Archive pour la catégorie 'LETTERE PASTORALI (Le)'

2 TIMOTEO 4,6-8.16-18

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2 TIMOTEO 4,6-8.16-18

Carissimo, 6 il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. 7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
8 Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.
16 Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto di loro. 17 Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone.
18 Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

COMMENTO
2 Timoteo 4,6-8.16-18
La corona di giustizia
La lettera si apre con il prescritto e il ringraziamento epistolare, nel quale l’autore ricorda la fede di Timoteo, ricevuta dalla madre e dalla nonna (1,1-5). Viene poi il corpo della lettera in cui sono svolti i seguenti temi: A. Il vero pastore (1,6-18); B. Il comportamento di Timoteo (2,1-26); C. Gli ultimi tempi (3,1-17); D) Il testamento di Paolo (4,1-18). Il testo liturgico riprende la seconda parte del testamento di Paolo, dove l’Apostolo fa una sintesi del suo apostolato (vv. 6-8) e dà a Timoteo le sue ultime istruzioni (vv. 16-18). Vengono omessi i vv. 9-15 che contengono l’indicazione di alcuni compiti specifici affidati a Timoteo.
Paolo rivolge anzitutto lo sguardo al passato: «Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (vv. 6-7). Paolo è ormai alla vigilia del martirio o dell’esecuzione capitale e dà una visione retrospettiva della sua attività. Il modello qui adottato è quello dei discorsi di addio, che viene utilizzato per esempio nel saluto di Paolo ai presbiteri di Mileto, dove ricorre la stessa immagine della corsa (cfr. At 20,24). Da questo genere letterario deriva il tono elogiativo con cui si presenta la vita passata dell’Apostolo. La prospettiva della morte imminente è evocata con le immagini del sacrificio e della partenza, mutuate dalla lettera ai Filippesi (cfr. Fil 1,23; 2,17). La morte dell’apostolo è presentata come un sacrificio: nella tradizione giudeo-ellenistica e, più tardi, in quella rabbinica, la morte del martire è interpretata come un sacrificio in quanto riconcilia il popolo con Dio. Essa è anche l’approdo alla meta definitiva. Riguardo al passato, la vita apostolica di Paolo è descritta come una battaglia e come una competizione sportiva. Il linguaggio è quello adottato da Paolo stesso, che paragona l’impegno e il rischio della sua missione apostolica alle gare nello stadio (cfr. 1Cor 9,24-27). Lo stesso linguaggio è adottato anche altrove nella Pastorali (cfr. 1Tm 6,12; 2Tm 2,5). Secondo una formula fissa, in uso nei pubblici riconoscimenti, si afferma che Paolo ha «tenuto fede» agli impegni di apostolo, missionario e maestro. Anche questo motivo della fedeltà o pieno compimento della missione rientra nel linguaggio dei discorsi di addio (cfr. At 20,20.27; Gv 17,4.6). Egli diventa così il modello o prototipo dei pastori e di tutti i credenti non solo nella sua vita e attività, ma anche nella sua morte.
Lo sguardo si rivolge poi al futuro, con il ricorso nuovamente alle immagini delle gare sportive o della lotta: «Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione» (v. 8). Al vincitore spetta l’incoronazione con il serto di alloro o con rami di sempreverde. Il simbolo della corona per l’ambiente greco-ellenistico è carico di connotazioni come onore, gioia, immortalità e trionfo. La corona viene qualificata con il genitivo «di giustizia»: non si tratta dunque di un riconoscimento umano, ma di quello che viene da Dio, basato sull’acquisizione della giustizia in quanto rapporto pieno con lui. Questa corona verrà conferita nel contesto escatologico dal Signore, che allora si manifesterà come «giusto giudice», che non delude quelli che per lui si sono impegnati senza riserve. La sorte di Paolo è un pegno per tutti i credenti che sono solidali con il suo destino (cfr. 1Ts 2,19). Essi sono definiti come quelli che vivono nell’attesa della gloriosa manifestazione del Signore. È scomparsa la componente di impazienza che deriva dalla credenza in un imminente ritorno del Signore, lasciando il posto all’impegno quotidiano per vivere secondo gli insegnamenti e l’esempio di Gesù.
Nei versetti omessi dalla liturgia, Paolo esorta Timoteo a raggiungerlo comunicandogli che i suoi compagni Dema, Crescente e Tito lo hanno lasciato solo. Con lui c’è solo Luca. A Timoteo dice ancora di portare con sé Marco e accenna all’invio di Tichico a Efeso. E aggiunge di portargli il mantello e le pergamene che ha lasciato a Troade e infine lo mette in guardia nei confronti di Alessandro. Questi accenni, che dovrebbero essere le prove dell’autenticità della lettera, sono invece chiaramente artificiosi e si riferiscono a situazioni non controllabili, anzi a volte inverosimili, soprattutto nel caso di uno che sta per essere giustiziato.
Nella seconda parte del brano si ritorna sulla situazione attuale dell’Apostolo: «Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto» (v. 16). In questo sfogo si sente il rammarico per l’abbandono da parte dei suoi. Verso di loro Paolo ha parole di perdono. È difficile sapere se si tratta di un ricordo storico o del semplice motivo del giusto abbandonato dai suoi amici, come era stato per Gesù. La solitudine di Paolo è riempita dalla vicinanza del Signore: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone» (v. 17). Paolo è consapevole che solo con la grazia di Dio ha potuto portare a termine la sua missione. Questo risultato è espresso con l’immagine della lotta vittoriosa dei gladiatori contro i leoni nel circo. Non si tratta però di una vittoria umana, bensì del successo dell’opera di evangelizzazione, che può benissimo coesistere con l’imminente martirio.
L’esperienza del conforto che gli viene dal Signore apre infine il cuore alla speranza: «Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (v. 18). La liberazione a cui tende l’Apostolo non è più quella che si attua in questo mondo ma quella che consiste nell’ingresso nel regno, che appare ormai come una realtà che ha sede nei cieli. Alla visione del regno come trasformazione di questo mondo si è ormai sostituita quella di una nuova situazione che si raggiunge dopo la morte, quando l’anima si ricongiunge definitivamente con Dio.

Linee interpretative
In questo brano si tende ad avvalorare l’autenticità paolina della lettera, mentre invece esso ne dimostra chiaramente l’origine tardiva, pur situandosi nell’alveo della tradizione paolina. La figura idealizzata di Paolo, il martire fedele e coraggioso, viene riproposta plasticamente ai cristiani grazie ad alcuni dati biografici ripresi e rielaborati dalle fonti tradizionali paoline, lettere e Atti degli Apostoli. In tal modo l’insegnamento dell’apostolo assume un valore permanente e la sua vicenda diventa paradigmatica per tutti i cristiani. Quello che si sottolinea maggiormente è la sua fedeltà fino alla fine nel compimento della missione a lui affidata di annunziatore del vangelo.
Questa rilettura idealizzata di Paolo, il prigioniero del Signore e il testimone fedele, si ispira al modello biblico del giusto abbandonato dagli amici e vicini, attaccato dai suoi nemici, il quale ripone la sua fiducia solo in Dio che lo protegge e lo libera e così alla fine può rendere grazie a Dio. Sullo sfondo di questo schema letterario diventa perfettamente plausibile la contrapposizione tra l’abbandono di tutti e la presenza del Signore che dà all’apostolo la forza per la testimonianza evangelica e alla fine lo salva in modo definitivo, conferendogli una vita nuova nel suo regno. Questa presentazione deve servire come incoraggiamento ai cristiani che come lui testimoniano il vangelo in mezzo alle sofferenze e alle contraddizioni di questo mondo.

 

Publié dans:Lettera a Timoteo - seconda |on 2 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO – 2 TIMOTEO 2,8-13

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BRANO BIBLICO SCELTO – 2 TIMOTEO 2,8-13

Carissimo, 8 ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, 9 a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! 10 Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.
11 Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; 12 se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; 13 se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso

COMMENTO
2 Timoteo 2,8-13

Sofferenza e missione
La Seconda lettera a Timoteo si apre con il prescritto e il ringraziamento epistolare, nel quale l’autore ricorda la fede di Timoteo, ricevuta dalla madre e dalla nonna (1,1-5). Viene poi il corpo della lettera in cui sono svolti i seguenti temi: A. Il vero pastore (1,6-18); B. Il comportamento di Timoteo (2,1-26); C. Gli ultimi tempi (3,1-17); D) Il testamento di Paolo (4,1-18). Nella seconda di queste parti l’autore riporta alcuni brani in cui affronta i seguenti temi: trasmissione delle verità udite (2Tm 2,1-2); partecipazione alle sofferenze dell’apostolo (2Tm 2,3-7); comunione totale con Cristo (2Tm 2,8-13); lotta contro le false dottrine (2Tm 2,14-26). La liturgia riporta soltanto il terzo di questi brani, il quale si apre con una composizione in forma innica in cui è messo in luce il ruolo salvifico di Cristo (vv. 8-9a); ad essa fa seguito una dichiarazione in prosa nella quale si accenna al significato della sofferenza (vv. 9b-11a); in conclusione è riportata un’altra composizione innica riguardante il nostro rapporto con Cristo (vv. 11b-13).
Il presente capitolo era cominciato con un riferimento all’incarico dato da Paolo al discepolo/figlio Timoteo, a cui aveva fatto seguito l’esortazione alla perseveranza e all’impegno nonostante le sofferenze che si prospettano. A questo punto ha luogo l’esortazione rivolta a Timoteo perché si ricordi di Gesù Cristo: «Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore» (vv. 8-9a). Al centro dei pensieri di Timoteo deve stare la persona di Cristo. Di lui si dice, con riferimento a un’antica professione di fede, che è risorto dai morti ed è discendente di Davide. Il collegamento immediato è con l’apertura della Lettera ai Romani, in cui Gesù è presentato come discendente di Davide secondo la carne e Figlio di Dio in forza della risurrezione dai morti (cfr. Rm 1,3-4). L’allusione alla discendenza davidica potrebbe suggerire l’origine giudeo-cristiana o palestinese di questa formula. Ma la sua associazione con il tema della risurrezione rientra nello schema tipico della tradizione paolina. L’origine davidica di Gesù Cristo, il Messia, richiama al fatto che per mezzo suo si sono attuate le promesse. Parlando della sua risurrezione, non può prescindere dalla sua morte di croce. Su questo sfondo la sua risurrezione dai morti è il senso ultimo e profondo delle sofferenze che ora toccano in sorte a tutti i credenti, dei quali Paolo rimane il prototipo o il modello ideale. Perciò egli può a buon diritto considerare la logica della croce, che è fedeltà nelle sofferenze, fondata sulla speranza nella risurrezione, come il «mio vangelo».
Il tema della sofferenza dell’Apostolo e della sua attuale prigionia introduce un’affermazione di principio cui fa seguito un nuovo riferimento alla sua esperienza: «Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna» (vv. 9b-10). Nonostante Paolo sia incatenato come un criminale comune, non così è per la parola di Dio, cioè per il vangelo di Gesù Cristo, che raggiunge tutti gli uomini di buona volontà. La parola di Dio non può essere sequestrata o incatenata. Anzi, si può dire che la partecipazione personale di Paolo all’esperienza di morte e risurrezione di Cristo serva alla diffusione del vangelo più dell’annuncio pubblico che egli ne fa con la sua parola. L’efficacia dell’annuncio o della testimonianza deriva infatti dalla fedeltà nonostante le resistenze o le pressioni esterne. La sofferenza che Paolo sopporta non consiste semplicemente nello stress fisico o psicologico che accompagna in misura più o meno intensa ogni esistenza umana, ma deriva dalla scelta cristiana e dall’impegno missionario.
L’esempio di Paolo, figura ideale e tipica dell’apostolo e martire per il vangelo, introduce la citazione di un altro inno in cui questo pensiero è applicato a tutti i cristiani: «Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2,11-13). Questo inno è introdotto con una formula che indica l’autorevolezza di quanto si sta per dire. Di essa si fa garante l’Apostolo, in sintonia con la tradizione della Chiesa. Il brano innico si distingue dai versi precedenti per il passaggio delle forme verbali dal singolare al plurale. Esso contiene affermazioni abbinate in un parallelismo sinonimico (2,11-12) e antitetico (2,13a), che rivelano l’indole innica e semitizzante tipica di una composizione primitiva. L’alternanza di esortazione e formule di fede è un tratto caratteristico delle lettere pastorali. Il tema è quello dei versi precedenti: la solidarietà con il destino di Gesù morto e risorto, che dà senso e valore alle sofferenze e tribolazioni di ogni cristiano. Il morire con lui comporta di riflesso il vivere con lui. La perseveranza nelle prove ha come effetto l’ingresso con lui nel suo regno. Il rinnegarlo comporta invece l’essere rinnegati da lui. Il termine «rinnegare» (arnêomai), che ricorre nel contesto della pubblica professione di fede in un ambito conflittuale (cfr. Mt 10,33; 26,70.72), indica il rifiuto e la ribellione nei confronti di Cristo. A questo rifiuto corrisponde simmetricamente il rifiuto da parte di Cristo. Quest’ultima affermazione viene però subito corretta: anche in caso di infedeltà da parte del discepolo, Gesù rimane fedele, perché questo fa parte del suo modo di essere, venendo meno al quale egli rinnegherebbe se stesso. Si tratta quindi di un rapporto che non può venire meno perché non si basa sulla buona volontà del credente, ma su una scelta irrevocabile di Dio. L’affinità tematica con Rm 6,5.8, e Col 2,20; 3,1 depone non solo a favore dell’aspetto tradizionale e paolino di questo frammento, ma anche del suo originario contesto battesimale.

Linee interpretative
Il tema di questo brano è quello dell’annunzio del vangelo, che diventa lo scopo di tutta la vita di Paolo. Questo annunzio ha come oggetto la persona di Cristo, nella sua duplice prerogativa di discendente di Davide e di Figlio di Dio risorto dai morti. Per svolgere il suo compito, Paolo è disposto a sostenere qualsiasi tipo di prova. Anche le catene che gli impediscono di muoversi liberamente non sono da lui considerate non come un ostacolo, ma come un valido mezzo per la propagazione del vangelo. In primo piano vi è dunque non una dottrina, ma un rapporto personale che viene proposto come modello di vita.
Il valore della sofferenza dipende unicamente dalla logica della croce e non da concetti più o meno misticheggianti o da finzioni giuridiche, quali il soffrire al posto di altri o in forma vicaria. La fedeltà e la perseveranza nelle prove è lo spazio ideale in cui si rivela l’efficacia salvifica dell’amore di Dio in Cristo. Da lui solo viene la salvezza definitiva e gloriosa. Però la perseveranza cristiana non consiste in una qualità eroica, riservata a pochi, ma nell’adesione a una persona, Gesù Cristo, inaugurata con il battesimo e fondata sulla fedeltà estrema di Dio che in lui ha rivelato il suo amore. È una fedeltà che spezza la logica della pura «giustizia» in senso di premio e castigo, per dare spazio alla gratuità di un amore incondizionato.

 

BRANO BIBLICO: 1TM 6,11-16 – XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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Monastero Domenicano Matris Domini 

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (29/09/2013)

BRANO BIBLICO: 1TM 6,11-16

Collocazione del brano Con questo brano terminiamo la prima lettera a Timoteo. Paolo, ha fatto diverse raccomandazioni riguardanti la vita della comunità e sulle diverse categorie che la compongono (vedove, presbiteri, schiavi…). E’ arrivato infine alle caratteristiche del falso dottore, che si serve della religione come fonte di guadagno. Questo argomento dell’arricchimento attraverso la religione serva a Paolo come raccordo per giungere alle raccomandazioni finali riguardanti Timoteo. Egli deve evitare queste cose e dedicarsi invece alle virtù cristiane. La testimonianza della fede che egli ha fatto davanti a tante persone e il mandato che ha ricevuto richiedono da lui che si comporti in tutto come Cristo stesso si è comportato. Lectio 11 Ma tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Timoteo è un « uomo di Dio », a Lui appartiene e di Lui è rappresentante e quindi deve evitare i guadagni illeciti con il pretesto della religione. Lo schema è abbastanza classico: è segnato dalla contrapposizione evita/cerca. Timoteo deve coltivare tutte quelle virtù che fanno il vero cristiano. Questa lista di virtù si contrappone alla lista dei vizi che contraddistinguono il falso dottore, di cui Paolo ha parlato qualche versetto prima (orgoglio, questioni oziose, discussioni inutili, invidie, litigi…). Aprono la lista le virtù giustizia-pietà che indicano il rapporto che l’uomo deve avere nei confronti degli altri uomini e nei confronti di Dio (pietas, intesa come il dare a Dio ciò che gli spetta, cioè il culto, l’adorazione e il rispetto dei Suoi precetti). Segue il trio delle virtù cristiane « fede carità pazienza ». Quest’ultima si riferisce alla perseveranza del cristiano davanti alle persecuzioni e alle prove della vita. 12 Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Troviamo un analogia cara a Paolo, quella della guerra o meglio della competizione sportiva: combatti la buona battaglia della fede. L’uomo di Dio è come un guerriero ben preparato o un campione sportivo che è chiamato a raggiungere il premio che è la vita eterna. A questo si è impegnato con un giuramento solenne, la sua professione di fede, davanti a molti testimoni. In antichità era molto importante l’aver prestato giuramento pubblicamente e il mantenere fede alle promesse fatte. 13 Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, Ma la professione di Timoteo non avrebbe alcun valore se non fosse stata preceduta da quella di Gesù. Anch’egli ha fatto la stessa bella professione di fede, davanti a Pilato. Sembra strano il riferimento a questo personaggio. L’affermazione è forse tratta da un credo della prima comunità. Qui non si tratterebbe quindi della professione di fede, delle promesse battesimali, in senso stretto, ma la testimonianza della missione che Gesù ha portato a compimento proprio con la morte in croce, di cui Pilato fu uno dei responsabili. Il parallelismo è chiaro. La professione di fede del cristiano è modellata su quella di Cristo, per cui il discepolo deve essere pronto a seguire il suo maestro fino alla morte. Questa affermazione è poi riportata all’interno di un’esortazione solenne: ti scongiuro davanti a Dio che ha creato il mondo e a Gesù. Sono riportati qui i due elementi fondamentali della nostra fede: la creazione di Dio e la redenzione avvenuta tramite la morte e risurrezione di Cristo. 14 ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, In nome degli elementi principali della fede cristiana, dunque Paolo chiede in modo solenne a Timoteo di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento. Questo può essere inteso come il comandamento dell’amore, quello che Cristo ha testimoniato per primo. In altri passi si parla del deposito della fede, cioè il contenuto della predicazione che il pastore di una chiesa doveva conservare, annunciare e spiegare. Tale tesoro va osservato/conservato fino alla manifestazione di Gesù Cristo. C’è un tempo in cui siamo chiamati a vivere e testimoniare il Vangelo, il messaggio di Gesù, e cioè fino al suo ritorno. E’ questo il tempo storico che ci viene concesso e questo impegno va mantenuto in modo serio. 15 che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, 16il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen Questa manifestazione avverrà solo al tempo stabilito da Dio. Questa affermazione introduce una dossologia che forse faceva parte della liturgia delle prime comunità cristiane. Dio è chiamato unico Sovrano, Re dei re, Signore dei signori. Sono tutti dei superlativi per ricordare la grandezza del Padre. Egli solo è immortale e nessuno lo può conoscere. Lo si è conosciuto solo perché ha voluto farsi rivelare per mezzo dell’incarnazione del Verbo. La dossologia ha termine con l’attribuzione dell’onore e della potenza e con l’amen, come una vera e propria preghiera liturgica. Si concludono così in modo solenne le esortazioni che Paolo dona a Timoteo, vero uomo di Dio e pastore di una comunità cristiana. Meditiamo – Mi sento un vero uomo/vera donna di Dio, chiamata a testimoniare la sua Parola? – Quali sono gli atteggiamenti che devo evitare? – Cosa significa per me « la buona battaglia della fede »? – Rendo gloria a Dio con il mio modo di parlare e di vivere?

“SO A CHI HO CREDUTO” (1 TM 1, 12): CHE COSA SIGNIFICA ‘MISTERO’ NELLA FEDE CRISTIANA?

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“SO A CHI HO CREDUTO” (1 TM 1, 12): CHE COSA SIGNIFICA ‘MISTERO’ NELLA FEDE CRISTIANA?

di Andrea Lonardo

Riprendiamo sul nostro sito l’articolo che don Andrea Lonardo ha scritto il 16/5/2008 per la rubrica In cammino verso Gesù (la rubrica pubblica ogni due settimane un breve articolo di approfondimento sul Gesù storico e la rilevanza del suo vangelo) del sito Romasette di Avvenire Il Centro culturale Gli scritti (17/5/2008)

«Sia a un dio, sia a una dea consacrato, Caio Sestio, figlio di Caio Calvino pretore, per decreto del senato rifece». Così recita l’iscrizione di un altare romano della fine del II secolo a.C. che è ora custodito nel Museo Palatino, all’interno dell’area archeologica del Palatino, dove Augusto ed i suoi successori hanno avuto la loro residenza. Anche san Paolo, giunto ad Atene, dichiara di aver trovato “un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto” (At 17, 23). Questi due documenti, l’uno epigrafico e l’altro letterario, testimoniano della consapevolezza dell’uomo pagano di allora di non essere in grado di svelare il mistero del volto di Dio. L’ellenismo e la romanità imperiale non credevano più nei loro dei o, almeno, essi non riscaldavano più i loro cuori. Un velo di mistero impenetrabile circondava il divino. L’uomo, mentre si interrogava se gli dei esistessero veramente, non riusciva a vederne il volto. Era un dio od era una dea? Era un unico dio o esistevano diverse divinità? Esisteva un dio del bene ed uno del male? E, se ne esisteva uno solo, poteva agire con gli uomini in maniera personale? Era benefico o pericoloso? E che relazione poteva intercorrere tra la vita divina e quella umana? Potevano esse parlarsi, comunicare, amarsi? Iscrizioni come le due sopracitate esprimevano la religiosità che cercava di venerare il divino senza poterlo conoscere. Il culto, la pietas, aveva così il compito di tenere a bada questo ‘mistero’, di ottenerne i favori quale che fosse il suo volto indecifrabile. ‘Mistero’ voleva dire inconoscibilità: all’uomo non era dato di sapere, in fondo, nulla del mondo di Dio. L’annuncio del vangelo incontrò questa consapevolezza dell’uomo antico. Anche con una seconda accezione del termine “mistero” dovette misurarsi il cristianesimo. Infatti nel II secolo, quando il cristianesimo si era già diffuso nel Mediterraneo ed era giunto da tempo fino a Roma, i soldati dell’impero romano importarono nel mondo latino una nuova religione, il culto misterico di Mitra; avevano combattuto in Oriente ed alcuni di loro ne erano stati conquistati. Qui, all’accezione precedente del termine “mistero” se ne aggiungeva una seconda: Dio era misterico, misterioso, perché non era per tutti, non era per ogni uomo, ma solo per gli iniziati. Quel poco che si riteneva di conoscere di Dio non poteva essere donato indiscriminatamente, ma doveva essere rivelato solo dopo un complesso sistema rituale di iniziazione. Alle donne, ad esempio, era vietato l’accesso al culto mitraico; solo gli uomini potevano parteciparvi. Il culto di Mitra era così qualificabile come mistero in un doppio senso, perché sapeva di non poter giungere a rivelare pienamente il volto di Dio, ma anche perché quel dio non era Dio di tutti, ma solo di alcuni. Ecco, invece, la novità cristiana: Paolo, durante il discorso all’Areopago che abbiamo citato, subito aggiunge: “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (At 17, 23). In tredici passi dell’epistolario paolino, per indicare questo annunzio che svela il volto di Dio, troviamo il termine ‘mistero’; esso non è più inconoscibile, impenetrabile, lontano ed imperscrutabile e neanche riservato a pochi eletti, ma è “il mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche per ordine dell’eterno Dio a tutte le genti” (Rm 16, 25-26). Paolo, cresciuto nella familiarità con le Scritture, sa bene che l’uomo non può elevarsi sino a conoscere Dio con le proprie forze. Era stato, infatti, Dio stesso nel libro dell’Esodo ad insegnare a Mosè, a colui cioè che più di tutti era stato suo amico e suo messaggero: “Vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere”. Perché, allora, adesso i discepoli di Gesù annunciano che il ‘mistero’ è stato infine conosciuto? Perché è accaduto l’inaudito, ciò che non era possibile per mano d’uomo: a Dio è piaciuto rivelarsi agli uomini. “Placuit Deo revelare se ipsum”, afferma il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum (DV 2). Analogamente ai rapporti umani, nei quali nessuno può dire veramente di aver conosciuto il cuore di un altro se questi non lo mette a parte dei suoi segreti –“Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?” (1Cor 2, 11)- ma ben di più, poiché Dio supera realmente ogni possibilità di essere compreso: Egli ha voluto che noi potessimo conoscerLo e così amarLo ed ha reso possibile questo nel dono dell’Incarnazione. È per questo che tale ‘mistero’ non può più essere tenuto nascosto, non può essere condiviso solo da una ristretta cerchia di eletti, bensì deve essere predicato nelle piazze e sui tetti, perché tutti possano entrare nella comunione con Lui. Ecco che la chiesa concorda, da un lato, con l’ebraismo e l’islam nella coscienza che la trascendenza di Dio impedisce che si possa pretendere di vedere il Suo volto, ma, d’altro lato, annuncia che l’onnipotenza di Dio è tale che Egli si è potuto fare liberamente piccolo per giungere a comunicare con noi. A noi è impossibile conoscerlo con le nostre forze, non a Lui farsi da noi conoscere. La scoperta alla venuta del Cristo che tutta la storia è un disegno di Dio, che aveva preparato “in tanti e diversi modi” (Eb 1, 1) la sua completa rivelazione, svela così che il tempo che è passato e che passa non è una successione cronologica senza senso, ma che anzi esiste una ‘economia’ della salvezza. È ancora Paolo a far uso di questo straordinario termine greco (Ef 1, 10; 3, 9; 1 Tm1, 4) che ad uno orecchio moderno sembra riservato all’ambito produttivo e commerciale. “Dio ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà… per realizzare l’economia (il disegno) di ricapitolare tutte le cose in Cristo” afferma la lettera agli Efesini (Ef 1, 10): qui il termine ‘oikonomia’ ha ancora il suo significato originario di “legge della casa” (cfr. i termini greci “oikos”, “casa” e “nomos”, “legge”): l’universo intero, cioè, e tutta la storia sono come una casa governata da Dio padre che la dirige secondo il suo disegno di benevolenza, perché tutti i figli vi trovino pienezza di vita. In Cristo si manifestano così sia il volto di Dio ed il suo amore personale, sia il significato dell’intera storia che è la Sua ‘casa’, la realtà che Egli conduce perché giunga alla comunione con Lui. Ecco perché la fede cristiana può affermare: “Io so a chi ho creduto” (2Tim 1, 12)! Il ‘mistero’ impenetrabile di Dio e della storia umana ora in Cristo è svelato. Ed anche l’insistenza dell’arte cristiana non solo sulla possibilità, ma addirittura sull’obbligo di rappresentare Dio in immagini, testimonia questo ‘mistero’. Se, prima di Cristo, la raffigurazione di Dio poteva essere considerata bestemmia, ora che Dio si è manifestato in ‘forma’ d’uomo la negazione delle immagini equivarrebbe all’affermazione blasfema che Egli non si è incarnato e non si è reso visibile. Il Concilio secondo di Nicea (787 d.C.) dichiarando solennemente e per sempre che l’iconoclastia è contraria alla fede cristiana spalanca così la strada alla pittura ed alla scultura di modo che, in forme diverse, Giotto come Michelangelo, Rublev come Caravaggio, l’arte paleocristiana come la cappella di Matisse a Vence, ci pongono innanzi al ‘mistero’ di Dio che è uscito dal ‘mistero’ ed è venuto ad abitare in mezzo a noi.

 

Publié dans:Lettera a Timoteo - prima |on 23 mai, 2016 |Pas de commentaires »

SO A CHI HO CREDUTO” (1 TM 1, 12): CHE COSA SIGNIFICA ‘MISTERO’ NELLA FEDE CRISTIANA?

http://www.gliscritti.it/approf/2008/papers/lonardo010608.htm

SO A CHI HO CREDUTO” (1 TM 1, 12): CHE COSA SIGNIFICA ‘MISTERO’ NELLA FEDE CRISTIANA?

di Andrea Lonardo

Riprendiamo sul nostro sito l’articolo che don Andrea Lonardo ha scritto il 16/5/2008 per la rubrica In cammino verso Gesù (la rubrica pubblica ogni due settimane un breve articolo di approfondimento sul Gesù storico e la rilevanza del suo vangelo) del sito Romasette di Avvenire

Il Centro culturale Gli scritti (17/5/2008)

«Sia a un dio, sia a una dea consacrato, Caio Sestio, figlio di Caio Calvino pretore, per decreto del senato rifece». Così recita l’iscrizione di un altare romano della fine del II secolo a.C. che è ora custodito nel Museo Palatino, all’interno dell’area archeologica del Palatino, dove Augusto ed i suoi successori hanno avuto la loro residenza. Anche san Paolo, giunto ad Atene, dichiara di aver trovato “un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto” (At 17, 23). Questi due documenti, l’uno epigrafico e l’altro letterario, testimoniano della consapevolezza dell’uomo pagano di allora di non essere in grado di svelare il mistero del volto di Dio. L’ellenismo e la romanità imperiale non credevano più nei loro dei o, almeno, essi non riscaldavano più i loro cuori. Un velo di mistero impenetrabile circondava il divino. L’uomo, mentre si interrogava se gli dei esistessero veramente, non riusciva a vederne il volto. Era un dio od era una dea? Era un unico dio o esistevano diverse divinità? Esisteva un dio del bene ed uno del male? E, se ne esisteva uno solo, poteva agire con gli uomini in maniera personale? Era benefico o pericoloso? E che relazione poteva intercorrere tra la vita divina e quella umana? Potevano esse parlarsi, comunicare, amarsi? Iscrizioni come le due sopracitate esprimevano la religiosità che cercava di venerare il divino senza poterlo conoscere. Il culto, la pietas, aveva così il compito di tenere a bada questo ‘mistero’, di ottenerne i favori quale che fosse il suo volto indecifrabile. ‘Mistero’ voleva dire inconoscibilità: all’uomo non era dato di sapere, in fondo, nulla del mondo di Dio. L’annuncio del vangelo incontrò questa consapevolezza dell’uomo antico. Anche con una seconda accezione del termine “mistero” dovette misurarsi il cristianesimo. Infatti nel II secolo, quando il cristianesimo si era già diffuso nel Mediterraneo ed era giunto da tempo fino a Roma, i soldati dell’impero romano importarono nel mondo latino una nuova religione, il culto misterico di Mitra; avevano combattuto in Oriente ed alcuni di loro ne erano stati conquistati. Qui, all’accezione precedente del termine “mistero” se ne aggiungeva una seconda: Dio era misterico, misterioso, perché non era per tutti, non era per ogni uomo, ma solo per gli iniziati. Quel poco che si riteneva di conoscere di Dio non poteva essere donato indiscriminatamente, ma doveva essere rivelato solo dopo un complesso sistema rituale di iniziazione. Alle donne, ad esempio, era vietato l’accesso al culto mitraico; solo gli uomini potevano parteciparvi. Il culto di Mitra era così qualificabile come mistero in un doppio senso, perché sapeva di non poter giungere a rivelare pienamente il volto di Dio, ma anche perché quel dio non era Dio di tutti, ma solo di alcuni. Ecco, invece, la novità cristiana: Paolo, durante il discorso all’Areopago che abbiamo citato, subito aggiunge: “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (At 17, 23). In tredici passi dell’epistolario paolino, per indicare questo annunzio che svela il volto di Dio, troviamo il termine ‘mistero’; esso non è più inconoscibile, impenetrabile, lontano ed imperscrutabile e neanche riservato a pochi eletti, ma è “il mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche per ordine dell’eterno Dio a tutte le genti” (Rm 16, 25-26). Paolo, cresciuto nella familiarità con le Scritture, sa bene che l’uomo non può elevarsi sino a conoscere Dio con le proprie forze. Era stato, infatti, Dio stesso nel libro dell’Esodo ad insegnare a Mosè, a colui cioè che più di tutti era stato suo amico e suo messaggero: “Vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere”. Perché, allora, adesso i discepoli di Gesù annunciano che il ‘mistero’ è stato infine conosciuto? Perché è accaduto l’inaudito, ciò che non era possibile per mano d’uomo: a Dio è piaciuto rivelarsi agli uomini. “Placuit Deo revelare se ipsum”, afferma il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum (DV 2). Analogamente ai rapporti umani, nei quali nessuno può dire veramente di aver conosciuto il cuore di un altro se questi non lo mette a parte dei suoi segreti –“Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?” (1Cor 2, 11)- ma ben di più, poiché Dio supera realmente ogni possibilità di essere compreso: Egli ha voluto che noi potessimo conoscerLo e così amarLo ed ha reso possibile questo nel dono dell’Incarnazione. È per questo che tale ‘mistero’ non può più essere tenuto nascosto, non può essere condiviso solo da una ristretta cerchia di eletti, bensì deve essere predicato nelle piazze e sui tetti, perché tutti possano entrare nella comunione con Lui. Ecco che la chiesa concorda, da un lato, con l’ebraismo e l’islam nella coscienza che la trascendenza di Dio impedisce che si possa pretendere di vedere il Suo volto, ma, d’altro lato, annuncia che l’onnipotenza di Dio è tale che Egli si è potuto fare liberamente piccolo per giungere a comunicare con noi. A noi è impossibile conoscerlo con le nostre forze, non a Lui farsi da noi conoscere. La scoperta alla venuta del Cristo che tutta la storia è un disegno di Dio, che aveva preparato “in tanti e diversi modi” (Eb 1, 1) la sua completa rivelazione, svela così che il tempo che è passato e che passa non è una successione cronologica senza senso, ma che anzi esiste una ‘economia’ della salvezza. È ancora Paolo a far uso di questo straordinario termine greco (Ef 1, 10; 3, 9; 1 Tm1, 4) che ad uno orecchio moderno sembra riservato all’ambito produttivo e commerciale. “Dio ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà… per realizzare l’economia (il disegno) di ricapitolare tutte le cose in Cristo” afferma la lettera agli Efesini (Ef 1, 10): qui il termine ‘oikonomia’ ha ancora il suo significato originario di “legge della casa” (cfr. i termini greci “oikos”, “casa” e “nomos”, “legge”): l’universo intero, cioè, e tutta la storia sono come una casa governata da Dio padre che la dirige secondo il suo disegno di benevolenza, perché tutti i figli vi trovino pienezza di vita. In Cristo si manifestano così sia il volto di Dio ed il suo amore personale, sia il significato dell’intera storia che è la Sua ‘casa’, la realtà che Egli conduce perché giunga alla comunione con Lui. Ecco perché la fede cristiana può affermare: “Io so a chi ho creduto” (2Tim 1, 12)! Il ‘mistero’ impenetrabile di Dio e della storia umana ora in Cristo è svelato. Ed anche l’insistenza dell’arte cristiana non solo sulla possibilità, ma addirittura sull’obbligo di rappresentare Dio in immagini, testimonia questo ‘mistero’. Se, prima di Cristo, la raffigurazione di Dio poteva essere considerata bestemmia, ora che Dio si è manifestato in ‘forma’ d’uomo la negazione delle immagini equivarrebbe all’affermazione blasfema che Egli non si è incarnato e non si è reso visibile. Il Concilio secondo di Nicea (787 d.C.) dichiarando solennemente e per sempre che l’iconoclastia è contraria alla fede cristiana spalanca così la strada alla pittura ed alla scultura di modo che, in forme diverse, Giotto come Michelangelo, Rublev come Caravaggio, l’arte paleocristiana come la cappella di Matisse a Vence, ci pongono innanzi al ‘mistero’ di Dio che è uscito dal ‘mistero’ ed è venuto ad abitare in mezzo a noi.

Paolo e Timoteo: La fede come annuncio appassionato

http://www.paoline.org/paoline/allegati/15643/Scognamiglio_Esercizi_IVMeditazione.pdf

PAOLO E TIMOTEO

La fede come annuncio appassionato

P. Edoardo Scognamiglio, ofm

In questo breve capitolo abbiamo la possibilità di confrontarci con l’esperienza vocazionale e missionaria del giovane Timoteo posto dall’apostolo Paolo al governo della comunità cristiana in Efeso. In questa città si diffuse tantissimo il culto di Artemide e il cristianesimo rimase sempre ai margini della vita sociale, politica, economica e culturale di quel territorio. Timoteo si trova in una condizione di marginalità che gli provoca forte scoraggiamento e grande esitazione. La presenza di falsi profeti e di finti maestri non fa altro che aggravare le cose e rendere più difficile l’annuncio del
Vangelo.
L’attenzione è posta a 2Tm 4,1-13:
«4 [1] Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno:
[2]annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina.
[3]Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie,
[4]rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole.
[5]Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero.
[6]Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele.
[7]Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
[8]Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.
[9]Cerca di venire presto da me,
[10]perché Dema mi ha abbondonato avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia.
[11]Solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero.
[12]Ho inviato Tìchico a Efeso.
[13]Venendo, portami il mantello che ho lasciato a Troade in casa di Carpo e anche i libri, soprattutto le pergamene».

1. Timoteo, il figlio amato
Le lettere pastorali, di là della ricerca del vero autore1, ci presentano un’immagine più matura e docile di san Paolo, ben noto in altri scritti per il suo vigore e un certo linguaggio graffiante. Dalla gattabuia della prigione imperiale, l’apostolo delle genti sembra, attraverso la 2Tm, consegnare ai cristiani un vero e proprio testamento spirituale. Con la mente e il cuore, Paolo rivive i giorni in cui a Listra, presso una famiglia amica, incontrò il giovane Timoteo, il cui nome è già tutto un programma: “Colui che onora Dio”. Chissà, come sarà avvenuto quell’incontro! Forse, Paolo, inquieto nel cuore e ammaliato dalla forza della Parola – il Vangelo vivo di Gesù Cristo – incominciò a raccontare la sua singolare esperienza. Forse, i suoi occhi divennero come il fuoco, pieni di brace e le sue mani ansimarono nel momento in cui raccontò a quell’adolescente il suo incontro con Cristo. Fu sicuramente colpo di fulmine. Quasi certamente, come avviene anche oggi per i nostri giovani, Timoteo restò affascinato dalla forza di Paolo, dal suo entusiasmo, come pure dalla sicurezza di quell’annuncio. Ebbe bisogno, come d’altronde ciascuno di noi, di un modello
forte, stabile, rappresentativo: e imparò a condividere la stessa fame e la medesima sete che provò Paolo nei confronti di Gesù Cristo che morì e risuscitò anche per lui. La Parola, nelle parole di
Paolo, divenne un fuoco divorante, una fiamma che bruciò d’amore e di passione il cuore di Timoteo che s’impegnò a seguire il fabbricatore di tende. Il Vangelo, la Parola che non si lascia incatenare, unì per sempre il cuore dell’apostolo Paolo e quello del suo discepolo. Paolo e Timoteo impararono a condividere le gioie e le ansie, le attese e le speranze provocate dall’annuncio stesso del Vangelo. Essi capirono che amare è donare la vita, vincendo ogni sorta di paura, di perplessità, di resistenza, di pigrizia.
Timoteo era un giovinetto figlio di padre pagano e di madre giudea. Dopo la conversione e la circoncisione, Paolo lo prese con sé nel secondo viaggio missionario (cfr. At 6,1-3; 17,14-15). Timoteo rimase con Paolo durante la sua prima prigionia e fu poi mandato ad Efeso come vescovo. Paolo, arrestato a Roma, richiese ancora la sua compagnia. In 2Tm, con linguaggio esortativo e parenetico, Paolo prevede tempi difficili a causa della corruzione e della stoltezza degli uomini. Egli considerò Timoteo suo proprio figlio in quanto generato nella fede e si sentì responsabile per la stessa comunità di Efeso che Timoteo governò non senza problemi ed esitazioni. Nella lettera, Paolo si presenta come apostolo per volontà di Dio, quasi a dire che il suo ministero è opera divina: la ragione ultima della sua missione risiede nella stessa volontà o progetto del Padre.
Di Timoteo, l’apostolo Paolo ricorda le lacrime per il saluto d’addio e la fede schietta, senza ipocrisia. Forse, Timoteo pianse per l’arresto di Paolo a Troade, da dove fu trasportato per Roma.
Questa fede sincera, senza maschere, trova riscontro anche nel vissuto di Paolo che ha servito il Signore con pura coscienza (cfr. Rm 9,1; At 23,1). La fede schietta di Timoteo è stata ereditata da una famiglia religiosa: dalla nonna (Loide) e dalla madre (Eunice).
In 2Tm 1,6, Paolo chiede al giovane discepolo di ravvivare il carisma, ossia il dono di Dio che
è in lui mediante l’imposizione delle sue stesse mani. È come dire che lo Spirito è fuoco che brucia e arde, illumina e dona forza, vigore, amore e saggezza. Paolo cerca in tutti i modi di rincuorare il giovane Timoteo che forse appariva stanco e indeciso per situazioni gravi riguardanti la comunità cristiana di Efeso. Timoteo, in effetti, rappresenta ciascuno di noi che è messo alla prova e non riesce a vivere la fede in Gesù Cristo fino in fondo. Essenzialmente, Timoteo appare come un giovane timido e incerto, a volte anche tiepido. Il rimedio a questa fragilità è nell’invocazione dello Spirito Santo, ossia nel ravvivare il carisma ricevuto. Questo carisma è come un fuoco posto sotto la cenere: ha bisogno di essere ravvivato: si tratta di riaccendere il fuoco della fede! Timoteo deve vincere paure ed esitazioni: egli appare impacciato agli occhi di Paolo. In realtà, anche noi, dinanzi alle prove della vita, non facciamo altro che esitare e lasciarci prendere dalla paura.
Timoteo deve ritrovare la certezza della sua vocazione dentro di sé, ossia nel cuore dove è posta l’unzione dello Spirito! Il rito delle imposizioni delle mani indica il conferimento di un carisma specifico che serve da supporto al ministero della Parola (cfr. 1Tm 4,11-13). È un carisma che dona forza, coraggio, amore e dominio di sé (cfr. 2Tm 1,6-8). È lo Spirito che fa di noi dei testimoni coraggiosi del Vangelo! In effetti, Timoteo è abilitato a funzioni profetiche: insegnamento, governo, celebrazione. Particolarmente, egli deve insegnare e annunciare la Parola di vita. Lo Spirito spinge Timoteo verso l’esterno: lo abilita a predicare, a decidere, a governare, a giudicare, a discernere, a custodire la fede. È come se i doni dello Spirito Santo lo trasformassero a poco a poco. Paolo esorta Timoteo a soffrire per il Vangelo! Il giovane discepolo deve vincere questa paura (cfr. 2Tm 1,8), partecipando alla stessa sorte di Cristo e dello stesso Paolo che è sì in catene ma libero nel cuore. Come Paolo, il giovane discepolo deve lasciarsi consumare dalla Parola e far ardere nel cuore la buona notizia della morte e della risurrezione di Gesù Cristo. In effetti, soffrire per il Vangelo, anche per noi oggi, significa lasciarsi guidare da Cristo stesso e non dai nostri programmi!
Siamo ancora legati a un cristianesimo borghese, incapace di superare certi schemi e modelli pastorali, di uscire dalle sacrestie per confrontarsi serenamente con le attese della gente di strada e i problemi del mondo. Patire per Cristo, come Paolo e Timoteo – oggi – vuol dire accettare di stare ai margini della società e non avere paura di provare il disagio della minoranza, di chi non viene ascoltato in alcun modo.

2. Praedica Verbum
Consideriamo più da vicino il brano che abbiamo scelto per la nostra meditazione: 2Tm 4,1ss.
Paolo presenta una vera e propria supplica. È una preghiera che s’innalza al cospetto del Padre e di quel Cristo che è in procinto di giudicare i vivi e i morti, e sta per venire – manifestarsi – assieme al suo regno. Paolo chiede a Timoteo di annunciare il Vangelo – la Parola di vita – in ogni contesto e momento. L’appello dell’apostolo è intenso e drammatico: praedica Verbum. Annunzia la Parola sempre! In ogni circostanza e situazione di vita, in qualsiasi tempo o condizione, favorevole e non. Tutto è per la Parola. Ogni cosa prende senso e vita dal Verbo crocifisso e risorto.
Il Verbo, parola di vita, ha preso possesso dell’apostolo e così deve avvenire per Timoteo. Paolo fa riferimento al tempo “dolce” (“favorevole”, eu-kairos) e al tempo “non dolce” (“sfavorevole”, a- kairos).
L’accoramento di Paolo nasce dall’accrescersi della pericolosità dell’errore che si farà più seducente negli ultimi tempi, nonché dalla consapevolezza della sua morte imminente. Paolo è giunto alla fine. Il Vangelo lo ha condotto per sentieri oscuri, impervi. La Parola lo ha spogliato completamente! Timoteo, guardando alla testimonianza di Paolo, non può tirarsi indietro. Egli è il primo responsabile dell’annuncio della Parola ad Efeso. Sono molti i falsi maestri che qui operano creando disordine e spacciandosi per annunciatori di Cristo. Forse si tratta di insegnanti che solleticano l’udito con messaggi sbagliati e dottrine errate, ma pure con proposte accattivanti. Sono come i falsi profeti che riescono a pronunciare quelle stesse parole che la gente vuole sentirsi dire. Tali maestri sono portatori di favole e sogni che consolano e acquietano gli animi dei fedeli che volutamente si lasciano abbindolare e ingannare. Le parole e i linguaggi stucchevoli hanno preso il posto del Vangelo. È attualissimo il messaggio di Paolo: quanti falsi profeti e finti maestri pure oggi! Sono sempre più difficili i contesti in cui annunciare il Vangelo. La stessa missione della Chiesa è in crisi. La gente corre, oggi come allora, dietro a favole inventate che Paolo definisce “roba da vecchierelle”. La Parola ci pone innanzi alla verità del Vangelo, ai fatti nudi e crudi della croce, del Cristo che ha donato la sua vita per noi. La Parola non è ingannevole, bensì veritiera: appella-chiama, informa, esige la sequela e la conversione del cuore. Gli impostori vogliono strumentalizzare la Parola donando false speranze. I discepoli, invece, agiscono con speranza, divenendo servi della Parola.
Paolo, che era stato un fabbricatore di tende, sostenendosi da solo nei bisogni materiali, ci consegna una metafora molto intensa e drammatica per descrivere il sopraggiungere della sua morte: le vele sono sciolte. Paolo è in alto mare, in cammino. È giunto finalmente il tempo della partenza, ossia di lasciare questo mondo. Egli leva l’ancora e s’inoltra verso Cristo (cfr. Fil 1,23). Questo “sciogliere” non indica semplicemente il muoversi nel mare, bensì il rompersi di ogni legame, ossia indica la fine di un’esperienza. È, difatti, la fine: Paolo è pronto, cioè libero, consegnato, abbandonato nella Parola. La sua non è stata una consegna passiva, né una missione inutile: bensì un dono di Cristo. Per questo si offre liberamente per amore di Dio. Così, egli ha terminato la corsa e combattuto la buona battaglia. Egli è come l’olio che si versa sulle offerte, come il vino che prepara l’olocausto o l’acqua che si sparge sulla vittima prima dell’uccisione.
Paolo si sente come il buon atleta o corridore, come un buon soldato, uno che si è impegnato sino alla fine con successo. È quello che deve fare pure Timoteo e anche noi! Paolo è rimasto fedele. Il combattimento, la corsa e la corona di gloria sono simboli che riprendono gli usi sportivi del tempo e sottolineano, per Paolo, l’aspetto agonistico della vita cristiana. Il premio per lui sarà Gesù Cristo.
Come termina la vita di Paolo in questa lettera? Segnata certamente dall’ingratitudine di molti, dalla sofferenza e dalla solitudine. Paolo, abbandonato da tutti, ha compreso che l’unico privilegio concesso dalla Parola è quello della speranza. Perché coloro che annunziano il Vangelo di Gesù Cristo vivono di lui, sperano in lui, amano in lui. E vivono un’esistenza semplice, gioiosa, fiduciosa, trepidante per l’attesa della sua manifestazione gloriosa. Tutto sommato, Paolo sapeva che la vita cristiana è nuova solo in Cristo perché, essenzialmente, è una vita di attesa e di speranza, di morte e di risurrezione. Amici e discepoli, di fatto, gli hanno ferito il cuore, abbandonandolo. Così è stato per Dema, fuggito a Tessalonica; e anche per Crescente, rifugiatosi in Galazia, e per Tito. Luca e Marco lo hanno sorretto negli ultimi tempi. Tichico lo aveva lasciato per la missione ad Efeso. Attorno a Paolo, nel primo processo, si era creato il vuoto. Uomini di cartapesta – come Alessandro il ramaio – avevano fatto finta di seguirlo, di condividerne progetti e speranze. Solo il Signore gli era stato vicino. Ed è a lui che Paolo rimette la sua stessa vita. Eppure gli affetti sono ancora forti: un saluto va a Prisca e ad Aquila, i coniugi, gli amici, nonché benefattori di Paolo, e anche alla famiglia di Onesìforo.
I ricordi si spingono oltre: la memoria trova spazio per Eràsto rimasto a Corinto, per Tròfimo lasciato infermo a Mileto. Nel cuore di Paolo c’è tanta nostalgia: vuole rivedere presto Timoteo per abbracciarlo. Per lui reca il saluto di altri fratelli cristiani, di quelle persone accomunate dalla stessa speranza che nasce dal Vangelo vivo: Eubùlo, Pudènte, Lino, Claudia e tanti altri fratelli (cfr. 2Tm 4,20-22).
Che cosa resta di Paolo? Neanche il mantello che lasciò a Troade, presso Carpo, forse per la fretta dell’arresto e per l’insorgere immediato delle persecuzioni. Né i libri né le pergamene dei suoi viaggi. Nel cuore ha solo la speranza di vedere Cristo, la certezza di essere ancora liberato dal male e salvato. La Parola – il Vangelo vivo di Gesù Cristo – lo ha spogliato completamente, denudato fino al midollo. Tuttavia, Paolo è finalmente libero: da se stesso, dai suoi sogni, da false speranze. Egli vive nella libertà del Vangelo, dei figli di Dio. Nella gelida cella di Roma, Paolo sa che tutto sta per compiersi. Forse, il suo corpo è divenuto la sua vera tenda e la Parola il suo mantello, quella pergamena non scritto – il rotolo della vita – che ha cambiato completamente la sua esistenza.

3. Per la riflessione
Non è forse vero che capita anche a noi di trovarci nella stessa condizione dei cristiani di Efeso? Non è altrettanto vero che ci piace essere rassicurati e amiamo sentirci raccontare storielle e favole che ci danno sicurezza? L’unica Parola di salvezza, sembra dirci l’apostolo Paolo, è il
Vangelo di Gesù Cristo che è morto e risorto per la nostra salvezza. È dalla Parola della croce che nasce la speranza. Questa Parola ha il sopravvento sulla morte, sul peccato, sul male nel mondo e apre un varco nella storia per indicarci la giusta direzione da intraprendere.
Proviamo a dare un volto, un nome, a quei falsi maestri o a quegli idoli che ci tolgono la gioia di vivere e ci pongono nell’angoscia più che nella verità. Non abbiamo bisogno di maggior tempo da spendere per l’ascolto della Parola e l’approfondimento del Vangelo? Non è forse vero che dalle Sacre Scritture ci viene in dono la grazia di Dio? Quali sono i nostri punti di riferimento nel momento della prova, della sofferenza, dello scoraggiamento? Abbiamo sviluppato nella nostra vita quotidiana il carisma della natura docente? Sentiamo nel nostro cuore la domanda impellente che rendeva inquieto il cuore di don Alberione, ossia: “Dove cammina, come cammina, verso quale meta cammina questa umanità che si rinnova sempre sulla faccia della terra?”.
Oggi molti cristiani – e tantissimi religiosi e presbiteri – sentono difficile l’atto stesso della lettura, a fronte della maggiore facilità e immediatezza d’accesso ai mezzi audiovisivi. L’efficientismo della pastorale e di certi stili ecclesiali non aiutano a maturare il nostro rapporto vivo con la Parola. La lettura e la meditazione delle Sante Scritture è già un atto di conversione perché richiede raccoglimento, silenzio interiore ed esteriore, per mettersi in ascolto di Dio che ci parla. Una comunità che non vuole cadere semplicemente nell’efficientismo pastorale deve necessariamente dedicare un tempo all’ascolto orante della Parola.

4. Le sfide per la nuova evangelizzazione
Il disagio vissuto dal giovane vescovo di Efeso è di grande attualità per riflettere oggi sulle sfide per la nuova evangelizzazione che è essenzialmente una rinascita spirituale, ossia la capacità di rendere credibile il Vangelo con la propria testimonianza di vita, con maggiore vigore ed entusiasmo.
Anche se sul piano storico-archeologico non abbiamo tracce di una presenza di Timoteo ad Efeso, abbiamo però una buona documentazione in cui si prova che ad Efeso era molto diffuso il culto di Artemide. La tradizione cristiana afferma che ad Efeso si rifugiò l’apostolo Giovanni con la
Vergine Maria.
Efeso era una città celebre in tutto il mondo antico per i suoi indovini, per l’immenso tempio di
Artemide considerato una delle sette meraviglie del mondo e per lo splendido porto marittimo. La sua posizione ne faceva uno dei massimi centri commerciali del tempo, punto d’incontro tra Oriente e Occidente. Al tempo di san Paolo, Efeso fu la città più importante della provincia romana dell’Asia, ora Turchia occidentale. San Paolo la visitò per breve tempo durante il suo secondo viaggio missionario, mentre nel terzo viaggio si fermò per ben due anni, predicando senza posa il Vangelo e trasformandola in una comunità cristiana di grandi speranze (cfr. At 18,19; 19). I fabbricanti di statuette idolatriche, però, vedendo che ormai le compere andavano sempre più calando, a causa delle conversioni al cristianesimo, sentendosi seriamente compromessi nella loro attività, scatenarono un tumulto, e Paolo dovette partire (cfr. At 19,23-41; 20,1).
Le sfide del Vangelo sono presenti anche oggi così come al tempo di Paolo. Tali scenari della nuova evangelizzazione sono almeno sei e li possiamo così sintetizzare: secolarizzazione, migrazioni, mezzi di comunicazione sociale o anche globalizzazione, crisi economica, la ricerca scientifica e tecnologica, la crisi politica.
Ci troviamo in un’epoca di profonda secolarizzazione che ha perso la capacità di ascoltare e di comprendere la parola evangelica come un messaggio vivo e vivificante. Radicata in modo particolare nel mondo occidentale, frutto di episodi e movimenti sociali e di pensiero che ne hanno segnato in profondità la storia e l’identità, la secolarizzazione si presenta oggi nelle nostre culture attraverso l’immagine positiva della liberazione, della possibilità di immaginare la vita del mondo e dell’umanità senza riferimento alla trascendenza. In questi anni non ha più tanto la forma pubblica dei discorsi diretti e forti contro Dio, la religione e il cristianesimo, anche se in qualche caso questi toni anticristiani, antireligiosi e anticlericali si sono fatti udire anche di recente. Essa ha assunto piuttosto un tono dimesso che ha permesso a questa forma culturale di invadere la vita quotidiana delle persone e di sviluppare una mentalità in cui Dio è di fatto assente, in tutto o in parte, dall’esistenza e dalla coscienza umana. I tratti di un modo secolarizzato di intendere la vita segnano il comportamento quotidiano di molti cristiani, che si mostrano spesso influenzati, se non condizionati, dalla cultura dell’immagine con i suoi modelli e impulsi contraddittori. La mentalità edonistica e consumistica predominante induce in loro una deriva verso la superficialità e un egocentrismo che non è facile contrastare. Il credente si trova spesso ad agire in un contesto di totale diffidenza nei confronti del Vangelo.
Accanto a questo primo scenario culturale, ne possiamo indicare un secondo, più sociale: il grande fenomeno migratorio che spinge sempre di più le persone a lasciare il loro paese di origine e vivere in contesti urbanizzati, modificando la geografia etnica delle nostre città, delle nostre nazioni e dei nostri continenti. Da esso deriva un incontro e un mescolamento delle culture che le nostre società non conoscevano da secoli. Si stanno producendo forme di contaminazione e di sgretolamento dei riferimenti fondamentali della vita, dei valori per cui spendersi, degli stessi legami attraverso i quali i singoli strutturano le loro identità e accedono al senso della vita. L’esito culturale di questi processi è un clima di estrema fluidità e “liquidità” dentro il quale c’è sempre meno spazio per le grandi tradizioni, comprese quelle religiose, e per il loro compito di strutturare in modo oggettivo il senso della storia e le identità dei soggetti. A questo scenario sociale è legato quel fenomeno che va sotto il termine di globalizzazione, realtà di non facile decifrazione, che richiede ai cristiani un forte lavoro di discernimento.
Questo profondo miscuglio delle culture è lo sfondo sul quale opera un terzo scenario che va segnando in modo sempre più determinante la vita delle persone e la coscienza collettiva. Si tratta della sfida dei mezzi di comunicazione sociale, che oggi offrono enormi possibilità e rappresentano una delle grandi sfide per la Chiesa. Non c’è luogo al mondo che oggi non possa essere raggiunto e quindi non essere soggetto all’influsso della cultura mediatica e digitale che si struttura sempre più come il “luogo” della vita pubblica e della esperienza sociale. Il diffondersi di questa cultura porta con sé indubbi benefici: maggiore accesso alle informazioni, maggiore possibilità di conoscenza, di scambio, di forme nuove di solidarietà, di capacità di costruire una cultura sempre più a dimensione mondiale, rendendo i valori e i migliori sviluppi del pensiero e dell’espressione umana patrimonio di tutti. Queste potenzialità non possono però nascondere i rischi che la diffusione eccessiva di una simile cultura sta già generando. Si manifesta una profonda concentrazione egocentrica su di sé e sui soli bisogni individuali. Si afferma un’esaltazione della dimensione emotiva nella strutturazione delle relazioni e dei legami sociali. Si assiste alla perdita di valore oggettivo dell’esperienza della riflessione e del pensiero, ridotta in molti casi a puro luogo di conferma del proprio sentire. Si diffonde una progressiva alienazione della dimensione etica e politica della vita, che riduce l’alterità al ruolo funzionale di specchio e spettatore delle mie azioni.
Il quarto scenario che segna con i suoi mutamenti l’azione evangelizzatrice della Chiesa è quello economico. La perdurante crisi economica nella quale ci troviamo segnala il problema di utilizzo di forze materiali, che fatica a trovare le regole di un mercato globale capace di tutelare una convivenza più giusta.
Il quinto scenario è quello della ricerca scientifica e tecnologica. Viviamo in un’epoca che non si è ancora ripresa dalla meraviglia suscitata dai continui traguardi che la ricerca in questi campi ha saputo superare. Tutti possiamo sperimentare nella vita quotidiana i benefici arrecati da questi progressi. Tutti siamo sempre più dipendenti da questi benefici. La scienza e la tecnologia corrono così il rischio di diventare i nuovi idoli del presente.
Il sesto scenario è quello politico. È giunta la fine della divisione del mondo occidentale in due blocchi con la crisi dell’ideologia comunista. Ciò ha favorito la libertà religiosa e la possibilità di riorganizzazione delle Chiese storiche. L’emergere sulla scena mondiale di nuovi attori economici, politici e religiosi, come il mondo islamico, mondo asiatico, ha creato una situazione inedita e totalmente sconosciuta, ricca di potenzialità, ma anche piena di rischi e di nuove tentazioni di dominio e di potere. In questo scenario, l’impegno per la pace, lo sviluppo e la liberazione dei popoli; il miglioramento delle forme di governo mondiale e nazionale; la costruzione di forme possibili di ascolto, convivenza, dialogo e collaborazione tra le diverse culture e religioni; la custodia dei diritti dell’uomo e dei popoli, soprattutto delle minoranze; la promozione dei più deboli; la salvaguardia del creato e l’impegno per il futuro del nostro pianeta, sono tutti temi e settori da illuminare con la luce del Vangelo.

Edoardo Scognamiglio (1970), frate minore conventuale, è teologo e filosofo. Insegna Teologia dogmatica a Napoli presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e Dialogo interreligioso e Introduzione all’Islam a
Roma presso la Pontificia Università Urbaniana. Consultore del Santo Padre dal 2009 per il Pontificio Consiglio per la Famiglia, fra Edoardo si occupa da lungo tempo del dialogo interreligioso.
A Maddaloni (NA) dirige il Centro Studi Francescani per il Dialogo interreligioso e le culture ed è responsabile per la Diocesi di Caserta dell’Ufficio ecumenico. In Europa è tra i massimi conoscitori del pensiero e dell’opera letteraria del poeta libanese Khalil
Gibran. Negli ultimi anni si dedica alla pratica della lectio divina con gruppi di giovani, consacrati e laici. È autore di numerosi saggi di filosofia, teologia, storia delle religioni e letteratura. Ha pubblicato diversi libri con le Paoline.
Nel giugno scorso è stato confermato Ministro Provinciale dell’Ordine dei frati minori conventuali della Provincia di Napoli e Basilicata.

PADRE RANIERO CANTALAMESSA – SAN PAOLO A TIMOTEO

http://www.vatican.va/liturgical_year/holy-week/2011/documents/holy-week_homily-fr-cantalamessa_20110422_it.html

CELEBRAZIONE DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

OMELIA DI PADRE RANIERO CANTALAMESSA, O.F.M. Cap.,
PREDICATORE DELLA CASA PONTIFICIA

Basilica di San Pietro
Venerdì Santo, 22 aprile 2011

SAN PAOLO A TIMOTEO

Nella sua passione — scrive san Paolo a Timoteo — Gesù Cristo «ha dato la sua bella testimonianza» (1 Timoteo, 6, 13). Ci domandiamo: testimonianza di che? Non della verità della sua vita e della sua causa. Molti sono morti, e muoiono ancor oggi, per una causa sbagliata, credendo che sia giusta. La risurrezione, essa sì che testimonia la verità di Cristo: «Dio ha dato a tutti prova sicura su Gesù, risuscitandolo dai morti», dirà l’apostolo all’Areopago di Atene (Atti, 17, 31).
La morte non testimonia la verità, ma l’amore di Cristo. Di tale amore essa costituisce, anzi, la prova suprema: «Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici» (Giovanni, 15, 13). Si potrebbe obbiettare che c’è un amore più grande che dare la vita per i propri amici, ed è dare la vita per i propri nemici. Ma questo è precisamente quello che Gesù ha fatto: «Cristo morì per gli empi, scrive l’apostolo nella Lettera ai Romani. A stento, qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Romani, 5, 6-8). «Ci ha amati quando eravamo nemici, per poterci rendere amici» (S. Agostino, Commento alla Prima Lettera di Giovanni, 9, 9 [PL 35, 2051]).
Una certa unilaterale «teologia della croce» può farci dimenticare l’essenziale. La croce non è solo giudizio di Dio sul mondo, confutazione della sua sapienza e rivelazione del suo peccato. Non è il no di Dio al mondo, ma il suo sì d’amore: «L’ingiustizia, il male come realtà — scrive il Papa nel suo ultimo libro su Gesù — non può semplicemente essere ignorato, lasciato stare. Deve essere smaltito, vinto. Questa è la vera misericordia. E che ora, poiché gli uomini non ne sono in grado, lo faccia Dio stesso — questa è la bontà incondizionata di Dio» (cfr. J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II parte, Libreria Editrice Vaticana, 2011, pp. 151).
Ma come avere il coraggio di parlare dell’amore di Dio, mentre abbiamo davanti agli occhi tante sventure umane, come la catastrofe abbattutasi sul Giappone, o le tragedie consumatesi in mare nelle ultime settimane? Non parlarne affatto? Ma rimanere del tutto in silenzio sarebbe tradire la fede e ignorare il senso del mistero che stiamo celebrando.
C’è una verità da proclamare forte il Venerdì santo. Colui che contempliamo sulla croce è Dio «in persona». Sì, è anche l’uomo Gesù di Nazaret, ma questi è una sola persona con il Figlio dell’eterno Padre. Finché non si riconosce e non si prende sul serio il dogma di fede fondamentale dei cristiani — il primo definito dogmaticamente a Nicea — che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, Dio lui stesso, della stessa sostanza del Padre, il dolore umano resterà senza risposta.
Non si può dire che «la domanda di Giobbe è rimasta inevasa», che neppure la fede cristiana ha una risposta da dare al dolore umano, se in partenza si rifiuta la risposta che essa dice di avere. Cosa si fa per assicurare qualcuno che una certa bevanda non contiene veleno? La si beve prima di lui, davanti a lui! Così ha fatto Dio con gli uomini. Egli ha bevuto il calice amaro della passione. Non può essere dunque avvelenato il dolore umano, non può essere solo negatività, perdita, assurdo, se Dio stesso ha scelto di assaporarlo. In fondo al calice ci deve essere una perla.
Il nome della perla lo conosciamo: risurrezione! «Io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev’essere manifestata a nostro riguardo» (Romani, 8, 18), e ancora «Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse, 21, 4).
Se la corsa per la vita finisse quaggiù, ci sarebbe davvero da disperarsi al pensiero dei milioni e forse miliardi di esseri umani che partono svantaggiati, inchiodati dalla povertà e dal sottosviluppo al punto di partenza, e questo mentre alcuni, pochi, si concedono ogni lusso e non sanno come spendere le somme spropositate che guadagnano.
Ma non è così. La morte non solo azzera le differenze, ma le rovescia. «Morì il povero e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo — morì anche il ricco (epulone) e fu sepolto nell’inferno» (cfr. Luca, 16, 22-23). Non possiamo applicare in maniera semplicistica questo schema alla realtà sociale, ma esso è lì ad ammonirci che la fede nella risurrezione non lascia nessuno nel suo quieto vivere. Ci ricorda che la massima «vivere e lasciar vivere» non deve mai trasformarsi nella massima «vivere e lasciar morire».
La risposta della croce non è solo per noi cristiani, è per tutti, perché il Figlio di Dio è morto per tutti. C’è nel mistero della redenzione un aspetto oggettivo e un aspetto soggettivo; c’è il fatto in se stesso e la presa di coscienza e la risposta di fede ad esso. Il primo si estende al di là del secondo. «Lo Spirito Santo — dice un testo del Vaticano II — in un modo noto a Dio, offre a ogni uomo la possibilità di essere associato al mistero pasquale» (Gaudium et spes, 22).
Uno dei modi di essere associati al mistero pasquale è proprio la sofferenza: «Soffrire — scriveva Giovanni Paolo II all’indomani del suo attentato e della lunga degenza a esso seguita — significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente sensibili all’opera delle forze salvifiche di Dio offerte all’umanità in Cristo» (Salvifici doloris, 23). La sofferenza, ogni sofferenza, ma specialmente quella degli innocenti, mette in contatto in modo misterioso, «noto solo a Dio», con la croce di Cristo.
Dopo Gesù, quelli che hanno «dato la loro bella testimonianza» e che «hanno bevuto il calice» sono i martiri! I racconti della loro morte erano intitolati all’inizio «passio», passione, come quello delle sofferenze di Gesù che abbiamo appena ascoltato. Il mondo cristiano è tornato a essere visitato dalla prova del martirio che si credeva finita con la caduta dei regimi totalitari atei. Non possiamo passare sotto silenzio la loro testimonianza. I primi cristiani onoravano i loro martiri. Gli atti del loro martirio venivano letti e fatti circolare tra le chiese con immenso rispetto. Proprio oggi, Venerdì santo del 2011, in un grande Paese dell’Asia, i cristiani hanno pregato e marciato in silenzio per le vie di alcune città per scongiurare la minaccia che incombe su di loro.
C’è una cosa che distingue gli atti autentici dei martiri da quelli leggendari, costruiti a tavolino dopo la fine delle persecuzioni. Nei primi, non c’è quasi traccia di polemica contro i persecutori; tutta l’attenzione è concentrata sull’eroismo dei martiri, non sulla perversità dei giudici e dei carnefici. San Cipriano ordinerà perfino ai suoi di dare venticinque monete d’oro al carnefice che gli taglierà la testa. Sono discepoli di colui che morì dicendo: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». «Il sangue di Gesù — ci ha ricorda il Papa nel suo ultimo libro — parla un’altra lingua rispetto a quello di Abele (cfr. Ebrei, 12, 24): non chiede vendetta e punizione, ma è riconciliazione» (J. Ratzinger – Benedetto XVI, op. cit. p. 211).
Anche il mondo si inchina davanti ai testimoni moderni della fede. Si spiega così l’inatteso successo in Francia del film Uomini di Dio che narra la vicenda dei sette monaci cistercensi trucidati a Tibhirine nel marzo del 1996. E come non rimanere ammirati dalle parole scritte nel suo testamento dall’uomo politico cattolico, Shahbaz Bhatti, ucciso per la sua fede, il mese scorso? Il suo testamento è lasciato anche a noi, suoi fratelli di fede, e sarebbe ingratitudine lasciarlo cadere presto nell’oblio.
«Mi sono state proposte — scriveva — alte cariche al Governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora, in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del mio Paese, Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire».
Sembra di riascoltare il martire Ignazio di Antiochia, quando veniva a Roma a subire il martirio. Il silenzio delle vittime non giustifica però la colpevole indifferenza del mondo dinanzi alla loro sorte. «Perisce il giusto — lamentava il profeta Isaia — e nessuno ci bada. I pii sono tolti di mezzo e nessuno ci fa caso» (Isaia, 57, 1)!

I martiri cristiani non sono i soli, abbiamo visto, a soffrire e a morire intorno a noi. Cosa possiamo offrire a chi non crede, oltre la nostra certezza di fede che c’è un riscatto per il dolore? Possiamo soffrire con chi soffre, piangere con chi piange (Romani, 12, 15). Prima di annunciare la risurrezione e la vita, davanti al lutto delle sorelle di Lazzaro, Gesù «scoppiò in pianto» (Giovanni, 11, 35). In questo momento, soffrire e piangere, in particolare, con il popolo giapponese, reduce da una delle più immani catastrofi naturali della storia. Possiamo anche dire a questi fratelli in umanità che siamo ammirati della loro dignità e dell’esempio di compostezza e mutuo soccorso che hanno dato al mondo.
La globalizzazione ha almeno questo effetto positivo: il dolore di un popolo diventa il dolore di tutti, suscita la solidarietà di tutti. Ci dà occasione di scoprire che siamo una sola famiglia umana, legata nel bene e nel male. Ci aiuta a superare le barriere di razza, colore e religione. Come dice il verso di un nostro poeta, «Uomini, pace! Nella prona terra troppo è il mistero» (G. Pascoli, I due fanciulli).
Dobbiamo però raccogliere anche l’insegnamento che c’è in eventi come questo. Terremoti, uragani e altre sciagure che colpiscono insieme colpevoli e innocenti non sono mai un castigo di Dio. Dire il contrario, significa offendere Dio e gli uomini. Sono però un ammonimento: in questo caso, l’ammonimento a non illuderci che basteranno la scienza e la tecnica a salvarci. Se non sapremo imporci dei limiti, possono diventare proprio esse, lo stiamo vedendo, la minaccia più grave di tutte.
Ci fu un terremoto anche al momento della morte di Cristo: «Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, visto il terremoto e le cose avvenute, furono presi da grande spavento e dissero: “Veramente, costui era Figlio di Dio”» (Matteo, 27, 54). Ma ce ne fu un altro ancora «più grande» al momento della sua risurrezione: «Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra» (Matteo, 28, 2). Così sarà sempre. A ogni terremoto di morte succederà un terremoto di risurrezione e di vita.
Qualcuno ha detto: «Ormai solo un dio ci può salvare», «Nur noch ein Gott kann uns retten» (Antwort. Martin Heidegger im Gespräch, Pfullingen 1988). Abbiamo una garanzia certa che lo farà perché «Dio ha tanto amato il mondo da dare per esso il suo Figlio unigenito» (Giovanni, 3, 16). Prepariamoci perciò a cantare con rinnovata convinzione e commossa gratitudine le parole della liturgia: «Ecce lignum crucis, in quo salus mundi pependit: Ecco il legno della croce da cui pendette la salvezza del mondo. Venite, adoremus: venite adoriamo».

L’Osservatore Romano, Edizione quotidiana 23 aprile 2011

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