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« NELLA SPERANZA SIAMO STATI SALVATI » (SPE SALVI FACTI SUMUS: RM 8,24)

http://www.collevalenza.it/Riviste/2008/Riv0308/Riv0308_04.htm

Conferenza di S.E. Mons. Domenico Cancian,
vescovo di Città di Castello
8 febbraio 2008

« NELLA SPERANZA SIAMO STATI SALVATI » (SPE SALVI FACTI SUMUS: RM 8,24)

Il tema e la sua attualità

La seconda enciclica di Papa Benedetto XVI, pubblicata il 30 novembre 2007, si apre con una citazione della Lettera di S. Paolo ai Romani. L’Apostolo afferma che non solo il cristiano, ma ogni uomo, anzi, « tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto », aspettando con perseveranza la redenzione e la salvezza. « Poiché nella speranza noi siamo stati salvati » (Rm 8, 19-25).
Mons. Domenico Cancian fam e P. Aurelio Pérez fam, Superiore GeneraleÈ evocata qui l’immagine di una dona che attende con gioiosa sofferenza di dare alla luce un figlio. Non possiamo non vederci la Madonna della Speranza, Madre di Gesù e nostra, la Chiesa che accoglie e accompagna quelli che seguono Gesù ed anche la nostra venerabile Madre Speranza che molto spesso si rivolgeva alla persona che aveva di fronte con l’espressione: »Figlio/a mio/a ». Voleva dire che aveva piacere di incontrarla, che l’attendeva, che l’avrebbe senz’altro aiutata e incoraggiata. Lei ha testimoniato la Speranza fondata nell’indubitabile certezza dell’Amore Misericordioso di Dio. »Sicuri dell’Amore infinito di Dio, possediamo nella misericordia la speranza di salvezza per noi e per ogni uomo … perché anche «l’uomo più povero, il più miserabile e perfino il più abbandonato è amato con tenerezza immensa da Gesù che è per lui un Padre e una tenera Madre» » (Cost. art 14).
Cosa vuol dire « speranza » nella non sempre facile situazione personale, famigliare, sociale? E a quale tipo di speranza possiamo affidarci in modo sicuro?

Presentazione sintetica dell’Enciclica
Introduzione
La speranza vera ci consente di affrontare e superare il faticoso presente (cf. n. 1). « Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente » (n. 2).
Parte prima
Cos’è la speranza cristiana? (cf nn. 2-31). È evidente che il Papa propone la speranza rivelata dalla Parola di Dio e quindi come « virtù teologale », non come sentimento, atteggiamento, « speranza corta », ideologia…
San Paolo nella lettera agli Efesini ricorda che, prima dell’incontro con Cristo, essi erano « senza speranza e senza Dio », senza speranza perché senza Dio. « Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza » (n. 3).
È questo il caso della schiava africana santa Giuseppina Bakhita, che, dopo essere stata venduta e maltrattata, si aprì alla speranza di una vita nuova quando si sentì accolta e amata da Dio.
Il cristianesimo non si concretizza in un messaggio sociale rivoluzionario, come quello di Spartaco. Gesù ha portato una speranza che « rivoluziona » l’uomo dal di dentro, al punto da renderlo realmente figlio di Dio e fratello di tutti.
« La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire… essa ci dà già ora qualcosa della realtà attesa e questa realtà presente costituisce per noi una « prova » delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro… Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente, [il quale] viene toccato dalla realtà futura » (n. 7).
Una speranza che, d’altra parte, matura sopportando pazientemente le prove della vita. Questo tipo di speranza, quindi, non è semplicemente « informativa » (non ci offre solo una nozione sul futuro), ma è « performativa », ossia è « una comunicazione che produce fatti e cambia la vita… Chi ha speranza vive diversamente » (n. 2).
La fede ci offre la vita eterna. Per capire meglio, il Papa rileva che « vita » non deve essere intesa come la realtà che conosciamo e che spesso è più fatica che appagamento, cosicché se per un verso la desideriamo, per un altro non la vogliamo; « eterna » non significa un interminabile susseguirsi di giorni. La « vita eterna » è il compimento di tutto ciò che noi desideriamo di veramente bello e buono nella vita terrena, e che non possiamo mai raggiungere; l’ »eternità… è il momento dell’immergersi nell’oceano dell’infinito amore… sopraffatti dalla gioia » (n. 12). Gesù promette ai suoi una gioia piena e sicura che nessuno può togliere.
La fede-speranza cristiana dev’essere compresa non in forma individualistica, ma in forma comunitaria, perché alla vita eterna con Dio sono chiamati tutti. Non si tratta di « fuga » dal mondo e dai suoi problemi, ma di ulteriore impegno per la costruzione di un mondo più umano e più giusto, prefigurazione e anticipazione del Regno di Dio.
La fede-speranza si è profondamente trasformata nel tempo moderno. Con le nuove conquiste dell’uomo è nata un’epoca storica nuova, segnata, come afferma F. Bacone dal dominio della scienza e della tecnica sulle leggi naturali. La fede, con ciò, non viene semplicemente negata: « essa viene piuttosto spostata su un altro livello – quello delle cose solamente private e ultraterrene – e allo stesso tempo diventa in qualche modo irrilevante per il mondo… La speranza, in Bacone, riceve una nuova forma. Ora si chiama « fede nel progresso » (n. 17).
Ma il progresso resta fondamentalmente ambiguo: è « il progresso dalla fionda alla megabomba » (Th. Adorno) che « offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male… Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male. Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore… allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo » (n. 22).
Anche la fede nella ragione e nella libertà, come nell’epoca dell’Illuminismo, resta ambigua. La ragione può essere a servizio della verità e farci superare l’irrazionalità, ma può anche chiudersi nei ragionamenti soggettivi ed egoistici, può mettersi al servizio del potere. Questo significa che senza il riferimento a Dio l’uomo può perdere la Speranza o trovarsi con delle speranze « corte ». Come dire che l’uomo limitato e difettoso non può assicurare la Speranza certa. Questa può essere garantita da Colui che tiene in mano il mondo e la storia, come Creatore e Salvatore.

Parte seconda:
« Luoghi » di apprendimento e di esercizio della speranza (cf. nn. 32-48).
La preghiera come scuola della speranza.
Con il Signore possiamo essere sempre in comunione per purificare, allargare, accogliere il suo Amore nel nostro cuore.
« Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini. Nella preghiera l’uomo deve imparare… che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento, la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio. Deve purificare i suoi desideri e le sue speranze. Deve liberarsi dalle menzogne segrete con cui inganna se stesso… Il non riconoscimento della colpa, l’illusione di innocenza non mi giustifica e non mi salva, perché l’intorpidimento della coscienza, l’incapacità di riconoscere il male come tale in me, è colpa mia. L’incontro invece con Dio risveglia la mia coscienza, perché essa non mi fornisca più un’autogiustificazione, non sia più un riflesso di me stesso e dei contemporanei che mi condizionano, ma diventi capacità di ascolto del Bene stesso… Così diventiamo capaci della grande speranza e così diventiamo ministri della speranza per gli altri: la speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo perché le cose non vadano verso « la fine perversa » (nn. 33-34).
Agire e soffrire.
« Ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto » (n. 35). Il Regno di Dio è un dono offerto a tutti; tuttavia il nostro agire non è indifferente per Dio, per gli uomini e per la storia. Possiamo con la nostra libertà inquinare o purificare, far progredire o regredire la Chiesa e il mondo.
Anche la sofferenza che deriva dalla nostra finitezza e dalle nostre colpe, dal male che è nel mondo e dal maligno – e che dovremmo cercare di affrontare, alleviare e superare – chiama in causa la speranza. È questa che ci dà il coraggio di metterci dalla parte del bene, anche dinanzi a situazioni impossibili o disperanti.
La tribolazione, mediante l’unione con Cristo che ha sofferto con infinito amore, si trasforma in beatitudine e dolcezza. (A proposito viene citato un brano della lettera del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (+ 1857). « Cristo è disceso « nell’inferno » e così è vicino a chi vi viene gettato » (n. 37) ed allora troviamo nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di speranza.
Anzi Cristo ci insegna ad assumere in qualche modo la sofferenza dell’altro per amare e consolare, ossia per essere vicino all’altro che soffre.
La verità, la giustizia, l’amore non raramente chiedono il sacrificio del proprio interesse, comodità, salute, « altrimenti la mia vita diventa menzogna » (n. 38). È questa la strada del martirio che si concretizza nelle molteplici alternative quotidiane. È proprio dal genere e dalla misura della nostra speranza che abbiamo la forza « di poter « offrire » le piccole fatiche del quotidiano, che ci colpiscono sempre di nuovo come punzecchiature più o meno fastidiose, conferendo così ad esse un senso » (n. 40), quello di attualizzare la com-passione di Gesù e in qualche modo di « completarla » a favore del prossimo (cf. 1Pt 4, 13; 2Cor 1, 7; Col 1, 24).
Il Giudizio.
Il Signore che ritorna come Re e Giudice della storia richiama la speranza della giustizia definitiva dinanzi alla quale emerge la nostra responsabilità. Non è possibile all’uomo fare giustizia in senso assoluto. Per evitare distorsioni (paure o superficialità) occorre riferirsi al Cristo crocifisso e risorto, dinanzi al quale la nostra vita appare nella sua verità di amore (paradiso) o di egoismo (inferno), e l’eventuale necessità di purificazione (purgatorio).
« L’incontro con Lui è l’atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l’incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l’amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi » (n. 47).
Maria, che col suo sì ha aperto a Dio stesso la porta del nostro mondo, è la stella della speranza che brilla sul nostro cammino. Lei vide morire il Figlio come un fallito, esposto allo scherno più totale. « La spada del dolore trafisse il suo cuore. Era morta la speranza? » (n. 50). In quell’ora tenebrosa avrà riascoltato dentro di sé le parole dell’angelo forse tante volte ripetute da Gesù: « Non temere, Maria » (Lc 1, 30). Il Regno del Signore non finiva (cf. Lc 1,33), anzi nella fede intravedeva la Pasqua, già preannunciata nel suo Magnificat. La sua fede e la sua speranza le consentirono di animare i discepoli scandalizzati e dispersi, di accompagnarli dal venerdì santo alla Pasqua e alla Pentecoste.
« Così tu rimani in mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare e amare con te » (n. 50).
« Gesù, sii il mio compagno e la mia speranza. Guidami nel vasto mare di questo mondo. Mi serva di porto sicurissimo l’abisso del tuo amore e della tua misericordia »

(M. Speranza, Novena all’A.M.

BENEDETTO XVI – LA SECONDA ENCICLICA: LA FEDE È SPERANZA

http://www.ilregnoGesù nel Getsemani.it/it/archivio_articolo.php?CODICE=48597

BENEDETTO XVI – LA SECONDA ENCICLICA: LA FEDE È SPERANZA

Benedetto XVI si conferma, alla sua seconda enciclica, come un papa teologo e un teologo papa. Non solo perché la cifra del suo pontificato è la riflessione teologico-dottrinale, ma perché egli applica alla figura del magistero petrino la sua personale teologia.

La fede è speranza
Benedetto XVI si conferma, alla sua seconda enciclica, come un papa teologo e un teologo papa. Non solo perché la cifra del suo pontificato è la riflessione teologico-dottrinale, ma perché egli applica alla figura del magistero petrino la sua personale teologia. In questo vi sono una nota di libertà e una di novità rispetto alla maggior parte dei papi del XX secolo, i quali hanno cercato soprattutto di fare sintesi. Il nucleo teologico portante della seconda enciclica di papa Benedetto XVI, intitolata alla speranza, Spe salvi, è la fede. Le parole fede e speranza sono «intercambiabili». Le ragioni della speranza cristiana sono le ragioni della fede cristiana.
« »Spe salvi facti sumus » – nella speranza siamo stati salvati, dice san Paolo ai Romani e anche a noi» (Rm 8,24). La forma dello scritto è elegante. Ricca di echi della tradizione cristiana. Anzi è proprio la tradizione cristiana del primo millennio, quella dei padri della Chiesa, la cifra teologica con la quale Benedetto XVI esprime il mistero della vita divina. Come già nella parte iniziale della sua prima enciclica, Deus caritas est, egli usa la fede espressa dalla Chiesa dei padri per confermare la rinuncia conciliare e post-conciliare alla mediazione filosofica.
Il testo, reso noto il 30 novembre scorso (cf. Regno-doc. 21,2007,649), dopo una breve introduzione (n. 1) ripercorre la testimonianza biblica sulla speranza (nn. 2-9), per passare poi alla testimonianza storica della Chiesa e dei cristiani (nn. 10-15). Il confronto con le domande del tempo presente (nn. 16-23) introduce il tema della differenza cristiana rispetto allo sviluppo della modernità: dall’Illuminismo alle ideologie dell’Ottocento e del Novecento. Ne «La vera fisionomia della speranza cristiana» (nn. 24-31) l’enciclica affronta il tema della libertà dell’uomo orientata al bene, fondata nella speranza assoluta di Dio come vero antidoto alla presunzione scientista di rappresentare per gli uomini una forma surrogata di redenzione. Infine il papa riprende alcuni «luoghi» teologici di apprendimento della speranza (nn. 32-48): la preghiera, l’azione e la sofferenza, il giudizio finale di Dio; per concludere con la figura esemplare di Maria «stella della speranza».

Speranza e modernità
La considerazione della testimonianza biblica sulla speranza consente all’enciclica di affermare che «speranza, di fatto, è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole « fede » e « speranza » sembrano intercambiabili» (n. 2). Piuttosto che l’accettazione di un certo numero di verità astratte, la fede consiste nel dare la propria vita alla persona di Cristo, Dio vivo e vero. Al contrario, Paolo ricorda agli efesini (cf. Ef 2,12) come, prima del loro incontro con Cristo, essi fossero « senza speranza e senza Dio nel mondo».
Vi è dunque un profondo legame tra la speranza e la storia nella rivelazione cristiana, tensione che muove a un futuro di cui già partecipa. Non un’impotenza della mente, com’era parso a Spinoza, una perpetua disgiunzione di sé in rapporto a sé stessi, ma una memoria del futuro. «Chi ha speranza vive diversamente», dice il papa. Di qui il significato storico della testimonianza cristiana, la sua efficacia che cambia il mondo e la vita.
Il papa esclude, sin nei riferimenti alla Chiesa primitiva, sia la deriva sociale utopistica, rivoluzionaria, di un’embrionale teologia politica della speranza, sia il dominio naturale di ogni visione immanentistica: «Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale (…), uno Spirito che in Gesù si è rivelato come amore» (n. 5).
Nelle pagine relative alla vita eterna e all’ipotesi di un individualismo cristiano il papa analizza alcune malattie della speranza: «Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente». La seconda malattia, oltre a quella «eraclitea» di un presente sufficiente a se stesso, è quella individualistica, o «dongiovannea» potremmo dire con Kierkegaard, di una condizione esistenziale estetica, sufficiente a se stessa. Qui il papa apre alla definizione comunionale della felicità, a una vita beata orientata verso la comunità.
La parte più critica è quella che il papa riserva all’analisi della trasformazione della fede-speranza cristiana nel mondo moderno. Si tratta di una critica piuttosto tradizionale, quella che individua da Francesco Bacone, attraverso l’Illuminismo, sino all’analisi marxiana, quella secolarizzazione della redenzione che ha assunto diverse forme nel pensiero e nella prassi.
Sono molti i limiti del moderno e alquanto numerose le analisi che si sono affaticate a enuclearli, al punto che appare difficile anche per un’enciclica sintetizzarli. Ma al papa questa limitata attraversata del moderno serve per indicare alcune illusioni attuali. Tra esse l’assolutizzazione della ragione, soprattutto nelle forme della scienza e della tecnica performativa e della libertà. Attraverso la riflessione di Adorno, il papa invoca un’autocritica della modernità e del modernismo: «Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male». Solo la fede può aprire a un’umanizzazione della ragione: «Se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell’umanità, allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata mediante l’apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana». «Non v’è dubbio, pertanto, che un « regno di Dio » realizzato senza Dio – un regno quindi dell’uomo solo – si risolve inevitabilmente nella fine perversa di tutte le cose descritta da Kant: lo abbiamo visto e lo vediamo sempre di nuovo» (n. 23).

Speranza e giustizia
Indicando la vera fisionomia della speranza cristiana, il papa ritorna al linguaggio dei padri e come sempre ad Agostino: «Cristo intercede per noi, altrimenti dispererei». In questo rovesciamento esistenziale, tipico delle Confessioni, il papa vede il continuo rimando tra la dimensione personale e quella comunitaria di fede.
Ed è nuovamente sul tema dell’amore che ritorna il monito nei confronti della tentazione del potere assoluto dell’uomo oggi esercitato attraverso la scienza: «Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore» (n. 26). Il Dio-amore, il Dio fatto uomo, lui solo è il fondamento della nostra speranza (n. 31).
L’enciclica vuole concretizzare queste affermazioni individuando alcuni «luoghi» di pratico apprendimento e di esercizio del dono della speranza. E li individua anzitutto nella preghiera come forza purificatrice, come dimensione interiore dell’uomo (siamo a un passo dalla mistica), che sfocia nella comunione con la Chiesa e con il mondo. E poi l’agire e il soffrire, come luoghi dell’apprendimento, della perseveranza. E potremmo dire della trasformazione storica. Si può qui nuovamente richiamare san Paolo e quei passi della Lettera ai Romani dove si dice della sofferenza che genera pazienza, della pazienza che genera una virtù provata, della virtù provata che genera la speranza che non delude (cf. Rm 5,3-5).
La parte conclusiva sul «Giudizio» finale di Dio recupera il tema dei Novissimi. E in esso persino quell’escatologia intermedia espressa nel secondo millennio dalla figura popolare del Purgatorio. Ma è nuovamente Adorno con la sua Dialettica negativa, è nuovamente (e in questo papa potremmo dire costantemente) il confronto con gli anni sessanta del Secolo breve che serve al papa per mostrare il senso di un giudizio finale sulla giustizia nella storia, sulle vittime e sui carnefici che solo Dio può dare perché conosce il segreto dei cuori. «Ora – dice il papa – Dio rivela il suo volto proprio nella figura del sofferente che condivide la condizione dell’uomo abbandonato da Dio, prendendola su di sé. Questo sofferente innocente è diventato speranza-certezza: Dio c’è, e Dio sa creare la giustizia in un modo che noi non siamo capaci di concepire e che, tuttavia, nella fede possiamo intuire. Sì, esiste la risurrezione della carne. Esiste una giustizia. Esiste la « revoca » della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto. Per questo la fede nel giudizio finale è innanzitutto speranza, la cui necessità si è resa evidente proprio negli sconvolgimenti degli ultimi secoli. Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna» (n. 43).

Papa Bendetto, Ospedale Romano, 1 domenica di Avvento 2007 – tema della speranza

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20071202_ospedale-smom_it.html

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
ALL’OSPEDALE ROMANO « SAN GIOVANNI BATTISTA »
DEL SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

I Domenica di Avvento, 2 dicembre 2007

Cari fratelli e sorelle!

« Andiamo con gioia incontro al Signore ». Queste parole, che abbiamo ripetuto nel ritornello del Salmo responsoriale, interpretano bene i sentimenti che occupano il nostro cuore quest’oggi, prima domenica di Avvento. La ragione per cui possiamo andare avanti con gioia, come ci ha esortato a fare l’apostolo Paolo, sta nel fatto che è ormai vicina la nostra salvezza. Il Signore viene! Con questa consapevolezza intraprendiamo l’itinerario dell’Avvento, preparandoci a celebrare con fede l’evento straordinario del Natale del Signore. Durante le prossime settimane, giorno dopo giorno, la liturgia offrirà alla nostra riflessione testi dell’Antico Testamento, che richiamano quel vivo e costante desiderio che tenne desta nel popolo ebraico l’attesa della venuta del Messia. Vigili nella preghiera, cerchiamo anche noi di preparare il nostro cuore ad accogliere il Salvatore che verrà a mostrarci la sua misericordia e a donarci la sua salvezza.

Proprio perché tempo di attesa, l’Avvento è tempo di speranza ed alla speranza cristiana ho voluto dedicare la mia seconda Enciclica presentata l’altro ieri ufficialmente: essa inizia con le parole rivolte da san Paolo ai cristiani di Roma: « Spe salvi facti sumus – nella speranza siamo stati salvati » (8,24). Nell’Enciclica scrivo tra l’altro che « noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere » (n. 31). La certezza che solo Dio può essere la nostra salda speranza animi tutti noi, raccolti stamane in questa casa nella quale si lotta contro la malattia, sorretti dalla solidarietà. E vorrei profittare della mia visita al vostro ospedale, gestito dall’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta, per consegnare idealmente l’Enciclica alla comunità cristiana di Roma e, in particolare, a coloro che, come voi, sono a diretto contatto con la sofferenza e la malattia. È un testo che vi invito ad approfondire, per trovarvi le ragioni di quella « speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: … anche un presente faticoso » (n. 1).

Cari fratelli e sorelle, « il Dio della speranza che ci riempie di ogni gioia e pace nella fede per la potenza dello Spirito Santo, sia con tutti voi! ». Con quest’augurio che il sacerdote rivolge all’assemblea all’inizio della Santa Messa, vi saluto cordialmente. Saluto, in primo luogo, il Cardinale Vicario Camillo Ruini e il Cardinale Pio Laghi, Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, i Presuli e i sacerdoti presenti, i cappellani e le suore che qui prestano il loro servizio. Saluto con deferenza Sua Altezza Eminentissima Frà Andrew Bertie, Principe e Gran maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta, che ringrazio per i sentimenti espressi a nome della Direzione, del personale amministrativo, sanitario e infermieristico e di quanti prestano in diversi modi la loro opera nell’ospedale. Estendo il mio saluto alle distinte Autorità, con un particolare pensiero per il Dirigente sanitario, come anche per il Rappresentante dei malati, ai quali va il mio ringraziamento per le parole che mi hanno rivolto all’inizio della Celebrazione.

Ma il saluto più affettuoso è per voi, cari malati e per i vostri familiari, che con voi condividono ansie e speranze. Il Papa vi è spiritualmente vicino e vi assicura la sua quotidiana preghiera; vi invita a trovare in Gesù sostegno e conforto e a non perdere mai la fiducia. La liturgia dell’Avvento ci ripeterà lungo le prossime settimane di non stancarci d’invocarlo; ci esorterà ad andargli incontro, sapendo che Egli stesso costantemente viene a visitarci. Nella prova e nella malattia Dio ci visita misteriosamente e, se ci abbandoniamo alla sua volontà, possiamo sperimentare la potenza del suo amore. Gli ospedali e le case di cura, proprio perché abitati da persone provate dal dolore, possono diventare luoghi privilegiati dove testimoniare l’amore cristiano che alimenta la speranza e suscita propositi di fraterna solidarietà. Nella Colletta abbiamo così pregato: « O Dio, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene ». Sì! Apriamo il cuore ad ogni persona, specialmente se in difficoltà, perché facendo del bene a quanti sono nel bisogno ci disponiamo ad accogliere Gesù che in essi viene a visitarci.

E’ quanto voi, cari fratelli e sorelle, cercate di fare in quest’ospedale dove al centro delle preoccupazioni di tutti sta l’accoglienza amorevole e qualificata dei pazienti, la tutela della loro dignità e l’impegno a migliorarne la qualità della vita. La Chiesa, attraverso i secoli, si è resa particolarmente « prossima » a coloro che soffrono. Di questo spirito s’è fatto partecipe il vostro benemerito Sovrano Militare Ordine di Malta, che fin dagli inizi si è dedicato all’assistenza dei pellegrini in Terra Santa mediante un Ospizio-Infermeria. Mentre perseguiva il fine della difesa della cristianità, il Sovrano Ordine di Malta si prodigava nel curare i malati, specialmente quelli poveri ed emarginati. Testimonianza di quest’amore fraterno è anche quest’ospedale che, sorto intorno agli anni 70 del secolo scorso, è diventato oggi un presidio di alto livello tecnologico e una casa di solidarietà, dove accanto al personale sanitario operano con generosa dedizione numerosi volontari.

Cari Cavalieri del Sovrano Militare Ordine di Malta, cari medici, infermieri e quanti qui lavorate, voi tutti siete chiamati a rendere un importante servizio agli ammalati e alla società, un servizio che esige abnegazione e spirito di sacrificio. In ogni malato, chiunque esso sia, sappiate riconoscere e servire Cristo stesso; fategli percepire, con i vostri gesti e le vostre parole, i segni del suo amore misericordioso. Per compiere bene questa « missione », cercate, come ci ricorda san Paolo nella seconda Lettura, di « indossare le armi della luce » (Rm 13, 12), che sono la Parola di Dio, i doni dello Spirito, la grazia dei Sacramenti, le virtù teologali e cardinali; lottate contro il male ed abbandonate il peccato che rende tenebrosa la nostra esistenza. All’inizio di un nuovo anno liturgico, rinnoviamo i nostri buoni propositi di vita evangelica. « E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno » (Rm 13,11), esorta l’Apostolo; è tempo cioè di convertirsi, di destarsi dal letargo del peccato, per disporsi fiduciosi ad accogliere « il Signore che viene ». Per questo, l’Avvento è tempo di preghiera e di vigile attesa.

Alla « vigilanza », che tra l’altro è la parola chiave di tutto questo periodo liturgico, ci esorta la pagina evangelica proclamata poco fa: « Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà » (Mt 24,42). Gesù, che nel Natale è venuto tra noi e tornerà glorioso alla fine dei tempi, non si stanca di visitarci continuamente, negli eventi di ogni giorno. Ci chiede e ci avverte di attenderlo vegliando, poiché la sua venuta non può essere programmata o pronosticata, ma sarà improvvisa e imprevedibile. Solo chi è desto non è colto alla sprovvista. Che non vi succeda, Egli avverte, quel che avvenne al tempo di Noè, quando gli uomini mangiavano e bevevano spensieratamente, e furono colti impreparati dal diluvio (cfr Mt 24,37-38). Che cosa il Signore vuole farci comprendere con questo ammonimento, se non che non dobbiamo lasciarci assorbire dalle realtà e preoccupazioni materiali sino al punto da restarne irretiti?

« Vegliate dunque… ». Ascoltiamo l’invito di Gesù nel Vangelo e prepariamoci a rivivere con fede il mistero della nascita del Redentore, che ha riempito l’universo di gioia; prepariamoci ad accogliere il Signore nel suo incessante venirci incontro negli eventi della vita, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia; prepariamoci ad incontrarlo nell’ultima sua definitiva venuta. Il suo passaggio è sempre fonte di pace e, se la sofferenza, retaggio dell’umana natura, diventa talora quasi insopportabile, con l’avvento del Salvatore « la sofferenza – senza cessare di essere sofferenza – diventa nonostante tutto canto di lode » (Enc. Spe salvi, 37). Confortati da questa parola, proseguiamo la Celebrazione eucaristica, invocando sui malati, sui familiari e su quanti lavorano in quest’ospedale e sull’intero Ordine dei Cavalieri di Malta la materna protezione di Maria, Vergine dell’attesa e della speranza. 

Un’Enciclica che guarda al futuro con il realismo della sapienza cristiana

dal sito:

http://www.zenit.org/article-18887?l=italian

Un’Enciclica che guarda al futuro con il realismo della sapienza cristiana

di Stefano Fontana*


ROMA, martedì, 7 luglio 2009 (ZENIT.org).- L’enciclica sociale Caritas in veritate di Benedetto XVI, presentata stamattina in Vaticano, trasforma la dottrina sociale della Chiesa nientemeno che nel rapporto tra la Chiesa e il Mondo, dato che essa tratta de “lo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità”, dilatando all’estremo il tema dello sviluppo della Populorum progressio di Paolo VI della quale ricorda il quarantesimo anniversario.

E’ quindi una grande enciclica di ampio respiro, perfettamente inserita nel pontificato di Benedetto XVI, che non solo ha fatto dei due termini carità e verità il cuore del suo magistero – essendo essi, secondo lui, il cuore stesso del cristianesimo – , ma ha anche posto nel modo più radicale il tema di “Dio nel mondo”, ossia se il cristianesimo sia solo utile o anche indispensabile alla costruzione di un vero sviluppo umano. Il papa pensa che sia indispensabile e in questa enciclica dice perché.

E’ un’enciclica coraggiosa, quindi, in quanto elimina ogni possibile perplessità sul ruolo pubblico della fede cristiana e sul fatto che da essa derivi una coerente visione della vita, in concorrenza con altre visioni. Il mondo, secondo la Caritas in veritate non è solo da accompagnare nel dialogo e mediante una carità senza verità, ma è da salvare mediante la carità nella verità. Per ottenere questo risultato il papa ha da un lato “riabilitato” Paolo VI e dall’altro ha indicato il punto di vista teologico dal quale la Chiesa deve considerare i fatti sociali. Si tratta di due puntualizzazioni dal grande valore strategico che il cardinale Martino e il vescovo Crepaldi, presentando stamattina l’enciclica in Sala stampa della Santa Sede, hanno astutamente ben evidenziato.

L’intero primo capitolo dell’enciclica è dedicato a Paolo VI, appunto per ricordare la sua Populorum progressio del 1967. Paolo VI non era incerto sul valore della dottrina sociale della Chiesa, come molti hanno detto e continuano a dire, e non ha per nulla ridimensionato l’importanza di una presenza pubblica del cristianesimo nella storia. Anzi, dice Benedetto XVI, egli ha gettato le basi del grande rilancio che di lì a poco avrebbe fatto Giovanni Paolo II. Viene così tolto di mezzo uno dei principali argomenti dei teologi che hanno contestato il presunto carattere ideologico della dottrina sociale della Chiesa. Essendo Paolo VI il papa del Concilio, va da sé che le precisazioni della nuova enciclica riguardano la valutazione di un intero periodo. Queste affermazioni del papa hanno la stessa importanza della condanna dell’ermeneutica della frattura circa il Vaticano II da lui fatta nel dicembre 2005. La Caritas in veritate, infatti, afferma che non esistono due dottrine sociali una preconciliare ed una postconciliare, ma un’unica dottrina sociale della Chiesa. Pio IX o Leone XIII non si erano sbagliati.

Quanto alla visione teologica da cui partire, il papa chiarisce che questa è la fede apostolica e non qualche problema sociologicamente inteso. Insomma la Chiesa non parte “dal mondo” ma dalla fede degli apostoli. Solo così essa può essere utile al mondo. Questa è la prospettiva centrale di tutta l’enciclica e spiega l’insieme delle valutazioni che vi sono contenute. Che lo sviluppo vero non possa tenere separati i temi della giustizia sociale da quelli del rispetto della vita e della famiglia; che non si possa lottare per la salvaguardia della natura dimenticando la superiorità della persona umana nel creato; che l’eugenetica è molto più preoccupante della diminuzione della biodiversità nell’ecosistema; che l’aborto e l’eutanasia corrodono il senso della legge e impediscono all’origine l’accoglienza dei più deboli, rappresentando una ferita alla comunità umana dalle enormi conseguenze di degrado; che l’economia abbia bisogno di gratuità e che questa non si deve aggiungere alla fine o a latere dell’attività economica ma deve essere elemento di solidarietà dall’interno dei processi economici, dato che ormai, tra l’altro, l’attività redistributiva dello Stato è pressoché impossibile. Queste ed altre valutazioni l’enciclica le trae dal Vangelo e mentre con il Vangelo illumina queste realtà – società, economia, politica – le restituisce anche a se stesse, all’autonomia della loro dignità, riscontrando impensate convergenze tra la visione cristiana e i bisogni autentici della società umana. Pensiamo, per esempio, all’economia: la globalizzazione impedisce di fatto agli Stati di organizzare la solidarietà “dopo” la produzione. Bisogna organizzare la solidarietà già dentro la produzione come cerca di fare per esempio, tra mille contraddizioni, il movimento della responsabilità sociale dell’impresa. Qui si incontrano i bisogni concreti dell’economia globalizzata di oggi e le indicazioni della fede cristiana secondo le quali l’economia è sempre un fatto umano e comunitario e quindi la dimensione etica non la riguarda solo “dopo” ma fin dall’inizio.

In questa enciclica per la prima volta vengono trattati in modo sistematico i temi della globalizzazione, del rispetto dell’ambiente, della bioetica e della sua centralità sociale, che nelle precedenti encicliche erano stati solo sfiorati. E’ un’enciclica che guarda decisamente al futuro con il coraggio del realismo della sapienza cristiana. Lo schema Nord-Sud è superato, dice Benedetto XVI, la responsabilità del sottosviluppo non è solo di alcuni ma di tanti, compresi i paesi emergenti e le élites di quelli poveri, talvolta anche le organizzazioni umanitarie e gli organismi internazionali sembrano più interessati al proprio benessere e a quello delle proprie burocrazie che non allo sviluppo dei poveri, il turismo sessuale è sostenuto non solo dai paesi da dove partono i “clienti, ma anche da quelli che lo ospitano, la corruzione la si ritrova in tutta la filiera degli aiuti umanitari, se i paesi occidentali sbagliano a proteggere eccessivamente la proprietà intellettuale specialmente per i farmaci nelle culture dei paesi arretrati ci sono superstizioni e visioni ancestrali che bloccano lo sviluppo, e così via. E’ un’enciclica che condanna le ideologie del passato ed anche quelle nuove: dall’ecologismo al terzomondismo. Essa affronta però soprattutto una ideologia, l’ideologia della tecnica, alla quale è dedicato l’intero capitolo sesto. Dopo il crollo delle ideologie politiche si è consolidata l’ideologia della tecnica, tanto più pericolosa in quanto si alimenta di una cultura relativista, alimentandola a sua volta.

Il punto di vista centrale dell’enciclica è stato riassunto dal vescovo Crepaldi, che l’ha presentata stamane in Vaticano, come la “prevalenza del ricevere sul fare”. E siamo così tornati al problema di fondo: senza Dio gli uomini sono frutto del caso e della necessità e nulla possono ricevere. Ma il mondo – il mercato come la comunità politica – ha bisogno di presupposti che esso stesso non si sa dare. La pretesa cristiana rimane sempre la stessa.

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*Stefano Fontana è Direttore dell’Osservatorio internazionale “Cardinale Van Thuân” sulla Dottrina sociale della Chiesa e consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

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