Archive pour septembre, 2016

Parable of the mustard seed

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OMELIA XXVII DOMENICA DEL T.O.

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OMELIA XXVII DOMENICA DEL T.O.

padre Antonio Rungi

XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (02/10/2016)

In un mondo, dove molti si sentono indispensabili, utili e insostituibili, oggi risuona il testo del vangelo che ci riporta alla realtà della nostra vita, quella vita che ha un valore per l’eternità e non per il tempo presente, che spesso sopravvaluta il servizio di qualcuno e sottovaluta quello di chi merita davvero di essere preso in considerazione. Partendo proprio dal brano del Vangelo di Luca noi possiamo meglio comprendere il significato del servire la causa del vangelo, con umiltà e senza pretese di sorta. A noi tutti, come cristiani, spetta il compito che ognuno di noi ha scelto di assumere davanti a Dio con responsabilità e coscienza seguendo la propria vocazione e rispondendo alla chiamata di Dio. Non dobbiamo attenderci, premi, gratificazioni, medaglie al valore o riconoscimenti, in memoria, dopo la nostra morte. Dobbiamo agire per valori superiori, attendendoci riconoscimenti e premi, dove contano davvero la realtà che avremo in possesso per sempre. Si tratta di sviluppare una visione di fede in prospettiva di eternità. Sono gli stessi apostoli, che si accorgono dell’inconsistenza della loro fede, della fragilità e dell’assenza di contenuto del loro modo di credere, a chiedere a Gesù: « aumenta la nostra fede ». E Gesù replica con un esempio molto calzante alla situazione e che ci aiuta a capire il senso della crescita della fede, non in termini di quantità o di conoscenze teologiche e bibliche in più, ma di qualità, perché la fede non si misura, la fede si vive e si sperimenta nella propria vita e la si testimonianza con una degna condotta di vita. Cosa chiedono esplicitamente gli al Signore?: «Accresci in noi la fede!». Gesù, alla domanda degli apostoli, replica in un modo preciso e diretto al raggiungimento dello scopo della richiesta: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: « Sràdicati e vai a piantarti nel mare », ed esso vi obbedirebbe ». Ed aggiunge come comportarsi in certe situazioni di vita quotidiana: « Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: « Vieni subito e mettiti a tavola »? Non gli dirà piuttosto: « Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu »? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? ». Domande mirate che fanno riflettere chi ascoltava allora e chi ascolta oggi Gesù, che parla a noi attraverso la Chiesa e i ministri della stessa parola. La conclusione di questo modo di riflettere ponendo domande e includendo nelle domande la risposta, è quella che conosciamo e Luca ci riporta a conclusione di questo interessantissimo brano del suo vangelo: « Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: « Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare »». Penso che ognuno di noi sappia valutare il suo comportamento in tanti ambiti, ma soprattutto nel campo religioso e morale. Non abbiamo bisogno dei termometri della nostra temperatura morale e spirituale o della quantità della nostra fede. Dicendo io credo di più dell’altro. Sappiamo valutarci da solo. Alla fine delle nostre personali valutazioni possiamo avere chiara la coscienza del nostro bene operare, del nostro parziale operare o del non operare affatto. I compiti nel campo della fede vanno assolti e svolti in modo egregio, senza centellinare energie nei confronti di Dio e dei fratelli. Tutto deve essere fatto con amore, generosità e dedizione. Sono queste le condizioni indispensabili per essere a posto con la propria coscienza di fronte a quello che ci tocca fare, perché ne abbiamo il dovere e gli obblighi, oltre che morali anche giuridici e sociali. Il forte grido di denuncia del profeta Abacuc nella prima lettura di questa domenica vale da insegnamento per noi, e presenta con un quadro sconfortante per tutto quello che succede nel mondo di oggi, come succedeva allora: « Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese ». Quante volte sperimentiamo tutto questo negli ambienti e nei luoghi che meno immaginiamo possano esistere queste cose, tali divisioni e violenze?. Purtroppo è così dovunque e in ogni tempo della storia dell’umanità, in quanto l’uomo non cambia mai, non sceglie ciò che è giusto ed è bene, segue spesso la via del male e degli empi. Anche in questi interrogativi sui drammi dell’umanità, la risposta del Signore è di speranza e di purificazione: « Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede ». Chi ha fede regge tutti gli urti della delusione, della malattia, della morte, della privazione, di quanto di negativo possa offrire questo nostro tempo e questo nostro mondo e si apre ad una visione di speranza nuova. Il giusto, infatti, vivrà di fede, in quanto una vera giustizia non può prescindere da una vera fede. Bisogna osare di più come cristiani e credenti, avere più coraggio di dire e testimoniare la fede, come ricorda l’Apostolo Paolo all’amico Timoteo, al quale raccomanda « di ravvivare il dono di Dio, che è in lui mediante l’imposizione delle sue mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza ». Ed aggiunge di non vergognarsi « di dare testimonianza al Signore nostro, né di lui, che è in carcere per il Signore; ma, con la forza di Dio, di soffrire con lui per il Vangelo ». E conclude col raccomandare di prendere « come modello i sani insegnamenti che ha udito da lui con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Di custodire, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che gli è stato affidato ». Tanti moniti per essere degni del ministero che è chiamato a svolgere nella chiesa di Cristo, quale vescovo della comunità cristiana di Efeso. Sia questa la nostra preghiera conclusiva della riflessione sulla parola di Dio della XXVII domenica del tempo ordinario che celebriamo oggi: O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senapa, donaci l’umiltà del cuore, perché, cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore ». Amen.

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The three Archangels

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Publié dans:immagini sacre |on 29 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – SULLO SPIRITO SANTO (anche Paolo)

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GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE – SULLO SPIRITO SANTO (anche Paolo)

Mercoledì, 9 gennaio 1991

1. Nell’illustrare l’azione dello Spirito Santo come anima del “Corpo di Cristo”, abbiamo visto nelle precedenti catechesi che Egli è fonte e principio dell’unità, santità, cattolicità (universalità) della Chiesa. Oggi possiamo aggiungere che è anche fonte e principio di quella apostolicità che costituisce la quarta proprietà e nota della Chiesa: “unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam”, come professiamo nel Credo. Grazie allo Spirito Santo la Chiesa è apostolica, il che vuol dire “edificata sopra il fondamento degli Apostoli”, essendone pietra angolare Cristo stesso, come dice San Paolo (Ef 2, 20). È un punto molto interessante della ecclesiologia vista in luce pneumatologica (Ef 2, 22). 2. San Tommaso d’Aquino lo mette in risalto nella sua catechesi sul Simbolo degli Apostoli, dove scrive: “Il fondamento principale della Chiesa è Cristo, come afferma San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (1 Cor 3, 11): “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello già posto: Gesù Cristo”. Ma vi è un fondamento secondario, cioè gli Apostoli e la loro dottrina. Perciò si dice Chiesa apostolica” (San Tommso, In Symb, Apost., a.9). Oltre ad attestare la concezione antica – di San Tommaso e dell’epoca medievale – sulla apostolicità della Chiesa, il testo dell’Aquinate ci richiama alla fondazione della Chiesa e al rapporto tra Cristo e gli Apostoli. Tale rapporto avviene nello Spirito Santo. Ci si manifesta così la verità teologica – e rivelata – di una apostolicità della quale è principio e fonte lo Spirito Santo, in quanto autore della comunione nella verità che lega a Cristo gli Apostoli e, mediante la loro parola, le generazioni cristiane e la Chiesa in tutti i secoli della sua storia. 3. Abbiamo ripetuto molte volte l’annuncio di Gesù agli Apostoli nell’ultima Cena: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26). Queste parole di Cristo, pronunciate prima della Passione, trovano il loro complemento nel testo di Luca dove si legge che Gesù, “dopo aver dato istruzioni agli Apostoli nello Spirito Santo. . ., fu assunto in cielo” (At 1, 2). L’apostolo Paolo a sua volta, scrivendo a Timoteo (nella prospettiva della sua morte), gli raccomanda: “Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi” (2 Tm 1, 14). È lo Spirito della Pentecoste, lo Spirito che riempie gli Apostoli e le comunità apostoliche, lo Spirito che garantisce la trasmissione della fede nella Chiesa, di generazione in generazione, assistendo i successori degli Apostoli nella custodia del “buon deposito”, come dice Paolo, della verità rivelata da Cristo. 4. Leggiamo negli Atti degli Apostoli la memoria di un episodio dal quale traspare in modo molto chiaro questa verità della apostolicità della Chiesa nella sua dimensione pneumatologica. È quando l’apostolo Paolo, “avvinto – com’egli dice – dallo Spirito”, va a Gerusalemme, sentendo e sapendo che coloro che ha evangelizzato ad Efeso “non lo vedranno più” (At 20, 25). Si rivolge allora ai presbiteri della Chiesa di quella città, che si sono stretti intorno a lui, con queste parole: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posto come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che Egli si è acquistata con il suo sangue” (At 20, 28). “Vescovi” significa ispettori e guide: posti a pascere, dunque, rimanendo sul fondamento della verità apostolica che, secondo la previsione di Paolo, sperimenterà lusinghe e minacce da parte dei propagatori di “dottrine perverse” (At 20, 30), miranti a staccare i discepoli dalla verità evangelica predicata dagli Apostoli. Paolo esorta i pastori a vegliare sul gregge, ma con la certezza che lo Spirito Santo, che li ha posti come “vescovi”, li assiste e li sostiene, mentre Egli stesso conduce la loro successione agli Apostoli nel munus, nel potere e nella responsabilità di custodire la verità che attraverso gli Apostoli hanno ricevuto da Cristo: con la certezza che è lo Spirito Santo ad assicurare la verità stessa e la perseveranza in essa del Popolo di Dio. 5. Gli Apostoli e i loro successori, oltre al compito della custodia, hanno quello della testimonianza della verità di Cristo, e anche in questo compito operano con l’assistenza dello Spirito Santo. Come ha detto Gesù agli Apostoli prima della sua Ascensione: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8). È una vocazione che lega gli Apostoli alla stessa missione di Cristo, che nell’Apocalisse viene chiamato “il testimone fedele” (Ap 1, 5). Egli infatti nella preghiera per gli Apostoli dice al Padre: “Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo” (Gv 17, 18); e nell’apparizione della sera di Pasqua, prima di alitare sopra di loro il soffio dello Spirito Santo, ripete loro: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21). Ma la testimonianza degli Apostoli, continuatori della missione di Cristo, è legata allo Spirito Santo, che a sua volta rende testimonianza a Cristo: “Lo Spirito di verità, che procede dal Padre, mi renderà testimonianza, e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15, 26-27). A queste parole di Gesù nell’ultima Cena, fanno eco quelle rivolte ancora agli Apostoli prima dell’Ascensione, quando, alla luce del disegno eterno sulla morte e risurrezione di Cristo, dice che “nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccat . . . i Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mi ha promesso” (Lc 24, 48-49). E in modo definitivo annuncia: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1,8). È la promessa della Pentecoste non solo in senso storico, ma come dimensione interiore e divina della testimonianza degli Apostoli, e dunque – possiamo dire – dell’apostolicità della Chiesa. 6. Gli Apostoli sono consapevoli di questa loro associazione allo Spirito Santo nel “rendere testimonianza” a Cristo crocifisso e risorto, come risulta chiaramente dalla risposta che Pietro e i suoi compagni danno ai sinedriti che vorrebbero imporgli il silenzio su Cristo: “Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a Lui” (At 5,30-21). Anche la Chiesa, lungo l’intero svolgersi della sua storia, ha la consapevolezza che lo Spirito Santo è con lei nella testimonianza a Cristo. Pur nella constatazione dei limiti e della fragilità dei suoi uomini e con l’impegno della ricerca e della vigilanza che Paolo raccomanda ai “vescovi” nell’addio di Mileto, la Chiesa sa però che lo Spirito Santo la custodisce e difende dall’errore nella testimonianza del suo Signore e nella dottrina che da lui riceve per annunciarla al mondo. Come dice il Concilio Vaticano II, “l’infallibilità, della quale il divino Redentore volle provveduta la sua Chiesa nel definire la dottrina della fede e della morale, si estende tanto quanto il deposito della divina Rivelazione, che deve essere gelosamente custodito e fedelmente esposto” (Lumen Gentium, 25). Il testo conciliare chiarisce in qual modo questa infallibilità spetta a tutto il Collegio dei Vescovi e in particolare al Vescovo di Roma, in quanto successori degli Apostoli che perseverano nella verità da loro ereditata per virtù dello Spirito Santo. 7. Lo Spirito Santo è dunque il principio vitale di questa apostolicità. Grazie a Lui la Chiesa può diffondersi in tutto il mondo, attraverso le diverse epoche della storia, impiantarsi in mezzo a culture e civiltà così diverse, conservando sempre la propria identità evangelica. Come leggiamo nel Decreto Ad gentes dello stesso Concilio: “Cristo inviò da parte del Padre lo Spirito Santo, perché compisse dal di dentro (intus) la sua opera di salvezza e stimolasse la Chiesa ad estendersi . . . Prima di immolare liberamente la sua vita per il mondo, ordinò il ministero apostolico e promise l’invio dello Spirito Santo, in modo che (lo Spirito e gli Apostoli) collaborassero dovunque e per sempre nell’opera della salvezza. Lo Spirito Santo in tutti i tempi unifica la Chiesa, vivificando come loro anima le istituzioni ecclesiastiche e infondendo nel cuore dei fedeli quello spirito della missione, da cui era stato spinto Gesù stesso . . .” (Ad Gentes, 4). E la Costituzione Lumen Gentium sottolinea che “la missione divina, affidata da Cristo agli Apostoli, durerà sino alla fine dei secoli (cf. Mt 28, 20), poiché il Vangelo, che essi devono predicare, è per la Chiesa il principio di tutta la sua vita in ogni tempo” (Lumen Gentium, 20).

Vedremo nella prossima catechesi che nell’adempimento di questa missione evangelica lo Spirito Santo interviene dando alla Chiesa una garanzia celeste.

NON MI SENTO BENE… TUTTA QUESTA SETTIMANA C’È FILIPPESI ALLA PRIMA LETTURA DELL’UFFICIO

Publié dans:NOTIZIE OGGI |on 27 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO: 1TM 6,11-16 – XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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Monastero Domenicano Matris Domini 

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (29/09/2013)

BRANO BIBLICO: 1TM 6,11-16

Collocazione del brano Con questo brano terminiamo la prima lettera a Timoteo. Paolo, ha fatto diverse raccomandazioni riguardanti la vita della comunità e sulle diverse categorie che la compongono (vedove, presbiteri, schiavi…). E’ arrivato infine alle caratteristiche del falso dottore, che si serve della religione come fonte di guadagno. Questo argomento dell’arricchimento attraverso la religione serva a Paolo come raccordo per giungere alle raccomandazioni finali riguardanti Timoteo. Egli deve evitare queste cose e dedicarsi invece alle virtù cristiane. La testimonianza della fede che egli ha fatto davanti a tante persone e il mandato che ha ricevuto richiedono da lui che si comporti in tutto come Cristo stesso si è comportato. Lectio 11 Ma tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Timoteo è un « uomo di Dio », a Lui appartiene e di Lui è rappresentante e quindi deve evitare i guadagni illeciti con il pretesto della religione. Lo schema è abbastanza classico: è segnato dalla contrapposizione evita/cerca. Timoteo deve coltivare tutte quelle virtù che fanno il vero cristiano. Questa lista di virtù si contrappone alla lista dei vizi che contraddistinguono il falso dottore, di cui Paolo ha parlato qualche versetto prima (orgoglio, questioni oziose, discussioni inutili, invidie, litigi…). Aprono la lista le virtù giustizia-pietà che indicano il rapporto che l’uomo deve avere nei confronti degli altri uomini e nei confronti di Dio (pietas, intesa come il dare a Dio ciò che gli spetta, cioè il culto, l’adorazione e il rispetto dei Suoi precetti). Segue il trio delle virtù cristiane « fede carità pazienza ». Quest’ultima si riferisce alla perseveranza del cristiano davanti alle persecuzioni e alle prove della vita. 12 Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Troviamo un analogia cara a Paolo, quella della guerra o meglio della competizione sportiva: combatti la buona battaglia della fede. L’uomo di Dio è come un guerriero ben preparato o un campione sportivo che è chiamato a raggiungere il premio che è la vita eterna. A questo si è impegnato con un giuramento solenne, la sua professione di fede, davanti a molti testimoni. In antichità era molto importante l’aver prestato giuramento pubblicamente e il mantenere fede alle promesse fatte. 13 Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, Ma la professione di Timoteo non avrebbe alcun valore se non fosse stata preceduta da quella di Gesù. Anch’egli ha fatto la stessa bella professione di fede, davanti a Pilato. Sembra strano il riferimento a questo personaggio. L’affermazione è forse tratta da un credo della prima comunità. Qui non si tratterebbe quindi della professione di fede, delle promesse battesimali, in senso stretto, ma la testimonianza della missione che Gesù ha portato a compimento proprio con la morte in croce, di cui Pilato fu uno dei responsabili. Il parallelismo è chiaro. La professione di fede del cristiano è modellata su quella di Cristo, per cui il discepolo deve essere pronto a seguire il suo maestro fino alla morte. Questa affermazione è poi riportata all’interno di un’esortazione solenne: ti scongiuro davanti a Dio che ha creato il mondo e a Gesù. Sono riportati qui i due elementi fondamentali della nostra fede: la creazione di Dio e la redenzione avvenuta tramite la morte e risurrezione di Cristo. 14 ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, In nome degli elementi principali della fede cristiana, dunque Paolo chiede in modo solenne a Timoteo di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento. Questo può essere inteso come il comandamento dell’amore, quello che Cristo ha testimoniato per primo. In altri passi si parla del deposito della fede, cioè il contenuto della predicazione che il pastore di una chiesa doveva conservare, annunciare e spiegare. Tale tesoro va osservato/conservato fino alla manifestazione di Gesù Cristo. C’è un tempo in cui siamo chiamati a vivere e testimoniare il Vangelo, il messaggio di Gesù, e cioè fino al suo ritorno. E’ questo il tempo storico che ci viene concesso e questo impegno va mantenuto in modo serio. 15 che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, 16il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen Questa manifestazione avverrà solo al tempo stabilito da Dio. Questa affermazione introduce una dossologia che forse faceva parte della liturgia delle prime comunità cristiane. Dio è chiamato unico Sovrano, Re dei re, Signore dei signori. Sono tutti dei superlativi per ricordare la grandezza del Padre. Egli solo è immortale e nessuno lo può conoscere. Lo si è conosciuto solo perché ha voluto farsi rivelare per mezzo dell’incarnazione del Verbo. La dossologia ha termine con l’attribuzione dell’onore e della potenza e con l’amen, come una vera e propria preghiera liturgica. Si concludono così in modo solenne le esortazioni che Paolo dona a Timoteo, vero uomo di Dio e pastore di una comunità cristiana. Meditiamo – Mi sento un vero uomo/vera donna di Dio, chiamata a testimoniare la sua Parola? – Quali sono gli atteggiamenti che devo evitare? – Cosa significa per me « la buona battaglia della fede »? – Rendo gloria a Dio con il mio modo di parlare e di vivere?

Lazarus and rich man

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https://brucegerencser.net/2015/03/luke-16-the-rich-man-and-lazarus/

Publié dans:immagini sacre |on 24 septembre, 2016 |Pas de commentaires »
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