Archive pour juin, 2012

‘Fanciulla, ti dico: alzati!’!

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Publié dans:immagini sacre |on 30 juin, 2012 |Pas de commentaires »

«Da ricco che era, si è fatto povero» (2Cor 8,7.9.13-15) – di Enzo Bianchi

http://www.stpauls.it/vita00/0798vp/0798vp31.htm

«Da ricco che era, si è fatto povero»

(2Cor 8,7.9.13-15)

di ENZO BIANCHI

«Conoscete la benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi dalla sua povertà» (2 Corinzi 8,9). Qui è la fonte dello « scandalo » ineludibile della povertà: un Dio che si fa uomo, soffre e muore; ma Dio lo risuscita. Pure il cristiano non è di questo mondo, per cui non vuole possederlo, ma salvarlo.
L’Evangelo pone chiunque voglia diventare discepolo di Cristo di fronte alle esigenze radicali contenute nelle parole rivolte da Gesù alle folle: «Se qualcuno vuol venite dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34). Solo alla luce del primato di Cristo, dell’amore preferenziale per il Signore, la radicalità prende il suo senso, ed è all’interno di questa relazione di fede e di amore con il Signore Gesù che si impone al credente un giudizio sui beni del mondo e sul loro uso. Chi infatti, quale servo, vuole essere là dove si trova anche il suo Signore (cf Gv 12,26), non può esimersi dall’entrare nel regime della povertà che è dimensione cristologica: «Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Qui è la fonte dello « scandalo » ineludibile della povertà: nello « scandalo » stesso dell’incarnazione.
La povertà evangelica appare allora non un « consiglio » o un « valore », ma piuttosto uno « spazio », una « dimensione » della fede intesa come adesione al Signore Gesù: solo i poveri sanno infatti riconoscere il loro bisogno di salvezza e accogliere l’Evangelo come buona notizia. La povertà è dunque per il cristiano « luogo di salvezza », esigenza inscindibilmente connessa alla vocazione battesimale; nel battesimo infatti il credente « riveste » Cristo, rinunciando all’uomo vecchio e immergendosi totalmente nella spoliazione stessa vissuta dal suo Signore. Così inizia un cammino di sequela improntato all’agape, all’amore. Non a caso già l’antica esegesi giudaica aveva interpretato il comandamento di amare Dio «con tutte le forze» (cf Dt 6,5; Mc 12,30) nel senso di amarlo « con tutti i beni », cioè nella disponibilità ad abbandonare tutte le ricchezze.
Può sorprenderci, scandalizzarci appunto, l’insistenza con cui il NT mette in guardia contro l’ostacolo che la ricchezza rappresenta sulla via della sequela del Signore e dunque della salvezza. La ricchezza tende infatti a occupare il cuore dell’uomo e a divenire un idolo, e allora l’Evangelo è netto: siccome «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21), di conseguenza «non potete servire a Dio e a Mammona» (Mt 6,24). È vero che mai l’Evangelo pone la rinuncia radicale a tutti i beni come condizione necessaria per la salvezza, ma se tanto insiste sul pericolo insito nelle ricchezze è perché esse finiscono per falsare la verità dell’uomo e del suo rapporto con Dio. La povertà che l’Evangelo richiede al cristiano non è dunque tanto un obbligo a lasciare una quantità considerevole di cose, quanto piuttosto un appello affinché l’uomo ritrovi il mistero della propria povertà radicale, ontologica, affinché riscopra in cosa consista la propria verità: l’uomo è povero, è bisognoso! È questo che ci scandalizza: la nostra dipendenza da Dio e l’interdipendenza nella compagnia umana.
Proprio l’ascolto della parola di Dio esige e plasma al tempo stesso una Chiesa povera e di poveri e non si risolve nell’assolutizzazione dell’imperativo etico dell’azione per i poveri, i lontani, gli ultimi, identificati con « gli altri » verso i quali ci si muove con un assistenzialismo paternalista. L’amore per il prossimo in cui si sintetizza tutta la Scrittura (cf Rm 13,8-10; Gal 5,14; Gc 2,8) non può dunque essere sganciato dalla percezione della propria radicale povertà e debolezza, dal proprio personale bisogno di salvezza illuminato da una lettura della Scrittura « in povertà di spirito ».
Così, al pari dello « scandalo » della croce, di un Dio che muore di una morte ignominiosa, lo scandalo della povertà di Cristo e dei suoi discepoli, riconosciuto, assunto e accettato su di sé può far cessare l’altro aspetto « scandaloso » della ripartizione delle ricchezze, il mancato perseguimento dell’ideale biblico: «Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi» (Dt 15,4). L’istanza della povertà è allora esigenza evangelica che implica l’attivo coinvolgimento della responsabilità e della creatività obbediente dell’uomo. Essa si configura non come una legge, ma come un evento in cui compito dell’uomo è l’obbedienza alla parola di Dio e all’esempio di Gesù, il povero per eccellenza, e la docile sottomissione all’azione dello Spirito. Nell’incontro tra una libertà personale e il Signore emergerà la forma concreta della povertà, non prestabilita e sempre in divenire, che deve però riguardare tanto la vita del singolo quanto quella delle comunità, delle Chiese, e che deve conoscere l’apertura alla dinamica della condivisione e la disponibilità a un abbandono anche radicale dei beni.
Così il radicalismo dei testi evangelici che parlano della povertà come esigenza del discepolato («Chi non rinuncia a tutti i suoi beni non può essere mio discepolo», Lc 14,27), che narrano la comunione dei beni nella Chiesa primitiva («I credenti tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti secondo il bisogno di ciascuno», At 2,44; cf At 4,32.34-35), che prospettano la radicale precarietà e assenza di umana sicurezza della missione («Non prendete nulla per la via, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, e non dovete avere due tuniche», Lc 9,3), restano come una perenne fonte di ispirazione per i cristiani e le Chiese di tutti i tempi. Così come l’esigenza evangelica della povertà resta come pungolo per Chiese spesso ricche, come spina nella carne per cristiani pienamente partecipi dell’opulenza delle società in cui vivono.
C’è da chiedersi se non sia blasfemo, oltre che menzognero, parlare di « povertà » a partire da tali condizioni, che sono quelle del mondo occidentale in cui viviamo, in cui ogni bisogno può essere immediatamente soddisfatto. C’è da chiedersi se il nostro discorrere di povertà non cada sotto il giudizio dell’amara e tagliente immagine utilizzata da Kierkegaard: «Nella splendida chiesa del castello si presenta un pomposo predicatore di corte, l’eletto del pubblico colto, e davanti a una schiera di aristocratici e intellettuali, commenta con unzione queste parole dell’Apostolo: « Dio ha scelto le cose umili e spregevoli » (1 Cor 1,28). E a nessuno viene da ridere!».

Enzo Bianchi

prima lettura, (Sap 1,13-15; 2,23-24), commento: Credere nel Dio della vita

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PRIMA LETTURA
(Sap 1,13-15; 2,23-24)

COMMENTO

Credere nel Dio della vita

Sono molto chiare, inequivocabili e decisive le parole della prima Lettura in ordine al tema della vita e della morte degli uomini.
Il libro della Sapienza dice che «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi»: perciò non possiamo mai pensare che la morte sia una decisione di Dio.
Anche se prende tutti, la morte e profondamente innaturale. Infatti, tutte le creature, compreso l’uomo, non hanno in sé come un «veleno di morte» che prima o poi le uccida.
Addirittura, il testo dice che non c’è, di per sé, alcun potere della morte sulla creazione: «il regno dei morti non è sulla terra».
In positivo, il destino dell’uomo non è la fine biologica, ma la vita liberata dalla morte («Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità»), perché lo ha fatto «a sua immagine», di Lui che ha la vita in pienezza.
C’è, dunque, una sola giustificazione della presenza della morte: «per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo». E’ la volontà di male e di distruzione dell’Avversario nei nostri confronti che ha causato un destino di morte per tutti: dietro alla morte non c’è mai Dio, ma il suo contrario.
Se ci rivolgiamo a Dio con la convinzione di fede che da Lui viene solo la vita, e non la morte, non possiamo sperare altro che la sua vittoria sul diavolo e quindi sulla causa della nostra morte.
Dunque la rassegnazione pietistica alla morte come destinazione e volontà di Dio nei nostri confronti è del tutto estranea, perfino opposta, all’autentica fede biblica.

Omelia (01-07-2012): Necessità e bellezza della carità

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25838.htm

Omelia (01-07-2012)
mons. Antonio Riboldi

Necessità e bellezza della carità

La Chiesa Madre di Gerusalemme, già dai suoi inizi, per le sue tante difficoltà, venne a trovarsi in grandi ristrettezze economiche. Aveva bisogno dell’aiuto delle Chiese sorelle, che in quegli anni erano sorte in tanti luoghi per la forza dello Spirito Santo che operava negli Apostoli.
Ed allora l’apostolo Paolo prende l’iniziativa di farsi voce delle sofferenze dei fratelli e sollecita una condivisione. La sua sollecitudine è descritta in una lettera ai Corinzi:
« Fratelli – scrive – come voi vi segnalate in ogni cosa, nella fede come nella carità che vi abbiamo insegnato, così distinguetevi anche in quest’opera generosa. Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero. Qui non si tratta di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca la loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca la vostra indigenza e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno. » (II Cor. 8, 7)
Offre, questa raccomandazione, lo spunto per una riflessione sulla qualità della nostra carità. Sappiamo dagli Atti degli Apostoli come all’inizio vi fosse una comunione di beni al punto che chi possedeva donava e nessuno era in difficoltà. Un comportamento difficile forse da imitare, ma un esempio in cui specchiare il nostro atteggiamento verso i fratelli, almeno quelli che sono più vicini a noi. Se diamo uno sguardo all’umanità è evidente che c’è chi vive in un’abbondanza che, agli occhi del Padre, diventa richiamo alla carità, diversamente ciò che si ha può essere grave mancanza verso chi non possiede nulla. Si resta pensierosi, almeno noi qui in occidente, davanti al solo pensiero che milioni di persone, mentre noi abbiamo il necessario e molto di più (nonostante la crisi!) altri sono costretti ogni giorno a combattere contro la fame, di cui muoiono.
In tutta la storia delle nostre Chiese, credo, non siamo ancora riusciti a dire parole che esprimano con tanto coraggio lo spirito di comunione, come con delicatezza e forza ha fatto S. Paolo, scrivendo ai fratelli di Corinto.
Forse ogni tanto bisbigliamo calcolate raccomandazioni di essere generosi nella nostra partecipazione alle povertà dei fratelli, pur avendo sotto gli occhi un quadro spaventoso di tante Chiese sorelle in difficoltà nel mondo. Ed è una situazione che non si ferma ai casi drammatici e clamorosi delle Chiese che vivono ai margini della morte per fame, per le persecuzioni e distruzioni, ma si allarga anche alle nostre Comunità in Italia, in cui risalta una diversità, a volte scandalosa. Basta considerare i pochi secondi che i mezzi di comunicazione danno ogni giorno alle sacche di povertà che esistono tra di noi. La nostra è davvero una civiltà basata sulla giustizia, che ha come riferimento l’amore per tutti? Nessuno, utopisticamente, può pensare sia realizzabile una società in cui tutti siano uguali, per quanto riguarda la situazione economica – naturalmente è diverso il discorso riguardo la dignità e i diritti della persona, che uguali devono essere in una società civile – Purtroppo da un punto di vista economico ci saranno sempre famiglie che hanno più del necessario e possono permettersi tanto lusso, che mortifica la giustizia e, nello stesso tempo, aumenta lo stato di necessità di tanti. Non c’è bisogno di tante parole: basta guardarsi attorno per vedere e notare le grandi differenze sociali, soprattutto oggi, in tempo di crisi. Ecco dunque l’urgenza della verità: se la proprietà è un diritto, questa non deve cancellare la carità. Più si è nel benessere, più amore e solidarietà deve esserci verso chi non ha.
« Il possesso e la ricerca della ricchezza come fine a se stessa – scrive Paolo VI – come unica garanzia di benessere presente e di pienezza umana è la paralisi dell’amore. I drammi della sociologia contemporanea lo dimostrano e con quali prove tragiche ed oscure! E dimostrano che l’educazione cristiana alla povertà sa distinguere innanzitutto l’uso del possesso delle cose materiali e sa distinguere poi la libera e meritoria rinuncia ai beni temporali, in quanto impedimento allo spirito umano nella ricerca e nel conseguimento del suo ottimo fine supremo che è Dio e del suo fine prossimo che è il fratello da amare, da servire dalla carenza di quei beni che sono indispensabili alla vita presente, cioè dalla miseria, dalla fame, a cui è dovere e carità provvedere.
Noi ci fermeremo all’elogio della povertà in spirito che purifica la Chiesa dal superfluo, insegna a rifuggire dal mettere il cuore e la fiducia nei beni di questo mondo! Ritrae il cristiano da ogni ruberia e disonesta amministrazione e da ogni illegale affarismo ed abitua a fraternizzare con persone di livello sociale inferiore ». ( 2 Ottobre 1968)
Credo sia davvero una necessità, oggi, tornare a vivere quella semplicità e sobrietà di vita che fa spazio nel cuore ai veri beni che contano davanti a Dio e agli uomini.
Ma ci sarà consapevolezza, in questa società, dell’urgenza dello spirito di povertà?
Nel Vangelo di oggi, l’evangelista Marco ci mostra Gesù nella pienezza della Sua missione tra di noi: una missione caratterizzata di povertà di spirito che diviene totale disponibilità e carità verso l’altro. « In quel tempo, Gesù, essendo passato di nuovo all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. « Si recò da Lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: ‘La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva’. Gesù si recò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle e gli toccò il mantello. Diceva infatti: ‘Se riuscirò a toccare il suo mantello, sarò guarità. E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era stata guarita. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da Lui, si voltò alla folla dicendo: ‘Chi mi ha toccato il mantello?’. I discepoli gli dissero: ‘Tu vedi la folla che si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?’. Egli intanto guardava attorno per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne e gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male’.
Mentre avviene il miracolo della donna e Gesù sta parlando con lei « dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: ‘Tua figlia è morta, perché disturbi il Maestro?’. Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: ‘Non temere, continua ad avere fede! E non permise a nessuno di seguirLo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato disse loro: ‘Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, dorme’.
Ed essi lo deridevano. Ma egli cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: ‘Fanciulla, ti dico: alzati!’. Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare: aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare ». (Mc. 5, 21-43)
Da un lato ci si stupisce della profonda fede di chi va da Gesù: una fede totale, del cuore, forse difficile per noi che a volte crediamo di essere ascoltati per le nostre tante parole, più che per la nostra reale fede. Dall’altra commuove la carità di Gesù, Dio, a cui basta la fiducia senza limiti, nel profondo del cuore, di chi sa affidarsi a Lui, come la donna guarita, per venirci incontro e guarirci.
Attorno a noi – se abbiamo la capacità di leggere le tante difficoltà e problemi nascosti – c’è tanta gente che ha come sola voce la sofferenza e cerca chi doni anche un lume di speranza o qualcuno pronto a condividere. Dovremmo tutti avere la fiducia e umiltà della donna del Vangelo, il coraggio e la convinzione di Giairo, per poter diventare portatori di speranza, ma molte volte siamo talmente presi dal nostro io, che non sappiamo vedere chi sta vicino a noi, per affidarlo al Maestro.
Ricordo una notte di Natale, dopo la S. Messa di mezzanotte, nella grande chiesa assiepata, mi accorsi, tornando in sacrestia, di una giovane nell’angolo di una cappella. Ci voleva poco a capire che era vittima di una grande sofferenza, che nessuno vedeva. Mi fermai, mi avvicinai e le dissi semplicemente: ‘Coraggio! Gesù è nato anche per te. Io vedo il tuo dolore, ma so che Lui consola.
Il giorno dopo, quella giovane venne a trovarmi e mi disse: ‘Questa notte lei mi ha ridato l’amore alla vita. Mi ha fatto sentire che non si è mai del tutto soli. Ho capito l’Amore di Dio che facendosi uomo si è fatto vicino a me e ho ritrovato la serenità’ .
Quanto bene può fare la carità che entra nella vita di chi soffre! Che Dio ci faccia capaci di avere un cuore grande e libero, capace di ‘vedere’, accogliere ed essere solidale con tutti.

St. Peter and St. Paul. Detail from stained glass in the church of St Mary and St Lambert in Stonham Aspal in Suffolk

St. Peter and St. Paul. Detail from stained glass in the church of St Mary and St Lambert in Stonham Aspal in Suffolk dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 28 juin, 2012 |Pas de commentaires »

SANTI PIETRO E PAOLO, OMELIA: LE COLONNE

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/13088.html

Omelia (29-06-2008)
Paolo Curtaz
Le colonne

Ci sono degli aspetti della Chiesa che fatico a vivere e a capire, pur facendone parte e amando questo sogno di Dio che appartiene al suo Regno.
Ci sono degli aspetti, invece, che mi fanno impazzire ogni volta che ci penso. Impazzire di gioia.
La festa che oggi celebriamo, sostituendo la domenica, è proprio una di queste sorprese guascone e irriverenti che mi rendono felice e orgoglioso di essere cristiano cattolico.
Oggi celebriamo i santi Pietro e Paolo, il loro percorso, la loro fede, la loro lotta.
Dobbiamo, per riscoprirli, toglierli dalle nicchie in cui li abbiamo messi, avere il coraggio di pensare a loro come a delle persone qualunque che hanno avuto Dio in sorte. Perciò ci sono simili. Perciò ci sono necessari.
Pietro e Paolo sono così diversi, così straordinariamente diversi!
Pietro è il pescatore di Cafarnao, uomo semplice e rozzo, entusiasta e irruente, generoso e fragile.
Paolo è l’intellettuale raffinato, lo zelante persecutore, il convertito divorato dalla passione.
Nulla avrebbe potuto mettere insieme due persone così diverse.
Nulla.
Solo Cristo.

Pietro
Pietro il pescatore di Cafarnao, uomo rude e semplice, di grande passione e istinto, Pietro che segue il Maestro con irruenza, poco abituato alle sottili disquisizioni teologiche, Pietro che ama profondamente Gesù, che ne scruta i passi, Pietro il generoso e che sa poco di diplomazia e il più delle volte nel Vangelo interviene grossolanamente e a sproposito. Pietro abituato alla fatica, con il volto segnato da profonde rughe, con le mani ingrossate e screpolate dalla canapa e dall’acqua. Che ne sapeva, lui, delle profezie e delle diatribe tra rabbini? Uomo di sangue e di concretezza, uomo di lago e di pesci, Gesù lo ha scelto per la sua cocciutaggine, per la sua tempra.
Pietro che viene scelto, proprio lui, non Giovanni il mistico, per essere il capo del gruppo, per garantire nella fede i fratelli. Pietro stranito e confuso da questo nuovo ruolo, decisamente fuori dalle sue corde.
La storia di Pietro ha così un’impennata inattesa, brutale; Pietro dovrà essere masticato dalla croce, sbattere pesantemente il naso contro il proprio limite, piangere amaramente la propria fragilità per diventare il punto di riferimento dei cristiani.
Nessuno di noi conosce la propria fede fino a quando questa non è messa alla prova: così Pietro che si sentiva ormai adulto nella fede, fondato nelle sue convinzioni, deve fare i conti con la sua paura e rinnega il Maestro e piange.
Pietro che troviamo, dopo il suo fallimento, presso il lago di Tiberiade, dove lo aspetta il risorto che gli chiede, ora, di amarlo. E Pietro abbassa lo sguardo, sente tagliente bruciare la ferita dentro di sé. Eppure crede, eppure ama: ora sì, è davvero capace di confermare i fratelli, ora sì, sul serio, può accompagnare il cammino dei fratelli
Grande Pietro, noi ti amiamo.
Non migliore ma vero, autentico, capace di piangere i tuoi sbagli.
Per questo pianto noi ti amiamo, Pietro, per questo silente singhiozzare di cane fedele, perché la tua fragilità e la tua paura sono le nostre.
A Pietro il Signore chiede di conservare la fede, di tenerla intatta, di lasciarla crescere dentro di sé e confermare i fratelli. Perché mai Pietro è stato scelto come garante della nostra fede? Perché crede.
È l’unico che si è buttato nel lago andando incontro a Gesù che cammina sulle acque, impulsivo come sempre.

Paolo
E Paolo, così diverso da Pietro, Paolo lo studioso, l’intellettuale, il polemico, il credente intransigente e fanatico che si trova per terra davanti alla luce del Nazareno, ci ricorda l’ardore della fede, l’ansia dell’annuncio, il dono del carisma, il fuoco dello Spirito.
Paolo è osteggiato prima dai suoi ex compagni, i farisei, e poi dai suoi nuovi fratelli, i cristiani. Alcuni di quelli di Gerusalemme vedono nella sua apertura al paganesimo un tradimento del Vangelo e lo ostacolano in tutti i modi. Quanta pazienza e rabbia Paolo dovrà esercitare per portare avanti la sua idea di Regno! Grazie a lui noi ora siamo figli di Dio, grazie alla sua costanza e alle prove che ha dovuto superare.
Senza di lui il cristianesimo sarebbe rimasto chiuso nell’angusto spazio dell’esperienza di Israele, grazie a Paolo le mura sono state abbattute, grazie a lui e alla sua forza il Vangelo ha travalicato la storia.
Paolo il passionale, il focoso, che ama e dona la sua vita alle sue comunità.
Da oggi la Chiesa dedica un anno di riflessione, in occasione dei duemila anni della sua nascita, per riscoprire il fuoco di Paolo. Sia davvero un anno in cui riavvicinarci alle sue parole, alle sue intuizioni, per riscoprire le sue battaglie.

Le colonne
Nella loro vita poche volte i due si incontrarono, a volte litigarono, si confrontarono, si richiamarono alla fedeltà. Eppure il loro comune Signore li adoperò per farli diventare le due colonne principali cui poggia l’edificio della Chiesa.
Pietro e la conservazione della fede. Paolo e l’ardore dell’annuncio, l’anarchia dello Spirito.
Difficilmente si sarebbe riusciti a mettere insieme due figure più diverse, eppure la Chiesa è così, fatta di gioiosa diversità, di dilagante ricchezza. Ed è bello e consolante, oggi, celebrare insieme due che mai, nella vita, avrebbero voluto essere ricordati insieme…
Così è la Chiesa, che oggi gioisce per questi innamorati di Dio, lieta di poter proporre ad ogni uomo lo stesso percorso di scoperta del volto del Signore Gesù.
Pietro il pescatore, Paolo l’intellettuale, le due colonne su cui poggia la nostra fede, Pietro e Paolo, le colonne della fede, ci insegnino a vivere nella tenerezza dell’appartenere alla Chiesa.

29 GIUGNO SANTI PIETRO E PAOLO: UFFICIO DELLE LETTURE

SANTI PIETRO E PAOLO

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 15 – 2, 10

Incontro di Pietro e Paolo a Gerusalemme
Fratelli, quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». E glorificavano Dio a causa mia.
Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
Da parte dunque delle persone più ragguardevoli — quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna — a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi — poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)

Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato
Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.
Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E` ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.
Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.

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