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A PROPOSITO DI FRANCESCO E CHIARA … (di P. Raniero Cantalamessa)

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A PROPOSITO DI FRANCESCO E CHIARA …

30. agosto 2014 ·

Insieme guardavano nella stessa direzione: verso Cristo.

di P. Raniero Cantalamessa

È divenuto un luogo comune parlare dell’amicizia tra Chiara e Francesco in termini di amore umano. Nel suo noto saggio su Innamoramento e amore Francesco Alberoni scrive che “il rapporto fra santa Chiara e san Francesco ha tutti i caratteri di un innamoramento trasferito (o sublimato) nella divinità”.
Come ogni uomo, anche se santo, Francesco può aver sperimentato il richiamo della donna e del sesso.
Le fonti riferiscono che per vincere una tentazione del genere una volta il santo si rotolò d’inverno nella neve. Ma non si trattava di Chiara!
Quando tra un uomo e una donna sono uniti in Dio, questo vincolo, se è autentico, esclude ogni attrazione di tipo erotico, senza neppure che ci sia lotta. È come messo al riparo. È un altro tipo di rapporto. Tra Chiara e Francesco c’era certamente un fortissimo legame anche umano, ma di tipo paterno e filiale, non sponsale.
Francesco chiamava Chiara la sua “pianticella” e Chiara chiamava Francesco “il nostro Padre”. L’intesa profonda tra Francesco e Chiara che caratterizza l’epopea francescana non viene “dalla carne e dal sangue”.
Non è, per fare un esempio altrettanto celebre, come quella tra Eloisa ed Abelardo, tra Dante e Beatrice. Se così fosse stato, avrebbe lasciato forse una traccia nella letteratura, ma non nella storia della santità.
Con una nota espressione di Goethe, potremmo chiamare quella di Francesco e Chiara una “affinità elettiva”, a patto di intendere “elettiva” non solo nel senso di persone che si sono scelte a vicenda, ma nel senso di persone che hanno fatto la stessa scelta. Antoine de Saint-Exupéry ha scritto che “amarsi non vuol dire guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”.
Chiara e Francesco non hanno davvero passato la vita a guardarsi l’un l’altro, a stare bene insieme. Si sono scambiati tra loro pochissime parole, quasi solo quelle riferite nelle fonti.
C’era una stupenda riservatezza tra loro, tanto che il santo veniva a volte rimproverato amabilmente dai suoi frati di essere troppo duro con Chiara. Solo alla fine della vita, vediamo questo rigore nei rapporti attenuarsi e Francesco cercare sempre più spesso conforto e conferma presso la sua “Pianticella”. È a San Damiano che si rifugia prossimo alla morte, divorato da malattie, ed è vicino a lei che intona il cantico di Frate Sole e di sorella Luna, con quell’elogio di “Sora Acqua”, “utile et humile et pretiosa et casta”, che sembra scritto pensando a Chiara.
Invece di guardarsi l’un l’altro, Chiara e Francesco hanno guardato nella stessa direzione. E si sa qual è stata per loro questa “direzione”.
Chiara e Francesco erano come i due occhi che guardano sempre nella stessa direzione. Due occhi non sono solo due occhi, cioè un occhio ripetuto due volte; nessuno dei due è solo un occhio di riserva o di ricambio. Due occhi che fissano l’oggetto da angolature diverse danno profondità, rilievo all’oggetto, permettono di “avvolgerlo” con lo sguardo. Così è stato per Chiara e Francesco.
Essi hanno guardato lo stesso Dio, lo stesso Signore Gesù, lo stesso Crocifisso, la stessa Eucaristia, ma da “angolature”, con doni e sensibilità propri: quelli maschili e quelli femminili.
Insieme hanno colto di più di quanto avrebbero potuto fare due Francesco o due Chiara. In passato si tendeva a presentare la personalità di Chiara troppo subordinata a quella di Francesco, appunto come “sorella Luna” che vive di riflesso della luce di “fratello Sole”.
L’ultimo esempio in questo senso è il libro uscito di recente su “l’amicizia tra Francesco e Chiara” (John M. Sweeney, Light in the Dark Age: the Friendship of Francis and Clare of Assisi, Paraclete Press 2007).
In una fiction televisiva di alcuni anni fa (“Francesco e Chiara”, di Fabrizio Costa) è da lodare la scelta di presentare Francesco e Chiara come due vite parallele, che si intrecciano e si svolgono in sincronia, con uguale spazio dato all’uno e all’altra. È la prima volta che avviene, in questa forma.
Ciò risponde alla sensibilità attuale tesa a mettere in luce l’importanza della presenza femminile nella storia, ma nel caso nostro corrisponde alla realtà e non è una forzatura.
La scena iniziale della fiction è quella che mi ha colpito di più, quasi fosse una chiave di lettura di tutta la storia.
Francesco cammina su un prato, Chiara lo segue mettendo i suoi piedi, quasi per gioco, sulle orme lasciate da Francesco e alla domanda di lui: “Stai seguendo le mie orme?”, risponde luminosa: “No, altre molto più profonde”.

28 DICEMBRE – SANTI INNOCENTI MARTIRI : UFFICIO DELLE LETTURE

28 DICEMBRE – SANTI INNOCENTI MARTIRI

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura

Dal libro dell’Esodo 1, 8-16. 22

La strage dei bambini ebrei in Egitto
In quei giorni, sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. E disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d’Israele. Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli duramente. Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.
Il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua: «Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere». Allora il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: «Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia».

Responsorio Is 65, 19; Ap 21, 4. 5
R. Gioia per il mio popolo: * non si udranno più voci di pianto e grida di angoscia.
V. Non vi sarà più morte, né lutto, né lamento, né dolore: io faccio nuove tutte le cose.
R. Non si udranno più voci di pianto e grida di angoscia.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Quodvultdeus, vescovo
(Disc. 2 sul Simbolo; PL 40, 655)

Non parlano ancora e già confessano Cristo
Il grande Re nasce piccolo bambino. I magi vengono da lontano, guidati dalla stella e giungono a Betlemme, per adorare colui che giace ancora nel presepio, ma regna in cielo e sulla terra. Quando i magi annunziano ad Erode che è nato il Re, egli si turba e, per non perdere il regno, cerca di ucciderlo, mentre, credendo in lui, sarebbe stato sicuro in questa vita e avrebbe regnato eternamente nell’altra.
Che cosa temi, o Erode, ora che hai sentito che è nato il Re? Cristo non è venuto per detronizzarti, ma per vincere il demonio. Tu, questo non lo comprendi, perciò ti turbi e infierisci; anzi, per togliere di mezzo quel solo che cerchi, diventi crudele facendo morire tanti bambini.
Le madri che piangono non ti fanno tornare sui tuoi passi, non ti commuove il lamento dei padri per l’uccisione dei loro figli, non ti arresta il gemito straziante dei bambini. La paura che ti serra il cuore ti spinge ad uccidere i bambini e, mentre cerchi di uccidere la Vita stessa, pensi di poter vivere a lungo, se riuscirai a condurre a termine ciò che brami. Ma egli, fonte della grazia, piccolo e grande nello stesso tempo, pur giacendo nel presepio, fa tremare il tuo trono; si serve di te che non conosci i suoi disegni e libera le anime dalla schiavitù del demonio. Ha accolto i figli dei nemici e li ha fatti suoi figli adottivi.
I bambini, senza saperlo, muoiono per Cristo, mentre i genitori piangono i martiri che muoiono. Cristo rende suoi testimoni quelli che non parlano ancora. Colui che era venuto per regnare, regna in questo modo. Il liberatore incomincia già a liberare e il salvatore concede già la sua salvezza.
Ma tu, o Erode, che tutto questo non sai, ti turbi e incrudelisci e mentre macchini ai danni di questo bambino, senza saperlo, già gli rendi omaggio.
O meraviglioso dono della grazia! Quali meriti hanno avuto questi bambini per vincere in questo modo? Non parlano ancora e già confessano Cristo! Non sono ancora capaci di affrontare la lotta, perché non muovono ancora le membra e tuttavia già portano trionfanti la palma della vittoria.

11 agosto Santa Chiara: Chiara nella gioia

dal sito:

http://www.fraticappuccini.it/santachiara/sp-gioiacompl.htm

Chiara nella gioia

esperienza nello Spirito
 
GIOIA

Il NT riporta la gioia come uno dei frutti dello Spirito Santo (Cf. Gal 5,22), quindi chi vive nello Spirito cammina anche nello Spirito (Cf. Gal 5,25).
Anche Chiara, come «sposa dello Spirito del Signore» si lascia guidare dallo Spirito pregandolo sempre con cuore puro (Cf RsC X,9-10: FF 2811). È soprattutto nelle sue Lettere che si coglie il suo cuore ripieno di gioia ed esultanza. Un cuore che prega per le Sorelle, intercede per esse, perché Sorelle in Cristo e di Cristo.
Per Chiara pregare per le Sorelle, come per gli altri, significa «portare il carico dell’Amore» e, con ciò, «adempiere la legge di Cristo», cioè «vivere la perfezione del santo Vangelo» (Cf. RsC VI,3: FF 2788). Questo è possibile perché all’interno «dell’inneffabile Corpo» (3LAg 8: FF 2886) di Cristo esiste uno scambio misterioso di vita e di gioia tra i suoi membri, così che ognuno può supplire alle mancanze dell’altro.
In questo senso la «sorella di Cristo» può essere «collaboratrice di Dio stesso e sostegno delle membra vacillanti del suo Corpo» (3LAg 8: FF 2886).
Il cuore di Chiara esulta di gioia nel costatare il progresso spirituale di Agnese di Praga, che pur essendo principessa regale, sceglie una vita di povertà radicale, sposandosi allo Spirito Santo: «All’udire la stupenda fama della vostra santa vita religiosa, che non a me soltanto è giunta, ma si è sparsa magnificamente su tutta quasi la faccia della terra, sono ripiena di gaudio nel Signore e gioisco (Cfr. Ab 3,18); e di questo possono rallegrarsi non soltanto io, ma tutti coloro che servono o desiderano servire Gesù Cristo» (1LAg 3-4: FF 2860). «esultate e godete (Cfr. Ab 3,18) molto, ripiena di enorme gaudio e di spirituale letizia» (1LAg 21: FF 2865)..
«Abbi a cuore di raccomandare al Signore (Cfr. At 14,22) nelle tue devote orazioni me, assieme alle mie sorelle, che tutte godiamo per i beni che il Signore opera in te con la sua grazia. E raccomandaci con insistenza anche alle preghiere delle tue sorelle» (2LAg 25: FF 2882).
«Chiara, umilissima e indegna ancella di Cristo e serva delle Donne Povere, augura salutare gaudio nell’Autore della salvezza (Cfr. Eb 2,10) e quanto di meglio essa possa desiderare. Le liete notizie del tuo benessere, del tuo stato felice e dei tuoi prosperi progressi nella corsa che hai intrapresa per la conquista del celeste palio (Cfr. Fil 3,14), mi riempiono di tanta gioia; e tanto più respiro di esultanza nel Signore, perché so e ritengo che tu supplisci magnificamente alle imperfezioni che sono in me e nelle altre sorelle nella nostra imitazione degli esempi di Gesù Cristo povero ed umile» (3LAg 1-4: FF 2883-2884).
«Chi potrebbe, dunque, impedirmi di rallegrarmi per sì mirabili motivi di gaudio? Gioisci, perciò, anche tu nel Signore sempre (Cfr. Fil 4,4), o carissima. Non permettere che nessun’ombra di mestizia avvolga il tuo cuore, o signora in Cristo dilettissima, gioia degli Angeli e corona (Cfr. Fil 4,1) delle tue sorelle» (3LAg 9-11: FF 2887).
«Ma oggi, che si presenta l’occasione di scrivere alla tua carità, ecco mi rallegro con te e con te gioisco nel gaudio dello Spirito (Cfr. 1Ts 1,6), o sposa (Cfr. 2Cor 11,2) di Cristo, poiché, come quell’altra santissima vergine Agnese, tu, slacciandoti da tutte le ricchezze e vanità del mondo, ti sei meravigliosamente unita in sposa all’Agnello immacolato, che toglie i peccati del mondo» (1Pt 1,19; Gv 1,29) (4LAg 7-8: FF 2900-2901).
 Da questi testi si comprende che per Chiara la crescita spirituale di Agnese è la sua stessa crescita. Questa gioia Chiara la manifesta anche per tutte le sue Sorelle. Addirittura si possono cogliere le caratteristiche della sua gioia. Una gioia che esprime la tenerezza di sorella e di madre: «Vi benedico in vita mia e dopo la mia morte, come posso e più di quanto posso, con tutte le benedizioni, con le quali lo stesso Padre delle misericordie benedisse e benedirà in cielo (Cfr. 2Cor 1,3 e Ef 1,3) e in terra i suoi figli e le sue figlie spirituali, e con le quali ciascun padre e madre spirituale benedisse e benedirà i suoi figli e le sue figlie spirituali. Amen» (BsC 11-13: FF 2856).
Una tenerezza che si fa sempre più dolce e appassionata: «Ma ti so ricca d’ogni virtù, e perciò rinuncio ad un lungo discorso e non voglio aggravarti di troppe parole, anche se tu non troveresti nulla di superfluo in quelle parole che potrebbero arrecarti qualche consolazione » (2LAg 8-9: FF 2874); «Alla signora in Cristo veneratissima e sorella degna d’amore più di tutte le creature mortali, Agnese, germana dell’illustre Re di Boemia, ma ora soprattutto sorella e sposa (Cfr. Mt 12,50; 2Cor 11,2) del sommo Re dei cieli» (3LAg 1: FF 2883).
Ancora, il cuore di Chiara brucia per Agnese l’incendio della carità: «O madre e figlia, sposa (Cfr. Mt 12,50) del Re di tutti i secoli, non stupirti se non ti ho scritto di frequente come l’anima tua e la mia parimenti desiderano e bramano, e non credere assolutamente che l’incendio dell’amore verso di te sia divenuto meno ardente e dolce nel cuore della tua madre» (4LAg 4-5: FF 2900), tanto che: «porto il tuo caro ricordo inseparabilmente impresso nel profondo del mio cuore (Pr 3,3; cfr. 2Cor 3,3), perché tu sei per me la più cara di tutte» (4LAg 34: FF 2907).
Questa è la gioia  cheChiara condivide con le Sorelle e gli altri: il gusto della dolce esperienza dello Spirito del Signore.
Altra è la gioiosa letizia di Francesco: «Ma quale è la vera letizia? (…) Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima» (Plet 7.15: FF 278).
 
Dolcezza
Se la gioia nasce in coloro che, come Chiara, si lasciano guidare dall’operazione dello Spirito del Signore, la dolcezza invece è il gusto che sperimenta chi si lascia trasformare dalla contemplazione dell’Amore di «Colui che è figura della divina sostanza» (Cf. 3LAg 13: FF 2888). Una dolcezza che solo agli amici di Dio è dato di gustare.
Chi sono questi amici di Dio?
Sono coloro che gioiscono per aver ricevuto la chiamata a «seguire la perfezione del santo Vangelo» e che gli sono rimasti fedeli «Chi potrebbe, dunque, impedirmi di rallegrarmi per sì mirabili motivi di gaudio? Gioisci, perciò, anche tu nel Signore sempre (Cfr. Fil 4,4), o carissima. Non permettere che nessun’ombra di mestizia avvolga il tuo cuore, o signora in Cristo dilettissima, gioia degli Angeli e corona (Cfr. Fil 4,1) delle tue sorelle» (3LAg 9-11: FF 2887).
Una fedeltà, quella di Chiara, vissuta nel collocare tutta se stessa, spirito, anima e il cuore nella contemplazione della Luce increata del Verbo: «Colloca i tuoi occhi davanti allo specchio dell’eternità, colloca la tua anima nello splendore della gloria (Cfr. Eb 1,3), colloca il tuo cuore in Colui che è figura della divina sostanza (Cfr. Eb 1,3), e trasformati interamente, per mezzo della contemplazione, nella immagine (Cfr. 2Cor 3,18) della divinità di Lui» (3LAg 12-13: FF 2888).
Una tale contemplazione, che conduce alla Trasfigurazione, cioè «trasformati interamente, per mezzo della contemplazione». È in questa esperienza contemplativa che si gusta la dolcezza del Signore, quella che provano gli amici di Dio. Dolcezza la cui radice è l’Amore di colui che per nostro amore si è donato tutto intero: «Allora anche tu proverai ciò che è riservato ai soli suoi amici, e gusterai la segreta dolcezza (Cfr. Sal 30,20) che Dio medesimo ha riservato fin dall’inizio per coloro che lo amano. Senza concedere neppure uno sguardo alle seduzioni, che in questo mondo fallace ed irrequieto tendono lacci ai ciechi che vi attaccano il loro cuore, con tutta te stessa ama Colui che per amor tuo tutto si è donato» (3LAg 14-17).
Quindi per essere amici di Dio è importante la vita contemplativa. Chiara ne è tanto convinta che non si limita a richiamarne l’importanza, ma si preoccupa anche di condurre Agnese e le Sorelle a questa comunione trasformante: «Vedi che Egli per te si è fatto oggetto di disprezzo, e segui il suo esempio rendendoti, per amor suo, spregevole in questo mondo. Mira, o nobilissima regina, lo Sposo tuo, il più bello tra i figli degli uomini (Sal 44,3), divenuto per la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo ripetutamente flagellato (Cfr. Mt 19,20; 27,26), e morente perfino tra i più struggenti dolori sulla croce. Medita e contempla e brama di imitarlo.
Se con Lui soffrirai, con Lui regnerai (Cfr. Rm 8,17; 2Tm 2,12); se con Lui piangerai, con Lui godrai; se in compagnia di Lui morirai (2Tm 2,11) sulla croce della tribolazione, possederai con Lui le celesti dimore nello splendore dei santi (Sal 109,3), e il tuo nome sarà scritto nel Libro della vita (Fil 4,3; Ap 14,22) e diverrà famoso tra gli uomini. Perciò possederai per tutta l’eternità e per tutti secoli la gloria del regno celeste, in luogo degli onori terreni così caduchi; parteciperai dei beni eterni, invece che dei beni perituri e vivrai per tutti i secoli» (2LAg 19-23: FF 2879).
Chiara richiama le sorelle povere ad attendere « a ciò che soprattutto debbono desiderare: avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, a pregarlo sempre con cuore puro » (RsC X, 8-10).
 
Come disporci all’azione dello Spirito che « dentro di noi grida Abbà-Padre »? Chiara non ha nessun insegnamento metodologico per la preghiera e la contemplazione. Non ha mai scritto nessun trattato su come pregare o contemplare. Però, in una delle sue Lettere ad Agnese di Praga,ha un’espressione che ci può aiutare a cogliere diversi gradi progressivi di un itinerario spirituale di contemplazione. L’espressione è questa: « Guarda, medita e contempla, (lo Sposo tuo, crocifisso per amore) desiderando di imitarlo » (2LAg 20: FF 2879).
Questa semplice espressione traccia una via di contemplazione specificamente cristiana, perché fondata nel mistero dell’Amore Incarnato, Crocifisso e Risorto. Un’esperienza, che nasce dallo stupore per l’Amore di Dio, che pur abitando una luce inaccessibile, si è reso visibile, capace di essere percepito dalle nostre facoltà umane: « Il Figlio di Dio si è fatto nostra via » (TestsC 5).
Guardare
Il primo passo è dunque guardare: « Mira », « Guarda », « Vedi »: « Vedi che egli si è fatto per te oggetto di disprezzo » (2LAg 19).
« Guarda il tuo Sposo » (2LAg 20).
« Colloca la tua mente nello specchio dell’eternità » (3LAg 12).
« Guarda questo specchio ogni giorno » (4LAg 15).
« Guarda … la povertà di Colui che è posto in una mangiatoia e avvolto in pannicelli » (4LAg 19).
Lo sguardo, che Chiara invita ad avere, è certamente un atto di fede: fermati con amorosa attenzione al mistero di Dio, che per grazia ci è stato rivelato in Cristo. È anche uno sguardo che, attraverso l’immaginazione e l’uso dei sensi, si rappresenta il mistero in modo da suscitare amore e commozione, una risposta e un coinvolgimento personale. Uno sguardo che dall’intelletto scende nel cuore, cioè dalle cose visibili a quelle invisibili, in quanto è con gli occhi del cuore che si vedono le cose invisibili.
Chiara appoggiava il suo sguardo su Gesù, sulla sua vita, come è proposta dal Vangelo, anche se lo sguardo su di Lui era illuminato da tutta la Scrittura, che è Parola di Dio. Parola di Dio, che Chiara attingeva dalla Liturgia e dalla predicazione.
 
Meditare
Il secondo passo dell’itinerario contemplativo è il meditare, cioè, l’andare al di là dell’immagine proposta dalla Parola di Dio, per scrutare quel Volto del Padre che Gesù, Parola e Immagine vivente, è venuto a svelarci. È questo secondo passo che richiede particolarmente il « cuore puro » perché sono « i puri di cuore che vedranno Dio ».
Nella sua Reg. al cap. X, Chiara, esorta « a pregare sempre con cuore puro » nel silenzio dello spirito della carne, cioè dell’io, che ostacola lo Spirito del Signore. Importante, allora, è educarsi, dice alle novizie, « ad allontanare dall’abitazione della mente ogni rumore per aderire unicamente alle profondità del Mistero di Dio » (LegsC 36), che è Mistero di Amore. Un Mistero a cui rimanere sempre presenti in ogni circostanza della giornata, anche nel lavoro, in modo: « da non estinguere lo spirito della santa orazione e devozione alla quale tutte le altre cose temporali devono servire » (RgsC VII).
 Il cuore puro, quindi, è il cuore silenzioso, tutto aperto all’ascolto accogliente.
 
Contemplare
Il terzo passo è la contemplazione propriamente detta. Questo terzo momento è preparato dai primi due. Qui si vive « un semplice sguardo amoroso che porta a collocarsi nell’immagine e lasciare che l’immagine vivente dimori in noi gustandone la dolcezza della Sua presenza ».
Per Chiara la contemplazione è un porre la mente, il cuore e l’anima propria nell’immagine di Dio, nel Figlio, lasciando che lo Spirito Santo operi la trasformazione, o meglio la Trasfigurazione in Lui.
Protagonista del momento contemplativo è lo Spirito del Signore, che con la sua santa operazione unisce e trasforma nell’immagine, opera il passaggio nell’immagine contemplata. Lo specchio-Cristo è vivo e chiama alla comunione, al reciproco dono, alla condivisione. Rivolgendosi ad Agnese, Chiara dice: « Ama con tutta te stessa Colui che per amor tuo tutto si è donato » (3LAg 15).
 
Imitare
L’ultima tappa del cammino contemplativo è l’imitazione, proprio perché l’Amore è trasformante, o meglio trasfigurante. Frutto di questa contemplazione è divenire Vangelo vivo. Ciò che Chiara contempla del Figlio di Dio, cioè la povertà, la fatica, la tribolazione, l’umiliazione, il disprezzo, diventa in lei per opera dello Spirito Santo prassi di vita, Vangelo incarnato nella gioiosa letizia. Nella sua Regola così si esprime: « Noi non temevamo nessuna povertà, fatica, tribolazione, umiliazione e disprezzo del mondo che anzi lo avevamo in conto di grande letizia » (RgsC VI,2).
Questo clima di gioiosa letizia, di beatitudine evangelica, è proprio frutto e testimonianza dell’azione dello Spirito del Signore nel cuore puro di Chiara, vergine e povera,dove il Vangelo si compie e dove avviene l’incontro di una comunione nuziale.
 
Unione
La contemplazione  per Chiara è un avvicinarsi progressivo all’Amore del Padre delle misericordie, tanto da unirsi a Lui,  diventando dimora di Dio. Il linguaggio, che usa per descrivere questa esperienza dell’unione, è lo stesso che la tradizione biblica propone nel Cantico dei Cantici: linguaggio ed esperienza nuziale.
Chiara,rifacendosi alla Scrittura, descrive l’esperienza di colui che diviene dimora del Creatore: «Sì perché è ormai chiaro che l’anima dell’uomo fedele, che è la più degna di tutte le creature, è resa dalla grazia di Dio più grande del cielo. Mentre, infatti, i cieli con tutte le altre cose create non possono contenere (Cfr. 1Re 8,27; 2Cr 2,6) il Creatore, l’anima fedele invece, ed essa sola, è sua dimora (Cfr. Gv 14,23) e soggiorno, e ciò soltanto a motivo della carità, di cui gli empi sono privi. È la stessa Verità che lo afferma: «Colui che mi ama, sarà amato dal Padre mio, e io pure lo amerò; e noi verremo a lui e porremo in lui la nostra dimora» (Gv 14,21.23) (3LAg 21-23: FF 2892).
Esperienza, questa, che lascia pieni di stupore in quanto la creatura si fa «contenitore, soggiorno e dimora del Creatore», si fa più grande del cielo. Questo è possibile grazie alla sola Carità, che è Dio.
Dio è sempre pronto a donarsi totalmente a coloro che lo desiderano con fede. Chiara attraverso l’umiltà, la fede e la povertà ha trovato nel suo cuore il desiderio di Dio, cioè l’invito a collocare tutta se stessa nell’Amore che tutto si è donato: «Colloca i tuoi occhi davanti allo specchio dell’eternità, colloca la tua anima nello splendore della gloria (Cfr. Eb 1,3), colloca il tuo cuore in Colui che è figura della divina sostanza (Cfr. Eb 1,3), e trasformati interamente, per mezzo della contemplazione, nella immagine (Cfr. 2Cor 3,18) della divinità di Lui. Allora anche tu proverai ciò che è riservato ai soli suoi amici, e gusterai la segreta dolcezza (Cfr. Sal 30,20) che Dio medesimo ha riservato fin dall’inizio per coloro che lo amano» (3LAg 12-14: FF 2888-2889).
Da questo brano  si è rimandati alla 2Cor: «E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore.» (2Cor 3,18).
Infatti l’esperienza di essere dimora dello Spirito rimanda necessariamente all’essere Trasfigurati nella stessa immagine del Creatore. Si viene recuperati come creature fatte ad immagine di Dio. Siamo, cioè, riportati all’innocenza iniziale.
Un’esperienza, quella della Trasfigurazione, che si può toccare con mano nel rapportarsi alla Trinità in un modo nuovo., come ha fatto Chiara.
Col Padre ha vissuto un rapporto da figlia: «Alla figlia del Re dei re, alla serva del Signore dei dominanti (Ap 19,16; 1Tm 6,15), alla sposa degnissima di Gesù Cristo e perciò regina nobilissima Donna Agnese» (2Ag 1: FF 2871). Espressione questa che Chiara indirizza ad Agnese, ma tradisce, in fondo, la sua esperienza di «Figlia e ancella dell’altissimo sommo Re, il Padre celeste» (Cf. RsC VI,3: FF 2788).
Col Figlio di Dio ha vissuto un rapporto di madre, sorella e sposa: «Perciò, sorella carissima, o meglio signora degna di ogni venerazione, poiché siete sposa, madre e sorella (Cfr. 2Cor 11,2; Mt 12,50) del Signor mio Gesù Cristo, insignita dello smagliante stendardo della inviolabile verginità e della santissima povertà, riempitevi di coraggio nel santo servizio che avete iniziato per l’ardente desiderio del Crocifisso povero» (1LAg 12-13: FF 2863). L’esperienza di madre, sorella e sposa, la riporta più volte nelle sue lettere ad Agnese. Come la Vergine delle Vergini ha portato nel suo grembo verginale il santissimo Figlio del Padre celeste, così anche Lei lo può portare spiritualmente: « A qual modo, dunque, che la gloriosa Vergine delle vergini portò Cristo materialmente nel suo grembo, tu pure, seguendo le sue vestigia (Cfr. 1Pt 2,21), specialmente dell’umiltà e povertà di Lui, puoi sempre, senza alcun dubbio, portarlo spiritualmente nel corpo casto e verginale» (3LAg 24-25: FF 2893).
Per quanto riguarda l’esperienza di sorella ne parla otto volte (ne riporto solo una): «e avete meritato degnamente di essere chiamata sorella, sposa e madre (Cfr. 2Cor 11,2; Mt 12,50) del Figlio dell’Altissimo Padre e della gloriosa Vergine» (1LAg.24: FF 2866).
L’esperienza di « sposa » invece la si riscontra sette volte nelle lettere e ben ventidue negli Scritti. Questo fa comprendere che Chiara ha vissuto una forte esperienza di «sposa». Esperienza questa che richiama necessariamente all’esperienza dell’unione nuziale: «avete preferito con tutta l’anima e con tutto il trasporto del cuore abbracciare la santissima povertà e le privazioni del corpo, per donarvi ad uno Sposo di ancor più nobile origine, al Signore Gesù Cristo, il quale custodirà sempre immacolata e intatta la vostra verginità. Il suo amore vi farà casta, le sue carezze più pura, il possesso di Lui vi confermerà vergine. Poiché la sua potenza è più forte d’ogni altra, più larga è la sua generosità; la sua bellezza è più seducente, il suo amore più dolce ed ogni suo favore più fine. Ormai stretta nell’amplesso di Lui, Egli ha ornato il vostro petto di pietre preziose; alle vostre orecchie ha fissato inestimabili perle; e tutta vi ha rivestita di nuove e scintillanti gemme, come a primavera, e vi ha incoronata di un diadema d’oro, inciso col simbolo della santità» (Sir 45,14)» (1LAg 6-11:FF 2861-2862).
È essenzialmente in questa esperienza di «sposa», che Chiara manifesta la sua esperienza intensa con l’Amore di Colui che da sempre l’ha amata. Guidata dal linguaggio del Cantico dei cantici, Chiara, espande tutta se stessa ed il suo cuore per descrivere la bellezza dello «sposo e della sposa» gustandone tutta la dolcezza che deriva da una simile esperienza di unione con il «più bello tra i figli degli uomini».
Da questa unione ne promana l’indicibile gaudio e felicità: «Te veramente felice! Ti è concesso di godere di questo sacro convito (Cfr. Lc 14,15; Ap 19,9), per poter aderire con tutte le fibre del tuo cuore a Colui, la cui bellezza è l’ammirazione instancabile delle beate schiere del cielo. L’amore di lui rende felici, la contemplazione ristora, la benignità ricolma. La soavità di lui pervade tutta l’anima, il ricordo brilla dolce nella memoria. Al suo profumo i morti risorgono e la gloriosa visione di lui formerà la felicità dei cittadini della Gerusalemme celeste (Cfr. Ap 21,2.10). E poiché questa visione di lui è splendore dell’eterna gloria (Eb 1,3), chiarore della luce perenne e specchio senza macchia (Sap 7,26)» 4LAg 9-14: FF 2901-2902)
«Contempla ancora le indicibili sue delizie, le ricchezze e gli onori eterni, e grida con tutto l’ardore del tuo desiderio e del tuo amore: Attirami a te, o celeste Sposo! Dietro a te correremo attratti dalla dolcezza del tuo profumo (Ct 1,3). Correrò, senza stancarmi mai, finché tu mi introduca nella tua cella inebriante (Ct 2,4). Allora la tua sinistra passi sotto il mio capo e la tua destra mi abbraccerà (Ct 2,6) deliziosamente e tu mi bacerai col felicissimo bacio della tua bocca »(Ct 1,1) (4LAg 28-32: FF 2906).
Lo sposo è il Figlio del Padre e Re glorioso, è il Signore Gesù Cristo abbassato nella povertà e nella sofferenza della sua vita terrena. È quel Verbo del Padre che si è fatto Emmanuele portandoci la salvezza, quel Gesù che ci ha fatto gustare la dolcezza dell’Amore del Padre nella debolezza della Croce e che, come Cristo Risorto e Glorioso, ci ha ricondotto all’Unione col Padre,che è Dio-Amore.
Parlando dell’abbassamento della sua esistenza terrena, Chiara non si concentrerà su Gesù secondo la carne, ma insisterà esclusivamente sulla sua umanità: è il paradosso di colui che, pur restando altissimo e glorioso, assume la povertà, l’umiliazione e la sofferenza. Poiché egli è anche « il povero Crocifisso che per noi sopportò la passione della croce» (1 LAg 13-14); «egli non ha avuto dove riposare il capo, ma reclinando il capo emise lo spirito » (I LAg 18); egli «volle apparire nel mondo disprezzato, indigente e povero» (1 LAg 19); «si è fatto spregevole in questo mondo… il piú vile degli uomini, disprezzato, battuto e flagellato su tutto il corpo…, morendo nelle angosce stesse della croce» (2 LAg 19-20); «è stato posato in un presepe e avvolto in pannolini» (4 LAg 19-21); «sopportò fatiche e pene senza numero…, ha voluto soffrire sul legno della croce e morire là del genere di morte più vergognoso di tutti per la sua ineffabile carità» (4 LAg 22-23).
Se in questo sguardo su Gesù terreno si nota l’insistenza sul presepe e sulla croce, insistenza più forte che in Francesco e maggiormente improntata alla pietà del tempo, l’equilibrio fra il mistero divino e l’umanità è mantenuto. Lo sposo, al quale Agnese si unisce non è il bambino del presepe né l’uomo dei dolori, ma il Re celeste che, al tempo del suo itinerario terreno, per causa «della sua ineffabile carità» ha voluto assumere la condizione di povero, di umiliato e di sofferente.
 

Publié dans:SANTI, Santi (scritti "sui" santi) |on 10 août, 2011 |Pas de commentaires »

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