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Paolo e le radici cristiane d’Europa

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http://www.zenit.org/article-21134?l=italian

Paolo e le radici cristiane d’Europa


ROMA, lunedì, 25 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il contributo del dr. Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani, contenuto nel « Codex Pauli », un’opera unica dedicata a Benedetto XVI al termine dell’Anno Paolino. 

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Se penso alle radici cristiane d’Europa mi viene in mente la notte di Pasqua dell’anno di Cristo 387 quando, a Milano, Agostino riceve il battesimo da Ambrogio.

Agostino, africano-latino con qualche percentuale di sangue berbero nelle vene, viene battezzato e diventa cristiano per mano di Ambrogio, un germanico-latino originario di Treviri, già funzionario imperiale nell’Illirico e in Val Padana, che gli abitanti di Milano avevano fatto vescovo a furor di popolo.

L’Europa cristiana nasce quella notte di Pasqua dell’anno 387 e nasce sotto il segno del meticciato, della mescolanza di stirpi e di patrie.

Dietro quell’episodio che stringe in emblema il destino ecumenico del Cristianesimo, c’è il diritto romano che affermava l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge ma c’è anche Paolo di Tarso, il quale aveva detto non esserci più né greci né latini, né servi né padroni, ma solo uomini resi liberi dal Vangelo.

Paolo di Tarso, l’uomo di tre culture, il giudeo di legge e di sinagoga che parlava, scriveva e in parte pensava in greco ed era orgoglioso della sua cittadinanza romana, ha vissuto sulla sua pelle le contraddizioni ma anche la meravigliosa ricchezza della contaminazione e della pluralità e ha tradotto tutto questo in messaggio universale.

Io non sono un teologo, né un filologo scritturista, né uno storico delle religioni. Per me, storico dell’arte, san Paolo è come me lo hanno consegnato Michelangelo e Caravaggio, Rubens e Rembrandt: folgorato sulla via di Damasco, decollato sulla via Ostiense, armato di spada e di libro. Di spada perché ha combattuto la buona battaglia, di libro perché i suoi scritti hanno incendiato il mondo. Ma quando, da cristiano, penso all’Europa nostra patria comune, mi vengono in mente il Corpus iuris e le Epistole del giudeo di Tarso.

L’uno e le altre fanno un dittico laico e religioso insieme che basta, da solo, a giustificare la storia e il destino del nostro continente. La certezza del diritto, il primato della legge da una parte e dall’altra l’immensa libertà che Cristo, per il tramite di san Paolo, ha consegnato ad ognuno.

Credo sia indubbio, anche alla luce di recenti studi, che all’origine dell’Europa cristiana vi siano proprio la persona e il pensiero di Paolo. Ma è soprattutto a partire da una rilettura spassionata degli Atti degli Apostoli che è possibile rinvenire la matrice originaria. L’evangelista Luca, autore degli Atti degli Apostoli, scorge in Paolo il prolungamento del ministero di Gesù e il primo adempimento di quanto inaugurato proprio con la venuta del Messia. Luca ravvisa, nella proclamazione paolina del Vangelo, un nuovo inizio della storia dell’umanità. Centro propulsore e meta è il continente europeo e naturalmente Roma, capitale dell’Impero.

Certamente né Luca né Paolo potevano aver razionalizzato l’idea di Europa, così come oggi la si intende, perché questo concetto nasce molto tardivamente rispetto all’epoca apostolica. Pur tuttavia, la realtà geografica così denominata aveva una certa delineazione. Così come era definita l’intenzione di Luca di scorgere il cammino di Cristo da Gerusalemme a Roma, centro e cuore dell’Europa pagana. Nell’opera di propagazione del Vangelo, è sempre il Cristo ad essere protagonista nel suo apostolo, che ripresenta fedelmente nel concreto della propria esistenza la vita, la morte e la risurrezione del Signore. Quindi l’Europa diviene la terra del « nuovo inizio » universale, dal significato non solo antropologico e teologico, bensì cristologico – ecclesiologico.

Alle origini del Cristianesimo europeo vi è allora un disegno salvifico che inizia con la sortita strategica di At 16 e, attraverso il mistero di sofferenza e di morte, di At 27 – 28 si perfeziona e si compie. Alle radici di valore dell’Europa, permane il mistero di morte e risurrezione di Gesù rivissuta nelle concrete vicende degli Apostoli. E’ questa l’arma di « conquista » dell’Impero e la volontà di dare anima al Vecchio Continente.

La successiva testimonianza resa dai martiri espliciterà maggiormente questa realtà teologica: il mistero pasquale si evidenzia quale nucleo più autentico e verace delle radici spirituali di questa porzione geografica, la fonte sorgiva di ogni conquista per la pace, l’uguaglianza, la solidarietà e la libertà che proprio attraverso il Vangelo diventano patrimonio europeo.
Dr. Antonio Paolucci

Direttore dei Musei Vaticani

Publié dans:Codex Pauli |on 29 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

Paolo “cosmopolita”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-21106?l=italian

Paolo “cosmopolita”

ROMA, venerdì, 22 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il contributo del prof. Paolo Ricca, della Facoltà Teologica Valdese di Roma, contenuto nel “Codex Pauli”, un’opera unica dedicata a Benedetto XVI al termine dell’Anno Paolino.

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Paolo cosmopolita, cioè «cittadino del mondo»? Proprio lui che scriveva ai cristiani di Filippi: «La nostra cittadinanza [altri traduce: «la nostra patria»] è nei cieli, da dove aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo» (Fil 3,20) – proprio lui avrebbe dovuto sentirsi e considerarsi «cittadino del mondo», di questo mondo che passa (1Cor 7,31), riconoscendo tutto il mondo come la sua patria? Paolo cosmopolita? Poteva esserlo davvero quel Saulo/Paolo che descriveva se stesso così: «Io, circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge…» – poteva davvero questo ebreo purosangue, questo fariseo di stretta osservanza, così consapevole di sé e del suo rango all’interno del popolo eletto, essere al tempo stesso cosmopolita, cioè appartenere a più culture e farsi di volta in volta, oltre che ebreo con gli ebrei, anche greco con i greci e romano con i romani? Sì, per quanto strano possa sembrare, poteva esserlo e lo è stato. Lo è stato in due sensi: per formazione e per vocazione.

Cosmopolita per formazione

Già la città in cui nacque e crebbe, Tarso in Cilicia, lo predisponeva in tal senso. Crocevia commerciale di prima grandezza, importante centro politico (sede del governatore romano da quando, nel 66 a.C., la Cilicia divenne provincia dell’impero), città con antiche e nobili tradizioni culturali (erano conosciute le sue scuole di filosofia stoica), Tarso riuniva in sé ellenismo e romanità, e l’ebreo Paolo familiarizzò con entrambe fin dall’infanzia, integrandole nella sua robusta formazione teologica farisaica. In Paolo dunque coesistono tre mondi: quello ebraico, quello greco e quello romano. Paolo è un ebreo della Diaspora, e il suo ebraismo è abbastanza diverso, su più questioni, da quello palestinese. Era un ebraismo che parlava greco ed era aperto al mondo circostante, disposto all’ascolto e al dialogo, in particolare con certe correnti filosofiche e religiose, con le quali non mancarono contaminazioni di varia natura. Paolo era figlio di questo ebraismo. Anch’egli era poliglotta fin da bambino, e ogni poliglotta appartiene a diverse culture: il greco sembra essergli stato così familiare da diventare quasi una seconda lingua materna, accanto all’aramaico.

Ma con la lingua è la cultura greca che lo ha fortemente segnato. Tutte le sue lettere sono scritte in greco (compresa quella «ai Romani»!), e quando cita (per lo più a memoria) la Torah, come spesso accade, non la cita dal testo ebraico, ma da quello greco della traduzione dei Settanta, che evidentemente è quella sulla quale si è formato religiosamente. Leggendo le sue lettere sono molti gli indizi che rivelano quanto Paolo abbia assimilato elementi della cultura ellenistica, come ad esempio1 le regole dello stile epistolare, modelli di retorica forense (1Cor 1-4), immagini prese a prestito dal mondo sportivo greco (1Cor 9,24-27), conoscenza del linguaggio delle religioni di mistero (Rm 6,1-14), vari echi della morale stoica (Fil 4,8), idee come quella della Chiesa «corpo di Cristo» inspiegabile senza il ricorso alla filosofia greca (1Cor 12,12-26), dalla quale peraltro Paolo sa anche prendere polemicamente le distanze (1Cor 1,17-25).

Per quanto infine concerne la cultura romana, si deve pensare anzitutto alla rivendicazione da parte di Paolo (così come lo descrive Luca) della sua identità di cittadino romano (At 22,25-29), della quale non c’è ragione di dubitare, anche se Paolo stesso non ne parla mai nelle sue lettere. C’è poi il passo fondamentale di Romani 13,1-7 che, comunque lo si interpreti, dà un giudizio nettamente positivo sulla funzione delle autorità costituite, che concretamente erano quelle dell’impero romano. Paolo le chiama «diaconi di Dio» (v. 4) e «ministri di Dio» (v. 6). Sembra che nel momento in cui scrisse la Lettera ai Romani egli giudicasse favorevolmente la pax romana, in quanto utile all’annuncio e alla diffusione dell’Evangelo. Il fatto poi che Paolo si sia appellato a Cesare (At 25,11) rivela la sua fiducia, non necessariamente ingenua, nel sistema giudiziario romano. Insomma: Roma non è una nemica e offre all’Apostolo un quadro politico-amministrativo nel quale egli si sente e si muove a suo agio. In questo senso, il suo cosmopolitismo combacia sostanzialmente con l’oikoumene romana (Lc 2,1).

Cosmopolita per vocazione

La radice profonda del cosmopolitismo di Paolo ha però a che fare, oltre che con la sua formazione, con la sua vocazione a evangelizzare i popoli pagani. Dio, scrive Paolo, «si compiacque di rivelare in me il suo Figlio perché lo annunciassi fra i pagani» (Gal 1,16). E questo fu fin dall’inizio l’accordo con gli altri apostoli riuniti a Gerusalemme: Paolo sarebbe stato missionario fra i pagani, e gli altri fra gli ebrei (Gal 2,7-9). E così è stato. Ma essere apostolo dei pagani significava esserlo del mondo intero, ed è così che Paolo ha inteso e vissuto il suo ministero. Questo spiega perché è stato perennemente in viaggio e perché s’è fermato così poco nelle comunità da lui fondate: doveva andare oltre, perciò le ha curate, sì, ma a distanza, mediante le sue lettere. Nel breve arco di tempo prima del ritorno del Signore, doveva far conoscere il suo nome «fino alle estremità della terra» (At 1,8), portando l’Evangelo «là dove Cristo non fosse già stato nominato» (Romani 15,20). Il cosmopolitismo di Paolo è dunque «l’orizzonte mondiale» della sua missione2. C’è un versetto che illustra perfettamente questo orizzonte: «… a motivo della grazia che mi è stata fatta da Dio, di essere ministro di Gesù Cristo presso i pagani, esercitando il sacro servizio dell’Evangelo di Dio, affinché i pagani divengano un’offerta che, santificata dallo Spirito Santo, sia gradita a Dio» (Rm 15,16). Paolo utilizza qui un linguaggio cultuale e si paragona a un sacerdote dell’Antico Patto, ma per un servizio completamente diverso: il servizio sacerdotale ora non consiste più nel sacrificio di una vittima, ma nella predicazione dell’Evangelo, e l’offerta a Dio non è più quella di uno o più animali, ma è l’offerta dei popoli pagani convertiti a Cristo e santificati dallo Spirito. Proprio perché tutti i popoli vengano a conoscenza della loro salvezza in Cristo, Paolo, com’è noto, progettava di recarsi, dopo Roma, in Spagna (Rm 15,23.28), spingendosi così fino all’estremo confine occidentale del mondo allora conosciuto.

Ma il cosmopolitismo missionario di Paolo, a sua volta, affonda le sue radici in quello che possiamo chiamare il cosmopolitismo di Dio, descritto così bene dall’Apostolo stesso: «Dio ha rinchiuso tutti [ebrei e pagani] nella disubbidienza, per far misericordia a tutti» (Rm 11,32). Il cosmopolitismo missionario di Paolo, concludendo, non è altro che il cosmopolitismo della grazia.

Prof. Paolo Ricca

Facoltà Teologica Valdese di Roma.

contributo del Cardinale Jean Louis Tauran nel « Codex Pauli »

dal sito:

http://www.zenit.org/article-21043?l=italian

Paolo, modello di dialogo interreligioso

ROMA, lunedì, 18 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il contributo del Cardinale Jean Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, contenuto nel « Codex Pauli », un’opera unica dedicata a Benedetto XVI al termine dell’Anno Paolino.  

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La Dichiarazione conciliare Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non-cristiane in alcuni passi fondamentali attinge al pensiero dell’apostolo Paolo. Al numero 2 essa afferma: «La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini. Tuttavia essa annuncia ed è tenuta ad annunciare il Cristo che è “Via, Verità e Vita” (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose».

Infatti il documento fa appello ad una nota espressione di Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi: «È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione» (cfr. 2Cor 5,18-19).

Di fronte alla storia che frequentemente è apparsa come quadro di divisioni, lacerazioni e fratture, l’appello dell’Apostolo alla riconciliazione può essere inteso come un richiamo a ciò che oggi chiamiamo con il termine di “dialogo”. Sebbene questo termine non compaia negli scritti paolini, lo spirito che guida l’Apostolo alla ricerca dell’unità e della cordiale convivenza nel mondo pervaso da culture, religioni e sistemi filosofici diversi è quello che si ispira alla realtà del dialogo interreligioso (oggi anche interculturale e interetnico).

Il centro dell’unità cui deve convergere necessariamente l’umanità è per il grande Apostolo la persona di Cristo. Egli con frequenza ama infatti evidenziare il ruolo non solo cosmico, ma anche salvifico della Croce e della Pasqua che hanno fatto del Cristo il Kyrios, Signore dell’umanità e della Storia. Non solo, ma è nel “mistero” della Croce che Paolo vede l’abbraccio di tutta l’umanità, riconciliata dalle lacerazioni e dalle divisioni che al suo tempo venivano raffigurate nella duplice realtà del mondo religioso ebraico e del mondo religioso greco – romano. Quanto avviene ad Atene presso l’Areopago rende ben visibile l’atteggiamento con cui Paolo si pone di fronte all’uomo che ricerca nella sincerità la verità. L’Agnostos Theos, cioè il “Dio sconosciuto”, è pur sempre il Dio da tutti ricercato e verso il quale si protende la profondità del cuore dell’uomo. È qui che l’Apostolo propone in tutta la sua verità l’annuncio del Vangelo di Cristo e l’opera della sua salvezza, racchiusa nell’evento straordinario della Risurrezione.

L’autore degli Atti degli Apostoli non esita ad esprimere la difficoltà di tale annuncio in un mondo religiosamente complesso e profondamente radicato in un pensiero limitato al solo orizzonte umano (cfr. At 17,32). Tuttavia è in questo annuncio che si trovano la radice e l’origine della consapevolezza che Paolo ha della forza rinnovatrice e propulsiva sia del messaggio di verità di Gesù, sia della sua Pasqua di Risurrezione. Un simile atteggiamento dell’Apostolo nei confronti degli Ateniesi che come “a tentoni” sono alla ricerca del vero Dio (cfr. At 17,27) appare profondamente rispettoso e nello stesso tempo capace di cogliere quei semina Verbi che guideranno sia l’ulteriore annuncio della prima Chiesa, sia il dialogo attuale con le diverse religioni.

L’edificio della pace

Come ha ricordato il Santo Padre nel discorso alla plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso (8 giugno 2008) «tutti hanno il dovere naturale e l’obbligo morale di ricercare la verità. Conosciutala, sono tenuti ad aderire ad essa e a ordinare la propria vita secondo le sue esigenze». E ha proseguito, rievocando 2Cor 5,14: «È l’amore di Cristo che esorta la Chiesa a raggiungere ogni essere umano senza distinzione, oltre i confini della Chiesa visibile. La fonte della missione della Chiesa è l’amore divino». Il contenuto e la modalità del dialogo, pertanto, sono strettamente vincolati. «Veritatem facientes in caritate» (Ef 4,15), ricorda san Paolo, al quale fa eco sant’Agostino: «Victoria veritatis est caritas».

Ritornando al Documento Conciliare Nostra Aetate, al numero 5, leggiamo: «Il Sacro Concilio seguendo le tracce dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, ardentemente scongiura i Cristiani che “mantenendo tra le genti una condotta impeccabile (1Pt 2,12), se è possibile, per quanto da loro dipende, stiano in pace con tutti gli uomini, affinché siano realmente figli del Padre che è nei cieli». San Paolo aveva già raccomandato ai Romani di coltivare nel contesto di un mondo contrassegnato dalle diversità e dalle differenti sensibilità religiose, l’atteggiamento caratteristico del cristiano incentrato nella eirene/pace: «per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti» (cfr Rm 12,18). Simile raccomandazione, originariamente sulle labbra di Gesù nel discorso della Montagna (cfr. Mt 5,9), è un invito a costruire un mondo ravvivato da rapporti cordiali e fraterni che trovano nel “Principe della Pace” il primo costruttore e il modello raggiungibile da tutti gli uomini. In questa luce ogni religione offre il proprio apporto, anzi è invitata a incrementare alacremente l’“edifico” della pace, per il quale Cristo ancora ama proporsi quale “pietra angolare”. Ed è in questo senso che la Chiesa Cattolica si è fatta più volte promotrice di dialogo con le altre religioni per la pace.

Un ulteriore aspetto che meglio definisce l’esemplarità di Paolo è da ricercare nel concetto di “libertà”: «Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà!» (2Cor 3,17). Paolo è un uomo libero proprio perché conquistato da Cristo. Ed è uomo di preghiera. È nella preghiera che egli trova soccorso nella debolezza, vede un senso là dove sembra esserci soltanto sofferenza, affronta le divisioni tra i credenti, risponde con il coraggio a episodi che – umanamente parlando – appaiono come scoraggianti fallimenti. Ricordava ancora papa Benedetto XVI che «la collaborazione interreligiosa offre opportunità di esprimere gli ideali più elevati di ogni tradizione religiosa». Tra tali ideali vi è sicuramente anche il recupero della dimensione spirituale, avvertita oggi quanto mai urgente di fronte a uno stile di vita sempre più diffuso che non risponde ad alcuna regola oltre al dictat di un consumo sempre più ampio, a ogni costo. Paolo al contrario è un modello di equilibrio: non solo per la sobrietà imposta dal suo stile di vita missionario, sempre in movimento, consapevole della transitorietà di questa vita, ma perché lavora con le proprie mani. Spiritualità, missione e laboriosità sono tutte ben presenti in lui. San Paolo non trasforma mai la religione in un mezzo di arricchimento materiale e in questo modo dà la prima e più forte testimonianza che il denaro non è il dio che regola questo mondo, ma che una Provvidenza più alta muove la storia. Egli ha a cuore anche il destino della natura, vista non solo come risorsa da soggiogare e sfruttare, ma come sorella dell’umanità che invoca anch’essa salvezza (cfr. Rm 8,19-22). Inoltre l’Apostolo diventa anche un modello di solidarietà quando, ad esempio, si fa promotore presso le chiese che vengono dal paganesimo di una raccolta di denaro per le necessità dei credenti più poveri nella comunità di Gerusalemme (1Cor 16,1; Rm 15,26).

Card. Jean Louis Tauran

Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso

« Codex Pauli », Paolo di Tarso contributo del Prof. Romano Penna

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20981?l=italian

Saulo/Paolo di Tarso

ROMA, mercoledì, 13 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il contributo del prof. Romano Penna, docente di Esegesi del Nuovo Testamento e di Origini Cristiane all’Università Lateranense di Roma, contenuto nel « Codex Pauli », un’opera unica dedicata a Benedetto XVI al termine dell’Anno Paolino.

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Tra tutti i personaggi del Nuovo Testamento la vita dell’apostolo Paolo è quella meglio conosciuta. Sia negli Atti degli Apostoli, sia nelle Lettere è possibile cogliere i diversi dati autobiografici riguardanti Saulo/Paolo (il doppio nome era corrente nell’ebraismo del tempo). Anche la letteratura apocrifa sull’Apostolo, come gli Atti di Paolo e Tecla (II/III secolo), può concorrere con le dovute cautele, a questo scopo. Ma mentre le Lettere paoline sono fonte di prima mano, gli Atti degli Apostoli (se si eccettuano le brevi « sezioni-noi »), attingono a fonti di seconda e terza mano. Il periodo più sicuro della vita di Paolo è quello che va dalla sua « conversione » all’arrivo a Roma come prigioniero.

Occorre però precisare che qui una certa sicurezza si ottiene più a livello di cronologia relativa che assoluta: è cioè abbastanza facile ottenere un rapporto più o meno accettabile fra i vari momenti scaglionantisi all’interno dell’esistenza dell’Apostolo, ma lo è meno stabilire un rapporto irrefutabile rispetto alla datazione esterna della storia del I secolo. Restano inoltre interrogativi parzialmente insoluti: come fu la sua vita prima della conversione? E cosa avvenne dopo il biennio trascorso a Roma?

Questioni cronologiche

I punti di riferimento maggiormente documentabili, ma anche discussi, per una biografia paolina sono tre.

II fatto più sicuro, è dato dalla comparizione di Paolo davanti al proconsole Gallione a Corinto (At 18,12-17).

Da una lettera dell’imperatore Claudio scoperta a Delfi nel 1905, combinata con un testo del Corpus inscriptionum latinarum (CIL 1256) e con Dione Cassio (LX 17,3), si può dedurre, con un possibile ma improbabile scarto di un anno, che Gallione fu «proconsole (anthypatos)» di Acaia tra il maggio del 51 e il maggio del 52. Quindi, nel corso di questo anno, Paolo fu certamente a Corinto. Il secondo dato cronologico è l’editto di Claudio, che cacciò gli ebrei da Roma, datato nell’anno 49. Ma ci sono delle difficoltà: dell’editto, Tacito non parla, e anche Giuseppe Flavio non lo conosce.

In terzo luogo occore stabilire l’anno in cui avvenne il cambio del procuratore della Giudea da Antonio Felice a Porcio Festo, verificatosi dopo l’arresto di Paolo a Gerusalemme al termine del terzo viaggio missionario. Mentre l’opinione tradizionale lo colloca verso il 60, sembrerebbe doversi accettare come più probabile l’anno 55, sulla base di queste fonti:

- Giuseppe Flavio (Ant. XX 182) narra che Felice a Roma, dopo la destituzione, fu salvato dalla protezione del fratello Pallante, ministro delle finanze di Claudio e poi di Nerone (diventato imperatore nel 54);

- Tacito (Ann. XII 14) precisa che Pallante cadde in disgrazia verso la fine del 55, poco prima dell’uccisione di Britannico (figlio di Claudio e Messalina e possibile antagonista di Nerone);

- Svetonio (Cl. 27 combinato con ib. 7 e 14) ci dice che Britannico fu avvelenato poco prima del quattordicesimo compleanno, che doveva cadere il 13 febbraio 56.

Stando così le cose, il procuratore Antonio Felice dovette essere destituito entro l’anno 55, ricevendo, come successore Porcio Festo entro quello stesso anno. Pertanto la notizia di At 24,27 («trascorsi due anni») dovrebbe riferirsi al biennio non della prigionia di Paolo, durata pochi mesi, ma della procura di Antonio Felice.

In tal caso, il viaggio di Paolo da Cesarea a Roma si svolge tra l’autunno del 55 e la primavera del 56 (cfr. At 27,12; 28,11), e il biennio da lui trascorso a Roma (At 28,30) sarebbe compreso tra il 56 e il 58.

Su queste basi, si possono proporre due ipotesi di sistemazione cronologica, limitandoci ai fatti maggiori:

A. La cronologia tradizionale pone la conversione nel 34-35; il primo viaggio missionario (Pisidia e Licaonia) nel 45-49; il concilio di Gerusalemme nel 48-49; il secondo viaggio missionario (Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto) nel 50-52; terzo viaggio (Efeso, Macedonia, Corinto, Mileto) nel 53-57/58; l’arresto a Gerusalemme e un biennio di prigionia nel 57-59 o 58-60 (in questi anni avviene il cambio del procuratore); l’arrivo a Roma nel 60-61 e conseguente biennio di prigionia; viaggio in Spagna e ritorno nell’area del Mar Egeo; secondo arresto e martirio a Roma tra il 64 e il 68. Secondo questa cronologia, le lettere (tutte e tredici) si scaglionerebbero tra il 51 e il 67.

B. Tra le molte e discordanti proposte, che si discostano da quella comune, proponiamo la ricostruzione abbastanza recente e originale di G. Lüdemann, che si fonda su Gal 1,6-2,14 e sul criterio delle collette per i poveri di Gerusalemme. Lüdemann struttura la vita di Paolo non secondo i viaggi missionari, ma secondo le visite compiute a Gerusalemme (il tutto con lo scarto di tre anni, a seconda che si ponga la morte di Gesù nell’anno 27, da lui preferito, o nel 30, che qui seguiamo): la conversione nel 33; la prima visita a Gerusalemme («videre Petrum», Gal 1,18) nel 36; il viaggio con Barnaba in Siria-Cilicia (e Galazia del Sud: At 13-14), più il viaggio missionario autonomo a Filippi,Tessalonica, Atene, Corinto fra il 37 e il 41; in concomitanza, la fondazione delle comunità galatiche; la seconda visita a Gerusalemme per il concilio nel 50; a Efeso nel 51; la «visita intermedia» a Corinto nel 52 (e incontro con Gallione); Efeso – Macedonia – Corinto nel 53-55; la terza visita a Gerusalemme per portare le collette nel 55; in quest’anno avviene il cambio del procuratore; l’arrivo a Roma nel 56 e la prigionia biennale fino al 58. Stando a questa cronologia, le lettere (solo sette autentiche) si pongono tra il 41 e il 58. Secondo Dockx, tra il 58 e il 67 si collocherebbe il viaggio di Paolo in Spagna (cfr. Rm 15,28; lClem 5,7) e un nuovo viaggio in Oriente con l’itinerario Creta – Efeso – Macedonia – Nicopoli – Efeso – Troade documentato dalle lettere pastorali. Secondo l’opinione tradizionale, questi ultimi viaggi si collocherebbero tra il 63 e il 67. Molti autori invece ritengono che Paolo abbia subito il martirio immediatamente allo scadere del biennio di prigionia a Roma (a motivo sia della finale tronca degli Atti, sia della inautenticità delle lettere pastorali).

Profilo della vita di Paolo

Saulo nacque non molti anni dopo Gesù a Tarso in Cilicia, nell’attuale Turchia sud-orientale (cfr. At 21,39). Pur appartenendo a una famiglia di fedele osservanza ebraica (cfr. Fil 3,5-6), già alla nascita ebbe in eredità dal padre la cittadinanza romana (cfr. At 16,37-39; 22,25-29; 25,10-12), che gli permetterà di appellarsi al giudizio diretto dell’imperatore (cfr. At 25,1-12; così faranno poi anche altri cristiani, come leggiamo nella Lettera 10,96 di Plinio il Giovane a Traiano all’inizio del II secolo).

Il nome romano di «Paolo», che egli usa sempre nelle lettere («Saulo» è testimoniato solo da Luca negli Atti), può derivare o da uno scambio per assonanza così da adeguarsi meglio all’ambiente culturale non giudaico, oppure dal nome del patrono romano, che può aver trasformato in liberti gli avi dell’apostolo (i quali si sono forse trasferiti dalla Palestina alla Cilicia in seguito all’intervento di Pompeo nel 63 a.C.).

Nella città di Tarso, che già Senofonte definiva «grande e felice», al tempo di Paolo regnava «un grande zelo per la filosofia e per ogni ramo della formazione universale»; essa fu la patria di non pochi filosofi stoici, tra cui Crisippo e poi Atenodoro, precettore di Augusto. Paolo vi frequentò certamente una buona scuola elementare greca, anche se probabilmente di ambito giudaico, consistente nell’apprendimento della lingua greca e soprattutto della Bibbia greca, con la quale egli si dimostrerà familiarizzato. È probabile che vi abbia appreso anche elementi di retorica, ma che non abbia studiato i classici della letteratura greca (diversamente dal filosofo ebreo, suo coetaneo, Filone di Alessandria). Stando alla testimonianza del retore-filosofo di poco posteriore, Dione di Prusa (cfr. Oratio 33,47), a Tarso si venerava il dio locale Sandam, assimilato a Eracle, secondo forme cultuali misteriche (morte-reviviscenza della vegetazione).

Questa molteplice componente grecizzante si manifesta variamente in Paolo: il tema stoico dell’autàrcheia (autosufficienza, cfr. Fil 4,12), quello della conoscenza naturale di Dio (cfr. Rm 1,19-20), il metodo retorico della diatriba (cfr. Rm 2,27-3,8), un certo vocabolario antropologico (cfr. 2Cor 4,16-5,9), la conoscenza dei giochi nello stadio (cfr. 1Cor 9,24-27), una citazione di Menandro (ma forse in termini proverbiali: 1Cor 15,33), il concetto di coscienza (cfr. Rm 2,15; 13,5 ecc.).

Nato nella diaspora greca, Paolo si recò a Gerusalemme (dove doveva avere legami di parentela: cfr. At 23,16) per approfondire la sua specifica formazione ebraica ai piedi del grande rabbino Gamaliele I (cfr. At 22,3); qui acquisì anche la tipica conoscenza delle sacre Scritture e in particolare della Torah secondo la scuola dei farisei. Seguendo l’abitudine dei rabbini, imparò ed esercitò un lavoro manuale, consistente nella fabbricazione di tende o coperte da campo, che si può intendere anche come lavorazione del cuoio (cfr. At 18,3: skenopoiòs). Anche come apostolo, egli non vorrà gravare sulle sue chiese, ma lavorerà con le proprie mani per provvedere alle necessità del sostentamento (cfr. At 20,34; e soprattutto 1Cor 9,7-15; 2Cor 12,13).

Qualche moderno ha suggerito che Paolo si fosse pure sposato, rimanendo poi vedovo o abbandonato dalla moglie in seguito alla sua conversione. Il matrimonio era sicuramente il normale costume rabbinico; il Talmud babilonese ci attesta l’unica eccezione di Rabbi Ben Azzaj, della fine del I secolo, il quale, rimproverato del suo celibato, rispondeva: «Che devo fare, se la mia anima brama la Torah? Il mondo può essere conservato da altri!»; certo Paolo era stabilmente solo, quando scriveva la Prima lettera ai Corinzi (cfr. 7,8; 9,5).

Non si ha nessun indizio di qualche contatto con Gesù di Nazaret, crocifisso probabilmente l’anno 30, anche se è verosimile che Paolo fosse a Gerusalemme per la Pasqua di quell’anno. Il suo primo approccio sicuro con il nascente cristianesimo lo ebbe a Gerusalemme con il gruppo giudeo-ellenistico di Stefano e compagni; dev’essere stato per lui, fariseo, qualche cosa di scioccante, tanto da infuriarlo, sentirli «pronunciare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio», cioè contro la Torah e contro il Tempio (At 6,11-14). Di qui il suo zelo persecutorio, che egli stesso ricorderà ai cristiani di Galazia: «Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri» (Gal 1,13-14).

La sua attività si estendeva fino a Damasco. Ma proprio là subì il capovolgimento della sua vita e fu «ghermito da Cristo» (Fil 3,12), al punto che ciò che prima era un valore per lui diventò spazzatura (cfr. Fil 3,7ss.). Solo Luca negli Atti ci dà una dimensione narrativa del fatto; ma Paolo nelle sue Lettere parla sempre e soltanto, in termini sobri e personalistici, di un decisivo incontro con il Signore risorto, che fece di lui insieme un cristiano e un apostolo (cfr. 1Cor 9,1; 15,8-10; 2Cor 4,6; Gal 1,15-16; Fil 3,7-12). Secondo il racconto degli Atti, la repentinità dell’evento si combinò con una specifica iniziazione da parte della comunità cristiana tramite lo sconosciuto Anania (cfr. At 9,1-18). Si era attorno all’anno 33 (o 35).

D’ora in poi tutte le energie dell’ex fariseo sono poste al servizio di Gesù Cristo e del vangelo. Il suo temperamento focoso (cfr. 1Cor 4,19-21; Fil 3,2), non alieno da momenti di vera tenerezza (cfr. 1Ts 2,7-9; Gal 4,18-19), rimane intatto, ed è la prova concreta che il cristianesimo non mortifica l’umanità di nessuno. Ma ormai la sua è l’esistenza appassionata di un apostolo che si fa «tutto a tutti» (1Cor 9,22). Ha un primo significativo incontro con «Cefa», cioè Pietro, a Gerusalemme (Gal 1,18). Strutturalmente teso verso nuovi orizzonti, soprattutto sentendo acuto il problema dell’accesso dei pagani al Dio biblico della grazia, che in Gesù Cristo si è reso scandalosamente disponibile a tutti senza eccezioni, egli non trova vita facile all’interno della Chiesa-madre di Gerusalemme, di tendenza conservatrice. È costretto a rifugiarsi a Tarso.

Il primo viaggio missionario

Intanto, a seguito della persecuzione contro il gruppo di Stefano, alcuni di questi sono giunti ad Antiochia di Siria, dove per la prima volta il vangelo viene predicato ai pagani e da essi accettato, così che i discepoli di Gesù in quella metropoli vengono chiamati per la prima volta «cristiani», alla greca (At 11,25-26). E Barnaba, un giudeo-cristiano di origine cipriota ma appartenente alla Chiesa di Gerusalemme, allora si reca a Tarso a prelevare Paolo perché collabori alle promettenti prospettive missionarie nella città siriana. Qui si impegnano insieme per un anno intero. Poi ancora insieme, mandati dalla Chiesa antiochena, intraprendono un viaggio missionario come nuova esigenza di espansione del vangelo (cfr. At 13-14). Salpati da Seleucia, predicano a Cipro, incontrandovi il proconsole romano Sergio Paolo; di qui proseguono per l’Anatolia centro-meridionale, toccando i seguenti centri abitati: Perge di Panfilia, Antiochia di Pisidia, Iconio, e poi le città della Licaonia, Listra e Derbe; di volta in volta, il racconto di Luca fa vedere che, mentre i giudei si oppongono attivamente all’annuncio evangelico, i pagani invece lo accolgono gioiosamente.

Tornati sui propri passi ad Antiochia di Siria, alcuni cristiani venuti dalla Giudea si oppongono alla loro metodologia missionaria, che prescinde dalla circoncisione e in genere dalla legge mosaica; il contrasto rende così necessario quello che viene chiamato il concilio di Gerusalemme. Qui per l’intervento di Pietro e di Giacomo, fratello del Signore, si viene a un compromesso: è riconosciuto l’apostolato di Paolo, con l’accordo che egli si rivolga ai pagani (lasciando i circoncisi a Giacomo, Cefa e Giovanni), purché egli si ricordi di fare collette per i poveri della Chiesa gerosolimitana (cfr. Gal 2,1-10); Luca aggiunge anche la richiesta di quattro clausole mosaiche, a cui i pagani avrebbero dovuto attenersi pur rinunciando alla circoncisione (cioè: astenersi dalle carni immolate agli dei, dal sangue, dagli animali soffocati e dai matrimoni proibiti dalla legge levitica), ma Paolo nelle sue Lettere non dimostra di conoscere queste disposizioni. Siamo con ciò nell’anno 49 (o al massimo al 50).

Paolo ritorna ad Antiochia di Siria, dove in una non meglio precisata circostanza rimprovera Pietro, in nome della «verità del vangelo», per la sua doppiezza a proposito delle prescrizioni dietetiche giudaiche (cfr. Gal 2,11-14). La metropoli siriana, che era la terza città dell’impero dopo Roma e Alessandria, diventa per Paolo la sede abituale e il normale punto di riferimento dopo i suoi viaggi (un po’ come Cafarnao per Gesù). Ma è poco più che un pied-à-terre. I viaggi per la fondazione e la cura pastorale delle molte chiese da lui suscitate lo impegnano per tutto il resto della vita, assorbendo le sue energie migliori, nonostante le noie di una non meglio identificabile malattia, che è stata variamente diagnosticata come cecità, disfasia, epilessia, febbri malariche (cfr. 2Cor 11,6; Gal 4,13-15; forse 2Cor 12,7-9).

Il suo metodo di evangelizzazione lo porta a privilegiare i grandi agglomerati urbani del tempo, dove si rivolge in ordine di preferenza ai poveri, agli intellettuali e ai benestanti (borghesia del commercio). Gli immancabili avversari giudeo-cristiani gli sono sempre alle calcagna (cfr. 2Cor 11,13-15.22-23; Gal 1,6-7; Fil 3,2.18; Rm 16,17.18; e anche Col 2,8).

Il secondo viaggio missionario

Un secondo e più impegnativo viaggio missionario, senza Barnaba, ha il seguente itinerario: Paolo parte da Antiochia di Siria insieme a Sila, passa via terra per Listra, dove prende con sé Timoteo, poi per la Frigia, la Galazia, la Misia, fino a Troade sull’Egeo settentrionale; di qui salpa per l’Europa, toccando l’isola di Samotracia, e poi per le città di Neapoli, Filippi, Anfipoli, Apollonia, Tessalonica, Berèa, giunge ad Atene, dove tiene il celebre discorso dell’Areopago (At 17,16-34), e infine a Corinto. In quest’ultima città si ferma un anno e mezzo, scrive la Prima lettera ai Tessalonicesi, è osteggiato dai giudei che lo deferiscono al tribunale del proconsole romano Gallione (fratello di Seneca), ma suscita una delle chiese più vivaci di tutto il cristianesimo primitivo. Riparte da Cencre (il porto orientale di Corinto) e, toccando appena Efeso e poi Cesarea Marittima, sale fino a Gerusalemme per tornare ad Antiochia di Siria.

Di là intraprende il suo ultimo viaggio missionario: attraverso la Galazia e la Frigia, giunge a Efeso, dove si ferma per più di due anni. Qui, abbandonata la sinagoga, «continuò a discutere ogni giorno nella scuola di un certoTiranno» (At 19,9: il cosiddetto testo occidentale precisa che vi insegnava dalle ore 11 alle ore 16). Da Efeso intrattiene una nutrita corrispondenza con la Chiesa di Corinto, dove si reca una seconda volta via mare, subendo una non meglio precisata offesa (cfr. 2Cor 2,5-11). Di qui scrive anche la lettera ai Galati, vero manifesto della libertà cristiana, per opporsi al tentativo di giudaizzazione di queste chiese.

A Efeso sperimenta anche una sollevazione ostile, provocata dall’argentiere Demetrio in nome della dea Artemide, di cui la città ospitava il tempio Artemision (computato tra le sette meraviglie del mondo). È qui che probabilmente conosce anche una prigionia, dalla quale scrive la Lettera ai Filippesi e il biglietto a Filemone. Lasciata la capitale della provincia d’Asia, Paolo si dirige verso nord e, attraversata la Macedonia, giunge in Grecia (probabilmente a Corinto), da dove scrive la sua lettera più importante, quella ai Romani, in cui tra l’altro annuncia il progetto di recarsi in Spagna.

Ripartito dalla Grecia in direzione settentrionale, dalla macedonica Filippi salpa verso Troade, e sempre per via mare, toccando Asso, Mitilene, Chio, Samo, Mileto (dove tiene un importante discorso agli anziani della Chiesa di Efeso fatti venire là), Cos, Rodi, Pàtara, Cesarea Marittima, giunge finalmente a Gerusalemme per recarvi le collette messe insieme soprattutto in Macedonia e in Acaia.

A Gerusalemme si ripresenta il contrasto con Giacomo e l’interpretazione giudeo-cristiana del vangelo. E in occasione di un subbuglio suscitato contro di lui da alcuni giudei della provincia d’Asia, con l’accusa di opporsi alle istituzioni del giudaismo, viene arrestato da un tribuno della coorte romana. Paolo si difende ripetutamente, sia in pubblico di fronte ai giudei della città sia di fronte al sinedrio, e anche davanti al procuratore Antonio Felice a Cesarea Marittima, dove viene trasferito. Avvenuto poi il cambio del procuratore, di fronte a Porcio Festo il prigioniero Paolo si appella all’imperatore e, dopo un altro discorso di difesa davanti al re Agrippa II e a sua sorella Berenice (che sarà amante dell’imperatore Tito), viene deferito a Roma.

Alla volta di Roma

Il viaggio verso la capitale dell’impero seguì questo percorso: con una nave, salpati da Cesarea e passando per Sidone e Cipro, giunsero a Mira di Licia; qui con un’altra nave costeggiarono la Licia fino all’altezza di Cnido, da dove puntarono a sud ovest verso l’isola di Creta, raggiungendo una località chiamata Buoni Porti; nonostante la pericolosità della navigazione per l’avanzata stagione autunnale, ripartono verso l’Italia, ma li sorprende una lunga e violenta tempesta che si risolve in un fortunoso naufragio all’isola di Malta; salpano di nuovo dopo tre mesi con un’altra nave, che aveva svernato nell’isola, e approdano a Siracusa in Sicilia, poi a Reggio Calabria, per giungere infine al porto di Pozzuoli; percorrendo di qui la via Campana fino a Capua e poi la via Appia, gli vennero incontro alcuni cristiani di Roma fino al Foro Appio (circa 72 chilometri dalla capitale); giunto finalmente a Roma, vi trascorse sotto custodia militare due anni interi nella casa che aveva preso a pigione. A seconda della cronologia adottata, come abbiamo detto sopra, questa scadenza ci porta all’anno 58 oppure all’anno 63.

Dopo questa data non abbiamo più notizie sicure, non sapendo con esattezza se il processo ebbe esito negativo o positivo. Probabilmente comunque il viaggio in Spagna non ebbe luogo; nessuna fonte antica lo descrive: solo gli apocrifi Atti di Pietro, della fine del secolo II, narrano della partenza di Paolo da Roma, ma probabilmente per pura dipendenza da Rm 15,24.28 (il testo della Lettera di Clemente, capitolo 5, è troppo generico). La tesi tradizionale di un nuovo viaggio in Oriente (Efeso, Creta, Nicopoli in Epiro, Troade) è basata essenzialmente sulle lettere Pastorali, 1-2Tm e Tito, che però oggigiorno vengono diffusamente ritenute deuteropaoline, cioè scritte più tardi da un discepolo.

La morte di Paolo avvenne sicuramente a Roma sotto l’imperatore Nerone e fu violenta, un martirio. La data del 64, in concomitanza con l’esecuzione dei cristiani accusati dell’incendio della città, non è chiaramente proposta dalla tradizione (cfr. 1Clem 5,6, secondo cui Paolo fu consegnato «per gelosia e invidia», forse dei giudeo-cristiani della capitale). La data del 67 è suggerita da san Gerolamo, De viris illustr. 5 e 12 (due anni dopo la morte di Seneca); da parte sua, Eusebio nel Chronicon suggerisce il 68. Ma, come abbiamo detto, è possibile pensare già al 58.

La più antica testimonianza circa il suo sepolcro sulla via Ostiense risale al presbìtero Gaio sul finire del II secolo: «Io posso mostrarti i trofei degli apostoli; se vorrai recarti al Vaticano o sulla via Ostiense, troverai i trofei dei fondatori di questa chiesa» (Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. 2,22,2). Una tradizione successiva specifica il martirio come decapitazione alle Acque Salvie, oggi Tre Fontane (Atti di Pietro e Paolo, 80: non anteriori ai secoli IV-V).

Prof. Romano Penna

Pontificia Università Lateranense

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