OMELIA NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

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OMELIA NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
La solennità di San Pietro e San Paolo ricorda due autentici pilastri della Chiesa e araldi coraggiosi del Vangelo i quali, provenendo da percorsi diversi, si sono riuniti nell’unica Chiesa di Cristo e subirono il martirio nella Città Eterna. Si tratta di una delle feste più antiche dell’anno liturgico inserita nel Calendario già nel IV secolo, come testimonia la “Depositio martyrum” (354). Attraverso il loro martirio, essi sono diventati fratelli; con la loro testimonianza essi costituiscono il fondamento della nostra fede nel Signore Gesù; insieme sono i fondatori della nuova Roma cristiana. Anche per questo la Chiesa Cattolica celebra la solennità degli Apostoli Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno.
Secondo un’antica tradizione sulla via Ostiense nell’Urbe, a pochi metri della Basilica di san Paolo fuori le Mura, avvenne l’ultimo incontro tra Pietro e Paolo poi separati, per essere avviati al martirio. San Pietro venne condotto nell’antico circo neroniano, che all’epoca sorgeva dove ora è Piazza san Pietro, per essere crocifisso. San Paolo venne condotto “ad aquas salvias”, nell’attuale zona delle Tre Fontane, per essere decapitato.
Il Vangelo presenta la confessione di Pietro a Cesarea di Filippi, ove Simone figlio di Giovanni riconobbe in Gesù il Figlio di Dio e parimenti l’affidamento della Chiesa da parte di Gesù alla custodia premurosa di Pietro, su cui Gesù stesso fondò la sua Chiesa. Simone fu chiamato da Gesù mentre riassettava le reti sulle rive del mare di Galilea. Era un semplice pescatore che svolgeva il suo lavoro, talora molto pesante. Non appena il Giovane Rabbi di Nazareth lo chiamò a diventare pescatore di uomini e non di pesci, « subito lasciate le reti, lo seguì ». Fu il primo tra gli apostoli di Gesù a proclamare: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ». Non fu il pescatore di Galilea a proclamare di sua iniziativa questa verità, ma fu lo Spirito di Dio che, illuminandolo, gli fece pronunciare quelle parole. E Gesù lo sottolineò: «Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli».
La fede professata da Simone costituì il fondamento della Chiesa. Gesù, infatti, scelse Pietro come il punto riferimento per la fede e la vita religiosa dei suoi discepoli. « Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa ». L’icona della pietra è una immagine utilizzata sia per indicare saldezza e stabilità sia per suggerire l’idea dell’edificio. I Salmi ricorrono spesso alla solidità della pietra per indicare il Signore come fondamento sicuro del suo popolo; su di lui Israele e ogni credente possono sempre contare. Il Signore è la pietra, la rupe, la roccia di difesa su cui il popolo si appoggia per vivere sicuro e per rimanere saldo nella fedeltà anche in mezzo a prove e pericoli.
Nel Vangelo di Matteo Gesù attribuisce a se stesso l’immagine della pietra che, scartata dai costruttori era diventata testata d’angolo (cfr. Mt 21, 42). Questa medesima icona Gesù la applica anche a Simone, figlio di Giovanni, al quale cambia il nome in « Kefa », cioè « pietra di fondazione » che assicura la solidità dell’edificio, roccia, sulla quale egli intende edificare la « sua » Chiesa: “su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. La Chiesa è di Cristo! Egli la custodisce con la potenza dello Spirito Santo, perché le forze del male non prevalgano. A Pietro affida il compito di essere segno visibile di unità nella fede e nella carità e il mandato di confermare i fratelli nella fede: « Io ho pregato per te che la tua fede non venga meno. Per cui conferma i tuoi fratelli. Tra gli apostoli, testimoni oculari della vita, delle parole e delle opere di Gesù, scelti e inviati da Lui per essere suoi testimoni e maestri nel suo nome, Pietro per volontà espressa di Cristo occupa un posto e un significato specialissimo. Gli apostoli riconobbero a Pietro il ministero della presidenza su tutti loro. Dopo che Gesù ascese al cielo, Pietro guidò la vita e le attività dei Dodici.
Dopo aver annunciato il Vangelo a Gerusalemme, Pietro andò ad Antiochia e poi a Roma. Roma era il centro del mondo allora conosciuto. Situarsi a Roma fu un modo per esprimere l’universalità del vangelo di Gesù e di incoraggiare la diffusione del cristianesimo in tutto il mondo. Ci sono testimonianze assai antiche secondo le quali i Vescovi di tutto il mondo si sono sentiti legati alla tradizione romana cristiana. L’impronta di Pietro ha dato alla Chiesa di Roma il ruolo di essere riferimento per tutte le altre Chiese, garanzia di autenticità e di unità cattolica della fede e della vita di tutti i cristiani. Pietro è testimone, fondamento e pietra ferma e forte della fede di tutti i credenti: è la roccia su cui Gesù edificò la sua Chiesa, il fondamento dell’unità nella comunità di fede dei credenti.
Accanto alla figura di Pietro si staglia quella altrettanto gigantesca di Paolo che per amore di Gesù il Signore e per la sua causa ha affrontato ogni sorta di disagio: persecuzioni, percosse, lapidazioni, naufragi, pericoli da ogni parte, digiuni, freddo e nudità (cfr. 2 Cor 11, 24-29). La Chiesa unisce oggi “in gioiosa fraternità i due santi apostoli: Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo, Paolo, che illuminò le profondità del mistero; il pescatore di Galilea, che costituì la prima comunità con i giusti di Israele, il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti”. Scrisse sant’Agostino: “Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, tuttavia, erano una cosa sola in Cristo”.
Dell’apostolo Paolo si conosce molto, ma non la data della sua nascita; si ritiene, tuttavia che essa sia avvenuta tra l’anno 5 e il 10 dopo Cristo. Gli Atti degli Apostoli narrano che il giovane Saulo di Tarso fu tra coloro che lapidarono Stefano; infatti faceva la guardia ai mantelli dei lapidatori. In seguito fu zelante nel combattere la giovane comunità cristiana per la cui persecuzione si fece addirittura autorizzare. Egli non fu discepolo di Gesù, non l’aveva né ascoltato parlare né visto compiere guarigioni, ma il suo ministero instancabile ebbe inizio con l’incontro con il Signore risorto sulla via di Damasco. Il Vangelo predicato da Anania gli aprì il cuore e gli occhi. Da quel primo incontro iniziò una vita nuova a totale servizio del Vangelo. Paolo predicò, prima agli ebrei e poi ai pagani, fondando molte comunità.
Dalle sue 13 lettere traspare il fascino e la bellezza di una vita completamente consegnata a Cristo, un annuncio potente di salvezza universale destinata a tutti coloro che si lasciano amare dalla misericordia e dalla tenerezza di Dio Padre.
Nella lettera indirizzata al discepolo Timoteo è contenuto « il testamento spirituale » dell’Apostolo delle Genti, l’unico passo che si riferisce a lui stesso. Egli intravede ormai vicina l’offerta della sua vita a quel Cristo che ha amato immensamente e anche la modalità in cui questa avverrà: il martirio. “E’ giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno”. Con tale ammissione Paolo afferma di essere rimasto un credente nonostante le avversità della vita, e fa vedere che la perseveranza nella fede non è mai scontata per nessuno.

Cari Amici
La festa degli Apostoli Pietro e Paolo è insieme una grata memoria dei grandi testimoni di Gesù Cristo e una solenne confessione in favore della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. La Chiesa da sempre li ha voluti ricordare assieme, quasi a voler comporre in unità la loro testimonianza. San Pietro e san Paolo, con le loro diverse ricchezze, con il loro personale carisma, hanno edificato un’unica Chiesa. Facciamo nostro l’invito di sant’Agostino: “Celebriamo questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli; amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, la testimonianza e la predicazione.” (dai Discorsi)
C’è una provocazione anche per noi nel brano di vangelo. La domanda di Gesù arriva oggi fino a me: “Tu chi dici che io sia?”. Come a dire: Cosa pensi di me? In che rapporto stai con me? Per te io chi sono? Che senso ha la mia presenza nella tua vita? Cosa immetto nella tua vita? Queste domande devono arrivare ai nostri orecchi con la stessa forza e passione con cui uscirono dalle labbra del Maestro, deve ferire, deve aprire un varco nelle nostre piccole sicurezze, provocare un ripensamento della fede e suscitare la conversione. Ma sono domande alle quali siamo chiamati a rispondere personalmente con la vita. Non possiamo più rifugiarci dietro ad opinioni di altri. Gesù vuole la nostra risposta personale. La Sua domanda esigente ci scuote, ci assedia perché possiamo liberare il nostro cuore dalle ombre che ci impediscono di esprimere dal profondo una consapevolezza di intima e personale relazione con Lui. Dobbiamo prendere posizione personalmente nei suoi confronti. Se siamo cristiani dobbiamo impegnarci sempre più a conoscere e amare Cristo Gesù e in pari tempo portarne l’insegnamento sulle strade degli uomini e della storia e a testimoniarlo con coerenza, audacia e coraggio. Come gli apostoli Pietro e Paolo tutti i battezzati sono chiamati alla testimonianza. Per questo come Pietro e Paolo siamo chiamati a vivere un rapporto di amore con Cristo.
Il Papa Paolo VI scrisse: « Il mondo dopo avere dimenticato e negato Gesù, lo cerca … È una strana sinfonia di nostalgici che sospirano a Cristo perduto; di pensosi che intravedono qualche evanescenza di Cristo; di generosi che da Lui imparano il vero amore al prossimo; di sofferenti che sentono la simpatia per l’uomo dei dolori; di delusi che cercano una parola ferma, una pace sicura; di onesti che riconoscono la saggezza del vero Maestro; di convertiti che infine confidano la loro avventura spirituale e dicono la loro felicità per averlo trovato. L’ansia di trovare Cristo si insinua anche in un mondo avvinto nel materialismo, ma che non vuole soffocare”.
Il ministero di Pietro si perpetua nel Vescovo di Roma. Egli, in quanto successore del beato Pietro e vescovo di Roma “è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 880).
Oggi è il giorno
- per ringraziare Dio per la persona e il ministero del Papa.
- per ravvivare e suscitare in noi l’apprezzamento effettivo ed affettivo per lui e per il suo eminente magistero mediato da un linguaggio semplice, diretto e accessibile a tutti.
- per pensare al ruolo insostituibile e arduo del Papa per tutta la Chiesa e per ogni cristiano cattolico.
Il Papa è garanzia di unità della fede di tutti i cristiani, di tutti i Vescovi e tutte le chiese diocesane. Al riguardo giova sempre ricordare che «la Chiesa universale non può essere concepita come la somma delle Chiese particolari né come una federazione di Chiese particolari. Essa non è il risultato della loro comunione, ma, nel suo essenziale mistero, è una realtà ontologicamente e temporalmente previa ad ogni singola Chiesa particolare. Infatti, ontologicamente, la Chiesa-mistero, la Chiesa una e unica secondo i Padri precede la creazione e partorisce le Chiese particolari come figlie, si esprime in esse, è madre e non prodotto delle Chiese particolari». (Communionis notio, 9)
I cristiani cattolici sanno bene che se sono in comunione amorevole e fedele con il Successore di Pietro, con la sua persona e con la dottrina riguardante la fede e la morale, vivono la stessa fede degli Apostoli che inizia nel Cristo stesso. Questa è la certezza di sapere che la nostra fede è vera, che siamo veri discepoli di Gesù. Accogliamo di cuore e vivere fedelmente tutto ciò che il Papa insegna in materia di fede e di morale. La nostra fede deve essere personale, certo: ma anche ecclesiale, apostolica e in comunione affettiva ed effettiva con il Papa.
In questo giorno un ricordo speciale è dedicato a Papa Francesco per il suo ministero e per tutte le sue nobili intenzioni. In ogni occasione egli chiede di pregare per il suo ministero apostolico. Oggi noi lo faremo in modo più intenso e corale. Ma affidiamo al Principe dei Pastori anche l’amato Pontefice emerito Benedetto XVI per il gran bene che ha compiuto nei suoi circa 8 anni del suo ministero petrino.
Cooperiamo, altresì in questo giorno alla colletta, detta obolo di San Pietro, perché il Santo Padre possa continuare ad aiutare e sovvenire i più bisognosi del mondo.

O Dio, che allieti la tua Chiesa
con la solennità dei santi Pietro e Paolo,
fa’ che la tua Chiesa segua sempre
l’insegnamento degli apostoli
dai quali ha ricevuto il primo annunzio della fede.

2 TIMOTEO 4,6-8.16-18

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=2%20Timoteo%204

2 TIMOTEO 4,6-8.16-18

Carissimo, 6 il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. 7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
8 Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.
16 Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto di loro. 17 Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone.
18 Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

COMMENTO
2 Timoteo 4,6-8.16-18
La corona di giustizia
La lettera si apre con il prescritto e il ringraziamento epistolare, nel quale l’autore ricorda la fede di Timoteo, ricevuta dalla madre e dalla nonna (1,1-5). Viene poi il corpo della lettera in cui sono svolti i seguenti temi: A. Il vero pastore (1,6-18); B. Il comportamento di Timoteo (2,1-26); C. Gli ultimi tempi (3,1-17); D) Il testamento di Paolo (4,1-18). Il testo liturgico riprende la seconda parte del testamento di Paolo, dove l’Apostolo fa una sintesi del suo apostolato (vv. 6-8) e dà a Timoteo le sue ultime istruzioni (vv. 16-18). Vengono omessi i vv. 9-15 che contengono l’indicazione di alcuni compiti specifici affidati a Timoteo.
Paolo rivolge anzitutto lo sguardo al passato: «Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (vv. 6-7). Paolo è ormai alla vigilia del martirio o dell’esecuzione capitale e dà una visione retrospettiva della sua attività. Il modello qui adottato è quello dei discorsi di addio, che viene utilizzato per esempio nel saluto di Paolo ai presbiteri di Mileto, dove ricorre la stessa immagine della corsa (cfr. At 20,24). Da questo genere letterario deriva il tono elogiativo con cui si presenta la vita passata dell’Apostolo. La prospettiva della morte imminente è evocata con le immagini del sacrificio e della partenza, mutuate dalla lettera ai Filippesi (cfr. Fil 1,23; 2,17). La morte dell’apostolo è presentata come un sacrificio: nella tradizione giudeo-ellenistica e, più tardi, in quella rabbinica, la morte del martire è interpretata come un sacrificio in quanto riconcilia il popolo con Dio. Essa è anche l’approdo alla meta definitiva. Riguardo al passato, la vita apostolica di Paolo è descritta come una battaglia e come una competizione sportiva. Il linguaggio è quello adottato da Paolo stesso, che paragona l’impegno e il rischio della sua missione apostolica alle gare nello stadio (cfr. 1Cor 9,24-27). Lo stesso linguaggio è adottato anche altrove nella Pastorali (cfr. 1Tm 6,12; 2Tm 2,5). Secondo una formula fissa, in uso nei pubblici riconoscimenti, si afferma che Paolo ha «tenuto fede» agli impegni di apostolo, missionario e maestro. Anche questo motivo della fedeltà o pieno compimento della missione rientra nel linguaggio dei discorsi di addio (cfr. At 20,20.27; Gv 17,4.6). Egli diventa così il modello o prototipo dei pastori e di tutti i credenti non solo nella sua vita e attività, ma anche nella sua morte.
Lo sguardo si rivolge poi al futuro, con il ricorso nuovamente alle immagini delle gare sportive o della lotta: «Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione» (v. 8). Al vincitore spetta l’incoronazione con il serto di alloro o con rami di sempreverde. Il simbolo della corona per l’ambiente greco-ellenistico è carico di connotazioni come onore, gioia, immortalità e trionfo. La corona viene qualificata con il genitivo «di giustizia»: non si tratta dunque di un riconoscimento umano, ma di quello che viene da Dio, basato sull’acquisizione della giustizia in quanto rapporto pieno con lui. Questa corona verrà conferita nel contesto escatologico dal Signore, che allora si manifesterà come «giusto giudice», che non delude quelli che per lui si sono impegnati senza riserve. La sorte di Paolo è un pegno per tutti i credenti che sono solidali con il suo destino (cfr. 1Ts 2,19). Essi sono definiti come quelli che vivono nell’attesa della gloriosa manifestazione del Signore. È scomparsa la componente di impazienza che deriva dalla credenza in un imminente ritorno del Signore, lasciando il posto all’impegno quotidiano per vivere secondo gli insegnamenti e l’esempio di Gesù.
Nei versetti omessi dalla liturgia, Paolo esorta Timoteo a raggiungerlo comunicandogli che i suoi compagni Dema, Crescente e Tito lo hanno lasciato solo. Con lui c’è solo Luca. A Timoteo dice ancora di portare con sé Marco e accenna all’invio di Tichico a Efeso. E aggiunge di portargli il mantello e le pergamene che ha lasciato a Troade e infine lo mette in guardia nei confronti di Alessandro. Questi accenni, che dovrebbero essere le prove dell’autenticità della lettera, sono invece chiaramente artificiosi e si riferiscono a situazioni non controllabili, anzi a volte inverosimili, soprattutto nel caso di uno che sta per essere giustiziato.
Nella seconda parte del brano si ritorna sulla situazione attuale dell’Apostolo: «Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto» (v. 16). In questo sfogo si sente il rammarico per l’abbandono da parte dei suoi. Verso di loro Paolo ha parole di perdono. È difficile sapere se si tratta di un ricordo storico o del semplice motivo del giusto abbandonato dai suoi amici, come era stato per Gesù. La solitudine di Paolo è riempita dalla vicinanza del Signore: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone» (v. 17). Paolo è consapevole che solo con la grazia di Dio ha potuto portare a termine la sua missione. Questo risultato è espresso con l’immagine della lotta vittoriosa dei gladiatori contro i leoni nel circo. Non si tratta però di una vittoria umana, bensì del successo dell’opera di evangelizzazione, che può benissimo coesistere con l’imminente martirio.
L’esperienza del conforto che gli viene dal Signore apre infine il cuore alla speranza: «Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (v. 18). La liberazione a cui tende l’Apostolo non è più quella che si attua in questo mondo ma quella che consiste nell’ingresso nel regno, che appare ormai come una realtà che ha sede nei cieli. Alla visione del regno come trasformazione di questo mondo si è ormai sostituita quella di una nuova situazione che si raggiunge dopo la morte, quando l’anima si ricongiunge definitivamente con Dio.

Linee interpretative
In questo brano si tende ad avvalorare l’autenticità paolina della lettera, mentre invece esso ne dimostra chiaramente l’origine tardiva, pur situandosi nell’alveo della tradizione paolina. La figura idealizzata di Paolo, il martire fedele e coraggioso, viene riproposta plasticamente ai cristiani grazie ad alcuni dati biografici ripresi e rielaborati dalle fonti tradizionali paoline, lettere e Atti degli Apostoli. In tal modo l’insegnamento dell’apostolo assume un valore permanente e la sua vicenda diventa paradigmatica per tutti i cristiani. Quello che si sottolinea maggiormente è la sua fedeltà fino alla fine nel compimento della missione a lui affidata di annunziatore del vangelo.
Questa rilettura idealizzata di Paolo, il prigioniero del Signore e il testimone fedele, si ispira al modello biblico del giusto abbandonato dagli amici e vicini, attaccato dai suoi nemici, il quale ripone la sua fiducia solo in Dio che lo protegge e lo libera e così alla fine può rendere grazie a Dio. Sullo sfondo di questo schema letterario diventa perfettamente plausibile la contrapposizione tra l’abbandono di tutti e la presenza del Signore che dà all’apostolo la forza per la testimonianza evangelica e alla fine lo salva in modo definitivo, conferendogli una vita nuova nel suo regno. Questa presentazione deve servire come incoraggiamento ai cristiani che come lui testimoniano il vangelo in mezzo alle sofferenze e alle contraddizioni di questo mondo.

 

HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA – DALLE «OMELIE» DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, VESCOVO

http://www.novena.it/riflessioni_autori_antichi_moderni/26.htm

HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA – DALLE «OMELIE» DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, VESCOVO

(Om. 2, Panegirico di san Paolo, apostolo; PG 50, 480-484)

Paolo se ne stava nel carcere come se stesse in cielo e riceveva percosse e ferite più volentieri di coloro che ricevono il palio nelle gare: amava i dolori non meno dei premi, perché stimava gli stessi dolori come fossero ricompense; perciò li chiamava anche una grazia divina. Ma sta’ bene attento in qual senso lo diceva: Certo era un premio essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo (cfr. Fil 1, 23), mentre restare nel corpo era una lotta continua; tuttavia per amore di Cristo rimandava il premio per poter combattere: cosa che giudicava ancor più necessaria. L’essere separato da Cristo costituiva per lui lotta e dolore, anzi assai più che lotta e dolore. Essere con Cristo era l’unico premio al di sopra di ogni cosa. Paolo per amore di Cristo preferì la prima cosa alla seconda. Certamente qui qualcuno potrebbe obiettare che Paolo riteneva tutte queste realtà soavi per amore di Cristo. Certo, anch’io ammetto questo, perché quelle cose che per noi sono fonti di tristezza, per lui erano invece fonte di grandissimo piacere. Ma perché io ricordo i pericoli e i travagli? Poiché egli si trovava in grandissima afflizione e per questo diceva: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema?» (2 Cor 11, 29). Ora, vi prego, non ammiriamo soltanto, ma anche imitiamo questo esempio così magnifico di virtù. Solo così infatti potremo essere partecipi dei suoi trionfi. Se qualcuno si meraviglia perché abbiamo parlato così, cioè che chiunque avrà i meriti di Paolo avrà anche i medesimi premi, può ascoltare lo stesso Apostolo che dice: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2 Tm 4, 7-8). Puoi vedere chiaramente come chiama tutti alla partecipazione della medesima gloria. Ora, poiché viene presentata a tutti la medesima corona di gloria, cerchiamo tutti di diventare degni di quei beni che sono stati promessi. Non dobbiamo inoltre considerare in lui solamente la grandezza e la sublimità delle virtù e la tempra forte e decisa del suo animo, per la quale ha meritato di arrivare ad una gloria così grande, ma anche la comunanza di natura, per cui egli è come noi in tutto. Così anche le cose assai difficili ci sembreranno facili e leggere e, affaticandoci in questo tempo così breve, porteremo quella corona incorruttibile ed immortale, per grazia e misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, a cui appartiene la gloria e la potenza ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

Ho combattuto la buona battaglia

Paolo se ne stava nel carcere come se stesse in cielo e riceveva percosse e ferite più volentieri di coloro che ricevono il palio nelle gare: amava i dolori non meno dei premi, perché stimava gli stessi dolori come fossero ricompense; perciò li chiamava anche una grazia divina. Ma sta’ bene attento in qual senso lo diceva: Certo era un premio essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo (cfr. Fil 1, 23), mentre restare nel corpo era una lotta continua; tuttavia per amore di Cristo rimandava il premio per poter combattere: cosa che giudicava ancor più necessaria. L’essere separato da Cristo costituiva per lui lotta e dolore, anzi assai più che lotta e dolore. Essere con Cristo era l’unico premio al di sopra di ogni cosa. Paolo per amore di Cristo preferì la prima cosa alla seconda. Certamente qui qualcuno potrebbe obiettare che Paolo riteneva tutte queste realtà soavi per amore di Cristo. Certo, anch’io ammetto questo, perché quelle cose che per noi sono fonti di tristezza, per lui erano invece fonte di grandissimo piacere. Ma perché io ricordo i pericoli e i travagli? Poiché egli si trovava in grandissima afflizione e per questo diceva: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema?» (2 Cor 11, 29). Ora, vi prego, non ammiriamo soltanto, ma anche imitiamo questo esempio così magnifico di virtù. Solo così infatti potremo essere partecipi dei suoi trionfi. Se qualcuno si meraviglia perché abbiamo parlato così, cioè che chiunque avrà i meriti di Paolo avrà anche i medesimi premi, può ascoltare lo stesso Apostolo che dice: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2 Tm 4, 7-8). Puoi vedere chiaramente come chiama tutti alla partecipazione della medesima gloria. Ora, poiché viene presentata a tutti la medesima corona di gloria, cerchiamo tutti di diventare degni di quei beni che sono stati promessi. Non dobbiamo inoltre considerare in lui solamente la grandezza e la sublimità delle virtù e la tempra forte e decisa del suo animo, per la quale ha meritato di arrivare ad una gloria così grande, ma anche la comunanza di natura, per cui egli è come noi in tutto. Così anche le cose assai difficili ci sembreranno facili e leggere e, affaticandoci in questo tempo così breve, porteremo quella corona incorruttibile ed immortale, per grazia e misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, a cui appartiene la gloria e la potenza ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

OMELIA DI PAOLO VI SOLENNITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO – GIOVEDÌ, 29 GIUGNO 1978

http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1978/documents/hf_p-vi_hom_19780629.html

XV ANNIVERSARIO DELL’INCORONAZIONE DEL PAPA

OMELIA DI PAOLO VI SOLENNITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO – GIOVEDÌ, 29 GIUGNO 1978

Venerati Fratelli e Figli carissimi,

Le immagini dei Santi Apostoli Pietro e Paolo occupano, oggi più che mai, il nostro spirito durante la celebrazione di questo rito. Non solo perché ci sono riportate, come di consueto, dal volgere dell’anno liturgico, ma anche per il particolare significato che riveste per noi questo xv anniversario della nostra elezione al Sommo Pontificato, quando, dopo il compimento dell’80° genetliaco, il corso naturale della nostra vita volge al tramonto.

Pietro e Paolo: «le grandi e giuste colonne» (S. CLEMENTE ROMANI, I, 5, 2) della Chiesa romana e della Chiesa universale! I testi della Liturgia della parola, or ora ascoltati, ce li presentano sotto un aspetto che suscita in noi profonda impressione : ecco Pietro, che rinnova nei secoli la grande confessione di Cesarea di Filippo; ecco Paolo, che dalla cattività romana lascia a Timoteo il testamento più alto della sua missione. Guardando a loro, noi gettiamo uno sguardo complessivo su quello che è stato il periodo durante il quale il Signore ci ha affidato la sua Chiesa; e, benché ci consideriamo l’ultimo e indegno successore di Pietro, ci sentiamo a questa soglia estrema confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Matth. 16, 16); anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» (2 Tim. 4, 7).

I. TUTELA DELLA FEDE

Il nostro ufficio è quello stesso di Pietro, al quale Cristo ha affidato il mandato di confermare i fratelli (Cfr. Luc. 22, 32): è l’ufficio di servire la verità della fede, e questa verità offrire a quanti la cercano, secondo una stupenda espressione di San Pier Crisologo: «Beatus Petrus, qui in propria sede et vivit et praesidet, praestat quaerentibus fidei veritatem» (S. PETRI CEIRYSOLOGI Ep. ad Etrtichen, inter Ep. S. Leonis Magni XXV, 2: PL 54, 743-744). Infatti la fede è «più preziosa dell’oro» (1 Tim. 6, 13), dice San Pietro; non basta riceverla, ma bisogna conservarla anche in mezzo alle difficoltà («per ignem probatur» -1 Petr. 1, 7 ). Della fede gli Apostoli sono stati predicatori anche nella persecuzione, sigillando la loro testimonianza con la morte, a imitazione del loro Maestro e Signore che, secondo la bella formula di San Paolo «testimonium reddidit sub Pontio Pilato bonam confessionem» (Ibid.). Ora, la fede non è il risultato dell’umana speculazione (Cfr. 2 Petr. 1, 16), ma il «deposito» ricevuto dagli Apostoli, i quali lo hanno accolto da Cristo che essi hanno «visto, contemplato e ascoltato» (1 Io. 1, l-3). Questa è la fede della Chiesa, la fede apostolica. L’insegnamento ricevuto da Cristo si mantiene intatto nella Chiesa per la presenza in essa dello Spirito Santo e per la speciale missione affidata a Pietro, per il quale Cristo ha pregato : «Ego rogavi pro te ut non deficiat fides tua» (Luc. 22, 32) e al Collegio degli Apostoli in comunione con lui: «qui vos audit me audit» (Ibid. 10, 16). La funzione di Pietro si perpetua nei suoi successori, tanto che i Vescovi del Concilio di Calcedonia poterono dire dopo aver ascoltato la lettera loro mandata da Papa Leone: «Pietro ha parlato per bocca di Leone» (Cfr. H. GRISAR, Roma alla fine del tempo antico, I, 359). E il nucleo di questa fede è Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, confessato così da Pietro: «Tu es Christus, Filius Dei vivi» (Matth. 16, 16).

Ecco, Fratelli e Figli, l’intento instancabile, vigile, assillante che ci ha mossi in questi quindici anni di pontificato. «Fidem servavi»! possiamo dire oggi, con la umile e ferma coscienza di non aver mai tradito «il santo vero» (A. MANZONI). Ci sia consentito ricordare, a conferma di questa convinzione, e a conforto del nostro spirito che continuamente si prepara all’incontro col giusto Giudice (2 Tim. 4, 8), alcuni documenti salienti del pontificato, che hanno voluto segnare le tappe di questo nostro sofferto ministero di amore e di servizio alla fede e alla disciplina: tra le encicliche e le esortazioni pontificie, la «Ecclesiam Suam» (9 augusti 1964: AAS 56 (1964) 609.659), che, all’alba del pontificato, tracciava le linee di azione della Chiesa in se stessa e nel suo dialogo col mondo dei fratelli cristiani separati, dei non-cristiani, dei non-credenti; la «Mysterium Fidei» sulla dottrina eucaristica (3 septembris 1965: AAS 57 (1965) 753.774); la «Sacerdotalis Caelibatus» (24 iunii 1967: AAS 59 (1967) 657.697) sul dono totale di sé che distingue il carisma e l’ufficio presbiterale; la «Evangelica Testificatio» (29 iunii 1971: AAS 63 (1971) 497-526) sulla testimonianza che oggi la vita religiosa, in perfetta sequela di Cristo, è chiamata a dare davanti al mondo; la «Paterna cum Benevolentia» (8 decembris 1974: AAS 67 (1975) 5-23), alla vigilia dell’Anno Santo, sulla riconciliazione all’interno della Chiesa; la «Gaudente in Domino» (9 maii 1975: AAS 67 (1975) 289-322) sulla ricchezza zampillante e trasformatrice della gioia cristiana; e, infine la «Evangelii Nuntiandi» (8 decembris 1975: AAS 68 (1976) 5-76), che ha voluto tracciare il panorama esaltante e molteplice dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, oggi.

Ma soprattutto non vogliamo dimenticare quella nostra «Professione di fede» che, proprio dieci anni fa, il 30 giugno del 1968, noi solennemente pronunciammo in nome e a impegno di tutta la Chiesa come «Credo del Popolo di Dio» (PAOLO PP. VI, Credo del Popolo di Dio: AAS 60 (1968) 436-445), per ricordare, per riaffermare, per ribadire i punti capitali della fede della Chiesa stessa, proclamata dai più importanti Concili Ecumenici, in un momento in cui facili sperimentalismi dottrinali sembravano scuotere la certezza di tanti sacerdoti e fedeli, e richiedevano un ritorno alle sorgenti. Grazie al Signore, molti pericoli si sono attenuati; ma davanti alle difficoltà che ancor oggi la Chiesa deve affrontare sul piano sia dottrinale che disciplinare, noi ci richiamiamo ancora energicamente a quella sommaria professione di fede, che consideriamo un atto importante del nostro magistero pontificale, perché solo nella fedeltà all’insegnamento di Cristo e della Chiesa, trasmessoci dai Padri, possiamo avere quella forza di conquista e quella luce di intelligenza e d’anima che proviene dal possesso maturo e consapevole della divina verità. E vogliamo altresì rivolgere un appello, accorato ma fermo, a quanti impegnano se stessi e trascinano gli altri, con la parola, con gli scritti, con il comportamento, sulle vie delle opinioni personali e poi su quelle dell’eresia e dello scisma, disorientando le coscienze dei singoli, e la comunità intera, la quale dev’essere anzitutto koinonia nell’adesione alla verità della Parola di Dio, per verificare e garantire la koinonia nell’unico Pane e nell’unico Calice. Li avvertiamo paternamente: si guardino dal turbare ulteriormente la Chiesa; è giunto il momento della verità, e occorre che ciascuno conosca le proprie responsabilità di fronte a decisioni che debbono salvaguardare la fede, tesoro comune che il Cristo, il quale è Petra, è Roccia, ha affidato a Pietro, Vicarius Petrae, Vicario della Roccia, come lo chiama San Bonaventura (S. BONAVENTURAE Quaest. disp. de per/. evang., q. 4, a. 3; ed. Quaracchi, V, 1891, p. 195).

II. DIFESA DELLA VITA UMANA

In questo impegno offerto e sofferto di magistero a servizio e a difesa della verità, noi consideriamo imprescindibile la difesa della vita umana. Il Concilio Vaticano secondo ha ricordato con parole gravissime che «Dio padrone della Vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita»! (Gaudium et Spes, 51) E noi, che riteniamo nostra precisa consegna l’assoluta fedeltà agli insegnamenti del Concilio medesimo, abbiamo fatto programma del nostro pontificato la difesa della vita, in tutte le forme in cui essa può esser minacciata, turbata o addirittura soppressa.

Rammentiamo anche qui i punti più significativi che attestano questo nostro intento.

a) Abbiamo anzitutto sottolineato il dovere di favorire la promozione tecnico-materiale dei popoli in via di sviluppo, con la enciclica «Populorum Progressio» (26 martii 1967: AAS 59 (1967) 257-299)

b) Ma la difesa della vita deve cominciare dalle sorgenti stesse della umana esistenza. È stato questo un grave e chiaro insegnamento del Concilio, il quale, nella Costituzione pastorale «Gaudium et Spes», ammoniva che «la vita, una volta concepita, dev’essere protetta con la massima cura; e l’aborto come l’infanticidio sono abominevoli delitti» (Gaudium et Spes, 51). Non abbiamo fatto altro che raccogliere questa consegna, quando, dieci anni fa, promanammo l’Enciclica «Humanae Vitae» (25 iulii 1968: AAS 60 (1968) 481-503): ispirato all’intangibile insegnamento biblico ed evangelico, che convalida le norme della legge naturale e i dettami insopprimibili della coscienza sul rispetto della vita, la cui trasmissione è affidata alla paternità e alla maternità responsabili, quel documento è diventato oggi di nuova e più urgente attualità per i vulnera inferti da pubbliche legislazioni alla santità indissolubile del vincolo matrimoniale e alla intangibilità della vita umana fin dal seno materno.

c) Di qui le ripetute affermazioni della dottrina della Chiesa cattolica sulla dolorosa realtà e sui penosissimi effetti del divorzio e dell’aborto, contenute nel nostro magistero ordinario come in particolari atti della competente Congregazione. Noi le abbiamo espresse, mossi unicamente dalla suprema responsabilità di maestro e di pastore universale, e per il bene del genere umano!

d) Ma siamo stati indotti altresì dall’amore alla gioventù che sale, fidente in un più sereno avvenire, gioiosamente protesa verso la propria auto-realizzazione, ma non di rado delusa e scoraggiata dalla mancanza di un’adeguata risposta da parte della società degli adulti. La gioventù è la prima a soffrire degli sconvolgimenti della famiglia e della vita morale. Essa è il patrimonio più ricco da difendere e avvalorare. Perciò noi guardiamo ai giovani: sono essi il domani della comunità civile, il domani della Chiesa.

Venerati Fratelli e Figli carissimi!

Vi abbiamo aperto il nostro cuore, in un panorama sia pur rapido dei punti salienti del nostro Magistero pontificale in ordine alla vita umana, perché un grido profondo salga dai nostri cuori verso il Redentore; davanti ai pericoli che abbiamo delineato, come di fronte a dolorose defezioni di carattere ecclesiale o sociale, noi, come Pietro, ci sentiamo spinti ad andare a Lui, come a unica salvezza, e a gridargli: «Domine, ad quem ibimus? verba vitae aeternae habes» (Io. 6, 68). Solo Lui è la verità, solo Lui è la nostra forza, solo Lui la nostra salvezza. Da lui confortati, proseguiremo insieme il nostro cammino. Ma oggi, in questo anniversario, noi vi chiediamo anche di ringraziarlo con noi, per l’aiuto onnipotente con cui ci ha finora fortificati, sicché possiamo dire, come Pietro, «nunc scio vere quia misit Deus angelum suum»( Act. 12, 11) Sì, il Signore ci ha assistiti: noi lo ringraziamo e lodiamo; e chiediamo a voi di lodarlo con noi e per noi, per l’intercessione dei Patroni di questa «Roma nobilis» e di tutta la Chiesa, su di essi fondata. O Santi Pietro e Paolo, che avete portato nel mondo il nome di Cristo, e a Lui avete dato l’estrema testimonianza dell’amore e del sangue, proteggete ancora e sempre questa Chiesa, per la quale avete vissuto e sofferto; conservatela nella verità e nella pace; accrescete in tutti i suoi figli la fedeltà inconcussa alla Parola di Dio, la santità della vita eucaristica e sacramentale, l’unità serena nella fede, la concordia nella carità vicendevole, la costruttiva obbedienza ai Pastori; che essa, la santa Chiesa, continui a essere nel mondo il segno vivo, gioioso e operante del disegno redentivo di Dio e della sua alleanza con gli uomini. Così essa vi prega con la trepida voce dell’umile attuale Vicario di Cristo, che a voi, o Santi Pietro e Paolo, ha guardato come a modelli e ispiratori; e così custoditela, questa Chiesa benedetta, con la vostra intercessione, ora e sempre, fino all’incontro definitivo e beatificante col Signore che viene.

Amen, amen.

CAPITOLO PRIMO – LA PERSONALITÀ DI SAULO/PAOLO

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/ghidelli_annopaolino1.htm

CAPITOLO PRIMO – LA PERSONALITÀ DI SAULO/PAOLO

Carlo Ghidelli  – Arcivescovo di Lanciano – Orlona

Fin dall’inizio del nostro cammino penso sia utile delineare, sia pure a grandi tratti, la personalità di Paolo apostolo: una personalità certamente poliedrica e complessa, che tuttavia si lascia « leggere » anche da noi, dal momento che egli ha trovato in Cristo il centro unificatore di tutte le sue passioni, di tutte le sue esperienze. Il suo « biglietto da visita » lo troviamo in Filippesi 3,5-7. Se parlo di « passioni » lo faccio di proposito perché Saulo, diventato Paolo, non ha certamente cambiato temperamento o carattere ma, con l’aiuto della grazia, ha saputo orientare tutte le sue energie fisiche e spirituali verso una nuova meta: conquistare Cristo dopo essere stato conquistato da Cristo (cfr. Fil3,8). Sta tutto qui il segreto della felicità per ogni essere umano: cercare e possibilmente trovare un centro unificato re attorno al quale far girare tutta la propria vita. Allora tutto, o quasi tutto, diventa più chiaro, tutto finisce col piacere e riusciamo a superare anche le prove più terribili che immancabilmente la vita riserva. I tratti della personalità di Paolo mi sembra di poterli riassumere così: anzitutto egli era una persona estremamente volitiva. Solo una persona come lui poteva reggere all’urto subito a Damasco, dove la sua umanità è stata messa a dura prova. Qui però emerge anche la sua grande onestà; gli premeva mettersi a servizio della verità e ora, avendola scoperta, si sente in dovere di cambiare strada: questa è onestà a prova di bomba. Questa forza di volontà Paolo la esprime anche quando entra in polemica con i suoi avversari, non certo per odio verso di loro, ma piuttosto per un amore incondizionato alla verità. Di questo amore Paolo è testimone credibile. Infatti, esortando i cristiani di Efeso a costruire la Chiesa nell’unità, scrive: «Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo»(Ef 4,14-15). «Fare la verità nella carità»: così suona il testo greco che potrebbe essere tradotto « inverare la carità », o ancora « vivere nell’amore autentico », nel senso che questi due sommi valori non possono vivere l’uno senza l’altro. In secondo luogo a Paolo dobbiamo riconoscere un temperamento passionale: direi che lo è stato nel bene e nel male. Riferendosi al suo passato scrive: «lo che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento» (1Tm 1,13). Ebbene, la violenza di un tempo Paolo l’ha poi messa a servizio del Vangelo, dimostrando di saper sopportare le prove più tremende (si veda ad esempio 2Cor 11,16 ss.). È proprio per questo suo temperamento passionale che l’apostolo delle genti ha speso il resto dei suoi anni in una serie interminabile di viaggi missionari, che ne caratterizzano il servizio apostolico. Attraverso gli scritti di Paolo possiamo rilevare una persona dall’intelligenza veramente eccezionale: all’occorrenza egli sa entrare in polemica con gli avversari, negatori della verità, come sa discorrere serenamente con chi è disposto al dialogo per amore della verità; sa interpretare correttamente le profezie dell’Antico Testamento mostrandone l’attualizzazione in Cristo, come sa dimostrare la ragionevolezza del credere in Cristo e la libertà dell’atto di fede; sa confutare chi pretende di dire la verità mentre sta seminando menzogna e zizzania, come sa esortare con la parola ma anche e soprattutto con l’esempio di una vita totalmente dedita al Vangelo; sa scrivere pagine di alta ispirazione poetica, come sa addentrarsi in discussioni teologiche specialistiche. Intelligenza acuta, quella di Paolo: dono di natura e di grazia, difficilmente eguagliabile, che egli ha saputo finalmente mettere a servizio della verità. Infine Paolo ha dimostrato di essere un amico fedele: mi si passi questa espressione. Intendo dire che, una volta conosciuto Cristo Signore attraverso una rivelazione dal carattere miracoloso, egli non ha mai cessato di coltivare questa amicizia straordinària, e di onoraria anche a costo di pagare di persona: lo ha dimostrato in diverse circostanze fino al martirio. A questo proposito è molto bello ascoltare la sua testimonianza diretta: « Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno» (2Tm 4,6-8). Parole estremamente lucide, quasi una profezia di quanto accadrà, non molti anni dopo, a Roma, quando sarà decapitato (intorno all’anno 64), degno compagno di Pietro: il loro sangue infatti, versato per amore di Cristo, è stato seme fecondo per la Chiesa di Roma. Con queste pennellate essenziali penso di aver colto e presentato un po’ anche la psicologia di Paolo, cioè qualcosa del suo modo di essere e di vivere, qualcosa del suo modo di pensare e di parlare, qualcosa del suo modo di agire e di reagire, qualcosa del suo modo di amare e di « odiare »: tutto questo emerge – e non può non emergere – dai suoi scritti perché questi, lo si voglia o no, tradiscono in modo evidente la psicologia dell’autore. 

L’INCONTRO CON L’APOSTOLO PAOLO

http://www.opera-fso.org/italiano/?cat=6

L’INCONTRO CON L’APOSTOLO PAOLO

Tema: Meditazioni

(parla di Madre Giiulia, non la conosco, dovrebbe essere la fondatrice della famiglia spirituale « L’Opera »)

 All’inizio del XX secolo si diffuse in molti paesi il movimento liturgico. Il Congresso delle associazioni cattoliche a Mechelen nel 1909 divenne punto di partenza in Belgio di questo movimento, che ebbe l’obiettivo principale di porre nuovamente la santa Messa al centro della vita cristiana. In effetti, da diversi secoli la liturgia era divenuta una realtà riservata in gran parte ai chierici. Sebbene i laici fossero uniti, nella fede, al sacrificio della Messa, avessero un forte rispetto per la presenza eucaristica del Signore e confidassero nella sua grazia, potevano partecipare alla celebrazione della Messa solo in modo limitato. Durante la santa Messa i laici recitavano spesso preghiere personali che non erano sempre in stretta relazione con la celebrazione liturgica. Il movimento liturgico voleva contribuire a riscoprire la grande ricchezza della liturgia e ad arricchire la vita spirituale di molte persone. Durante il suddetto Congresso a Mechelen, il Padre Lambert Beauduin, benedettino, propose di diffondere il Messale come un libro di preghiera e di renderlo accessibile a tutti grazie ad una traduzione nella lingua madre dei testi latini della liturgia domenicale e dei vespri. Egli disse: “La liturgia è la vera preghiera dei fedeli; è una spinta potente verso l’unione ed un insegnamento religioso completo.”[1]  Padre Hillewaere promosse il movimento liturgico. Da fedele sacerdote volle venir incontro alla sete spirituale della giovane Giulia, infondendole un sano orientamento e il nutrimento spirituale necessario. Egli comprese che Giulia aveva molti doni particolari. Per questo motivo, le regalò – allora poteva avere 15 o 16 anni – un Messale in latino e olandese. In questa maniera ella poteva comprendere meglio le letture e le preghiere della santa Messa ed attingere in modo più fecondo dalla ricchezza delle Sacre Scritture e della liturgia. Questo Messale ebbe grande influenza sul suo sviluppo religioso. Circa settant’anni dopo, Giulia raccontò l’esperienza fatta con questo Messale, come se tutto fosse accaduto il giorno prima: “A quell’epoca le Sacre Scritture non erano ancore accessibili in lingua volgare. Per la prima volta ricevetti in mano un Messale in cui le letture e il vangelo non erano scritte solo in latino, ma anche in olandese. Ho aperto questo tesoro con molta gioia ed amore. Mi sentivo pervadere come da un grande fuoco. Non me lo potevo spiegare. Già dalla prima sera provai a meditare tutte le preghiere e tutti i testi: la lettura, il vangelo e tutto quanto si sarebbe letto o cantato durante la santa Messa del giorno seguente. Le parole della Sacra Scrittura mi affascinavano. Per noi bambini e giovani era del tutto ovvio andare quotidianamente a Messa.”[2]  Giulia, a quell’epoca, si trovava in una situazione difficile. Tempo addietro, prima che Padre Hillewaere le avesse regalato il Messale, le venne chiesto di servire ad un banchetto di alcuni personaggi famosi. In quest’occasione sentì parlare un sacerdote in termini poco rispettosi circa alcune questioni di fede, portando al riso gli altri commensali. Fu per lei un vero scandalo che un sacerdote avesse ridicolizzato le cose sacre. Provò sofferenza ed ansia fin nell’intimo della sua anima. Mai prima era stata così profondamente colpita dalle debolezze umane dei rappresentanti della Chiesa.  Lo scontro con la superbia e la falsità di alcune persone quasi sopraffecero Giulia con un senso di impotenza sempre maggiore: “Tutto questo mi portò lentamente ad una specie di crisi di fede. Ero molto infelice, sola, chiusa e quasi imprigionata in me stessa. Mi sforzavo di giungere ad un rapporto puro e autentico con Dio, attraverso sacrifici nascosti e l’impegno sincero nella virtù. Ma ciononostante mi allontanavo dalla pratica della fede. Cominciai ad essere assalita da una specie di superficialità e passività.”[3] Questa condizione di insicurezza nella sua anima perdurava. La sua confidenza nella Chiesa era compromessa. Per le tentazioni che l’assillavano non progrediva più ed era in cerca d’aiuto: “In questa situazione la giustizia misericordiosa del Signore mi venne incontro in maniera semplice, ma per me meravigliosa e assoluta.”[4]  Una sera – non molto tempo dopo aver ricevuto il Messale – Giulia si stava preparando ancora per la santa Messa, leggendo i testi liturgici del giorno seguente. Quella sera non si accorse di nulla in particolare, tuttavia il mattino seguente, durante la santa Messa, venne colpita così profondamente da una lettura di san Paolo da perdere, per un breve periodo, contatto con tutto il mondo circostante: “’Verrà un giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina’ (2 Tim 4,3). Venni così profondamente toccata da questo richiamo di san Paolo d’aver la sensazione di essere completamente inserita nel contenuto di tale testo. Mi pareva che Paolo volesse svelarmi il suo senso più profondo ed invitarmi ad orientare in questa direzione la mia vita.”[5]  Le parole che l’avevano folgorata provengono dalla seconda lettera a Timoteo e costituiscono una sorta di testamento del grande apostolo al suo figlio spirituale:  “Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà un giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del vangelo, adempi il tuo ministero. Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.” (2 Tim 4,1-8)  Verso la fine della sua vita, Giulia ebbe a testimoniare: “Questo testo fu per me come un richiamo della provvidenza di Dio per tutta la mia vita sino ad oggi. Esso fu il primo seme per il Carisma de ‘L’Opera’”.[6]  In quel periodo Giulia prese coscienza della perenne attualità della parola di Dio. La Sacra Scrittura, in cui risplende la luce di Dio in tutta la sua chiarezza, divenne per Giulia una fonte di consolazione, di forza e di gioia. Più tardi scrisse che la parola del Signore “dà orientamento, con forza, a coloro che l’accettano nella fede, ascoltandola e accogliendola con cuore aperto e mettendola in pratica”.[7] Tuttavia venne colpita dalla parola di Dio non la sera prima quando leggeva personalmente il testo di san Paolo, bensì solo durante la celebrazione eucaristica. In questo modo la liturgia, che è il luogo proprio della parola di Dio, raggiunse nella vita di Giulia un’importanza fondamentale.  Da questo istante l’Apostolo Paolo divenne la sua guida personale, che la inserì sempre più nella ricchezza della fede ed nel mistero della Chiesa. Egli l’aiutava a ritrovare la serenità interiore e a crescere nell’amore verso la Chiesa: “Le sue lettere costituirono per me un preferito e fortificante nutrimento spirituale. Scoprii in esse, se posso esprimermi così, la santa Chiesa e concepii un grande amore per il Corpo mistico di Cristo. Questo mistero allo stesso tempo mi è stato ispirato e mi ha sempre accompagnata. Il santo Apostolo Paolo divenne per me uno strumento di Dio, una guida spirituale e un fratello diletto, di cui potevo sentire la vicinanza. In quel periodo mi pareva di vivere una seconda conversione verso il Cuore di Gesù e il suo Corpo, la Chiesa.”[8]  In modo del tutto inaspettato Paolo era entrato nella vita della giovane Giulia. Trovò in lui un amico che formava la sua coscienza. Passo dopo passo, si compì in lei una trasformazione di sentimenti che l’abituarono ad aprirsi ai doni della misericordia divina. Le persone che la incontravano potevano percepire che da lei emanava una particolare forza interiore. La sua preghiera divenne più contemplativa. Un fedele, che andava spesso a pregare nella chiesa parrocchiale di Geluwe, testimoniò: “Era mia abitudine andare ogni mattina in chiesa. La prima persona che vedevo era una donna giovane e graziosa, che abitualmente era inginocchiata vicino all’altare. Tutta la sua attitudine emanava interiorità. Era come rapita dalla preghiera.”[9]  Sempre più Paolo le aprì gli occhi anche riguardo alla perdita della fede, che si annunciava come una terribile tempesta. Lei percepì che l’Apostolo le voleva dare un orientamento ed un aiuto nelle difficoltà del tempo. La grande povertà spirituale, il crollo della morale, il crescente allontanamento dalla Chiesa, le debolezze all’interno del popolo di Dio e la progressiva secolarizzazione in tutte le realtà della vita minacciavano di portare ad un moderno paganesimo.[10] Paolo fece comprendere a Giulia che la conversione e la fede ci danno la forza per mantenerci fedeli anche in mezzo a nuove sfide: “Questo diletto fratello e padre mi ha accompagnato sul cammino di una profonda conversione e nello spirito del discernimento.”[11]  Giulia custodiva sempre nel proprio cuore, come un tesoro assai prezioso, la luce dell’Apostolo Paolo, anche in tempi di ricerca e di lotta interiore. Alla fine della sua vita scrisse: “Sono perfettamente consapevole che san Paolo, che mi ha insegnato le parole di Dio, è stato lo strumento di grazia per la mia vita. Egli mi ha aiutato ad aprire gli occhi della mia anima per la benevolente grazie dell’amore misericordioso del Signore, che è come un filo d’oro nell’intimo tessuto della mia vita. Mi ha regalato una chiave che poteva aprire il mio cuore ai comandamenti e alle leggi del Signore. Così potevo comprendere intimamente che le opere di Dio sottostanno a leggi soprannaturali e che spesso vanno in direzione opposta ai nostri calcoli puramente umani; che la parola di Dio, che viene percepita da cuori aperti, possiede in sé un’incredibile forza trasformatrice; che il merito della nostra vita e la sua forza d’irradiazione non dipende dalla misura delle nostre attività, bensì dall’amore che ci pervade e che è infuso nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo. Infatti, è proprio l’amore che ci rende possibile vedere Dio in tutto e in tutti.”[12]

estratto dal libro ” Ha amato la Chiesa. Madre Giulia Verhaeghe e gli inizi  della Famiglia spirituale “L’Opera”, Vita e Pensiero, Milano 2007, 53-57.

NOTE SUL SITO  

RIFLESSIONI SULLA LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI – CAP. I, VV. 1-11 -

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RIFLESSIONI SULLA LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI – CAP. I, VV. 1-11  -

San Paolo scrive quest’amabilissima lettera ai Filippesi con sentimenti intensi e personali, questo ci consente di penetrare il suo cuore segreto dove scopriremo che la sua grande passione è Gesù Cristo e la sua missione diffondere il Vangelo. L’esperienza avuta sulla via di Damasco dove vide una gran luce e udì la voce del Signore Gesù che gli diceva: “Saulo Saulo, perché mi perseguiti?”(At, 9-4), fu l’evento fondamentale che cambiò la sua vita.  Saulo di Tarso era un eccellente rabbino formatosi alla scuola di Gamaliele, uno dei migliori maestri del suo tempo, dal quale ricevette una profonda educazione religiosa secondo le dottrine dei farisei. Di carattere molto forte e volitivo, egli immediatamente colse la portata dirompente del cristianesimo sull’ebraismo e il pericolo rappresentato da questa nuova setta che andava costituendosi e che, basandosi sulla fortissima testimonianza di Cristo, lo riconosceva come il Messia. Nonostante la sua giovane età decise di intervenire, addirittura chiedendo un’autorizzazione scritta per essere libero di perseguitare i cristiani con ogni mezzo, in ogni luogo, anche fuori dai confini di Israele. Dobbiamo avere cognizione della grande statura morale e dell’irruenza di questo giovane perché solo così potremo capire chi egli sia, la sua grande intelligenza pratica, la sua volontà di arrivare al fondo delle cose e di spingere il suo impegno fino all’estremo.  L’evento decisivo della sua conversione è descritto esplicitamente tre volte negli Atti degli Apostoli e riferita in alcune sue lettere (cfr Gal 2, 11-15; 1Cor 15, 8-10). In (At 9,1-9) troviamo la descrizione narrativa dell’accaduto, che è raccontato nuovamente dallo stesso Paolo sia nella sua arringa difensiva davanti ai giudei di Gerusalemme che volevano condannarlo a morte, (At 22, 6-11), sia durante la comparizione a Cesarea davanti al re Marco Giulio Agrippa (At 26, 12-18). San Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, afferma che un’irruenza come la sua aveva bisogno di un intervento divino per essere giustamente indirizzata verso il bene; ed è l’esperienza di Cristo risorto che d’ora in poi, salda, resterà il fulcro della sua vita.  Dopo essere rimasto accecato dalla visione di una grande luce, ricevette la visita del discepolo Anania inviato dal Signore per ridargli la vista e colmarlo di Spirito Santo mediante il battesimo. Dopo pochi giorni iniziò la sua missione proclamando nelle sinagoghe Gesù Figlio di Dio. Da allora in poi non si stancherà mai di approfondire gli insegnamenti di Gesù e affermerà nella lettera ai Corinzi che ogni dono speciale che si riceve da Dio deve essere rivolto a beneficio degli altri: tutta la sua vicenda umana, impegnativa e faticosa, sarà in questa direzione.

 La conversione di Saulo di Tarso a seguito del suo incontro con Cristo Risorto, sulla via che conduce a Damasco, è stata un’esperienza unica e irripetibile, tuttavia abbiamo una testimonianza riconducibile ai nostri giorni, quella del metropolita Anthony Bloom (1914-2003), impegnato fortemente nell’ecumenismo e scrittore, il cui servizio pastorale si svolse in Inghilterra. In un libro sulla preghiera racconta di una sua giovanile ricerca sul senso della vita, non sentendosi appagato da una felicità senza scopo, e così risponde alla domanda rivoltagli in un’intervista inserita nel volume stesso, su cosa gli accadde:  “Cominciai a cercare nella vita un significato diverso da quello che potevo trovare attraverso l’avere uno scopo. Lo studio e il rendersi utili non mi convincevano affatto. Tutta la mia vita, fino a quel momento, era stata concentrata su obiettivi immediati e, improvvisamente, tali obiettivi diventavano insoddisfacenti. Provai in me stesso qualcosa di intensamente drammatico, e tutto intorno a me sembrò piccolo e privo di significato.  Passavano i mesi e nessuna novità appariva all’orizzonte, un giorno, eravamo in Quaresima ed io ero allora membro di una delle organizzazioni russe per la gioventù a Parigi, uno dei capi venne da me e disse: “Abbiamo invitato un prete a parlare con te, vieni.” Replicai con violenta indignazione che non sarei andato. Io non amavo la chiesa. Non credevo in Dio e non volevo perdere il mio tempo. Il capo era astuto; mi spiegò che tutti gli appartenenti al mio gruppo avevano agito esattamente nello stesso modo e che, se nessuno fosse andato, saremmo stati tutti screditati perché il prete era venuto e sarebbe stata una vergogna se nessuno fosse stato presente al suo discorso. “Non ascoltare, mi disse il capo, non mi importa che tu ascolti, solamente siedi e fai semplicemente atto di presenza”. Io ero disposto a dare alla mia organizzazione giovanile quella grande prova di fedeltà, così assistetti a tutta la predica. Non intendevo ascoltare ma le mie orecchie erano attente e la mia indignazione non faceva che aumentare.  Ebbi una visione di Cristo e del cristianesimo che destò in me una profonda avversione. Quando la predica fu terminata, corsi a casa per controllare che cosa ci fosse di vero in quanto lui aveva detto. Chiesi a mia madre se avesse il Vangelo per capire quanto fosse fondata la mostruosa impressione che avevo ricavato dalla predica. Non mi aspettavo nulla di buono dalla mia lettura, così contai i capitoli dei quattro Vangeli per essere certo di leggere il più breve, evitando così di perdere tempo senza necessità. Iniziai a leggere il Vangelo secondo Marco.  Mentre leggevo l’inizio di quel Vangelo, prima di arrivare al terzo capitolo, mi accorsi improvvisamente che dall’altra parte della mia scrivania c’era una presenza, ed ebbi l’assoluta certezza che era Cristo, e questa certezza non mi ha mai lasciato. Questo fu il reale momento di trasformazione. Poiché Cristo era vivo, ed io ero stato alla sua presenza, potevo affermare con certezza che quanto il Vangelo diceva circa la crocifissione del profeta di Galilea era vero, e il centurione aveva ragione quando aveva detto: “Costui è veramente il Figlio di Dio.”  Fu alla luce della resurrezione che potei spiegare con certezza la storia del Vangelo, sapendo che ogni cosa in esso contenuta era vera poiché l’impossibile evento della resurrezione era per me più certo di qualsiasi altro avvenimento storico. Dovevo credere nella storia mentre sapevo che la resurrezione era una realtà. Io non scoprii il Vangelo, come vede, iniziando con il primo messaggio dell’annunciazione, esso non mi apparve come una storia alla quale si poteva o meno prestar fede. Cominciò come un evento che lasciò dietro di sé tutti i problemi di incredulità, poiché si trattava di un’esperienza diretta e personale. E questa convinzione le è rimasta durante tutta la sua vita? Non ci sono stati momenti durante i quali ha dubitato della sua fede? Dentro di me acquisii la certezza assoluta che Cristo è vivente e che certe cose sono esistite. Non avevo tutte le risposte, tuttavia, dopo essere passato attraverso quell’esperienza, ero certo che davanti a me esistevano risposte, visioni, possibilità. Questo è ciò che intendo per fede: non dubitare, nel senso di essere in uno stato di confusione o di perplessità, ma dubitare allo scopo di scoprire la realtà della vita, il genere di dubbio che fa sì che si voglia indagare e scoprire di più, che fa sì che si voglia esplorare”.  Quest’esperienza si collega a quella di Paolo poiché Anthony Bloom nel leggere le scritture sente, percepisce la presenza di Gesù come il Vivente, il Risorto. La Chiesa è interprete di una strana mediazione per cui pur avvicinando a Gesù pare essere l’ostacolo più grande per arrivarci; Bloom con questo stato d’animo si accosta al Vangelo e questo segnerà la sua vita fino a fargli abbracciare la vita monastica e a divenire un grande comunicatore della fede anche ai giovani.  Confrontandoci con questi fatti comprendiamo la necessità di andare oltre la conoscenza erudita dei testi sacri, di entrare in un contatto reale con il Cristo confessato come il Vivente. La Lectio divina è per sua natura una lettura pregata della Bibbia, non uno studio biblico. Coglie i frutti dell’esegesi per capire il senso letterale della scrittura, le intenzioni degli autori nel loro limite umano, ma poi, attraverso l’assimilazione del testo (ruminatio) è aperta all’incontro con Gesù.  Alcune penetranti frasi di San Paolo di ricchissimo contenuto sollecitano la riflessione sul senso della vita o possono dare indicazioni pratiche; l’attenzione è necessaria per coglierle durante la Lectio e poi inoltrarsi in un cammino che, iniziato nella lettura personale, comunitaria o liturgica, prosegua nei giorni quando i versetti che più colpiscono illuminano un aspetto o fanno da controcanto rispetto a qualcosa che stiamo vivendo. Se docili alla Parola troveremo la nostra gioia e la nostra pace e faremo un’esperienza vera, personale, della vita cristiana nella relazione con il Signore risorto e presente; questo ci renderà liberi anche da turbamenti di fronte a certe letture ipercritiche e riduzioniste riguardo a Gesù.   Fil 1,1 “Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi”

 San Paolo scrive la Lettera ai Filippesi secondo il modello delle lettere antiche: inizia con il nome dei mittenti e dei destinatari e prosegue con una frase che ben disponga i destinatari a ricevere il testo, la “captatio benevolentiae”, ma lo fa con estrema libertà e si comprende che intenzionalmente usa quelle formule personalizzandole, dando a esse l’intensità e la forza di ciò che vuole esprimere e definendo il genere di relazione che lo lega alle comunità.  Esempio ne è la Lettera ai Galati che, dopo l’indirizzo, con tono brusco e senza alcun elogio, inizia immediatamente con l’ammonizione alla comunità cristiana nella quale l’Apostolo considerava vi fosse il serio pericolo di una deviazione dalla purezza del Vangelo da lui predicato e al quale i Galati avevano aderito credendo alla salvezza proclamata in Gesù Cristo.  La comunità cristiana di Filippi era stata personalmente fondata dall’apostolo. Le fonti a nostra disposizione sono gli Atti degli Apostoli scritti da San Luca, discepolo e compagno di Paolo (Cfr. Fm 24), da lui chiamato il “caro medico” in Col 4,14. Le molte notizie biografiche che gli Atti ci hanno trasmesso non sono state scritte come una cronaca, ma hanno uno scopo teologico: mostrarci come Paolo segua l’esempio di Cristo e come la vita di Cristo sia inserita nella vita stessa della Chiesa.  Dopo decenni di critica negativa degli Atti, l’esegesi contemporanea li sta molto rivalutando riguardo alla storicità dei fatti narrati. In essi sono descritti i tre viaggi missionari compiuti da Paolo. Durante il suo secondo viaggio, il primo in Europa, la cui meta sarà Corinto, si ferma a Filippi, nella Macedonia. At 9,11-15: “11Salpati da Tròade, facemmo vela verso Samotràcia e il giorno dopo verso Neàpoli e 12di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni; 13il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera, e sedutici rivolgevamo la parola alle donne colà riunite.14C’era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: « Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa ». E ci costrinse ad accettare.” Paolo aveva annunciato il Signore morto e risorto che, proprio per essere passato attraverso la morte può perdonare tutti i peccati, occorreva solamente accogliere la salvezza che solo Lui può donare. Dalla conversione di Lidia, prima donna europea nelle comunità paoline, e attorno a lei, nasce la comunità cristiana di Filippi. Probabilmente alla fine del secondo viaggio Paolo scrive ai Filippesi con i quali aveva intrattenuto ottimi rapporti, chiamandoli “santi”. Paolo ritiene che tutti quelli che hanno accolto il Signore Gesù siano santi per vocazione, cioè siano separati per il Signore, appartenenti a Lui. Definisce però se stesso e Timoteo, il discepolo che lo accompagna e che considera come un figlio, servi, secondo un’altra tradizione, schiavi. E’ inusuale che qualcuno si presenti come schiavo, soprattutto scrivendo a Greci, ma trovandosi ora in prigione a causa della sua predicazione, è ben felice di essere schiavo di Gesù Cristo.  In un’altra lettera affermerà che, comunque, dobbiamo servire, o Dio, e questo ci rende liberi, o il potere, il piacere, il denaro, i nostri idoli, e connota la sua schiavitù: egli è schiavo di Cristo. Per i greci la schiavitù era la peggior condizione perché solo gli uomini liberi avevano la dignità di cittadini; Paolo non ha paura di rivolgersi loro e dire: io sono schiavo di Gesù.  Papa Gregorio Magno si è definito, servo dei servi di Dio, da allora i Papi si fregiano di quest’appellativo, lo stesso Gesù dopo l’ultima cena lavò i piedi e disse di fare come Lui aveva fatto. Paolo dirà ancora: “Servire Dio è regnare”. Fin dall’incipit dell’epistola cogliamo e dobbiamo considerare la dirompente energia di Paolo che ribalta la realtà dalle radici perché l’incontro con Cristo riqualifica e capovolge la nostra ottica sul mondo, sulla realtà.  I vescovi e agli episcopi sono gli altri destinatari della lettera; questo ci fa intendere che la comunità si è ingrandita e si è strutturata, anche se, solo nel secondo secolo, Ignazio di Antiochia potrà parlare di un vescovo per ogni diocesi e distinguere nettamente i ministeri di vescovi, presbiteri e diaconi. Tuttavia, fin da ora, si delineano funzioni diverse e ministeri. Siamo dunque al cospetto di una piccola, vera Chiesa, così com’era stata voluta da Gesù che scelse i dodici apostoli, dove gli episcopi, gli anziani, vigilano e i diaconi organizzano il servizio alla comunità.  At 1,2 “Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”  Paolo con questa formula chiede e augura una dimensione di pace piena accostando la parola greca “karis” al saluto ebraico “shalom”, augura così una pace proiettata verso il compimento e la pienezza della vita che possono venire solamente dal Signore Gesù; questa formula non era usuale in ambiente greco e la troviamo pronunciata quasi esclusivamente nelle lettere paoline.  At 1,3-4 “Ringrazio il mio Dio ogni volta ch’io mi ricordo di voi, pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera” Comincia ora la preghiera dell’apostolo ed è molto bello ascoltare la preghiera di Paolo. Solitamente si dice che chi ti ammette all’ascolto della sua preghiera, ti ammette nel suo cuore, nella sua intimità. Paolo ringrazia Dio ogni volta che ricorda i Filippesi usando in greco, la parola “eukaristò”, termine che evoca per noi l’eucarestia. Fare memoria nella preghiera: se vivessimo con grande intensità questa dimensione di cura di tutti quelli che ci sono stati affidati dal Signore nel nostro ricordo orante, come ci insegna Paolo, sperimenteremmo la dimensione della gioia, tema fondamentale di questa epistola.  Realmente, infatti, pregare per gli altri suscita una gioia intima; farci carico dei pesi dei fratelli e portarli davanti a Dio dona una profonda gioia al nostro spirito. Paolo ne ha la consapevolezza perchè il pensiero dei Filippesi consola il suo cuore, non solo nel ricordo dell’ospitalità di Lidia, ma perché essi costantemente trasformano la loro esperienza di fede in dono, servizio, riconoscenza, diversamente da quello che accadeva in altre comunità e che lo preoccupava.  Questa lettera quindi che non serve a correggere, non è stata scritta neanche per spiegare un tema teologico come la lettera ai Romani, ma è semplicemente un segno di amicizia che ha lo scopo di confermare, di confortare, di esortare e stimolare alla perseveranza trovandosi lui in prigione e temendo che qualcuno si scoraggi. Il rischio era reale, perchè gli stessi Filippesi, pur essendo una comunità modello, si trovano a dover affrontare non pochi problemi esterni e anche qualcuno interno.  Fil 1,5-6 “…a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente, e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”  Siamo al motivo a fondamento della gioia e della scrittura della lettera: la propagazione del Vangelo, questo è ciò che lo anima, questo è il compito primario cui assolvono i suoi amici Filippesi. Paolo è un estroverso, non è geloso della sua esperienza come poi dirà di Cristo: “6il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 6-8).  Sull’esempio di Cristo Paolo non tiene nulla per sé, ma condivide ogni dono del Signore con gli altri. Il suo non è un atteggiamento moralistico, ma è spinto dall’entusiasmo di sentirsi colmo dell’amore di Dio; attribuisce la conversione dei Filippesi all’azione dello Spirito Santo, infatti, nonostante egli sia ora in catene, il messaggio di Gesù continua a propagarsi attraverso l’impegno dei suoi amici cooperatori nella sua opera fin da quel lontano giorno della conversione di Lidia.  Si mostra certo che la diffusione del Vangelo disegnerà una geografia nuova, cambierà il corso degli eventi seppur non senza difficoltà, dato il rifiuto di molti, ma è certo che l’esperienza della fede cristiana si svilupperà e progredirà nella storia, fino alla fine dei tempi.  Fil 1,7 “È giusto, del resto, che io pensi questo di tutti voi, perché vi porto nel cuore, voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa sia nelle catene, sia nella difesa e nel consolidamento del vangelo”  San Paolo ha un cuore aperto, non guarda solo a sé ma all’amore che sta suscitando questa “koinonia”, termine che indica comunione, compartecipazione, partecipazione alla Grazia. San Pacomio, padre dei monaci cenobiti, termine che indica il vivere insieme, usa questo stesso termine per definire la sua comunità; la koinonia è quella degli apostoli nella prima comunità a Gerusalemme durante la Pentecoste, cioè la comunione piena suscitata dallo Spirito Santo.  Ad Atene Paolo non si era sottratto dal parlare di Cristo e della sua Resurrezione nell’areopago davanti a pagani, ai giudei ma anche a filosofi stoici ed epicurei che là si radunavano e che lo avevano per la maggior parte schernito. Poi, a Corinto, nonostante vi fosse arrivato con gran trepidazione ed estrema debolezza, avendo confidato solo nella potenza della Croce del Signore, vi erano state molte conversioni ed egli se ne era quasi stupito; non le attribuisce però al suo eloquio ma solo a Cristo Gesù che, facendosi riconoscere, trasforma la vita. Dopo aver fondato la comunità di Filippi, avendone visti i buoni inizi e conoscendone la costanza fino al presente, nonostante le difficoltà, si dice certo che Cristo li manterrà fedeli, e prega per la loro perseveranza fino al giorno di Cristo, egli attende sempre il ritorno del Signore e la sua preghiera è sempre orientata verso il compimento finale.  Gesù è presente ogni giorno nel mistero della nostra vita, egli è da scorgere nel chiaro-scuro della fede, ma la nostalgia della sua presenza definitiva è così forte in San Paolo, da fargli desiderare di barattare la vita con la morte, afferma: “Per me, infatti, il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (v 21) perché finalmente, come dice san Giovanni, lo vedrò come Egli è. Essendo stato afferrato da Cristo Risorto, ha colto il cuore della Pasqua, la vita donata fino in fondo, la morte sofferta e la resurrezione che significa la vittoria sulla morte e sul peccato. Per Paolo solo questo conta. Non sappiamo se abbia conosciuto Gesù perché ci comunica poche notizie sulla sua vita terrena, in ogni caso l’ha conosciuto secondo lo Spirito e brama solo di vederlo; egli lo desidera per tutti. Sa che ogni uomo è destinato a quest’incontro definitivo, ma sa anche che è necessario un dono speciale del Signore per conservare la fede giorno dopo giorno; nella seconda lettera a Timoteo che, anche se d’incerta attribuzione, riporta le sue parole testamentarie Paolo dice: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.” (2 Tm 4,7).  Prega dunque fiducioso, ogni giorno, per i Filippesi perchè possano essere perseveranti fino all’incontro con Cristo. Paolo ci dirà in questa lettera, e approfondirà maggiormente il tema nella lettera agli Efesini, quanto la vita spirituale sia un combattimento. La vita è un combattimento il cui esito positivo non è scontato, ma è un dono.  Fil 1,8-11 “ Infatti Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” Paolo chiama Dio a testimonianza del profondo affetto che nutre per tutti loro nell’amore di Cristo Gesù. Questo è il tono fondamentale della lettera: egli scrive alla sua comunità, ma fra lui e i suoi c’è sempre Gesù, essi sono tra loro uniti dal fatto che tutti sono compartecipi della Grazia e della proclamazione e condivisione del Vangelo, della comunione di vita cristiana e del suo consolidamento, e allora prega perché l’amore, cioè la carità, si arricchisca rendendoli integri, irreprensibili, ricolmi dei doni di giustizia che solo il Signore può concedere.  Con le ultime parole della sua preghiera, Paolo rileva il dinamismo della vita spirituale pur nei momenti di stanchezza. Vale sempre la pena di pregare per crescere nella vita spirituale, per scoprire l’efficacia della Parola di Dio nelle situazioni concrete con cui dobbiamo confrontarci, per chiedere che la carità, la partecipazione al dono di Dio, si arricchisca sempre più in conoscenza e in discernimento. Egli vuole indubbiamente una fede ragionata, anche riguardo al progetto di Dio, ma vuole che la conoscenza di Gesù, del suo Vangelo, delle sue logiche, consenta ai Filippesi di usare il giusto discernimento di fronte ai loro problemi concreti.  I Filippesi non erano esenti da ciò che affliggeva in modo pericoloso i Galati: anch’essi erano tentati da predicatori giudeo-cristiani che sostenevano la necessità di osservare la legge mosaica, la cui adesione era simboleggiata dal rispetto della pratica della circoncisione, estranea all’uso pagano. Paolo ne coglie il pericolo, e lo spiegherà nelle lettere ai Galati in maniera accesa, per poi tornare sull’argomento, con maggiore ampiezza, nella pacata e lucida argomentazione della grande lettera ai Romani. l di là dalle profonde implicazioni soteriologiche, sono indubbie le conseguenze negative che l’imposizione ai pagani di pratiche non indispensabili ed estranee alla loro cultura comportava. Cristo con la sua Pasqua aveva abbattuto i muri di separazione e divisione e questa buona novella richiedeva decisioni che ne consentissero la diffusione senza ostacoli.  Di fronte a questa situazione è necessario che i Filippesi, e come loro tutti i credenti nei momenti di dubbio, sappiano ben discernere come comportarsi per scegliere nella libertà propria dei cristiani “non fra il bene e il male ma fra il bene e il meglio”, come dice Sant’Agostino. La gioia, la condivisione del vangelo, il discernimento, il giorno del Signore, questi i temi accennati in questi primi versetti che ritroveremo nel corso della lettura della Lettera ai Filippesi.

Padre Stefano, Abbazia di San Miniato al Monte (FI)

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