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LA PAROLA DI DIO DALLA PRIMA LETTURA. IL LIBRO DELLA SAPIENZA (2). – C.MARIA MARTINI

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LA PAROLA DI DIO DALLA PRIMA LETTURA. IL LIBRO DELLA SAPIENZA (2).

RIFLESSIONE DI C.MARIA MARTINI

SAP 7

22In lei c’è uno spirito intelligente, santo,
unico, molteplice, sottile,
agile, penetrante, senza macchia,
schietto, inoffensivo, amante del bene, pronto,
23libero, benefico, amico dell’uomo,
stabile, sicuro, tranquillo,
che può tutto e tutto controlla,
che penetra attraverso tutti gli spiriti
intelligenti, puri, anche i più sottili.
24La sapienza è più veloce di qualsiasi movimento,
per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.
25È effluvio della potenza di Dio,
emanazione genuina della gloria dell’Onnipotente;
per questo nulla di contaminato penetra in essa.
26È riflesso della luce perenne,
uno specchio senza macchia dell’attività di Dio
e immagine della sua bontà.
27Sebbene unica, può tutto;
pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova
e attraverso i secoli, passando nelle anime sante,
prepara amici di Dio e profeti.
28Dio infatti non ama se non chi vive con la sapienza.
29Ella in realtà è più radiosa del sole e supera ogni costellazione,
paragonata alla luce risulta più luminosa;
30a questa, infatti, succede la notte,
ma la malvagità non prevale sulla sapienza.

 

“Il tuo Spirito buono mi guidi in terra piana” (Salmo 143,10)
Dobbiamo riconoscere che normalmente della Santissima Trinità sentiamo più familiari le persone del Padre e del Figlio, mentre facciamo fatica a considerare una persona della Trinità lo Spirito Santo. Può venirci in aiuto ciò che il papa Giovanni Paolo II ha scritto nella sua enciclica, “Dominum et vivificantem”, definendo lo Spirito Santo “Persona-amore”.
Poiché l’amore si manifesta nel dono possiamo dire che lo Spirito Santo ne è uno splendido esempio perché ci regala non uno ma sette doni: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio.
Incontriamoli uno a uno per conoscerli da vicino e gustarli fino in fondo.
LA SAPIENZA
La parola sapienza deriva dal latino “sàpere”: “aver sapore, essere gustoso”. Grazie a questo dono diventiamo capaci di comprendere la bellezza del creato, il sapore delle cose della vita.
Anche l’esistenza più modesta e nascosta trova meraviglie e diventa essa stessa motivo di meraviglia e apre il pensiero a Dio Creatore.
Ancor più la sapienza ci aiuta a distinguere il bene dal male.Il re Salomone chiedendo a Dio il dono della sapienza, chiedeva di diventare “sapiente” proprio in questo senso. “Signore – pregava – io sono un ragazzo, non so come regolarmi: concedimi un cuore docile perché sappia distinguere il bene dal male”.
Il dono della “Sapienza”, è dunque, il dono che illumina la mente e la rende capace di vedere nel creatola meravigliosa opera di Dio e illumina il cuore, facendogli capire e distinguere il bene dal male.“La sapienza è quel dono che ci fa scoprire il “sapore” delle cose vere, delle persone care, degli affetti più profondi ti visita come la luce del mattino: ti rivela il bene che c’è in te, il cammino da compiere e quale sia la fonte inesauribile della speranza. E ti capita di sentirti stringere il cuore per le occasioni perdute, per i gesti, le parole, le dimenticanze maldestre con cui hai fatto soffrire le persone che ami di più. La sapienza ti suggerisce come chiedere perdono, come regalare di nuovo la gioia. E la gioia dell’agire si ridesta, il correre delle ore ritrova un ordine. Finalmente la vita ritrova in gesti di carità il suo sapore”.

Carlo Maria Martini

DAVIDE – LECTIO (1SAM 16,1-13)

http://www.novena.it/Lectio_divina_personaggi_biblici/lectio_davide.htm

DAVIDE

LECTIO

(1SAM 16,1-13)

16, [1] Il Signore disse a Samuele: « Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho rigettato perché non regni su Israele? Riempi di olio il tuo corno e parti. Ti ordino di andare da Iesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli mi sono scelto un re ». [2] Samuele rispose: « Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà ». Il Signore soggiunse: « Prenderai con te una giovenca e dirai: Sono venuto per sacrificare al Signore. [3] Inviterai quindi Iesse al sacrificio. Allora io ti indicherò quello che dovrai fare e tu ungerai colui che io ti dirò ». [4] Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: « E’ di buon augurio la tua venuta? ». [5] Rispose: « E’ di buon augurio. Sono venuto per sacrificare al Signore. Provvedete a purificarvi, poi venite con me al sacrificio ». Fece purificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio. [6] Quando furono entrati, egli osservò Eliab e chiese: « E’ forse davanti al Signore il suo consacrato? ». [7] Il Signore rispose a Samuele: « Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura. Io l’ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore ». [8] Iesse fece allora venire Abìnadab e lo presentò a Samuele, ma questi disse: « Nemmeno su costui cade la scelta del Signore ». [9] Iesse fece passare Samma e quegli disse: « Nemmeno su costui cade la scelta del Signore ». [10] Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripetè a Iesse: « Il Signore non ha scelto nessuno di questi ». [11] Samuele chiese a Iesse: « Sono qui tutti i giovani? ». Rispose Iesse: « Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge ». Samuele ordinò a Iesse: « Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui ». [12] Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto. Disse il Signore: « Alzati e ungilo: è lui! ». [13] Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi. Samuele poi si alzò e tornò a Rama.
In questi versetti viene narrata la consacrazione di Davide, figlio di Iesse, a re di Israele. Guardando il contesto di questo brano, sull’esempio del profeta Samuele, chiediamoci: perché un re, quando abbiamo Dio come re? (cfr. 1Sam 8,6).
La risposta l’abbiamo nella promessa che Dio fece ad Abramo di renderlo “nazioni”, di far nascere da lui dei « re » (Gen 17,6). Come pure, di avere un re come tutti gli altri popoli (1Sam 8,5); quindi una richiesta che sembra rientrare nei diritti civili. Dio risponde autorizzando il profeta ad esaudire la richiesta (1Sam 8,7-9) e qui su indicazione del Signore, Samuele unge re Saul “capo sopra Israele”, col compito specifico di liberare il popolo di Dio dalle mani del nemico (1Sam 10,1). In seguito alla infedeltà all’Alleanza, Dio ordina al profeta Samuele di ungere segretamente Davide e con questa elezione, inizia un fondamento particolare della storia della Salvezza nel Libro di Samuele.
La vocazione di Davide ha elementi comuni alla vocazione di Giosuè (cfr. Nm 27,18-20). Ma più di vocazione il termine esatto in questo caso è «elezione divina», manifestata a Davide per mezzo di Samuele. Per capire l’elezione divina abbiamo dei verbi: provvedere (ra’â) (v.1b) e contenuta esplicitamente nel verbo scegliere (bahar) (vv. 8-10).
Il primo verbo (ra’â) indica l’azione di Dio, che guarda quasi per cercare l’eletto e, individuandolo, lo riserva per sé (cfr. v. 1b).
Il secondo verbo (bahar) è un termine tecnico che nella Bibbia vuole indicare l’elezione divina del re, prima ancora di quella del popolo.C’è qualcosa di particolare che avviene nella scelta, una prassi che Dio segue costantemente nella storia della salvezza, in modo che «Nessuno abbia a gloriarsi davanti a lui» (cfr 1Cor 1,29): la linea di benedizione non passa mai attraverso la primogenitura, basta pensare Giacobbe preferito a Esaù (Gen 27), Efraim a Manasse (Gen 48,14-19), Giuda a Ruben (Gen 49,8-12). Così avviene anche nella famiglia di Iesse: Davide preferito a Eliab. Dio affida il compito di operare la salvezza a persone meno qualificate sul piano umano (cfr. Gdc 6,11) perché la bontà di Dio si manifesti chiaramente. per questo sceglie Davide, persona non di grande considerazione anche davanti alla sua famiglia, «Per confondere i forti e ridurre a nulla le cose che sono» (1Cor 1,27-29).
La vocazione di Davide è anche una consacrazione regale, un re-pastore capace di governare il suo popolo con saggezza e giustizia (cfr. Sal 78,70-72). Davide è l’unto del Signore, un’espressione che indica la stretta relazione che c’è tra Dio e il suo re. Entrato in casa di Iesse, Samuele osservando i figli e, guardando Eliab, chiede a Dio: «È forse davanti al Signore il suo consacrato?» (v. 6).
Credo che questa sia una domanda che ciascuno deve farsi dinanzi a Dio: chiedere se siamo chiamati da Lui, se siamo i suoi consacrati, se siamo i suoi prescelti.
Per capire, orientiamo la nostra riflessione sulla persona di Davide su tre piste:
1. Davide è un pastore. Pensare Davide pastore ci riporta ai suoi antenati pastori, alla fede e quindi, ad Abramo, padre nella fede. Dire Davide che è un pastore ci richiama alla profezia di cui uno, una volta investito, verrà chiamato nuovo pastore del popolo. È da notare che Davide regnerà per quarant’anni (cfr. 2Sam 5,4), un numero che ritorna con frequenza nella Bibbia per esprimere l’idea della perfezione, che solo in Dio ha il suo compimento.Abbiamo allora un rimando al vero pastore: «Io sono il vero pastore. Il vero pastore dà la sua vita per le sue pecore… Ed ho ancora altre pecore, e dovrò pascerle; vi sarà un solo gregge ed un solo pastore» (Gv 10, 11-16). L’evangelista Matteo del vero pastore dice che è anche «Figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1)
2. Davide è preso di mezzo al gregge.«Così dice il Signore: “Sono io che ti ho preso dai pascoli, mentre andavi dietro alle pecore, perché tu fossi capo del mio popolo Israele”» (2Sam 7,8). Questo ci mostra un modo chiaro e costante dell’agire di Dio; la chiamata di Dio si manifesta quando ci troviamo nel pieno della vita, nel pieno dei nostri impegni. Possiamo confrontare a riguardo, la chiamata di Gedeone, contadino astuto, la chiamata di Sansone, avventuriero dal cuore tenero etc.Dio rispettando la persona con il suo carattere, il suo passato, ma anche la professione e le più piccole aspirazioni di ciascuno, inserisce la chiamata all’interno del lavoro: Davide da pastore di pecore sarà pastore di uomini, così come Pietro da pescatore di pesci a pescatori di uomini.
3. Davide… l’ultimo, il più piccolo.Dio, quando chiama non guarda chi siamo, a quale stirpe apparteniamo, se della famiglia siamo i più grandi, cioé coloro ai quali è riservato un posto particolare. Dio passa davanti a questi e va oltre e sceglie l’ultimo, il più piccolo che sta con le pecore, colui che è indifeso e inesperto.In questi tre punti notiamo subito la “stranezza” di Dio, che agisce in un modo che contrasta con il comune agire umano.Infatti, quando noi agiamo e scegliamo siamo mossi, cioé spinti e attratti, dal valore che cogliamo riflesso nell’altro: la sua virtù, la sua forza, il suo coraggio, la sua intelligenza, la sua maestria o la sua saggezza.
Non è così che Dio rivela il segreto del suo agire: egli invita il suo profeta a non guardare tutto questo (cfr. v. 7). Ciò che conta per Dio non è quanto appare e, apparendo, si offre allo sguardo e al giudizio altrui, ma è l’altro nella sua nuda alterità sulla quale veglia il suo amore.L’insegnamento che otteniamo da questa elezione divina, non è che Dio abbia delle preferenze, quindi escludendo alcuni e accogliendo altri, ma al contrario, egli essendo libertà d’amore si china gratuitamente su tutti dicendo: «ti amo».
La grandezza di ogni persona, per la Bibbia, è nell’essere «tu» che Dio istituisce con il suo Tu e alla cui libertà di risposta egli affida il suo amore che non resta sterile, ma è sempre efficace: «Come, infatti, la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,10-11).
In questa piena libertà, anche l’elezione di Davide si trasforma in amore pur se nel secondo Libro di Samuele, quest’uomo sbaglia, si pente, ricomincia. In tutto questo noi scopriamo dentro di noi l’amore che ci guida nelle strade della vita, il volto di Dio manifestato in Cristo Gesù, il nostro volto capace di amare.

interrogarsi
1. L’uomo biblico è costitutivamente uomo responsoriale. Come ti poni davanti al Tu divino che ti chiama ogni giorno a prendere una decisione di fronte a Lui?
2. Hai paura di non essere amato, di essere rifiutato, scartato perché indifeso, inesperto?
3. Davide è stato scelto non per sé, ma per l’altro. Anche tu ti senti chiamato per l’altro?

preghiera
Indicami, Signore, la via dei tuoi decreti e la seguirò sino alla fine.Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge e la custodisca con tutto il cuore.Dirigimi sul sentiero dei tuoi comandi, perché in esso è la mia gioia.Piega il mio cuore verso i tuoi insegnamenti e non verso la sete del guadagno.Distogli i miei occhi dalle cose vane, fammi vivere sulla tua via.Allontana l’insulto che mi sgomenta, poiché i tuoi giudizi sono buoni.Ecco, desidero i tuoi comandamenti;per la tua giustizia fammi vivere (Sal 119,33-37.39-40).

actio
Prova a portare nella vita di ogni giorno queste parole S. Gregorio di Nazianzo: «Scruta seriamente te stessa, il tuo essere, il tuo destino; donde vieni e dove dovrai posarti; cerca di conoscere se è vita quella che vivi o se c’è qualcosa di più».

SANTI MACCABEI, SETTE FRATELLI MARTIRI – (PRIMA LETTURA DEL 10 NOVEMBRE 2013)

http://www.santiebeati.it/dettaglio/90530

SANTI MACCABEI, SETTE FRATELLI MARTIRI – (PRIMA LETTURA DEL 10 NOVEMBRE 2013)

1 AGOSTO

M. 168 A.C. (?)

Martirologio Romano: Commemorazione della passione dei santi sette fratelli martiri, che ad Antiochia in Siria, sotto il regno di Antioco Epifane, per aver osservato con invitta fede la legge del Signore furono messi crudelmente a morte insieme alla loro madre, la quale patì per ognuno dei suoi figli, ma, come si racconta nel secondo Libro dei Maccabei, in tutti conseguì la vittoria della vita eterna. Insieme si celebra la memoria di sant’Eleázaro, uno degli scribi più stimati, uomo già di età avanzata, che nella stessa persecuzione si rifiutò di cibarsi, per sopravvivere, di carne proibita, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, e precedette per questo di buon grado gli altri al supplizio, lasciando un mirabile esempio di virtù.

Al 1° agosto il martirologio romano riferisce: « Ad Antiochia, la Passione dei Sette ss. fratelli Maccabei, martiri, che soffrirono con la loro madre, sotto il re Antioco Epifane. Le loro reliquie, portate a Roma, furono deposte nella Basilica di S Pietro in Vincoli ».
La loro storia è narrata nel II Mach. 7; ai sette fratelli è dato il nome di Maccabei, soltanto dal libro che ne parla. Il II Mach. è un riassunto della storia, redatta in greco da Giasone, un giudeo di Cirene che scriveva poco dopo il 160 a. C., in cui si narra la persecuzione subita dai Giudei fedeli, ad opera di Antioco IV Epifane; in particolare, il martirio di Eleazaro (cap. 6) e quello dei nostri martiri (cap. 7). La narrazione del cap. 7 è ripresa e assai ampliata nell’apocrifo IV Mach.
Ecco i punti salienti di II Mach. 7: « Sette fratelli, arrestati insieme con la madre si volevano costringere a prendere le carni proibite di porco… Uno di essi, fattosi portavoce di tutti, disse: « Che cosa vorresti domandare o sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi paterne ».
Il re, fatti arroventare i padelloni e le caldaie, comandò di tagliare la lingua, scorticare il capo e mutilare le estremità a quello che si era fatto loro portavoce, mentre gli altri fratelli e la madre stavano là a guardare. Quando quello fu cosí completamente mutilato, dette ordine di gettarlo sul fuoco, mentre ancora respirava… Condussero quindi il secondo al ludibrio; anch’egli subí a sua volta il supplizio come il primo. Giunto però all’ultimo respiro disse: « Tu, genio furioso, ci strappi dalla nostra presente vita: ma il Re del mondo farà risorgere all’eterna risurrezione di vita noi che siamo morti per le sue leggi ».
… Alla loro richiesta, il terzo mise fuori subito la lingua e stese avanti le mani coraggiosamente, dicendo con fierezza: « Queste membra le ho ricevute dal cielo e per le sue leggi non ne faccio conto alcuno, ma spero di riaverle nuovamente da lui ».
… Morto anche questo, martoriarono il quarto con le stesse torture. Sul punto di morire, disse: « it preferibile morire per mano degli uomini e avere da Dio la speranza di essere un giorno da lu; risuscitati. Per te certamente non ci sarà risurrezione alla vita ».
… Il quinto condotto alla tortura, fissando il re, disse: « Tu hai un’autorità tra gli uomini e, pur essendo mortale, fai quello che vuoi; ma non credere che la nostra razza sia stata abbandonata da Dio. Quanto a te, abbi pazienza e vedrai come la sua grandiosa potenza tormenterà te e i tuoi discendenti ». Similmente per il sesto… Rimanendo il piú giovane. il re Antioco non solo lo scongiurava con le parole, ma lo assicurava anche con giuramenti di farlo insieme ricco e invidiabile, di averlo come amico e di affidargli uffici governativi, aualora avesse abbandonato le patrie leggi. Siccome il giovane non gli prestava minimamente attenzione, il re chiamò la madre, esortandola a farsi consigliera di salvezza per il giovanetto.
Dopo tanti ammonimenti, ella accettò di persuadere suo figlio. Chinatasi su di lui, per scherno del crudele tiranno, cosí disse nella lingua paterna: « Figlio, abbi pietà di me che ti ho portato in seno… che ti ho educato… Ti prego, o figlio, di osservare il cielo e la terra e di mirare tutte le cose in essi contenute e di dedurne che Dio non le ha fatte da cose preesistenti, e che il genere umano ha la stessa origine. Non temere questo carnefice, ma accetta la morte, mostrandoti degno dei fratelli, affinché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli al momento della misericordia ».
Stava ella ancora parlando, che il giovane disse: « Che aspettate? Non obbedisco all’ordine del re, ma obbedisco al precetto della legge data ai nostri padri per mezzo di Mosè. Tu, però, che ti sei fatto inventore d’ogni male contro gli Ebrei, non sfuggirai certamente alle mani di Dio. Noi infatti soffriamo a causa dei nostri peccati. Se per nostro castigo e correzione il nostro Dio vivente si è adirato per breve tempo, di nuovo egli si riconcilierà con i suoi servi. Tu, invece, o empio, non ti esaltare invano—perché non sei ancora sfuggito al giudizio di Dio che tutto può ed osserva. Or dunque, dopo aver sopportato un breve tormento, i nostri fratelli sono giunti alla divina alleanza della vita eterna; tu invece riporterai dal giudizio di Dio le giuste pene della tua superbia. Quanto a me, dò anch’io, come i miei fratelli, corpo e anima per le leggi avite, e prego Iddio che si mostri presto mise ricordioso verso il suo popolo, che tu finisca co] confessare, tra prove e flagelli, che solo lui è Dio; e che l’ira dell’Onnipotente, abbattutasi giustamente su tutta la nostra stirpe si arresti su di me e i miei fratelli ».
Allora il re, furioso, usò con lui un trattamento piú feroce che con gli altri, non potendo sopportare lo scherno. Cosí anch’egli passò da questa vita senza affatto macchiarsi, pieno di fiducia nel Signore. UItima, dopo i figli, morí la madre ».
La Bibbia non ci dà i loro nomi, né indica dove si svolse il martirio, fatto loro subire dal re Antioco IV Epifane; né precisa la data (forse 168; a Ge rusalemme? ).
Generalmente si ammette che essi furono martirizzati ad Antiochia, tale è, comunque, la tradizione comune delle Chiese d’Oriente e d’Occidente.
I primi cristiani ammirarono questi valorosi martiri del giudaismo, precursori dei martiri del Cristo. Il loro culto si diffuse rapidamente e la loro festa sembra sia stata universale nella Chiesa verso il sec. V. La storia del culto dei santi martiri è cosí riassunta dalle Vies des Saints (citt. in bibl. ). Già appaiono nel Martirologio Siriaco (412), nei Calendari di Polemius Silvius (448) e di Cartagine (secc. V-VI), e nell’insieme dei mss. del Martirologio Geronimiano. Su questi martiri possediamo testi di s. Gregorio Nazianzeno (PG, XXXV), s. Giovanni Crisostomo, s. Agostino , s. Ambrogio, s. Gaudenzio di Brescia, pseudoLeone.
Secondo s. Girolamo (m. 420), le reliquie dei sette fratelli erano a Modin ed egli si meravigliava che fossero venerate ad Antiochia. L’Itinerarium detto di Antonino (ca. 570) nomina Antiochia in cui riposano con altri santi e s. Giustina « i fratelli Maccabei, in tutto nove tombe, sormontate ciascuna dagli strumenti del loro supplizio ».
Il Martirologio Siriaco nomina i Maccabei « figli di Samunas » ad Antiochia, nel quartiere giudaico, al 1° agosto. I sinassari bizantini offrono sette nomi e la madre è Solomonis. Le liste siriache e armena sono differenti. Il Calendario marmoreo napoletano (sec. IX) congiunge i Maccabei a una santa EELI.
Con ogni probabilità il martirio avvenne ad Antiochia dove le tombe furono venerate fino al sec. VI. Dopo il 551 le reliquie furono portate a Costantinopoli e da 11, almeno in parte, a Roma, sotto Pelagio I (556-561)E’ possibile però si tratti di Pelagio II (579-590) e che le reliquie siano venute direttamente da Antiochia. Esse comunque si venerano a Roma, in S. Pietro in Vincoli, chiesa la cui festa titolare cade in questo stesso giorno, 1° agosto.
Nel 1876 fu ivi trovato un sarcofago a sette compartimenti, contenenti ossa e ceneri con due togli di piombo recanti iscrizioni relative ai sette fratelli, del IX sec. (o sec. XV?).
La festa dei sette fratelli Maccabei non è menzionata nei libri liturgici, sia gallicani, sia romani, eccettuato il Sacramentario gelasiano; il loro culto sarà stato forse eclissato dalla festa di s. Pietro in vinculis.

Autore: Francesco Spadafora

LECTIO DIVINA DI 2 RE 5,14-17 PER LC 17,11-19

http://digilander.iol.it/comunitakairos/archivio/lectio/lettura/2Re%205,14-17.htm

LECTIO DIVINA DI 2 RE 5,14-17   PER LC 17,11-19

XXVIII DOM. O/C

In quei giorni Nàaman Siro scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell’uomo di Dio, e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito.
[15] Tornò con tutto il seguito dall’uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: “Ebbene, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele”. Ora accetta un dono dal tuo servo”. [16] Quegli disse: “Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò”. Nàaman insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. [17] Allora Nàaman disse: “Se è no, almeno sia permesso al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne portano due muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al Signore.

Il secondo libro dei Re è l’elenco cronachistico delle vicende dei due Regni, del Nord, Israele, e del Sud, Giuda, a partire dalla morte del re Achab (853 a.C.) sino alle catastrofi finali di Samaria, la bella capitale di Israele, e di Gerusalemme, la santa capitale di Giuda.
Nei suoi primi capitoli un’ampia inserzione costituisce il ciclo di Eliseo, una raccolta di eventi straordinari legati alla figura del profeta, continuatore in Israele della missione del grande Elia. In un contesto storico di ostilità, spesso armata, tra il popolo d’Israele e il confinante popolo degli Aramei di Damasco, ostilità che non interrompeva peraltro normali relazioni diplomatiche tra il re siriano BenAdad e l’israelita Joram (852-841), il racconto della guarigione del generale arameo Naaman, malato di lebbra, si dispiega secondo uno scenario ricorrente nei percorsi di conversione. Accade spesso alle narrazioni bibliche di riuscire attuali e paradigmatiche, codifica di tante avventure dello spirito.
Ed è proprio un lungo percorso in discesa quello che Naaman il Siro deve compiere prima di arrivare alla guarigione! Tutto l’episodio è infatti giocato sulla tensione tra un piano alto e un piano basso della ricerca di salvezza. Piano alto è il mondo del potere militare e di palazzo che accompagna la prima presentazione dell’eroe nazionale arameo. Piano basso è già il suo voler dar credito, sotto il pungolo della necessità, alla creatura istituzionalmente meno attendibile, una donna e fanciulla e nemica e schiava, che ha fatto balenare la speranza: “Se il mio signore si rivolgesse al profeta che è in Samaria, certo lo libererebbe dalla lebbra” (v. 3).  Ma immediatamente dopo è alla mediazione infelice del potere e del palazzo che egli ritorna ancora una volta a ricorrere, al carico d’oro e d’argento che porta con sé, alla lettera ambigua di presentazione al re di Samaria, da parte del suo, più potente, re: “Portò la lettera al re di Israele, nella quale si diceva: “Ebbene, insieme con questa lettera ho mandato da te Nàaman, mio ministro, perché tu lo curi dalla lebbra”. Letta la lettera, il re di Israele si stracciò le vesti dicendo: “Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi mandi un lebbroso da guarire? (6-7).
Eliseo, informato, libera il suo re dall’impasse: “Quell’uomo venga da me e saprà che c’è un profeta in Israele” (v 8). Un profeta che, a nome di Dio, ha già potuto restituire la vita al figlio della Sunammita (4,33-35). Così Naaman è costretto a scendere dal piano alto, a lui congeniale, dai monti di Samaria verso l’oscura casa dello sconosciuto profeta, forse a Galgala, verso il Giordano. Ma, arrivato là con i suoi cavalli e con il suo carro, avrà ancora una cocente disillusione: Eliseo gli mandò un messaggero per dirgli: “Và, bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito”. Nàaman si sdegnò e se ne andò protestando: “Ecco, io pensavo: Certo, verrà fuori, si fermerà, invocherà il nome del Signore suo Dio, toccando con la mano la parte malata e sparirà la lebbra. Forse l’Abana e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque di Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per essere guarito? ”. Si voltò e se ne partì adirato. (10-12). La ferita all’amor proprio, all’immagine prestigiosa di sé, alla voglia di miracolismo plateale, duole più che la malattia.
Poi, però, convinto dal buon senso dei servi (ancora!) accetterà finalmente di scendere alla depressione del Giordano, di scendere  da cavallo (cfr. un certo Saulo), per immergersi, battezzarsi (dal verbo baptizo usato dalla traduzione greca della Settanta) nelle acque del Giordano, lasciando in esse la sua lebbra e il suo orgoglio.
Ora è un uomo nuovo quello che risale, guarito nel corpo e nell’anima, dalle acque. Accettata in dono la guarigione, Naaman saprà tornare dall’uomo di Dio, per rendere gloria a Dio (Lc 17,18): “Ebbene, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele”. Dalla ricerca del taumaturgo è approdato alla fede nel Dio vivente. Per Lui vorrà portare in patria un carico di preziosa terra d’ Israele, secondo l’antica concezione, che non prevede sacrifici a un dio , se non sulla sua terra.
Si conclude in questo modo un itinerario di conversione che assimila la lebbra al peccato, la guarigione al perdono, ricevuto in dono, ma cui occorre predisporsi in umile e consapevole atteggiamento di accoglienza.

I collegamenti molto forti con il brano lucano dei dieci lebbrosi, oltre alla tematica generale di guarigione –ringraziamento -salvezza, abbracciano anche l’ambientazione in Samaria e l’apertura alle genti straniere del progetto divino di salvezza. Tema questo che, anche se solo nel Nuovo giungerà a maturazione, ha già nell’Antico Testamento un suo preciso dispiegarsi: “ll Signore si rivelerà agli Egiziani e gli Egiziani riconosceranno in quel giorno il Signore, lo serviranno con sacrifici e offerte… In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria; gli Egiziani serviranno il Signore insieme con gli Assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (Is 19,21-25).
Gesù, che qui vediamo elogiare un samaritano…questo straniero, aveva già ricordato ai suoi concittadini sin dall’esordio della sua predicazione a Nazaret:“Nessun profeta è bene accetto in patria… C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro” (Lc 4,24.27). Egli, il Messia che, sceso nelle acque del Giordano, vi si è caricato di tutte le lebbre, sino ad essere identificato un giorno con il servo “davanti al quale ci si copre la faccia” (Is 53,3-4), ha ricevuto il potere di risanare tutte le genti.

BUSSATE E VI SARÀ APERTO – IL RACCONTO DELLA REGINA ESTER

http://www.zenit.org/it/articles/bussate-e-vi-sara-aperto

BUSSATE E VI SARÀ APERTO

MEDITAZIONE QUOTIDIANA SULLA PAROLA DI DIO

ROMA, 21 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG).

LETTURA
IL RACCONTO DELLA REGINA ESTER, in una condizione abituale a molti di noi («presa da un’angoscia mortale»), confessa la propria fede nell’unicità e onnipotenza del Signore, e si rivolge a Lui, capace di far vivere il grande passaggio, tipico della Pasqua di Gesù: «volgi il nostro lutto in gioia e le nostre sofferenze in salvezza». Siamo introdotti alle parole di Gesù nel brano del Vangelo di Matteo.

MEDITAZIONE
La nostra meditazione prende in considerazione le tre iniziali espressioni, per un verso quasi a parallelismo, per un altro come interpretazioni del modo di relazionarsi al Signore che va posto dalla richiesta orale, a un itinerario quasi vero cammino, e una prossimità che potrebbe attestare familiarità «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto». In particolare, il bussare e l’aprirci ci ricorda al vivo l’Anno della fede che stiamo vivendo. Il documento del Papa ha come titolo La porta della Fede. È il nostro incontro e rapporto vivo con il Signore; ci è da Gesù riproposto come “un bussare alla porta che certamente ci è aperta”. Gesù poi ci interpella e ci fa riflettere sul rapporto abituale tra figlio e padre. A partire dai bisogni fondamentali, di fronte alla fame e all’esigenza del cibo, è più che naturale che un figlio chieda al proprio padre «un pane», un «pesce», tanto più nelle vicinanze del lago di Tiberiade. La risposta di consenso è scontata, ma Gesù propone la non possibile alternativa: un padre, non dà al figlio «una pietra», né tanto meno «una serpe». Dobbiamo memorizzare le due conclusioni di Gesù che sono rivelazione del volto di Dio e proposta di vita “buona” per noi. «Tanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliene chiedono!»; «Tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti». Straordinaria sintesi di tutta la Scrittura, Parola di Dio scritta per noi.

PREGHIERA
Signore, il tuo amore è da sempre e per sempre. Ti ringrazio perché hai ascoltato le parole della mia invocazione. Ho esperienza che quando ti ho invocato, mi hai ascoltato: accresci in me la forza, la fede che spera e che ama.

AGIRE
Scegliamo oggi, per chi condivide la vita con noi, “cose buone” per la loro vita.

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