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Rembrant, Saint Paul Apostole

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Publié dans:immagini sacre |on 29 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

L’INNO DELL’APOSTOLO PAOLO ALLA CARITÀ ATTUALIZZATO DA UN GIORNALISTA

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L’INNO DELL’APOSTOLO PAOLO ALLA CARITÀ ATTUALIZZATO DA UN GIORNALISTA

Luigi Accattoli

Castelvenere – sabato 7 febbraio 2009

1 Corinti 13, 1-13

1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

Non faremo una lettura esegetica: non è affar mio. Faremo una lettura da cristiani comuni. Qui abbiamo il vescovo e il parroco, che potrebbero dirci di più. Noi cristiani comuni facciamo una lettura dal punto di vista dell’uomo d’oggi, nella sua lingua media e nella sua media cultura. Ci chiediamo a che cosa penserebbe oggi l’apostolo Paolo dicendo “la carità è paziente, è benigna”. Allora ammaestrava i cristiani di Corinto che si cavavano gli occhi animatamente gareggiando per la leadership della comunità, oggi magari sarebbe colpito dalla sfida tra cristiani che si vituperano con altrettanta animazione a invettive in crociate: “voi di destra, voi di sinistra…”. Sarebbe colpito da questo e da molto altro. Proviamo a chiederci da cosa, seguendo l’inno parola per parola. Per gente semplice quale noi siamo l’inno alla carità è un testo centrale del Nuovo Testamento, come il Simposio di Platone, con il suo elogio dell’eros, è un testo centrale dell’umanesimo greco. E come l’enciclica Deus caritas est di papa Benedetto è un testo centrale per il cristianesimo di oggi. E come le parole di Teresa di Lisieux “Nel cuore della Chiesa mia madre io voglio essere l’amore” sono un dono capitale per ognuno di noi. Teresa e Benedetto ci dicono insieme l’attualità dell’inno di Paolo. L’inno, come si dice a scuola, lo possiamo dividere in tre parti. E’ detto “inno” perchè ha l’afflato di un canto, di una poesia. E’ uno dei testi in cui Paolo si fa poeta. Chiameremo la prima parte: il primato della carità, versetti 1-3. La seconda la chiameremo: natura e opere della carità, versetti 4-7. La terza: la carità dura per sempre, ovvero l’eternità dell’amore, versetti 8-13. Siamo probabilmente nel 53 dopo Cristo quando Paolo scrive la Prima lettera ai Corinti: cioè appena venti o quindici anni dopo che i primi cristiani hanno fatto l’esperienza della morte e della resurrezione di Cristo. Prima della redazione dei Vangeli. In questa lettera è la narrazione dell’ultima cena, la prima che sia giunta a noi (capitolo 11). Incredibile tempismo di Paolo. L’Anno Paolino ci provoca a riflettere sulla posizione principe di Paolo nel Nuovo Testamento. In questa lettera Paolo parla a una comunità cristiana con forti divisioni interne, simile alla Chiesa di oggi; inserita in una società libertaria, che amava ostentare l’attrazione dei corpi, proprio come la nostra. Tra i cristiani di Corinto c’è “uno che convive con la moglie di suo padre” (5, 1). E’ in questa lettera che Paolo dice: “Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo” (4, 15). E’ qui che leggiamo le parole consolanti per ogni coppia cristiana: “Il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente” (7, 14). Qui ancora leggiamo: “Mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (9, 22). E’ qui il motto “Se Cristo non è risorto, vuota è allora la nostra predicazione” (15, 14). Nel vasto mondo di questa lettera vi è come un culmine, che è il nostro inno alla carità. Esso sgorga dal cuore di Paolo in risposta alla diatriba di quella rissosa comunità, lacerata dalla contesa tra i portatori dei carismi di maggiore richiamo: il dono delle lingue, quello delle guarigioni, quello dei miracoli, quello della conoscenza, quello della profezia. Di fronte a tale contesa Paolo dice: “desiderate i carismi più grandi” e subito aggiunge che il più grande è l’amore, “la via più sublime” (12, 31). 1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. Che cos’è questa “carità” di cui parla, dopo aver detto “vi mostrerò la via più sublime”? E’ un dono, è una via, ma è anche molto di più: è l’amore, è Dio. Il Dio di Gesù Cristo che un’altra “lettera” del Nuovo Testamento, la Prima di Giovanni, qualifica come “amore”: “Dio è amore: chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (4, 16). Dobbiamo dunque dire “carità”, o dobbiamo dire “amore”? La parola dei testi originali greci è la stessa: “agape”. Noi useremo ambedue le parole italiane, ma diciamo subito che per sentire la forza piena di questo inno, il trasporto con cui esso erompe dal cuore di Paolo, è utile provare a leggerlo mettendo la parola “amore” dove la traduzione della CEI mette “carità”. Perchè nella cultura nostra “carità” e “amore” non sono la stessa cosa. “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli”: cioè ogni linguaggio, anche quelli sconosciuti agli umani. Mi viene in mente Tolkien, l’autore de Il Signore degli anelli, che fa parlare stregoni e orchetti, hobbit e nani, elfi e kent, uomini selvaggi e troll e ha la bellissima espressione: “Tutte le stirpi dotate di parola”. Ecco dunque, in linguaggio d’oggi, “le lingue degli uomini e degli angeli”. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. La carità vale più della profezia, più della conoscenza e più della fede, addirittura più dei miracoli. Qui per certo occorre sostare. Per capire bene. La fede non è al di sopra di tutto? No, ci dice Paolo, al di sopra c’è la carità, cioè l’amore, cioè Dio. E se anche la fede fosse clamorosamente grande, da operare segni straordinari, non eguaglierebbe comunque l’amore. Perché la fede mi porta a Dio, mi congiunge al Signore; l’amore invece è Dio: ecco perché è più in alto. Ed ecco perché è meglio leggere “amore” dove è scritto “carità”. Ma possiamo usare la stessa parola per dire Dio (Dio è amore) e per dire il dono che ci viene da Dio (Dio ci dona il suo amore) e per dire infine che quel dono siamo chiamati a trasmetterlo ai fratelli (amare gli altri come Dio li ha amati)? Possiamo: questa è la meraviglia cristiana! C’è come un’attrazione, una calamita che ci destina, ci chiama, ci attrae verso Dio per questa via “sublime”: egli che è amore viene a noi con il suo amore e ci insegna ad amare. Purchè noi accettiamo di aprirgli il cuore, di fargli spazio. Di obbedire all’amore. L’amore obbedisce all’amore. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. E’ forse il versetto più importante per noi, la chiave a noi dedicata per permetterci di entrare in questo grande testo cristiano. Una chiave dedicata a noi uomini e donne dell’inizio del terzo millennio, che siamo sensibilissimi all’amore e sensibili alla carità ma tendiamo a ridurla alla beneficienza. Attenzione dunque: la carità non è la Caritas! Non la possiamo ridurre al solo soccorso del bisognoso. Qui più che mai diviene chiaro che non basta tradurre “carità”, ma bisogna arrivare a tradurre “amore”. Ecco come il papa nell’enciclica “Deus Caritas est” segnala questo punto decisivo: “San Paolo, nel suo inno alla carità (cfr 1Cor 13) ci insegna che la carità è sempre più che semplice attività: ‘Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova’. Questo inno deve essere la Magna Carta dell’intero servizio ecclesiale; in esso sono riassunte tutte le riflessioni che nel corso di questa Lettera enciclica, ho svolto sull’amore” (34). Chiediamoci – proviamo a chiederci – che cosa mancherebbe, che cosa potrebbe mancare in una donazione di tutte le proprie sostanze e addirittura della propria vita fatta senza “la carità”. Ci riesce difficile intenderlo, ed è naturale perché si sta parlando indirettamente di Dio e Dio è pur sempre di suo inconoscibile, nonostante la conoscenza “per speculum” che ce ne ha fornita il Cristo. Qui – come in altri passi dell’inno – avvertiamo che Paolo ci parla per paradossi, per iperboli. Per dirci qualcosa che propriamente non si può dire. Per un tentativo di comprensione ascoltiamo ancora il papa: “L’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo. L’intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell’altro diventa così un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona” (ivi). 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. Nella seconda parte dell’inno Paolo con linguaggio discorsivo e quasi narrativo – non definitorio: Dio non può essere definito – ci indica 15 note o caratteristiche dell’amore: è come una cascata di attributi di crescente intensità, a indicare qualcosa che supera ogni immaginazione – appunto perché è Dio, in definitiva, al centro dell’inno e non semplicemente un carisma o una virtù. Osserva il cardinale Martini (nel volume L’Utopia alla prova di una comunità, Piemme 1998, p. 129) che sette delle note sono positive e otto negative e anche le positive “richiedono un patire più che un agire”. Forse – ipotizza Martini – Paolo vuole segnalarci che “amare non significa fare qualcosa per gli altri, come si pensa abitualmente, ma piuttosto sopportare gli altri come sono” (ivi). “Sopportare” dice, ma io direi accettare, accogliere: un poco come fanno i genitori con i figli, che non li sopportano ma li accolgono. Torneremo su questa pietra di paragone dell’amore oblativo che è quello materno-paterno. Il modello in questa elencazione è la figura di Gesù che tutto sopporta – per amore – fino alla croce. E a sua volta il comportamento di Cristo rinvia al Padre “ricco di misericordia”. La carità è paziente come l’amore dei genitori che si alzano anche dieci volte la notte per il bambino che piange; è benigna la carità: cioè benevola e benefica secondo l’insegnamento di Cristo che passa beneficando quanti incontra – dunque fa festa se viene ritirata una scomunica; non è invidiosa la carità: per esempio non dice al papa da sinistra “ma quante concessioni stai facendo ai tradizionalisti” – ovvero, da destra: “stai sopportando troppo gli abusi dei novatori”; non si vanta: qui faccio un esempio in positivo: gli italiani hanno molto operato durante l’occupazione nazista per salvare gli ebrei; mi sono occupato a lungo della materia e non ho mai trovato uno dei salvatori che abbia menato vanto del gesto compiuto; non si gonfia: si gonfia invece chi giudica gli altri cristiani con commiserazione: “voi di sinistra” non siete a difesa della vita, “voi di destra” non volete l’accoglienza dello straniero; e chi è di centro si gonfia magari due volte: “ma che cristiani siete voi di sinistra e voi di destra, che dimenticate questo e quello? Noi di centro invece…”; non manca di rispetto: possiamo dire che non siamo d’accordo con il papà di Eluana senza mancargli di rispetto come fa per esempio chi lo definisce “assassino”; non cerca il suo interesse: perché cerca l’interesse di Cristo e di tutti in Cristo, evitando ogni movimento teso a occupare i primi posti nella vita della comunità; non si adira come chi dice “ha esagerato e ora gliela facciamo pagare”, parole che vengono lanciate a chi si azzarda a uscire dal coro, in ogni direzione; non tiene conto del male ricevuto: il comportamento di “misericordia” del papa verso i vescovi lefebvriani, due dei quali l’avevano persino accusato di eresia; non gode dell`ingiustizia: quando vediamo un ladruncolo che viene ucciso per “eccesso di difesa” – ecco quella è un’ingiustizia – di essa non possiamo compiacerci; ma si compiace della verità: anche quando non coincide con la nostra opinione, perché Dio è verità e chi dice la verità parla a nome di tutti (avesse anche a toccare argomenti spinosi, come il comportamento dei cattolici in tangentopoli o quello dei preti pedofili). 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Tutto copre: anche la mancanza di documenti dell’immigrato clandestino, come certamente faranno i medici cristiani nonostante la norma che è stata introdotta con il pacchetto sicurezza e che li autorizza alla delazione. Tutto crede: anche le giustificazioni di comportamenti apparentemente ingiustificabili, proprio come fanno i genitori con i figli, tanto che la loro testimonianza non vale in tribunale. Tutto spera: anche il risveglio di Eluana, per la quale proprio oggi è stato interrotto il sostentamento nutrizionale. Tutto sopporta: nella 2Timoteo 2, 10 Paolo dice “tutto sopporto per amore degli eletti” – pensate a una donna abbandonata dal marito che non sparla di lui con i figli: che cioè sopporta il tradimento per non trasmettere veleno ai figli che ama. Queste quattro assolutizzazioni o “totalità” ci dicono quanto sia esigente l’amore cristiano. Ecco una considerazione di papa Benedetto che ci ha proposto il 26 novembre scorso, in una delle catechesi dedicate all’Anno paolino, con riferimento al nostro inno: “L’amore cristiano è quanto mai esigente poiché sgorga dall’amore totale di Cristo per noi: quell’amore che ci reclama, ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, sino a tormentarci, poiché costringe ciascuno a non vivere più per se stesso, chiuso nel proprio egoismo, ma per ‘Colui che è morto e risorto per noi’ (cfr 2 Cor 5,15). L’amore di Cristo ci fa essere in Lui quella creatura nuova (cfr 2 Cor 5,17) che entra a far parte del suo Corpo mistico che è la Chiesa”. Attualizzo per chi è padre o madre: essere cristiani vuol dire tendere ad avere con ogni persona che incontriamo la stessa “benevolenza” che abbiamo verso i nostri figli. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Poiché l’amore è divino, anzi è Dio stesso, esso non avrà mai fine: non può finire e resterà quando ogni altra realtà sarà finita. Cioè avrà raggiunto il suo fine. Cioè sarà ricapitolata in Dio. Insomma, alla fine ci sarà solo l’amore. Dio sarà tutto in tutti e tutto sarà in Dio. Cioè tutto sarà amore. Io qui vedrei un argomento per la salvezza finale d’ogni creatura. Ma lasciamo questo ai teologi. L’intenzione di Paolo è di indurre i litigiosi cristiani di Corinto a mirare in alto, lasciando le dispute su che cosa valga di più, la profezia o le lingue. Egli dice: badate che tutto questo per cui vi combattete finirà e intanto nella vostra diatriba sacrificate l’amore, che mai finirà! Potremmo applicare il richiamo di Paolo alla grande disputa che divide oggi i cristiani: se privilegiare la solidarietà sociale, la pace, l’accoglienza degli stranieri; o la difesa della famiglia, della vita e della libertà educativa. Paolo ci direbbe: tutto questo finisce, cercate piuttosto l’amore che “non avrà mai fine”. Non è lo stare a sinistra o a destra che fa la differenza, ma il fatto che vi si stia o non vi si stia in nome dell’amore, cioè per amare. Gli schieramenti politici sono modalità per prendersi cura della costruzione della società, ragionevolmente tutte valide, purché perseguite nell’amore! E c’è una riprova per sapere se lo si fa con amore o no: non ci muove l’amore se il richiamo ai valori cristiani lo svolgiamo per prevalere sui cristiani di altri schieramenti invece che per convincere della loro bontà chi cristiano non è. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. Qui Paolo ci invita a guardare alla nostra vita cristiana come a una crescita nell’avvicinamento al Signore, fino a quando lo vedremo “faccia a faccia”. E ci incoraggia anche, a non perderci d’animo di fronte alle difficoltà che incontriamo nella politica, nelle professioni, nell’educazione dei figli, nella partecipazione alla vita della Chiesa, perché in un certo senso l’amore non può essere sconfitto, essendo eterno. Esso “vince sempre anche se al momento questo non appare: ciò che si è fatto con amore e per amore non avrà mai fine, anche se in questo mondo non viene riconosciuto” (Carlo Maria Martini, l.c., p. 131). Potremmo applicare questo spunto sull’amore che non va mai perduto, che capitalizza in Dio, alla fatica e anche ai fallimenti di noi genitori: quanto avremo dato ai figli in denaro e case e libri e fatica e libertà e severità, tutto finirà, ma resterà solo l’amore che gli avremo trasmesso; e quello resterà oltre ogni fallimento nostro e oltre ogni ribellione loro. Lo possiamo applicare – questo spunto dell’amore che non si perde – anche alle persone che amano senza essere riamate, o che continuano ad amare chi non è più sulla terra: il loro amore non va perduto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità! E’ come se Paolo dai tumultuosi e petulanti cristiani di Corinto sentisse venire l’obiezione che anche la fede e la speranza non si perdono e durano. Ed ecco la sua risposta: quando saremo in Dio cesseranno anche la fede e la speranza, ma sempre resterà l’amore e dunque esso è più grande. Perché viene da Dio, perché è Dio. E perché Dio è all’inizio e alla fine, alfa e omega. In conclusione di nuovo ci affidiamo all’insegnamento del papa e in particolare a queste parole dell’enciclica Deus caritas est che dovremmo memorizzare: “L’amore è la luce – in fondo l’unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire. L’amore è possibile, e noi siamo in grado di praticarlo perché creati ad immagine e somiglianza di Dio. Vivere l’amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo, ecco ciò a cui vorrei invitare con la presente enciclica” (n. 39). Ogni uomo è capace di amore, anche il non credente. E l’amore è frequente e lo Spirito lo suscita dove vuole. A noi il compito di accompagnare quel soffio, di accoglierlo in noi, di risvegliarne la percezione nei nostri contemporanei e di affidarci con fiducia alla sua pedagogia. “L’amore cresce attraverso l’amore” dice ancora Benedetto nella sua enciclica (n. 18) fino alla pienezza finale in Dio.

31 GENNAIO 2016 | 4A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

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31 GENNAIO 2016 | 4A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

 » Ger 1,4-5.17-19 – Ti ho stabilito profeta delle nazioni.  » Dal Salmo 70 – Rit.: La mia bocca annunzierà la tua giustizia.  » 1 Cor 12,31-13,13 – Rimangono la fede, la speranza, la carità; ma di tutte più grande è la carità.  » Canto al Vangelo – Alleluia, alleluia. Benedetto sei tu, Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai            rivelato i misteri del regno dei cieli. Alleluia.  » Lc 4,21-30 – Gesù, come Elia ed Eliseo, è mandato non per i soli Giudei.

« Nessun profeta è ben accetto in patria » Il racconto del Vangelo di Luca porta a termine l’episodio dell’andata di Gesù a Nazaret nella sinagoga, in giorno di sabato, con il seguito drammatico della scena: il tentativo di ucciderlo, gettandolo « giù dal precipizio » su cui si affacciava la ridente cittadina galilea (4,21-30). Il brano evangelico dà l’impressione di un voluto accavallarsi di elementi narrativi, che forse in origine erano distaccati fra di loro. Si pensi solo al contrasto psicologico fra l’affermazione del v. 22, dove si dice che, dopo la dichiarazione di Gesù che il brano di Isaia (61,1-2) precedentemente letto si era verificato in lui (v. 21), « tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca » (v. 28), e la immediata ostilità descritta nei versi successivi. Si può creare, da un momento all’altro, un rovesciamento così radicale dei sentimenti? O forse Luca cuce insieme due incontri di Gesù con i suoi concittadini, che hanno avuto esiti diversi? Questa ipotesi è la più probabile: difatti in Matteo (13,53-58) e in Marco (6,1-6) si rimanda a un tempo successivo questo incontro « polemico » di Gesù con i suoi concittadini.

Ogni « profeta » vero è scomodo! In ogni modo, a prescindere dalle ipotesi, è sicuro che s. Luca fin dal principio intende adombrare quella che sarà la futura sorte del Messia: pur essendo mandato dal Padre, « nella forza dello Spirito », per attuare una missione di salvezza e di « liberazione » per i più poveri e gli oppressi e « per predicare un anno di grazia del Signore » (4,18-19), egli sarà respinto proprio da coloro ai quali era principalmente mandato. Aveva rivendicato per sé una missione « profetica », attribuendosi il passo di Isaia: allora dovrà anche pagare lo scotto che ogni « profeta » ha da pagare agli uomini, i quali avvertono sempre in lui un personaggio « scomodo », che viene a svegliarli dal loro quieto vivere, a proporre la fatica del « nuovo », a cambiare orientamento per nuove mete e nuovo cammino. Il « profeta », quando è vero, apre sempre gli orizzonti di un mondo diverso: ognuno, per entrarci, deve diventare diverso, deve ricominciare da capo. Di qui la reazione, dapprima sorda e poi anche violenta: eliminando il profeta o riducendolo al silenzio, si pensa di far tacere anche la propria coscienza che, al confronto con le sue parole, cominciava a risvegliarsi o a « problematizzarsi ». Gesù queste cose le sapeva benissimo dalla storia dei Profeti dell’A. Testamento – di cui un esempio stupendo è quello di Geremia, presentatoci dalla prima lettura (Ger 1,4-5.17-19) – oltre che dalla coscienza sovrana che egli aveva di se stesso. Sintomatica la sua risposta a chi un giorno lo pregava di « fuggire » perché Erode cercava di ucciderlo, mentre egli era in quel lungo viaggio verso Gerusalemme che non finisce mai: « Andate a dire a quella volpe… È necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme » (Lc 13,32-33). È evidente il riferimento alla sua futura morte di croce, che avrebbe subìto in quanto « profeta ». Qui S. Luca ce ne riferisce come un anticipo, che per il momento non riuscì perché « non era ancora giunta la sua ora », direbbe Giovanni (cf 2,4; ecc.): « All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò » (vv. 28-30). È grandiosa questa serenità di Cristo davanti all’affannato agitarsi dei suoi nemici, questa sua « signoria » sulle forze stesse dell’odio e della morte! Cristo è « Signore » anche prima della sua risurrezione: qui abbiamo un chiaro gesto del « dominio » di Gesù sulla « morte », ancor prima che avvenga.

« Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo nella tua patria! » Ma vediamo più in concreto come sia nata questa avversione mortale dei suoi concittadini contro Gesù. Prima di tutto, ci deve essere stato un certo senso di invidia nel veder emergere a livelli troppo alti uno che, fino a poco tempo prima, era come tutti gli altri. Il commento che fanno: « Non è costui il figlio di Giuseppe? » (v. 22), ci orienta in questo senso. Non si componevano bene ai loro occhi due realtà apparentemente troppo lontane: le sue origini umane comuni, addirittura più umili di altri, e la sua dichiarata « pretesa » di essere colui nel quale « si era adempiuta la Scrittura » di Isaia sul misterioso « inviato » del Signore (v. 21). Al di là della pur comprensibile invidia paesana, però, è il « disagio » che Gesù impone a tutti quelli che lo avvicinano (ora i suoi concittadini, domani i suoi Apostoli, dopo domani noi e gli uomini di tutti i tempi!) e che colgono in lui dimensioni contrastanti: l’uomo più comune, quello di ogni giorno (« figlio di Giuseppe »!), e « il più che umano » che appare dalla sua vita, dalla sua dottrina, dai suoi miracoli. È questo « mistero » di Gesù che sconvolge e sconvolgerà sempre gli uomini. Nel corrispondente racconto di Marco tutto questo è descritto in forma anche più vivace (Mc 6,2-3). Davanti a Gesù, che va al di là della misura comoda per tutti, la gente « si scandalizza », non cerca di andare oltre per tentare di decifrare o, comunque, di scalfire il mistero! Diventa « incapace » di « credere », intendendo qui la « fede » come esigenza di « protendersi » oltre il palpabile e il percettibile, verso certi orizzonti che pur nell’agire di Gesù sembrano almeno baluginare. Gesù stesso, infatti, si meraviglia davanti a tale atteggiamento: « E si meravigliava della loro incredulità » (Mc 6,6). Nel racconto di Luca il motivo della ostilità nei riguardi di Gesù sembra essere anche più sottile! Esso nascerebbe da una specie di « accaparramento » che si vorrebbe fare di lui per motivi campanilistici: « Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria! » (v. 23). Si lamentano che abbia scelto Cafarnao per compiere i suoi prodigi, invece che Nazaret: quasi che il miracolo fosse un gesto propagandistico o di reclamizzazione turistica! E non invece un gesto sovranamente « libero » di Dio, che lo fa dove vuole e per chi vuole, offerto come « segno » da leggere e da interpretare a chi ha già fede o almeno una « disponibilità » a credere. Proprio per questa indisponibilità dei « suoi » a credere, Dio ha scelto di compiere i suoi prodigi, già nell’Antico Testamento, al di fuori della stessa Palestina: « Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anzi: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova di Zarepta in Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro » (vv. 24-27). Se andassimo a rileggere gli episodi qui richiamati, vedremmo di quanta fede dettero prova la vedova di Zarepta (1 Re 17 e 18) e il generale Naaman il Siro (2 Re 5) al tempo dei due grandi profeti taumaturghi ricordati da Gesù. La « fede » allarga e dilata i confini della presenza e dell’azione di Dio: i cittadini di Nazaret, che volevano confinare Gesù a compiere miracoli per loro uso e prestigio, non solo erano chiusi in un ottuso provincialismo, in contrasto con i disegni universalistici di Dio, ma soprattutto erano incapaci di aprirsi alla fede, che è la esaltazione del « nuovo » e dell’imprevedibile di Dio. Frustrati in questo, incapaci di aprirsi al « nuovo » universale, annunciato dal « profeta » che « era stato allevato » (v. 16) nella loro città, gli diventano ostili, lo respingono, addirittura tentano di ucciderlo.

« Ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno » Il profeta, abbiamo detto, è sempre « scomodo », perché mette gli uomini davanti alle esigenze sempre nuove e implacabili di Dio. Un modo per disfarsene è quello violento, come quello usato allora dai Nazaretani e più tardi dagli Ebrei nei riguardi di Gesù: un altro modo potrebbe essere quello di « chiudere » le orecchie per non ascoltarlo. È quanto è accaduto a moltissimi profeti dell’A. Testamento: « Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: « Dice il Signore Dio: Ascoltino o non ascoltino… sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro »" (Ez 2,4-5; cf Is 6). La tattica del rifiuto varia secondo i tempi, o le circostanze, o l’educazione sociale! Ma il profeta vero è sempre un « emarginato » religioso e sociale. Proprio per questo egli ha bisogno di una particolare « forza » di Dio, per non scoraggiarsi nella sua missione. Un esempio di tutto ciò lo abbiamo in Geremia, psicologicamente fragile e incerto, chiamato da Dio a un compito che lo atterrisce, tanto che inizialmente e anche successivamente tenta di sottrarvisi. Ma Dio lo incalza e lo rianima, dichiarandogli solennemente di stargli al fianco: « Tu, dunque, cingiti i fianchi, alzati, e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro… Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti » (Ger 1,17-19). Solo contro tutti: anche quelli che gli avrebbero dovuto essere più vicini come i « capi » del popolo, o i « sacerdoti ». È quello che capitò a Gesù nell’incontro di Nazaret e, più spaventosamente ancora, sulla Croce! Qualcosa che induce tutti noi a riflettere, per un doppio motivo: il primo riguarda il nostro atteggiamento in rapporto a Cristo, il « profeta » di sempre. Egli non è un profeta scomodo per alcuni soltanto, ma per tutti e specialmente per i « suoi ». C’è da domandarsi se noi almeno ci lasciamo provocare dalle sue « profezie », lasciandoci trasformare, o gli poniamo certe condizioni, come tentarono di fare i concittadini di Nazaret, anche senza ricorrere alle forme dell’ostracismo violento. Il secondo motivo riguarda il nostro atteggiamento verso gli altri, presso i quali dobbiamo essere i portatori del messaggio « profetico » di contestazione e di trasformazione annunciatoci da Cristo. Abbiamo la forza di ergerci « come muro di bronzo contro il paese », come Dio ricorda a Geremia (1,18), non contando naturalmente sulle nostre forze, ma sulla « potenza » della verità e sull’aiuto che viene da Dio? E oggi pare sia arrivato il tempo in cui i cristiani, come singoli e come Chiesa, debbono ritrovare il coraggio delle origini per proclamare al mondo che solo le « minoranze » che credono e amano hanno l’avvenire nelle loro mani. Bisogna avere la forza « profetica » dello Spirito per riaffermare la modernità e la basilarità di certi valori che oggi rischiano tragicamente di oscurarsi nella coscienza dei più: si pensi al diritto alla vita del nascituro, conculcata dalla legge, alla dissacrazione del matrimonio, alla pornografia, alla violenza generalizzata, alla ricerca spasmodica del piacere e del denaro.

« Se anche parlassi le lingue degli uomini… » Rimane però sempre vero che la testimonianza « profetica » più forte è quella dell’amore, come ci ricorda S. Paolo nel sublime elogio della « carità », il « carisma » più grande di tutti e che non deve mancare a nessun credente: « Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza…, ma non avessi la carità, non sono nulla… Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità » (1 Cor 13,1-2.13)

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 29 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

The book of the Song of songs

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http://www.artbible.net/1T/Son0101_6songs_love/pages/15%20ENLUMINURES%20H%20A%20L%20USAGE%20DE%20ROME%20AVRIL.htm

Publié dans:immagini sacre |on 28 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

« ELOGIO » DELLA « DEBOLEZZA » – (MA NON DELLA « MISERIA ») – ENZO BIANCHI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano10/rit_bianchi37.htm

« ELOGIO » DELLA « DEBOLEZZA »  – (MA NON DELLA « MISERIA »)

ENZO BIANCHI

(« Avvenire », 10/7/’11)

Come scriveva Gilbert K. Chesterton, il paradosso attraversa il tessuto della Fede Cristiana! E così la debolezza, l’ »asthenía » che nasce dalla malattia, dall’ »handicap », dall’umiliazione, dalla sofferenza imposta dalla vita, nel Cristianesimo se è vissuta come un cammino Pasquale può diventare addirittura un luogo in cui si fa sentire la forza di Dio. Questo viene proclamato da Gesù nel « Discorso della Montagna », quando afferma che sono « Beati », felici, convinti di poter andare avanti con fiducia e di essere nella verità quanti sono poveri, miti, disarmati, perseguitati, affamati (cfr. « Mt 5,1-12″). L’Apostolo Paolo, nella « Seconda Lettera ai Corinzi », compone addirittura quello che potrebbe essere definito un inno alla debolezza: «Il Signore mi ha detto: « Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si esprime pienamente nella debolezza! ». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché metta la sua tenda in me la potenza di Cristo! Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti, quando sono debole, è allora che sono forte!» (« 2 Cor 12,9-10″). In questo Testo vanno sottolineate due espressioni che normalmente sfuggono al lettore: la potenza del Signore si esprime pienamente nella debolezza e la potenza di Cristo mette la sua « Tenda » – la « Shekinah », cioè la presenza di Dio – là dove trova la debolezza dell’uomo. Si faccia però attenzione! Questo canto alla debolezza non è un canto al male, alla sofferenza, alla prova, alla miseria – come Friedrich Nietzsche ha imputato al Cristianesimo – , ma è una rivelazione: la debolezza di fatto può essere una situazione in cui, se chi la vive sa viverla con amore (cioè continuando ad amare e ad accettare di essere amato), la potenza di Cristo raggiunge la sua pienezza. Ma questo messaggio, peraltro centrale nel « Nuovo Testamento », è scandaloso e può sembrare follia (cfr. « 1 Cor 1,18-31″), e noi Cristiani abituati a tali parole siamo disposti a ripeterle ma non a viverle nell’amore: quest’ultima è la vera sfida, perché la debolezza è « fondativa » dell’Antropologia Cristiana. Confessiamolo però con onestà: quando osserviamo la vita nel suo svolgersi quotidiano, quando tentiamo di leggere la storia e le storie, constatiamo che sono la potenza, la forza, l’arroganza, la violenza ad avere successo, e perciò ci diventa arduo scorgere nella debolezza una possibile « Beatitudine ». Siamo capaci di accogliere la nostra debolezza, che si presenta a noi sovente come umiliazione? Siamo disposti a vedere in essa un’occasione di spogliazione, per essere condotti all’«unica cosa necessaria» (« Lc 10,42″)? Non solo individualmente, ma come Comunità, come Chiesa, siamo capaci di leggere nella debolezza il linguaggio della discreta « Caritas », dell’amore discreto che è vissuto quotidianamente senza alzare la voce, senza voler « dare testimonianza » a noi stessi? Forse solo quando smettiamo di parlare di poveri, di « handicappati », ma siamo di fronte a un uomo od a una donna in « carrozzella », a una persona colpita nei mezzi abituali di comunicazione; quando ci troviamo davanti a un corpo ferito e dilaniato dalla malattia e dal dolore; quando stringiamo le mani di un povero che le ha tese verso di noi, mettendo le nostre mani nelle sue, forse solo allora comprendiamo il dramma della debolezza e siamo capaci di discernere dove Cristo ha messo la sua « Tenda ». C’è poi anche una forma particolare di debolezza, che non può essere dimenticata: quella dell’umiliazione che nasce dal nostro peccato, a volte dal nostro vizio o peccato ripetuto, in cui cadiamo e poi ci rialziamo, cadiamo e poi ci rialziamo ancora… Siamo umiliati davanti a Dio e agli uomini, anche in questo sia come singoli Cristiani sia come Chiesa. «Bene per me essere stato nella debolezza!» (« Sal 119,71″), prega il « Salmista » davanti a Dio, ma è bene anche per la Chiesa essere umiliata, conoscere giorni di « non-successo », di sterilità, di impotenza tra le potenze di questo Mondo, a volte addirittura di « insignificanza ». Non è stato forse questo il tragitto di Gesù nell’ultima parte del suo Ministero, dopo i successi e la favorevole accoglienza iniziale? Sì, dobbiamo nuovamente confessarlo: facile a dirlo, difficile da accettare e soprattutto da vivere senza tradire l’amore! San Bernardo, colui che conobbe forse il più grande successo possibile per un Monaco nella storia, sperimentò pure un’ora di umiliazione, di fragilità e di miseria anche esistenziale. Fu, per sua stessa ammissione, una « crisi » Spirituale e Morale, che lo obbligò a vivere per un anno fuori dal suo Monastero. In quel tempo comprese molte cose della Vita Cristiana che non aveva capito prima; comprese soprattutto che nella debolezza si impara meglio la relazione con gli altri e con Dio, e conobbe veramente cos’è la Grazia, la Misericordia di Dio. E così giunse ad esclamare: «Optanda infirmitas!», «O desiderabile debolezza!» (« Discorsi sul Cantico dei Cantici 25,7″). Sì, è possibile giungere ad affermare questo, ben sapendo però che nel mestiere di vivere la debolezza appare sempre anche come prova, come faticosa prova!

GIANFRANCO RAVASI – LE SETTE PAROLE DI PAOLO

 http://www.gesuveraluce.altervista.org/ravasi11.htm
  
GIANFRANCO RAVASI – LE SETTE PAROLE DI PAOLO   
      
  Avevamo lascialo Paolo che nella prima parte del suo capolavoro teologico, la lettera ai Romani, descriveva la drammatica situazione dell’uomo, dominato da tre stelle oscure: la sarx-carne, l’hamartía-peccato, il nómos legge.
Ma quest’uomo non è abbandonato a sé stesso.
Entrano in scena – soprattutto nella seconda parte dello scritto paolino (capitoli 6-8) – quattro stelle luminose che incarnano la salvezza offerta da Dio.
La prima è espressa con la parola greca cháaris, « grazia », un termine che è rimasto nel nostro « caro-carezza », nel francese « charme » e nell’inglese « charm » (« fascino »): è l’apparire gioioso e amoroso di Dio nella notte dell’anima.
Egli squarcia la nostra solitudine, mettendosi lui per primo alla nostra ricerca, incamminandosi sulle nostre strade.
In principio c’è l’amore divino che non abbandona l’uomo a sé stesso.
È questo il senso del grido finale del celebre romanzo Diario di un curato di campagna di Georges Bemanos (1888-1948): «Tutto è grazia!».
Illuminato dalla grazia, l’uomo deve rispondere con la sua libertà di adesione o di rifiuto.
Ecco allora la seconda stella luminosa, la pístis, « fede ».
Essa è simile a braccia aperte che accolgono la cháris, cioè l’amore divino donato.
È afferrare una mano sicura che ci impedisce di sprofondare nel terreno molle della nostra carne e del nostro peccato.
È a questo punto che s’accende la terza stella, quella del pneuma, lo « Spirito ».
Ora, questo vocabolo può indicare anche il respiro della vita.
Potremmo, perciò, dire che, con l’abbraccio d’amore tra la grazia divina e fede umana sopra descritto, Dio infonde in noi il suo stesso respiro, il suo Spirito, cioè la sua vita.
È per questo che noi lo possiamo considerare come padre e ci possiamo sentire come fratelli di suo figlio, Gesù Cristo.
Tra lui e noi corre la stessa vita: «Voi avete ricevuto uno spirito (pneuma) di figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abba’, padre» (8,16).
L’uomo che, attraverso la fede, ha accolto la grazia e ha ricevuto lo Spirito della vita divina acquista una nuova condizione che è descritta con la quarta e ultima parola greca che Paolo usa in modo originale, la dikaiosyne, la « giustificazione ».
Essa è la stella terminale che sigilla la vicenda della nostra salvezza, partita dalle tenebre e approdata alla luce: l’uomo è ora « giustificato’, cioè reso giusto e perfetto: è – per usare un’immagine paolina – una « creatura nuova ». Le opere giuste che egli compirà saranno il frutto della salvezza ottenuta.
Attraverso sette parole, usate dall’Apostolo in modo creativo, abbiamo così ricostruito l’avventura della redenzione compiuta da Cristo e che Paolo precisa nelle pagine molto dense della lettera ai Romani. Ricordiamole ora in finale, distribuendole nei due ambiti. Innanzitutto quello negativo: sarx-carne, hamartía-peccato, nómos-legge.
Poi quello positivo: cháris-grazia, pístis-fede, pneuma-Spirito, dikaiosyne-giustificazione.
  
  

The Family Altar: Establishing a Place of Prayer

The Family Altar: Establishing a Place of Prayer dans immagini sacre icon-corner-02

http://www.royaldoors.net/2013/06/the-family-altar-establishing-a-place-of-prayer/

Publié dans:immagini sacre |on 27 janvier, 2016 |Pas de commentaires »
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