Archive pour la catégorie 'Lettera ai Tessalonicesi – seconda'

COMMENTI MARIE-NOËLLE THABUT, TESSALONICESI 2, 16 – 3, 5

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COMMENTI MARIE-NOËLLE THABUT, TESSALONICESI 2, 16 – 3, 5

(traduzione Google dal francese)

Domenica, 6 novembre 2016

A volte siamo a corto di idee per comporre le nostre preghiere universali, questo è un buon modello! C’è tutto: prima, è una preghiera per l’altro, i Tessalonicesi pregano per Paolo e Paolo ai Tessalonicesi.
Poi quello che prega ha un solo obiettivo: « La parola di Dio continua la sua gara.  » Qui troviamo la passione di Paolo per annunciare la Parola a tutte le nazioni; sappiamo che gli piace l’immagine della corsa; nel mondo greco, molto affezionato dei giochi circensi, era una vista familiare. È possibile immaginare un corridore che porta la parola come una torcia per accendere il mondo, per quanto possibile. L’apostolo è un portavoce (si potrebbe dire che la « speaker »), la semplice testimonianza di una parola che precede e supera gli sopravviverà. Questo suggerisce un altro paragone: il musicista che interpreta un’opera di risuona per tutto il tempo della sua carriera; egli è conosciuto e amato; Partizione a sopravvivere. Il nome della performer essere dimenticata, il nome dell’autore sarà ricordato. E applausi vanno molto di più al lavoro che l’interprete. I nomi di Bach o Mozart o Beethoven rimasti, i nomi dei loro interpreti sono stati dimenticati.
Ma questo è solo un confronto, per fortuna, la partizione di cui siamo responsabili, la Parola di Dio non ha bisogno artisti di talento, dobbiamo solo essere appassionato.
St. Paul dice ancora: « Pregate perché la parola di Dio continua il suo corso, e che lo rende gloria ovunque a casa. » Paul cerca la gloria della Parola di Dio, non per lui. Ed è vero che tra la Parola di Dio, la Tessalonicesi è stato ricevuto in modo esemplare: ricordiamo che Paolo rimase solo tre settimane a Tessalonica e in tre settimane già una comunità cristiana è nato, a cui egli può già dire « abbiamo fiducia in voi: che si fa e si continuerà a fare quello che si ordina. » Questo ci ricorda la prima lettera a Timoteo (abbiamo letto di recente) in cui Paolo si meravigliò che Cristo aveva fiducia in lui quando non aveva fatto nulla per meritare questa fiducia: « Sono pieno di gratitudine colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù, nostro Signore; è lui che mi ha contato degno di fiducia, portandomi al suo servizio, io che ero un ex bestemmiatore, persecutore e violento « . A sua volta, Paul fiducia il giovane battezzati tutti Salonicco che ha avuto poco tempo per provare se stessi ancora. Ma in realtà, non è solo a loro si fida, è a loro assistita dalla grazia di Dio … In sostanza, a fidarsi degli altri semplicemente ricordare che la grazia di Dio è . al lavoro in essi
Infine, la preghiera di Paolo è guidato da una sola certezza: « il Signore è fedele; egli vi confermerà e vi protegga dal male « ; il male che vuole proteggere il Tessalonicesi, non è la persecuzione in sé; egli sa che è parte della vita cristiana; e sappiamo che se egli stesso è rimasto a Salonicco che tre settimane è perché la persecuzione degli ebrei fu costretto a lasciare. Ma ciò che i Tessalonicesi hanno bisogno è il conforto del Signore per affrontare la persecuzione e tenere nel corso del tempo. Paolo insiste: «Prego che possiamo sfuggire alle persone perversi e il male, perché non tutti hanno la fede … » Fuggire qui, non vuol dire evitare: se voleva evitare la persecuzione, sarebbe cambiato lavoro ! Fuga significa « superare », avere il coraggio di stare fermo; l’unico obiettivo, ancora una volta, è che la diffusione del Vangelo (la gara, come dice lui), non è ostacolata.
E questo comfort, egli sa di poter contare su; la fedeltà è il nome di Dio « , il Dio di tenerezza e di fedeltà »; fu sotto questo nome che Dio ha rivelato a Mosè. Questa fedeltà di Dio, Paolo stesso ha sperimentato; per dimostrare la sua superba inizio frase: « Consolatevi da nostro Signore Gesù Cristo stesso e Dio nostro Padre, che ci ha amati e nella sua grazia ci sempre dato conforto e speranza gioiosa » . Comfort e gioiosa speranza, sembra che è sinonimo per lui. Lì ci fa dito come la speranza è radicata nel passato, o meglio in un esperimento. Per la speranza non è una questione di immaginazione; come se avessimo inventato giorni migliori, perché oggi è difficile; al contrario, la speranza è una questione di memoria (è la virtù della memoria), è la fede (o memoria) accoppiato con il futuro. Abbiamo visto, per esempio, con la storia dei sette martiri dei Maccabei: se fossero in grado di scoprire la fede nella risurrezione, perché hanno avuto l’esperienza della fedeltà di Dio.
deve ancora essere amichevole per la presenza di Dio; Questo è il motivo per cui Paolo ai Tessalonicesi suggerisce di lasciare « confortati dal Signore nostro Gesù Cristo » … abbiamo trovato ancora una volta qui la lezione del fariseo e del pubblicano nel fariseo, pieno di sé, non c’era posto per Dio; Il pubblicano invece, fu in grado di essere riempito perché il suo cuore era aperto.

BRANO BIBLICO SCELTO – 2 TESSALONICESI 1,11-2,2

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=2%20Tessalonicesi%201,11%20-%202,2

BRANO BIBLICO SCELTO – 2 TESSALONICESI 1,11-2,2

Fratelli, 11 preghiamo di continuo per voi perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e porti a compimento, con la sua potenza, ogni vostra volontà di bene e l’opera della vostra fede; perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo.
2,1 Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, 2 di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente.

COMMENTO
2 Tessalonicesi 1,11 – 2,2

Il ritardo della parusia
La lettera si apre con un prescritto (2Ts 1,1-2) a cui fa seguito il ringraziamento tipico delle lettere paoline (2Ts 1,3-12). A questo punto si situa il brano centrale riguardante la venuta del Signore (2,1-12). Vengono poi alcune esortazioni (2,13 – 3,15) e il postscritto (3,16-18). Il brano liturgico abbraccia i due versetti finali del ringraziamento iniziale e i due iniziali del brano centrale.
Nel ringraziamento epistolare (1,3-12) l’autore esprime la sua soddisfazione perché i destinatari sopportano coraggiosamente persecuzioni e tribolazioni, nella certezza che un giorno, al momento della venuta del Signore, le posizioni si riverseranno: i giusti saranno premiati e gli empi duramente puniti. Il linguaggio è quello dell’apocalittica giudaica. In chiusura, nel testo ripreso dalla liturgia, appare il motivo della supplica: «Per questo preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo» (1,11-12). Nella prospettiva della venuta di Cristo, giudice ultimo, si fa opportuna l’intercessione per i destinatari. Non basta la loro buona volontà, si richiede che Dio stesso li renda degni della sua chiamata e sostenga i loro sforzi, affinché possano attuare i desideri di bene a cui li spinge la loro fede. Il sostegno della grazia di Dio e di Cristo è necessario ai credenti perché il nome di Cristo, cioè Cristo stesso, sia glorificato in loro ed essi possano partecipare alla glorificazione del Signore Gesù Cristo.
Con 2,1 inizia il brano più importante della lettera, nel quale l’autore intende correggere le attese escatologiche della comunità: «Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente» (2,1-2). Lo scopo esortativo appare subito in apertura: «Vi preghiamo … ». Il tema di questa esortazione è quello della «venuta» (parousia) del Signore e della nostra riunione (episynagôgê) con lui (v. 1). I tessalonicesi non devono lasciarsi portare fuori strada da nessuna «ispirazione» (pneuma, spirito), «parola» (logos) o «lettera» (epistolê) fatte passare come sue, in base alle quali si afferma che il giorno del Signore, cioè cioè l’avvenimento glorioso della sua venuta finale, sia «imminente» (enestêken, ormai incombente) (v. 2). Di fronte all’entusiasmo sognatore di alcuni è urgente richiamare tutti alla realtà del presente e alle responsabilità concrete di ciascuno. Indirettamente però il brano corregge anche la prospettiva escatologica della Prima lettera ai Tessalonicesi che accentuava l’imminenza della venuta futura di Cristo. È interessante che al momento della stesura della lettera venivano fatti circolare detti e lettere attribuiti falsamente all’apostolo. Anche questa è probabilmente una lettera non scritta da Paolo, ma l’autore pensa di rappresentare il genuino pensiero dell’apostolo.
Termina qui il testo liturgico. Nel seguito del brano si afferma che prima della fine dovrà manifestarsi «l’uomo iniquo, il figlio della perdizione», il quale farà di tutto per mettersi al posto di Dio (2,3-4; cfr. Dn 11,36-39). Sebbene il mistero dell’iniquità sia già in atto, la manifestazione dell’uomo iniquo però è ancora lontana, perché è impedita da un misterioso ostacolo (2,6-8). Quando esso sarà tolto di mezzo l’uomo iniquo si manifesterà, ma sarà subito eliminato dal Signore Gesù nel momento stesso della sua venuta. Circa l’identità di questo ostacolo sono state fatte le ipotesi più diverse: alcuni vi hanno visto l’impero romano, altri la preghiera della Chiesa, altri ancora un decreto divino, oppure lo Spirito Santo, o l’arcangelo Michele oppure infine la predicazione del vangelo. Nessuna di tali ipotesi si è dimostrata pienamente soddisfacente: perciò si può supporre che l’ostacolo non sia altro che la volontà divina che governa le vicende di questo mondo.

Linee interpretative
Nel periodo successivo alla scomparsa di Paolo le comunità che si rifacevano alla sua predicazione hanno dovuto affrontar situazioni nuove, che l’apostolo non aveva personalmente preso in considerazione. Nel tentativo di trovare una soluzione la “scuola paolina” ha selezionando, tra i tanti tentativi di elaborare anche in forma di lettera il messaggio di Paolo, quelli che sembravano più coerenti con il suo insegnamento.
L’attesa impaziente della venuta imminente del Signore aveva provocato numerosi problemi nella vita delle comunità. Senza dubbio l’effetto più grave era quello di un disimpegno a tutti i livelli, soprattutto nella vita sociale, dove si manifestava un parassitismo sostenuto anche da tensioni tipiche della società di allora. In questo contesto era dunque necessario riprendere l’insegnamento di Paolo per mostrare che in esso non era contenuta la dimensione specifica di imminenza che tanti vi leggevano. La stesura in nome di Paolo di una lettera che portasse le sue indicazioni per risolvere il problema era lo strumento più facile da usare. Da questa preoccupazione ha origine la seconda lettera ai Tessalonicesi.
L’autore, che si presenta come l’apostolo Paolo, non entra in discussione sui temi specifici delle attese dei cristiani, ma afferma che le sofferenze e i disastri attuali non devono essere visti come segno di una fine imminente. Quando questo momento verrà, non sarà difficile rendersene conto. Per ora era importante affrontare la crisi senza fughe in avanti, senza dare spazio a illusioni che potevano tagliare le gambe alla comunità. Perciò l’autore, proprio dicendo qualcosa che non collima con l’insegnamento esplicito dell’apostolo, è sicuro di essere fedele al suo pensiero. Questo intervento mantiene in vigore l’attesa apocalittica, anzi la rinforza, mettendo in discussione solo l’aspetto di imminenza. Tuttavia concorre a far sì che la prospettiva escatologica venga meno, offuscando anche l’attesa del regno di Dio così fortemente inculcata da Gesù e con essa l’impegno per un mondo migliore.

PADRE NOSTRO: VOI DUNQUE PREGATE COSÌ (Paolo, biblica Tessalonicesi)

http://www.ilfaro-it.net/Brevi%20meditazioni%20bibliche%20Montante1.htm

PADRE NOSTRO: VOI DUNQUE PREGATE COSÌ (Paolo Tessalonicesi)

(è un rtf, metto tutto l’indice, io ne propongo solo un parte, il link è alla copia cache)

Indice

Guida agli studi 2
0. Introduzione 3
1. Richieste meritevoli 4
Programmare la preghiera 6
2. Aver passione per le persone 7
La preghiera continua 8
3. Il contenuto di una preghiera fruttuosa 9
Metodi per non distrarsi 10
4. Pregare il Dio sovrano 11
Scuse per non pregare 13
5. Pregare per ottenere potenza 15
Liste di preghiera 17
6. Pregare per il ministero 18
Ostacoli alla preghiera 20
7. Pregare nell’avversità 21
Usare la Bibbia 22
8. La preghiera di Gesù 23
Preghiere pubbliche 24

0. Introduzione
La preghiera è una fonte di grande benedizione, un momento in cui possiamo accogliere l’invito di Dio di venire da lui e di partecipare al suo banchetto celeste (Is 55:1). È quando possiamo veramente sperimentare la comunione con il nostro Creatore e Padre. È quando possiamo inginocchiarci in adorazione e confessione davanti alla sua santità e quando possiamo godere la sua presenza, come un amico, perché Gesù ha aperto la via per noi. Ma per la stessa ragione è difficile fare degli studi sulla preghiera, perché il nostro rapporto con Dio deve essere un motivo di meraviglia e non di studio. Inoltre c’è il pericolo che studieremo la preghiera invece di pregare!
La preghiera è anche potente, e come noi possiamo avere potenza nella nostra vita (non diventando potenti, ma utilizzando la potenza di Dio). Gv 14:13-14 rivela una potenza enorme. In Efes 6:18 è una di due arme offensive contro Satana. In Giuda 20 è un modo per edificarsi nella fede. Per noi, è come la potenza di un atomo, che c’era ma non sfruttata fino al secolo scorso; noi abbiamo la potenza della preghiera, ma spesso non la sfruttiamo.
La preghiera dà anche la tranquillità – invece di preoccuparci, dobbiamo pregare (Fili 4:6-7). Quando consegniamo le nostre difficoltà a Dio in preghiera e ringraziamento, affinché diventino la responsabilità di Dio e non di noi, siamo riempiti della sua pace invece della nostra preoccupazione.
Anche se è difficile fare degli studi sulla preghiera, abbiamo tutti bisogno di aiuto per la preghiera, perché la verità è che è difficile pregare e pregare bene. Non è sorprendente che è difficile pregare, perché siamo ancora pellegrini con molto da imparare, e non sperimenteremo mai la pienezza del nostro rapporto con Dio da questa parte di paradiso. Ma quello che è sorprendente è che preghiamo poco e preghiamo male, nonostante questo invito alla comunione con Dio, questa potenza della preghiera e la pace che dà. Abbiamo bisogno di incoraggiamento per pregare di più, e insegnamento per conoscere meglio Dio e così pregare meglio.
Questi studi non dicono tutto quello che c’è da dire sulla preghiera. Prendono da scontato, per esempio, che dobbiamo pregare. Ma lo scopo principale è di aiutarci a pregare meglio, non in modo superficiale ma secondo tutta la volontà di Dio. Il metodo per raggiungere questo scopo è di esaminare alcune delle preghiere della Bibbia, per scoprire come dovremmo rivolgerci al nostro Signore. Ci sarà anche un « angolo dei consigli » in ogni studio, con alcuni suggerimenti pratici per pregare meglio, e che possono anche essere delle spunte per condividere con gli altri suggerimenti che hanno per la preghiera.
Quello che gli studi non sono è un elenco di tecniche che garantiscono una vita di preghiera perfetta. Perché non esistono. La preghiera è una manifestazione di un rapporto con Dio, e non ci sono tecniche per vivere un rapporto. Ma vogliamo ascoltare quello che la Bibbia dice è la natura di Dio e del nostro rapporto con lui, in modo di vivere nel modo giusto questo rapporto. Anche l’angolo dei consigli contiene solo suggerimenti e non leggi; possono essere utili o non ad un certo individuo in un certo momento della sua vita. 1. Richieste meritevoli
2Tessalonicesi 1:3-12 [Carson capitoli 2-3]
Prima di considerare la preghiera di Paolo per i Tessalonicesi negli ultimi due versetti, vogliamo considerare la base o lo sfondo della preghiera. Infatti il versetto 11 inizia « Ed è anche a quel fine », oppure « Per questo motivo », come la Nuova Diodati ed altre versioni. Vedremo quali sono le verità che determinano il contenuto della sua preghiera per i Tessalonicesi.
1. Ringraziamo Dio spesso nelle nostre preghiere. Quali sono i motivi più comuni per cui lo ringraziamo?
Per il cibo, quando riceviamo benedizioni materiali, quando evitiamo un incidente in macchina, per la guarigione di noi o di altri, eccetera.
Leggere 2Tessalonicesi 1:3-10.
2. Quali sono i motivi per cui Paolo ringrazia Dio?
La loro fede cresce, il loro amore abbonda, la loro costanza e fede (cioè fedeltà) nella persecuzione.
Quello per cui ringraziamo di più rivela quello che stimiamo di più. È chiaro che spesso pensiamo che la prosperità e il benessere materiali e fisici siano le cose più importanti nella nostra vita. [Carson pagina 49].
3. Come possiamo fare sì che ringraziamo Dio per la vita spirituale dei membri della cellula, della chiesa, e di missionari che conosciamo?
Quando preghiamo per loro, cominciare sempre con un tale ringraziamento; conoscere bene le persone e la loro spiritualità per sapere per che cosa ringraziare; rispondere subito in preghiera quando vediamo evidenza di fede, amore o costanza; pregare in modo regolare per le persone, pensando ogni volta di quello che hai visto nella loro vita spirituale per cui puoi ringraziare.
4. Quali cose che possiamo vedere nella vita degli altri dovrebbero provocare un tale ringraziamento?
Un atto che scaturisce dall’amore, perseveranza nella difficoltà.
La seconda verità che è una ragione per la preghiera di Paolo per i Tessalonicesi è il « giusto giudizio di Dio » (il v. 5).
5. Secondo il brano, quali sono le conseguenze del giusto giudizio di Dio sulle persone?
Per i credenti, essere riconosciuti degni del regno di Dio (5), ricevere riposo (7) e ammirare Gesù (10); per i non credenti vendetta (6, 8) e punizione (9).
6. Se questo giusto giudizio di Dio fosse il nostro valore più importante, come pregheremmo per i nostri amici credenti? Per i nostri amici non credenti?
a) perseveranza, che glorificheranno Cristo; b) conversione, che glorificheranno Cristo.
Quindi i valori che Paolo porta alla supplica sono l’importanza della vita spirituale delle persone e la certezza che il Signore Gesù Cristo ritornerà per giustificare e per vendicare. Vediamo adesso le preghiere che questi valori creano.
Leggere 2Tessalonicesi 1:11-12.
7. Quali sono le richieste che Paolo fa per i Tessalonicesi?
Che Dio li ritenga degni della vocazione, e che compia i loro buoni desideri e opere di fede.
8. Quale è la vocazione di cui Paolo parla? In che modo siamo ritenuti degni di questa vocazione?
Non è la vocazione (=chiamata) generale a tutti (come Matteo 22:14), ma quella efficace tramite cui Dio ci salva (Rom 8:29-30). Non è che Dio debba ritenerci degni per poterci chiamare, perché i Tessalonicesi, già credenti, sono già stati chiamati. Invece, devono « comportarsi in modo degno della vocazione che è stata rivolta loro » (Efes 4:1); la preghiera è che Dio li trasformi affinché vivano secondo la chiamata ricevuta. Siamo giustificati per grazia, ma siamo anche santificati per grazia.
9. Di che tipo di desideri e opere parla Paolo? Avete degli esempi nella vostra vita? Perché prega Paolo che Dio compia questi desideri e opere?
Nuovi propositi e obiettivi nella vita, che porteranno gloria a Dio. Per esempio aiutare qualcuno, testimoniare in qualche modo specifico, servire nella chiesa. Abbiamo bisogno della potenza di Dio per realizzare un proposito spirituale, e se Dio non lo fa non potrà portare buona frutta (Salmo 127:1).
10. Quale è il motivo per cui Paolo prega queste cose per i Tessalonicesi? (il versetto 12)
Affinché il Signore Gesù sia glorificato in loro, e loro in lui. Il benessere (neanche il benessere spirituale) dei Tessalonicesi non è mai l’obiettivo ultimo; Paolo vuole il loro bene affinché Gesù sia glorificato di più.
11. In che modo l’adempimento di queste preghiere porterà gloria a Gesù in loro?
Vite trasformate dal Vangelo, dalla morte di Gesù, glorificheranno Gesù di più, e come testimonianza anche i non credenti dovrebbero glorificare Gesù per la vita dei suoi seguaci.
12. In che modo l’adempimento di queste preghiera porterà gloria a loro in Gesù?
Siamo nel processo di essere trasformati ad uno stato più glorioso, e un giorno saremo glorificati (2Cor 3:18; Rom 8:30). Se queste preghiere sono adempiute, i Tessalonicesi saranno più gloriosi.
13. Quale è il modo per cui queste preghiere saranno adempiute?
Per la grazia di Dio e Gesù. È Dio che ci trasforma, che opera potentemente in noi, che ci glorifica.
Le preghiere di Paolo sono una conseguenza di come lui vede il mondo e le nostre vite. Non è che per lo più andiamo bene e riusciamo a gestire la nostra vita, con un po’ di aiuto ogni tanto quando qualcosa va male o c’è qualcosa che non siamo in grado di sistemare. Perché le nostre preghiere hanno spesso questa comprensione del mondo. Invece Paolo ricorda la grazia ricevuta nel passato, e la direzione della vita – lo stato finale di tutti – e prega in base alla grazia ricevuta e come dovremmo vivere alla luce di quello che saremo. Siamo nell’universo di Dio, e tutto va fatto per la sua gloria e tramite la sua opera e grazia. Così dobbiamo pregare.
Angolo dei consigli
Durante questi studi, non solo vogliamo capire come si prega, vogliamo pregare di più. Oltre gli esempi delle preghiere bibliche, considereremo alcuni suggerimenti pratici per pregare; spero che possiamo anche condividere le nostre esperienze nella preghiera per poter aiutare gli altri con quello che noi abbiamo imparato.
Premessa: Non esiste una tecnica magica. Esistono gli aiuti e i metodi, ma hanno sempre la tendenza di tirare l’attenzione sui metodi invece di tirarla sul rapporto con Dio che è la preghiera. La preghiera non è come cucinare da una ricetta o costruire una scrivania da un kit dove ci sono le istruzioni. È come un matrimonio. Ci sono dei suggerimenti per il matrimonio, ma non ci sono tecniche che garantiscono un buon matrimonio. Ogni matrimonio è diverso, e il rapporto di ognuno con Dio è diverso, sia dai rapporti degli altri con Dio, sia dal rapporto della stessa persona nel passato e nel futuro. Ci sono dei limiti (nella preghiera e nel matrimonio), ma entro questi limiti è importante trovare quello che funziona meglio per te in questo momento. I consigli saranno degli aiuti per migliorare la tua vita di preghiera, affinché consideriamo qualcosa che potrebbe aiutare che non abbiamo pensare di fare prima.
Programmare la preghiera
La vita spirituale è una vita disciplinata; non succede per caso. Dobbiamo attivamente cercare di crescere nella preghiera con dei propositi fissi di non fare nient’altro che pregare. Naturalmente ciò non esclude la preghiera spontanea, ma neanche la preghiera in ogni momento esclude dedicare certi periodi di tempo alla preghiera, come faceva anche il nostro Signore (Luca 5:16). Un tempo fisso di preghiera può anche diventare una religione formale o legalismo, ma è comunque importante. Forse sarà necessario cambiare spesso l’ora di preghiera (per esempio chi lavora a turni), o di fare più tempi più brevi (per esempio chi ha figli piccoli; anzi forse è meglio così che un lungo periodo una volta al giorno), ma il fatto rimane che se non pianifichiamo di pregare, non pregheremo.
Quale periodo o periodi del giorno è più facile per te fermarti e pregare?
2. Aver passione per le persone
1Tessalonicesi 3:9-13 [Carson capitoli 4-5]
Nel primo studio, abbiamo visto come i valori di Paolo (tutto è merito della grazia di Dio, e Gesù ritornerà) l’hanno fatto pregare in un certo modo. Oggi vedremo che le sue preghiere erano una conseguenza anche dell’amore che aveva per le persone.
Leggere 1Tessalonicesi 2:17-3:8.
1. Quale evidenza c’è in questi brani dell’amore e della passione di Paolo per i Tessalonicesi?
Il grande desiderio di vederli (2:17); non poteva più resistere non aver notizie, e preferiva rimanere solo per confermarli e confortarli (3:1-2,5); era consolato dalle notizie della loro fede e che erano saldi (3:6-8) – spesso siamo scioccati da cattive notizie, ma non rispondiamo a buone notizie del genere.
Per Paolo le persone erano più importanti dei programmi o piani, e più importanti del suo benessere o dei suoi desideri e bisogni. Da una così forte passione per le persone, scaturisce la sua preghiera per loro.
Leggere 1Tessalonicesi 3:9-13.
2. Che cosa prega Paolo?
Ringraziamento per loro per la gioia che gli danno; preghiera per rivederli per poterli aiutare; che Dio li faccia crescere in amore, affinché siano saldi e santi quando Gesù ritornerà.
3. Perché Paolo dice ai Tessalonicesi che ringrazia Dio per loro?
Per incoraggiarli – non è soltanto per fare complimenti a loro, né c’è un distacco emotivo. Così ricorda i Tessalonicesi della loro crescita spirituale, ma anche quello che è la fonte di quella crescita.
4. Trovi difficile dire ad altri che ringrazi Dio per loro? Perché o perché non?
5. In quale modo i Tessalonicesi danno gioia a Paolo? Cosa dice della sua priorità e passione?
La loro fede dà gioia a Paolo (i versetti 7-8), perché per lui la cosa più importante è vedere Gesù glorificato nei suoi figli. Non è quello che lui riceve da loro che gli dà gioia, come è spesso il caso con noi.
Paolo è stato a Tessalonica per solo tre settimane (Atti 17:2), per cui non ha avuto molto tempo per insegnare ai credenti e c’erano ancora delle lacune nella loro fede. Paolo prega di poter colmare queste lacune – la preghiera non è un sostituito per il servizio, né il servizio per la preghiera.
6. Quale (la preghiera o il servizio) trovi più facile?
7. L’impedimento satanico (2:18) ha fatto Paolo pregare di più. Che cosa significa per quanto riguardo quello che Paolo crede dell’opera di Satana? Come rispondi agli ostacoli nella vita?
Dio è più potente di Satana e può sopraffare la sua opera – anche se non lo fa sempre. In un altro caso Paolo ha pregato ma poi ha smesso davanti ad un impedimento satanico – ma solo perché Dio, dopo tre preghiere, gli aveva detto che non avrebbe tolto l’impedimento (2Cor 12:7-9; anche Giobbe).
Anche se Paolo è stato con loro per poco tempo, e c’erano delle lacune nella loro conoscenza, non è la sola o principale cosa di cui avevano bisogno. Infatti la terza parte della preghiera è che il loro amore cresca, verso gli altri credenti e verso tutti.
8. In quale modo l’ultima parte della preghiera è una conseguenza dei valori di Paolo che abbiamo visto nello studio precedente?
Sa che Gesù ritornerà, e quindi vuole che i Tessalonicesi siano pronti per quel giorno.
9. In quale modo vorresti pregare diversamente questa settimana, alla luce di questa preghiera di Paolo?
Angolo dei consigli
La preghiera continua
Nel versetto 10 Paolo dice di pregare « notte e giorno » per i Tessalonicesi. Similmente, in 1Cor 1:4; Fili 1:4; 1Tess 1:2; 2:13 dice di pregare « sempre ». Non è che non faccia altro che pregare, né che si trovi in un costante ma vago ‘spirito di preghiera’ senza preghiere concrete (perché dice in questi brani di pregare cose concrete sempre). Piuttosto, le sue preghiere non sono limitate ad un unico periodo fisso in tutta la giornata, ma oltre i tempi dedicati alla preghiera pregava durante il giorno quando c’era qualcosa per cui pregare.
È difficile coltivare questa abitudine di pregare sempre, perché la nostra impostazione ‘predefinita’ è sempre di agire secondo le nostre capacità, prendendo da scontato quello che riceviamo, e non pensare a Dio.
Per imparare a pregare continuamente, bisogna pregare sempre e subito il momento che Dio o la preghiera ci vengono in testa. Basta un breve SMS, non una lunga lettera; l’importante è che riconosciamo il nostro rapporto con Dio in quel momento. Ciò potrebbe aiutare ad iniziare a pregare più spesso durante il giorno.
Un altro suggerimento è creare una ‘filatteria’ – i Farisei portavano delle corde per ricordarsi a pregare, che come ogni metodo poteva essere corrotto (Matteo 23:5 – ingrandivano le filatterie per fare vedere quanto pregavano). Ma se è possibile associare la preghiera ad un oggetto o un’azione che si usa spesso nel giorno, il risultato è che si prega di più. Questo è lo scopo degli oggetti come braccialetti su cui è scritto « W.W.J.D. ». Quando studiavo, ho messo un elastico intorno alla mia penna, per ricordarmi di pregare. Così ogni volta che prendeva la penna per scrivere qualche appunto, pregavo. Chi usa il cellulare o palmare spesso potrebbe attaccare qualcosa, in modo che si ricordi di pregare ogni volta che usa il cellulare. Oppure una mamma potrebbe decidere di pregare ogni volta che prende il bimbo in braccia.
Un’altra possibilità è di ricordarsi di usare tutti i tempi morti nel giorno per pregare – il tempo nella coda al supermercato, in macchina, quando dobbiamo camminare da un posto ad un altro, nella doccia, durante la pubblicità della televisione, eccetera. In questo modo abbiamo un ricordo costante del rapporto con Dio, e gli possiamo offrire qualche breve ringraziamento, preghiera, lode o confessione per quello che è appena successo, che stiamo facendo o che stiamo per fare.

CHI NON VUOL LAVORARE… PECCA (2TS 3,6-12) –

http://www.paroledivita.it/upload/2012/articolo3_43.asp

CHI NON VUOL LAVORARE… PECCA (2TS 3,6-12) –

DA PAROLE DI VITA ASSOCIAZIONE BIBLICA ITALIANA

(seconda lettura della 33 domenica del T.O. C)

sebastiano pinto

In queste pagine si evidenziano i traumi a cui va incontro la comunità di Tessalonica quando qualcuno decide di astenersi dal lavoro, che resta, invece, la via preferenziale per il perfezionamento sociale e spirituale del cristiano.

Introduzione: benedetto lavoro!

«Il lavoro caccia i vizi derivanti dall’ozio». L’adagio di Seneca funge da felice ouverture per la nostra riflessione su questo brano della tradizione paolina circa i disordini provocati da coloro che rifiutano di lavorare.
È bene fare una precisazione preliminare per fugare il campo da qualche idea non troppo precisa intorno alla natura dell’attività lavorativa secondo i racconti delle origini (Gen 1-3). La vocazione dei progenitori è coltivare e custodire la terra. Il termine ?avôdâ di Gen 2,15 esprime il lavoro connotato come faticoso e duro (Es 1,14) che comporta il sudore della fronte e che fa parte del progetto di Dio. L’Adamo genesiaco è presentato come il contadino che deve lavorare il campo del suo padrone: la terra non è sua e va trattata con la perizia richiesta all’amministratore fedele. Ciò fa emergere la dimensione del dono e della responsabilità umana in rapporto al creato perché nel paradiso non c’è spazio per godersi un’indolente inerzia:
Il lavoro secondo la Bibbia, deriva dalla condizione di incompiutezza in cui il Creatore ha voluto lasciare le cose, perché fossero rifinite dalla cooperazione dell’uomo, per cui esso non deriva affatto dal peccato originale, ma dalla stessa natura della creazione e dell’uomo[1].
Con la disobbedienza l’uomo perde l’armonia con la madre terra; non è il lavoro il segno della maledizione, ma la perdita dell’orientamento: l’uomo è tratto dalla terra, ma ora vede smarrirsi il senso e la vocazione del suo agire e ciò è causa di sofferenza. Egli è quasi costretto a ingaggiare una lotta con la terra perché questa gli produca il necessario per sopravvivere.
Fatta questa premessa, che esclude quell’aspetto dell’antropologia che una volta andava sotto il nome di «esenzione dal dolore» – e che rientrava nei cosiddetti «doni preternaturali» presumibilmente (ed erroneamente) appartenuti all’Adamo genesiaco –, entriamo nel merito del testo paolino, per evidenziare i traumi a cui va incontro la comunità di Tessalonica quando qualcuno dei suoi membri decide di astenersi dal lavoro.

I fannulloni: gente di poca fede
Fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, vi raccomandiamo di tenervi lontani da ogni fratello che conduce una vita disordinata, non secondo l’insegnamento che vi è stato trasmesso da noi (3,6).

La parola dell’Apostolo possiede un tono insolitamente categorico, segno della gravità della situazione denunciata. Ma di cosa si tratta?
Un primo e immediato rimando si ricava dalla prima Lettera ai Tessalonicesi nella quale Paolo consegna l’indicazione giusta circa il comportamento che i cristiani devono perseguire, condotta irreprensibile ispirata alla carità fraterna e alla ricerca del vero bene personale e comunitario (4,9-12). È molto significativo che questa ammonizione sia consegnata nello stesso capitolo in cui si inizia a parlare della parousía (la venuta finale di Cristo), tema che viene sviluppato anche in quello successivo (5,1-11). Il cristiano non deve addormentarsi (cioè non deve abbassare la sua vigilanza) ma rimanere desto e sobrio, rivestito della corazza della fede e della carità, e avendo la speranza come protezione per il capo (5,8).
L’ammonizione di 2Ts 3,6 a separarsi da coloro che conducono una vita disordinata (quasi una scomunica al contrario) e non farsi «contagiare» dal loro lassismo morale richiama, perciò, direttamente il comportamento laborioso al quale i cristiani devono ispirarsi nell’attesa della seconda venuta di Cristo. Vivere sregolatamente è sinonimo di «stoltezza», perché chi non sa discernere i segni premonitori dell’avvento del giorno del Signore mostra, vivendo disordinatamente, l’ampiezza del suo deficit di discernimento.
Come nella 1Ts anche in questa 2Ts la ricaduta morale improntata alla giustizia, all’equilibrio e alla paziente attesa, è conseguenza della prossimità del Signore; di tale condotta l’Apostolo riferisce nel capitolo secondo e agli inizi del terzo affinché i fedeli la incarnino in una scelta di vita coerente.
Successivamente, commentando il v. 11 del brano oggetto di questo nostra riflessione, sarà possibile cogliere un secondo contesto di significati legato alla tradizione sapienziale – complementare a quello escatologico qui tratteggiato – che completerà questo primo approccio alla figura dei fannulloni.

L’Apostolo: un esempio encomiabile
Sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi (3,7-8).
Sono numerosi i testi che dichiarano l’assoluta valutazione positiva accordata al lavoro manuale di Paolo, tessitore-riparatore di tende (cf. At 18,3), non tanto in ordine a un suo merito personale ma alla veracità del suo ministero di evangelizzatore.
Le fatiche artigianali avvalorano il «lavoro apostolico»: conferiscono maggiore risalto alla gratuità dell’annuncio, confermando la stoltezza e lo scandalo della croce di Cristo (1Cor 4,12), e insieme libertà da aspettative e calcoli umani, aspetto messo in rilievo anche in 1Ts 2,3-11 dove Paolo si dichiara alieno da ogni cupidigia proprio perché, come ogni buon genitore, non ha gravato su nessun figlio della comunità. Inoltre, in At 20,34 si legge che alle necessità personali di Paolo e a quelle dei fratelli ha provvedo direttamente l’Apostolo affinché si palesasse che è attraverso il lavoro concreto che si soccorrono i bisognosi.
Ampliando queste considerazioni possiamo notare, secondo quanto riferisce J. Murphy-O’Connor, che la preparazione culturale esibita dall’Apostolo non poteva essere stata acquisita se Paolo fosse stato obbligato da giovane a un lavoro continuativo[2].
Egli, tuttavia, non si lascia irretire da un certo intellettualismo religioso emergente nel tardo giudaismo che celebra la superiorità dello scriba sul manovale (cf. Sir 38,24-27); non considera il lavoro manuale degradante o umiliante, confermando in tal modo il progetto genesiaco secondo il quale, come abbiamo visto sopra, l’uomo doveva lavorare con fatica il campo messogli a disposizione dal Creatore e custodirlo con premura.
Il rifiuto dei privilegi
Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare (3,9).
Paolo è ben conscio che ci sono modelli da rigettare (gli oziosi / impiccioni) e altri da interiorizzare: la sua pedagogia è molto concreta e agganciata alle dinamiche che guidano l’agire morale. Se è vero che si può disgregare una comunità quando dilaga il malcostume, è altrettanto certo che si può crescere nel bene personale e comunitario mettendo al centro figure costruttive e serene.
Il testo che meglio commenta questo passaggio della 2Ts è sicuramente 2Cor 9,1-12 in cui Paolo ribadisce l’autorità apostolica che gli compete spiegandone il valore:
Non sono forse libero, io? La mia difesa contro quelli che mi accusano è questa: non abbiamo forse il diritto di mangiare e di bere? Oppure soltanto io e Barnaba non abbiamo il diritto di non lavorare? E chi mai presta servizio militare a proprie spese? Chi pianta una vigna senza mangiarne il frutto? Chi fa pascolare un gregge senza cibarsi del latte del gregge? Se altri hanno tale diritto su di voi, noi non l’abbiamo di più? Noi però non abbiamo voluto servirci di questo diritto, ma tutto sopportiamo per non mettere ostacoli al vangelo di Cristo (vv. 1a.3a-7.12).
La sua exousía (autorità) non solo non si esercita spadroneggiando sui fedeli ma neppure godendo legittimamente di quei diritti che rientrerebbero nelle sue prerogative e che, secondo il senso comune ma anche secondo la legge («Non metterai la museruola al bue che trebbia» Dt 25,4), gli assicurerebbero il giusto sostentamento in ragione del lavoro apostolico.
Ma in 2Ts 3,9 si compie un passo in avanti rispetto al la brano di 2Cor 9 appena richiamato. Secondo quanto riferisce R. Fabris, in 2Ts è all’opera un chiaro processo di fissazione della tradizione paolina, alla quale ci si rifà con la chiara volontà di ribadire e tutelare le parole ma anche l’esempio del maestro:

scrivendo ai Corinti l’Apostolo interpretò il suo atteggiamento di rinuncia a quel diritto come misura necessaria per non creare intralci al cammino dell’annuncio evangelico (1Cor 9,15ss), qui invece l’autore della lettera vede la condotta di Paolo in chiave moralistica di esemplarità offerta ai credenti […]; non solo l’insegnamento, ma anche la vita del grande apostolo era già diventata autorità nel cristianesimo di fine secolo[3].

La regola d’oro
L’autorevolezza dell’esempio apostolico conferisce maggiore carica morale al categorico ordine cristallizzato in questo versetto:
Infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi (3,10).
Non si tratta di un generico consiglio, ma della norma di vita di cui la comunità si è dotata e che corrisponde a una prassi assodata e corroborata dall’esperienza. Anche l’attuale traduzione della CEI, in continuità con quella precedente, esplicita il senso dell’imperfetto del verbo «ordinare» inserendo l’avverbio «sempre»: la sfumatura verbale connota l’azione come reiterata nel tempo e non come un singolo comando offerto in una determinata circostanza.
Da come è introdotta si vede che la frase è rivestita di un carattere ufficiale e autorevole. Qualcuno ha pensato a una massima tratta dalla morale corrente dei lavoratori; ma nessuno ha finora saputo indicare una frase veramente simile in tutta la sapienza ebraica o greca[4].
Effettivamente dalla formulazione si evince la fraseologia tipica del proverbio popolare senza, purtroppo, riuscire a comprenderne a pieno l’origine. Sembrerebbe che la partecipazione al pasto sia legata in qualche modo alla comunità al punto da venirne esclusi nel momento in cui si tradisce il patto sociale che lega il singolo al resto del gruppo.
Ci pare, tuttavia, che il senso ultimo del v. 10 vada ricercato nel rimando escatologico che accomuna i primi due capitoli primo della lettera e che sopra abbiamo richiamato. Per cui si potrebbe parafrasare così: chi crede che ormai sia inutile affaticarsi e occuparsi delle cose della terra perché considera imminente la fine del mondo – verità sconfessata dallo stesso apostolo poco prima nella lettera (cf. 2,2) – sia coerente con questa sua convinzione e si astenga anche da quei bisogni essenziali (appunto nutrirsi) per soddisfare i quali non profonde più impegno.
L’espressione ha, perciò, la funzione di sanzionare la condotta di alcuni membri della comunità di Tessalonica estremizzando le conseguenze della loro impostazione di vita.

Gli oziosi: una piaga sociale
Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione (3,11).
I soggetti chiamati in causa dall’Apostolo sembrano avere un lontano parente nell’ozioso di cui si traccia l’identikit nella tradizione sapienziale e, in particolare, nel libro dei Proverbi.
A più riprese, infatti, si mette in guardia il discepolo, che vuole acquistare sapienza, dalle cattive compagnie tra le quali è annoveratala figura del pigro.
Il rimando alle stagioni di Pr 20,4 («Il pigro non ara d’autunno: alla mietitura cerca ma non trova nulla») denuncia la mancata valorizzazione dei tempi che diventa la causa della rovina di tale soggetto, anche perché la sua giornata tipo si consuma tra il sonno pieno e il dormiveglia: «Fino quando pigro te ne starai a dormire? Quando ti scuoterai dal sonno? Un po’ sonnecchi, un po’ incroci le braccia per riposare» (Pr 6,9-10). Si descrive lo stato di semi-coscienza da cui egli – come un narcotizzato – non riesce e non vuole liberarsi. Il pigro, perciò, mancando della giusta vigilanza, non si accorge che il suo comportamento gli procura la morte a causa della sopraggiunta povertà (Pr 6,11; 13,4; 19,15).
Il fatto che l’ozioso non sia sufficientemente accorto lo rende non soltanto inaffidabile nello svolgimento di un compito e di una mansione e fastidioso come il fumo o l’aceto («Come l’aceto ai denti e il fumo agli occhi, così è il pigro per chi gli affida una missione», Pr 10,26), ma addirittura pericoloso a causa della sua incapacità di portare a termine un incarico («Chi è indolente nel suo lavoro è fratello del dissipatore», Pr 18,9).
Il legame con la tradizione didattica d’Israele è ravvisato anche dai commenti patristici che meditano sul lavoro alla luce di alcuni testi quali, appunto, quello dei Proverbi in rapporto alla figura della formica:
Ricevi dalla formica una grandissima esortazione ad amare la fatica, e ammira il tuo Padrone, non solo perché fece il sole e il cielo, ma anche perché fece la formica: sebbene infatti l’animale sia piccolo, tuttavia contiene un’ampia dimostrazione della grande sapienza di Dio. Considera certo com’è intelligente e ammira come Dio sia stato capace di porre in un corpo così piccolo un tale infallibile desiderio di lavorare[5].
Possiamo dire che sia nella tradizione paolina sia in quella sapienziale coloro che si lasciano prendere dall’inerzia vengono censurati in quanto irresponsabili, privi del senso delle conseguenze (innanzitutto per se stessi, ma anche per gli altri), alieni da una reale fraternità, dall’appartenenza alla comunità e da una progettualità esistenziale perché troppo avvitati su se stessi.
Manca, tuttavia, ancora un aspetto richiamato da 2Ts 3,11: il fannullone non è soltanto indolente ma anche impiccione e tumultuoso. Il paragrafo che segue completa il quadro comportamentale dei soggetti disordinati che l’Apostolo intende stigmatizzare.

La pace del giusto
A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità (3,12).
I destinatari dell’esortazione / comando sono i fratelli menzionati nei vv. 6 e 11: costoro vivono secondo la modalità espressa dall’avverbio átaktôs («in modo irregolare, indisciplinato, fuori posto»).
La preoccupazione dell’autore biblico che la situazione possa degenere è reale; per questo nei vv. 14-15 minaccia anche quelle che possono essere le misure di contenimento e, allo stesso tempo, di punizione nei confronti di chi disturba il tranquillo svolgimento della vita comunitaria. Intervenendo con energia ma anche con carità contro i «deviati» perché si scuotano dalla loro situazione, la Chiesa dimostra l’assunzione di responsabilità che le compete al fine di tutelare il resto dei credenti.
La tranquillità di chi lavora con fatica (ma con soddisfazione) è in contrapposizione all’inattività dannosa, parassitaria e perniciosa dei nullafacenti.
Ancora una volta è il mondo dei sapienti d’Israele a offrire lo sfondo nel quale collocare il senso delle espressioni qui utilizzate. Si legge, infatti, che la categoria degli stolti è capeggiata dalla Donna Follia di Pr 9,13-18, descritta nella sua irrequietezza come una prostituta che attende le sue vittime; molto vicina alla Follia e sua concretizzazione didattica è la notturna donna straniera menzionata in Pr 7. Ma nella hit parade della squadra dei cattivi si posiziona il frenetico malvagio che è così descritto in Pr 6,12-15:
Il perverso, uomo iniquo, cammina pronunciando parole tortuose, ammicca con gli occhi, stropiccia i piedi e fa cenni con le dita. Nel suo cuore il malvagio trama cose perverse, in ogni tempo suscita liti. Per questo improvvisa verrà la sua rovina, ed egli, in un attimo, crollerà senza rimedio.
A effetto è la menzione delle parti del corpo che esprimono l’indole malvagia dell’uomo, qui descritto sulla falsariga di un animale imbizzarrito: la bocca esprime la menzogna (Pr 4,4), gli occhi il tramare il male (Sir 27,22), i piedi mossi in modo esagerato e nevrotico veicolano l’idea dell’impazienza, lo sfregamento delle dita accompagna la maldicenza (Is 58,9), mentre il cuore è la sede da cui nasce la volontà di suscitare litigi.
Di segno contrario è, invece, il ménage quotidiano del giusto: consapevole che anche se sono numerose le sue sventure viene liberato dal Signore che lo protegge con amore diuturno (Sal 34,20), in lui dimora un sano senso di appagamento perché il poco che possiede è preferibile all’abbondanza degli empi (Sal 37,16). Godere del proprio lavoro rappresenta, secondo il saggio Qoélet, una delle vere (e poche) gioie riservate all’uomo (3,13).
L’auspicio affinché si possa ritrovare la serenità smarrita va inteso, perciò, sia come stile di fede (vivere nel mondo senza l’ansia per il domani) sia come attenzione alla carità fraterna (perché gli oziosi non approfittino ulteriormente della solidarietà della comunità).

Conclusione: alienamento da poco lavoro
Arbeit macht frei («Il lavoro rende liberi»): era questo lo sciagurato messaggio di benvenuto posto all’ingresso di numerosi campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale e, come tutti sanno, posto anche ad Auschwitz (probabilmente dal maggiore Rudolf Höß, primo comandante responsabile del campo di sterminio). Se l’orrore di una simile tragedia resta un’onta indelebile nella storia dell’umanità, il senso del lavoro umano, almeno quello, può essere redento quando la fatica fisica e la conseguente sofferenza trovano nel Crocifisso il punto di convergenza di antropologia e teologia.
Cerchiamo di spiegarci. Da queste nostre pagine emerge, in sostanza, che in 2Ts 3,6-12 non si parla di gente semplicemente pigra e indolente, ma di faccendoni che si introducono in affari altrui, curiosando e seminando pettegolezzi. Il cristiano deve, invece, caratterizzarsi per la serietà nel lavoro, per l’affidabilità professionale con la quale si guadagna da vivere e aiuta il prossimo. Si deve in ogni modo evitare il pericolo di un irrequieto affaccendarsi. Il cristiano deve condurre una vita ordinata[6].
Il collegamento con i testi sapienziali ha messo in rilievo il rischio cui va incontro una comunità in cui resistono fasce comportamentali disgreganti: lo svuotamento delle risorse motivazionali che legano i soggetti al bene comune. Venendo meno il tacito contratto fondato sulla fiducia che ciascuno farà del proprio meglio per la crescita di tutti, si ingenera una sorta di «effetto domino» negativo che l’Apostolo vuole scongiurare perché lede la serietà dell’impegno cristiano nel mondo.
Il lavoro / fatica rivela, invece, una fecondità religiosa notevole perché attesta la gioia e la responsabilità nella costruzione del regno di Dio, che inizia su questa terra. Illuminano, a tale proposito, le parole di Giovanni Paolo II nell’Enciclica Laborem exercens:
Il sudore e la fatica, che il lavoro necessariamente comporta nella condizione presente dell’umanità, offrono al cristiano e a ogni uomo, che è chiamato a seguire Cristo, la possibilità di partecipare nell’amore all’opera che il Cristo è venuto a compiere. Quest’opera di salvezza è avvenuta per mezzo della sofferenza e della morte di croce. Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità[7].
In conclusione è bene ribadire, perciò, che il lavoro (di qualsivoglia natura), tutt’altro che maledizione conseguente al «peccato originale», è la via preferenziale per il perfezionamento sociale e spirituale dell’uomo, a qualunque credo egli appartenga. In questo senso i membri della comunità di Tessalonica che hanno incrociato le braccia in attesa della fine del mondo consumano il dramma di una doppia alienazione: a) la prima assume il volto di un’estromissione dai processi produttivi della comunità, dove l’aggettivo «produttivo» è da intendersi nel senso di finalizzazione e produzione di senso che il lavoro (fatto bene) genera nel cuore umano; b) la seconda alienazione estranea il cristiano dal riferimento cristologico perché lo sottrae al dinamismo partecipativo proprio della creazione la quale, grazie anche all’opera trasformante del singolo, è protesa verso la parousía.
Possiamo, dunque, parlare di una vera teologia del lavoro in rapporto al continuo processo di crescita demandato all’attività lavorativa in vista della dilatazione dell’essere umano e della natura. Si può, perciò, dire che:
due sono le caratteristiche del lavoro: come collaborazione alla creazione, il lavoro si presenta gioiosa ed esaltante attuazione della sovranità dell’uomo sul mondo; come pena del peccato e complemento della redenzione non va esente da sofferenza […]. I due aspetti devono quindi compenetrarsi, a meno che si voglia cadere nell’otium classico o, al contrario, nel fanatismo mistico del proletariato marxista[8].
In un tempo di crisi del lavoro riscoprirne lo spessore spirituale vuole essere anche l’auspicio perché esso non manchi mai a nessuno, e sia vissuto come realizzazione della vocazione alla felicità iscritta nel cuore umano.

[1] E. Testa, «Teologia e spiritualità del lavoro», in G. De Gennaro (ed.), Lavoro e riposo nella Bibbia, Ed. Dehoniane, Napoli 1987, 132.
[2] J. Murphy-O’Connor, Gesù e Paolo. Vite parallele, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2008, 65. Segnaliamo che, sebbene alcune intuizioni siano interessanti, non tutte le affermazioni dell’autore ci sembrano corroborate da testimonianze probanti.
[3] R. Fabris, Le lettere di Paolo. Traduzione e commento, Borla, Roma 19902, 177-178.
[4] B. Maggioni, «Seconda Lettera ai Tessalonicesi», in B. Maggioni – F. Manzi (edd.), Lettere di Paolo, Cittadella, Assisi 2005, 1153.
[5] Giovanni Crisostomo, Omelie sulle statue, 12,2 (PG 49, 131-134).
[6] Maggioni, «Seconda Lettera ai Tessalonicesi», 1153.
[7] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Laborem exercens (15.09.1981), 27.
[8] Testa, «Teologia e spiritualità del lavoro», 133.

DOMENICA 14 NOVEMBRE 2010 – XXXIII DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 14 NOVEMBRE 2010 - XXXIII  DEL TEMPO ORDINARIO dans Lettera ai Tessalonicesi - seconda

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DOMENICA 14 NOVEMBRE 2010 – XXXIII  DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinC/C33page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  2 Ts 3, 7-12
Chi non vuole lavorare, neppure mangi.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési
Fratelli, sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi.
Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi.
Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo
(Sal 95, 14. 15; CCL 39, 1351-1353)

Non opponiamo resistenza alla prima venuta
per non dover poi temere la seconda
«Allora si rallegreranno gli alberi della foresta davanti al Signore che viene, perché viene a giudicare la terra» (Sal 95,12-13). Venne una prima volta, e verrà ancora in futuro. Questa sua parola è risuonata prima nel vangelo: «D’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo» (Mt 26,64). Che significa: «D’ora innanzi»? Forse che il Signore deve venire già fin d’ora e non dopo, quando piangeranno tutti i popoli della terra? Effettivamente c’è una venuta che si verifica già ora, prima di quella, ed è attraverso i suoi annunziatori. Questa venuta ha riempito tutta la terra.
Non poniamoci contro la prima venuta per non dover poi temere la seconda.
Che cosa deve fare dunque il cristiano? Servirsi del mondo, non farsi schiavo del mondo. Che significa ciò? Vuol dire avere, ma come se non avesse. Così dice, infatti, l’Apostolo: «Del resto, o fratelli, il tempo ormai si è fatto breve: d’ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero; e quelli che godono, come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero, perché passa la scena di questo mondo. Io vorrei vedervi senza preoccupazioni» (1Cor 7,29-32).
Chi è senza preoccupazione, aspetta tranquillo l’arrivo del suo Signore. Infatti che sorta di amore per Cristo sarebbe il temere che egli venga? Fratelli, non ci vergogniamo? Lo amiamo e temiamo che egli venga! Ma lo amiamo davvero o amiamo di più i nostri peccati? Ci si impone perentoriamente la scelta. Se vogliamo davvero amare colui che deve venire per punire i peccati, dobbiamo odiare cordialmente tutto il mondo del peccato.
Lo vogliamo o no, egli verrà. Quindi non adesso; il che ovviamente non esclude che verrà. Verrà, e quando non lo aspetti. Se ti troverà pronto, non ti nuocerà il fatto di non averne conosciuto in anticipo il momento esatto.
«E si rallegreranno tutti gli alberi della foresta». È venuto una prima volta, e poi tornerà a giudicare la terra. Troverà pieni di gioia coloro che alla sua prima venuta «hanno creduto che tornerà».
«Giudicherà il mondo con giustizia e con verità tutte le genti» (Sal 95,13). Qual è questa giustizia e verità? Unirà a sé i suoi eletti perché lo affianchino nel tribunale del giudizio, ma separerà gli altri tra loro e li porrà alcuni alla destra, altri alla sinistra. Che cosa vi è di più giusto, di più vero, che non si aspettino misericordia dal giudice coloro che non vollero usare misericordia, prima che venisse il giudice? Coloro invece che hanno voluto usare misericordia, saranno giudicati con misericordia. Si dirà infatti a coloro che stanno alla destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34). E ascrive loro a merito le opere di misericordia: «Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere» (Mt 25,35-40) con quel che segue.
A quelli che stanno alla sinistra, poi, che cosa sarà rinfacciato? Che non vollero fare opere di misericordia. E dove andranno?: «Nel fuoco eterno» (Mt 25,41). Questa terribile sentenza susciterà in loro un pianto amaro. Ma che cosa dice il salmo? «Il giusto sarà sempre ricordato; non temerà annunzio di sventura» (Sal 111,6-7). Che cos’è questo «annunzio di sventura»? «Via da me nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,41). Chi godrà per la buona sentenza non temerà quella di condanna. Questa è la giustizia, questa è la verità.
O forse perché tu sei ingiusto, il giudice non sarà giusto? O forse perché tu sei bugiardo, la verità non dirà ciò che è vero? Ma se vuoi incontrare il giudice misericordioso, sii anche tu misericordioso prima che egli giunga. Perdona se qualcuno ti ha offeso, elargisci il superfluo. E da chi proviene quello che doni, se non da lui? Se tu dessi del tuo sarebbe un’elemosina, ma poiché dai del suo, non è che una restituzione! «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?» (1Cor 4,7).
Queste sono le offerte più gradite a Dio: la misericordia, l’umiltà, la confessione, la pace, la carità. Sono queste le cose che dobbiamo portare con noi e allora attenderemo con sicurezza la venuta del giudice il quale «Giudicherà il mondo con giustizia e con verità tutte le genti» (Sal 95,13).

Omelia per domenica 7 novembre 2010, 2 Tessalonicesi 2,16-3,5: La potenza della preghiera

dal sito:

http://www.nicodemo.net/NN/ms_pop_vedi2.asp?ID_festa=254

2 Tessalonicesi 2,16-3,5

La potenza della preghiera

La Seconda lettera ai Tessalonicesisi apre con un prescritto (2Ts 1,1-2), a cui fa seguito il ringraziamento tipico delle lettere paoline (2Ts 1,3-12). Al termine di esso si situa il brano centrale riguardante la venuta del Signore (2,1-12). Vengono poi alcune esortazioni (2,13 – 3,15) e il postscritto (3,16-18). Nella parte esortativa, dopo aver ringraziato Dio per averli scelti come primizia per la salvezza, l’autore, che si presenta come l’apostolo Paolo, invita i tessalonicesi a mantenere le tradizioni che hanno ricevuto da lui oralmente e mediante la lettera che ha inviato loro (2,13-15). Egli introduce poi una supplica al Signore Gesù e a Dio Padre in favore dei destinatari (2,16-17) e infine chiede a loro di pregare per lui (3,1-5). Nel testo liturgico sono riportate le ultime due di queste esortazioni.
Nella preghiera di intercessione l’autore si rivolge a Dio con queste parole: «E lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene» (2,16-17). L’autore prega perché sia il Signore Gesù che Dio Padre intervengano  per mantenere sempre vivo nei destinatari quell’impegno responsabile che nel versetto precedente aveva raccomandato loro. Egli si sofferma sul fatto che Dio ci ha amato e ci ha dato con la sua grazia una «consolazione (paraklêsis) eterna» e una «buona speranza» (elpis). La preghiera non è illusoria perché poggia sulla magnifica storia di amore di cui i destinatari sono stati beneficiari. Perciò l’autore chiede al Padre e al Signore Gesù che confortino (parakalesai) e confermino i loro cuori in ogni opera e parola buona.
Dopo aver assicurato la sua preghiera per i destinatari, il mittente domanda loro di pregare per lui: «Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti» (3,1-2; cfr. anche 1Ts 5,25). Come oggetto della preghiera che richiede loro, il mittente indica la diffusione della parola del Signore e la liberazione dagli attacchi di uomini perversi. Ciò è naturale per chi è  impegnato nell’evangelizzazione e deve fare i conti ogni giorno con persone che non sono disposte ad abbracciare la fede. Il mittente e i destinatari pregano vicendevolmente. È questa una forma non trascurabile di solidarietà e fraternità cristiana. L’autore conclude la sua esortazione sulla preghiera con queste parole: «Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno» (3,3). Si puà pregare Dio e abbandonarsi nelle sue mani perché egli è fedele e opera coerentemente a favore dei credenti sostenendo la loro fede e proteggendoli dall’influsso malefico di Satana.
A partire da questa fiducia, l’autore può rivolgersi con serenità ai destinatari: «Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo» (3,4). Il brano ripete motivi già presenti nella prima lettera. In particolare si veda 1Ts 5,24 per il tema della fedeltà e 1Ts 3,13 per quello della saldezza invocata da Dio. Con la differenza che qui si insiste sulla continuità nell’obbedienza a ciò che Paolo ha comandato (da parangellô, annunziare). Appare ancora una volta la preoccupazione di far valere l’insegnamento del grande apostolo come tradizione autorevole.
Il brano termina con un voto benedicente: «Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo» (3,5).  Il sentiero sul quale devono incamminarsi i destinatari è quello segnato dall’amore di Dio e dalla pazienza (hypomonê) di Cristo, cioè dall’attesa costante della sua venuta finale. Il brevissimo testo caratterizza l’esistenza cristiana in rapporto all’amore che il Padre ha per noi e al futuro di salvezza promesso in Cristo.

Linee interpretative

La preghiera è l’atteggiamento fondamentale del credente. Essa non consiste in una pressione esercitata su Dio perché faccia quello che noi vogliamo, ma piuttosto in un mettersi in sintonia con le modalità del suo agire nel mondo. Se Dio non avesse per primo manifestato il suo amore, non sarebbe possibile pregarlo. La preghiera porta conforto e consolazione perché si basa sul riconoscimento della fedeltà di Dio, il quale non permette che il credente sia privato di tutto ciò che gli è necessario per combattere contro la potenza del male.
La preghiera ha anche una grande efficacia sul piano dell’evangelizzazione. Immedesimandosi con Paolo l’autore chiede ai destinatari di pregare perché per mezzo suo la parola del Signore possa diffondersi sempre più, superando tutte le resistenze che si oppongono alla sua opera. È chiaro che non si tratta di chiedere a Dio qualcosa che già non stia facendo, ma piuttosto di coinvolgere anche i destinatari in un progetto che può essere attuato efficacemente solo in chiave comunitaria, con la partecipazione di tutti. Solo chi prega per il successo dell’evangelizzazione si sentirà poi coinvolto personalmente nell’annunzio, e non farà mancare ai fratelli il supporto della sua collaborazione 

DOMENICA 7 NOVEMBRE 2010 – XXXII DEL TEMPO ORDINARIO

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http://liturgiaincarnata.blogspot.com/2010/11/xxxii-domenica-del-tempo-ordinario.html

DOMENICA 7 NOVEMBRE 2010 – XXXII DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinC/C32page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  2 Ts 2, 16 – 3, 5
Il Signore vi confermi in ogni opera e parola di bene.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési
Fratelli, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene.
Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno.
Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo. Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo.

http://www.bible-service.net/site/379.html

2 Thessaloniciens 2,16-17 – 3,1-5

Confiance et prière sont les maîtres mots de cet extrait. Confiance en Dieu et confiance dans les frères, la confiance de Paul puise force et nourriture « dans le Seigneur ». Dieu, dans son amour de Père fait tout et donne tout : amour, grâce, réconfort, joyeuse espérance, force et protection. Les frères de Thessalonique sont fondés sur l’amour de Dieu, l’amour que Dieu a pour eux. Ils n’ont qu’à se laisser faire, à laisser agir « le Seigneur Jésus Christ et Dieu notre Père », dans une action conjointe. Ils n’ont qu’à s’ offrir à leur œuvre réconfortante, littéralement « consolante », œuvre de l’Esprit consolateur. Paul invite les frères à la prière. Prière pour lui, afin que, par lui, « la parole du Seigneur poursuive sa course ». Paul prie aussi pour ses frères : que le Seigneur Jésus les rende accueillants à l’amour qui vient de Dieu, et persévérants pour agir bien en attendant son retour

2 Tessalonicesi 2,16-17 – 3,1-5
 
La fiducia e la preghiera sono i tratti distintivi di questo stralcio. La fiducia in Dio e la fiducia tra i fratelli, la fiducia di Paolo trae forza e nutrimento « nel Signore ». Dio, nel suo amore paterno, è tutto e dà tutto: l’amore, la grazia, conforto, speranza gioiosa, forza e protezione. I fratelli di Tessalonica sono fondati sull’amore di Dio, l’amore che Dio ha per loro. Devono solo lasciarlo fare, lasciarlo agire per « il Signore Gesù Cristo e Dio Padre nostro » in un’azione comune. Essi non hanno che da offrire la loro opera confortante, letteralmente « consolante” opera dello Spirito consolatore. Paolo invita alla preghiera. La preghiera per lui, in modo che attraverso di lui,  » parola del Signore corra e sia glorificata, ». Paolo prega anche per i suoi fratelli: che il
Signore Gesù li renda aperti (recettivi) all’amore che viene da Dio, e la perseveranti per agire bene in attesa del suo ritorno.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dall’«Omelia» di un autore del secondo secolo
(Capp. 1, 1 – 2, 7; Funk, 1, 145-149)

Cristo volle salvare tutto ciò che andava in rovina
Fratelli, ravviviamo la nostra fede in Gesù Cristo, vero Dio, giudice dei vivi e dei morti, e rendiamoci consapevoli dell’estrema importanza della nostra salvezza. Se noi svalutiamo queste grandi realtà facciamo male e scandalizziamo quelli che ci sentono e mostriamo di non conoscere la nostra vocazione né chi ci abbia chiamati né per qual fine lo abbia fatto e neppure quante sofferenze Gesù Cristo abbia sostenuto per noi.
E quale contraccambio potremo noi dargli o quale frutto degno di quello che egli stesso diede a noi? E di quanti benefici non gli siamo noi debitori? Egli ci ha donato l’esistenza, ci ha chiamati figli proprio come un padre, ci ha salvati mentre andavamo in rovina. Quale lode dunque, quale contraccambio potremo dargli per ricompensarlo di quanto abbiamo ricevuto? Noi eravamo fuorviati di mente, adoravamo pietre e legno, oro, argento e rame lavorato dall’uomo. Tutta la nostra vita non era che morte! Ma mentre eravamo avvolti dalle tenebre, pur conservando in pieno il senso della vista, abbiamo riacquistato l’uso degli occhi, deponendo, per sua grazia, quel fitto velo che li ricopriva.
In realtà, scorgendo in noi non altro che errori e rovine e l’assenza di qualunque speranza di salvezza, se non di quella che veniva da lui, ebbe pietà di noi e, nella sua grande misericordia, ci donò la salvezza. Ci chiamò all’esistenza mentre non esistevamo, e volle che dal nulla cominciassimo ad essere.

Esulta, o sterile, tu che non hai partorito; prorompi in grida di giubilo, tu che non partorisci, perché più numerosi sono i figli dell’abbandonata dei figli di quella che ha marito (cfr. Is 54,1). Dicendo: Esulta, o sterile, tu che non hai partorito, sottolinea la gioia della Chiesa che prima era priva di figli e poi ha dato noi alla luce. Con le parole: Prorompi in grida di giubilo…, esorta noi ad elevare a Dio, sempre festosamente, le voci della nostra preghiera. Con l’espressione: Perché più numerosi sono i figli dell’abbandonata dei figli di quella che ha marito, vuol dire che il nostro popolo sembrava abbandonato e privo di Dio e che ora, però, mediante la fede, siamo divenuti più numerosi di coloro che erano guardati come adoratori di Dio.
Un altro passo della Scrittura dice: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). Dice così per farci capire che vuol salvare quelli che vanno in rovina. Importante e difficile è sostenere non ciò che sta bene in piedi, ma ciò che minaccia di cadere. Così anche Cristo volle salvare ciò che stava per cadere e salvò molti, quando venne a chiamare noi che già stavamo per perderci.

Responsorio    Cfr. 1 Ts 5, 9-10; Col 1, 13
R. Dio ci ha destinati alla salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, * perché viviamo insieme con lui.
V. Egli ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto,
R. perché viviamo insieme con lui.

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