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PAPA GIOVANNI XXIII (11 Ottobre)

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PAPA GIOVANNI XXIII

(11 ottobre, per ora Beato, ma prossimo alla santificazione)

Giovanni XXIII nacque a Sotto il Monte, in provincia di Bergamo, il 25 novembre 1881, primo figlio maschio di Marianna Mazzola e di Giovanni Battista Roncalli. La sera stessa il neonato venne battezzato dal parroco don Francesco Rebuzzini, ricevendo il nome di Angelo Giuseppe. Gli fece da padrino l’anziano prozio Zaverio Roncalli, il primo dei sette zii di papà Battista, uomo molto pio, che, rimasto celibe, si era assunto il compito di educare religiosamente i numerosi nipoti. Il futuro Giovanni XXIII conservò un ricordo commosso e riconoscente per le cure e le sollecitudini di questo vecchio patriarca.
Manifestando fin dalla fanciullezza una seria inclinazione alla vita ecclesiastica, terminate le elementari, si preparò all’ingresso nel seminario diocesano ricevendo un supplemento di lezioni di italiano e latino da alcuni sacerdoti del luogo e frequentando il prestigioso collegio di Celana. Il 7 novembre 1892 fece il suo ingresso nel seminario di Bergamo, dove fu ammesso alla terza classe ginnasiale. Dopo un avvio difficoltoso per l’insufficiente preparazione, non tardò a distinguersi sia nello studio che nella formazione spirituale, tanto che i superiori lo ammisero prima del compimento del quattordicesimo anno alla tonsura. Avendo proficuamente terminato nel luglio del 1900 il secondo anno di teologia, fu inviato il gennaio successivo a Roma presso il seminario romano dell’Apollinare, dove esistevano alcune borse di studio a favore dei chierici bergamaschi. Pur con l’intermezzo di un anno di servizio militare prestato a Bergamo a partire dal 30 novembre 1901, la formazione seminaristica risultò particolarmente fruttuosa.
Il 13 luglio 1904, alla giovanissima età di ventidue anni e mezzo, conseguì il dottorato in teologia. Con il più lusinghiero giudizio dei superiori, il 10 agosto 1904, fu ordinato sacerdote nella chiesa di S. Maria di Monte Santo; celebrò la prima Messa il giorno seguente nella Basilica di S. Pietro, durante la quale ribadì la sua donazione totale a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa. Dopo un breve soggiorno nel paese natale, nell’ottobre iniziò a Roma gli studi di diritto canonico, interrotti nel febbraio del 1905, quando fu scelto quale segretario dal nuovo Vescovo di Bergamo Mons. Giacomo Radini Tedeschi. Furono circa dieci anni di intenso impegno accanto ad un Vescovo autorevole, molto dinamico e ricco di iniziative che contribuirono a fare della diocesi bergamasca un modello per la Chiesa italiana.
Oltre al compito di segretario, svolse altri numerosi incarichi. Dal 1906 ebbe l’impegno dell’insegnamento di numerose materie in seminario:  storia ecclesiastica, patrologia e apologetica; dal 1910 gli fu assegnato anche il corso di teologia fondamentale. Salvo brevi intervalli, svolse questi incarichi fino al 1914. Lo studio della storia gli consentì l’elaborazione di alcuni studi di storia locale, tra cui la pubblicazione degli Atti della Visita Apostolica di s. Carlo a Bergamo (1575), una fatica durata decenni e portata a termine alla vigilia dell’elezione al Pontificato. Fu anche direttore del periodico diocesano « La Vita Diocesana » e dal 1910 assistente dell’Unione Donne Cattoliche. La prematura scomparsa di Mons. Radini nel 1914 pose fine ad un’esperienza pastorale eccezionale, che, se pur segnata da qualche sofferenza come l’infondata accusa a lui rivolta di modernismo, il futuro Giovanni XXIII considerò sempre punto di riferimento fondamentale per l’assolvimento degli incarichi a cui fu di volta in volta chiamato. Lo scoppio della guerra nel 1915 lo vide prodigarsi per più di tre anni come cappellano col grado di sergente nell’assistenza ai feriti ricoverati negli ospedali militari di Bergamo, giungendo ad atti di autentico eroismo. Nel luglio del 1918 accettò generosamente di prestare servizio ai soldati affetti da tubercolosi, sapendo di rischiare la vita per il pericolo di contagio.
Del tutto inaspettato giunse nel dicembre del 1920 l’invito del Papa a presiedere l’opera di Propagazione della Fede in Italia, quando a Bergamo aveva da poco avviato l’esperienza della Casa degli studenti, un’istituzione a metà tra il pensionato e il collegio, e contemporaneamente fungeva da direttore spirituale in seminario. Dopo forti titubanze, finì con l’accettare, iniziando con molta cautela un incarico che si presentava molto delicato per i rapporti con le organizzazioni missionarie già esistenti. Compì un lungo viaggio all’estero per la realizzazione del progetto della Santa Sede mirante a portare a Roma le varie istituzioni di sostegno alle missioni e visitò diverse diocesi italiane per la raccolta di fondi e l’illustrazione delle finalità dell’opera da lui presieduta.
Nel 1925 con la nomina a Visitatore Apostolico in Bulgaria iniziò il periodo diplomatico a servizio della Santa Sede, che si prolungò fino al 1952. Dopo l’ordinazione episcopale avvenuta a Roma il 19 marzo 1925, partì per la Bulgaria con il compito soprattutto di provvedere ai gravi bisogni della piccola e disastrata comunità cattolica. L’incarico inizialmente a termine si trasformò in una permanenza decennale, durante la quale Roncalli pose le basi per la fondazione di una Delegazione Apostolica, di cui lui stesso venne nominato primo rappresentante nel 1931. Non senza difficoltà riuscì a riorganizzare la Chiesa cattolica, ad instaurare relazioni amichevoli con il Governo e la Casa Reale bulgara, nonostante l’incidente del matrimonio ortodosso di re Boris con la principessa Giovanna di Savoia, e ad avviare i primi contatti ecumenici con la Chiesa Ortodossa bulgara. Il 27 novembre 1934 fu nominato Delegato Apostolico in Turchia ed in Grecia, paesi anche questi senza relazioni diplomatiche con il Vaticano. A differenza della Grecia, dove l’azione di Roncalli non ottenne risultati di rilievo, le relazioni con il governo turco invece migliorano progressivamente per la comprensione e la disponibilità mostrate dal Delegato nell’accettare le misure ispirate dalla politica di laicizzazione perseguite da quel governo. Con tatto e abilità organizzò alcuni incontri ufficiali con il Patriarca di Costantinopoli, i primi dopo secoli di separazione con la Chiesa Cattolica.
Durante la Seconda Guerra Mondiale conservò un prudenziale atteggiamento di neutralità, che gli permise di svolgere un’efficace azione di assistenza a favore degli Ebrei, salvati a migliaia dallo sterminio, e a favore della popolazione greca, stremata dalla fame.
Inaspettatamente, per decisione personale di Pio XII, fu promosso alla prestigiosa Nunziatura di Parigi, dove giunse con grande sollecitudine il 30 dicembre 1944. Lo attendeva una situazione particolarmente intricata. Il governo provvisorio chiedeva la destituzione di ben trenta Vescovi, accusati di collaborazionismo con il governo di Vichy. La calma e l’abilità del nuovo Nunzio riuscirono a limitare a solo tre il numero dei Vescovi destituiti. Le sue doti umane lo imposero alla stima dell’ambiente diplomatico e politico parigino, dove instaurò rapporti di cordiale amicizia con alcuni massimi esponenti del governo francese. La sua attività diplomatica assunse una esplicita connotazione pastorale attraverso visite a molte diocesi della Francia, Algeria compresa.
L’effervescenza e l’ansia apostolica della Chiesa francese, testimoniata dall’avvio dell’esperienza dei preti operai, trovarono in Roncalli un osservatore attento e prudente, che riteneva necessario un congruo periodo di tempo prima di una decisione definitiva.
Coerentemente al suo stile di obbedienza, accettò prontamente la proposta di trasferimento alla sede di Venezia ove giunse il 5 marzo 1953, fresco della nomina cardinalizia decisa nell’ultimo Concistoro di Pio XII. Il suo episcopato si caratterizzò per lo scrupoloso impegno con cui adempì i principali doveri del Vescovo, la visita pastorale e la celebrazione del Sinodo diocesano. La rievocazione della storia religiosa di Venezia gli suggerì iniziative pastorali nuove, come il progetto di riavvicinare i fedeli alla Sacra Scrittura, rifacendosi alla figura del proto-patriarca s. Lorenzo Giustiniani, solennemente commemorato nel corso del 1956.
L’elezione, il 28 ottobre 1958, del settantasettenne Cardinale Roncalli a Successore di Pio XII induceva molti a pensare ad un Pontificato di transizione. Ma fin dall’inizio Giovanni XXIII rivelò uno stile che rifletteva la sua personalità umana e sacerdotale maturata attraverso una significativa serie di esperienze. Oltre a ripristinare il regolare funzionamento degli organismi curiali, si preoccupò di conferire un’impronta pastorale al suo ministero, sottolineandone la natura episcopale in quanto Vescovo di Roma. Convinto che il diretto interessamento della diocesi costituiva una parte essenziale del Ministero Pontificio, moltiplicò i contatti con i fedeli tramite le visite alle parrocchie, agli ospedali e alle carceri. Attraverso la convocazione del Sinodo diocesano volle assicurare il regolare funzionamento delle istituzioni diocesane mediante il rafforzamento del Vicariato e la normalizzazione della vita parrocchiale.
Il più grande contributo giovanneo è rappresentato senza dubbio dal Concilio Vaticano II, il cui annuncio fu dato nella basilica di s. Paolo il 25 aprile 1959. Si trattava di una decisione personale, presa dal Papa dopo consultazioni private con alcuni intimi e col Segretario di Stato, Cardinale Tardini. Le finalità assegnate all’Assise Conciliare, elaborate in maniera compiuta nel discorso di apertura dell’11 ottobre 1962, erano originali:  non si trattava di definire nuove verità, ma di riesporre la dottrina tradizionale in modo più adatto alla sensibilità moderna. Nella prospettiva di un aggiornamento riguardante tutta la vita della Chiesa, Giovanni XXIII invitava a privilegiare la misericordia e il dialogo con il mondo piuttosto che la condanna e la contrapposizione in una rinnovata consapevolezza della missione ecclesiale che abbracciava tutti gli uomini. In quest’apertura universale non potevano essere escluse le varie confessioni cristiane, invitate anch’esse a partecipare al Concilio per dare inizio ad un cammino di avvicinamento. Nel corso della prima fase si poté costatare che Giovanni XXIII voleva un Concilio veramente deliberante, di cui rispettò le decisioni dopo che tutte le voci ebbero modo di esprimersi e di confrontarsi.
Nella primavera del 1963 fu insignito del Premio « Balzan » per la pace a testimonianza del suo impegno a favore della pace con la pubblicazione delle Encicliche Mater et Magistra (1961) e Pacem in terris (1963) e del suo decisivo intervento in occasione della grave crisi di Cuba nell’autunno del 1962. Il prestigio e l’ammirazione universali si poterono misurare pienamente in occasione delle ultime settimane della sua vita, quando tutto il mondo si trovò trepidante attorno al capezzale del Papa morente ed accolse con profondo dolore la notizia della sua scomparsa la sera del 3 giugno 1963.

RADIOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII AI FEDELI DI TUTTO IL MONDO IN OCCASIONE DELL’INIZIO DELLA QUARESIMA – 1963

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RADIOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII AI FEDELI DI TUTTO IL MONDO IN OCCASIONE DELL’INIZIO DELLA QUARESIMA

Mercoledì delle Ceneri, 27 febbraio 1963

Venerabili Fratelli, diletti figli.

La circostanza singolare del Concilio Ecumenico aperto rende ogni momento dell’anno liturgico opportuno per invitare clero e fedeli a fervore di vita e di impegno cristiano.
Il primo luglio dello scorso anno, nel giorno dedicato al culto del Sangue Preziosissimo di Gesù, con l’Enciclica Poenitentiam agere rivolgemmo un solenne invito alla penitenza: cioè a un mutamento in meglio del modo di pensare e di agire, secondo l’insegnamento evangelico, che è splendore di verità, purezza di costume e — in conseguenza — ricerca e conquista di ogni altra virtù per mezzo della preghiera, dei sacramenti, e della mortificazione.

ESERCIZIO DI CARITÀ E DI OGNI VIRTÙ
Eccoci ora alla quaresima. La prima quaresima dopo l’inizio del Concilio. È il periodo più indicato per progredire nell’acquisto della virtù, e specialmente nell’esercizio della carità verso Dio e verso gli uomini.
« Ecco dunque il tempo accettevole — scriveva S. Paolo ai Corinti — ecco il giorno della salute » (2 Cor. 6, 2) per condurre a più immediata attuazione la legge dell’amore: di un amore, che ha come principio e fine ultimo il Creatore e Legislatore dell’universo, « Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione » (2 Cor. 1, 3); di un amore, che per edificare gli uomini vuol dare ad essi la conoscenza di quelle verità che rischiarano il cammino, dissipano i dubbi, vincono ogni debolezza; di un amore, che si offre in esempio di austerità di costume, di gaudio sereno, di armoniosa convivenza domestica e sociale.
Questo vuol essere la quaresima per i fedeli di tutti i riti, di quelli che discendono direttamente dalle venerande tradizioni apostoliche e patristiche, e di tutti gli altri delle più recenti e autorizzate forme di vita ascetica e delle nuove applicazioni liturgiche, che tengono in debito conto le esigenze dell’anima popolare, ricca, in ogni gruppo etnico, di autentici e molteplici valori.
E questo vuol essere altresì il punto più alto, cui si volge l’attenzione di ogni uomo, sul quale batte il raggio della prima e massima verità rivelata, e al tempo stesso accessibile alla ragione umana; la verità che attraversa i secoli, e tutto illumina ed accende: Deus est: Dio è: Ego sum qui sum (Exod. 3, 14). A lui la gloria e l’amore.
Le sublimi armonie della Rivelazione prendono più vivido rilievo in tempo di Concilio, che ne è come il libro aperto: dal Credo in unum Deum, fino al: et vitam venturi saeculi. Sopra la verità palpita la perfetta adesione della Chiesa e si raccoglie il sospiro di tante anime, che intravvedono la nuova stagione di grazia preannunciarsi dalle deliberazioni dei Padri radunati attorno al successore di S. Pietro, e con Lui unanimi nell’accogliere le mozioni dello Spirito Santo e nella prontezza al ministero apostolico.
È dunque il Concilio che dà il tono alla quaresima di quest’anno, battendo specialmente l’accento sull’impegno di ogni buon cristiano a vivere il precetto della carità, più che a soffermarsi a contemplare la novella fioritura di cui tutti vorranno allietarsi. È impegno di artefici, quindi, non di spettatori.

ISTRUZIONE RELIGIOSA E PENITENZA CONSAPEVOLE
Voi comprendete, diletti figli, che la Nostra parola, oggi, non vi richiama particolarmente a pratiche esterne, che pure hanno il loro pieno valore; la Nostra parola non rinnova subito e solo l’angoscioso appello a provvedere ai nostri simili più sventurati, immedesimandoci delle loro necessità. Questo appello è permanente nella Chiesa.
Ma vogliamo anzitutto esortarvi ad approfittare della quaresima con applicarvi al gravissimo dovere della istruzione religiosa, e per dare alla penitenza vera ed efficace il posto che le compete, secondo la vocazione e le condizioni di ciascuno.
Studio e meditazione delle verità eterne, che Dio ha voluto comunicare all’uomo nobilitandone l’intelligenza, ed aprendone allo sguardo l’orizzonte infinito del suo disegno di salvezza e di amore. Solo così, in questa luce, l’uomo scopre se stesso, viene a conoscere i suoi ardui, improrogabili doveri, e si determina alla pratica generosa della penitenza, intesa come amore alla croce. È di qui che si riconosce il cristiano sincero e volitivo : soltanto da una condotta austera, che vive e applica la povertà e la rinuncia insegnate da Nostro Signore Gesù Cristo, l’ordine domestico e sociale può ricevere decisivo impulso per un rinnovamento nella verità, nella libertà dei figli di Dio, nella giustizia più vera e profonda, perchè capace di togliere a sé, e dare ai poveri e ai diseredati.
Ecco come, con la istituzione della quaresima, la Chiesa non conduce i suoi figli a semplice esercizio di pratiche esteriori, ma ad impegno serio di amore e di generosità per il bene dei fratelli, alla luce dell’antico insegnamento dei profeti :
Non è piuttosto questo il digiuno che io amo? Sciogli i legami dell’empietà, — ammonisce Isaia —: manda liberi gli oppressi, rompi ogni gravame. Spezza il tuo pane all’affamato e apri la tua casa ai poveri e ai raminghi; se vedi un ignudo, ricoprilo, non disprezzare la tua propria carne. Allora la tua luce spunterà come il mattino, e la tua salvezza germoglierà presto, la tua giustizia camminerà innanzi a te, e la gloria del Signore ti accoglierà » (Is. 58, 6-8).
Questa è la quaresima, questo l’esercizio della vera penitenza, ed è quanto il Signore attende da tutti, nel « tempo accettevole » di grazia e di perdono.

ARDENTE PREGHIERA AL DIVIN REDENTORE
La Nostra voce si diffonde questa sera nelle vostre case, ed è paterno invito a corrispondere generosamente. Nelle famiglie cristiane le solide e antiche tradizioni dell’ecclesiastica disciplina trovano anime sensibili e pronte, che raduniamo idealmente attorno a Noi, perchè il palpito dei cuori salga in preghiera al Divino Redentore.
O Signore Gesù! che sul limitare della vostra vita pubblica vi ritiraste nel deserto, vogliate attrarre tutti gli uomini al raccoglimento che è inizio di conversione e di salute; staccatovi dalla casa di Nazareth e dalla dolcissima Madre vostra, voi voleste provare la solitudine, il sonno, la fame; e al tentatore che vi proponeva la prova dei miracoli, voi rispondeste con la fermezza della eterna parola, che è prodigio di grazia celeste.

Tempo di Quaresima.
O Signore! non permettete che accorriamo alle fontane dissipate (Ier. 2, 13), né che imitiamo il servo infedele, la vergine stolta; non permettete che il godimento dei beni della terra renda insensibile il nostro cuore al lamento dei poveri, degli ammalati, dei bimbi orfani, e degli innumerevoli fratelli nostri, che tuttora mancano del minimo necessario per mangiare, per ricoprire le ignude membra, per radunare la famiglia sotto un solo tetto.
Le acque del Giordano scesero anche su di voi, o Gesù, sotto lo sguardo della folla, ma ben pochi allora poterono riconoscervi: e questo mistero di ritardata fede, o di indifferenza, prolungatosi nei secoli, resta motivo di dolore per quanti vi amano ed hanno ricevuto la missione di farvi conoscere al mondo.
Deh, concedete ai successori degli apostoli e dei discepoli, e a quanti prendono nome da voi e dalla vostra croce, di portare innanzi l’opera della evangelizzazione, di sostenerla con la preghiera, con la sofferenza, con l’intima fedeltà al vostro volere.
E come voi, agnello di innocenza, vi presentaste a Giovanni in atteggiamento di peccatore, attraete anche noi, Gesù, alle acque del Giordano.
Là vogliamo accorrere per confessare i peccati nostri, e purificare le nostre anime. E come i cieli aperti annunziarono la voce del Padre vostro, che di voi, o Gesù, si compiaceva, così, superata vittoriosamente la prova, vissuto austeramente il periodo quadragesimale, su gli albori della vostra resurrezione, possiamo riudire nelle intimità nostre la stessa voce del Padre celeste, che in noi riconosce i figli suoi. O santa Quaresima dell’anno misterioso del Concilio Ecumenico!
Salga questa preghiera, in questa sera di sereno raccoglimento, dalle singole case ove si lavora, si ama e si soffre. Gli Angeli del cielo raccolgano il sospiro da tante anime, di piccoli innocenti, di giovani generosi, di genitori operosi e sacrificai i, e di quanti soffrono nel corpo e nello spirito, e lo presentino a Dio. Di là scenderanno copiosi i doni delle celesti consolazioni, di cui vuol essere pegno e riflesso la Nostra Benedizione Apostolica.

LETTERA ENCICLICA PAENITENTIAM AGERE – DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI XXIII

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LETTERA ENCICLICA PAENITENTIAM AGERE
DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI XXIII

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE SONO IN PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA
NELLA QUALE SI INVITA
A FARE PENITENZA
PER IL BUON ESITO DEL CONCILIO (1)

1° luglio 1962,

Far penitenza dei propri peccati, secondo l’esplicito insegnamento di nostro Signore Gesù Cristo, costituisce per l’uomo peccatore il mezzo per ottenere il perdono e per giungere alla salvezza eterna. Appare quindi evidente quanto sia giustificato l’atteggiamento della chiesa cattolica, dispensatrice dei tesori della divina redenzione, la quale ha sempre considerato la penitenza come condizione indispensabile per il perfezionamento della vita dei suoi figli e per il suo miglior avvenire.
Per questo motivo, nella costituzione apostolica di indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II, abbiamo voluto rivolgere ai fedeli l’invito a prepararsi degnamente al grande avvenimento non solo con la preghiera e con la pratica ordinaria delle virtù cristiane, ma altresì con la volontaria mortificazione.(2)
Approssimandosi l’apertura del concilio, Ci sembra ben naturale rinnovare con maggior insistenza la stessa esortazione, poiché il Signore, pur essendo presente nella sua chiesa «tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), si renderà allora ancor più vicino alle menti e ai cuori degli uomini attraverso la persona dei suoi rappresentanti secondo la sua stessa parola: «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10,16).
Il concilio ecumenico, in realtà, essendo l’adunanza dei successori degli apostoli, cui il Salvatore divino affidò il mandato di ammaestrare tutte le genti, insegnando loro a osservare tutte le cose che egli aveva comandato (cf. Mt 28,19-20), vuol significare una più alta affermazione dei diritti divini sull’umanità redenta dal sangue di Cristo, e dei doveri che avvincono gli uomini al loro Dio e Salvatore.
Orbene, se interroghiamo i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, vediamo che ogni gesto di più solenne incontro tra Dio e l’umanità – per esprimerci con linguaggio umano – è stato sempre preceduto da un più suadente richiamo alla preghiera e alla penitenza. Infatti Mosè non consegna al popolo ebraico le tavole della legge divina se non quando esso ha fatto penitenza per i peccati di idolatria e di ingratitudine (cf. Es 32,6-35; 1 Cor 10,7). I profeti esortano incessantemente il popolo d’Israele a supplicare Dio con cuore contrito, per cooperare al compimento del disegno provvidenziale che accompagna tutta la storia del popolo eletto. Commovente è fra tutte la voce del profeta Gioele, che risuona nella sacra liturgia quaresimale: «Adesso dunque, dice il Signore: Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nelle lacrime e nei sospiri. E squarciate i cuori vostri, e non le vostre vesti. Tra il vestibolo e l’altare i sacerdoti ministri del Signore giungeranno, e diranno: Perdona, o Signore, perdona al tuo popolo: e non abbandonare la tua eredità all’obbrobrio di essere dominata dalle nazioni» (Gioele 2,12-13.17).                                               
I. LA PENITENZA NELL’INSEGNAMENTO DI GESÙ CRISTO E DEGLI APOSTOLI      
Anziché attenuarsi, tali inviti alla penitenza si fanno più solenni con la venuta del Figlio di Dio sulla terra. Ecco, infatti, che Giovanni Battista, il precursore del Signore, dà inizio alla sua predicazione col grido: «Fate penitenza, poiché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,1). E Gesù stesso non esordisce il suo ministero con l’immediata rivelazione delle sublimi verità della fede ma con l’invito a purificare la mente e il cuore da quanto potrebbe impedire la fruttuosa accoglienza della buona novella: «Da lì in poi cominciò Gesù a predicare e a dire: Fate penitenza, poiché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17). Più ancora che i profeti, il Salvatore esige dai suoi ascoltatori il cambiamento totale dello spirito, nel riconoscimento sincero e integrale dei diritti di Dio: «Ecco il regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21); la penitenza è forza contro le forze del male; ci insegna lo stesso Gesù Cristo: «Il regno dei cieli si acquista con la forza, ed è preda di coloro che usano violenza» (Mt 11,12).
Uguale richiamo risuona nella predicazione degli apostoli. San Pietro, infatti, così parla alle turbe dopo la pentecoste, allo scopo di disporle a ricevere anch’esse il sacramento della rigenerazione in Cristo e i doni dello Spirito Santo: «Fate penitenza, e si battezzi ciascuno di voi nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati: e riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38). E l’apostolo delle genti ammonisce i romani che il regno di Dio non consiste nella prepotenza e negli sfrenati godimenti dei sensi, ma nel trionfo della giustizia e della pace interiore: «Poiché il regno di Dio non è cibo e bevanda, ma giustizia, pace e gaudio nello Spirito Santo» (Rm 14,17-18).
Non si deve credere che l’invito alla penitenza sia rivolto soltanto a coloro che devono entrare a far parte per la prima volta del regno di Dio. Tutti i cristiani, in realtà, hanno il dovere e il bisogno di far violenza a se stessi, o per respingere i propri nemici spirituali, o per conservare l’innocenza battesimale, o per riacquistare la vita della grazia perduta con la trasgressione dei divini precetti. Se è vero, infatti, che tutti coloro che sono divenuti membri della chiesa col santo battesimo partecipano della bellezza che Cristo le ha conferito, secondo le parole di san Paolo: «Cristo amò la chiesa, e diede se stesso per lei, allo scopo di santificarla, mondandola con la lavanda di acqua mediante la parola di vita, per farsi comparire davanti la chiesa vestita di gloria, senza macchia e senza ruga, o altra tal cosa; ma che sia santa e immacolata» (Ef 5,26-27); è vero altresì che quanti hanno macchiato con gravi colpe la candida veste battesimale devono temere grandemente i castighi di Dio se non procurano di tornare a farsi candidi e splendenti nel sangue dell’Agnello (cf. Ap 7,14) col sacramento della penitenza e la pratica delle virtù cristiane. Anche ad essi quindi è indirizzato il severo monito dell’apostolo san Paolo: «Se uno che viola la legge di Mosè, sulla deposizione di due o tre testimoni, muore senza alcuna remissione: quanto più acerbi supplizi pensate voi, che si meriti chi avrà calpestato il Figliolo di Dio, e avrà tenuto come profano il sangue dell’alleanza, in cui fu santificato, e avrà fatto oltraggio allo Spirito della grazia? … È cosa orrenda cadere nelle mani del Dio vivente» (Eb 10,28-30).
I. 1 IL PENSIERO E LA PRASSI DELLA CHIESA
Venerabili fratelli, la chiesa, sposa diletta del Salvatore divino, è sempre rimasta santa e immacolata in se stessa per la fede che la illumina, i sacramenti che la santificano, le leggi che la governano, i numerosi membri che l’abbelliscono col decoro di eroiche virtù. Ma vi sono anche dei figli dimentichi della loro vocazione ed elezione, che deturpano in se stessi la celestiale bellezza e non riflettono in se medesimi le divine sembianze di Gesù Cristo.
Ebbene a tutti, più che parole di rimprovero e di minaccia, Noi amiamo rivolgere la paterna esortazione a tener presente questo confortante insegnamento del concilio di Trento, eco fedelissima della dottrina cattolica: «Rivestiti di Cristo, infatti, nel battesimo (Gal 3,27), per mezzo di esso diventiamo una creatura affatto nuova ottenendo la piena e integrale remissione di tutti i peccati; a tale novità e integrità, tuttavia, non possiamo arrivare per mezzo del sacramento della penitenza, senza nostro grande dolore e fatica, essendo ciò richiesto dalla divina giustizia, di modo che la penitenza giustamente è stata chiamata dai santi padri « un certo laborioso battesimo »».(3)
 I. 2 L’ESEMPIO NEI PRECEDENTI CONCILI     
Il richiamo alla penitenza, dunque, come strumento di purificazione e di spirituale rinnovamento, non deve risonare come voce nuova all’orecchio del cristiano, ma come invito di Gesù stesso, che è stato sovente ripetuto dalla chiesa attraverso la voce della sacra liturgia, dei santi padri e dei concili. Così è da secoli che la chiesa supplica Dio nel tempo di quaresima: «L’anima nostra, che si castiga frenando la carne, viva presso di te con il desiderio di possederti»,(4) e anche: «Fa’ che, mitigando gli affetti terreni, comprendiamo più facilmente le cose celesti».(5)
Non vi è quindi da meravigliarsi se i Nostri predecessori, nel preparare la celebrazione dei concili ecumenici, si siano preoccupati di esortare i fedeli alla penitenza salutare. Ci basti ricordare alcuni esempi. Innocenzo III, approssimandosi il concilio Lateranense IV, esortava i figli della chiesa con queste parole: «All’orazione si aggiunga il digiuno e l’elemosina, affinché per mezzo di queste due ali la nostra preghiera più facilmente e più celermente voli alle orecchie di Dio misericordiosissimo, ed egli ci esaudisca benevolmente nel momento opportuno».(6) Gregorio X, con una lettera indirizzata a tutti i suoi prelati e cappellani, dispose che la solenne apertura del II Concilio Ecumenico di Lione fosse preceduta da tre giorni di digiuno.(7) Pio IX infine esortò tutti i fedeli, affinché nella purificazione dell’animo da ogni macchia di colpa o reato di pena, si preparassero degnamente e in perfetta letizia alla celebrazione del concilio ecumenico Vaticano: «Poiché è cosa manifesta che le preghiere degli uomini sono più accette a Dio, se costoro si rivolgeranno a lui con cuore mondo, cioè con l’animo purificato da ogni colpa».(8)
II. OPPORTUNI SUGGERIMENTI IN PREPARAZIONE AL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II
Seguendo l’esempio dei Nostri predecessori, Noi pure, venerabili fratelli, desideriamo ardentemente invitare tutto il mondo cattolico – clero e laicato – a prepararsi alla grande celebrazione conciliare con la preghiera, le buone opere e la penitenza. E poiché la preghiera pubblica è il mezzo più efficace per ottenere le grazie divine, secondo la promessa stessa di Cristo: «Dove sono due o tre adunati nel nome mio, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20), bisogna dunque che i fedeli tutti siano «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32) come nei primi tempi della chiesa, e impetrino da Dio con la preghiera e la penitenza che questo straordinario avvenimento produca quei frutti salutari, che sono nell’attesa di tutti; e cioè un tale ravvivamento della fede cattolica, un tale rifiorimento di carità e incremento del costume cristiano, che risvegli anche nei fratelli separati un vivo ed efficace desiderio di unità sincera e operosa, in un unico ovile sotto un solo pastore (cf. Gv 10,16).
A questo scopo esortiamo voi, venerabili fratelli, a indire in ogni parrocchia delle diocesi a ciascuno di voi affidate, nella immediata vicinanza del concilio stesso, una solenne novena in onore dello Spirito Santo per invocare sui padri del concilio l’abbondanza dei celesti lumi e delle divine grazie. A tale riguardo, vogliamo mettere a disposizione dei fedeli i beni del tesoro spirituale della chiesa, e perciò a tutti coloro che prenderanno parte alla novena suddetta verrà concessa l’indulgenza plenaria, da lucrarsi secondo le consuete condizioni.
Sarà anche opportuno indire nelle singole diocesi una funzione penitenziale propiziatoria. Questa funzione dovrà essere un fervido invito, accompagnato con un particolare corso di predicazione, ad opere di misericordia e di penitenza, con cui tutti i fedeli cerchino di propiziare Dio onnipotente e di implorare da lui quel vero rinnovamento dello spirito cristiano, che è uno degli scopi precipui del concilio. Infatti, giustamente osservava il Nostro predecessore Pio XI di venerata memoria: «La preghiera e la penitenza sono i due mezzi messi a disposizione da Dio nella nostra età per ricondurre ad esso la misera umanità qua e là errante senza guida; sono essi che tolgono via e riparano la causa prima e principale di ogni sconvolgimento, cioè la ribellione dell’uomo a Dio».(9)
II. 1 NECESSITÀ DELLA PENITENZA INTERNA ED ESTERNA
Anzitutto è necessaria la penitenza interiore, cioè il pentimento e la purificazione dei propri peccati, che si ottiene specialmente con una buona confessione e comunione e con l’assistenza al sacrificio eucaristico. A questo genere di penitenza dovranno essere invitati tutti i fedeli durante la novena allo Spirito Santo. Sarebbero vane infatti le opere esteriori di penitenza, se non fossero accompagnate dalla mondezza interiore dell’animo e dal sincero pentimento dei propri peccati. In questo senso si deve intendere il severo monito di Gesù: «Se non farete penitenza, tutti ugualmente perirete» (Lc 13,5). Che Dio allontani questo pericolo da tutti quelli che ci furono consegnati!
Inoltre i fedeli devono essere invitati anche alla penitenza esteriore, sia per assoggettare il corpo al comando della retta ragione e della fede, sia per espiare le proprie colpe e quelle degli altri. Infatti lo stesso san Paolo, che era salito al terzo cielo e aveva raggiunto i vertici della santità, non esita ad affermare di se stesso: «Mortifico il mio corpo e lo tengo in schiavitù» (1 Cor 9,27); e altrove ammonisce: «Coloro che appartengono a Cristo, hanno crocefisso la carne con le sue voglie» (Gal 5,24). E sant’Agostino insiste sulle stesse raccomandazioni in questa maniera: «Non basta migliorare la propria condotta e cessare dal fare il male, se non si dà anche soddisfazione a Dio delle colpe commesse per mezzo del dolore della penitenza, dei gemiti dell’umiltà, del sacrificio del cuore contrito, unitamente alle elemosine».(10)
La prima penitenza esteriore che tutti dobbiamo fare è quella di accettare da Dio con animo rassegnato e fiducioso tutti i dolori e le sofferenze che incontriamo nella vita, e tutto ciò che importa fatica e molestia nell’adempimento esatto degli obblighi del nostro stato, nel nostro lavoro quotidiano e nell’esercizio delle virtù cristiane. Questa necessaria penitenza non solo vale a purificarci, a renderci propizio il Signore e a impetrare il suo aiuto per il felice e fruttuoso esito del prossimo concilio ecumenico, ma rende altresì più leggeri e quasi soavi le nostre pene, in quanto ci mette dinanzi la speranza del premio eterno: «Le sofferenze del tempo presente non possono avere proporzione alcuna con la gloria, che si dovrà manifestare in noi» (Rm 8,18).
II. 2 COOPERARE ALLA DIVINA REDENZIONE
Oltre le penitenze che dobbiamo necessariamente affrontare per i dolori inevitabili di questa vita mortale, bisogna che i cristiani siano così generosi da offrire a Dio anche mortificazioni volontarie, ad imitazione del nostro divin Redentore, il quale, secondo l’espressione del principe degli apostoli: «Una volta per tutte morì per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, allo scopo di condurci a Dio, messo a morte nella carne, ma reso alla vita nello spirito» (1 Pt 3,18). «Poiché, dunque, Cristo patì nella carne, armiamoci anche noi del medesimo pensiero» (cf. 1 Pt 4,1). Siano in ciò di esempio e di incitamento anche i santi della chiesa, le cui mortificazioni inflitte al loro corpo spesso innocentissimo ci riempiono di meraviglia e quasi ci sbigottiscono. Davanti a questi campioni della santità cristiana, come non offrire al Signore qualche privazione o pena volontaria da parte anche dei fedeli, che forse hanno tante colpe da espiare? Esse sono tanto più gradite a Dio, in quanto non vengono dall’infermità naturale della nostra carne e del nostro spirito, ma sono spontaneamente e generosamente offerte al Signore in olocausto di soavità.
È noto infine che il concilio ecumenico tende a incrementare da parte nostra l’opera della redenzione, che nostro Signore Gesù Cristo, «offertosi di sua spontanea volontà» (Is 53,7), è venuto a portare fra gli uomini non solo con la rivelazione della sua celeste dottrina, ma anche con lo spargimento volontario del suo sangue prezioso. Orbene, potendo ciascuno di noi affermare con san Paolo apostolo: «Godo di quel che patisco … e do compimento a quello che rimane dei patimenti di Cristo, a pro del corpo di lui, che è la chiesa» (Col 1,24), dobbiamo dunque godere anche noi di poter offrire a Dio le nostre sofferenze «per l’edificazione del corpo di Cristo» (Ef 4,12), che è la chiesa. Ci dobbiamo sentire anzi quanto mai lieti e onorati di essere chiamati a questa partecipazione redentrice della povera umanità, troppo spesso deviata dalla retta via della verità e della virtù.
Molti, purtroppo, invece della mortificazione e del rinnegamento di sé imposti da Gesù Cristo a tutti i suoi seguaci con le parole: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua» (Lc 9,23), cercano piuttosto sfrenatamente i piaceri terreni, e deturpano e infiacchiscono le energie più nobili dello spirito. Contro questo modo di vivere sregolato, che scatena spesso le passioni più basse e porta a grave pericolo della salvezza eterna, bisogna che i cristiani reagiscano con la fortezza dei martiri e dei santi, che sempre hanno illustrato la chiesa cattolica. In tal modo tutti potranno contribuire, secondo il loro stato particolare, alla migliore riuscita del Concilio Ecumenico Vaticano II, che deve appunto portare a un rifiorimento della vita cristiana.
II. 3 INVITI CONCLUSIVI
Dopo queste paterne esortazioni, Noi confidiamo, venerabili fratelli, che non solo voi stessi con entusiasmo le accoglierete, ma stimolerete altresì ad accoglierle i Nostri figli del clero e del laicato sparsi in tutto il mondo. Se infatti, come è nell’aspettazione di tutti, il prossimo concilio ecumenico dovrà apportare un grandissimo incremento della religione cattolica; se in esso risonerà in modo ancor più solenne la «parola del regno», di cui si parla nella parabola del seminatore (Mt 13,19); se vogliamo che per mezzo di esso il «regno di Dio» si consolidi e si estenda sempre più nel mondo: il buon esito di tutto questo dipenderà in gran parte dalle disposizioni di coloro cui saranno rivolti i suoi insegnamenti di verità, di virtù, di culto pubblico e privato verso Dio, di disciplina, di apostolato missionario.
Perciò, venerabili fratelli, adoperatevi senza indugio con ogni mezzo che è in vostro potere, affinché i cristiani affidati alle vostre cure purifichino il loro spirito con la penitenza e si accendano a maggior fervore di pietà; di modo che la «buona semente», che in quei giorni sarà più largamente e abbondantemente sparsa, non venga da essi dispersa né soffocata, ma sia accolta da tutti con animo ben disposto e perseverante, ed essi dal grande avvenimento traggano copiosi e duraturi frutti per la loro eterna salvezza.
Da ultimo, Noi pensiamo che al prossimo concilio si possono giustamente applicare le parole dell’apostolo: «Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Cor 6,2). Ma risponde ai disegni della provvidenza di Dio, che vengano distribuiti i suoi doni secondo le disposizioni d’animo di ciascuno. Pertanto coloro che vogliono essere filialmente docili a Noi che da lungo tempo Ci sforziamo di preparare i cuori dei cristiani a questo grandioso evento, diligentemente prestino attenzione anche a questo Nostro ultimo invito. Perciò dietro il Nostro e vostro esempio, venerabili fratelli, i fedeli – e in primo luogo i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i fanciulli, gli ammalati, i sofferenti – innalzino suppliche e compiano opere di penitenza, allo scopo di ottenere da Dio alla sua chiesa quell’abbondanza di lumi e di aiuti soprannaturali, di cui in quei giorni avrà speciale bisogno. Come, infatti, possiamo pensare che Dio non si muova a larghezza di celesti grazie, quando dai suoi figli riceve tale abbondanza di doni che spirano fervore di pietà e profumo di mirra?             
Inoltre, tutto il popolo cristiano, in ossequio alla Nostra esortazione, dedicandosi più intensamente alla preghiera e alla pratica della mortificazione, offrirà un mirabile e commovente spettacolo di quello spirito di fede, che deve animare indistintamente ogni figlio della chiesa. Ciò non mancherà di scuotere salutarmente anche l’animo di coloro che, eccessivamente preoccupati e distratti dalle cose terrene, si sono lasciati andare alla trascuranza dei loro doveri religiosi.         
Se tutto ciò si avvererà, come è nei Nostri desideri, e voi potrete muovere dalle vostre diocesi verso Roma per la celebrazione del concilio recando con voi un così ricco tesoro di beni spirituali,  si potrà legittimamente sperare che sorga una nuova e più fausta era per la chiesa cattolica.
Sorretti da questa speranza, impartiamo di tutto cuore a voi, venerabili fratelli, al clero e al popolo affidati alle vostre cure, l’apostolica benedizione, pegno dei celesti favori e testimonianza della Nostra paterna benevolenza.
Roma, presso San Pietro, il 1° luglio 1962, festa del Preziosissimo Sangue di N. S. G. C., anno IV del Nostro pontificato.

GIOVANNI PP. XXIII

(NOTE SUL SITO)

SAN PIETRO « IN FIAMME » PER LA GIOIA DEI FEDELI

http://www.zenit.org/article-33155?l=italian

SAN PIETRO « IN FIAMME » PER LA GIOIA DEI FEDELI

Come 50 anni fa per l’apertura del Concilio, ieri 40.000 fedeli hanno affollato la piazza della Basilica vaticana per celebrare l’avvio dell’Anno della Fede con una grande fiaccolata organizzata dall’Azione Cattolica Italiana

di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 12 ottobre 2012 (ZENIT.org) – Come in un film dove la scena in bianco e nero diventa a colori, così, ieri sera, San Pietro è tornata indietro nel tempo rivivendo la suggestiva fiaccolata che l’11 ottobre 1962 illuminava tutta la sua piazza.
Cinquanta anni fa, l’Azione Cattolica italiana organizzava, infatti, una grande processione per solennizzare, insieme a papa Giovanni XXIII, l’apertura del Concilio Vaticano II. Oggi, sempre l’Azione Cattolica ha riproposto lo stesso evento per far sentire a Benedetto XVI l’affetto del popolo di Dio e l’incoraggiamento per questo Anno della Fede appena inaugurato.
40.000 fedeli ieri, partendo nel tardo pomeriggio da Castel Sant’Angelo, hanno “infiammato” piazza San Pietro e via della Conciliazione, tenendo accese non solo le fiammelle, ma anche la loro gioia e la loro speranza. Giovani provenienti dalle ACR di tutta Italia, laici, consacrati, associazioni, movimenti, uomini e donne della politica, hanno marciato verso la finestra del Pontefice, al seguito dei vescovi partecipanti al Sinodo per la Nuova Evangelizzazione in corso, intonando canti e leggendo passi della Scrittura o delle encicliche conciliari.
“Credo sia molto significativo che tante persone siano qui a ricordare l’evento più importante degli ultimi 50 anni, non solo per la Chiesa ma per il mondo”, ha dichiarato a Zenit l’on. Rosy Bindi, presidente del Partito Democratico e vicepresidente della Camera dei Deputati, presente alla manifestazione.
“Il Vaticano II è stato per la mia generazione il progetto di formazione delle coscienze e di impegno nel mondo – ha detto -. Per questo mi auguro che lo spirito del Concilio sia rinnovato nella Chiesa di oggi e che possa rappresentare una straordinaria occasione per tornare a parlare di Dio e toccare l’intelligenza dell’uomo contemporaneo, in modo da trasformare il mondo come sempre accade quando la parola entra nella storia”.
Ad accogliere la folla nella piazza della Basilica vaticana, il cardinale Agostino Vallini, vicario di Sua Santità per la diocesi di Roma, che ha ricordato l’emozione della memorabile serata di mezzo secolo fa, dove “la luna brillava nel cielo e invitava a guardare in alto per attendere una nuova aurora che il Concilio faceva sperare per la Chiesa e per il mondo”.
È seguito l’intervento di Franco Miano, presidente dell’ACI, e la visione dello storico filmato su quello che si può considerare il momento cruciale della sera dell’ottobre 1962: papa Roncalli che, sorpreso dallo scenario sotto la finestra del suo studio, si affacciò emozionato improvvisando il celebre discorso rimasto alla storia come “il discorso alla luna”.
Tra gli applausi generali, proprio mentre il Coro della Diocesi di Roma intonava l’Inno dell’Anno della Fede, alle 21.00 la finestra del Palazzo Apostolico si è spalancata. Richiamato dalle urla gioiose “w il Papa” e “ti vogliamo bene”, il Santo Padre è apparso alla finestra del suo studio, per pronunciare un discorso breve, carico di emozione, ma anche di espressioni e di memorie particolarmente forti.
“Anch’io ero in piazza l’11 ottobre del ’62”, ha esordito il Pontefice, ricordando la gioia personale e collettiva dell’inizio del Concilio “in cui eravamo sicuri che si apriva una nuova primavera per la Chiesa. Una nuova Pentecoste, con una presenza forte della grazia liberatrice del Vangelo”.
In questi 50 anni – ha raccontato – accanto ad “una gioia più sobria, una gioia umile”, si è accompagnata la coscienza “che il peccato originale esiste e si traduce sempre di nuovo in peccati personali, che possono anche divenire strutture di peccato”.
“Abbiamo visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania – è la dura constatazione del Pontefice -. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa”. “Qualche volta abbiamo pensato: il Signore dorme e ci ha dimenticato” ha confidato con grande umanità il Papa.
Tuttavia “la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave”. Accanto alla tribolazione, però, c’è sempre la consolazione.
La fede in Dio va oltre le debolezze umane, ha affermato il Papa, spiegando che negli anni dal Concilio fino ad oggi: “Abbiamo avuto anche una nuova esperienza della presenza del Signore, della Sua bontà, della Sua forza. Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica, anche oggi, a Suo modo, umile. Il Signore è presente e dà calore ai cuori”.
In conclusione, un richiamo alle “indimenticabili” parole di Giovanni XXIII: “Andate a casa, date un bacio ai vostri bambini e dite che è del Papa”. Parole “piene di poesia, di bontà, parole del cuore” secondo Benedetto XVI, che per questo ha “osato” fare sue, inviando un bacio a tutti i presenti.
“Il saluto con il bacio finale mostrava davvero un’emozione particolare da parte del Papa – ha commentato a Zenit l’assessore alle politiche familiari del Comune di Roma, Gianluigi De Palo -. Conoscendo la riservatezza del Santo Padre, è evidente che abbia avvertito un grande affetto nei suoi confronti. E ha voluto ricambiarlo! Credo che sia un segnale davvero importante”.
D’accordo anche mons. Domenico Sigalini, assistente ecclesiale dell’Azione Cattolica Italiana, che ha dichiarato alla nostra agenzia: “Io penso che Benedetto XVI abbia sentito veramente del calore intorno a lui. Un calore che non veniva solo dalle fiaccole ma dal cuore dei giovani e della gente semplice riunita qui. Il Santo Padre è un professore, una persona di studio molto dignitosa, ma non ha resistito a questo affetto”.

S. Giuseppe, custode di Gesù – preghiera

http://www.preghiereagesuemaria.it/preghiere/preghiere%20a%20san%20giuseppe.htm

S. Giuseppe, custode di Gesù

O san Giuseppe, custode di Gesù, sposo castis­simo di Maria, che hai trascorso la vita nell’a­dempimento perfetto del dovere, sostentando col lavoro delle mani la sacra Famiglia di Nazareth, proteggi propizio coloro che, fidenti, a te si rivol­gono! Tu conosci le loro aspirazioni, le loro angu­stie, le loro speranze, ed essi a te ricorrono, per­ché sanno di trovare in te chi li capisce e proteg­ge. Anche tu hai sperimentato la prova, la fati­ca, la stanchezza; ma, pure in mezzo alle preoc­cupazioni della vita materiale, il tuo animo, ri­colmo della più profonda pace, esultò di gioia inenarrabile per l’intimità col Figlio di Dio, a te affidato, e con Maria, sua dolcissima madre.
Comprendano i tuoi protetti che essi non sono soli nel loro lavoro, ma sappiano scoprire Gesù accanto a sé, accoglierlo con la grazia e custo­dirlo fedelmente, come tu hai fatto. E ottieni che in ogni famiglia, in ogni officina, in ogni la­boratorio, ovunque un cristiano lavora, tutto sia santificato nella carità, nella pazienza, nel­la giustizia, nella ricerca del ben fare, affinché abbondanti discendano i doni della celeste pre­dilezione.

Giovanni XXIII

18 NOVEMBRE FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO – OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII (1962)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_xxiii/homilies/1962/documents/hf_j-xxiii_hom_19620628_pietro-paolo_it.html

FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO

CELEBRAZIONE DEI VESPRI

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII

Basilica Vaticana – Giovedì, 28 giugno 1962

Le care impressioni della visita al Laterano nei secondi Vesperi di S. Giovanni — in esultanza commossa innanzi al fervore così vivo di quella folla tutta popolare e modesta, ma vibrante di sentimento filiale intorno al Papa, il suo Vescovo di Roma — sono invito continuo a letizia spirituale, per questa celebrazione dei primi Vesperi della festa di S. Pietro in Vaticano. Come è bello ed insieme edificante questo chiudersi del Testamento Antico col Precursore di Cristo e l’aprirsi del Nuovo sulle indicazioni di lui, nella luce e dell’umile pescatore di Galilea, chiamato al governo del Testamento eterno, della Chiesa universale.

SUL MARE DEL MONDO VERSO ROMA
Venerabili Fratelli! quanti qui siete, e diletti figli, non vi torni discaro qualche pensiero che intendiamo esprimervi a comune edificazione.
Con S. Giovanni noi eravamo a sentirne la voce profetica nel deserto, quando insisteva sul Parate viam Domini: rectas facite semitas eius [1]. Cioè: strada del Signore da preparare: vie giuste da rettificare e da percorrere, sino a raggiungere la salvezza per tutti.
Questa sera, siamo invece come sul mare, nella barca di Pietro, il pescatore, dove Gesù era salito, e di là parlava alle turbe. S. Luca racconta il bell’episodio.
— Finito che Gesù ebbe di parlare, disse a Simone: « Va al largo con la barca, e calate le reti per la pesca ». Gli rispose Simone: « Maestro, abbiamo faticato tutta una notte senza prender nulla, ma sulla tua parola calerò le reti ». Così fece infatti, e ne seguì una pescagione copiosissima [2].
Su questa pagina evangelica, Padri della Chiesa e commentatori di ogni tempo amarono trattenersi. Dai loro scritti — ricordiamo particolarmente quelli di Leone e Gregorio — scende una dottrina, la cui nota di solennità è divenuta familiare all’orecchio ed al buon gusto di quanti hanno tra mano abitualmente il Messale ed il Breviario
Distintissimo fra questi il primo, il Magno, della cui morte gloriosa abbiamo festeggiato il centenario il 15 novembre scorso.
In questa vigilia ci attira in modo speciale il pensiero di un altro Pontefice, grande lui pure, Papa Innocenzo III, che questa pagina di S. Luca ha saputo felicemente riassumere sotto amabili significazioni e figure.
Il mare di Galilea, su cui Gesù si posa, è il secolo, diremo meglio il mondo intero, che egli è venuto a redimere. La barca di Pietro è la Santa Chiesa, di cui Pietro, Simone il pescatore, fu fatto capo. L’ordine di Gesù a Pietro e ai suoi perchè vadano al largo e portino a più vasto ardimento la pescagione, il Duc in altum dell’umile naviglio, è Roma, la capitale del mondo di allora, riservata a divenire, più tardi, la vera capitale, e il centro elevato e luminoso del mondo cristiano. La rete da gettarsi su le onde per la conquista delle anime è la predicazione apostolica.

LA CHIESA DI CRISTO DIFFUSA « UBIQUE TERRARUM »
Che spettacolo questo mare di Galilea, chiamato a rappresentare i secoli e i popoli! Aquae multae: populi multi: mare magnum totum saeculum; così lo chiama Papa Innocenzo. Mare grande e spazioso.
Il libro dei Salmi lo designa bene, anche più vivacemente : pieno di pesci d’ogni genere: animalia pusilla cum magnis: illic naves pertransibunt [3]. Come il mare è turbolento e amaro, così il secolo, così il mondo degli uomini, è turbato dalle amarezze e dai contrasti: non mai pace e sicurezza; non mai riposo e tranquillità; sempre e dappertutto timore e tremore: ubique labor et dolor. L’Evangelista S. Giovanni [4] scrisse che il mondo è tutto posto sulla malignità. Il sorriso è commisto al gemito: i punti estremi del gaudio sono occupati dal lutto [5]. L’uccello è nato per il volo: l’uomo è destinato al pesante lavoro [6]. Il libro dell’Ecclesiastico è anche più incisivo : — Una continua occupazione è riservata a tutti gli uomini, un giogo preme sulle spalle di tutti i figli di Adamo. Nel mare i pesci più piccoli sono divorati dai più grandi: così nel mondo i piccoli uomini sono schiacciati dai forti e dai prepotenti [7].
Ebbene è sulla vastità di questo mondo che si stende la misericordia dell’Altissimo, a redenzione dalla schiavitù, ad elevazione delle più nobili energie; è su questo mondo che il Padre Celeste ha mandato il Figlio suo Unigenito, rivestito di umana carne, per assistere tutti i figli dell’uomo nello sforzo della loro risurrezione dalle miserie di quaggiù, e per riaccompagnarli fino alle altezze della eterna vita.
È su questo mare immenso della umanità purificata dalla virtù del Sangue di Cristo, che lo stesso Verbo del Padre propter nos homines et propter nostram salutem descendit de caelis, et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est; homo et Salvator mundi, et totius mundi per Ecclesiam Sanctam suam Rex gloriosus et immortalis per saecula.

GENIALE COMMENTO DI INNOCENZO III
La Chiesa di Cristo diffusa ubique terrarum viene rappresentata nel Vangelo dalla barca di Pietro, che Gesù predilesse, da cui sovente amò parlare come Maestro dei popoli, e che in una circostanza particolarmente misteriosa e solenne — questa di cui riferisce S. Luca nel capo quinto del suo Vangelo — volle indicare agli Apostoli suoi, come il punto più elevato delle divine conquiste del suo Regno.
Avete passato una notte infeconda di navigazione col nihil cepimus. Ora dico a te, o Pietro, duc in altum: al largo la barca; e a tutti i suoi: gettate le reti, come fecero in perfetta obbedienza: et concluserunt piscium multitudinem copiosam.
Diletti figli! È a questo punto della lettura evangelica che papa Innocenzo III, nella festa di S. Pietro se ne esce con vigore esultante: L’altezza di questo mare, altitudo maris istius, di cui Gesù benedetto disse a S. Pietro: duc in altum, è Roma, quae primatum et principatum super universum saeculum obtinebat et obtinet.
La divina Provvidenza volle esaltare questa città : perchè come nel tempo del paganesimo trionfante essa sola aveva la dominazione sopra tutta la gentilità sparsa nel mondo, così dopo la venuta di Gesù Redentore iniziatasi la Cristianità, era degno e conveniente che la Chiesa Santa sola tenesse la dignità del magistero e del governo sopra tutti i fedeli della terra. E Papa Innocenzo prosegue a proclamare come Iddio abbia trovato e voluto consonum et dignum, che colui che era il capo e principe della Chiesa, costituisse la sede religiosa e principale, presso la città, che aveva il principato e il governo secolare. Per questo Gesù disse a Pietro Duc in altum, come a dire : Va a Roma e trasferisci te e i tuoi a quella città, e là gettate le vostre reti per la pesca. Così evidente parrà quanto il Signore abbia amato ed ami questa Sede augusta, e questa Roma meritasse il nome di sacerdotale e di regia, imperiale ed apostolica, depositaria ed in esercizio di dominio non solo sopra i corpi, ma anche di magistero sulle anime. Ben più nobile ora e degna di autorità divina che non fosse nel passato di potestà terrena. È assai toccante sentire dalle parole del grande Papa il richiamo della pia tradizione del Domine, quo vadis: e delle parole di Gesù a Pietro, tremante e fuggitivo: « Vado a Roma per farmi crocifiggere un’altra volta ».
Interessante anche la differenza, secondo S. Luca, di espressioni di Gesù, che a S. Pietro parla in singolare: Duc in altum: e poi prosegue in plurale al resto degli Apostoli: Laxate retia in capturam. Il solo Pietro, come solo principe della Chiesa universale, è veduto nell’altezza della sua suprema prelatura. Non possiamo però dimenticare che anche a S. Paolo, come a lui, sarebbe stato affidato il compito di stendere in Roma la rete apostolica della sacra predicazione.
Una spirituale conversazione come questa Nostra, Venerabili Fratelli e diletti figli, che introduce alla festa di S. Pietro, è naturale che si adorni come di duplice corona, che insieme conferma l’associarsi dei due grandi Apostoli, nella ammirazione e nel culto.
Papa Innocenzo arriva fino alla bella comparazione di questi due grandi apostoli della Chiesa Romana, della Chiesa universale, in riferimento storico, poetico e contraddistinto ai due fondatori della Roma primitiva, cioè a Romolo e Remo, le cui due sepolture, al dire degli archeologi, giacevano quasi a parallela distanza dall’un capo all’altro della città; cioè Pietro dalla parte dove Romolo fu tumulato: e Remo dalla parte dove fu indicata la tomba di S. Paolo.
Grande rispetto noi dobbiamo e amiamo rendere ai vetustissimi ricordi della Roma primitiva — come commentava allora Papa Innocenzo — ai duo fratres secundum carnem, qui urbem istam corporaliter non sine divina providentia — condiderunt, et honorabilibus iacent tumulata sepulcris. Ma è ben giusto che la nostra religiosa tenerezza si volga con particolare sentimento ai duo fratres secundum fidem, Petrus et Paulus, qui urbem istam spiritualiter fundaverunt, gloriosis basilicis tumulati.

IL SACRO MINISTERO DELLA GRANDE PREDICAZIONE
Notate la precisa significazione dei contrasti: duo fratres secundum carnem et corporaliter condentes: i due Santi Patroni di Roma, fratres secundum fidem: spiritualiter fundatores, gloriosis basilicis honorificentissime tumulati.
Non dobbiamo dimenticare le reti dei pescatori, all’ordine di Gesù gettate nel mare e raccolte a gran fatica, a gran trionfo di apostolica obbedienza. La rete simbolica che oggi stesso, in intreccio floreale, sta sulle soglie di questa Basilica Vaticana.
Come la barca di Pietro significa la Chiesa, come il mare mosso rappresenta il secolo e il mondo agitato, come Roma il centro dell’attività cattolica ed apostolica: così le reti sono figurazione del ministero della predicazione popolare.
Papa Innocenzo approfitta dell’accenno per dare in sintesi istruttiva e fervorosa i caratteri sacri e peculiari della eloquenza pastorale : che è quanto dire del ministero sacro per la conquista e il nutrimento prezioso, di cui il sacerdozio cattolico deve essere distributore alle anime dei fedeli. Il provvido predicatore deve preparare i suoi saggi di istruzione popolare e anche più elaborata per qualunque classe e levatura. Saper variare di argomento, di tono, di colore : ora circa le virtù, ora circa i vizi, ora circa i premi ed ora circa i castighi, della misericordia e della giustizia, assai su questi due temi, ora con semplicità, ora con sottilità, ora secondo la storia ed ora secondo l’allegoria : presentazione di autorità, di similitudini, di ragioni, di esempi.
Questi sono i fili e gli intrecci, di cui sono fatte le reti, capaci, resistenti, preziose. Queste le reti più sicure ed efficaci per convincere le anime alla chiarezza di visione della buona dottrina apostolica, per portarle al fervore, alla santificazione, alla letizia.
Di queste reti si sono serviti i Beatissimi Apostoli Pietro e Paolo. Le loro Lettere ci parlano ancora dal fondo della loro età. Per questa predicazione Roma si è convertita dall’errore alla verità, dai vizi alle virtù: ed è divenuta domina gentium, maestra del mondo.

ONORE NEL TEMPO AI BEATI PRINCIPI DEGLI APOSTOLI
La venerazione, che ogni buon cattolico nutre per gli Apostoli di Cristo di tutti i tempi e di tutti i popoli, deve mantenere il suo fervore : anzi nella imminente celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, che vuole essere tutto un profluvio di celeste dottrina, aumentare di ispirazione, di pacifica e santa esaltazione.
Ma di questi due primi e beati Apostoli di Roma, Pietro e Paolo, sempre in eco alla tradizione dei secoli come Padri e Patroni principali e preclarissimi, dobbiamo particolarmente studiare i grandi insegnamenti, a splendore delle intelligenze, a fiamma dei cuori.
Ci piace por termine a questa effusione di sentimenti e di voti paterni con la fervente invocazione augurale del grande Pontefice Innocenzo III, uno dei più insigni e gloriosi della Chiesa e della storia:
Illos patres et patronos debet specialiter et principaliter honorare Roma inclita nostra, quatenus, meritis et precibus eorum adiuta, ita nunc salubriter conservetur in terris, ut tandem feliciter coronetur in caelis. Praestante Domino nostro Iesu Christo, qui est super omnia Deus benedictus in saecula saeculorum. Amen [8].
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[1] Cfr. Matth. 3, 3; Marc. 1, 3; Luc. 3, 4.
[2] Cfr. Luc. 5, 1-7.
[3] Ps. 103, 25-26.
[4] 1 Io. 5, 19.
[5] Prov. 14, 13.
[6] Iob. 5, 7.
[7] Cfr. Eccl. 90 e 13.
[8] Innocentii III, Opera omnia, Sermo XXII, in solemnitate B. Apostolorum Petri et Pauli, Migne PL 207, col. 555, ss. 

Papa Giovanni XXIII : festività della conversione di San Paolo (1959)

FESTIVITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO

http://www.vatican.va/holy_father/john_xxiii/homilies/1959/documents/hf_j-xxiii_hom_19590125_it.html

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII*

Basilica di San Paolo fuori le Mura

Domenica, 25 gennaio 1959

Venerabili Fratelli e diletti figli!

Il convenire odierno del Sacro Collegio Cardinalizio, della Prelatura e del Popolo Romano in questa Basilica di S. Paolo fuori le Mura Ci richiama la visita che vent’anni or sono, durante la Nostra Missione di Oriente, ebbimo la ventura di compiere a Tarso, dove l’Apostolo delle Genti nacque, e ricevette la sua prima educazione.
Immaginate la emozione del Nostro spirito nel richiamare oggi quella visita, non dove egli nacque, ma qui, dove da venti secoli le reliquie di Paolo riposano. Nell’inno liturgico del 29 giugno, la Chiesa associa il nome di Paolo a quello del Principe degli Apostoli. « O Roma fortunata, a cui il sangue dei due Apostoli è mantello di gloria, ed espressione di spirituale bellezza! ». Gli imperatori sono passati: la gloria militare non è più: resta no appena le pietre spezzate dei monumenti che ricordano i fasti antichi. Ma più glorioso rimane e si esalta nel cuore dei fedeli il duplice culto dei due Apostoli. O Roma felix! Duorum Princìpum es consecrata glorioso sanguine!
Nei ricordi della Nostra visita a Tarso — giusto vent’anni or sono — Ci ritorna la viva impressione dello sforzo compiuto da quanti si separarono dalla Chiesa Cattolica di esaltare S. Paolo, dando quasi la impressione di contrapporlo a S. Pietro. Questo tentativo non riuscì. Le molteplici scuole di studi Paolini di varia provenienza furono costruzioni deboli, e perdettero via via il vigore non solo scientifico e la consistenza giuridica, ma persino gli edifici materiali che le ospitarono — li abbiamo ben veduti coi Nostri occhi — divennero rovine.
Di Tarso, oltre il nome ed alcune case sparse qua e là, nessun segno ormai più dell’antico splendore. La cittaduzza appare quasi sommersa dalle sabbie e dagli acquitrini del Cydno limaccioso.
Il solo ricordo di S. Paolo è una modesta cappella cattolica, in una casa privata, con una piccola campana, a cui Ci permettemmo di richiedere alcuni rintocchi, evanescenti nel deserto desolato.
S. Paolo palpita invece nei suoi resti gloriosi e nei suoi ricordi qui a Roma, associati a quelli di S. Pietro, punto di richiamo e di venerazione gli uni e gli altri da parte del mondo intero.
In vero il canto della Liturgia mantiene in esaltazione i cuor dei Cattolici di tutta la terra. Fortunata Roma che, consacrata dal glorioso sangue dei due Apostoli, risplendi sempre di una bellezza incomparabile!
I. Questa solenne unione di due Apostoli, questo culto dei loro ricordi è risposta in eco alla loro voce annunziante il Vangelo: è il segno della unità di un magistero sempre rifulgente; conclamato invito alla perfetta adesione, mente, corde et opere, dei Vescovi Successori degli Apostoli e dei fedeli con il Successore di Pietro, ed è chiarissima indicazione di concorde fervore nella professione ardente della fede del popolo cristiano. Figli di Roma, e quanti oggi qui conveniste in spirito da tutti i punti della terra, voi rinnovate l’omaggio mondiale dei secoli alle note caratteristiche della Chiesa di Gesù: una, santa, cattolica, apostolica.
Grande consolazione è questa di vivere nella appartenenza al corpo e allo spirito della Santa Chiesa, con la sicurezza della eterna trasformazione della nostra vita nella gloria immortale di Dio, Creatore e Redentore, e dei Santi suoi.
Questa unità della Chiesa che San Paolo dal giorno della sua prodigiosa Conversione mise in perfetta armonia con l’insegnamento di Pietro, quell’insegnamento di cui Marco lasciò le linee nel Vangelo suo, porta a considerare con vivo dolore quanto gli attentati e gli sforzi, disgraziatamente in parte riusciti lungo i secoli, di spezzare questa compattezza cattolica, siano pregiudizievoli alla felicità ed al benessere del mondo concepiti dall’annuncio di Gesù Cristo come un solo ovile sotto la guida di un solo pastore.
Pensate come la perfetta unità della fede e della pratica attuazione della dottrina evangelica sarebbe tranquillità e letizia del mondo intero, nella misura almeno che è possibile sulla terra. E non solo a servizio dei grandi principii di ordine spirituale e soprannaturale che toccano il singolo uomo in vista dei beni eterni, di cui il Cristianesimo fu apportatore al mondo, ma anche dei più sicuri elementi di prosperità civile, sociale e politica delle singole nazioni.
Il primo frutto di questa unità è di fatto non solo l’apprezzamento, ma il retto uso ed il godimento della libertà, dono preziosissimo del Creatore e del Redentore degli uomini. Tanto è vero che ogni smarrimento nella storia dei singoli popoli su questo punto della libertà riesce di fatto in contraddizione talora più o meno velata, sovente prepotentemente audace, coi principii del Vangelo.
Sono quegli stessi principii evangelici che S. Pietro nelle lettere sue e S. Paolo in proporzioni più vaste e molteplici annunziarono ed illustrarono, su ispirazione divina, in faccia al mondo.
È giusto di quest’anno l’avviata celebrazione diciannove volte centenaria della Lettera di S. Paolo ai Romani. Oh! che commozione al rileggere e meditare quel documento ancora risonante dal fondo del primo secolo dell’era cristiana sino a noi. Esso è un poema grandioso ed esaltante, elevato al trionfo della fede, al trionfo della libertà delle anime e delle genti, al trionfo della pace.
II. Venerabili Fratelli, e diletti figli! LasciateCi tornare sopra l’accenno alla grande tristezza del cuore Nostro, del cuore di tutta la Chiesa Cattolica, nella dolorosa constatazione di quanto — non nella diletta Italia a Noi più vicina, ed in molte altre nazioni, grazie al Signore, ma in vaste e lontane regioni ben note d’Europa e di Asia — agita e minaccia di far naufragare le anime e le collettività, già avviate al pregustamento ed ai benefici di questa libertà e di questa pace.
Voi vi rendete conto del Nostro dolore, che si accrebbe dal momento in cui, non ostante la Nostra indegnità, venimmo posti su questa altura, da cui è permesso, pur con qualche difficoltà, scorgere più vasto orizzonte tinto di sangue per il sacrificio imposto a molti della libertà, sia essa di pensiero, di attività civica e sociale, e, con speciale accanimento, di professione della propria fede religiosa.
Per debito di grande riserbo e di sincero e meditato rispetto, e nella confidente speranza che la tempesta via via si dilegui, Ci asteniamo da precisazioni di ideologie, di località, e di persone. Ma non siamo insensibili alla aggiornata documentazione che passa continuamente sotto i Nostri occhi ed è rivelazione di paure, di violenze, di annullamento della persona umana.
Vi diremo in tutta confidenza che la abituale serenità dello spirito che traspare dal Nostro volto, e di cui si allietano i figli Nostri, nasconde l’interno strazio e l’affanno dell’animo, che a quegli altri — e sono milioni e milioni — di cui ignoriamo la sorte, ed a cui non sappiamo se poté giungere almeno l’eco delle parole con cui volemmo salutare agli esordi del Nostro Pontificato tutte le genti, e della assicurazione che le loro lacrime si riversano sul Nostro cuore.
III. La consapevolezza che voi, diletti Fratelli e figli Nostri, partecipate alla preoccupazione della Chiesa per questo decadimento del solido concetto dottrinale della libertà, che S. Paolo illustrò nelle sue lettere, Ci muove a volgerCi al Signore, invitando voi a fare altrettanto, con più insistente preghiera: a volgerCi al Creatore ed al Redentore Divino, da cui viene la robustezza della fede e la perseveranza nelle buone opere.
Unità, libertà e pace: grande trinomio, che, considerato nei fulgori della fede apostolica, resta per le nostre anime motivo di elevazione e di fervorosa fraternità umana e cristiana.
Mentre usciamo da una settimana di preghiere intesa ad ottenere questo triplice dono, il rito odierno sulla tomba dell’Apostolo — che sta per essere consumato nel mistero del Corpo e del Sangue di Cristo — torna ad essere richiamo della nostra fraterna, unanime, preveniente carità, che ci accomuna con i figli dì tante nazioni già fiorenti nella luce del Vangelo, ed ora attristate da prove inenarrabili.
Ad indicazione di buon progresso spirituale di quanti siete qui convenuti o siete in ascolto, così da determinarvi a voler partecipare alle sofferenze della Chiesa universale, amiamo con-chiudere con le commoventi e forti parole, con cui l’Apostolo delle Genti sottoscrive la sua Lettera ai Romani, che sono i Romani di tutti i tempi: onorati da un privilegio che, per il fatto di distinguerli dagli altri popoli, li impegna maggiormente in faccia al mondo intero ad una collaborazione di preghiera, e di aperta professione di fede.
« Vi prego, o fratelli, di tenerli ben d’occhio, per schivarli, quei tali che seminano dissensioni e mettono inciampi contro la dottrina che avete imparata. Questi non sono servi del Cristo Signor Nostro, ma bensì servi delle loro perverse passioni, con parole lusinghiere e con adulazioni seducono i cuori de semplici. Dato che della vostra obbedienza si parla dovunque mi rallegro con voi. Bramo però che voi siate sapienti nel fan il bene, e semplici nell’evitare il male. Ed auguro che il Dio datore di pace annienti Satana sotto i vostri piedi. E la grani del Signor Nostro Gesù Cristo sia con voi » (Rom. 16, 16-24)
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* AAS vol. LI, 1959, pp.70-74.

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