo 27, 19). Ma già nell’antichità si levarono voci scettiche o critiche, come a esempio quella di Cicerone il  quale, nel De divinatione, vede nella divinazione (che era una specie di «religione dei sogni») nient’altro che  superstizione. Cicerone nega che «esista alcuna forza divina produttrice dei sogni» e sostiene che «nessuna visione  apparsa nel sonno proviene dalla volontà degli dèi» (2, 124). E aggiunge che, siccome sono più chiare e sicure le cose  viste da noi in stato di veglia che quelle che ci appaiono in sogno, «sarebbe stato più degno della bontà divina – se  davvero gli dèi intendessero con questo mezzo curarsi di noi – inviare visioni più chiare a chi è sveglio, non più oscure a  chi dorme» (2, 126). Così la pensava Cicerone sui sogni. Ma non così la pensa la Bibbia.

2. Il sogno nella Bibbia. La Bibbia è piena di sogni. Dio non è un sogno, ma fa sognare (Salmo 126, 1!). Fa sognare in  due sensi: anzitutto nel senso che comunica con gli uomini anche attraverso sogni; in secondo luogo nel senso che suscita in certe persone (profeti e altri) delle «visioni», che sono, per così dire, sogni a occhi aperti. L’elenco dei sogni  nella Bibbia sarebbe lungo. Il nostro lettore, a titolo di esempio, menziona quello bellissimo di Giacobbe (Genesi 28,  10-22), nel quale c’è la scala che unisce cielo e terra (Gesù, in Giovanni 1, 51, ha ripreso questo motivo: la «scala» è  lui!), ma soprattutto c’è la parola con la quale Dio stabilisce un patto con Giacobbe, decisivo per la sua vita; e ricorda i  sogni di Giuseppe, con i quali Dio lo informa sulla nascita miracolosa di Gesù, sulla necessita della fuga in Egitto per  salvare la vita del bambino e sulla possibilità di ritornare in patria dopo la morte di Erode. Si possono ricordare ancora,  sempre a titolo di esempio, i numerosi sogni di Giuseppe figlio di Giacobbe – e suoi (Genesi 37, 5-11) e quelli del  Faraone di cui Giuseppe svela il significato (Genesi 40 e 41), e, nella stessa linea, il sogno di Nebucadnetsar spiegato  da Daniele (Daniele 2). E ancora il sogno di Salomone nel corso del quale chiede a Dio di dargli «un cuore intelligente»  per essere in grado di «amministrare la giustizia e discernere il bene dal male» (I Re 3, 5-9).Sogno e  profezia erano all’inizio strettamente collegati tra loro (Numeri 12, 6) e, in genere, il sogno era considerato un mezzo  normale di comunicazione di Dio con l’uomo. Addirittura il profeta Gioele annuncia un tempo in cui lo Spirito di Dio sarà sparso «sopra ogni carne», cioè su ogni persona umana, e una delle sue manifestazione sarà che i vecchi avranno dei sogni e i giovani delle visioni (2, 28 s.) – testo che, com’è noto, Pietro cita nel suo sermone di Pentecoste (Atti 2, 17).  Dio dunque fa sognare e si serve del sogno per «parlare» all’uomo. Al tempo stesso però si manifesta già nell’Antico  Testamento una critica del sogno in rapporto alla polemica contro la falsa profezia: il falso profeta è «un sognatore»  (Deuteronomio 13, 1-5), che con i suoi sogni pensa di far dimenticare il nome di Dio al popolo d’Israele (Geremia 23,  25-28). I sogni di falsi profeti sono «paglia», mentre la parola di Dio recata da Geremia è «frumento». Anche  l’Ecclesiaste è critico nei confronti dei sogni (5, 2.6-7), e nella stessa linea il libro deuterocanonico del Siracide afferma  che «oracoli, auspici e sogni sono cose vane», perciò «non permettere che se ne occupi la tua mente» (34, 5-6). Rispetto all’Antico Testamento, nel Nuovo i sogni sono molto pochi. Oltre a quelli già citati di Giuseppe, ci sono i sogni  dell’apostolo Paolo in momenti cruciali del suo ministero (Atti 16, 9-10; 18, 9; 23, 11), ma più che di sogni si tratta di  «visioni» (che ricorrono anche in altre occasioni: Atti 9, 1-9; 27, 23 s.), nel corso delle quali viene impartito a Paolo un  ordine preciso, missionario o di altro genere: il contenuto del sogno o della visione è sempre una parola, che non è da  interpretare, ma semplicemente da ubbidire. Il sogno resta dunque anche nel Nuovo Testamento un mezzo con il quale  Dio, in certe circostanze, comunica la sua volontà. Non però in tutto il Nuovo Testamento: sogni e visioni non compaiono  er niente in Marco, negli scritti di Giovanni, nella maggioranza delle Lettere apostoliche e neppure nell’Apocalisse, che nasce non da un sogno, ma da una visione. Il sogno non è mai associato ai racconti della risurrezione e agli incontri con il Risorto: i discepoli, in quelle occasioni, non hanno sognato! Colpisce anche il fatto che   sogni e visioni non compaiano nelle liste dei carismi ((I Corinzi 12, 4-11; Romani 12, 6-8) e neppure nella descrizione  dei primi culti cristiani (I Corinzi 14, 26-33). Questo non significa che nel Nuovo Testamento ci sia una diffidenza nei  confronti di sogni e visioni: essi sono ancora visti come possibili mezzi di comunicazione tra Dio e l’uomo, ma sono  meno abituali e quindi meno frequenti che in altri momenti della storia della salvezza. Il mezzo di comunicazione  principale e normale tra Dio e l’uomo è la Parola, rivolta a persone sveglie. 3. L’eclisse del sogno. Il sogno ha  continuato a occupare un certo posto (marginale) nella vita di fede e nella storia della Chiesa antica e medievale, e  occasionalmente, anche in quella moderna, come dimostra, ad esempio, la celebre opera di John Bunyan (1628-1688)  Il viaggio del pellegrino [cristiano] verso l’altro mondo sotto forma di un sogno. È un fatto però che, soprattutto in tempi  più recenti, nella normale vita cristiana il sogno non è valorizzato come possibile esperienza religiosa e non occupa  alcun posto di rilievo nella predicazione, nella teologia, nella pratica pastorale e soprattutto nel culto comunitario. L’unica  ccezione sembra essere costituita oggi da certe chiese pentecostali, nelle quali il sogno svolge almeno  occasionalmente un qualche ruolo. A che cosa si deve attribuire questa eclisse del sogno nella vita della Chiesa? Al  timore di «derive misticheggianti», secondo una possibile ipotesi avanzata dal nostro lettore? Più probabilmente a una  certa atrofia della vita spirituale nelle nostre comunità e a un deficit di socializzazione delle esperienze di fede nel culto  pubblico. Ci teniamo tutto dentro, anche quello che potrebbe servire all’«utile comune» (I Corinzi 12, 7), cioè alla  edificazione della Chiesa. In compenso, la nostra generazione a beneficiato di alcuni sogni «a occhi aperti», come il  famoso I have a dream ( = «Ho un sogno») di Martin Luther King, che ha mobilitato e continua a mobilitare milioni di  persone in tutto il mondo. Un ricupero di familiarità con il sogno nella vita della Chiesa potrebbe partire da qui: sognare  (a occhi aperti, o anche chiusi, i sogni degli altri), in particolare dei poveri, degli ultimi in tutti i sensi, di quelli che  sognano ciò che dovrebbero avere, ma non hanno. E chiedere a Dio di darci una vita spirituale più ricca e più varia,  fatta non solo di pensiero e di morale, e di renderci capaci di condividerla con altri, liberandoci da una privatizzazione  estrema della vita di fede. Potrà allora accadere che si compia anche nelle nostre Chiese la promessa di Pentecoste:   vecchi che hanno dei sogni e giovani che hanno delle visioni.

 

L’ORDINE DEI SENTIMENTI NEL CAMMINO DI UN CREDENTE – DI CARLO MARIA MARTINI

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/sentimenti_e_aridita.htm

SENTIMENTI E ARIDITÀ  

L’ORDINE DEI SENTIMENTI NEL CAMMINO DI UN CREDENTE – DI CARLO MARIA MARTINI  

Sento timore e trepidazione perché a causa della natura complessa e poliedrica del tema del sentire umano non è possibile azzardare una parola conclusiva, ma semmai indicare qualche pista di lavoro. “L’ordine dei sentimenti nel cammino di un credente: gli esercizi spirituali di sant’Ignazio quale cammino verso la libertà”, è il titolo della mia relazione. Possiamo esprimerlo in forma di domanda: “C’è un ordine dei sentimenti? C’è un governo dei sentimenti? E’ lecito questo governo? E’ possibile?”. In altri termini: come fare quando i sentimenti mi tradiscono? Quando non sgorgano come e quando io vorrei oppure si spengono quando e come io non vorrei, oppure si accavallano e si urtano, così da togliermi io controllo di essi? Oppure si occultano, scompaiono, mi lasciano freddo, arido e cinico, quando io vorrei invece reagire a una situazione in modo diverso, più costruttivo e mi sento vuoto di sentimenti? E’ possibile questo governo? E’ giusto? O è meglio lasciare la briglia alla spontaneità, affidarsi ai torrenti del deserto, che ora si intorbidano nel momento delle grandi piogge, ora si seccano e deludono la nostra sete? Come fare ad esempio, quando in un amore, che si voleva senza fine, in una amicizia che si voleva perenne, i sentimenti si ottundono e si spengono? E’ necessario rassegnarsi? Oppure lottare? Si possono risuscitare? Come? Sono domande a cui non pretendo di rispondere esaustivamente, ma che pure si pongono nel cammino di ogni uomo e di ogni donna, perché sono parte di ogni rapporto umano. E’ il problema dell’esserci o meno dei sentimenti, dell’esserci a dispetto di noi. E’ questa incapacità a governarli che ci irrita, e vorremmo capire meglio. Il discorso vale, e fortemente, anche nel nostro rapporto o non rapporto con Dio, nel credere o nel non credere, perché molto spesso il sì o il no alla fede è giocato sull’onda del sentire o del non sentire. “Non credo perché non sento niente”, dice qualcuno; “Credevo, e tuttavia mi pare di non credere più, mi pare che i miei sentimenti si siano affievoliti con gli anni”. Ci chiediamo: esiste un tentativo di risposta sistematica a questi problemi?   Il libretto degli “Esercizi spirituali” Penso siano molto pochi coloro che hanno letto nella sua stesura originale il testo di sant’Ignazio. E’ composto di circa ottanta paginette ed è stato scritto quando Ignazio era ancora in ricerca di Dio e faceva le sue esperienze titubanti anche, e difficili, che annotava su dei fogli. Il libretto è stato scritto tra il 1521 e il 1538; Ignazio cominciò quindi a trentun anni ad appuntare alcune note di metodo su ciò che accadeva dentro di lui, sul suo itinerario mentale, e concluse la stesura circa verso i quarantacinque anni. E’ importante sapere che non è un libro fatto per essere letto, dal momento che raccoglie indicazioni metodologiche per un itinerario della mente: è un po’ come una guida dei sentieri di montagna, che non va letta, ma che accompagna chi percorre quei sentieri. Il libretto si può definire come l’itinerario per una scelta libera da condizionamenti emozionali, da investimenti affettivi errati, da blocchi sentimentali. Scelta, però, non priva di emozioni e di sentimenti; tuttavia libera da condizionamenti ciechi e irrazionali, nella ricerca e nella suscitazione di sentimenti sorgivi e autentici. Ignazio ci aiuta a ricercare, nel nostro intimo, i sentimenti autentici e a scoprire quelli inautentici e distruttivi, per mettere ordine. La parola “ordine” è fondamentale e la troviamo già nella definizione che Ignazio dà degli Esercizi: “Esercizi spirituali per mettere ordine nella propria vita senza prendere decisioni emozionalmente compromesse”. Egli ha proprio di mira la forza dei sentimenti da incanalare nella maniera giusta. E, in una delle prime Annotazioni metodologiche del libretto, sottolinea la forza del binomio capire – sentire, perché non basta capire, ma occorre capire e sentire. Conclude: “Non è il sapere molto che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e il gustare le cose interiormente” (Ann. 2. a). Si avverte dunque che il capire è importante; meno importante è il sapere molto, l’accumulo di pure informazioni; molto importante, per un cammino autentico della persona, è l’educarsi al sentire e gustare interiormente. E’ una vera educazione dei sentimenti. Ho cercato così di far cogliere la relazione tra il libretto degli Esercizi spirituali e il tema che ci siamo proposti: l’ordine dei sentimenti nel cammino di una persona. Ancora sottolineo, del testo ignaziano, che l’importanza dell’ordine dei sentimenti è anche indicata da alcune regole metodologiche, poste verso la fine, che trattano della scoperta che si deve imparare a fare dei propri movimenti interiori, delle emozioni, dei desideri, delle paure, delle angosce, delle ripugnanze, dei soprassalti di entusiasmo, ecc., in modo da mettervi ordine secondo una serie di principi orientativi chiari ed efficaci. Sono le cosiddette Regole per il discernimento, termine che appare già nella Scrittura, nel Nuovo Testamento e che acquista nel libretto un rilievo specifico. E’ importante – afferma sant’Ignazio – che ciascuno scopra e si renda ragione di ciò che ha dentro, soprattutto dei movimenti, delle pulsioni, degli istinti, non per una semplice psicanalisi del passato, bensì in relazione all’hinc et nunc, al vissuto del momento che si sta attraversando.   Come gli esercizi spirituali ci aiutano a ordinare i sentimenti. Torna la domanda dell’inizio: è possibile un ordine dei sentimenti, un governo di essi? Per rispondere sintetizzo alcune note di itinerario, che valgono per tutti e che mi sembra offrano le linee indicative e quasi conclusive di ciò che abbiamo vissuto nei precedenti incontri di questa sessione della “Cattedra”.   1.     E’ certamente possibile ordinare i sentimenti; ordinarli evidentemente con un dominio (lo diceva già Aristotele) non dispotico, bensì politico. Ordinarli infatti non significa schiacciarli o scatenarli o rimuoverli; esiste un giusto mezzo, un governo, una supervisione.  E’ già un’acquisizione: c’è un cammino personale possibile del governo dei sentimenti. 2.     Questo ordinamento dei sentimenti è in relazione a un fine, dice il libretto. Noi diremmo: un ordinamento dei sentimenti è possibile in relazione a un senso globale della vita, a una Weltanschauung. Non esiste un ordinamento senza un prima o un poi, senza priorità, senza un ordine dei valori, senza un cammino che va verso una meta. E’ il confronto tra il senso globale della vita e gli accadimenti oscuri del mio sentire tumultuoso e apparentemente incontrollabile e indecifrabile, che mi permette a poco a poco di tracciare delle coordinate di senso, di cominciare a capirci qualcosa, di separare alcune emozioni da altre, di riconoscerne alcune come costruttive, altre come distruttive, e di cominciare a darmi un ordine pratico nel confrontarmi con esse. 3.     Nasce la domanda che ritengo cruciale per un cammino adulto, per colui che ha già superato le prime conflittualità adolescenziali o giovanili dei sentimenti e ha a che fare con sentimenti più profondi e duraturi, quelli che reggono o non reggono nell’impegno della vita. Che cosa fare quando il pozzo si prosciuga, quando la sorgente si dissecca, quando i sentimenti, che ritenevo necessari, ovvi, giusti, si affievoliscono? Che cosa fare quando nell’amore umano sembra che non si sia più capaci di dirsi niente? Quando nella preghiera non si sente più nulla, sembra di mangiare sabbia, di camminare in un deserto? Quando sembra di non credere più a niente? 4.     Gli Esercizi spirituali insegnano che esistono delle regole preziosissime… regole fondate sulla conoscenza profonda della persona e delle sue relazioni con altre persone e con il mistero al di là delle persone umane. Regole che danno una luce straordinaria per quei momenti di buio da cui pochi sono esenti nel corso della vita, soprattutto se si tratta di persone che hanno dedicato la loro esistenza alla preghiera. I contemplativi lottano più di ogni altro con l’aridità dei sentimenti, con la ripugnanza, con l’impotenza, con l’oscurità della notte. Sono i momenti in cui ci si chiede: Che cosa mi sta succedendo? Perché i miei sentimenti non mi obbediscono più?   La regola fondamentale, il segreto della “notte oscura” (per usare l’espressione di san Giovanni della Croce), è molto semplice: anche un pozzo prosciugato nutre i fiori della vita. E’ dunque la scoperta di un’affettività subliminale al di là dei sentimenti immediatamente percepibili; è la scoperta di un’affettività che è dentro di noi senza che noi lo sappiamo e che è, se noi lo vogliamo, più forte delle ripugnanze e delle paure. Siamo o ci sembra di essere nel “buco nero”, ma in realtà c’è qualcosa di più profondo, che scorre nel silenzio e che nutre le risposte. Il non sapere dell’esistenza di queste acque porta alla disperazione, al cinismo, alla tomba dell’amore; lo scoprirlo invece è l’avvio di una nuova matura esistenza, di un nuovo ordine dei sentimenti. L’ultima parola che in proposito ci dice il libretto degli Esercizi è quindi consolante: esiste, al di là dei sentimenti superficiali, vulcanici, tumultuosi, proprio là dove si entra nella notte, nel deserto, la capacità di scoprire la potenzialità di energie umane profonde, che, se accolte, pongono la persona in una maturità nuova, in un più definitivo e pieno controllo di sé, in una nuova, acquisita libertà. E’ qualcosa che non si può esprimere a parole, perché va vissuta; è qualcosa verso cui si orienta tutta la grande tradizione mistica, e non solo cristiana, e che ha trovato una sedimentazione molto semplice proprio nel dinamismo, nel processo degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio. Non riguarda, ripeto, soltanto i cammini mistici, ma ogni esistenza che voglia pensarsi seriamente come esistenza che fonde in unità pensare e sentire. Chi vuol vivere un’esistenza così, arriva, presto o tardi, a dover fare il conto con la conflittualità e l’oscurità dei sentimenti che riteneva migliori e più validi. Soprattutto se si tratta della preghiera o dell’amore, di quegli amori che abbiamo scelto e che hanno costituito la nostra esperienza di vita. E’ qui che avviene la scoperta della radice più vera delle grandi scelte della vita, della “opzione fondamentale” che non si svolge nelle scaramucce dei sentimenti superficiali, bensì a queste profondità, dove ciascuno arriva, dove ciascuno ritrova, magari nel buio, la verità di sé.  Quali domande pratiche conseguono per noi?   Sintetizzo le domande in una sola che possiamo portare con noi per continuare la riflessione: Dove, quando mi è stato dato di accedere a questa profondità di me? Parlo di profondità – voglio sottolinearlo ancora – che non è frutto di introspezione, di terapia analitica, bensì di quella scoperta della propria autenticità che per lo più avviene nei momenti duri e neri della vita, allorché la persona giunge, forse per la prima volta, a una così autentica libertà, che la estrae dai condizionamenti emozionali che continuamente ci travolgono, verso la scoperta di un’emozionalità interiore potentissima, invincibile, perché sorgiva e finalmente libera. Questo è l’accesso alla libertà, il cammino verso la libertà. Lasciamo allora che la domanda che ho posto penetri in noi.

PAOLO, IL FARISEO CHIAMATO DA DIO

http://www.saverianibrescia.com/missione_oggi.php?centro_missionario=archivio_rivista&rivista=2009-02&id_r=54&sezione=parola_e_missione&articolo=paolo_il_fariseo_chiamato_da_dio&id_a=1657

PAOLO, IL FARISEO CHIAMATO DA DIO 

DI: P. FABRIZIO TOSOLINI, SX     FEBBRAIO 2009  

  Nella Lettera ai Filippesi Paolo vanta le sue origini: « Circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile » (Fil 3,5-6). In Gal 1,13-14 evidenzia la propria intransigenza come persecutore: « Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo; superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri ».   I FARISEI E IL MOVIMENTO DI GESÙ I Farisei sembrano essere gli eredi dei gruppi di Giudei che nel II sec. a.C. si erano opposti al progetto di ellenizzazione forzata di Antioco IV Epifane, prima sostenitori e poi perseguitati dalla dinastia Asmonea. Pongono in grande rilievo lo studio della Legge, ritenendo che essa possa guidare il comportamento umano e santificarlo fin nelle azioni più comuni. Per mettere in pratica la Legge in ogni azione della giornata, in particolare per quanto riguarda il prendere cibo, devono sottoporla a minuziosa analisi in modo da trovarvi tutte le indicazioni necessarie. Al tempo di Gesù e di Paolo sembra che le confraternite farisaiche fossero concentrate a Gerusalemme e dintorni (la vita in comune rendeva più facile l’osservanza delle regole alimentari); appartenevano in media agli strati sociali più bassi e vivevano poveramente. Il movimento che nasce attorno a Gesù mostra molti tratti di similitudine sia con gli Esseni che con i Farisei. I Vangeli presentano i Farisei come duri avversari del Cristo a motivo della separazione che avviene dopo la distruzione del Secondo Tempio nel 70 d.C., verso la fine del I sec. Al tempo di Gesù l’opposizione veniva da parte dei Sadducei, in particolare dalla famiglia di Anna e Caifa, sulla base di considerazioni politiche (in quanto discendente di Davide, Gesù aveva tutti i diritti di aspirare al trono di Israele). Giunto a Gerusalemme, Paolo deve essersi unito a qualcuna delle confraternite farisaiche e aver con loro studiato la Legge. Atti dice sotto la guida di Gamaliele. Non è impossibile che in questo tempo Paolo abbia sentito parlare di Gesù e forse lo abbia anche visto, quando il Rabbi di Nazaret saliva alla Città Santa.   LA REAZIONE DI PAOLO AL MOVIMENTO DI GESÙ  La predicazione di Gesù, e su Gesù da parte della prima comunità, deve aver suscitato in Paolo una forte reazione negativa: durante la sua vita pubblica Gesù mostra un’autorità superiore alla Legge e si attribuisce prerogative, quale quella di perdonare i peccati e di riformare il servizio nel Tempio, che sono solo di Dio; e questo sulla base della precisa coscienza di essere Figlio di Dio in modo superiore a quello di tutto Israele e di essere inviato da Dio per salvare il mondo e portare a tutti lo Spirito. Gesù era stato crocifisso e, siccome moriva della morte dei maledetti, Dio non poteva essere con lui. Ma i suoi seguaci stavano riempiendo Gerusalemme e il mondo giudaico della notizia della sua glorificazione, con un successo notevolissimo e con minaccia non solo per la funzione espiatrice del Tempio, ma anche per le tradizioni tramandate da Mosé (cf. At 6,13-14). Per questo, probabilmente, Paolo passa all’azione, mosso da quello zelo che era tipico delle comunità farisaiche e delle loro accese discussioni riguardo alla Legge. Non ci è chiaro come egli in concreto perseguiti i cristiani. È verosimile che si sia mosso in modo personale, autonomo, come un battitore libero, approfittando delle riunioni nelle sinagoghe per accusare pubblicamente i cristiani, contraddire il loro messaggio, obbligarli a fare pubblicamente delle affermazioni o dei giuramenti che andassero contro la loro fede (cosa che farà qualche decina d’anni dopo anche Plinio il Giovane). In questo modo egli ottiene la loro condanna da parte dei responsabili delle sinagoghe; condanna che, se non necessariamente comportava conseguenze fisiche (c’erano problemi di giurisdizione), di sicuro diventava un ostracismo morale che rendeva ai cristiani, doppiamente rifiutati (dai greci in quanto giudei, dai giudei in quanto cristiani), la vita molto difficile. È anche possibile che, in vista di questo, abbia ottenuto da parte del Sinedrio lettere di autorizzazione, che garantivano la sua autorità e ortodossia, e gli davano così una notevole forza di coercizione.   SULLA VIA DI DAMASCO LA CONVERSIONE L’apparizione di Gesù sulla via di Damasco costringe Paolo a ristrutturare tutto il suo mondo interiore. In quanto fariseo credeva nella risurrezione. Ora Gesù, vivo, si fa riconoscere da lui come colui che il Padre ha glorificato, e che, nello stesso tempo, manifesta la sua vita risorta nella Chiesa creando con essa una nuova storia. Non solo: dalla risurrezione risulta confermato quanto Gesù diceva di sé, di essere venuto e di donare se stesso per la salvezza di tutti gli uomini. Così che in Paolo l’attitudine di difensore della tradizione di Israele si rovescia nell’impegno di mettere tutti a contatto vivente, per mezzo della tradizione della comunità, con l’intenzione salvifica del Risorto. In questo modo Paolo riconosce che la Legge non può liberare dal peccato, se il Figlio di Dio è dovuto morire per espiare i peccati; anzi, se la Legge ha fornito le ragioni ad alcuni israeliti per condannare il Figlio di Dio, quel modo di interpretarla non ha più valore. La Legge ormai parla solo di Cristo e di ciò che lui è venuto a portare.   DALLA CONVERSIONE LA MISSIONE Paolo vede che il rapporto che Cristo instaura con lui avviene non più a partire dalla buona volontà umana, ma nasce e cresce per l’azione della potenza del Risorto, per la presenza dello Spirito che dà testimonianza allo spirito dell’uomo, lo guida alla confessione di fede e alla vita secondo la nuova Legge, che è la sua ispirazione nel profondo del cuore. Questa nuova Legge guida immancabilmente il cristiano sulle orme di Cristo, il quale si dona per la comunità degli uomini fino a perdere per loro le sue prerogative divine. Anche Paolo vedrà che ai doni mistici individuali è preferibile lo svuotamento di sé in vista della costruzione della famiglia di Dio, così che Cristo sia tutto in tutti. In questo modo Paolo esperimenta, interiormente ed esteriormente, nei gloriosi anni dell’impegno missionario, la mirabile corsa della Parola di Dio. Da povera e piccola parola annunziata, essa entra nel cuore e in esso si sviluppa, trasformandolo, operando in esso la fede, la speranza, la carità. La santificazione dello spirito umano si irradia nella vita visibile nel comportamento storico, nel cammino della comunità, la quale a sua volta diventa parola: parola irresistibile nella dinamica delle sue relazioni interne, quando tutti dicono le parole di Dio (cf. 1 Cor 14,25); parola che di nuovo diventa seme sulla bocca e nella vita degli annunciatori che essa invia. Sembra impossibile che Paolo abbia colto tutto questo nei brevi momenti in cui il Risorto gli fa conoscere la sua potenza. Eppure si può serenamente pensare che sia stato così, proprio come un grande albero è già tutto presente nel seme nascosto nella terra.   LE CONVERSIONI SONO L’OPERA DI DIO  Il libro degli Atti racconta tre volte l’esperienza della conversione di Paolo. L’apostolo stesso la paragonerà alla creazione (cf. 2 Cor 4,5). Sembra incredibile quanto poco poi, nell’esperienza comune della Chiesa, siano valutate le conversioni. Il fatto stesso di collocarne alcune in un’aura di straordinarietà contribuisce a distanziarle dalla vita. Eppure sono per antonomasia l’opera di Dio, il fuoco dal cielo che anche lo stesso Elia può solo invocare. Le comunità dovrebbero ritrovarsi sempre di nuovo attorno alle esperienze di conversione quasi come davanti alla Scrittura e davanti all’Eucaristia. Sono le conversioni quel mondo nuovo che Dio continua a scrivere nelle tenebre, facendole diventare giorno luminoso di risurrezione. Il resto rimane notte.   FABRIZIO TOSOLINI

MEDITAZIONE : « MA IN TUTTE QUESTE COSE NOI SIAMO PIÙ CHE VINCITORI IN VIRTÙ DI COLUI CHE CI HA AMATI » (ROMANI 8:37).

http://camcris.altervista.org/me23aprilem.html

DA « MEDITAZIONI DEL MATTINO E DELLA SERA »

di C. H. Spurgeon

Meditazione del mattino del 23 aprile

« MA IN TUTTE QUESTE COSE NOI SIAMO PIÙ CHE VINCITORI IN VIRTÙ DI COLUI CHE CI HA AMATI » (ROMANI 8:37).

Noi andiamo a Cristo per ricevere misericordia, e troppo spesso guardiamo alla legge per ottenere forza per vincere i nostri peccati. Paolo ci rimprovera così: « O Galati insensati! Chi vi ha ammaliati per non ubbidire alla verità, voi, davanti ai cui occhi Gesù Cristo è stato ritratto crocifisso fra voi? Questo solo desidero sapere da voi: avete ricevuto lo Spirito mediante le opere della legge o attraverso la predicazione della fede? Siete così insensati che, avendo cominciato nello Spirito, vorreste finire nella carne? » (Galati 3:1-3). Porta i tuoi peccati alla croce di Cristo, poichè il vecchio uomo può solo esservi crocifisso: noi siamo crocifissi con Lui. L’unica arma con cui è possibile combattere il peccato è la lancia che forò il costato di Gesù. Per fare un esempio – se vuoi vincere il tuo temperamento collerico, come puoi fare? È probabile che tu non abbia mai provato a portare a Gesù quel problema nel modo giusto. Come sono stato salvato? Sono andato a Gesù così com’ero, e ho creduto che Lui potesse salvarmi. Allo stesso modo devo comportarmi per liberarmi del mio cattivo carattere. È il solo modo. Devo andare alla croce e dire a Gesù: « Signore, io credo che Tu me ne puoi liberare ». Questo è l’unico modo per dare il colpo di grazia al tuo problema. Sei tentato dalla concupiscenza? Senti che il mondo ti irretisce? Puoi sforzarti di combattere contro questo male quanto vuoi, ma se è un peccato ossessionante non ne puoi essere liberato in altro modo che attraverso il sangue di Gesù. Portalo a Cristo. Digli: « Signore, ho creduto in Te, e il Tuo nome è Gesù, poichè Tu salvi il Tuo popolo dai suoi peccati; Signore, questo è uno dei miei peccati; salvami da esso! » Le ordinanze sono nulla senza Cristo come mezzo di mortificazione. Le tue preghiere, il tuo pentimento, le tue lacrime – tutte queste cose messe insieme – non valgono nulla senza di Lui. Nessuno all’infuori di Gesù può fare del bene ai peccatori sofferenti, come anche ai santi sofferenti. Devi essere vincitore in Colui che ti ha amato, se vuoi vincere. I nostri allori devono crescere tra le Sue olive nel Getsemani.

LA PORTA STRETTA

http://camcris.altervista.org/medvia.html

LA PORTA STRETTA

DA UNO SCRITTO DI B. MARZANO

« Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano » (Matteo 7:13-14).
Quando Gesù pronunciò queste parole, probabilmente aveva in mente le mura che circondavano la città di Gerusalemme sulle quali erano aperte delle porte. Alcune erano molto ampie, spaziose e vi poteva passare molta gente, altre invece più strette, disagevoli, denominate addirittura « cruna di ago » per le quali non era possibile che vi passassero i cammelli.
È probabile che quando Gesù disse: « È più facile che un cammello entri attraverso una cruna di un ago che non un ricco in paradiso », abbia fatto allusione a questa porta. Gesù raccomanda a tutti quelli che vogliono seguirLo di entrare per la porta stretta, perché « larga è la porta e spaziosa è la via che conduce alla perdizione ».
La via e la porta che conducono alla perdizione ben possono identificarsi con la via che percorsero gli abitanti di Sodoma e Gomorra che furono distrutti dal fuoco. È la via della ribellione al Signore. Anche il diluvio universale fu causato perché tutto il popolo, tranne Noè e la sua famiglia, seguiva questa via.
È scritto nella Bibbia: « Vi è tal via che all’uomo pare diritta ma finisce col menare alla morte » (Proverbi 16:25). Un primo aspetto dunque della via larga è la via del peccato e della disubbidienza, simbolo della vita senza fede che porta alla perdizione.
Ma vi è un’altra via, percorsa da intere nazioni. È la via del cristianesimo di « moda ».
Gesù disse ad un dottore di Gerusalemme: « Se uno non è nato di nuovo non può vedere il Regno di Dio », indicando un fatto necessario ed assoluto che deve realizzarsi nella vita di tutti i cristiani: una rivoluzione che scarta i sistemi dell’uomo ed accetta quelli di Dio. Questa rivoluzione è detta « conversione » o « nuova nascita » o « rigenerazione ».
Ma sono veramente vissute queste cose da tutti i credenti, oppure il cristianesimo per la maggior parte della gente è un fatto di moda dei nostri tempi? Forse pochi di noi ricordano il falso cristianesimo che Hitler volle imporre in Germania. Si volle identificare la dottrina di Gesù con la dottrina del nazismo e ciò allo scopo di dominare le masse. Si costituì una cosiddetta chiesa tedesca.
Ma contro questo tipo di chiesa insorse la Chiesa confessante, perseguitata e clandestina, la quale fece questa solenne dichiarazione: « Gesù Cristo, nel mondo in cui viene testimoniato dalla Sacra Scrittura è l’unica Parola di Dio che noi dobbiamo ascoltare ed a cui dobbiamo fiducia ed obbedienza in vita ed in morte. Rigettiamo la falsa dottrina secondo cui la Chiesa può e deve riconoscere come fonte di predicazione.. altri avvenimenti, forze, figure e verità quali rivelazioni di Dio ».
Molti furono imprigionati e chiusi in campi di concentramento. Il pastore Bonhoeffer mentre era in prigione così diceva ad un suo compagno di prigionia: « Se mi trovassi a passare per una delle vie principali di Berlino e mi venisse incontro un pazzo alla guida di un’automobile che investe i passanti, quale sarebbe il mio compito di pastore? Seppellire i morti e curare i feriti, o cercare di fermare quel pazzo? ».
Ed il pazzo nella mente del pastore Bonhoeffer era Hitler che aveva trascinato la Germania alla guerra. Questo testimone di Cristo, morì martire perché faceva parte della chiesa clandestina. La mattina del 9 aprile 1945 fu impiccato. Prima di salire al patibolo disse: « È la fine, ma per me è l’inizio della vita ».
Il pastore Bonhoeffer si era aggiunto ai martiri della Chiesa. Aveva seguito la via stretta della rinunzia e della croce, perché gli era data la possibilità di starsene in America, ma Egli ritornò in Germania, perché qui il Signore lo chiamava. Questo esempio illustra bene il pensiero di Cristo: « Larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione… Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano ».
Queste parole devono mettere tutti i cristiani in guardia affinché si domandino continuamente come meglio possono servire Gesù.
A ciascuno piace vivere secondo le regole del mondo e le cose che fanno i molti: vivere una vita tranquilla, con soli svaghi e divertimenti. Una vita cristiana regolata in questo senso, non è conforme all’insegnamento di Gesù Cristo: questa è proprio la via larga!
Gesù dice che bisogna imboccare la via stretta. E la via stretta è Lui stesso, che dopo tre anni di ministero terreno si è trovato attorniato soltanto da poche donne ed un esiguo gruppo di discepoli. « Io sono la via » e per molta gente non torna troppo a loro comodo seguire Colui che è la via che l’ha fatto essere l’uomo di dolori, vilipeso e sputato, coronato di spine e fatto morire su una croce. Ancora un giorno Egli così si espresse: « Gli uccelli del cielo hanno i loro nidi, le volpi hanno le loro tane, ma il figliuolo dell’uomo non ha neanche una pietra su cui posare il capo ». Essere discepolo di Gesù significa vivere e « camminare come Egli camminò ». Domandiamolo a tutte le genti della terra se siano disposte ad accettare con allegrezza questo insegnamento.
Se a tutti piace passare per la porta larga, dove non sono previste difficoltà, Gesù viene a capovolgere i nostri pensieri e ci dice di entrare per la porta stretta e camminare per la via angusta. È la via della fede secondo cui l’uomo non può più seguire la propria volontà egoistica ma segue il Signore ubbidendoGli in ogni cosa. È la via stretta dell’osservanza dei precetti evangelici, del lasciare tutto e diventare « ultimo » per amore dei fratelli.
Ricordiamoci però che il Regno dei cieli non è una conquista fatta da carne e sangue, ma un dono della grazia di Dio. Pertanto continua sarà la nostra preghiera a Dio affinché ci sostenga nel nostro cammino con Lui.

Publié dans:MEDITAZIONI BIBLICHE |on 31 août, 2015 |Pas de commentaires »
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