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Abramo vide il mio giorno e fu pieno di gioia, di Andrea Lonardo

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Abramo vide il mio giorno e fu pieno di gioia, di Andrea Lonardo

Il Centro culturale Gli scritti (29/5/2015)

SE NON CI FOSSE UN LEGAME FRA L’ANTICO E IL NUOVO TESTAMENTO, GESÙ SAREBBE COME UN METEORITE PIOMBATO D’IMPROVVISO SULLA TERRA,      sarebbe come un estraneo giunto non si sa da dove e con quale diritto di cambiare le carte in tavola. Se, invece, la sua misericordia è da sempre la causa e il fine della storia della salvezza, ecco che egli viene come l’atteso nella sua casa, come l’ospite per cui tutto è stato preparato. In effetti, è proprio così che Gesù si presenta. All’inizio della sua predicazione a Nazaret, dopo aver letto il brano di Isaia che annunciava da secoli il giorno in cui sarebbe giunto l’anno di misericordia del Signore (cfr. Lc 4,17-19 che cita Is 61,1-2), ecco che Gesù commenta: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). Il Cristo ero previsto e il profeta aveva parlato di Lui. Gesù parla sempre di se stesso come del compimento di tutta la storia passata di Israele, anzi della storia intera dell’universo. Quando, ad esempio, scaccia i venditori ed i compratori dal Tempio non lo fa semplicemente per impedire che si guadagni sui sacrifici, bensì molto più profondamente per annunziare che il nuovo Tempio, il nuovo luogo della presenza di Dio, è la sua persona. Aggiunge infatti: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2,19). Gesù è il vero Tempio: ogni parola veterotestamentaria sul Luogo della presenza di Dio era stata scritta anche per preparare i cuori a questo “nuovo” Tempio da distruggere e poi ricostruire in tre giorni. Nell’Esodo, infatti, il popolo si era chiesto più volte: «Dio è in mezzo a noi, sì o no?», rifiutandosi di camminare senza di Lui, perché se Dio non posa il suo sguardo su di noi non ha senso raggiungere la Terra Promessa. La domanda sulla vicinanza di Dio tendeva già, senza saperlo – ci dice Gesù -, alla sua presenza definitiva nella carne del Figlio. Dio aveva poi abituato Israele ad incontrarlo nella Tenda eretta nel deserto, ma, raggiunta finalmente la terra di Israele, aveva un giorno chiesto di costruire il primo Tempio. Dopo la conquista di Gerusalemme da parte dei babilonesi, il Signore aveva mostrato ad Ezechiele che la Sua Gloria era in grado di uscire da Gerusalemme per accompagnare il popolo in esilio. Israele aveva così imparato che Dio poteva essere incontrato anche lontano dalla Città Santa. Il Signore aveva poi chiesto di ricostruire il Tempio, dopo l’editto di Ciro, ed il popolo aveva nuovamente obbedito. La “mobilità” del tempio, così come il suo essere distrutto e ricostruito, intendevano in realtà preparare gli uomini alla presenza viva di Dio in Gesù, farli innamorare della presenza di Dio nella storia, ma anche renderli disillusi dinanzi alla certezza vacillante di un Tempio fatto di murature e mattoni. Quando Gesù annunzia che il Tempio sarà distrutto ed in tre giorni ricostruito, annunzia che ora Dio è venuto ad abitare personalmente in mezzo agli uomini, perché Egli stesso è la presenza di Dio, perché il nuovo Tempio è la sua vita. Gesù rilegge così tutte le parole e le promesse di Dio sul Tempio come immagini prefigurative della sua venuta. Paolo spiegherà poi alle sue comunità che, per il Battesimo, noi stessi diveniamo Tempio di Dio, perché lo Spirito Santo viene a prendere possesso del nostro corpo (cfr. 1 Cor 3,16). Gesù si propone come chiave interpretativa dell’intera storia di salvezza, non solo nei confronti del Tempio, ma nei confronti di tutte le grandi figure ed immagini veterotestamentarie, si pensi solo alla manna, all’agnello, alla Pasqua, al comandamento, al servo sofferente, al Messia promesso, alla Vergine che partorirà, al deserto della tentazione, al Signore del Salmo 109, alla vigna prediletta da Dio, al pastore inviato da Dio, ecc. Ai discepoli di Emmaus «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27). La storia intera del popolo ebraico è un’unica storia di amore fra Dio ed Israele. Già Israele legge la storia passata non solo come una serie di fatti storici successivi, bensì piuttosto come eventi paradigmatici destinati a ripetersi sempre di nuovo: il passaggio del Mare si era ripetuto nel passaggio del Giordano al tempo di Giosuè, poi di nuovo nell’uscita da Babilonia promessa dal secondo Isaia, fino alla Cena Pasquale ebraica che, nel rito, invita tutti: «In ogni generazione si è tenuti a considerare se stessi come se personalmente fossimo usciti dall’Egitto». Insomma, se ci si accosta all’Antico Testamento con il metodo storico-critico ci si accorge che la Bibbia legge se stessa in chiave spirituale e che per i maestri ebrei ogni fatto passato è aperto ad una “ripetizione” nel futuro degli eventi già accaduti che si rinnoveranno con un accrescimento di significato. Ma la lettura che Gesù compie della storia del popolo eletto di Dio la unifica in maniera ancora più profonda e definitiva. Gesù accoglie la prospettiva ebraica che la Scrittura narri un’unica storia di salvezza, ma in più si pone come colui che ne è l’interpretazione definitiva: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17). Gli eventi biblici del passato si compiono in Cristo e proprio per questo non possono essere abbandonati, risplendendo della luce nuova che Cristo conferisce loro. Ad esempio, la meravigliosa storia di amore di Abramo e del suo figlio prediletto Isacco manifesta un valore ancora più sconfinato proprio alla luce della venuta di Gesù. Gesù è il vero Isacco o – il che è lo stesso – Isacco prefigura la venuta di Gesù. Gesù dice, infatti: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia» (Gv 8,56). Isacco, in ebraico, vuol dire “sorriso”, perché Abramo aveva infine riso alla nascita del figlio tanto desiderato. Ebbene in quel figlio era prefigurato Gesù Cristo, il figlio nel quale si sarebbero compiute le promesse di Dio ad Abramo, quella di diventare padre di un popolo numeroso come i granelli di sabbia del mare e come le stelle del cielo. Il sacrificio di Isacco, a sua volta, era immagine del sacrificio di Cristo che avrebbe portato su di sé la legna dell’offerta e che sarebbe stato “legato”. Affermare che Gesù è il vero agnello, che Gesù è l’unico sacrificio accetto a Dio, permette di intuire retrospettivamente che Dio non aveva voluto il sacrificio di Isacco perché voleva preparare l’uomo a comprendere qualcosa di totalmente nuovo: Dio non avrebbe più accettato vittime e sacrifici, perché intendeva offrire se stesso per la salvezza degli uomini. Consapevole in qualche modo già di questo, Abramo era salito sul monte dicendo ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi» (Gen 21,5). E ad Isacco che gli aveva chiesto dove era la vittima, dato che c’erano solo il fuoco e la legna per l’olocausto, aveva parimenti risposto: «Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!» (Gen 21,8). È la venuta di Gesù che spiega pienamente questi versetti misteriosi. Abramo credeva in Dio non perché era pronto a sacrificargli il figlio, ma molto più perché sapeva che il Signore non avrebbe fatto morire Isacco, perché era Dio a dover dare il vero agnello: solo Cristo sarebbe stato il vero agnello offerto da Dio stesso per la salvezza del mondo. Ecco la vera interpretazione del sacrificio di Isacco, ben diversa da quella proposta dai fondamentalisti che sostengono: «La nostra fede in Dio è provata dal fatto che siamo disposto ad uccidere e ad ucciderci nel nome di Dio». Il vero Dio dice piuttosto: «Io voglio che voi tutti amiate nel mio nome, poiché io amo ed io solo pagherò il prezzo del riscatto e del perdono». J. Ratzinger-Benedetto XVI nel terzo volume del suo Gesù di Nazaret ha mostrato che «ci sono nell’Antico Testamento parole che rimangono, per così dire, ancora senza padrone. Da questa correlazione tra la parola “in attesa” e il riconoscimento del suo protagonista finalmente apparso, si è sviluppata l’esegesi tipicamente cristiana, che è nuova eppure rimane totalmente fedele all’originaria parola della Scrittura». Brani come i canti del servo sofferente o come l’annunzio di una vergine che partorirà un figlio, non “hanno padrone” nell’Antico Testamento: nessuno delle possibili applicazioni che sono state suggerite soddisfano appieno. Solo la figura di Cristo ne è “il padrone”, solo a Lui aderiscono perfettamente. Sono come tagliate su misura della sua persona. La lettura che Gesù fa dell’Antico Testamento diviene allora la chiave di tutta l’esegesi patristica. Per i Padri della Chiesa tutto nella Bibbia parla di Cristo: egli ne è il vero esegeta e interprete. Essi hanno talvolta esagerato, forzando la relazione fra Antico e Nuovo Testamento a parallelismi scandagliati fin nei minimi particolari, ed a noi paiono giustamente deboli alcune loro pagine. Nondimeno essi sono Padri proprio perché sono stati e sono veri interpreti della Scrittura, annunciando a tutte le generazioni cristiane a venire che ogni brano biblico non ha solo il significato che aveva nella coscienza di chi lo scrisse, ma anche un sensus plenior (senso più pieno) in vista di Cristo. Lo ha insegnato il Concilio Vaticano II che ha voluto ricordare che esegesi storico-critica ed esegesi spirituale sono parimenti necessarie: «I libri del Vecchio Testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento, che essi a loro volta illuminano e spiegano» (Dei Verbum 16). È stata soprattutto la liturgia – poiché la lex orandi è lex credendi – a manifestare quando il legame fra Antico e Nuovo Testamento intravisto dai Padri doveva essere accolto e proposto in maniera definitiva. Ad esempio, scegliendo per la stessa liturgia domenicale il racconto della manna nel deserto e quello della moltiplicazione dei pani, la sapienza della liturgia mostra che fra i due episodi esiste un rapporto tipologico: il dono della manna nel deserto è “tipo” – questo è il termine usato da Paolo (Rm 5,14 e 1 Cor 10,6.11) -, immagine, ombra, figura, prefigurazione del dono dell’Eucarestia compiuto da Cristo. Ma la tipologia liturgica non si ferma qui: essa è a tre tappe, perché include anche la celebrazione stessa. La manna intendeva prefigurare il pane della moltiplicazione, ma questo a sua volta è presente sull’altare e viene distribuito ai fedeli che si comunicano. Come nella liturgia ebraica i fatti antichi si rinnovano nella celebrazione liturgica: Dio continua ad operare e a salvare oggi. La storia intera si presenta così come un intero disegno di misericordia. Tutta la storia degli uomini è abbracciata dalla provvidenza di Dio. San Paolo chiama tale disegno economia. Come in una casa esiste qualcuno – l’economo, la madre, il padre – che provvede alla casa (oikos) perché sia rispettato un ordine (nomos) perché tutti abbiano cibo, calore, affetto, per vivere bene, così per Dio la storia è come una casa di cui Egli è l’economo. Egli “amministra” con la sua provvidenza l’intera storia dalla creazione alla vocazione di Abramo e di Mosè, fino all’invio del Figlio e fino al dono dello Spirito Santo che lo rende presente nella liturgia della Chiesa ogni giorno, fino al pieno compimento, quando Egli sarà tuto in tutti. Una studiosa dell’ebraismo e grande catecheta, Sofia Cavalletti, amava ricordare che i bambini – e lo stesso vale per ogni uomo – non sono interessati tanto a ciò che è limitato: «Il limitato non è attraente, è l’immenso; il mistero che attrae». Parlando di storia della salvezza noi annunciamo che con un disegno di misericordia Dio abbraccia ogni uomo ed ogni tempo, illimitatamente. Un immagine straordinaria dell’ampiezza del disegno biblico della misericordia di Dio è la Cappella Sistina, dove non sono solo i particolari ad essere belli: piuttosto dalla creazione, dipinta nella volta, fino alle storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, affrescate sulle pareti a due a due in chiave tipologica, fino al Giudizio Universale rappresentato sulla parete d’altare, è tutta la storia dell’uomo che ci è posta dinanzi, come “il cielo in una stanza”: la storia intera ha un senso.

COS’È IL KERYGMA NEL NUOVO TESTAMENTO? NON È L’ANNUNCIO DELLA SOLA RESURREZIONE, BENSÌ ANCHE DELLA CREAZIONE E DELL’INCARNAZIONE!,

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COS’È IL KERYGMA NEL NUOVO TESTAMENTO? NON È L’ANNUNCIO DELLA SOLA RESURREZIONE, BENSÌ ANCHE DELLA CREAZIONE E DELL’INCARNAZIONE!,

DI ANDREA LONARDO

IL CENTRO CULTURALE GLI SCRITTI (21/5/2011)

Deve essere assolutamente chiaro che il kerygma non è annunciare che «Gesù è risorto»! Sarebbe come dire che non vi è differenza rispetto all’affermazione solo apparentemente similare «Lazzaro è risorto» o ancora «il figlio della vedova di Nain è risorto».
Non è questione “semplicemente” del fatto che Gesù è tornato in vita, bensì, molto più profondamente del fatto che Egli è il Cristo, il Signore, il Figlio di Dio. Del kerygma è parte integrante l’incarnazione, la relazione di Gesù con il Padre, senza la quale la Pasqua non avrebbe alcun significato.
Solo il fatto che la resurrezione di Gesù è la salvezza che Dio, il creatore, realizza in lui per tutti noi la rende pienamente significativa. La Pasqua ed il Natale non possono così essere separati. Se Dio non si è fatto uomo, la resurrezione di Cristo non è per noi decisiva.
La resurrezione è, invece, il compimento delle promesse di Dio, la piena rivelazione del “mistero” del suo disegno di salvezza, cui Egli aveva preparato i padri.
Incarnazione e resurrezione non sono così disgiunte, bensì un tutt’uno.
Gli Atti lo affermano con evidenza, asserendo non che Gesù risorge, bensì che Dio lo resuscita. In Gesù è così Dio ad essere operante nella nostra vita: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» (At 2,32). Per questo nella sua prima predica Pietro non annunzia solo la resurrezione, ma anche il fatto che Gesù è Signore e Cristo: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36). Il titolo di “Cristo” lo specifica in relazione alla promessa fatta ad Israele, il titolo di “Signore” in relazione alla sua signoria sull’universo intero.
In At 3,6 Pietro guarisce non nel nome di Gesù semplicemente, bensì “nel nome di Gesù Cristo”. Nuovamente è in gioco il rapporto con Dio e con le sue promesse: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!».
In At 4,10-12 nuovamente è Gesù come Cristo che viene annunziato, insieme al suo rapporto con il Dio che lo resuscita. Al di fuori di Lui non c’è salvezza: «Sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».
In At 4,24-30 gli apostoli pregano ricordando il Creatore ed il fatto che Gesù è il suo santo servo: «Signore, tu che hai creato il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano, tu che, per mezzo dello Spirito Santo, dicesti per bocca del nostro padre, il tuo servo Davide:
Perché le nazioni si agitarono
e i popoli tramarono cose vane?
Si sollevarono i re della terra
e i prìncipi si allearono insieme
contro il Signore e contro il suo Cristo;
davvero in questa città Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e i popoli d’Israele, si sono alleati contro il tuo santo servo Gesù, che tu hai consacrato, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano deciso che avvenisse. E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola, stendendo la tua mano affinché si compiano guarigioni, segni e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù».
In At 5, 30-31 nuovamente l’annunzio riguarda il fatto che il Dio dei padri ha donato la resurrezione: «Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati». La resurrezione di Gesù è, inoltre, per la remissione dei peccati. Non è semplicemente un fatto, bensì è per noi.
In At 7,55-56 la predicazione di Stefano si conclude, prima del martirio, non con la resurrezione, bensì con l’annunzio che Gesù siede alla destra di Dio: «Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”».
In At 8,34-35, «rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: “Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?”. Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù». L’eunuco si converte a partire dalla comprensione di chi sia colui di cui le Scritture di Dio annunciavano la venuta.
In At 10,40-43 il kerygma è l’annuncio e l’attestazione che Cristo è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio, a compimento dell’annunzio profetico: «Dio ha risuscitato Gesù al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome».
In At 13, 30-39 addirittura il verbo “annunziare”, il verbo dell’ »evangelizzare », non riguarda testualmente la resurrezione, bensì il compimento della promessa fatta ai padri: «Dio ha risuscitato dai morti [quel Gesù che aveva inviato come salvatore per Israele] ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo. E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo:
Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato.
Sì, Dio lo ha risuscitato dai morti, in modo che non abbia mai più a tornare alla corruzione, come ha dichiarato:
Darò a voi le cose sante di Davide, quelle degne di fede.
Per questo in un altro testo dice anche:
Non permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione.
Ora Davide, dopo aver eseguito il volere di Dio nel suo tempo, morì e fu unito ai suoi padri e subì la corruzione. Ma colui che Dio ha risuscitato, non ha subìto la corruzione. Vi sia dunque noto, fratelli, che per opera sua viene annunciato a voi il perdono dei peccati. Da tutte le cose da cui mediante la legge di Mosè non vi fu possibile essere giustificati, per mezzo di lui chiunque crede è giustificato». Anche qui il kerygma si lega alla remissione dei peccati, ma soprattutto è l’annunzio della figliolanza divina di Gesù.
In At 14,14-17 la predicazione dinanzi al Tempio di Zeus a Listra collega il miracolo compiuto da Paolo al Dio creatore: «Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori».
Similmente all’Areopago di Atene, anche qui in contesto pagano e non ebraico, non viene subito predicata la resurrezione, bensì la rivelazione del Dio nascosto: «Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti» (At 17,23-31).
Subito prima, a Tessalonica, il kerygma è l’affermazione che Gesù è il Cristo: «per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, spiegandole e sostenendo che il Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti. E diceva: “Il Cristo è quel Gesù che io vi annuncio”» (At 17,2-3).
Merita ricordare che anche nel vangelo di Luca il kerygma non enuncia semplicemente «Gesù è risorto», bensì molto più profondamente «il Signore è risorto» (Lc 24,34), espressione nella quale la cristologia, con il titolo di « Signore », e la soteriologia, con l’annunzio della resurrezione, si fondono insieme.
Da tutto questo si comprende come non sia un caso fortuito che il dogma primitivo abbia lavorato prevalentemente sulla doppia natura di Cristo, piuttosto che non sulla sua resurrezione. Apparve subito evidente già alle prime generazioni cristiane che la resurrezione aveva significato solo in relazione alla realtà dell’Incarnazione.

Publié dans:AMDREA LONARDO, KERIGMA (IL) |on 25 mai, 2015 |Pas de commentaires »

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