Archive pour juin, 2016

Most Sacred Heart of Jesus

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UNA FIGURA ENORME EMERGE DAL CAOS DELL’ERRORE

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UNA FIGURA ENORME EMERGE DAL CAOS DELL’ERRORE

14 gennaio 2010

Nel pomeriggio del 13 gennaio, nella Sala della Protomoteca in Campidoglio, è stato presentato il volume Codex Pauli (Roma, Abbazia di San Paolo fuori le Mura – Paulus, 2009, pagine 424). L’opera è stata concepita sullo stile degli antichi codici monastici ed è arricchita da fregi, miniature e illustrazioni provenienti dai manoscritti dell’abbazia di San Paolo fuori le Mura. Il Codex contiene — oltre a una serie di approfondimenti spirituali, storici e artistici — l’intero corpus Paulinum , gli Atti degli apostoli e la Lettera agli Ebrei (con il testo italiano e greco) e anche una selezione di apocrifi riguardanti Paolo. Dal codice pubblichiamo stralci della presentazione del presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e di uno scritto dell’abate di San Paolo fuori le Mura. Uno studioso tedesco dell’Ottocento, Adolf Deissmann, aveva definito Paolo «un cosmopolita». Effettivamente egli era figlio di tre culture che già apparivano nella sua ideale «carta d’identità». Il suo nome originario era ebraico, lo stesso del primo re d’Israele, Saul. «Sono un ebreo di Tarso di Cilicia», dichiara al tribunale romano che gli chiede le generalità al momento dell’arresto a Gerusalemme (Atti degli apostoli , 21, 39). In polemica con i suoi detrattori ebrei di Corinto, rivendica le sue radici: «Sono essi ebrei? Anch’io lo sono. Sono israeliti? Anch’io. Sono stirpe di Abramo? Anch’io» ( 2 Corinzi , 11, 22). Agli amati cristiani macedoni di Filippi ribadisce vigorosamente di essere «circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo secondo la legge» (3, 5). In crescendo ai Romani scrive: «Vorrei essere io stesso maledetto, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e a loro appartengono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi. Da essi proviene Cristo secondo la carne» (9, 3-5). E ai Galati rivela persino una punta di integralismo nazionalistico: «Essi sono per natura ebrei e non peccatori come le genti» (2, 15). Formatosi a Gerusalemme «alla scuola di Gamaliel, nelle più rigide norme della legge dei padri» ( Atti degli apostoli , 22, 3), educato secondo la prassi giudaica anche al lavoro manuale, quello dello skenopoiòs , «fabbricatore di tende» (forse tessitore di peli di capra per stoffe ruvide, dette appunto cilicium dalla regione d’origine, la Cilicia, che era la stessa di Paolo), Saulo era però un giudeo della Diaspora, nato a Tarso, «non oscura città della Cilicia», come egli la definisce con civetteria ( Atti degli apostoli , 21, 39). Posta sul fiume Cidno, la città, ora compresa nella Turchia meridionale, era sede di una vivace scuola filosofica stoica, che qualche traccia lasciò nel pensiero dell’apostolo, e godeva del diritto di cittadinanza romana, riconosciutole da Marco Antonio e Augusto. Paolo userà con orgoglio questa dignità di cittadino dell’impero, non solo appellandosi — come è noto — al tribunale supremo romano ( Atti degli apostoli , 22, 28), ma anche presentandosi in tutte le sue lettere con il suo secondo nome schiettamente latino, Paolo. La tradizione posteriore, nel iv secolo, non esiterà a creare un epistolario apocrifo tra l’apostolo e Seneca, ove incontriamo battute di questo genere. Seneca a Paolo: «Se il nome di un uomo così grande e prediletto da Dio sarà tutt’uno col mio, questo non potrà che essere quanto di meglio per il tuo Seneca». Paolo a Seneca: «Durante le tue riflessioni ti sono state rivelate verità che a pochi la divinità ha concesso il privilegio di conoscere. (…) Io semino, allora, in un campo già fertile un seme imperituro, l’immutabile parola di Dio». Ma Paolo non è solo romano; la sua cultura e la sua attività si muoveranno sempre nell’atmosfera ellenistica. Egli usa il greco in modo creativo, forgiandolo con grande libertà come fosse un ferro incandescente: conosce le risorse retoriche di quella lingua, la rielabora con inventiva attribuendo accezioni inedite a vocaboli come sarx («carne»), pneuma («spirito»), hamartìa , («peccato»), dikaiosyne («giustizia»), soterìa («salvezza»), eleutherìa («libertà»), agàpe («amore»). La storia di Paolo si consuma, dunque, in un crocevia di culture e le sue tre identità di ebreo, di romano e di greco sono indispensabili per comprenderne l’opera e la vicenda personale, che si svolge in tutto il bacino del Mediterraneo, aprendosi anche al sogno di raggiungere l’estremo capo occidentale, la Spagna ( Romani , 15, 22-24). Ma, al di là di questa biografia culturale, la figura di Paolo è decisiva per la storia della Chiesa a livello teologico. Due sono le prospettive aperte dalla sua azione, prospettive decisive per la cristianità. La prima è di ordine pastorale. Paolo lancia il messaggio di Cristo a orizzonti esterni al terreno di partenza, quello ebraico, divenendo in tal modo l’Apostolo delle genti per eccellenza. Egli è fermamente convinto che «non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più maschio né femmina: tutti voi siete uno in Cristo Gesù» ( Galati , 3, 28). È una scelta che comporta tensioni all’interno della cristianità delle origini, come è attestato dal «concilio» di Gerusalemme ( Atti degli apostoli , 15) e dalla polemica Cefa-Pietro, evocata dallo stesso Paolo scrivendo ai Galati (capitolo 2). Ma la sua convinzione è irremovibile e sarà attestata da tutto il suo ministero apostolico: «Colui che mi scelse fin dal grembo di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani» ( Galati , 1, 15-16). Naturalmente, questa apertura implica un’elaborazione dello stesso linguaggio e anche un ulteriore approfondimento del messaggio di Cristo. Si apre, così, una seconda prospettiva altrettanto fondamentale, quella strettamente teologica. Paolo offre un suo disegno ideale che è costruito attraverso le sue varie lettere e che ha il suo cuore in Cristo e uno dei suoi nodi principali nella cosiddetta «giustificazione per la fede e per grazia». Essa è formulata per ben tre volte in modo essenziale in un solo versetto della lettera ai Galati: «Riconosciamo che l’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo. Abbiamo creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge. Dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno» (2, 16). Su questa tesi si svilupperà non solo la Lettera ai Galati , ma anche il capolavoro teologico dell’apostolo, la Lettera ai Romani : ma naturalmente i 432 versetti di quest’ultima spaziano verso altre linee e ambiti di pensiero che rendono la teologia di Paolo una stella polare nella riflessione secolare della Chiesa, talora anche come «segno di contraddizione»: pensiamo solo alla Riforma protestante e al dibattito sempre vivo e fecondo sul pensiero paolino, un pensiero molto articolato anche sui temi ecclesiali e morali. Aveva ragione il poeta Mario Luzi quando scriveva: «Paolo è un’enorme figura che emerge dal caos dell’errore e dell’inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza». E la speranza per l’apostolo non si poteva fondare che su «Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio» ( 1 Corinzi , 1, 24). Sì, Paolo, «servo di Gesù Cristo, apostolo per vocazione», come egli stesso si autodefinisce nell’avvio della Lettera ai Romani , è un’enorme figura epocale, accolta non sempre in modo pacifico e corretto. Già nella sua Seconda Lettera, san Pietro osservava che «nelle lettere del nostro carissimo fratello Paolo vi sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli incerti le travisano, al pari delle altre Scritture, a loro rovina» (3, 16). Un noto teologo ed esegeta tedesco dell’Ottocento, Wilhelm Wrede, in una sua opera intitolata semplicemente Paulus (1904), coniava per l’apostolo la definizione di «secondo fondatore del cristianesimo», definizione ambigua perché potrebbe introdurre l’idea di una trasformazione del messaggio di Gesù tale da supporre un altro progetto religioso. È stato in questa linea che il filosofo tedesco Friedrich W. Nietzsche aveva bollato Paolo come «disangelista», cioè annunziatore di una cattiva novella, al contrario degli «evangelisti», mentre Antonio Gramsci sbrigativamente lo classificava come «il Lenin del cristianesimo», ossia un teorico freddo e incline a costruire un sistema, e nell’Ottocento il famoso studioso Ernest Renan non esitava a definire gli scritti paolini come «un pericolo e uno scoglio, la causa dei principali difetti della teologia cristiana». In realtà san Paolo rimane decisivo per gettare una luce piena su Cristo stesso, da lui tanto amato e còlto nella sua fisionomia autentica e profonda di Signore della storia, di Salvatore supremo, di Figlio di Dio, di Risorto presente e operante nella sua Chiesa. È, quindi, importante conservare questo monumentale e prezioso Codex Pauli nella propria casa, come una sorta di vessillo della fede cristiana e come una costante testimonianza di una Parola che permane oltre le parole spesso vane e caduche delle altre carte che registrano la vita e la cronaca quotidiana

PAPA FRANCESCO – I TEMPI CAMBIANO

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PAPA FRANCESCO – I TEMPI CAMBIANO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 23 ottobre 2015

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.243, 24/10/2015)

«I tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente». Papa Francesco ha ripetuto più volte questo invito al cambiamento, durante la messa celebrata venerdì mattina, 23 ottobre, nella cappella di Casa Santa Marta. Un invito ad agire «senza paura» e «con libertà», tenendosi alla larga dai conformismi tranquillizzanti e restando «saldi nella fede in Gesù» e «nella verità del Vangelo», ma muovendosi «continuamente secondo i segni dei tempi». Lo spunto per la riflessione è stato offerto al Pontefice dalle letture di questa ultima parte dell’anno liturgico, che propongono in particolare la lettera ai Romani. «Abbiamo sottolineato — ha ricordato in proposito — come Paolo predica con tanta forza, la libertà che noi abbiamo in Cristo». Si tratta, ha spiegato il Papa, di «un dono, il dono della libertà, di quella libertà che ci ha salvato dal peccato, che ci ha fatto liberi, figli di Dio come Gesù; quella libertà che ci porta a chiamare Dio Padre». Quindi Francesco ha aggiunto che «per avere questa libertà dobbiamo aprirci alla forza dello Spirito e capire bene cosa accade dentro di noi e fuori di noi». E se nei «giorni passati, la settimana scorsa», ci si era soffermati «su come distinguere quello che succede dentro di noi: cosa viene dal buono Spirito o cosa non viene da lui», ovvero sul discernimento di quanto «succede dentro di noi», nella liturgia del giorno il brano del Vangelo di Luca (12, 54-59) esorta a «guardare fuori», facendo «riflettere su come noi valutiamo le cose che accadono fuori di noi». Ecco allora la necessità di interrogarci su «come giudichiamo: siamo capaci di giudicare?». Per il Papa «le capacità le abbiamo» e lo stesso Paolo «ci dice che noi giudicheremo il mondo: noi cristiani giudicheremo il mondo». Anche l’apostolo Pietro dice una cosa analoga quando «ci chiama stirpe scelta, sacerdozio santo, nazione eletta proprio per la santità». Insomma, ha chiarito il Pontefice, noi cristiani «abbiamo questa libertà di giudicare quello che succede fuori di noi». Ma — ha avvertito — «per giudicare dobbiamo conoscere bene quello che accade fuori di noi». E allora, si è domandato Francesco, «come si può fare questo, che la Chiesa chiama “conoscere i segni dei tempi”?».

In proposito il Papa ha osservato che «i tempi cambiano. È proprio della saggezza cristiana conoscere questi cambiamenti, conoscere i diversi tempi e conoscere i segni dei tempi. Cosa significa una cosa e cosa un’altra». Certo, il Papa è consapevole che ciò «non è facile. Perché noi sentiamo tanti commenti: “Ho sentito che quello che è accaduto là è questo o quello che accade là è l’altro; ho letto questo, mi hanno detto questo…». Però, ha subito aggiunto, «io sono libero, io devo fare il mio proprio giudizio e capire cosa significhi tutto ciò». Mentre «questo è un lavoro che di solito noi non facciamo: ci conformiamo, ci tranquillizziamo con “mi hanno detto; ho sentito; la gente dice; ho letto…”. E così siamo tranquilli». Quando invece dovremmo chiederci: «Qual è la verità? Qual è il messaggio che il Signore vuole darmi con quel segno dei tempi?». Come di consueto il Papa ha anche proposto suggerimenti pratici «per capire i segni dei tempi». Anzitutto, ha detto, «è necessario il silenzio: fare silenzio e guardare, osservare. E dopo riflettere dentro di noi. Un esempio: perché ci sono tante guerre adesso? Perché è successo qualcosa? E pregare». Dunque «silenzio, riflessione e preghiera. Soltanto così potremo capire i segni dei tempi, cosa Gesù vuol dirci». E in questo senso non ci sono alibi. Sebbene infatti ognuno di noi possa essere tentato di dire: «Ma, io non ho studiato tanto… Non sono andato all’università e neppure alla scuola media…», le parole di Gesù non lasciano spazio ai dubbi. Egli infatti non dice: «Guardate come fanno gli universitari, guardate come fanno i dottori, guardate come fanno gli intellettuali…». Al contrario, dice: «Guardate ai contadini, ai semplici: loro, nella loro semplicità, sanno capire quando arriva la pioggia, come cresce l’erba; sanno distinguere il grano dalla zizzania». Di conseguenza «quella semplicità — se viene accompagnata dal silenzio, dalla riflessione e dalla preghiera — ci farà capire i segni dei tempi». Perché, ha ribadito, «i tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente. Dobbiamo cambiare saldi nella fede in Gesù Cristo, saldi nella verità del Vangelo, ma il nostro atteggiamento deve muoversi continuamente secondo i segni dei tempi». Al termine della sua riflessione il Pontefice è ritornato sui pensieri iniziali. «Siamo liberi — ha affermato — per il dono della libertà che ci ha dato Gesù Cristo. Ma il nostro lavoro è esaminare cosa succede dentro di noi, discernere i nostri sentimenti, i nostri pensieri; e analizzare cosa accade fuori di noi, discernere i segni dei tempi». Come? «Col silenzio, con la riflessione e con la preghiera», ha ripetuto a conclusione dell’omelia.

19 GIUGNO 2016 | 12A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

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19 GIUGNO 2016 | 12A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

« Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro… »

Sia la prima che la terza lettura sono caratterizzate da scene di « sequela », con evidenti differenziazioni nel passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. Così, ad esempio, il profeta Elia potrà permettere a Eliseo di andare a « baciare » suo padre e sua madre prima di « seguirlo » (1 Re 19,20), mentre Gesù sarà molto più esigente con quelli che egli chiama alla sua sequela, fino a proibire di andare a « congedarsi » da quelli di casa, perché « nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio » (Lc 9,61-62). Perché tutto questo? Gesù è soltanto più rigoroso degli antichi Profeti? Oppure ciò che egli propone è molto più ricco e urgente, per cui non si può perdere neppure un briciolo di tempo? È ciò che ci dirà il brano di Vangelo che ci accingiamo a commentare. Prima però, dato che non ci possiamo dilungare sulla prima lettura che, del resto, è di immediata comprensione, vorrei richiamare l’attenzione sulla generosità di Eliseo che, non appena si sente chiamato da Dio mediante la imposizione del mantello profetico, « si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio » (1 Re 19,21). Anche il gesto di distruggere l’aratro e di uccidere un paio di buoi, per distribuirne la carne alla gente, esprime la « disponibilità » radicale del profeta, che rompe con il suo passato, e il senso di gioia con cui egli accetta la chiamata che, in un certo senso, intende « condividere » con gli altri.

« Mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo… » Il Vangelo odierno, anche se termina con le tre scene di « sequela » che esamineremo tra poco (Lc 9,57-62), di fatto è preceduto da due altre brevi pericopi, intimamente legate fra di loro e che danno anche significato a ciò che segue: si tratta della « decisione » di Gesù di dirigersi verso Gerusalemme (vv. 51-52) e del rifiuto opposto dai Samaritani a che egli attraversasse il loro territorio (vv. 52b-56). Con il v. 51 di questo capitolo ha inizio quella che gli studiosi chiamano la « grande inserzione » lucana che ci descrive il lento ma progressivo « camminare » di Gesù verso Gerusalemme (9,51-19,28). Qui Luca usa materiale letterario che il più delle volte gli è proprio e altre volte è comune con Matteo. Più normalmente Gesù vi appare come « maestro »: pochi sono infatti gli episodi, molti invece i suoi insegnamenti. Le parabole più belle del Vangelo ricorrono proprio in questa parte (quella del buon Samaritano, del figliol prodigo, del ricco epulone e del povero Lazzaro, ecc.). « Mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo, egli si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri » (vv. 51-52). Gesù ci appare dunque nel momento di « decidere » la sua andata verso Gerusalemme. Però non è questo, per Luca, un momento qualsiasi, ma particolarmente solenne e sofferto: infatti il testo greco dice letteralmente « indurò la sua faccia » (ebraismo), cioè « decise fermamente » di andare a Gerusalemme. Si è che questo viaggio è per Gesù il viaggio della morte e della sua immolazione di croce, proprio perché Gerusalemme è la città del tempio e dei sacrifici, e per questo « non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme » (13,33). Del resto, è quanto Luca dice espressamente all’inizio: « Mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo ». L’espressione greca, corrispondente a queste ultime parole, letteralmente dovrebbe tradursi così: « i giorni della sua assunzione » (= análempsis), volendosi con ciò intendere la « totalità » del mistero pasquale, che va dalla passione e morte fino alla risurrezione e ascensione al cielo, che si consumeranno tutte in Gerusalemme. Di qui l’importanza « teologica » di questo « libero » incamminarsi di Gesù verso la città della Redenzione, che è mistero di sofferenza e di gloria nello stesso tempo. Anche l’ostilità che i suoi « messaggeri » (certamente alcuni dei suoi Apostoli) incontrano presso i Samaritani sta a dimostrare, come in anticipo, il rigetto violento che gli uomini faranno nei riguardi di Cristo, il quale però li ripaga con ben altra moneta. Infatti, davanti alla richiesta di vendetta da parte di Giacomo e Giovanni, che invocano addirittura « fuoco dal cielo », Gesù « si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio » (v. 50). Che senso avrebbe infatti la Redenzione se, invece che espressione di amore, fosse espressione di collera punitiva e di dominazione oppressiva? Veramente, in quel momento gli Apostoli « non sapevano di quale spirito fossero. Poiché il Figlio dell’uomo non è venuto per giudicare le anime degli uomini ma per salvarle », aggiungono a questo punto alcuni codici di secondaria importanza.

« Lascia che i morti seppelliscano i loro morti! » Nello sfondo di questa andata di Gesù a Gerusalemme per compiere la sua passione si capiscono anche meglio le tre scene di « sequela », che vengono narrate immediatamente dopo: non ci può essere invito e volontà di « seguire » Gesù che non sia orientato verso Gerusalemme! A differenza di Matteo (8,19-22), che pure ci riferisce le scene della « sequela », in Luca abbiamo l’aggiunta del terzo quadretto. È dall’insieme di questi tre quadretti che emergono le « condizioni » per seguire Gesù: Luca infatti non intende qui riferire solo degli episodi, ma proporre delle « istanze » e degli inviti validi per tutti i lettori del suo Vangelo, quindi anche per noi. La prima condizione per seguire Gesù è quella di abbandonare ogni sicurezza umana, qualsiasi punto di riferimento che non sia la semplice volontà di Dio: « Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: « Ti seguirò dovunque tu vada ». Gesù gli rispose: « Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare la testa »" (vv. 57-58). Giovanni, a cui molte volte Luca è assai vicino, adopera quasi alla lettera l’ultima espressione per indicare la morte di Gesù sulla croce: « E chinata la testa, spirò » (19,30). Cristo di suo non ha nulla: anche la croce, su cui troverà l’ultimo riposo, gliel’hanno « regalata » gli altri! D’altra parte, è estremamente interessante notare che l’idea stessa del « seguire » (= akouluthéin) rimanda a un concetto di mobilità, di spostamento, proprio perché si tratta di « seguire » in senso vero, e non translato, una persona concreta che è Cristo in quanto annunciatore del regno, e non una dottrina o un qualsiasi movimento religioso. La prima condizione della sequela, perciò, è l’apertura all’incerto, al provvisorio, al rischio stesso della vita, che vale solo nella misura in cui avremo il coraggio di « perderla » (cf Lc 9,24). La seconda condizione, poi, è quella del distacco radicale perfino dalle persone più care, oltre che dalle cose: « A un altro disse: « Seguimi ». E costui rispose: « Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre ». Gesù replicò: « Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio »" (vv. 59-60). Evidentemente i « morti », di cui qui si parla, sono coloro che ancora non sono entrati spiritualmente nel « regno », e perciò la loro vita appartiene al vecchio mondo e non partecipa ancora alla novità della risurrezione (cf Rm 6,13). La « vita », però, si comunica agli uomini mediante l’annuncio del Vangelo: « Tu va’ e annunzia il regno di Dio » (v. 60). Il che significa che l’annunzio del regno è per il cristiano talmente urgente, che non si può perdere nessuna frazione di tempo: ogni attimo, infatti, può essere per noi e per gli altri il momento decisivo, dopo il quale non ce n’è un altro. Come si vede, la pretesa di Gesù è quella di chi sa di essere il Valore assoluto, davanti al quale tutto il resto è secondario, anche gli affetti familiari. È chiaro che qui non si vogliono mettere in contrasto le due cose, ma affermare la « priorità » assoluta della sequela di Cristo e dell’annuncio del regno. Ed è altrettanto chiaro che ogni chiamata di Cristo è una chiamata all’annuncio del « regno »: non si segue Gesù per un gusto personale, ma per « annunciarlo sui tetti » (cf Mt 10,27)! La terza condizione per « seguire » Gesù, infine, è quella della costanza, senza ripensamenti o nostalgie per quello che ormai è dietro le nostre spalle: « Un altro disse: « Ti seguirò, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa ». Ma Gesù gli rispose: « Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio »" (vv. 61-62). L’immagine è ripresa dal mondo agricolo e dice la difficoltà di tracciare dei solchi diritti nell’impervio e sassoso terreno di Palestina senza una grande applicazione e attenzione: guai a voltarsi indietro, anche solo per misurare il lavoro già fatto o per riprendere semplicemente fiato! C’è il rischio di fare un solco sbagliato proprio sul più bello e di perdere il merito di tanto lavoro. Abbiamo detto, al principio, che Gesù è più esigente del profeta Elia nel chiamare alla sua sequela. La ragione è duplice: prima di tutto è lui che si pone al centro della chiamata (« seguimi »: v. 59), e lui è « più grande » di Elia; in secondo luogo, con Gesù ha fatto irruzione nel mondo la « pienezza » escatologica e perciò gli uomini debbono decidersi, o per lui o contro di lui. In ultima analisi, dobbiamo dire che nessuno dei tre, che Gesù ha chiamato a seguirlo o che si sono proposti di seguirlo, costituisce l’ideale perfetto del discepolo, perché ognuno di loro ha presentato delle riserve, o posto delle condizioni. È ancora una parte del « vecchio » mondo che si vuol far sopravvivere a ogni costo; e questo impedisce di guardare al « nuovo » e all’inatteso che Cristo vuol creare in noi. « Seguire significa compiere determinati passi. Già il primo passo fatto dopo la chiamata separa colui che segue Gesù dalla sua vita passata. Così la chiamata a seguire crea subito una nuova situazione. Restare nella posizione di prima e seguire sono due posizioni che si escludono a vicenda ».

Lasciarsi « guidare dallo Spirito » Proprio per questo ogni discepolo di Cristo ha bisogno di educarsi continuamente a quella « libertà » interiore, di cui ci parla S. Paolo nella lettera ai Galati: « Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà » (4,13). Libertà, che solo la forza dello Spirito può far sprigionare e custodire in noi: « Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge » (v. 18). Soltanto chi è veramente e totalmente libero, può « seguire » il Signore dovunque egli lo chiami!

Settimio CIPRIANI  (+)

Moscow, Saint Basil’s Cathedral

Moscow, Saint Basil's Cathedral dans immagini sacre 800px-Moscow_05-2012_StBasilCathedral

https://en.wikipedia.org/wiki/Russian_Revival_architecture

Publié dans:immagini sacre |on 23 juin, 2016 |Pas de commentaires »

SAN PAOLO APOSTOLO – COLLABORATORI

https://paoloapostolo.wordpress.com/paolo-di-tarso-2/i-collaboratori-di-paolo/

SAN PAOLO APOSTOLO – COLLABORATORI

In genere Paolo viene descritto come un predicare solitario, un missionario autonomo, un apostolo indipendente, dimenticando che egli è stato un grande uomo di relazioni, un apostolo capace di guadagnare, coinvolgere, ascoltare collaboratori sempre nuovi alla causa del Vangelo. Minimizzare il team missionario di Paolo, equivale a perdere una sfumatura preziosa del suo volto. È bene, quindi, far conoscenza di alcuni componenti di questo team. Andronico e Giunia. Residenti a Roma e parenti dell’Apostolo, Andronico e Giunia sono probabilmente marito e moglie. Paolo sottolinea che entrambi sono diventati cristiani prima di lui e li chiama “apostoli insigni”. E significativo che una donna venga qualificata con tale titolo che ne fa una protagonista dell’evangelizzazione. Entrambi sono menzionati nei saluti della lettera ai Romani (16,7). Apollo. Personalità dinamica, Apollo viene considerato un giudeo di Alessandria, formato alla scuola di Giovanni Battista. Esperto della Torah, con abilità oratorie non indifferenti, fu “catechizzato” a Efeso da Aquila e Priscilla e inviato a Corinto dove svolse una lunga missione, divenendo una figura autorevole. Spesso identificato con l’autore della lettera agli Ebrei, Apollo nella storia del primo cristianesimo, resta una figura dalle tinte sfuocate, un uomo di talento, capace di affascinare ma anche di creare tensioni nelle comunità in cui opera. Aquila e Priscilla (o Prisca). Questa coppia di sposi riveste un ruolo di primo piano nell’apostolato di Paolo. Prezioso punto di riferimento per l’Apostolo, essi seguono da vicino non solo il delicato caso di Apollo, ma anche la non facile comunità di Efeso. Espulsi da Roma in seguito a un editto dell’imperatore Claudio, si rifugiano a Corinto dove prestano ospitalità e offrono lavoro a Paolo. In Rm 16,3-8 Paolo indirizza ai due sposi parole colme di riconoscenza: pur di salvargli la vita, essi non hanno esitato a mettere a rischio le loro teste. La chiesa li ricorda l’8 luglio. Aristarco. Compagno di prigionia di Paolo (Col 4,10), Aristarco sembra essere originario della Macedonia, convertito a Tessalonica. Partecipa al terzo viaggio missionario in Macedonia, Grecia, Asia, Gerusalemme. È collaboratore di Paolo a Efeso dove, insieme a Gaio, subisce il linciaggio della folla durante la sommossa degli orefici (At 19,29; Fm 24). È al fianco dell’Apostolo nel viaggio da Gerusalemme a Roma (At 27,2). La chiesa lo ricorda il 4 agosto. Barnaba. Venerato fin dai primi secoli con il titolo di apostolo, è il primo maestro cristiano di Paolo: lo presenta al collegio apostolico, lo va a cercare a Tarso, lo avvia alla missione. Con lui condivide il primo viaggio missionario a Cipro, sua patria, in Licaonia e in Pisidia. Dopo il confronto con “le colonne” a Gerusalemme e, probabilmente in seguito all’incidente di Antiochia (Gal 2,11-14), si separa da Paolo (At 15,36-39), dedicandosi all’annuncio del Vangelo a Cipro dove, secondo la Tradizione, il suo corpo viene lapidato e bruciato. Una leggenda dell’VIII secolo lo presenta come fondatore della comunità cristiana di Roma e primo vescovo di Milano. La chiesa lo ricorda l’11 giugno. Dema. Citato nei saluti della lettera ai Colossesi e in quella a Filemone, Dema è stato a lungo un collaboratore fidato di Paolo. Un giorno però decide di lasciarlo (2Tm 4,10). Quali i motivi? Forse Dema ne ha abbastanza della povertà paolina o forse viene preso dal timore di un amaro destino prevedendo, non a torto, condanne e persecuzioni. Leggende successive ne fanno un uomo infido e intrigante, che finisce la sua vita come un apostata. Epafra. Convertito di Colossi, fu ministro di questa comunità insieme a Paolo (Col 1,7-8) e suo compagno di prigionia a Efeso (Fm 23). Secondo alcuni, mentre Paolo operava a Efeso, sotto la sua guida, egli evangelizzò le comunità di Colossi, Gerapoli e Laodicea. Visitando Paolo prigioniero a Roma, lo avrebbe informato circa l’andamento delle comunità, spingendo l’Apostolo a scrivere la lettera ai Colossesi. La chiesa lo ricorda il 19 luglio. Epafrodíto. Probabilmente originario di Filippi (Fil 2,25; 4,13), portò un aiuto economico all’Apostolo prigioniero a Roma. Qui si ammalò, forse a causa del lungo viaggio affrontato da Filippi a Roma. Nella lettera ai Filippesi viene citato come esempio di dedizione all’apostolato, compagno di lavoro e di lotta, modello di fedeltà al Vangelo fino a rasentare la morte (Fil 2,25-30). Erasto. Convertito di Corinto, viene presentato da Paolo come il “tesoriere della città” (Rm 16,23). Raggiunge l’Apostolo a Efeso, e insieme a Timoteo viene inviato in Macedonia per preparare la missione di Paolo. Quando quest’ultimo sarà trasferito a Roma, Erasto rimane a Corinto (2Tm 4,20). Un’iscrizione trovata negli scavi archeologici della città riporta: “Erasto fece pavimentare questa strada a sue spese durante la sua nomina a responsabile dei lavori pubblici”. Si tratta della medesima persona? Difficile rispondere… Fílemone. Collaboratore di Paolo e destinatario dell’omonima lettera, Filemone è un convertito di Colossi che mette la propria casa a disposizione della comunità. Marito di Appia, di condizione agiata, è proprietario di schiavi. Tra questi figura Onesimo, il “figlio” che Paolo ha generato in catene (Fm 10).   Giasone. Presentato come “mio parente” da Paolo, nel momento in cui viene redatta la lettera ai Romani, risiede a Corinto (Rm 16,21). Forse va identificato con l’uomo che, in precedenza, aveva accolto Paolo e Sila a Tessalonica, dando loro ospitalità e facendo della propria casa l’epicentro dell’evangelizzazione. Accusato di “favoreggiamento” dai giudei ostili a Paolo, fu trascinato davanti ai politarchi della città e obbligato a pagare una cauzione (At 17,1-9). Giovanni Marco. Figlio di una delle prime donne cristiane, di nome Maria, che ospitava nella sua casa la piccola comunità degli inizi, Giovanni Marco viene identificato come l’autore del secondo Vangelo. È cugino di Barnaba (Col 4,10) ed è al fianco di Paolo e dello zio nel primo viaggio missionario. A un certo punto, però, forse per timore o per le fatiche legate al viaggio, decise di “rientrare alla base”. La cosa non piace a Paolo e la sua defezione sarà causa del contrasto tra questi e Barnaba in At 15,36-40. Dopo parecchi anni lo ritroviamo al fianco di Paolo, prima ad Efeso e poi nella prigionia romana (2Tm 4,11). La tradizione lo vede operante ad Alessandria fino al 62 d.C. e, successivamente, a Roma con Pietro, dalla cui viva testimonianza avrebbe attinto il contenuto del suo Vangelo. La chiesa lo ricorda il 25 aprile. Lidia. È una donna benestante, appartenente al gruppo dei proseliti, menzionata nei soli Atti degli Apostoli. Una figura emblematica che, sfidando i costumi del tempo, svolge un lavoro “maschile” (il commercio della porpora) e “manda avanti la ditta”. Originaria di Tiatira, con molta probabilità, fu punto di riferimento della comunità cristiana di Filippi, che Paolo ricorderà sempre per la generosa ospitalità (Fil 1,5; 4,10). La chiesa la ricorda il 20 maggio. Luca. Inseparabile discepolo dell’Apostolo, Luca tra i quattro evangelisti è l’unico non ebreo, primizia dell’apertura della prima comunità al mondo pagano. Negli Atti partecipa da vicino ai viaggi missionari di Paolo: si imbarca con lui a Troade, durante il secondo viaggio missionario e resta con Paolo fino alla sua partenza da Filippi (16,10-40); è nuovamente al suo fianco alla fine del terzo viaggio missionario, lungo il cammino che dalla Macedonia conduce a Gerusalemme. Due anni più tardi si imbarcherà con lui affrontando il lungo e travagliato viaggio che da Cesarea porterà l’Apostolo a Roma. II discepolo viene identificato con il “caro medico” citato in Col 4,14; Fm 24; 2Tm 4,11. La chiesa lo ricorda il 18 ottobre. Onesiforo. Discepolo originario dell’Asia, ha un importante ruolo nel momento in cui Paolo, a Efeso, viene fatto prigioniero (2Tm 1,16.18). Poco prima del martirio dell’Apostolo, è al suo fianco a Roma (2Tm 1,17). La letteratura apocrifa lo presenta come un amico di Tito, marito di una donna di nome Lectra. I due coniugi avrebbero messo generosamente la propria casa a disposizione della comunità, facendone una chiesa domestica. La chiesa lo ricorda il 6 settembre. Onesimo. Convertitosi durante una delle esperienze di prigionia dell’Apostolo, Onesimo viene definito dall’Apostolo il “mio figlio generato nelle catene” (Fm 10). Schiavo di Filemone, era fuggito, in circostanze poco chiare, dal suo padrone. Paolo lo adotta come prezioso messaggero e invita Filemone al perdono. La tradizione identificherà Onesimo con uno dei primi vescovi di Efeso. Ignazio di Antiochia, dopo averlo incontrato, lo descrive come un uomo di “indicibile carità”. La chiesa lo ricorda il 15 febbraio. Sila. Noto anche come Silvano (suo nome latino), è il grande compagno dell’Apostolo lungo il secondo viaggio missionario. Insieme a Paolo e Timoteo, Sila è il mittente di 1-2Ts, personalità di mediazione, scelta dalla stessa comunità madre di Gerusalemme per risanare le tensioni tra giudeo-cristiani e pagano-cristiani. Con molta probabilità fu al fianco di Pietro durante l’attività di quest’ultimo nella capitale (1Pt 5,12). Nel Martirologio Romano Sila viene ricordato il 13 luglio. Stefana. È il primo convertito della chiesa di Corinto, battezzato dallo stesso Paolo insieme con la sua famiglia (ICor 1,16). Uomo di condizione agiata, mette la propria casa a disposizione della comunità (1Cor 16,15). Insieme ad Acaico e a Fortunato, visita Paolo, mentre questi si trova ad Efeso. L’Apostolo lo presenta come un esemplare collaboratore (1Cor 16,16-18). Tichico. “Caro fratello, ministro fedele, mio compagno nel servizio del Signore”. Con questi termini Paolo presenta Tichico ai credenti di Colossi. Corriere per le Chiese dell’Asia, lavora al fianco di Onesimo. Con molta probabilità ha accompagnato Paolo da Efeso in Macedonia, poi a Gerusalemme e forse anche a Roma. Secondo Tt 3,12 fu con Paolo a Nicopoli da dove partì alla ricerca di Tito. Timoteo. Di madre giudea e di padre greco, Timoteo fece parte del secondo e del terzo “team missionario”. Paolo lo sottopone alla circoncisione per evitargli spiacevoli inconvenienti da parte dei giudei nell’attività missionaria. È al suo fianco in momenti delicati e viene espressamente chiamato a Roma dall’Apostolo, durante la sua ultima prigionia. “Vero figlio nella fede” (1Tm 1,2), Paolo lo presenta ai cristiani di Filippi come il più caro dei discepoli (“non ho nessuno d’animo uguale al suo”: Fil 2,20). La 2Tm viene considerata come il testamento spirituale lasciato a questo discepolo prediletto che seguì Paolo “da vicino nell’insegnamento, nella condotta, nella fede, nella magnanimità, nell’amore del prossimo, nella pazienza, nelle persecuzioni, nelle sofferenze”. Secondo una tradizione tardiva. Timoteo mori martire a Efeso nel 97. La chiesa lo ricorda il 26 gennaio, insieme a Tito. Tito. Accompagnatore di Paolo all’importante assemblea di Gerusalemme, è il rappresentante dei pagani convertiti (Gal 2,1). Durante il terzo viaggio missionario viene inviato a Corinto per risolvere la difficile crisi della comunità (2Cor 7,5-7), incarico che svolse con successo. Secondo l’omonima lettera, Paolo lo avrebbe lasciato a Creta per stabilire presbiteri sulle diverse comunità; avrebbe quindi dovuto raggiungere l’Apostolo a Nicopoli (Tt 3,12). Poco prima della morte di Paolo, Tito adempie il ministero in Dalmazia (2Tm 4,10). Un’antica tradizione riferisce che egli sarebbe morto a Creta in età molto avanzata. La chiesa lo ricorda il 26 gennaio, insieme a Timoteo. Trofimo. Discepolo di origine pagana, è accanto a Paolo negli ultimi anni di apostolato. Ammalatosi a Mileto non poté seguirlo fino a Roma (2Tim 4,20). Trofimo fu la causa indiretta dell’arresto di Paolo: stando al racconto lucano, i giudei lo avevano visto in sua compagnia per la città e avevano pensato che l’Apostolo lo avesse introdotto nell’area dei tempio riservata agli israeliti.

Publié dans:COLLABORATORI DI PAOLO |on 23 juin, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – CHI HA PORTATO VIA LA CHIAVE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2015/documents/papa-francesco-cotidie_20151015_chi_ha_portato_via_la_chiave.html

PAPA FRANCESCO – CHI HA PORTATO VIA LA CHIAVE

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 15 ottobre 2015

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.236, 16/10/2015)

«Una delle cose più difficili da capire, per tutti noi cristiani, è la gratuità della salvezza in Cristo». Perché da sempre ci sono «dottori della legge» che ingannano restringendo l’amore di Dio in «piccoli orizzonti», quando è invece qualcosa di «immenso, senza limiti». È una questione che inizialmente ha impegnato Gesù stesso, l’apostolo Paolo e tanti santi nella storia, fino ai nostri giorni. E tra questi c’è stata anche Teresa d’Avila. Nel giorno in cui la Chiesa ricorda la mistica carmelitana — di cui ricorrono i 500 anni della nascita — Papa Francesco ha evidenziato come questa donna abbia ricevuto dal Signore «la grazia di capire gli orizzonti dell’amore». Celebrando giovedì mattina, 15 ottobre, la messa nella cappella di Casa Santa Marta, il Pontefice ha collegato le letture — tratte dalla lettera di Paolo ai Romani (3, 21-30a) e dal Vangelo (Luca 11, 47-54) — con la straordinaria esperienza vissuta da Teresa. Anche lei, ha spiegato, «è stata giudicata dai dottori dei suoi tempi. Non è andata in prigione, ma si è salvata per poco, e comunque è stata inviata in un altro convento e vigilata». Del resto, ha fatto notare, «questa è una lotta che perdura nella storia, tutta la storia». La storia appunto di cui parlano entrambi i brani delle letture. Riproponendole il Papa ha osservato come sia Paolo sia Gesù sembrino «un po’ arrabbiati, diciamo infastiditi». Perciò si è chiesto da dove venisse questo malessere in Paolo. L’apostolo, è stata la risposta, «difendeva la dottrina, era il grande difensore della dottrina, e il fastidio gli veniva da questa gente che non tollerava la dottrina». Quale dottrina? «La gratuità della salvezza. Dio — ha detto Francesco in proposito — ci ha salvato gratuitamente e ci ha salvato tutti». Mentre c’erano gruppi che dicevano: «No, si salva soltanto quella persona, quell’uomo, quella donna che fa questo, questo, questo, questo, questo… che fa queste opere, che compie questi comandamenti». Ma in tal modo «quello che era gratuito, dall’amore di Dio, secondo questa gente contro la quale parla Paolo», finiva col divenire «una cosa che possiamo ottenere: “Se io faccio questo, Dio ha l’obbligo di darmi la salvezza”. È quello che Paolo chiama “la salvezza per mezzo delle opere”». Perciò è così difficile da comprendere, la gratuità della salvezza in Cristo. «Noi siamo abituati — ha proseguito il Papa — a sentire che Gesù è il Figlio di Dio, che è venuto per amore, per salvarci e che è morto per noi. Ma lo abbiamo sentito così tante volte che ci siamo abituati». Quando infatti «entriamo in questo mistero di Dio, di questo amore di Dio, questo amore senza limiti, un amore immenso», ne restiamo talmente «meravigliati» che «forse preferiamo non capirlo: meglio la salvezza nello stile “facciamo queste cose e saremo salvi”». Certo, ha chiarito il Pontefice, «fare il bene, fare le cose che Gesù ci dice di fare, è buono e si deve fare»; eppure «l’essenza della salvezza non deriva da ciò. Questa è la mia risposta alla salvezza che è gratuita, viene dall’amore gratuito di Dio». Ed è per questo che lo stesso Gesù può sembrare «un po’ accanito contro i dottori della legge», ai quali «dice cose forti e molto dure: “Voi avete portato via la chiave della conoscenza, voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi glielo avete impedito, perché avete portato via la chiave”, cioè la chiave della gratuità della salvezza, di quella conoscenza». Infatti, ha rimarcato il Papa, questi dottori della legge pensavano che ci si potesse salvare soltanto «rispettando tutti i comandamenti», mentre «chi non faceva quello era un condannato». In pratica, ha detto Francesco con un’immagine molto evocativa, «accorciavano gli orizzonti di Dio e facevano l’amore di Dio piccolo, piccolo, piccolo, piccolo, alla misura di ognuno di noi». Dunque ecco spiegata «la lotta che sia Gesù sia Paolo fanno per difendere la dottrina». E a chi dovesse obiettare: «Ma padre, non ci sono i comandamenti?», Francesco ha risposto: «Sì, ci sono! Ma ce n’è uno, che Gesù dice che è proprio come la sintesi di tutti i comandamenti: amare Dio e amare il prossimo». Proprio grazie a «questo atteggiamento di amore, noi siamo all’altezza della gratuità della salvezza, perché l’amore è gratuito». Un esempio? «Se io dico: “Ah, io ti amo!”, ma ho un interesse dietro, quello non è amore, quello è interesse. E per questo Gesù dice: “L’amore più grande è questo: amare Dio con tutta la vita, con tutto il cuore, con tutta la forza, e il prossimo come te stesso”. Perché è l’unico comandamento che è all’altezza della gratuità della salvezza di Dio». Al punto che Gesù poi aggiunge: «In questo comandamento ci sono tutti gli altri, perché quello chiama — fa tutto il bene — tutti gli altri”. Ma la fonte è l’amore; l’orizzonte è l’amore. Se tu hai chiuso la porta e hai portato via la chiave dell’amore, non sarai all’altezza della gratuità della salvezza che hai ricevuto». È una storia che si ripete. «Quanti santi — ha affermato Francesco — sono stati perseguitati per difendere l’amore, la gratuità della salvezza, la dottrina. Tanti santi. Pensiamo a Giovanna d’Arco». Perché la «lotta per il controllo della salvezza — soltanto si salvano questi, questi che fanno queste cose — non è finita con Gesù e con Paolo». E non finisce neanche per noi. Infatti è una lotta che pure noi ci portiamo dentro. Ecco dunque il consiglio del Pontefice: «Ci farà bene oggi domandarci: io credo che il Signore mi ha salvato gratuitamente? Io credo che io non merito la salvezza? E se merito qualcosa è per mezzo di Gesù Cristo e di quello che lui ha fatto per me? È una bella domanda: io credo nella gratuità della salvezza? E infine, credo che l’unica risposta sia l’amore, il comandamento dell’amore, del quale Gesù dice che lì sono riassunti gli insegnamenti di tutti i profeti e tutta la legge?». Da qui l’invito conclusivo a rinnovare «oggi queste domande. Soltanto così saremo fedeli a questo amore tanto misericordioso: amore di padre e di madre, perché anche Dio dice che lui è come una madre con noi; amore, orizzonti grandi, senza limiti, senza limitazioni. E non ci lasciamo ingannare dai dottori che limitano questo amore».

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