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«SE CRISTO NON È RISORTO, VUOTA È ANCHE LA VOSTRA FEDE» – Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti,

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«SE CRISTO NON È RISORTO, VUOTA È ANCHE LA VOSTRA FEDE»

PASQUA 2012

Dal 14 al 16 settembre 2012 il Papa si recherà in Libano dove renderà pubblica l’esortazione postsinodale del Sinodo speciale dei patriarchi e dei vescovi del Medio Oriente, svoltosi in Vaticano nell’ottobre 2010. Anche in vista di questo appuntamento, pubblichiamo l’omelia di sua beatitudine Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, in occasione della Pasqua del Signore

del patriarca di Antiochia dei Maroniti Béchara Boutros Raï   In occasione della festa di Pasqua, invio i miei migliori auguri alla direzione di 30Giorni e ai lettori della rivista. Ringrazio la direzione per aver voluto pubblicare questa omelia, che ho pronunciato in occasione della messa di Pasqua al patriarcato maronita di Bkerke. Mi auguro che possa fornire ai lettori un contributo di crescita spirituale.   «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui» (Mc 16, 6) La verità della morte di Cristo e della sua sepoltura, le sue apparizioni e il sepolcro vuoto, tutto ciò conferma la sua Risurrezione. Figlio di Dio fatto carne, Gesù è morto davvero sulla croce per la redenzione dei peccati di tutta l’umanità. Per mezzo del suo sangue, ha riconciliato Dio con ciascun uomo, affinché noi viviamo la riconciliazione con Dio e gli uni con gli altri. È risorto per la nostra giustificazione (Rm 4, 25) e per donarci la vita nuova, che è la vita divina in noi. È questa la portata dell’annuncio dell’angelo alle donne, all’alba della domenica della Risurrezione: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui» (Mc 16, 6). A nostra volta, noi annunciamo questa notizia al mondo intero: Cristo è risorto! È veramente risorto! Eccellenza, presidente Michel Suleiman, siamo lieti che lei sia in prima fila tra i fedeli in questa festa della Risurrezione dai morti del Signore Gesù. In mezzo a questi fedeli ci sono ministri, deputati, presidenti di municipalità, sindaci e altre personalità della vita pubblica e del settore privato. A lei, signor presidente, e a tutti i presenti vorremmo esprimere il nostro augurio più sincero che Cristo Signore, risuscitato dai morti, vi possa donare in abbondanza le sue grazie, la sua pace, la sua gioia, e che doni al Libano e ai Paesi arabi, oggi in crisi, di ritrovare l’unità, la stabilità e una pace giusta e generalizzata. La sua presenza in questa sede patriarcale aggiunge gioia e letizia al carattere sacro di questa festa. Siamo altrettanto felici del fatto che, in virtù della sua fede nella gloriosa Risurrezione di Cristo dai morti, sorgente della risurrezione dei cuori, lei possa operare, in quanto guida della Repubblica, per la risurrezione del Paese dalle rovine della guerra come dagli inciampi della vita politica, economica e sociale. Lei sta cercando inoltre di abbattere i muri della discordia e della divisione, ispirando uno spirito di fratellanza e di collaborazione fondato sulla cittadinanza e l’appartenenza a un Paese che ha bisogno del contributo di tutti i suoi figli e di tutte le sue componenti per rinascere al progresso e alla stabilità. In questo lei realizza ciò a cui Gesù Cristo ci invita con la sua morte e la sua Risurrezione, e ciò che esprime l’apostolo Paolo: «Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo […] colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo […] per mezzo della sua carne […]. Per mezzo della croce, ha distrutto l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. […] Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2, 13-19). Insieme a lei, signor presidente, e insieme a tutti gli uomini di buona volontà, noi operiamo, come Chiesa, per l’unità del popolo libanese con tutte le sue confessioni e le sue componenti, lontani da qualunque divisione e inimicizia, lontani da qualsiasi posizione unilaterale e di parte. Il valore di questo Paese sta nella sua pluralità culturale, religiosa e politica, cuore della democrazia fondata sulla convivenza nell’eguaglianza dei diritti e dei doveri di fronte alla legge, sul rispetto della diversità a tutti i livelli, sulla promozione delle libertà civili, e in particolare quelle d’opinione, d’espressione e di fede, e sulla garanzia dei diritti fondamentali dell’uomo. Insieme a lei noi operiamo per evitare il coinvolgimento del nostro Paese nella logica delle alleanze e dei patti regionali o internazionali su base politica, religiosa o confessionale. Il Libano, in ragione della sua conformazione geografica e politica, è chiamato a essere neutrale. In questo modo il Libano può essere un fattore di stabilità nella regione, e un’oasi di incontro e dialogo per le culture e le religioni, più impegnato nella difesa della causa [così in francese; in arabo “nelle questioni”, ndr] dei Paesi arabi e della comunità internazionale per stabilire pace e giustizia, affrontare la violenza e il terrorismo, promuovere i valori della modernità, giocando un ruolo di ponte tra Oriente e Occidente. Una delle miniature del Vangelo di Rabbula raffigurante la crocifissione e la risurrezione di Gesù Cristo, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze. Il testo dei Vangeli in lingua siriaca, compilato probabilmente nel 586, è l’unico codice miniato della Siria paleocristiana sopravvissuto fino ai giorni nostri. A partire dall’XI secolo il documento è stato custodito dai patriarchi maroniti di Antiochia, che alla fine del XV secolo lo donarono alla famiglia dei Medici di Firenze Una delle miniature del Vangelo di Rabbula raffigurante la crocifissione e la risurrezione di Gesù Cristo, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze. Il testo dei Vangeli in lingua siriaca, compilato probabilmente nel 586, è l’unico codice miniato della Siria paleocristiana sopravvissuto fino ai giorni nostri. A partire dall’XI secolo il documento è stato custodito dai patriarchi maroniti di Antiochia, che alla fine del XV secolo lo donarono alla famiglia dei Medici di Firenze Nell’esortazione apostolica Una nuova speranza per il Libano si legge: «La costruzione della società è un’opera comune a tutti i libanesi» (§ 1). Non bisogna allora escludere, dimenticare o eliminare nessuno. Le diverse scelte politiche devono rimanere una ricchezza e un mezzo per raggiungere il bene comune, da cui deriva il bene di ogni persona. Le scelte politiche non sono forse declinazioni diverse dell’arte del possibile? Nessuna scelta politica può venir presa per assoluta. Tutte le scelte sono relative, perché adottano i mezzi migliori per attuare dei principi generali e delle tradizioni nazionali, al servizio del bene comune, del cittadino libanese, della società e della nazione. Si chiede solo che le scelte rimangano fedeli ai principi generali e alle tradizioni nazionali, così come agli obiettivi delle scelte stesse. «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui» (Mc 16, 6). È questa la testimonianza dell’angelo alle donne. Ma la Risurrezione è, in origine, la testimonianza di Dio riguardo a Gesù Cristo, testimonianza confermata dall’apostolo Pietro: «Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno, noi tutti ne siamo testimoni» (At 2, 32; 10, 38-40); e da Paolo all’Areopago di Atene: «Dio ne ha dato a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti» (At 17, 31). Garanzia della nostra risurrezione spirituale – grazie alla penitenza – e fisica – grazie alla risurrezione della carne. Garanzia della verità di Cristo e dell’autenticità della sua persona e della sua missione. Questa garanzia si perpetua nel mondo per l’azione dello Spirito Santo che «convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato» (Gv 16, 8-11). Secondo Paolo, la Risurrezione di Cristo è la base su cui si edifica la fede cristiana: «Se Cristo non è risorto, vuota è anche la vostra fede […] noi siamo falsi testimoni […] siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15, 14-15 e 19). Per mezzo della sua Risurrezione Cristo è diventato la nostra pace (cfr. Ef 2, 14), il fondamento della nostra condizione di figli di Dio, e la fraternità tra gli uomini. Dopo la sua Risurrezione, Cristo ha usato spesso le parole “fraternità”, “pace” ed “essere figli di Dio”. A Maria Maddalena che piangeva davanti al sepolcro la mattina della domenica di Risurrezione, Cristo appare e le dice: «Va’ dai miei fratelli e di’ loro: io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20, 17). Tramite Cristo tutti gli uomini sono divenuti fratelli, e tramite Cristo figlio del Dio eterno tutti i credenti sono divenuti figli di Dio. Noi crediamo a questa nuova identità, la insegniamo e operiamo per la sua realizzazione. Ogni volta che Cristo appariva ai suoi discepoli durante i quaranta giorni, li salutava dicendo: «La pace sia con voi!» (Gv 20, 19 e 26); con questo saluto donava loro sicurezza e pace interiore, cancellava la paura dai loro cuori, manifestava i segni e li confortava nella loro missione. La pace di Cristo è la cultura che predichiamo, la scelta che sempre manteniamo, perché la condizione di figli di Dio si traduce in azioni e iniziative di pace, secondo la parola di Cristo Signore: «Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5, 9). La Risurrezione di Cristo dai morti è la garanzia della risurrezione dei cuori dalla morte del peccato e dal male. Cristo è vivo: è presente nella Chiesa e agisce nel mondo fino alla fine dei tempi (cfr. Mt 28, 20). Presente e attivo per mezzo della sua parola viva, del suo corpo e del suo sangue nel sacramento dell’Eucaristia, della grazia dei sacramenti, del suo Spirito vivo e santo che realizza tra i fedeli i frutti della Redenzione e della Salvezza. Cristo risuscitato dai morti è vicino a ogni uomo, contemporaneo a ogni uomo. È il Signore «che è, che era e che viene» (Ap 1, 4); è colui che la Chiesa, colui che tutti i credenti invocano ogni giorno: «Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22, 20). A Te lode e gloria nei secoli dei secoli. Amen. Cristo è risorto! È veramente risorto!

 

TURCHIA – MESSAGGIO DI QUARESIMA DI BARTOLOMEO I

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TURCHIA – MESSAGGIO DI QUARESIMA DI BARTOLOMEO I

23/02/2015 – di NAT da Polis

Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli chiede a tutti i fedeli di impegnarsi nella conversione a Dio e nell’amore ai fratelli. Siamo come « vasi…infranti ogni giorno a causa del male ». Riscoprire la « somiglianza con Dio » per allontanarci dagli « orribili crimini che vediamo colpire in questi giorni l’intero mondo ».

Istanbul (AsiaNews) – Oggi inizia la Quaresima secondo la tradizione ortodossa, un periodo in cui, secondo il pensiero dei grandi Padri della Chiesa universale unita, l’uomo è chiamato a reinterrogarsi sul proprio futuro e riconfermare il senso escatologico della propria vita.
Il digiuno che inizia da oggi e si conclude il giorno della resurrezione di Gesù, non significa un rifiuto della vita materiale, ma la sottomissione dei bisogni materiali a quel processo che conduce l’umana esistenza a partecipare alla santità del Signore, come dice il messaggio del Patriarca Ecumenico Bartolomeo rivolto ai fedeli.
« Questo periodo – afferma Bartolomeo – è la preparazione salvifica che inizia da oggi, per condurci alla Grande e Sacra Pasqua di Cristo, nostro Signore. E’ la Santa e Grande Quaresima, che dobbiamo vivere presentando le nostre suppliche, chiedendo perdono per poter veramente assaporare la Pasqua, diventando anche noi dei santi, attraverso la nostra conversione davanti a Dio, in quanto assomigliamo a dei vasi che vengono infranti ogni giorno a causa del male. Confessiamo dunque la nostra umana imperfezione, la nostra debolezza e la nostra nullità davanti a Dio, l’unico vero santo, l’unico Signore Gesù Cristo, a gloria di Dio Padre ».
« Perché Il nostro Creatore – continua Bartolomeo – desidera che siamo in comunione con Lui e gustiamo la Sua grazia, diventiamo insomma partecipi della sua santità. La comunione con Lui è vita, santità, mentre l’allontanamento da Lui è peccato, ed è identificato dai Padri della Chiesa con il ‘male del cuore’. Il peccato non appartiene alla natura, ma alla cattiva condotta ».
« La santità, aggiunge il patriarca ecumenico, è una qualità di Dio, il Quale è Colui che offre è Colui che è offerto; Colui che riceve i doni e per dono si offre. E tutto questo si esprime nella Divina Eucarestia ».
« La nostra Chiesa aspira esclusivamente alla salvezza dell’uomo, e per questo ha decretato un periodo dell’anno quale periodo di particolare preghiera e supplica per calmare le passioni dell’anima e del corpo, allo scopo di aiutare l’esistenza umana, perché raggiunga la somiglianza con Dio, cioè la santità, motivo per il quale è stato creato ».
« Siamo pertanto chiamati tutti insieme, cari fratelli e sorelle, in ogni momento ed in modo particolare durante questo periodo di Quaresima, in uno sforzo d’amore verso il prossimo, spogliandoci di ogni pensiero corrotto e corruttibile »
« Pertanto – continua Bartolomeo – ciascuno di noi deve pacificarsi con la propria coscienza attraverso la conversione, affinché nel fuoco della coscienza offriamo un mistico olocausto, sacrificando le nostre passioni e offrendole in sacrificio d’amore verso il prossimo, come il Signore offre se stesso per la vita e la salvezza del mondo. Solo allora sorgerà anche per noi dalla tomba il perdono e vivremo, come esseri umani, nel rispetto reciproco e nella piena carità, lontano dai tanti orribili crimini che vediamo colpire in questi giorni l’intero mondo ».
« E infine – conclude il patriarca ecumenico – il nostro continuo impegno e certezza, perchè i cieli e la terra e tutto ciò che è visibile ed invisibile si illuminino alla fine sotto la luce della Resurrezione del Signore, in qualità di padre spirituale di tutti i nostri fedeli cristiani ortodossi sparsi nel mondo, esortiamo ed invitiamo tutti, di impegnarsi da oggi a non pensare ed agire in modo inopportuno ed iniquo, ma ad agire e pensare come uomini di buona volontà ».

 

« L’AMORE DI CRISTO CI SPINGE » – DISCORSO DI BARTOLOMEO I AL TERMINE DELLA DIVINA LITURGIA NEL FANAR

http://www.zenit.org/it/articles/l-amore-di-cristo-ci-spinge

« L’AMORE DI CRISTO CI SPINGE »

DISCORSO DI BARTOLOMEO I AL TERMINE DELLA DIVINA LITURGIA NEL FANAR

Roma, 30 Novembre 2014 (Zenit.org) Redazione

Al termine della “Divina Liturgia” nella Cattedrale ortodossa, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha ringraziato papa Francesco con il seguente discorso.

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Santissimo ed amatissimo Fratello in Cristo, vescovo della Antica Roma, Signor Francesco.
Rendiamo gloria e lode al nostro Dio Trino, che ci ha resi degni della ineffabile gioia dell’appropriato onore della presenza di persona di Vostra Santità quest’anno per la festività della santa memoria del fondatore della nostra Chiesa, grazie alla sua predicazione, San Andrea Apostolo, il Primo Chiamato. Ringraziamo dal cuore Vostra Santità per l’onoratissimo dono della Vostra benedetta presenza in mezzo a noi, con il Vostro venerabile Seguito. Con profondo amore e grande onore Vi abbracciamo, rivolgendo a Voi il bacio di pace e di amore: « Grazia a Voi e pace da Dio, nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo » (Ro. 1,7). « Infatti l’amore di Cristo ci spinge ». (2 Cor. 14-15).
Conserviamo ancora fresco nel nostro cuore il ricordo del nostro incontro con Vostra Santità in Terra Santa, in devota comune adorazione del luogo ove è nato, ha vissuto, ha insegnato, ha patito, è risorto ed è asceso dove era in precedenza, il Maestro della nostra fede, ma anche in memoria riconoscente dello storico evento, che lì si sono incontrati i nostri predecessori di beata memoria Papa Paolo VI ed il Patriarca Ecumenico Atenagora. Grazie al loro incontro in Terra Santa, cinquanta anni orsono, il corso della storia ha cambiato direzione, i cammini paralleli e talvolta contrastanti delle nostre Chiese si sono incontrati nel comune sogno del ritrovamento della loro unità perduta, l’amore raffreddato sì è riacceso e si è ritemprata la nostra volontà di fare tutto ciò che possiamo, affinché spunti di nuovo la nostra comunione, nella stessa fede e nel Calice comune. Da allora si è aperta la via verso Emmaus, una via magari lunga e talvolta ardua, senza ritorno, mentre il Signore ci accompagna in modo invisibile fino a che Egli si riveli a noi: « nello spezzare del pane » (Lc. 24,35).
Tutti i successori di quelle guide ispirate hanno percorso da allora e percorrono tale via, istituendo, benedicendo e sostenendo il dialogo di amore e di verità tra le nostre Chiese per la rimozione degli ostacoli che per un intero millennio si sono accumulati nelle relazioni tra di esse, dialogo tra fratelli e non come un tempo tra rivali, con sincerità, dispensando rettamente la parola di verità, ma anche rispettandosi a vicenda come fratelli.
In questo clima caratterizzato da un comune cammino, nel ricordo dei nostri predecessori, accogliamo oggi anche Voi, Santissimo Fratello, quale latore dell’amore dell’Apostolo Pietro, verso il suo proprio fratello, l’Apostolo Andrea, il Primo Chiamato, del quale oggi celebriamo festosamente la sacra memoria.
Secondo una sacra consuetudine, stabilitasi e osservatasi già da decenni dalle Chiese della Antica e della Nuova Roma, le loro rappresentanze ufficiali si scambiamo visite l’un l’altra durante le feste patronali, affinché anche in questo modo sia manifesta la fraternità dei due Apostoli Corifei, i quali assieme hanno conosciuto Gesù e hanno creduto in Lui come Dio e Salvatore. Gli stessi hanno trasmesso tale fede comune alle Chiese, che hanno fondato grazie alla loro predicazione e che hanno santificato con il loro martirio. Tale fede comune è stata vissuta e dogmatizzata dai comuni Padri delle nostre Chiese, riunitisi da oriente e occidente nei Concili ecumenici, dandola in eredità alle nostre Chiese, come incrollabile fondamenta della nostra unità. Questa fede, che abbiamo conservato in comune in oriente ed in occidente per un millennio, siamo chiamati di nuovo a porre come base della nostra unità, cosicché « rimanendo unanimi e concordi » (Fil. 2,2-3) passiamo più oltre con Paolo « dimenticando ciò che sta alle spalle e protesi verso ciò che sta di fronte » (Fil. 3,14).
Perché, veramente, Santissimo Fratello, il nostro dovere non si esaurisce nel passato, ma principalmente si estende, soprattutto ai nostri giorni, al futuro.
Perché, a cosa serve la nostra fedeltà al passato, se questo non significa nulla per il futuro? A cosa giova il nostro vanto per quanto abbiamo ricevuto, se tutto ciò non si traduce nella vita per l’uomo e per il mondo di oggi e di domani? « Gesù Cristo è sempre lo stesso , ieri e oggi e nei secoli » (Eb. 13, 8-9). E la sua Chiesa è chiamata ad avere il suo sguardo volto non tanto all’ieri, quanto all’oggi e al domani. La Chiesa esiste per il mondo e per l’uomo e non per se stessa.
Volgendo il nostro sguardo all’oggi, non possiamo sfuggire l’ansia per il domani. « Battaglie all’esterno, timori all’interno » (2 Cor. 7,6) – Questa constatazione dell’Apostolo per la sua epoca, vale nella sua interezza per l’oggi e per noi. Perché, per tutto il tempo che noi siamo impegnati nelle nostre dispute, il mondo vive la paura della sopravvivenza e l’ansia del domani. Come sopravvivrà l’umanità dilaniata oggi da svariate divisioni, scontri ed inimicizie, molte volte addirittura nel nome di Dio? Come sarà distribuita la ricchezza della terra in modo più equo, cosicché domani la umanità non viva la schiavitù più esecrabile, che abbia mai conosciuto? Quale pianeta troveranno le prossime generazioni per abitarvi, quando l’uomo contemporaneo nella sua cupidigia lo distrugge senza pietà ed in modo irrimediabile?
Molti pongono oggi le loro speranze nella scienza. Altri nella politica, altri ancora nella tecnologia. Ma nessuno di loro è in grado di garantire il futuro, se l’uomo non accoglie il messaggio della riconciliazione, dell’amore e della giustizia, il messaggio dell’accettazione dell’altro, del diverso, persino anche del nemico. La Chiesa di Cristo, che per primo ha insegnato e vissuto questo messaggio, ha il dovere per prima cosa di applicarlo a se stessa, « affinché il mondo creda » (Gv. 17,21). Ecco perché urge più che mai il cammino verso l’unità di quanti invocano il nome del grande Operatore di pace. Ecco perché la responsabilità di noi cristiani è maggiore davanti a Dio, all’uomo e alla Storia.

Santità,
Il Vostro ancora breve cammino alla guida della Vostra Chiesa, Vi ha consacrato nella coscienza dei nostri contemporanei, araldo dell’amore, della pace e della riconciliazione. Insegnate con i Vostri discorsi, ma soprattutto e principalmente con la semplicità, la umiltà e l’amore verso tutti, per i quali esercitate il Vostro alto ufficio. Ispirate fiducia agli increduli, speranza ai disperati, attesa a quanti attendono una Chiesa amorevole verso tutti. Tra le altre cose, offrite ai Vostri fratelli Ortodossi, la speranza che durante il Vostro tempo, l’avvicinamento delle nostre due grandi antiche Chiese continuerà a edificarsi sulle solide fondamenta della nostra comune tradizione, la quale da sempre rispettava e riconosceva nel corpo della Chiesa un primato di amore, di onore e di servizio, nel quadro della sinodalità, affinché « con una sola bocca ed un sol cuore » si confessi il Dio Trino e si effonda il Suo amore nel mondo.

Santità,
La Chiesa delle Città di Costantino, che accoglie Voi oggi innanzitutto con amore e grande onore, ma anche con profonda riconoscenza, porta sulle proprie spalle una pesante eredità, ma anche una responsabilità sia per il presente che per il futuro. In questa Chiesa, la Divina Provvidenza attraverso l’ordine costituito dai Santi Concili Ecumenici, ha assegnato la responsabilità del coordinamento e della espressione della omofonia delle Santissime Chiese Ortodosse Locali. Con questa responsabilità lavoriamo già accuratamente per la preparazione del Santo e Grande Sinodo della Chiesa Ortodossa, che si è deciso di convocare qui, a Dio piacendo, entro l’anno 2016. Già le commissioni competenti lavorano alacremente alla preparazione di questo grande evento nella storia della Chiesa Ortodossa, per il cui successo, chiediamo anche le Vostre preghiere. Purtroppo, la rottura millenaria della comunione eucaristica tra le nostre Chiese non permette ancora la convocazione di un grande comune Concilio Ecumenico. Preghiamo dunque che, ristabilita la piena comunione tra di esse, non tardi a sorgere anche questo grande ed importante giorno. Fino a quel benedetto giorno, la partecipazione di entrambe le nostre Chiese alla vita sinodale dell’altra, si esprimerà attraverso l’invio di osservatori, come già succede, su Vostro cortese invito, durante i Sinodi della Vostra Chiesa e come – speriamo -, vogliamo succeda, con l’aiuto di Dio, anche durante la realizzazione del nostro Santo e Grande Sinodo.

Santità,
I problemi, che la congiuntura storica innalza davanti alle Chiese, impongono a noi il superamento della introversione e il fatto di affrontarli per quanto possibile con più strette collaborazioni. Non abbiamo più il lusso per agire da soli. Gli odierni persecutori dei Cristiani non chiedono a quale Chiesa appartengono le loro vittime. L’unità, per la quale ci diamo molto da fare, si attua già in alcune regioni, purtroppo, attraverso il martirio. Tendiamo dunque insieme la mano all’uomo contemporaneo, la mano del solo che è in grado di salvarlo per mezzo della Croce e della Sua Resurrezione.
Con questi pensieri e sentimenti, esprimiamo di nuovo la gioia della presenza di Vostra Santità in mezzo a noi, ringraziando Voi e pregando il Signore che, per intercessione dell’Apostolo Primo Chiamato che oggi festeggiamo, e del suo fratello Pietro il Protocorifeo, protegga la Sua Chiesa e la guidi al compimento della Sua volontà.

Dunque, buona permanenza in mezzo a noi, fratello prediletto!

« PERCHÉ TUTTI SIANO UNA COSA SOLA » – Papa Francesco e Patriarca Bartolomeo

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« PERCHÉ TUTTI SIANO UNA COSA SOLA »

Dichiarazione Congiunta di Papa Francesco e del Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli

Gerusalemme, 25 Maggio 2014 (Zenit.org)

Riportiamo di seguito la Dichiarazione Congiunta, firmata oggi pomeriggio da Papa Francesco e dal Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli durante il loro incontro presso la Delegazione Apostolica di Gerusalemme.

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1. Come i nostri venerati predecessori, il Papa Paolo VI ed il Patriarca Ecumenico Athenagoras, si incontrarono qui a Gerusalemme cinquant’anni fa, così anche noi, Papa Francesco e Bartolomeo, Patriarca Ecumenico, abbiamo voluto incontrarci nella Terra Santa, “dove il nostro comune Redentore, Cristo Signore, è vissuto, ha insegnato, è morto, è risuscitato ed è asceso al cielo, da dove ha inviato lo Spirito Santo sulla Chiesa nascente” (Comunicato congiunto di Papa Paolo VI e del Patriarca Athenagoras, pubblicato dopo l’incontro del 6 gennaio 1964). Questo nostro incontro, un ulteriore ritrovo dei Vescovi delle Chiese di Roma e di Costantinopoli, fondate rispettivamente dai due fratelli Apostoli Pietro e Andrea, è per noi fonte di intensa gioia spirituale e ci offre l’opportunità di riflettere sulla profondità e sull’autenticità dei legami esistenti tra noi, frutto di un cammino pieno di grazia lungo il quale il Signore ci ha guidato, a partire da quel giorno benedetto di cinquant’anni fa.
2. Il nostro incontro fraterno di oggi è un nuovo, necessario passo sul cammino verso l’unità alla quale soltanto lo Spirito Santo può guidarci: quella della comunione nella legittima diversità. Ricordiamo con viva gratitudine i passi che il Signore ci ha già concesso di compiere. L’abbraccio scambiato tra Papa Paolo VI ed il Patriarca Athenagoras qui a Gerusalemme, dopo molti secoli di silenzio, preparò la strada ad un gesto di straordinaria valenza, la rimozione dalla memoria e dal mezzo della Chiesa delle sentenze di reciproca scomunica del 1054. Seguirono scambi di visite nelle rispettive sedi di Roma e di Costantinopoli, frequenti contatti epistolari e, successivamente, la decisone di Papa Giovanni Paolo II e del Patriarca Dimitrios, entrambi di venerata memoria, di avviare un dialogo teologico della verità tra Cattolici e Ortodossi. Lungo questi anni Dio, fonte di ogni pace e amore, ci ha insegnato a considerarci gli uni gli altri come membri della stessa famiglia cristiana, sotto un solo Signore e Salvatore, Cristo Gesù, e ad amarci gli uni gli altri, di modo che possiamo professare la nostra fede nello stesso Vangelo di Cristo, così come è stato ricevuto dagli Apostoli, espresso e trasmesso a noi dai Concili ecumenici e dai Padri della Chiesa. Pienamente consapevoli di non avere raggiunto l’obiettivo della piena comunione, oggi ribadiamo il nostro impegno a continuare a camminare insieme verso l’unità per la quale Cristo Signore ha pregato il Padre, “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21).
3. Ben consapevoli che tale unità si manifesta nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo, aneliamo al giorno in cui finalmente parteciperemo insieme al banchetto eucaristico. Come cristiani, ci spetta il compito di prepararci a ricevere questo dono della comunione eucaristica, secondo l’insegnamento di Sant’Ireneo di Lione, attraverso la professione dell’unica fede, la preghiera costante, la conversione interiore, il rinnovamento di vita e il dialogo fraterno (Adversus haereses, IV,18,5. PG 7, 1028). Nel raggiungere questo obiettivo verso cui orientiamo le nostre speranze, manifesteremo davanti al mondo l’amore di Dio e, in tal modo, saremo riconosciuti come veri discepoli di Gesù Cristo (cf Gv 13,35).
4. A tal fine, un contributo fondamentale alla ricerca della piena comunione tra Cattolici ed Ortodossi è offerto dal dialogo teologico condotto dalla Commissione mista internazionale. Durante il tempo successivo dei Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e del Patriarca Dimitrios, il progresso realizzato dai nostri incontri teologici è stato sostanziale. Oggi vogliamo esprimere il nostro sentito apprezzamento per i risultati raggiunti, così come per gli sforzi che attualmente si stanno compiendo. Non si tratta di un mero esercizio teorico, ma di un esercizio nella verità e nella carità, che richiede una sempre più profonda conoscenza delle tradizioni gli uni degli altri, per comprenderle e per apprendere da esse. Per questo, affermiamo ancora una volta che il dialogo teologico non cerca un minimo comune denominatore teologico sul quale raggiungere un compromesso, ma si basa piuttosto sull’approfondimento della verità tutta intera, che Cristo ha donato alla sua Chiesa e che, mossi dallo Spirito Santo, non cessiamo mai di comprendere meglio. Affermiamo quindi insieme che la nostra fedeltà al Signore esige l’incontro fraterno ed il vero dialogo. Tale ricerca comune non ci allontana dalla verità, piuttosto, attraverso uno scambio di doni, ci condurrà, sotto la guida dello Spirito, a tutta la verità (cf Gv16,13).
5. Pur essendo ancora in cammino verso la piena comunione, abbiamo sin d’ora il dovere di offrire una testimonianza comune all’amore di Dio verso tutti, collaborando nel servizio all’umanità, specialmente per quanto riguarda la difesa della dignità della persona umana in ogni fase della vita e della santità della famiglia basata sul matrimonio, la promozione della pace e del bene comune, la risposta alle miserie che continuano ad affliggere il nostro mondo. Riconosciamo che devono essere costantemente affrontati la fame, l’indigenza, l’analfabetismo, la non equa distribuzione dei beni. È nostro dovere sforzarci di costruire insieme una società giusta ed umana, nella quale nessuno si senta escluso o emarginato.
6. Siamo profondamente convinti che il futuro della famiglia umana dipende anche da come sapremo custodire, in modo saggio ed amorevole, con giustizia ed equità, il dono della creazione affidatoci da Dio. Riconosciamo dunque pentiti l’ingiusto sfruttamento del nostro pianeta, che costituisce un peccato davanti agli occhi di Dio. Ribadiamo la nostra responsabilità e il dovere di alimentare un senso di umiltà e moderazione, perché tutti sentano la necessità di rispettare la creazione e salvaguardarla con cura. Insieme, affermiamo il nostro impegno a risvegliare le coscienze nei confronti della custodia del creato; facciamo appello a tutti gli uomini e donne di buona volontà a cercare i modi in cui vivere con minore spreco e maggiore sobrietà, manifestando minore avidità e maggiore generosità per la protezione del mondo di Dio e per il bene del suo popolo.
7. Esiste altresì un urgente bisogno di cooperazione efficace e impegnata tra i cristiani, al fine di salvaguardare ovunque il diritto ad esprimere pubblicamente la propria fede e ad essere trattati con equità quando si intende promuovere il contributo che il Cristianesimo continua ad offrire alla società e alla cultura contemporanee. A questo proposito, esortiamo tutti i cristiani a promuovere un autentico dialogo con l’Ebraismo, con l’Islam e con le altre tradizioni religiose. L’indifferenza e la reciproca ignoranza possono soltanto condurre alla diffidenza e, purtroppo, persino al conflitto.
8. Da questa Città Santa di Gerusalemme, vogliamo esprimere la nostra comune profonda preoccupazione per la situazione dei cristiani in Medio Oriente e per il loro diritto a rimanere cittadini a pieno titolo delle loro patrie. Rivolgiamo fiduciosi la nostra preghiera al Dio onnipotente e misericordioso per la pace in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente. Preghiamo specialmente per le Chiese in Egitto, in Siria e in Iraq, che hanno sofferto molto duramente a causa di eventi recenti. Incoraggiamo tutte le parti, indipendentemente dalle loro convinzioni religiose, a continuare a lavorare per la riconciliazione e per il giusto riconoscimento dei diritti dei popoli. Siamo profondamente convinti che non le armi, ma il dialogo, il perdono e la riconciliazione sono gli unici strumenti possibili per conseguire la pace.
9. In un contesto storico segnato da violenza, indifferenza ed egoismo, tanti uomini e donne si sentono oggi smarriti. È proprio con la testimonianza comune della lieta notizia del Vangelo, che potremo aiutare l’uomo del nostro tempo a ritrovare la strada che lo conduce alla verità, alla giustizia e alla pace. In unione di intenti, e ricordando l’esempio offerto cinquant’anni fa qui a Gerusalemme da Papa Paolo VI e dal Patriarca Athenagoras, facciamo appello ai cristiani, ai credenti di ogni tradizione religiosa e a tutti gli uomini di buona volontà, a riconoscere l’urgenza dell’ora presente, che ci chiama a cercare la riconciliazione e l’unità della famiglia umana, nel pieno rispetto delle legittime differenze, per il bene dell’umanità intera e delle generazioni future.
8. Mentre viviamo questo comune pellegrinaggio al luogo dove il nostro unico e medesimo Signore Gesù Cristo è stato crocifisso, è stato sepolto ed è risorto, affidiamo umilmente all’intercessione di Maria Santissima e Sempre Vergine i passi futuri del nostro cammino verso la piena unità e raccomandiamo all’amore infinito di Dio l’intera famiglia umana.
“Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6, 25-26).

Gerusalemme, 25 maggio 2014

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