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ANCHE A GERUSALEMME LA DUREZZA DELLA STORIA SALMI 123 – 124

 

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ANCHE A GERUSALEMME LA DUREZZA DELLA STORIA SALMI 123 – 124

La città delude

Il pellegrino ha contemplato e benedetto la città. Ora essa è a portata di mano. C’è un’ultima valle da scendere e risalire e, mentre sta risalendo lungo la china, guarda verso Gerusalemme e si accorge che ormai può toccarla. Allora alza lo sguardo ed è come se esso non si fermasse più ad osservare la meta tanto desiderata.
Il v. 1 di questo Salmo è brevissimo, ma densissimo. Precisa che lo sguardo del pellegrino è orientato verso colui che abita nei cieli. Eppure alla fine del Salmo precedente lodava Gerusalemme perché in essa è la casa del Signore! Tra i due brani si nota un salto. È come se il contatto con Gerusalemme disturbasse il nostro viandante. Ora che è così vicino da poterla toccare, un senso di ripulsa lo assale. Non per questo si arresta o perde l’orientamento, ma il suo gesto – gesto di chi distoglie lo sguardo – ha un senso di amaro disincanto. La meta diventa motivo di sofferenza, addirittura di scandalo.
Oltre tutto succede quello che è normale in ogni luogo di pellegrinaggio: chi viene da lontano, povero e devoto, è subito trattato come un cliente da imbrogliare.. con la massima devozione! Nel caso migliore viene deriso e ci si approfitta di lui.
Così il pellegrino si accorge subito che il contesto non è in sintonia con l’intensa partecipazione interiore, con la preparazione affettuosa e devota che ha caratterizzato il suo lungo viaggio. Si accorge di trovarsi in un contesto dove egli è considerato uno straniero e che Gerusalemme è occupata.
Anche questo non è in sé una novità sorprendente. La storia della salvezza parla spesso della città invasa da culti idolatrici e stranieri. Gerusalemme, la Bella, l’Eletta, la Benedetta, è inquinata.

SALMO 123

1 Canto delle ascensioni. Di Davide.

A te levo i miei occhi,
a te che abiti nei cieli.

2 Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni;
come gli occhi della schiava,
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.

3 Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
già troppo ci hanno colmato di scherni,

4 noi siamo troppo sazi
degli scherni dei gaudenti,
del disprezzo dei superbi.

Devozione a Dio, sospetto e solidarietà
Dopo il v. 1, con il valore introduttivo di una dichiarazione così esplicita di desiderio di Colui che rimane Puro, Libero e Splendente nella Santità, il v. 2 contiene uno svolgimento meditativo. Di nuovo il pellegrino, con prudenza, guarda Gerusalemme, la sua realtà che si impone.
Ripensa e prende posizione. Dice quello che succede; e si descrive in rapporto alla città che vede: un servo che rimane vigilante in attesa di quel gesto con cui il padrone gli comunicherà il da fare. È atteggiamento di grande devozione e affetto, accompagnato da un tono di allarme, da un brivido di sospetto. C’è una tensione che cancella la nota di letizia che aveva accompagnato l’ultimo tratto del viaggio. Gli occhi sono fissi, calamitati. Solo un gesto del padrone e quest’uomo sfodererà gli artigli come un cane fedele in difesa dell’amato.
Così egli guarda al Signore, e non solo lui!
Nel v. 1 si esprimeva in prima persona singolare, nel v. 2 parla in prima persona plurale. Questo passaggio dal singolare al plurale non è indifferente. Non è solo, ci sono altri con lui. È confermata quell’esperienza di comunione che il Salmo precedente ha illustrato ed esaltato, anche se lo è sul versante del sospetto, dell’allarme e della tensione. Comunque il pellegrino anche così si riconosce parte di una realtà comunitaria.
Insieme si noti l’ultimo rigo del v. 2: «finché abbia pietà di noi…». La pietà di cui si parla è l’atto del chinarsi. Dio si piegherà su di noi per occuparsi di noi e sollevarci. Quella tensione che si esprimeva – generata da fervore e intransigente coerenza – si stempera in modo da trasformarsi in una vera e propria invocazione che esprime uno stato di miseria e debolezza estrema. Se il Signore non si piega sulla nostra bassezza nulla sarà possibile ancora per questi pellegrini stranieri in casa e per questo solidali. Si aspettavano pace e solidarietà dalla intera comunità di Israele.
Sono delusi e consolati solo dalla presenza di altri simili a loro. In questo uso del «noi» si percepisce la convinzione profonda che esiste una solidarietà anche nei confronti di coloro che accolgono male o imbrogliano i pellegrini. Questi sono ignari dei raggiri che li coinvolgono, li scoprono quando sono danneggiati e derisi. Allora dicono «noi», si riconoscono tra loro, sfortunati e poveri. Eppure in questo «noi» non sono del tutto assenti anche coloro che fanno da avversari e forestieri.
Il nostro pellegrino incontra a Gerusalemme gente che fa finta di essere straniera in quel luogo. Allora egli si rivolge al Signore e si dichiara totalmente fiducioso, per tutti, nella pietà che viene da Lui.
Un grido
Così gli ultimi due versetti del Salmo riportano un grido. È come se a nome di tutti il pellegrino dicesse: «Basta! Non ne posso più!».
Il Salmo si era aperto con il levare lo sguardo al Signore, ora il pellegrino lo implora di chinarsi su persecutori e perseguitati. La sua sazietà – il non poterne più – è relativa agli scherni subiti, ma anche a quelli restituiti, perché il testo originale – su questo il nostro testo non ci aiuta a capire – fa comprendere che coloro che approfittano di Gerusalemme per i loro bassi interessi non sono le sole fonti di disgusto. Il pellegrino dice anche: «Noi siamo troppo sazi… del disprezzo» per i «superbi» (v. 4): il disprezzo con il quale noi rispondiamo loro. È sazi età per una infame violenza reciproca, di cui ci si ingozza fino alla nausea. In ogni caso il Salmo si conclude con questa semplice e perentoria dichiarazione: « Basta!».
A sua volta anche Gesù dirà «Basta!. (Lc 22,38) a chi lo invita alla violenza.
Siamo così al Salmo 124.

SALMO 124

1 Canto delle ascensioni. Di Davide.

Se il Signore non fosse stato con noi, .
- lo dica Israele -

2 se il Signore non fosse stato con noi,
quando uomini ci assalirono,

3 ci avrebbero inghiottiti vivi,
nel furore della loro ira.

4 Le acque ci avrebbero travolti;
un torrente ci avrebbe sommersi,

5 ci avrebbero travolti
acque impetuose.

6 Sia benedetto il Signore,
che non ci ha lasciati,
in preda ai loro denti.

7 Noi siamo stati liberati come un uccello
dal laccio dei cacciatori:
il laccio si è spezzato
e noi siamo scampati.

8 Il nostro aiuto è nel nome del Signore
che ha fatto cielo e terra.

Un orizzonte di grazia per ogni cammino
Il testo suppone l’intervento di un solista e del coro. « Se il Signore non fosse stato con noi» – dice il solista – e il coro ripete il ritornello «lo dica Israele se il Signore non fosse stato con noi…».
Questa ricostruzione liturgica rinvia a un contesto vivo nel quale si fa udire la voce di un personaggio in una assemblea. Immaginiamo di ricostruirlo così: siamo alla sera di quell’importante giorno dell’arrivo alla città. L’ingresso vero e proprio non è ancora avvenuto. Al bivacco ciascuno dei convenuti racconta le proprie avventure davanti al fuoco, a turno. Anche il nostro pellegrino racconta le sue.
Ora è possibile trovare degli interlocutori attenti o almeno gentili. Ciascuno si apre e un coro commenta, sommesso: « Se il Signore non fosse stato con noi non saremmo qui… ».
I racconti sono diversi: ciascuno ha percorso una sua strada e le situazioni sono originali, eppure il ritornello ricapitola e fonde in un orizzonte di grazia ciascuna vicenda. Così esse si re interpretano l’una con l’altra: « Tutti siamo qui perché il Signore è stato con noi!».
L’aneddotica personale e di gruppo, le barzellette, le fantasie, i racconti che ingigantiscono avventure… tutto serve a dire che si è lì ed è possibile raccontarsi e ascoltarsi perché «il Signore è stato con noi». In contatto con le mura di Gerusalemme ci si ritrova tutti condotti alla meta.
Si noti l’espressione alla prima persona plurale: «con noi». Si potrebbe anche tradurre diversamente: «Se il Signore non fosse stato per noi» oppure «in noi» (così il testo greco e la Vulgata: «in nobis»). Non solo il Signore è colui che ha accompagnato con il suo intervento prodigioso il viaggio. Egli era presente nei viandanti.
In questa direzione suggerivano di pensare anche i Salmi 121 e 122, che abbiamo già letto. Ora è possibile dichiararlo espressamente: era Lui che sosteneva i passi, che gestiva il quotidiano della fatica; Lui rendeva prodigiosa la piatta realtà di ogni momento. Se non fosse stato così non si sarebbe arrivati. Non c’è nessun momento – neppure il più trascurabile e non raccontato – che non sia stato pieno di valore impagabile, perché il Signore ne ha pagato il prezzo.
La liberazione dagli inferi genera benedizione
La prima sezione del Salmo, fino al v. 5 dice come il nostro pellegrino racconta di sé. La seconda sezione si sviluppa in forma di preghiera e di benedizione.
Noi che abbiamo letto il Salmo 121 possiamo pensare che il suo viaggio non sia stato ricco di quegli incontri spaventosi di cui parla adesso. Può darsi anche che tenda a ingigantire le cose, ma importa poco: anche se non fosse successo niente, la ragione per cui il viaggio si è compiuto è intrinsecamente straordinaria. È una ragione che non ha una consistenza autonoma indipendentemente dal fatto che il Signore vi si è impegnato e manifestato. Lui ha riempito, in modo gratuito, di senso e di valore quell’itinerario grigio che si era intrapreso.
Dice allora che «uomini ci assalirono» con la «loro ira…». Racconta un’aggressione, in due immagini: una belva feroce digrigna i denti e una massa d’acqua esce dal proprio alveo. Sono immagini anche contraddittorie: la furia della fiamma dell’ira e una marea travolgente. Sono entrambe immagini infernali, comunque.
L’inferno della vita avrebbe racchiuso in sé il viandante, lo avrebbe bloccato, insabbiato e intrappolato. Gli uomini sono da esso ridotti a misurarsi come protagonisti di una sua iniziativa fallita. Il Signore strappa da questo inferno; un inferno sperimentato e ricordato con pena. Il Signore non ha permesso che fosse questa l’esperienza disperante e definitiva.
Allora «Sia benedetto il Signore…». Egli ci ha liberati. Queste sono le cose grandi del Signore, eppure tanto semplici. Le scene invocate sono quasi infantili: un uccellino liberato, un frullio d’ali e non c’è più. Le grandi cose sono semplici: «non ci ha lasciati, in preda ai loro denti.. .».
Tutti concludono come nel Salmo 121. Si passa ancora da «Il mio aiuto viene dal Signore» (Sal 121,2) al «nostro aiuto». Lui ha condotto tutti in uno spazio libero, per volar via. Lui fa di questa piccola storia mia una storia raccontabile. Essa diventa parte della storia comune, commento alla storia degli altri e comprensibile solo con la loro, davanti allo sguardo di Dio. Tutti sono così al termine di un viaggio che si è compiuto solo perché «il Signore è stato con noi».

C’È UN TEMPO PER OGNI COSA

http://www.messaggerocappuccino.it/index.php/parola/706-2015mc2-par-1

C’È UN TEMPO PER OGNI COSA

La vita è fatta di esperienze molteplici, che il tempo paziente ci offre

di Rosanna Virgili biblista

Il capitolo terzo del libro del Qoèlet è un capolavoro letterario, un quadro di sconcertante semplicità che colora con pennellate parallele di azioni contrapposte, le cose che normalmente riempiono la vita. La vita è “tempo per…” dice Qoèlet. Tempo per fare ogni cosa e il suo contrario.

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, / un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato. / Un tempo per uccidere e un tempo per curare, / un tempo per demolire e un tempo per costruire. / Un tempo per piangere e un tempo per ridere, / un tempo per fare lutto e un tempo per danzare (…), / un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. / Un tempo per cercare e un tempo per perdere (…). / Un tempo per strappare e un tempo per cucire, / un tempo per tacere e un tempo per parlare. / Un tempo per amare e un tempo per odiare, / un tempo per la guerra e un tempo per la pace (Qo 3,2-8).
Come è evidente non si tratta di un catalogo di opere morali, né di precetti da osservare, ma semplicemente delle diverse azioni che le persone fanno, o possono fare, nell’arco di tempo che la vita mette loro a disposizione. Alcune di esse, per grazia di Dio, non sono universali, ad esempio fare la guerra, né l’“uccidere”e nemmeno l’“odiare”. Come, per contro, sfortunatamente, non tutti fanno la pace, o tacciono al momento opportuno, o compiono gesti di amore. Qoèlet è soltanto un autore che guarda, ad occhio nudo, il vivere umano e lo filma, facendolo passare sulla superficie della pellicola. Egli non tradisce alcun sentire, alcuna approvazione o disapprovazione, alcun giudizio di sorta su ciò che vede compiere ogni giorno, sotto il sole. La vita è questo: una serie di occasioni momentanee di fare e di disfare, di amare e di odiare, di tacere e di parlare, di nascere e di morire. Tutto scorre, diremmo con il filosofo Eraclito. Ma niente avviene senza una decisione.
Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo (Qo 3,1)
Ciò che il lettore vede in questa tavola delle vicende umane è, innanzitutto, la pazienza del tempo. Non dobbiamo preoccuparci se oggi siamo nel pianto, perché domani saremo nel riso. La vita è fatta di molteplici esperienze, di momenti differenti, di avvicendamenti, di stagioni che ruotano e di profumi che cambiano. Nulla resta per sempre e ciò che oggi sembra remoto e impossibile, domani sarà tuo. Non c’è da farsi fretta, poiché nel tempo tutto arriva ed ogni cosa muta. Proprio per questo, tuttavia, non c’è da farsi fretta, ma neppure da attendere troppo, poiché il tempo è anche ritmo e scadenza.
La vita è fatta di relazioni e queste generano il pianto e il riso, l’abbraccio e la distanza, l’amore e l’odio, il cercare ed il perdere. La vita ha un’estensione a tutto sesto e sul limitare dell’amore, si può conoscere l’odio. Lungi dall’apparire un mero spettacolo sospinto da una cieca fatalità, essa, nel suo tessuto variegato, appare in tutta la sua istanza sacra. C’è una solennità misteriosa che esce dalle note duettate del nascere e del morire, del fare lutto e del danzare, del togliere all’altro la vita e dell’impiegare ogni cura per salvargliela. Potrebbe sembrare frutto di cinismo questo freddo elenco di sinonimi e contrari, ma è anche, viceversa, silente meraviglia di tutto ciò che capita ai vivi.
Il nostro cuore resta attonito e pensante dinanzi al teatro sublime e tremendum che è il dipanarsi della parabola esistenziale. Ma anche fiducioso. C’è tempo per ogni cosa e, quindi, vivi appieno il momento. Nel riso vivi tutta la gioia possibile, nel pianto cogli la goccia preziosa delle lacrime. Nella ricerca metti ogni tua curiositas e, nella perdita, approfitta per liberarti dalle zavorre del passato e prepararti ad accogliere aurore nuove. Nel tempo dello strappo, grida e ribellati alle lacerazioni; giungerà il giorno per ricucire i pezzi e il filo dell’unione sarà allora indisgiungibile. Insomma il tono della tavola poetica qoeletiana non appare fatalmente disilluso e meccanico, senza un esito sensato a nessuna stagione della vita, né tantomeno, alla vita tutta intera, ma, al contrario, può inneggiare alla bellezza e alla libertà che, in ogni attimo, si apre, per ciascuno di noi, come opportunità.
Ho capito che per essi non c’è nulla di meglio che godere e procurarsi felicità durante la loro vita; e che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro, anche questo è dono di Dio (Qo 3,12-13).
L’invito dell’autore è esplicito e saggio: tu cerca, in ogni modo, di essere felice. Perché questo è dono di Dio: il cuore pieno e gioioso nelle situazioni più ordinarie della vita umana. Ma come fare a riuscirci? Come si può trovare il momento opportuno per essere felici, facendo la cosa giusta nel kairòs, nel “tempo giusto”? Questa è l’arte difficilissima del vivere! Difficile, ma non impossibile, anzi, di fatto, indispensabile. Occorre trovare il “verso giusto” alla propria esistenza, in ogni età della vita. Non basta farlo a vent’anni o a trenta, ma occorre avere una attività di discernimento sempre, fino alla fine. Credo che capire la direzione da prendere occupi una vasta parte dei nostri pensieri, costantemente. Ma ci sono anche i momenti “decisivi” in cui occorre fare delle scelte che determineranno il futuro e che apriranno, volta volta, altre porte, inoltrando in altri incroci dove occorrerà decidere ancora. Nulla nella vita è reversibile ed essere liberi non significa avere sempre la possibilità di revoca. In realtà non si torna mai indietro, soltanto si può tornare su cose simili a quelle del passato, ma con un’anima ormai trasformata e assolutamente rinnovata. Dopo aver conosciuto l’odio non si potrà mai più amare come prima. Si potrà certo amare ancora, ma di un amore liberato e limpido, molto più forte e consapevole.
Proprio per l’estrema importanza che ha il saper comprendere il “segno” del tempo, nella vita di una persona, occorre avere degli amici, delle persone che ci amino e che ci sono state accanto, fedeli, per i diversi tempi della nostra vita. Occorre avere dei compagni di strada che sappiano orientarci verso il domani, conoscendo e valutando ciò che facemmo ieri, insieme alle speranze che si agitano invisibili dentro il cuore e che noi stessi non sappiamo del tutto riconoscere. Qualcuno accanto a noi con uno sguardo amante e distaccato, coinvolto e lucido, contemporaneamente. Qualcuno che ci sappia tirar fuori dal dubbio, che ci dia la spinta necessaria, perché noi si riesca ad uscire dalle mille paure di abbandonarsi al canto stupendo e irrinunciabile della vita.

Publié dans:BIBBIA: ANTICO TESTAMENTO |on 23 août, 2018 |Pas de commentaires »

BRUNO FORTE. «NEL POPOLO DELL’ALLEANZA LE NOSTRE SANTE FONDAMENTA» (DA AVVENIRE 2016)

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/nel-popolo-dellalleanza-le-nostre-sante-fondamenta-il-dialogo-come-in-fam

BRUNO FORTE. «NEL POPOLO DELL’ALLEANZA LE NOSTRE SANTE FONDAMENTA» (DA AVVENIRE 2016)

GIACOMO GAMBASSI domenica 17 gennaio 2016

«Se Gesù Cristo è ebreo per sempre, allora la conoscenza del mondo da cui Egli proviene aiuta a capire più profondamente quello che Egli è stato, ciò che ci ha detto e donato». L’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, non ha dubbi. «Si è meglio cristiani se si conosce e si ama l’ebraismo. Aggiungo che non si può essere veramente cristiani senza questo amore e questa conoscenza ». Proprio l’approfondimento delle radici comuni fra la Chiesa cattolica e il popolo eletto è la sfida della Giornata di riflessione ebraico-cristiana in programma oggi. L’arcivescovo teologo, nelle vesti di presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo, firma insieme con il rabbino Giuseppe Momigliano il sussidio Cei per l’iniziativa. Al centro la decima Parola del Decalogo: Non desidererai. «Essa – sottolinea Forte – riassume l’esigenza profonda di rispetto, di attenzione a che l’altro possa esprimersi nella pienezza delle sue possibilità senza in alcun modo violare la sua libertà e così favorendo un esercizio armonico di essa in grado di creare rapporti autentici con tutti». Quest’anno si conclude il cammino decennale intorno ai Comandamenti che dal 2006 sono stati meditati durante le Giornate. «Non siamo voluti entrare in questioni strettamente esegetiche – afferma l’arcivescovo – ma abbiamo privilegiato un approccio che potesse facilitare la comprensione delle dieci Parole illuminate anche dal legame fra ebraismo e cristianesimo. Perché, come dice un recente Documento della Commissione della Santa Sede per i rapporti con l’ebraismo, la fede del popolo dell’Alleanza non è qualcosa di esterno al cristianesimo: la relazione con l’ebraismo va considerata un dialogo di famiglia. E l’ebraismo è la santa radice del cristianesimo che resterà tale sino alla riconciliazione finale. D’altro canto, co- me ricordano anche i rabbini d’Italia, il cristianesimo è un’esplicitazione che porta la fede biblica al mondo intero come messaggio universale nella luce dell’ebreo Gesù, che i cristiani riconoscono come il Figlio di Dio». Le tavole della Legge consegnate a Mosè sono un terreno di incontro fra le due fedi. «Il fatto che nella tradizione ebraica il Decalogo sia chiamato le dieci Parole – nota il presule – ci fa capire come esso sia un’esplicitazione dell’unica Parola di Dio con cui l’Eterno ha parlato all’umanità attraverso l’elezione del popolo d’Israele e poi, per noi cristiani, con l’incarnazione del Figlio. Tutte le voci del Decalogo richiamano all’atteggiamento fondamentale di ascolto nei confronto dell’Altissimo e all’accoglienza del suo dono, nella condivisione e nel reciproco rispetto dei beni che vengono da Dio. Ecco il messaggio che intimamente unisce ebrei e cristiani: siamo il popolo della Parola, della Parola di Dio rivolta agli uomini. Questo, ad esempio, è completamente diverso rispetto alla concezione islamica della Rivelazione: il Corano è un testo disceso dal cielo, di cui non si fa ermeneutica; mentre per ebrei e cristiani la Parola di Dio entra nella storia e ha bisogno di essere sempre nuovamente interpretata perché si stabilisca quel ponte comunicativo fra il cuore di Dio che parla e il cuore dell’uomo che ascolta». L’appuntamento di quest’anno è contrassegnato dell’incontro di papa Francesco con la comunità ebraica di Roma. «Se la visita di papa Wojtyla fu un’apertura storica e se quella di papa Ratzinger è stata un approfondimento teologico e spirituale del rapporto fra ebrei e cristiani – sostiene Forte –, la visita di Francesco è caratterizzata dalla ricchezza di partecipazione anche personale ed emotiva di questo Papa al dialogo con l’ebraismo. La Cattedrale di Buenos Aires è l’unica al mondo in cui c’è all’interno un memoriale della Shoa, proprio a dire la stima che Bergoglio nutre verso gli ebrei. Ebbene nella personalità di Francesco l’intera Chiesa cattolica viene chiamata a riscoprire la fecondità del rapporto con Israele».

Publié dans:BIBBIA: ANTICO TESTAMENTO |on 26 juin, 2018 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO -SIRACIDE 15,15-20

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Siracide%2015,15-20

BRANO BIBLICO SCELTO -SIRACIDE 15,15-20

15 Se vuoi, osserverai i comandamenti;
l’essere fedele dipenderà dal tuo buonvolere.
16 Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua;
là dove vuoi stenderai la tua mano.

17 Davanti agli uomini stanno la vita e la morte;
a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.
18 Grande infatti è la sapienza del Signore,
egli è onnipotente e vede tutto.

19 I suoi occhi su coloro che lo temono,
egli conosce ogni azione degli uomini.
20 Egli non ha comandato a nessuno di essere empio
e non ha dato a nessuno il permesso di peccare.

COMMENTO
Siracide 15,15-20
Il libero arbitrio
La prima parte del Siracide (Sir 1,1 – 42,14) contiene una estesa raccolta di proverbi, i quali sono raggruppati, senza un ordine chiaramente riscontrabile, in base a temi riguardanti le più svariate situazioni di vita. Il brano liturgico fa parte di una piccola collezione che ha come tema la libertà che Dio ha conferito all’uomo, dandogli la possibilità di essere responsabile delle proprie azioni. Nei proverbi che precedono il maestro esorta il discepolo a non dare a Dio la responsabilità delle cose che capitano; Dio infatti non ha piacere che uno pecchi; al contrario egli ha creato l’uomo e l’ha lasciato in balia del suo volere. Vengono poi le massime riportate nella liturgia. Esse si dividono in due parti: libertà dell’uomo (vv. 15-17) e sapienza di Dio (vv. 18-20).
La prima di queste due parti inizia con questa massima: «Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l’essere fedele dipende dalla tua buona volontà» (v. 15). Abbiamo qui un’affermazione esplicita della libertà dell’uomo. Chi ha composto questa massima non ha tenuto conto di tutte le limitazioni a cui è sottoposto ogni essere umano, ma ha messo in luce la caratteristica fondamentale che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi. Nell’ebraico si aggiunge: «Se hai fede in lui anche tu vivrai». Questa frase vuole mostrare come la libertà dell’uomo ha valore solo se è guidata dalla fede in Dio, altrimenti è fonte di morte.
Nel proverbio successivo il tema viene così approfondito: «Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano» (v. 16). L’acqua e il fuoco sono i due estremi di una totalità e indicano la grande estensione delle scelte che l’uomo può e deve fare. La stessa struttura appare anche nel versetto successivo: «Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà» (v. 17). Questa frase richiama l’analoga affermazione di Dt 30,15. Da essa appare che l’uomo ha la facoltà di scegliere tra una vita piena e la morte. Naturalmente non si tratta della vita o morte fisiche, ma di una vita piena che si oppone a una vita senza senso. La prima porta con sé il benessere fisico e spirituale, la seconda è causa di dolori spesso nascosti ma non per questo meno pesanti.
Nella seconda parte della raccolta si mette prima di tutto in luce la conoscenza di Dio: «Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa» (v. 18). Qui la sapienza appare ancora come un attributo di Dio, al quale compete il compito di dare ordine e armonia a tutto il creato. Ciò che egli raggiunge però automaticamente nei confronti delle creature non ragionevoli, non può essere ottenuto dall’uomo senza la sua collaborazione.
Lo stesso tema viene ripreso sotto un’altra angolatura nella massima successiva: «I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini» (v. 19). In forza della sua conoscenza Dio è vicino a quanti lo temono. Nei libri sapienziali il timore di Dio non consiste nell’obbedire a una legge da lui promulgata ma nel sintonizzarsi con lui mediante la ricerca e il compimento del bene. Dio conosce tutte le opere degli uomini e quindi può dare a ciascuno la ricompensa che si è meritata, una ricompensa che consiste non in qualcosa di esterno a quello che si fa ma nella soddisfazione per il bene compiuto. La massima finale ritorna al tema del libero arbitrio: «A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare» (v. 20). Il malvagio non può dare a Dio la colpa del male che egli compie.

Linee interpretative
La libertà dell’uomo è uno dei punti più qualificanti del messaggio biblico. Senza di essa non c’è la possibilità di fare il bene o il male e quindi viene meno la possibilità per l’uomo di stabilire un rapporto personale con Do e con il prossimo. Questa libertà costituisce la grandezza dell’uomo. Ma essa deve venire formata attraverso l’esercizio della sapienza, altrimenti diventa fonte di errori e di sofferenze senza numero. Oggi ci si rende conto sempre più dei condizionamenti che limitano la libertà umana. Questa constatazione però non deve portare a una svalutazione o a un’ulteriore limitazione di questa prerogativa, ma a una valorizzazione sempre più grande mediante la formazione.

Publié dans:BIBBIA: ANTICO TESTAMENTO |on 15 février, 2018 |Pas de commentaires »

GIONA

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/giona.htm

GIONA

di d. Divo Barsotti

Quello che Dio chiede è davvero molto: è un’impresa rispondere. Si capisce come questo pover’uomo di Giona cerchi di fuggire; tutti facciamo così. E Giona scappò. Mosè aveva cercato di contrattare con Dio, e Dio lo vinse; con Giona Dio vincerà nonostante la sua fuga. Mosè cercò delle ragioni per scansare la vocazione divina, per rinunciare alla missione che Dio gli voleva affidare. Non so parlare…, e poi ancora, a corto di argomenti: Mandaci chi vorrai… (Cf. Es. 4,10-13). Giona non risponde nemmeno, anzi risponde immediatamente fuggendo. Il libro ispirato non riporta alcuna risposta in parole del profeta; l’unica risposta è la fuga.
Bisogna salvarsi; bisogna fuggire quanto prima, non aspettare… non aspettare che il Signore ci parli! Appena accenna una parola, bisogna fuggire dalla sua faccia! Ma dove fuggire? Dove?… Dio è terribile se tu soltanto lo ascolti! La cosa migliore è fuggire subito, perché da lui non ti salvi! Il demonio qualche cosa ti lascia; tutti ti lasciano qualcosa; per questo è più facile rispondere a tutti che rispondere a Dio. Dio non ti lascia nulla, ti brucia.
E Giona lo sapeva! ‘Devo andare a Ninive, io, a parlare di queste cose… Proprio io, ci devo andare! Diglielo tu se ti piace…. Vuoi proprio usare di questa povera creatura umana che sono io per fare delle cose così gravi, annunciare delle verità così pesanti e dolorose?’ Pareva dire Giona al Signore. Veramente, il Signore scomoda troppo! Sarebbe così facile a lui non metterci tanto a repentaglio, non esigere troppo da noi! Perché vuole proprio attraverso di noi, far delle cose che noi non faremmo mai, anche se potessimo e tanto meno le vogliamo fare nella previsione di quel che ci aspetta?…
Va’! – Dice Dio – e la risposta di Giona è una sola: Giona si mette subito in cammino: sembra dunque che la risposta sia pronta come quella di Abramo. Diceva Dio ad Abramo: esci dalla tua famiglia. Anche lui, Giona, va; ma, aggiunge subito il testo sacro, va per fuggire a Tarsis, lontano da Jahweh. Pover’uomo! Se il Signore lo mandava a Ninive, già questo diceva non soltanto il dominio di Dio su tutta la terra, ma diceva anche che Dio si interessava, con una provvidenza specialissima, di ogni popolo; Dio era vicino a ciascun popolo, Dio è colui che dimora ovunque. Egli tutto riempie di sé.
Lo sapeva Giona? Lo sapeva e non lo sapeva. A proposito di questo, dicono i commentatori che l’espressione lontano da Jahweh non vuol dire che l’autore ispirato ritenga che Dio dimori soltanto nella terra d’Israele. Certo, l’autore ispirato non intende questo; eppure, io non escludo che l’espressione voglia significare precisamente che il profeta volesse andare lontano da Jahweh. L’autore comincia già a burlarsi un po’ d’Israele e dei suoi profeti! Giona credeva di scappare da Dio. Ma come si può scappare? Dice il salmo 139: Dove fuggirò lontano da te? Se salgo in alto tu sei là; se discendo negli abissi, là ti trovo, se prendo le penne dell’aquila e fuggo al di là dei mari, io non fuggo ancora da te; e se entro nella notte, la notte si fa come giorno. E’ impossibile fuggire dalla presenza di Dio, ovunque egli è.
Ma quello che dice precisamente la rivelazione, non era quello che credeva questo povero ebreo: credeva, in fondo, di potersi difendere di fronte alle esigenze divine. L’insistere stesso dell’espressione al termine della frase indica già la volontà dell’autore ispirato di burlarsi di Israele. Tutto il libro di Giona sembra voglia canzonare i profeti che si lamentano di Dio, Israele che non sa accettare il piano divino. E’ una cosa meravigliosa in tutta la Bibbia, questo piccolo libro, tanto diverso dagli altri, e così grande!
Lontano da Jahweh. Povero Giona! Vuol andare lontano da Jahweh, ma come fa?… L’uomo tenta sempre la fuga, e non è questa la vita di ciascuno di noi quando Dio chiama? Fintanto che Dio non chiama, si frequenta la Chiesa, si sta vicini al Signore, magari si desidera anche di fare una vita pia; ma quando il Signore ci prende sul serio e ci parla, allora davvero nasce la paura; cresce la paura quando egli si avvicina, perché Dio è fuoco e ci sentiamo bruciare. Non si avvicina impunemente il Signore ad un’anima! Siamo almeno scottati, se non siamo bruciati, e noi cerchiamo di difenderci, quasi che possa esservi difesa di fronte a un Dio cui nulla resiste. Tu fuggi: dove? Tu fuggi: come? Pensa Giona: “Se egli mi chiama a Ninive, Ninive è a Oriente, io andrò a occidente, metterò fra Ninive e me tutto il mare e tutto il deserto”. Tra Ninive e te puoi mettere il mare e il deserto, ma tra te e Dio che cosa metterai? Questo è l’importante. Tra te e quello che il Signore ti comanda puoi mettere il mare, il deserto, ma tra te e Dio che cosa puoi mettere? Dio viene con te, è in te, per glorificarti o per condannarti. Comunque, in ogni modo ti brucia. Di fatto, Giona mette fra sé e Ninive il mare, il deserto, ma non può mettere nulla fra sé e Dio. Dio lo trova ovunque egli vada. E Dio lo colpisce, lo raggiunge più di quanto non l’avrebbe raggiunto se egli avesse obbedito…
Chissà — dice il re — che Dio non si penta… Si ripete la scena descritta dal libro di Geremia, cui certamente si ispira poi il libro di Giona. Là viene letto il libro degli oracoli di Geremia al re di Giuda, Joaquim, e Joaquim non ascolta, anzi brucia il rotolo nel quale sono scritti gli oracoli; qui il re di Ninive invece ascolta e fa penitenza. Così Dio ora si pente della distruzione che aveva detto di fare, e salva la città.
Aveva detto Geremia: Chissà che quelli della casa di Giuda, sentendo tutto il male che io penso di far loro, si ravvedano ritraendosi ciascuno dalla sua via perversa ed io abbia a perdonare la loro iniquità e il loro peccato (Ger. 36,3). In Geremia il testo esprime la speranza di Dio, nel libro di Giona la speranza dell’uomo. Dio rimane libero di fronte a noi; noi non possiamo legarlo. Chissà, dice il re. L’uomo si sente sospeso, non può poggiare su nulla, nemmeno sul suo pentimento, ma sulla sola libertà d’amore di Dio. L’uomo non può avere mai sicurezza in se stesso; la sua sicurezza non può riposare che nella libertà di un amore infinito. Ma come facciamo ad avere una sicurezza nella sua libertà?
Chissà che Dio non si penta. E’ questo chissà che salva la vita religiosa, perché se non ci fosse questo “dubbio”, tutto tornerebbe in un piano di pura giustizia. L’uomo deve rimettersi a un Dio che rimane mistero: ma rimane mistero d’amore. Anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore, scrive Giovanni (1Gv.3,20).
Questo chissà apre il cuore a una speranza; non lo angustia, non lo chiude nel terrore, lo dilata invece in una speranza viva. Dio è libero, ma è libero perché è l’amore; non libero in quanto ti condanna, ma libero perché, nonostante tutto, ti ama, perché ti amerà sempre e il suo amore troverà le vie per salvarti anche contro di te. Non certo nel senso che egli ti salverà anche rimanendo tu peccatore, ma egli troverà il modo perché tu non lo sia più, perché la tua volontà si pieghi ad accettare il suo perdono, anzi ad invocarlo.
Per il cristiano che sa che la libertà di Dio è soltanto una libertà di amore, l’incertezza è vinta, l’incertezza dell’uomo si cangia in un abbandono perfetto. Il tuo abbandono non lo lega, anzi scioglie il suo amore.
Quando Dio vide le loro azioni, si erano infatti convertiti dalla loro cattiva condotta, si sentì impietosito… Il pentimento precede il perdono di Dio? E’ perché Dio ha pietà di te, che tu ti penti. In fondo, sono un gioco divino tutta la storia, tutta la nostra vita. Il Signore gioca: all’ultimo non rimane che l’amore di Dio. Lotta con te tutta la notte per poi vincerti al mattino, mentre poteva vincerti fin dall’inizio. Dio è come un fanciullo; lo vide così l’Eckhart in una visione: vide un bimbo nudo entrare nella sua stanza a porte chiuse. “Chi sei, da dove vieni?” Dio è un bambino, come l’ha visto un giorno Claudel a Parigi in Notre-Dame. Dio non ha neppure un giorno, egli è la giovinezza eterna. Proprio perché è un bambino si diverte a giocare. Che delusione per gli uomini seri della vita religiosa… Egli sempre disfa i loro piani e li delude. Il Signore chiede anche a noi questa fanciullezza, perché la vita non è, in fondo, che un gioco d’amore. Ti chiede il pentimento, ma è lui che te lo dà; prima ancora che tu ti pentissi, Dio ha avuto compassione di te. Quando Giona è andato a Ninive credeva di andare a portare la condanna e, invece, Dio lo mandava a portare la salvezza. Dietro il profeta irato veniva Dio, per una festa di amore.
Così Dio ci parla d’amore in un linguaggio d’ira e di condanna; sotto il segno del rimprovero ci parla d’amore… Si sentì impietosito, Dio, riguardo al male che aveva minacciato di fare loro, e non lo fece. L’aveva detto e invece non lo fa; l’aveva detto sul serio?… Dio sotto l’apparenza della condanna cela un dono di amore, tanto che tu stesso che pure speravi in questo amore, ne rimani sconcertato. Credo che i niniviti, dopo, forse non credettero all’amore di Dio. Davvero questo amore era incomprensibile, strano. Come Dio li lascia in pace? Il castigo era giusto ed è così poco quello che loro ha chiesto! Dio ama così.

 

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II – “MA È PROPRIO VERO CHE DIO ABITA SULLA TERRA?” (1 RE 8, 27)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1993/documents/hf_jp-ii_hom_19930615_almudena-madrid.html

VIAGGIO APOSTOLICO IN SPAGNA

CELEBRAZIONE EUCARISTICA PER LA CONSACRAZIONE DELLA CATTEDRALE «DE LA ALMUDENA»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Madrid – Martedì, 15 giugno 1993

“Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra?” (1 Re 8, 27)

1. La liturgia di oggi ci presenta queste parole di Re Salomone, che abbiamo ascoltato nella prima lettura. E continua: “Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita” (1 Re 8, 28).
L’uomo è consapevole dell’infinità e dell’immensità di Dio, non racchiuso nei limiti di spazio e di tempo, poiché “è Signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo” (At 17, 24). Ma il Dio dell’Alleanza, “Colui che è” (cf. Es 3, 14), ha voluto venire ad abitare in mezzo al suo popolo. Colui che abbraccia e permea tutto abitava nella tenda, detta dell’Incontro, durante il peregrinare del popolo fino alla terra promessa. Il Signore pose la sua dimora sul monte santo, Gerusalemme, poiché la sua delizia è abitare in mezzo ai figli degli uomini (cf. Pr 8, 31), e quando “venne la pienezza del tempo” (Gal 4, 4) si fece Emmanuele, “Dio con noi” (cf. Mt 1, 23). Nella persona di Gesù Cristo, Dio stesso va incontro all’uomo. Dio si rende accessibile ai sensi, tangibile: “abbiamo visto”, “abbiamo udito” e “abbiamo toccato il Verbo della Vita”, “poiché la Vita si è manifestata e noi l’abbiamo vista”, scrive l’apostolo San Giovanni (cf. 1 Gv 1, 1-2). Infatti, in Gesù Cristo “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2, 9), al punto tale che il suo corpo è il tempio autentico, nuovo e definitivo, come abbiamo ascoltato nella lettura del Vangelo (cf. Gv 2, 21). “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Per questo, con il cuore colmo di gioia, proclamiamo col Salmista: “Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti!” (Sal 83, 2).
2. A somiglianza del tempio di pietre vive che sono tutti i fedeli di questa Arcidiocesi, la Cattedrale di Santa Maria la Real de la Almudena, che oggi abbiamo la gioia di consacrare al culto divino, è un’espressione sublime di lode a Dio. Perciò, una gioia immensa ha riunito oggi la popolazione di Madrid, cui desidero esprimere, attraverso la radio e la televisione, il mio caloroso e affettuoso saluto. Una gioia che ho voluto fare mia nel venire qui come Successore di Pietro a consacrare questa dimora di Dio fra gli uomini. Questa chiesa, che si innalza fino al cielo, è tutta un simbolo: il simbolo del dinamismo del Popolo di Dio che ha unito le proprie forze, il proprio lavoro, le elemosine e le preghiere, per offrire a Dio una dimora degna nella quale invocare il suo nome e implorare la sua misericordia.
A tutti coloro che in un modo o nell’altro hanno contribuito alla sua costruzione: alla casa Reale, che ha avuto un ruolo decisivo nell’inizio dei lavori e ha continuato in seguito a sostenerla; al Presidente del Governo e alle numerose imprese che hanno contribuito alla sua edificazione; alle istituzioni che, insieme all’Arcivescovado, hanno formato il Patronato e cioè: il Comune di Madrid, la Comunità Autonoma, Caja Madrid e l’Associazione della Stampa madrilena; l’Architetto e i lavoratori che hanno dedicato all’opera le proprie capacità e le proprie energie; alle parrocchie, alle congregazioni religiose e alle associazioni di fedeli che hanno depositato qui i loro oggetti d’arte per ornarla, a tutti coloro che hanno contribuito con il loro sostegno economico, e alla Chiesa e al popolo di Madrid, a tutti il Papa vuole esprimere oggi il suo ringraziamento, in nome di Gesù Cristo e della Chiesa, per il coronamento di questo grande tempio.
Gratitudine, in modo particolare, al Pastore di questa arcidiocesi, il Signor Cardinale Angel Suquía oicoechea, che a nome di tutta la comunità ecclesiale, Vescovi Ausiliari, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli, mi ha rivolto le parole tanto cordiali di comunione e di amicizia. Che il Signore, ricco di misericordia, ricompensi abbondantemente il suo generoso e zelante ministero pastorale alla Chiesa di Dio. Ringrazio anche per la loro presenza il Cardinale Vicente Enrique y Tarancón e agli altri Cardinali, come anche il caro Episcopato spagnolo con il suo Presidente, Mons. Elías Yanez, Arcivescovo di Saragozza.
Rendiamo grazie alla Santissima Trinità per questo luogo santo in cui dimorerà la gloria del Signore! Rendiamole grazie perché, nella sua divina provvidenza, questo luogo sia dimora di preghiera e di suppliche, di culto e di adorazione, di grazia e di santificazione. Sia il luogo dove il popolo cristiano accorrerà per incontrare il Dio vivo e vero.
3. “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor 3, 16). Queste parole di San Paolo che abbiamo ascoltato nella seconda lettura, ci portano anche, cari fratelli, a chiederci: “Qual è il fondamento del nostro essere e sapere di essere tempio di Dio?”. E la risposta è: Gesù Cristo. Per questo lo stesso apostolo potrà dire: “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1 Cor 3, 11). E tutto ciò senza cancellare quello che dice l’Antico Testamento sul tempio di Gerusalemme, e che nel salmo responsoriale abbiamo ripetuto con tanta forza emotiva: “Beato chi abita la tua casa” (Sal 83, 5).
Vediamo che il fervore per la casa di Dio porta un giorno Gesù, nel tempio di Gerusalemme – quel tempio innalzato da Salomone e ricostruito dopo l’esilio in Babilonia – a cacciare i mercanti dicendo loro: “Non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato” (Gv 2, 16). E alla domanda degli ebrei: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?” (Gv 2, 18), il Signore risponde: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2, 19). Queste parole allora non potevano essere comprese dato che Gesù intendeva il tempio del suo corpo. Solo dopo la risurrezione i suoi discepoli le compresero e credettero.
Per questo, carissimi fratelli e sorelle, proclamiamo che il tempio della Nuova ed Eterna Alleanza è Gesù Cristo: il Signore crocefisso e risuscitato dai morti. In Lui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2, 9). Egli stesso è l’Emmanuele: “la dimora di Dio con gli uomini” (Ap 21, 3). In Cristo tutto il creato si è trasformato in un tempio grandioso che proclama la creazione di Dio.
4. A somiglianza di questo edificio materiale che oggi consacriamo a gloria di Dio, e nella cui costruzione tutte le pietre, ben assemblate, contribuiscono alla stabilità, alla bellezza e all’unità, voi, essendo figli di Dio, mediante il battesimo, “venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pt 2, 5). E alla base di questo edificio, ci sarà come garanzia di stabilità e di perennità la “pietra angolare, scelta, preziosa” (1 Pt 2, 6), il cui nome è Gesù Cristo.
Perciò, non rovinate questo tempio! Non rattristate lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati segnati (cf. Ef 4, 30), ma al contrario, curate l’unità della fede e la comunione in ogni cosa: nel sentire e nell’agire, attorno al vostro Pastore. Infatti, il Vescovo, in comunione con il successore di Pietro – “roccia” su cui viene edificata la Chiesa (cf. Mt 16, 18) – è il Pastore di ogni Chiesa particolare e ha ricevuto da Cristo, attraverso la successione apostolica, il mandato di insegnare, santificare e guidare la Chiesa diocesana (cf. Christus Dominus, 11). Accoglietelo, amatelo e obbeditegli come a Cristo, pregate costantemente per lui, affinché svolga il suo ministero con totale fedeltà al Signore.
5. Con l’ultimazione della Cattedrale di Madrid, opera in cui sono state impegnate tante energie, si compie un passo importante per la vita di questa Arcidiocesi. La cattedrale, infatti, è il simbolo e il focolare visibile della comunità diocesana, presieduta dal Vescovo, che ha in essa la sua cattedra. Perciò, questo giorno della consacrazione della cattedrale deve rappresentare per tutta la comunità diocesana un insistente richiamo alla nuova evangelizzazione a cui ho convocato la Chiesa.
La Chiesa spagnola, fedele alla ricchezza spirituale che l’ha caratterizzata nel corso della sua storia, deve essere oggi fermento del Vangelo per l’animazione e la trasformazione delle realtà temporali, con il dinamismo della speranza e la forza dell’amore cristiano. In una società pluralista come la vostra, si rende necessaria una maggiore e più incisiva presenza cattolica, individuale e associata, nei diversi settori della vita pubblica. Per questo è inammissibile, in quanto contraria al Vangelo, la pretesa di circoscrivere la religione all’ambito strettamente privato, dimenticando paradossalmente la dimensione essenzialmente pubblica e sociale della persona umana. Uscite, dunque, per strada, vivete la vostra fede con gioia, portate agli uomini la salvezza di Cristo che deve permeare la famiglia, la scuola, la cultura e la vita politica! Questo è il culto e la testimonianza di fede cui ci invita anche questa cerimonia della consacrazione della cattedrale di Madrid.
6. In questa prospettiva potremo capire meglio il profondo significato di questo atto. Vediamo l’immagine e contempliamo la realtà: vediamo il tempio e contempliamo la Chiesa. Guardiamo l’edificio e penetriamo dentro il mistero. Perché questo edificio ci rivela, con la bellezza dei suoi simboli, il mistero di Cristo e della sua Chiesa. Sulla cattedra del Vescovo, scopriamo Cristo Maestro che, in virtù della successione apostolica, ci insegna nel corso dei tempi. Sull’altare vediamo Cristo stesso nell’atto supremo della redenzione. Nel fonte battesimale, troviamo il cuore della Chiesa, Vergine e Madre, che rende chiara la vita di Dio nel cuore dei suoi figli. E guardando a noi stessi, potremo dire con San Paolo “Siete l’edificio di Dio… santo è il tempio di Dio, che siete voi” (1 Cor 3, 9-17). Questo è il mistero simboleggiato dalla cattedrale dedicata a Santa Maria la Real de la Almudena.
Lei, la Madre del Signore, è la patrona della diocesi di Madrid, con il titolo de la Almudena. Si tratta di un titolo antichissimo, che risale alle origini della città e la cui devozione è andata crescendo nel tempo. Ciò è dimostrato dal “Voto de la Villa” che la giunta municipale realizzò alla fine del secolo XVIII, e la partecipazione in massa di fedeli alle celebrazioni liturgiche della sua festa, negli ultimi anni. La devozione alla Vergine de la Almudena, insieme a quella di altre immagini mariane, come quella della Madonna de Madrid, la Virgen de la flor de Lys, la Virgen de Atocha e la Virgen de la Paloma, esprimono la venerazione e l’affetto profondo che i cattolici madrileni nutrono per la Madre di Dio. Nel consacrare questo tempio in onore di santa Maria, la Vergine de la Almudena, tutta la Chiesa di Madrid, e ognuno dei suoi fedeli, deve guardare a lei e imparare ad essere anche segno visibile della presenza di Dio fra gli uomini.
7. Chiesa di Madrid: per adempiere nel mondo di oggi all’immensa e meravigliosa missione di vivere con pienezza la Redenzione di Cristo e comunicarla agli uomini, devi fissare il tuo sguardo nella donna che un giorno accolse il gioioso annuncio dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Lei, che cammina davanti alla Chiesa “nella peregrinazione della fede” (Redemptoris Mater, 2), ti mostrerà il cammino. Guardala e come lei dà il tuo assenso alla grazia, affinché tu sia ricolmo di Cristo e possa cantare anche tu il suo stesso canto di lode (cf. Lc 1, 46-55).
Così sia.

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