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HANUKKAH E IL TALMUD – RAV ELIO TOAFF

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HANUKKAH E IL TALMUD

RAV ELIO TOAFF

Nel Talmud ci si domanda perché la festa di Hanukkah duri otto giorni malgrado che il miracolo dell’olio si sia prolungato per solo sette giorni. Tanto i Rishonim che gli Acharonim hanno spiegato il fatto così: il primo giorno lo destinarono alla festa per aver trovato l’olio del Cohen Gadol e gli altri alla celebrazione del miracolo dell’olio. Invece altri spiegano che il primo giorno fu dedicato alla ripresa del servizio divino che i Greci avevano proibito. Fra i Rishonim c’è però anche chi afferma che gli otto giorni furono stabiliti perché i Greci avevano proibito la milà, che – come prescritto – si fa a otto giorni dalla nascita oppure per far durare la festa quanto la festa di Succot, che è la più lunga del calendario. Quando si mandavano messi per annunziare il nuovo mese « Al pi ha-reaià » essi uscivano anche nel mese di Kislev per annunciare Hanukkah a chi abitava più lontano. Fra gli Acharonim c’è chi sostiene che laddove non arrivavano i messi del Bet Din, si festeggiava Hanukkah per nove giorni per il dubbio, come per i derabbanan non si deve essere rigorosi perché, dal momento che il dubbio è se si tratti del primo giorno di Hanukkah e il nono giorno non è più Hanukkah, o viceversa, se si vuole facilitare non sarebbe Hanukkah né il primo giorno né il nono, ma certamente uno dei due lo sarebbe, pertanto si propende per essere rigorosi e stabilire Hanukkah di nove giorni. Oggi ci si regola facendo precisi calcoli e si fanno ancora due giorni di festa nella golà per disposizione dei Hachamim. I Rishonim hanno scritto che non si fanno più nove giorni di Hanukkah ma solo otto perché essi stessi hanno stabilito così. In Arachim 10b è scritto che Hanukkah non è considerata né moed né jom tov. Ma c’è chi sostiene che esiste nella Torà un remez riguardo Hanukkah, perché alla fine della parashà dei moadot dice: « Elle em moadai ». E ancora alla fine della parashà dei moadot è detto: « Prenderanno per te olio di oliva puro », e dal momento che la Torà lo prescrive con i moadot, se ne deduce che si tratta di un jom tov come tutti gli altri. E fra gli Acharonim c’è chi scrive, seguendo l’opinione dei Rishonim, che malgrado le mizvot che si usano di Hanukkah, come l’accensione delle luci e l’Hallel, siano tutte di prescrizione rabbinica, il fondamento della festa invece deriva dalla Torà, e cioè di ricordare, non fare espèd né digiuno in quanto è prescritto di fissare un giorno festivo per ogni miracolo avvenuto. E a maggior ragione quando si tratta dell’uscita dall’Egitto che fu l’uscita dalla schiavitù alla libertà, e quando uscirono dalla morte alla vita. I Hachamim hanno stabilito quello che si deve fare per celebrare l’avvenimento, per cui si può affermare che Hanukkah è prescrizione derivata dalla Torà mentre la sua spiegazione e la sua celebrazione sono di origine rabbinica. Per quel che riguarda il fatto che questi giorni vengano chiamati Hanukkah, i Rishonim hanno scritto che si tratta di Hanuccat Hamizbeach, l’altare che era stato distrutto è ora ricostruito. Si è anche detto che gli Asmonei avrebbero nascosto le pietre dell’altare che i Greci avevano reso impure. Essi spiegarono: vennero gli invasori e lo profanarono. Quando gli stranieri entrarono nel Santuario i suoi oggetti sacri si trasformarono in oggetti profani, e gli stranieri li potevano acquistare come se non fossero mai appartenuti ad alcuno, quando essi li adoperarono per il loro culto, allora divennero Avodà Zarà e quindi proibiti. Qualcuno ha sostenuto che anche gli oggetti del culto si dovevano fare nuovi o quantomeno si doveva cambiare il loro aspetto e si dovevano riconsacrare indirizzandoli verso il culto (facendo hinuch baavodà) pertanto hanno chiamato quei giorni col nome di Hanukkah. Altri hanno sostenuto che il nome Hanukkah deriva dal fatto che il Tempio fu rinnovato (hanukat habait hinuch habait) e reso atto al culto perché i Greci avevano reso impuro il Santuario, i suoi atrii e tutti gli oggetti santi che poi gli Asmonei purificarono e fecero di Hanukkah l’inizio della loro educazione al servizio divino, hinuch baavodat habait, come fece Mosè. Infatti è detto nel Midrash (Shibbolè Halleket): Diceva R. Haninà: il 25 di Kislev fu completata l’opera del Mishkan e da allora ha detto Kadosh Baruch Uh. Io devo pagare; e che cosa ha pagato? La Hanukkah degli Asmonei. Hanno detto: perché è stata posta la Parashà degli Asmonei. Hanno detto: perché è stata posta la Parashà di Beaalotehà vicino alla Hanukkah dei principi, hanukat hanesiim? Perché Levi protestava perché non gli era stato concesso di offrire sacrifici. Gli disse K.B.U.: per loro non c’era che un giorno per ogni principe mentre la tua Hanukkah sarà per otto giorni e per tutte le generazioni. C’è anche un’altra spiegazione per il nome di Hanukkah. Il Notarikon è 25 – 25 hanu ‘caf’ ‘hei’ che equivale a dire che « si fermarono il 25″ di Kislev. E c’è anche chi spiega che si fermarono dal procedere verso la guerra. E cioè tutto il giorno, perché il 24 non si fermarono se non di sera e allora accesero le luci. C’è chi spiega questa fermata a causa della proibizione di lavorare ed hanno appoggiato a questo l’uso di non lavorare quando le fiammelle sono accese. E c’è chi spiega « si fermarono il 25″ con il fatto che il 25 del mese dovranno cominciare l’accensione dei lumi di Hanukkah oppure che in questo giorno la Shechinà si fermò su Israel. C’è chi ha spiegato che il nome Hanukkah sono le iniziali: H=8 N=Nerot e la regola è secondo Hillel. Uomini donne, proseliti, servi affrancati sono tutti obbligati ad accendere la Hanukkah. R. Jeoshua ben Levi ha detto: le donne sono obbligate ad accendere la Hanukkah malgrado sia un precetto affermativo che viene a data fissa per cui le donne dovrebbero essere esonerate. Ma esse furono direttamente coinvolte nel miracolo perché i Greci avevano stabilito il jus primae noctis per il loro principe e fu una donna che rese possibile il miracolo perché la figlia di Johanan tagliò la testa del principe e tutti i nemici fuggirono. Un’altra versione dice invece che la sorella di Giuda Maccabeo si mise un velo durante il matrimonio, Giuda si interessò di lei e da quel momento ebbero la meglio sui Greci. La solidarietà familiare ritrovata ebbe questo effetto. I servi cananei che non sono affrancati sono esentati dall’obbligo di accendere la Hanukkah, perché la loro regola è come quella delle donne che sono esentate da tutte le mizvot affermative che cadono in tempi determinati; per loro non c’è ragione di applicare quanto è stato stabilito per le donne, che sono state invece obbligate ad accendere la Hanukkah perché ebbero parte nel miracolo. La donna che accende la Hanukkah fa uscire d’obbligo anche gli uomini dal momento che è obbligata a seguire quella mizwà e la base del miracolo si trova nell’azione di una donna. Fra i Rishonim però c’è chi nega che la regola sia questa.Il precetto di Hanukkah è molto importante e vi si deve prestare molta attenzione per diffondere la conoscenza del miracolo e per aumentare ancor più le lodi e i ringraziamenti al Signore per i miracoli che ha fatto per noi. Diceva Rav Unà: se un individuo è attento e scrupoloso con il lume di Hanukkah, ornandolo, curandolo per renderlo più bello (dato che è prescritto di fare così, ma non è un obbligo) avrà figli talmidè chahamim perché è scritto: poiché la mizwà è un lume e la Torà è luce attraverso il lume di Hanukkah scende su di lui la luce della Torà.

Rav Elio Toaff 

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: RAV ELIO TOAFF |on 10 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

I RAPPORTI UOMO-NATURA NELLA FILOSOFIA E NELLA TRADIZIONE EBRAICHE (1974) – RAV ELIO TOAFF

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I RAPPORTI UOMO-NATURA NELLA FILOSOFIA E NELLA TRADIZIONE EBRAICHE (1974)

DI ELIO TOAFF, CAPO RABBINO EMERITO DELLA COMUNITÀ EBRAICA DI ROMA

(Quello che segue è il testo di una conferenza tenuta da Elio Toaff nel novembre del 1974 a Milano, inaugurando un ciclo di conversazioni su «La bioetica, un ponte per la sopravvivenza».)

Il rapporto esistente nell’ebraismo tra l’uomo e la natura è molto stretto e si può agevolmente riscontrare esaminando il racconto della creazione del mondo così come ci è stato narrato dalla Bibbia nelle prime pagine dei Genesi.
«Dio disse: La terra produca germogli, erbe che facciano seme, alberi da frutto che diano frutti ciascuno secondo la propria specie, contenenti il loro seme, sulla terra.»
«Dio disse: Si popolino le acque di esseri viventi; volatili volino sulla terra, sulla superficie della distesa celeste. E così il Signore creò i grandi mostri acquatici, tutti gli esseri viventi che si muovono, di cui le acque brulicarono di varia specie, e tutti i volatili alati delle diverse specie. Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse dicendo: Prolificate, moltiplicatevi, e empite le acque nei mari e gli uccelli si moltiplichino sulla terra» …
«Dio disse: La terra produca essere viventi di specie varia, animali domestici di specie diverse; e così fu. Dio fece bestie selvatiche di differenti specie, animali domestici di ogni sorta e vari tipi di rettili che strisciano sulla terra. Dio vide che era cosa buona.
Dio disse poi: facciamo un uomo a immagine nostra, a nostra somiglianza; domini sui pesci del mare, sui volatili del cielo, sugli animali domestici su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra. Dio creò l’uomo a sua immagine, lo creò a immagine di Dio, creò maschio e femmina. Dio li benedisse e disse loro: Prolificate, moltiplicatevi, empite la terra e rendetela soggetta a voi, dominate sui pesci del mare, sui volatili del cielo e su tutti gli animali che si muovono sulla terra. Dio disse: Ecco, io vi do tutte le erbe che fanno seme, che sono sulla faccia della terra, tutti gli alberi che danno frutti e che producono il seme; vi serviranno come cibo.
Agli animali tutti, della terra, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti i rettili che strisciano sulla terra e che hanno un afflato di vita, tutte le erbe verdi serviranno di cibo. E così fu. Dio vide che tutto ciò che aveva fatto era molto buono».
Da questo primo racconto emerge un dato di grande importanza: mentre le piante, gli animali, i pesci furono creati dalla parola del Signore che si tramutava in attività spontanea della natura, l’uomo venne creato, venne formato, da Dio stesso. C’è in questo fatto un profondo significato. Mentre la parola divina suscita le forze della natura che danno origine alle piante ed agli animali, l’uomo viene distinto da ogni altro essere creato e viene fatto da Dio come un prototipo da cui poi nascerà il genere umano.
Evidentemente è questo un segno notevole della benevolenza di Dio verso l’uomo, che ne rispecchia l’immagine e la somiglianza.
L’immagine, in quanto è uno come il suo creatore è uno, la somiglianza, perché ne può imitare l’azione, la potenza creatrice. Nel momento stesso in cui Dio cessa di creare, l’uomo ne continua l’azione e diviene in tal modo suo collaboratore nell’opera della creazione.
Il Signore poi benedice con identica espressione piante, animali e uomo, invitandoli a crescere ed a moltiplicarsi. Ma per l’uomo aggiunge l’invito a dominare la terra e quanto in essa si trova sì che siano a lui soggette la terra stessa, le piante e gli animali.
Mentre il Signore aveva – in un primo momento – creato un perfetto equilibrio nel creato, ora può sembrare – col dominio dell’uomo sulla terra – che tale equilibrio possa essere minacciato.
Infatti, se quel potere concessogli venisse inteso come permissione di ogni arbitrio da parte dell’uomo, lo sconvolgimento dell’ordine dato da Dio alla natura potrebbe apparire giustificato.
Ma non è così che si deve intendere il potere dell’uomo sul creato: egli è autorizzato solo a servirsi e a godere di ciò che Dio ha messo in essere, ma non può e non deve alterare . quell’equilibrio per il quale il Signore, contemplando ciò che aveva fatto, giudicò essere tov meod: perfetto.
In questa perfezione riscontrata al termine della creazione c’è implicito il concetto che ogni alterazione apportata dall’azione dell’uomo mette in pericolo quella perfezione, che è divina, per sostituirla con un altro ordine non più divino ma umano, quindi imperfetto e limitato.
C’è una parabola dei Rabbini che ha un significato profondo, a riguardo del compiacimento che il Signore provò al termine della creazione del mondo quando, contemplando ciò che aveva fatto, lo trovò bellissimo: «C’era una volta un re che si era costruito un bel palazzo e guardandolo se ne compiaceva, tal che parlandogli quasi fosse una persona gli disse: o palazzo, o mio palazzo, magari tu riuscissi a destare sempre in me il fascino che hai in questo momento!» Nello stesso modo Iddio apostrofò il mondo che aveva creato dicendo: «o mondo, o mio mondo, magari tu riuscissi a destare sempre in me quel compiacimento che susciti in questo istante!».
I Rabbini fin dalla più lontana antichità si rendevano conto di come l’uomo avrebbe potuto alterare l’opera di Dio e modificarla fino a farle perdere quel fascino, quella bellezza, quella armonia che avevano suscitato nel Creatore quel sentimento di soddisfazione e di compiacimento che gli fecero trovare bellissimo ciò che aveva fatto. Una cosa dunque è sicura e cioè che «Bereshit», all’inizio, in un momento determinato del tempo, le cose del mondo che noi contempliamo, la luce del sole che ci riscalda, il cielo che è al di sopra della terra, la terra con le sue piante e con gli animali che la popolano, il mare infinito e finalmente l’uomo, furono creati da Dio e coesistevano in perfetta armonia, dando in tal modo l’impressione che il mondo era perfetto.
Nell’opera della creazione l’uomo è dunque l’essere più nobile in quanto, per la sua stessa struttura e per le sue doti intellettuali, risulta essere più vicino al suo Creatore, che lo ha posto in una posizione privilegiata, eleggendolo signore e dominatore di tutti gli altri animali. Anzi, si potrebbe dire che il mondo è stato creato in funzione dell’uomo, che ha la supremazia su tutti gli altri esseri, e sulla terra stessa, che gli è stata concessa come fonte del suo sostentamento e del suo benessere. Ciò non è sfuggito al Salmista che nel salmo VIII così ,si esprime: «Tu hai dato all’uomo la signoria sull’opera delle Tue mani e tutto hai posto sotto i suoi piedi: le greggi, gli armenti ed anche le bestie dei monti, gli uccelli del cielo ed i pesci del mare, che percorrono le vie degli oceani». Ma tutto questo non deve inorgoglire l’uomo che, sia: pure nella sua posizione di privilegio, non ha il diritto di ritenersi il centro dell’universo, il padrone dispotico di tutto ciò che esiste. Egli deve sempre ricordare che al di sopra di tutto c’è Dio e che nessuno, neanche l’uomo, può permettersi alcun arbitrio nei confronti di quell’armonia e di quell’equilibrio, che Egli pose nel mondo soprattutto per la felicità e per il benessere del genere umano.
La vita nell’Eden del primo uomo e della prima donna faceva parte del quadro armonico creato da Dio. I primi esseri umani che vi abitavano vivevano una vita beata e tranquilla e nulla ostacolava il loro potere su quanto il Signore aveva posto a loro disposizione.
C’era solo una limitazione, una trascurabile limitazione, alla quale però il Creatore aveva dato una enorme importanza e cioè quella di non mangiare del frutto di un albero che cresceva in mezzo al giardino: «Del frutto di ogni albero del giardino tu potrai mangiare, ma il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male non lo mangiare, perché il giorno che tu lo mangerai morirai». (GENESI II 16-17). Il significato di questa allegoria appare assai chiaro: l’uomo è posto dinanzi ad una scelta; o vivrà privo di responsabilità in uno stato quasi infantile, nel quale il Signore lo curerà come una madre fa con il proprio figlio, tenendo lontani da lui ogni pericolo ed ogni preoccupazione e fornendogli senza limite tutto ciò che è necessario per il suo sostentamento e per il suo benessere, oppure si responsabilizzerà, conoscerà ciò che è bene e ciò che è male, e agirà come meglio crederà andando incontro alle conseguenze del proprio agire consapevolmente, pronto ad affrontare ogni rischio. Eva ed Adamo si fecero sedurre dal serpente, si fecero sedurre cioè da quel sentimento che è nell’animo di ogni uomo che non vuoi rimanere in eterno allo stato infantile, ma che vuoi viceversa conoscere, progredire, creare e sentirsi padrone del proprio destino. E Dio non li punisce tanto per aver voluto conoscere e distinguere il bene dal male, ma solo perché hanno disubbidito al suo comando. Infatti se egli non avesse voluto che l’uomo fosse arbitro di scegliersi la sua strada, non avrebbe posto quell’albero in mezzo al giardino bene in vista, quasi una quotidiana tentazione per lui. Infatti Egli così dice ad Adamo: «Poiché hai dato retta a tua moglie ed hai mangiato del frutto di quell’albero del quale ti avevo detto: non ne mangiare! la terra sarà per te maledetta». (GENESI III, 17). L’uomo ha disobbedito ad un comando che Dio aveva formulato, non tanto – come dicevo – per il desiderio che l’uomo non si emancipasse, non progredisse nella via della conoscenza, ma solo perché – come ha scritto Umberto Cassuto (Da Adamo a Noè) – Dio col suo amore paterno gli aveva proibito di mangiare il frutto che gli avrebbe aperto la porta alla conoscenza del mondo, fonte di affanno e di dolore, ed avrebbe messo fine al suo candore ed alla sua felicità.
Perché come è scritto nell’ECCLESIASTE (I-18): «col crescere della sapienza cresce lo scontento e quanto più uno acquista conoscenza, tanto maggiori dolori si procura».
Su una espressione strana, ed in un certo senso equivoca, del testo Biblico vale la pena soffermarsi. Quando il Signore si rivolge ad Adamo per rimproverarlo e per annunziargli la punizione per la sua disubbidienza, gli dice: «La terra sarà per te maledetta!».
Possibile che il Signore maledica ora quella creazione della quale si era compiaciuto e che aveva trovato perfetta? Evidentemente ciò non è possibile ed allora, alla luce di quanto è scritto subito dopo nel testo, si può arrivare a comprendere il vero senso della espressione in questione. Dio non maledice la terra ma afferma che essa sarà per l’uomo una maledizione perché, prosegue il testo (GENESI III – 17-19): «tu ne riceverai il cibo con dolorosa fatica per tutto il tempo della tua esistenza; essa farà germogliare per te spini e rovi e tu mangerai l’erba del campo; col sudore della tua fronte mangerai pane, finché tornerai alla terra dalla quale sei stato tratto». L’uomo è dunque costretto a lavorare e questo lavoro faticoso sarà per lui la punizione. Dice il Cassuto (da Adamo a Noè, pag. 92): «Nell’Eden l’uomo riceveva ogni alimento a lui necessario senza alcuna difficoltà. La terra del giardino era bagnata dall’acqua del fiume e non c’era bisogno della pioggia. L’uomo non doveva far altro che tendere la sua mano e cogliere tutti i frutti dell’albero che voleva. Quando venne scacciato dal giardino e dovette entrare nelle aperte campagne, infinite, alla cui fertilità non bastavano più le acque delle sorgenti e dei fiumi, cominciarono le pioggie, che recano fertilità alla terra. Il pane, per essere ricavato dalla terra, richiede un lavoro faticoso da parte dell’uomo; era questo il castigo che gli era stato inflitto per la colpa da lui commessa».
L’uomo viene dunque cacciato dal giardino meraviglioso dell’Eden ed inizia la sua vita seguendo la propria inclinazione, i propri gusti, le proprie tendenze: è ormai un uomo libero di fare ciò che vuole, ciò che gli piace, il bene ed il male. Con la promulgazione della Legge Sinaitica si forma una sorta di triangolo che vede ai suoi vertici il Signore, il popolo d’Israele, la terra. Questi tre elementi sono interdipendenti e legati indissolubilmente l’uno all’altro. Dio è il legislatore che ha dato delle norme che debbono regolare la vita dell’uomo; l’uomo ha la facoltà, attraverso il libero arbitrio che gli è stato concesso, di seguire quelle norme oppure di respingerle; la terra infine soggiace per l’azione dell’uomo alla benedizione del Signore, oppure diviene strumento di punizione e di castigo per l’uomo che la coltiva e che attende da essa il benessere, la tranquillità e l’agiatezza.
«Se obbedirete a queste Leggi, le onorerete e le seguirete – si legge nel Deuteronomio (VII-12-15) – Dio manterrà nei tuoi confronti il patto e la benevolenza che ha promesso ai tuoi Padri. Egli ti amerà, ti benedirà e ti farà crescere; egli benedirà i frutti del tuo ventre, i frutti della tua terra, il tuo grano, il tuo mosto; il tuo olio, i parti dei tuoi buoi e i giovani tuoi agnelli. Non ci sarà uomo sterile o donna infeconda né in te né nel tuo bestiame. L’Eterno allontanerà da te ogni malattia, e tutti i cattivi morbi d’Egitto che tu conosci non li porrà in te, ma li darà a tutti i tuoi nemici».
La legge di Dio sostituisce dunque il giardino dell’Eden, con le sue norme dirette alla santificazione dell’uomo così che, la trasgressione di esse, gli comporta una punizione identica a quella che colpì Adamo quando disubbidì al Signore. Se l’uomo sarà ubbidiente, anche la terra risponderà alle sue cure ed alle sue fatiche, divenendo prodiga di ogni suo frutto ed anche gli animali si uniranno a lei per dare all’uomo l’agiatezza e la massima soddisfazione.
Ma se l’uomo ignorerà la parola di Dio ed agirà secondo il proprio arbitrio, allora il Signore non manderà la pioggia, la terra non darà il suo prodotto, l’uomo impoverirà e non troverà più nel lavoro il soddisfacimento dei suoi desideri e delle sue necessità. La terra diverrà per lui una maledizione, come il Signore- aveva predetto al primo uomo.
Martin Buber ha interpretato quei versi del Deuteronomio in modo mirabile. Egli scrive (l srael and Palestine, pag. 23 e segg.): «Alla fine del vagabondaggio, in vista della Terra Promessa, la storia della Promessa entra in una nuova fase per adeguarsi alla nuova situazione. Nella grande rievocazione che Mosè fa del passato e nello sguardo con cui penetra il futuro, si parla della Terra in una maniera nuova. La cosa nuova è la rivelazione del segreto della terra. Di tutte le terre questa è l’unica che per sua natura è soggetta in modo speciale alla provvidenza ed alla grazia di Dio. Perché il popolo ne abbia coscienza si debbono mettere a confronto ancora una volta le due terre Egitto e Canaan.
La fertilità dell’Egitto non dipende dai mutevoli doni del cielo, che esso riceve in misura limitatissima; la creazione vi ha provveduto una volta per sempre; il Nilo è stato creato per inondare la terra ogni anno; se la sua forza è irregolare gli uomini hanno migliorato, con enorme sforzo tecnico di tutta la popolazione, l’opera della creazione erigendo dighe e cateratte per regolare la corrente, scavando canali, i fossi per distribuire l’acqua, costruendo ruote per sollevarla dai fiumi e dai laghi e raccoglierla nei canali e nei fossi. Canaan è del tutto diverso. È «un paese di torrenti d’acqua, di fontane, di sorgenti che scaturiscono da valli e da montagne» (DEUT. VIII-7), ma tutto ciò va e viene e la terra è malsicura, essa «beve l’acqua della pioggia del cielo» (lbid., XI-11) è nella mano di Dio «che la visita di continuo» (lbid., XI-12). È il luogo in cui la grazia domina su tutto. Ciò che attende dall’uomo, dal popolo, è «amore». (lbid., XI-13).
Se avessero amato il Signore con tutto il cuore e con tutta l’anima, come era stato loro comandato, (lbid. VI-5) Dio avrebbe fatto piovere nella stagione opportuna, ad autunno ed a primavera, le due stagioni in cui piove sulla terra in Israele, e ciò avrebbe assicurato un buon raccolto per l’uomo e erba abbondante per gli animali. Questo concetto è ripetuto infinite volte in tutta la Bibbia ed ogni ebreo lo ricorda due volte al giorno, quando si alza al mattino e quando si corica la sera, con le parole dello Shemà: «Se ascolterete i miei precetti, che io vi comando oggi, di amare il Signore con tutto il cuore e con tutta l’anima, io darò la pioggia per la vostra terra, la primaticcia e la tardiva, raccoglierai i tuoi cereali, il tuo mosto ed il tuo olio, darò pure l’erba nel tuo campo per il tuo bestiame, mangerai e ti sazierai. Però guardatevi bene che il vostro cuore non devii e vi allontaniate e prestiate culto ad altri dei, prostrandovi ad essi, perché allora divamperà l’ira del Signore contro di voi, chiuderà il cielo e non ci sarà pioggia, la terra non darà più il suo prodotto e così sarete presto rigettati da sopra quella buona terra che il Signore vi ha dato»
(DEUT. XI-13 e segg.).

Ma l’uomo non ha solo doveri verso il suo Creatore, ne ha anche – e ben precisi – nei riguardi della natura, dalla quale attende il benessere, il nutrimento, la ricchezza.
Nel Decalogo dell’Esodo, (XX-8-11) il quarto comandamento prescrive il riposo sabbatico. Una volta alla settimana cioè il settimo giorno è un giorno di riposo assoluto, di cessazione da ogni lavoro: «Non farai alcun lavoro,né tu, né tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua serva, né i tuoi animali, né il forestiero che abita con te. Perché in sei giorni .il Signore fece il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che si trova in essi e si riposò nel settimo giorno; perciò il Signore benedisse il sabato e lo santificò».
Lo stesso concetto è ripetuto nel Decalogo del Deuteronomio (V-12-15) dove il riposo degli animali viene sottolineato con l’esemplificazione che non dovrà lavorare di sabato «né il tuo bue né il tuo asino né alcun tuo animale».
Per l’uomo il riposo sabbatico assume due particolari significati: religioso e sociale. Religioso, perché quel giorno viene dedicato a Dio Creatore dell’universo proprio in ricordo della creazione avvenuta in sei giorni e del «riposo» di cui il Signore godette al termine della sua attività; sociale, perché serve altresì a far riposare coloro che non hanno un lavoro autonomo, indipendente, ma debbono obbedire ad un padrone che, in mancanza di una disposizione siffatta, potrebbe sfruttare il modo inumano i suoi dipendenti.
Anche gli animali quindi debbono riposare e restare nelle stalle o al pascolo perché anche essi fanno parte del creato ed hanno uguali diritti, anch’essi non possono essere sfruttati, ma debbono lavorare né più né meno di quanto lavora l’uomo. Anche la terra riposa di sabato; riposa perché l’uomo non la lavora, né il bue vi traccia il solco.
La giornata del sabato serve quindi alla contemplazione dell’uomo che si sofferma ad ammirare ciò che è stato creato e ciò che egli stesso ha creato e prodotto al termine di ogni settimana, nonché a ringraziare e santificare il Signore autore dell’opera della creazione.
Nel Capitolo XXIV dell’Esodo, si parla di un altro istituto che ha un indubbio significato cosmologico e di difesa della natura, oltreché un altissimo significato sociale: l’anno sabbatico. Come il sabato viene dopo sei giorni di lavoro ed il settimo viene consacrato – come abbiamo detto – a Dio ed alla contemplazione del Creato, così l’anno sabbatico viene dopo sei anni di lavoro agricolo e serve al riposo della terra ed alla uguaglianza degli uomini rispetto ad essa.
Infatti il sabato e l’anno sabbatico sono due momenti, due sia pur brevi momenti, in cui si ripristina la sovranità di Dio su tutto il creato e gli uomini diventano tutti uguali; non ci sono più ricchi e poveri, ma ci sono uomini che debbono in ugual misura godere del riposo settimanale e, una volta ogni sette anni, nell’anno sabbatico, avere l’illusione che non esistono differenze di classe. La terra, nell’anno del suo riposo, può dare i suoi frutti solo a chi ne ha bisogno e non al padrone soltanto. Nell’anno sabbatico la terra torna ad essere di Dio e gli uomini possono tutti godere ugualmente dei suoi frutti. «Per sei anni seminerai la tua terra e raccoglierai il prodotto, ma nel settimo la lascerai incolta, ne abbandonerai il prodotto affinché ne godano i poveri del tuo popolo ed il resto lo mangeranno le bestie della campagna; la stessa cosa farai con la tua vigna ed il tuo oliveto».
Dice Martin Buber (O. c. pag. 14 e segg.): «Il punto essenziale è che il riposo dei campi significa un riposo divino e la sua libertà una libertà divina. Riposare, essere libero, cessare il lavoro, non è una condizione negativa, è più che mera cessazione dall’opera e dalla dipendenza, è lo stato dell’essere assunto nell’operazione del patto divino. Col venir liberata dall’autorità dei proprietari, con il concedere i suoi frutti a tutti, la terra è santificata nuovamente ad ogni ricorrente anno sabbatico. Il fatto di consentire a tutti di approfittare dei prodotti dei campi ad intervalli regolari, rende manifesto ripetutamente che la terra è di Dio».
Dell’anno sabbatico torna ancora a parlare il LEVITICO (XXV – 1,7) dando le particolari norme d’attuazione della legge. L’agricoltore ed il contadino ebreo, debbono seminare, potare, mietere regolarmente il prodotto dei loro campi e le loro vigne durante sei anni mentre il settimo debbono interrompere ogni lavoro nella campagna e abbandonare i frutti nati spontaneamente a chiunque ne ha bisogno senza restrizioni o privilegi per alcuno: il padrone diviene come il suo servo, il ricco come il povero, in una uguaglianza sociale che li accomuna. Questo ricorda agli uomini che essi sono soltanto provvisoriamente ammessi al possesso della terra perché essa appartiene solo a Dio e l’anno sabbatico è il sabato della terra, la sua «cessazione». Come il sabato del popolo non è un puro e semplice riposo dal lavoro, ma un giorno sacro dedicato a Dio, nello stesso modo il Sabato della terra è qualche cosa di più di un semplice riposo di essa per un anno intero. È la enunciazione pratica dell’idea che la terra deve essere per un certo tempo libera, non sottoposta alla volontà dell’uomo, ma lasciata alla sua propria natura, in modo da essere terra di nessuno per tornate ad essere la terra di Dio. È quasi una sospensione del diritto di proprietà e tutti gli uomini e tutti gli animali hanno uguale diritto di godere dei frutti nati spontaneamente come dono di Dio. La legge del Giubileo poi, l’anno che veniva dopo sette settimane di anni, era dedicato a realizzare praticamente l’idea che la
terra è di Dio che l’ha creata e non di coloro che l’hanno comperata o avuta in eredità. Il risultato della compera e dell’eredità è quello di dare solo il possesso temporaneo di una terra, mai la proprietà perpetua. Venuto l’anno del Giubileo, tutti i frutti che la terra donava in quel periodo di riposo completo, non possono essere raccolti da nessuno, ma chi ne aveva necessità poteva mangiarli sui posto: «Non seminerete e non mieterete le erbe nate da sé in quell’anno e non vendemmierete le vigne, non potate in quell’anno, perché è il Giubileo. Sarà sacro per voi: «Direttamente dal campo mangerete i prodotti di quell’anno». (LEVITICO XIV-11).
Dio dunque, che ha creato il mondo, ne è anche il padrone e quando nel Giubileo le terre tornano al primo loro possessore, ciò non fa che confermare che vale soltanto la disposizione: «la terra non potrà essere venduta definitivamente perché Mia è la terra e voi non siete altro che forestieri e provvisori presso di me»
(LEVITICO XXV-23 ).

Egli avrebbe potuto creare un mondo statico, ma preferì crearlo dinamico. Un commentatore della Genesi, Rabbi Levì Ben Ghereshon, afferma che solo in un tempo molto lontano da quando venne da lui creato, il mondo si perfezionerà al suo limite massimo.
Nei sei giorni della creazione ed in particolare nel sesto, quando creò l’uomo, Dio mise le basi di questo perfezionamento. Si legge infatti in BERESHIT RABBÀ (XI) che «tutto ciò che è stato creato nei primi sei giorni ha bisogno di un’opera di completamento». È questa una interpretazione dinamica della creazione. L’uomo diviene collaboratore del Signore nell’opera della creazione perché fino a quando egli non aprì gli occhi alla luce del mondo «Iddio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era nessuno per coltivare il suolo» (Genesi II-5). Creato l’uomo, il Signore fece piovere e la terra cominciò ad essere lavorata. Si passa così dalla fase statica a quella dinamica. La creazione era perfetta perché conteneva in sé tutto ciò che era necessario alla sua evoluzione e l’uomo sarebbe stato il collaboratore del Creatore in questo processo evolutivo.
È così che l’uomo cominciò a pascolare il gregge, a costruire città, a lavorare metalli e a piantare alberi e vigne. Quest’opera non doveva essere lasciata all’arbitrio dell’uomo che avrebbe potuto guastare ciò che Dio aveva fatto e per questo Egli ritenne di poter dettare delle norme che l’uomo non avrebbe dovuto dimenticare accingendosi al lavoro. Queste norme salvaguardano quell’equilibrio anche ecologico che il Signore stabilì perché l’uomo fosse felice e potesse vivere in pace a contatto con la natura.
Sono quindi ispirate al rispetto dell’ordine naturale, delle cose e delle leggi supreme del creato quelle norme che vietano la promiscuità degli incroci, sia in agricoltura che nell’allevamento del bestiame che vennero dettate al popolo ebraico per mezzo di Mosè: «Osservate le Mie leggi; non accoppiare due quadrupedi di specie diversa, non seminare il tuo campo di due specie diverse e una stoffa fatta di due specie diverse (lana e lino) non venga da te indossata» (LEVITICO, 19-19). Questo significa che anche il mondo animale e vegetale hanno una loro nobiltà alla quale non si deve attentare se non si vuoi compiere un atto sacrilego modificando la natura originaria di ciò che Dio ha creato in un determinato modo.
Neanche in tempo di guerra è permesso tagliare gli alberi da frutto e devastare i campi del nemico: «Quando assedierai una città per molto tempo, combattendo contro di essa per occuparla, non distruggere i suoi alberi colpendoli con la scure, perché solo i loro frutti potrai mangiare, ma l’albero non potrai tagliare, perché l’albero della campagna non è una persona che può rifugiarsi dentro una fortezza per difendersi di fronte al tuo assalto. Soltanto l’albero che tu saprai non essere da frutto potrai tagliarlo e costruirci strumenti di assedio» (DEUTERONOMIO :XX-19,20). È questo un concetto nobilissimo: viene considerata azione vile quella di infierire contro degli alberi che non possono difendersi e che sono stati creati per dare all’uomo il loro frutto. Si debbono quindi rispettare quelle creature verso le quali ogni inimicizia è ingiusta e che – perché sono indifese – sono state lasciate in balia dell’uomo che, conoscendone l’utilità, dovrebbe rispettarle, curarle ed amarle. Maimonide, il grande filosofo ebreo, (Regole riguardanti i re, cap. IV) commentando questa norma scrive: «Non si tagliano gli alberi da frutto anche se sono fuori della terra d’Israele e non si possono deviare i corsi d’acqua per farli morire, come è scritto: non distruggere i suoi alberi e chiunque li tagli deve essere punito.
Ciò vale non solo per il caso d’assedio ma in ogni circostanza». I doni della natura, i frutti degli alberi, di cui ogni uomo può godere, non gli appartengono completamente. Egli deve ricordare che gli provengono da Dio e per questo deve consacrarne a Lui una parte. È così che le primizie devono essere recate al Tempio con una cerimonia consacratrice dei prodotti del suolo e così pure la prima decima dei prodotti che viene data al Levita, deve essergli consegnata, per ricordargli il suo dovere di consacrarsi interamente alla salvaguardia dello spirito. Infatti egli, liberato dalle preoccupazioni materiali, deve essere il portavoce della parola di Dio il difensore dell’Alleanza. È una specie di restituzione al Signore che viene fatta per dimostrare che l’uomo non si considera come il proprietario di ciò che gli viene dalla terra, dal suo lavoro, dalla sua fatica, ma solo come gestore di quei beni. Si dimostra in tal modo che nessuna pianta muore solo per il suo proprietario, che nessun albero fiorisce solo per il suo possessore. Ogni chicco di grano, ogni frutto, gli insegna come si possono perseguire attraverso mezzi naturali dei fini spirituali.
Nella Mishnà (ROSH HA SHANÀ I-1) si afferma che esistono quattro capi d’anno: il primo di Nissan è il capo d’anno per i re e per le feste, il primo di Elul è il capo d’anno per il prelievo della decima degli animali, il primo di Tishrì è il capo d’anno per gli anni, per le remissioni, per i giubilei, per le piantagioni e per le verdure; il quindici di Shevath è il capo d’anno degli alberi.
Esiste quindi un capo d’anno degli alberi che, pur non essendo una festa comandata dalla Bibbia, viene ugualmente solennizzata dal popolo d’Israele, non solo nella sua terra, ma in tutti i paesi della sua dispersione. Due sono i modi di festeggiare il quindici di Shevath: mangiando i frutti degli alberi e piantando alberi. Mangiare la frutta, significa partecipare alla gioia degli alberi che li hanno prodotti, godere della benedizione del Signore, che con i frutti ci ha dimostrato la sua benignità e la sua benevolenza. Piantare alberi, significa rendere fertile la terra e prendere parte attiva al rinnovarsi della vita vegetale. I cabbalisti, i Maestri del misticismo ebraico, hanno dato un significato particolare al fatto che il quindici di Shevath è prescritto che si mangino i frutti che gli alberi hanno prodotto per noi.
Sono arrivati fino ad affermare che, mangiando la frutta, si riscatta il peccato di Adamo e si contribuisce a sistemare il mondo nel regno dell’Onnipotente. Non è qui il caso di approfondire questo argomento, ma è chiaro che anche per il cabbalista esiste un legame, un rapporto stretto fra l’uomo e la natura e che la natura può indurre l’uomo a tornare ad armonizzarsi con il creato e ad adempiere ai suoi obblighi verso Dio. Questa giornata del capo d’anno degli alberi fin dai tempi più antichi è stata dedicata alla piantagione degli alberi. Se ne piantava uno per ogni bambino nato nell’anno: un cedro per ogni maschio e un cipresso per ogni bambina.
Gli alberi crescevano insieme ai bambini e quando essi, divenuti adulti, si sposavano, si tagliavano dei rami dai loro alberi per ornare il baldacchino nuziale.
Piantare alberi è un precetto affermativo attraverso la cui esecuzione l’uomo collabora con Dio all’opera della creazione ed impara a rispettare la natura. Piantando nuovi alberi si rende fertile la terra e si diviene parte attiva nel necessario rinnovarsi della vita vegetale. Dio, per parte sua, manderà la pioggia, che gli alberi assorbiranno per nutrirsi per formare nuova linfa vitale. È con la pioggia che il Signore mostra di apprezzare, benedicendola, l’opera di chi ha piantato nuovi alberi.
I dottori hanno affermato, già venti secoli fa, che le piante non solo vivono, ma parlano tra di loro attraverso lo stormire delle loro fronde e quando un albero viene abbattuto il suo grido si ode su tutta la terra. È un grido che l’uomo, purtroppo, non percepisce ma, solo che lo potesse udire, lo farebbe riflettere sui danni immensi che egli con la sua azione distruttrice va producendo a quell’equilibrio, che Dio ha stabilito nel mondo. Quando però, egli pianta un albero nel capo d’anno degli alberi, che è il giorno del giudizio per tutte le piante, per tutto il mondo vegetale, tutti gli alberi si rallegrano per questo atto di amore per la natura e cantano le lodi del Signore. Come ha affermato il Salmista: «Allora conteranno tutti gli alberi del bosco davanti al Signore, che viene a giudicare la terra: Egli giudicherà l’universo con giustizia e i popoli con lealtà». (SALMI XCVI , 12).
C’è un Midrash che dice: «Se tu stai piantando un albero e ti dicono: È venuto il Messia, prima pianta l’albero, e poi vai a ricevere il Messia». A prima vista può sembrare quanto meno strano l’accostamento tra il piantare alberi e la venuta del Messia, ma non è così. La Bibbia considera il rimboschimento come uno dei fattori essenziali della ricostruzione della terra d’Israele e la ricostruzione di essa è, secondo i Profeti, una delle condizioni essenziali per la venuta del Messia. Ma da un punto di vista più universalistico si può dire che l’amore degli uomini per la terra, la loro riconciliazione con la natura, con quel mondo vegetale che fin dalla genesi era stato loro ostile, è segno di riscatto e premonitore della venuta del Messia, di quell’epoca in cui ognuno potrà starsene tranquillo nel suo campo – come dicono i Profeti – «sotto la sua vite e sotto il suo fico, senza che nessuno lo disturbi».
Da quanto finora abbiamo esposto risulta che, dal momento in cui il mondo venne creato fino a quando il mondo non ritroverà la perfetta armonia, con la venuta del Messia, il rapporto uomo-natura gioca un ruolo di importanza fondamentale. C’è una legge che regola i rapporti tra uomo e Dio ed un’altra che regola i rapporti tra l’uomo e la natura; dal rispetto di queste leggi dipende l’atteggiamento di Dio nei confronti dell’uomo e della natura.
Oggi purtroppo assistiamo con viva preoccupazione alla distruzione di quei beni naturali che sono indispensabili per la vita dell’uomo e ci rendiamo conto di come l’inquinamento degli elementi essenziali per la vita umana, l’atmosfera, le acque, l’ambiente, distruggendo la natura, mettono in pericolo la vita di animali, uccelli, pesci e la stessa vita umana. Da parte di molti si cerca ora di porre un riparo a questa situazione disastrosa e si suggeriscono rimedi che tengono conto solo di elementi e di fattori che hanno attinenza con l’azione dell’uomo nei confronti dell’ambiente, ma nessuno ha ancora pensato che per correggere seriamente tutti gli errori commessi contro la natura occorre prima trovare i mezzi per liberare l’animo umano da quegli elementi che lo hanno così gravemente inquinato da fargli perdere la nozione della funzione dell’uomo nel mondo.
Dice un Midrash (KOHELET RABBÀ VII-28): «Dio disse all’uomo: guarda le mie opere come sono belle e degne di lode! Tutto quanto io l’ho creato per te. Stai attento a non rovinare o a distruggere il mio mondo perché, se farai così, non ci sarà dopo di te chi potrà porre rimedio ai tuoi danni».
Sono parole profetiche; il mondo è già abbastanza rovinato dagli uomini e rischia di essere distrutto. Se essi però sapranno purificare il loro spirito tornando a riconoscere Dio come unico padrone del mondo e la natura come suo dono da tener caro e da curare come un bene di inestimabile valore per la loro felicità e per la gloria del Signore, allora, forse, potranno sperare di porre rimedio a tanti danni ed a così grandi rovine.

ELIO TOAFF, Capo Rabbino Emerito Comunità Ebraica di Roma

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: RAV ELIO TOAFF |on 13 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

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