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NEGARE LA RELIGIONE DI LEOPARDI, È NEGARE LA SUA POESIA

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NEGARE LA RELIGIONE DI LEOPARDI, È NEGARE LA SUA POESIA

Ottobre 2007

È lecito parlare di religione – cioè di rapporto con Dio – nell’opera di Giacomo Leopardi? Non è, egli, l’assertore del nulla?
Sfidando le apparenze e certi luoghi comuni, Divo Barsotti ha scritto il citato volume La religione di Giacomo Leopardi: una paziente e diligente carrellata sull’opera di Leopardi, vergata all’insegna della simpatia e della comprensione.

Il 15 febbraio dello scorso anno è morto don Divo Barsotti nel­la «Casa S. Sergio» di Settignano (Firenze), dove ha sede la Comu­ità dei Figli di Dio da lui fondata1. Nato a Palaia (Pisa) nel 1914, dopo l’ordinazione sacerdotale (1937) ha svolto la sua attività pa­storale a Firenze, accanto a personalità quali il card. Elia Della Co­sta, Giorgio La Pira, p. Ernesto Balducci, mons. Enrico Bartoletti. Teologo, studioso di spiritualità e di mistica, attento ai problemi in­tellettuali e pastorali del momento, ha scritto volumi originali, den­si di affiato spirituale e di cordiale approfondimento del mistero cristiano2. Non si dimentichi la sua amicizia e frequentazione con H. U. von Balthasar, J. Daniélou, H. de Lubac, Th. Merton.
Don Barsotti è stato anche un assiduo e appassionato cultore di letteratura e di poesia. Vogliamo ora ricordarlo come esegeta di Leopardi e di Dostoevskij, ai quali ha dedicato uno studio origi­
nale e intenso: La religione di Giacomo Leopardi e Dostoevskzij. La passione per Cristo3. Due motivi ci hanno indotto a questa scelta.
Il primo è una sua affermazione: «Penso che la teologia dovrebbe dare più spazio alle lettere, perché è nelle lettere, cioè nella nar­rativa e nella poesia, che meglio si esprime l’esperienza religiosa. È lì che si manifesta più vivamente la lotta dell’uomo con Dio, e non importa se a volte si esprime negativamente. Il teologo è spes­so alle prese con i concetti, e c’è quindi il pericolo di un certo for­malismo che non dice più niente a nessuno» 4. Il secondo motivo è la nostra persuasione che, presentando Leopardi e Dostoevskij, don Divo presenti se stesso in alcuni momenti della sua vita e in alcuni aspetti della sua personalità di uomo e di credente.

Desideri immensi in un vuoto di speranza
È lecito parlare di religione – cioè di rapporto con Dio – nel­l’opera di Giacomo Leopardi? Non è, egli, l’assertore del nulla? dell’«infinita vanità del tutto»? Non ha sottoscritto, nella lettera a Luigi De Sinner, del 27 maggio 1832, l’affermazione che «è as­surdo attribuire ai suoi scritti una tendenza religiosa»? Sfidando le apparenze e certi luoghi comuni, Divo Barsotti ha scritto il ci­tato volume La religione di Giacomo Leopardi: una paziente e di­ligente carrellata sull’opera di Leopardi, vergata all’insegna della simpatia e della comprensione.
In essa si leggono queste affermazioni: «Negare la religione del Leopardi è negare la sua poesia. La sua poesia è religione più del­la poesia di Manzoni, più della poesia stessa di Dante. In lui la di­mensione religiosa è più pura; l’impegno religioso, assoluto» (p. 18); «Tutto il suo cammino è ricerca del vero Dio» (ivi); «Manzo­ni, certo, è più cristiano; ma Leopardi è più religioso. La sua poe­sia è essenzialmente religiosa» (ivi).
Per comprendere queste affermazioni occorre precisare il si­gnificato che Barsotti dà al termine religione nel contesto del suo volume: in esso religione non significa principalmente un com­plesso di credenze e di pratiche relative a cose sacre; significa sen­timento naturale, intenso, insopprimibile, che induce l’uomo a superare la dimensione del sensibile e del temporale e percepire l’esistenza di una realtà superiore per trovare in essa la risposta ai più radicati dilemmi dell’animo umano: senso della vita e della morte, bisogno di verità e di amore, ansia di purezza e d’infinito.
Chi è il Leopardi che Divo Barsotti incontra sul proprio cam­mino e del quale cerca di comprendere il dramma esistenziale? È un’anima «tesa da desideri immensí», ma priva di speranza; do­minata da un bisogno d’infinito ma condannata a muoversi su sentieri squallidi e circoscritti, coperti di foglie morte; è«íl poeta di una giovinezza che non ha conosciuto e di un amore che non ha mai trovato chi amare» (p. 94); è un viandante alla ricerca del­la verità che gli sfugge e lo lascia in balìa del dubbio.
Tale inquadratura induce Barsotti a due importanti conside­razioni: «La religione di Leopardi diveniva una religione senza Dio: l’anima che si sottraeva all’infinita vanità del tutto, soffriva tuttavia una sete infinita e sapeva che non avrebbe potuto mai es­sere estinta». Inoltre: «Così l’uomo è desiderio di Dio in un mon­do deserto, nel quale Dio è sconosciuto e assente» (p. 125). Illu­stra queste considerazioni esaminando la prima delle Operette morali dal titolo La storia del genere umano, e così la sintetizza: «La storia del genere umano è la storia dell’uomo alla ricerca di un infinito, alla ricerca di Dio, e l’infinito e Dio non esistono. L’uomo per sua natura non può fare a meno di qualcosa, di Uno che non può trovare perché non è. L’infinito non è che il deside­rio dell’uomo e conseguentemente infinita non è che la sua infe­licità» (p. 131).
Importante è quanto afferma il poeta: «Giove fatto accorto, per le cose passate, della propria natura degli uomini, e che non può loro bastare, come agli altri animali, vivere ed essere liberi da ogni dolore e molestia del corpo; anzi, che bramando sempre e in qualunque stato l’impossibile», pensò di accontentarli mandando «tra loro alcuni fantasmi di sembianze eccellentissime e sopruma­ne [...] e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria, Amor patrio e con altri sì fatti nomi»5. Ma i fantasmi non possono appagare l’a­nimo umano.
Nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare questi fantasmi si configurano con l’illusione e il sogno, più forti della verità. «Chiunque consente di vivere, nol fa in sostanza ad altro effetto né con altra utilità che di sognare; cioè credere di avere a godere, o di aver goduto; cose ambedue false e fantastiche»6. L’il­lusione più universale è la religione. Dio è un sogno? L’immorta­lità è una chimera? La morte è la fine di tutto?
Prima di esaminare questi interrogativi, espressi non soltanto nelle Operette morali, ma soprattutto, e in versi di rara bellezza, nella sua opera poetica, Barsotti studia la crisi religiosa del poeta.

La sua crisi religiosa
Tre sono le cause della crisi religiosa di Leopardi. Innanzitutto la cultura dominante nella quale egli ha trascorso la vita: positivismo, razionalismo, immanentismo. La religione è dichiarata superstizio­ne e oggetto in disuso, salvo che non si riduca a filantropia o illu­sione che aiuti a vivere. Secondariamente il cristianesimo, come era vissuto nella sua famiglia. Esso fu avvertito dal poeta come contra­rio alla natura, negazione della vita, nemico delle felicità e della bel­lezza. Il cristianesimo del padre, conte Monaldo, era «superficiale e letterario», quello della madre rigido e quasi disumano; «barbarie» lo definisce il figlio. Infine gli uomini di Chiesa e gli ambienti della Curia romana. Essi offrivano lo spettacolo di un cristianesimo sen­za vita, senza dinamismo, senza prospettiva, «senza altra forza sulle coscienze che quella della minaccia di un eterno castigo».
Nota Barsotti: «Mancano alla tradizione italiana dell’Ottocento i grandi testimoni di un cristianesimo nuovo che abbiano superato le crisi terribili del pensiero immanentista moderno [...]. Il Leo­pardi è l’uomo di questa crisi» (p. 11). L’ha vissuta in prima perso­na e l’ha testimoniata nella sua opera. «Il sentimento della solitudi­ne umana, l’aspirazione a una felicità, a una vita che solo Dio può soddisfare e l’aridità negatrice di un pensiero che crede di preclu­dere ogni apertura verso la trascendenza, fanno dell’opera di Leo­pardi la più grande espressione poetica di questa crisi» (p. 14).
Ripudiato il Dio del cristianesimo, l’uomo ha avvertito il biso­gno di un suo surrogato, ha creato i miti (Leopardi li chiama «fan­tasmi») e ne ha proclamato il culto. Il poeta ha avvertito il richia­mo di questi miti – la Natura, la Storia, la Società, la Ragione – e in alcuni ha anche creduto, ma ha sempre finito per compren­derne l’inconsistenza e ripiegare sulle verità cristiane. In merito Barsotti riferisce una mirabile pagina dello Zibaldone:
«Dopo la cognizione pertanto, non possiamo tornare alle illusioni [l'immortalità, l'altra vita, le qualità proprie degli uomini antichi o più vicini alla natura], cioè ripersuadercene, se non conoscendo che son ve­re. Ma non son vere se non rispetto a Dio e a un’altra vita. Rispetto a Dio ch’è la virtù, la bellezza ecc. personificata, la virtù sostanza e non fantasma, come nell’ordine delle cose create. Rispetto un’altra vita, dove la speranza sarà realizzata, la virtù e l’eroismo premiato ecc., dove in­somma le illusioni non saranno più illusioni ma realtà [...].
«L’esperienza conferma che l’uomo qual è ridotto, non può esser fe­lice sodamente e durevolmente (quanto può esserlo quaggiù) se non in uno stato (ma veramente) religioso, cioè che dia un corpo e una verità alle illusioni senza le quali non c’è felicità, ma ch’essendo conosciute dalla ragione, non possono più parer vere all’uomo, come paiono agli altri viventi, se non per la relazione e il fondamento e la realtà che si suppongono avere in un’altra vita» (p. 32 s).

«Questa pagina – commenta Barsotti – rimane unica in tutti gli scritti di Leopardi ed è la pagina più sorprendente. Va ben al di là delle premesse: non è solo la vaga speranza in un’altra vita po­stulata dalle illusioni della vita presente, l’altra vita è il fondamen­to necessario alla realtà, alla verità della cose» (ivi). L’insorgere del dubbio – elemento costante in Leopardi – lo stabilì in una crisi sorda e maligna e lo condannò a trascinare i suoi giorni in compagnia delle sue aspirazioni – felicità, amore – sempre insorgenti e sempre frustrate. Come testimonia la sua poesia.

C’è Dio nella sua poesia?
Il passero solitario – fra le più ispirate composizioni poetiche del Leopardi – si sviluppa su un motivo in esse ricorrente: l’ad­dio alla giovinezza che il poeta non ha conosciuto e all’amore che non ha incontrato. Perché questa sua esclusione dalla vita? Per­ché la sua condanna alla solitudine? Forse per il rifiuto d’insegui­re fantasmi? Tali sono l’amore e la giovinezza? l’immortalità, la beatitudine, le promesse del cristianesimo?
Una risposta indiretta ci viene dall’idillio L’infinito. «Le parole io nel pensier mi fingo vorrebbero insegnarci che l’infinito e l’eter­no sono creazioni dell’immaginazione dell’uomo e l’uomo vive sol­tanto e si nutre dei suoi sogni. Ma i sovrumani silenzi e gli inter­minati spazi esistono, non sono una mera negazione del limite, co­me scrive il poeta. La loro realtà è assicurata dalla stessa esperien­za interiore. L’illusione è certamente più reale, più viva dell’ermo colle, della siepe, dello stormir del vento… La natura diviene puro segno di altra realtà, segno povero di realtà immense» (p. 99).
L’idillio dunque – secondo Barsotti – suscita nel poeta l’a­spirazione a una realtà trascendente; ciò che la vista provoca, il si­lenzio indica e il ricordo suscita è l’esistenza di «un altro mondo che attrae tutta l’anima a sé e già in qualche modo misteriosa­mente si fa presente nel cuore». Le cose sembrano non avere al­tra funzione che quella di provocare e richiamare un mondo idea­le nel quale soltanto l’uomo trova la pace. La connotazione reli­giosa dell’Infinito sta nella testimonianza di un’esperienza del divino, anche se questo divino resta indeterminato.
Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia affronta alcu­ni interrogativi che hanno particolarmente tormentato Leopardi: qual è la causa finale dell’uomo e della sua vita? la causa finale dell’universo e del tempo? Il Canto notturno vuol essere pertanto «la somma del pensiero filosofico del poeta, ed è certamente il canto che supera tutti i canti del Leopardi per altezza d’ispirazio­ne e per ampiezza di contenuto» (p. 184). Ad esso Barsotti dedi­ca un commento penetrante, mettendone in risalto il senso reli­gioso e affermando che «il Canto notturno è preghiera».
L’ispirazione del Canto viene al poeta dall’intuizione dell’estra­neità e smarrimento dell’uomo nell’universo. Se nella vastità del cosmo la terra scompare, che cos’è l’uomo? Che senso ha l’uni­verso? Che fa l’aria infinita, e quel profondo / infinito seren? che vuol dir questa / solitudine immensa? ed io chi sono? Le domande si susseguono incalzanti. Nessuna risposta. Il poeta si rivolge alla luna, anch’essa vagante per le vie del cielo. Ha una mèta il suo riandare i sempiterni calli? Tace anche la luna. Sa, ma non parla. All’uomo invece è nascosto il perché delle cose, il significato del vi­vere, l’identità del proprio io. L’uomo resta solo, oppresso dal mi­stero. L’ultima strofa del Canto è scandita da tre «forse» che espri­mono l’angoscia del dubbio sui problemi affrontati. L’ultimo «for­se» sa di pietra tombale: Forse… è funesto a chi nasce il dì natale.
Anche su queste terre desertiche Barsotti scorge il filone religio­so. «Ci sembra che la religione del Leopardi riconosca meglio, o senta di più, la grandezza dell’uomo e, nella sua incapacità di rasse­gnarsi a quello che sembra il destino comune, renda testimonianza più ferma di un’aspirazione più alta, del bisogno insopprimibile del­l’uomo di evadere dalla prigione del mondo» (p. 196). Leopardi non sa se c’è Dio, sa però che l’angoscia dell’uomo « è un segno di Dio», anche se «non è un segno che possa dare pace e certezza» (ivi).
Che fai tu, luna, in ciel? Forse la luna è anch’essa segno di una presenza di Dio, ma di un Dio muto e inaccessibile. La speranza di sapere fallisce; resta soltanto il desiderio e l’ignoranza. Cioè l’infelicità. Comunque sia, tutto rimanda a Dio. «Di qui il carattere eminentemente religioso, più che filosofico, del suo pensiero. Dio rimane il soggetto della sua poesia e del suo pensiero perché tutto in lui rimanda a quello che è oggetto e fine del desiderio, tanto più presente e vivo, dolorosamente, quanto meno è credu­to, quanto è più negato» (p. 198).

Una religione senza Cristo
Se nei Canti e nelle Operette morali è vano trovare un’adesione a Dio, nell’epistolario questo rapporto è ricorrente, soprattutto nelle lettere al padre. Il poeta ringrazia Dio per la salute, spera che Dio gli dia la possibilità di rivedere i suoi, lo chiama a testimone di quanto dice, si rassegna alla Sua volontà. Importante è la lettera al padre del 26 maggio 1827 dove si legge: «Anch’io in questi giorni ho ricevuto i SS. Sacramenti»; e il 24 giugno dello stesso anno: «Non posso abbastanza lodare la sua pietà dei soccorsi religiosi implorati, com’Ella mi scrive. Iddio certamente gliene renderà me­rito, ed esaudirà le sue e le nostre ardentissime preghiere»7.
E difficile pensare che Leopardi fingesse. E allora? La conclu­sione cui giunge Barsotti, dopo aver studiato alcuni testi del poe­ta dove la religione è ignorata e negata, ci sembra persuasiva:

«[...] la sua anima non riposava nella negazione. Nel sentimento an­goscioso della sua solitudine, egli non aveva dimenticato del tutto la preghiera e la sua speranza era soprattutto la preghiera dei suoi. La re­ligione del poeta non era la religione eroica della patria, era piuttosto la religione di una natura dalla quale egli si sentiva tradito, eppure egli al­la natura sentiva il bisogno di abbandonarsi come un figlio alla madre. Era la religione del ricordo: il poeta viveva la nostalgia dell’infanzia, del­la gioia che aveva perduto, di quel confidente immaginar che aveva aperto la sua anima al desiderio, all’amore. Era la religione della morte. Egli invocava la morte come invocava Dio.
«In questa sua religione il poeta non rinnegava quella che egli aveva appreso da fanciullo: la sua religione, più che adesione a dogmi ben de­finiti, era una adesione inconsapevole, quasi naturale e istintiva, alla re­ligione dei suoi. Il legame coi suoi era anche un legame spirituale e re­ligioso, ma la sua non era per questo religione cristiana» (p. 290 s).

Era una religione priva di contenuto dogmatico, dunque priva di Gesù. «Nella lontananza infinita di Dio, il poeta sentì che la sua pa­rola si perdeva soltanto nel silenzio» (p. 313) e la sua religione di­venne rivolta. Contro chi? Contro l’autore dell’empietà della natura, responsabile del dolore del mondo e dell’umiliazione dell’uomo. Non è il Dio della rivelazione cristiana, non è la natura, non è un fan­tasma, poiché la nostra ansia d’infinito è reale, come reale è la nostra aspirazione all’immortalità. È Dio? Chi è Dio? Leopardi resta muto. E i «SS. Sacramenti» ricevuti? Le sue «ardentissime» preghiere? Nel salmo 63 si legge: «Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso».

 

Publié dans:Letteratura italiana |on 1 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

Giovanni Pascoli : All’Italia

dal sito:

http://www.softwareparadiso.it/studio/poesie-italia.htm

GIOVANNI PASCOLI

All’Italia 

O patria mia, vedo le mura e gli archi 
E le colonne e i simulacri e l’erme  
Torri degli avi nostri,  
Ma la la gloria non vedo,  
Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi  
I nostri padri antichi. Or fatta inerme  
Nuda la fronte e nudo il petto mostri,  
Oimè quante ferite,  
Che lívidor, che sangue! oh qual ti veggio,  
Formesissima donna!  
Io chiedo al cielo e al mondo: dite dite;  
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,  
Che di catene ha carche ambe le braccia,  
Sì che sparte le chiome e senza velo  
Siede in terra negletta e sconsolata,  
Nascondendo la faccia 
Tra le ginocchia, e piange.  
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,  
Le genti a vincer nata  
E nella fausta sorte e nella ria.  
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,  
Mai non potrebbe il pianto  
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;  
Che fosti donna, or sei povera ancella.  
Chi di te parla o scrive,  
Che, rimembrando il tuo passato vanto,  
Non dica: già fu grande, or non è quella?  
Perchè, perchè? dov’è la forza antica? 
Dove l’armi e il valore e la costanza?  
Chi ti discinse il brando?  
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica  
0 qual tanta possanza,  
Valse a spogliarti il manto e l’auree bende?  
Come cadesti o quando  
Da tanta altezza in così basso loco?  
Nessun pugna per te? non ti difende  
Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: ío solo  
Combatterà, procomberò sol io.  
Dammi, o ciel, che sia foco  
Agl’italici petti il sangue mio. 
Dove sono i tuoi figli?. Odo suon d’armi  
E di carri e di voci e di timballi  
In estranie contrade  
Pugnano i tuoi figliuoli. 
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,  
Un fluttuar di fanti e di cavalli,  
E fumo e polve, e luccicar di spade  
Come tra nebbia lampi.  
Nè ti conforti e i tremebondi lumi  
Piegar non soffri al dubitoso evento? 
A che pugna in quei campi  
L’itata gioventude? 0 numi, o numi  
Pugnan per altra terra itali acciari.  
Oh misero colui che in guerra è spento,  
Non per li patrii lidi e per la pia  
Consorte e i figli cari, Ma da nemici altrui  
Per altra gente, e non può dir morendo  
Alma terra natia,  
La vita che mi desti ecco ti rendo.  
Oh venturose e care e benedette  
L’antiche età, che a morte  
Per la patria correan le genti a squadre  
E voi sempre onorate e gloriose,  
0 tessaliche strette,  
Dove la Persia e il fato assai men forte  
Fu di poch’alme franche e generose!  
lo credo che le piante e i sassi e l’onda 
E le montagne vostre al passeggere  
Con indistinta voce  
Narrin siccome tutta quella sponda  
Coprir le invitte schiere  
De’ corpi ch’alla Grecia eran devoti.  
Allor, vile e feroce,  
Serse per l’Ellesponto si fuggia,  
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;  
E sul colle d’Antela, ove morendo  
Si sottrasse da morte il santo stuolo, 
Simonide salia,  
Guardando l’etra e la marina e il suolo.  
E di lacrime sparso ambe le guance,  
E il petto ansante, e vacillante il piede,  
Toglicasi in man la lira:  
Beatissimi voi,  
Ch’offriste il petto alle nemiche lance  
Per amor di costei ch’al Sol vi diede;  
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira  
Nell’armi e ne’ perigli  
Qual tanto amor le giovanette menti,  
Qual nell’acerbo fato amor vi trasse?  
Come si lieta, o figli,  
L’ora estrema vi parve, onde ridenti  
Correste al passo lacrimoso e, duro?  
Parea ch’a danza e non a morte andasse  
Ciascun de’ vostri, o a splendido convito:  
Ma v’attendea lo scuro  
Tartaro, e l’ond’a morta;  
Nè le spose vi foro o i figli accanto  
Quando su l’aspro lito  
Senza baci moriste e senza pianto.  
Ma non senza de’ Persi orrida pena  
Ed immortale angoscia.  
Come lion di tori entro una mandra  
Or salta a quello in tergo e sì gli scava  
Con le zanne la schiena,  
Or questo fianco addenta or quella coscia;  
Tal fra le Perse torme infuriava  
L’ira de’ greci petti e la virtute.  
Ve’ cavalli supini e cavalieri;  
Vedi intralciare ai vinti  
La fuga i carri e le tende cadute,  
E correr fra’ primieri  
Pallido e scapigliato esso tiranno;  
ve’ come infusi e tintí  
Del barbarico sangue i greci eroi,  
Cagione ai Persi d’infinito affanno,  
A poco a poco vinti dalle piaghe,  
L’un sopra l’altro cade. Oh viva, oh viva:  
Beatissimi voi  
Mentre nel mondo si favelli o scriva.  
Prima divelte, in mar precipitando,  
Spente nell’imo strideran le stelle,  
Che la memoria e il vostro  
Amor trascorra o scemi.  
La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando 
Verran le madri ai parvoli le belle  
Orme dei vostro sangue. Ecco io mi prostro,  
0 benedetti, al suolo,  
E bacio questi sassi e queste zolle,  
Che fien lodate e chiare eternamente  
Dall’uno all’altro polo.  
Deh foss’io pur con voi qui sotto, e molle  
Fosse del sangue mio quest’alma terra.  
Che se il fato è diverso, e non consente 
Ch’io per la Grecia i mororibondi lumi  
Chiuda prostrato in guerra,  
Così la vereconda  
Fama del vostro vate appo i futuri 
Possa, volendo i numi,  
Tanto durar quanto la, vostra duri.  

(Giacomo Leopardi 19° secolo)

Publié dans:Letteratura italiana |on 17 mars, 2011 |Pas de commentaires »

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