Archive pour la catégorie 'PADRI E MONACI DELLA CHIESA ORTODOSSA'

SAN GIOVANNI DAMASCENO – 4 DICEMBRE

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SAN GIOVANNI DAMASCENO

DOTTORE DELLA CHIESA

BIOGRAFIA Nacque a Damasco nella seconda metà del secolo VII, da una famiglia di cristiani. Dopo aver ricevuto un’ottima istruzione filosofica, divenne monaco nel monastero di San Saba a Gerusalemme e fu ordinato sacerdote. Scrisse molte opere di dottrina teologica, in particolare contro gli iconoclasti. Morì verso la metà del secolo VIII.

DAGLI SCRITTI…

DALLA «DICHIARAZIONE DI FEDE» DI SAN GIOVANNI DAMASCENO, DOTTORE DELLA CHIESA

Tu mi hai chiamato, Signore, a servire i tuoi discepoli Tu, Signore, mi hai tratto dai fianchi di mio padre; tu mi hai formato nel grembo di mia madre; tu mi hai portato alla luce, nudo bambino, perché le leggi della nostra natura obbediscono costantemente ai tuoi precetti. Tu hai preparato con la benedizione dello Spirito Santo la mia creazione e la mia esistenza, non secondo volontà d’uomo o desiderio della carne, ma secondo la tua ineffabile grazia. Hai preparato la mia nascita con una preparazione che trascende le leggi della nostra natura, mi hai tratto alla luce adottandomi come figlio, mi hai iscritto fra i discepoli della tua Chiesa santa e immacolata. Tu mi hai nutrito di latte spirituale, del latte delle tue divine parole. mi hai sostentato con il solido cibo del Corpo di Gesù Cristo nostro Dio, Unigenito tuo santissimo, e mi hai inebriato con il calice divino del suo Sangue vivificante, che egli ha effuso per la salvezza di tutto il mondo. Tutto questo, Signore, perché ci hai amati e hai scelto come vittima, invece nostra, il tuo diletto Figlio unigenito per la nostra redenzione, ed egli accettò spontaneamente; senza resistere, anzi come uno che era destinato al sacrificio, quale agnello innocente si avviò alla morte da se stesso, perché, essendo Dio, si fece uomo e si sottomise, di propria volontà, facendosi «obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 8). E così, o Cristo mio Dio, tu hai umiliato te stesso per prendere sulle tue spalle me, pecorella smarrita, e farmi pascolare in pascolo verdeggiante e nutrirmi con le acque della retta dottrina per mezzo dei tuoi pastori, i quali, nutriti da te, han poi potuto pascere il tuo gregge eletto e nobile. Ora, o Signore, tu mi hai chiamato per mezzo del tuo sacerdote a servire i tuoi discepoli. non so con quale disegno tu abbia fatto questo; tu solo lo sai. Tuttavia, Signore, alleggerisci il pesante fardello dei miei peccati, con i quali ho gravemente mancato; monda la mia mente e il mio cuore; guidami per la retta viva come una lampada luminosa; dammi una parola franca quando apro la bocca; donami una lingua chiara e spedita per mezzo della lingua di fuoco del tuo Spirito e la tua presenza sempre mi assista. Pascimi, o Signore, e pasci tu con me gli altri, perché il mio cuore non mi pieghi né a destra né a sinistra, ma il tuo Spirito buono mi indirizzi sulla retta via perché le mie azioni siano secondo la tua volontà e lo siano veramente fino all’ultimo. Tu poi, o nobile vertice di perfetta purità, o nobilissima assemblea della Chiesa, che attendi aiuto da Dio; tu in cui abita Dio, accogli da noi la dottrina della fede immune da errore; con essa si rafforzi la Chiesa, come ci fu trasmesso dai Padri.

Colletta Signore, che in san Giovanni Damasceno hai dato alla tua Chiesa un insigne maestro della sapienza dei padri, fà che la vera fede, che egli insegnò con gli scritti e con la vita, sia sempre nostra forza e nostra luce. Per il nostro Signore…

DAI «CAPITOLI SULLA CARITÀ» DI SAN MASSIMO CONFESSORE, ABATE

http://www.collevalenza.it/Riviste/2006/Riv0806/Riv0806_03.htm

DAI «CAPITOLI SULLA CARITÀ» DI SAN MASSIMO CONFESSORE, ABATE
(Centuria 1, c. 1, 45. 16-17. 23-24. 26-28. 30-40; PG 90, 962-967)

Senza carità tutto è vanità delle vanità

La carità è la migliore disposizione dell’animo, che nulla preferisce alla conoscenza di Dio.

Nessuno tuttavia potrebbe mai raggiungere tale disposizione di carità, se nel suo animo fosse esclusivamente legato alle cose terrene. Chi ama Dio, antepone la conoscenza e la scienza di lui a tutte le cose create, e ricorre continuamente a lui con il desiderio e con l’amore dell’anima.

Tutte le cose che esistono hanno Dio per autore e fine ultimo. Dio è di gran lunga più nobile di quelle cose che egli stesso ha fatto come creatore. Perciò colui che abbandona Dio, l’Altissimo, e si lascia attirare dalle realtà create dimostra di stimare l`artefice di tutto molto meno delle cose stesse, che da lui sono fatte.
« Chi mi ama – dice il Signore – osserverà i miei comandamenti » (cf. Gv 14, 15).
E aggiunge «Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri» (Gv 15, 17). Perciò chi non ama il prossimo, non osserva i comandamenti di Dio, e chi non osserva i comandamenti non può neppure dire di amare il Signore.

Beato l’uomo che è capace di amare ugualmente ogni uomo. Chi ama Dio, ama totalmente anche il prossimo, e chi ha una tale disposizione non si affanna ad accumulare denaro, tutto per sé, ma pensa anche a coloro che ne hanno bisogno. Ad imitazione di Dio fa elemosine al buono e al cattivo, al giusto e all’ingiusto. Davanti alle necessità degli altri non conosce discriminazione, ma distribuisce ugualmente a tutti secondo il bisogno. Né tuttavia si può dire che compie ingiustizia se a premio del bene antepone al malvagio colui che si distingue per virtù e operosità.

L’amore caritatevole non si manifesta solo nell’elargizione di denaro, ma anche, e molto di più, nell`insegnamento della divina dottrina e nel compimento delle opere di misericordia corporale. Colui che, sordo ai richiami della vanità, si dedica con purezza di intenzione al servizio del prossimo, si libera da ogni passione e da ogni vizio e diventa partecipe dell’amore e della scienza divina.

Chi possiede dentro di sé l’amore divino, non si stanca e non viene mai meno nel seguire il Signore Dio suo, ma sopporta con animo forte ogni sacrificio e ingiuria e offesa, non augurando affatto il male a nessuno. « Non dite – esclama il profeta Geremia – siamo tempio di Dio » (cf. Ger 7, 4). E neppure direte: « La semplice e sola fede nel Signore nostro Gesù Cristo mi può procurare la salvezza ». Questo, infatti, non può avvenire se non ti sarai procurato anche l’amore verso di lui per mezzo delle opere. Per quanto concerne, infatti, la sola fede: «Anche i demoni credono e tremano!» (Gc 2, 19).

Opera di carità è il fare cordialmente un favore, l’essere longanime e paziente verso il prossimo; e così pure usare rettamente e ordinatamente le cose create.

SAN GREGORIO PALAMAS: OMELIA 21 SULL’ASCENSIONE

http://larpadidavide.blogspot.it/2013/06/san-gregorio-palamas-omelia-21.html

SAN GREGORIO PALAMAS: OMELIA 21 SULL’ASCENSIONE

I giudei festeggiavano la Pasqua della legge, cioè il passaggio dall’Egitto alla terra di Palestina; abbiamo festeggiato anche noi la Pasqua dell’evangelo, cioè il passaggio della nostra natura, innestata in Cristo, dalla morte alla vita, dalla corruzione all’immortalità. Quale discorso potrà dimostrare la superiorità della nostra Pasqua nei confronti delle solennità dell’antica legge e del tema delle antiche feste? Discorso umano non saprebbe esprimere degnamente l’altezza di questa eccellenza; ma la Sapienza consustanziale del Padre, il Verbo di Dio che precede i tempi e le essenze, che nel suo amore si è fatto una cosa sola con noi e con noi ha vissuto, ci ha mostrato oggi il motivo per festeggiare le sue opere, straordinariamente più alto anche di questa altezza.
Oggi infatti noi festeggiamo il passaggio della nostra natura, innestata in lui, non dagli inferi alla terra, ma dalla terra al cielo del cielo, al trono, al di là del cielo, del Signore dell’universo. Oggi, infatti, non solo, dopo la risurrezione, il Signore stette in mezzo ai suoi discepoli, ma anche si separò da essi, e sotto i loro occhi ascese al cielo, salì ed entrò nel vero santo dei santi, e sedette alla destra del Padre; Egli è al di sopra di ogni principato e potenza, al di sopra di ogni nome e di ogni dignità, conosciuta e nominata sia nel tempo presente sia nel tempo a venire. Come, prima della risurrezione del Signore, molte risurrezioni sono avvenute, così avvennero molte ascensioni prima della sua ascensione: lo Spirito elevò al cielo il profeta Geremia, un angelo Abacuc, e, soprattutto, è scritto che Elia fu assunto su un carro di fuoco. Ma neppure Elia oltrepassò la sorte assegnata ai terrestri; l’ascensione di ciascuno di costoro era come un trasferimento, che li innalzava dalla terra, ma non li conduceva fuori dai limiti terrestri.
Nello stesso modo quelli che risuscitarono tornarono di nuovo sulla terra e tutti morirono. Ma da quando Cristo è risuscitato dai morti, la morte non ha più potere su di lui e così, da quando è asceso e siede nell’alto dei cieli, ogni altezza è più bassa di lui, testimonianza per tutti che egli è Dio su tutte le cose. E questo è quello che Isaia chiama il monte luminoso di Dio lo, la dimora di Dio al di sopra di tutti i monti spirituali, il corpo del Signore: infatti non un angelo, non un uomo, ma lo stesso Signore venne attraverso la carne e ci salvò, fatto, per noi, simile a noi, pur rimanendo immutabilmente Dio. Come quando discese non cambiò di sede, ma condiscese, così di nuovo sale al cielo non trasferendosi nella divinità, ma intronizzando, là in alto, la nostra natura che egli assunse. Era veramente necessario che là fosse presentata a Dio la nostra natura, la primogenita dei morti, come la primizia dei primogeniti offerta per tutto il genere umano.
Molte furono le risurrezioni e le ascensioni, ma nessuna noi festeggiamo come la risurrezione e l’ascensione del Signore, poiché delle altre noi non abbiamo né avremo parte. Da esse non abbiamo altro giovamento che di essere spinti alla fede nella risurrezione e nell’ascensione del nostro Salvatore, alla quale tutti quanti partecipiamo e parteciperemo. Questa, infatti, è la risurrezione e l’ascensione della carne dell’uomo e non semplicemente della natura umana, ma anche di coloro che hanno fede in Cristo e che questa fede mostrano nelle loro opere. Infatti ciò che il Signore è divenuto, lo è divenuto per noi, lui che, per la propria natura divina, era ingenerato e increato; e quella vita che visse, la visse per noi, per mostrarci la via che conduce alla vera vita; e la passione che patì nella sua carne, per noi la patì, per guarirci dalle nostre passioni, e per i nostri peccati fu condotto a morte, e per noi risuscitò e ascese al cielo, preparandoci la risurrezione e l’ascensione per l’eternità; e tutti gli eredi di questa vita imitano, per quanto ne sono capaci, la condotta della sua vita sulla terra.
Principio di questa imitazione è per noi il santo battesimo, che è figura della sepoltura e della risurrezione del Signore »; parte centrale è la vita secondo la virtù, e la condotta secondo l’evangelo; compimento è la vittoria sulle passioni ottenuta attraverso le lotte spirituali, vittoria che ci procura la vita esente da dolore e da morte, la vita celeste. Così ci dice anche l’Apostolo: Se vivete secondo la carne, morirete; se invece con la forza dello Spirito, darete morte alle opere del corpo, vivrete. Coloro dunque che vivono secondo Cristo, imitano la sua condotta di vita quando aveva un corpo di carne; muoiono, quando giunge la loro ora, poiché anch’egli è morto nella carne, e nella carne anch’essi, come lui, risorgeranno, gloriosi e immortali, non ora, ma quando il tempo verrà; e poi saranno assunti in cielo, come dice Paolo: Saremo rapiti fra le nubi, incontro al Signore, nel cielo, e così saremo sempre col Signore.
Vedete dunque come ciascuno di noi, purché lo voglia, sarà accomunato nella risurrezione e nell’ascensione del Signore, sarà erede di Dio, coerede di Cristo? Per questo grande è la nostra gioia mentre festeggiamo la risurrezione, l’elevazione, l’insediamento in cielo della nostra natura, primizia della risurrezione e dell’ascensione di ciascuno dei credenti, e mettiamo al centro del nostro pensiero le parole evangeliche di cui oggi si darà lettura, cioè: Il Signore risorto si fermò in mezzo ai suoi discepoli. Perché dunque stette in mezzo ad essi, con essi si accompagnò nel cammino, li condusse fuori, verso Betania, ed, elevate le mani al cielo, li benedisse? Lo fece per mostrarsi tutto quanto salvo e integro, per far vedere i piedi, rinvigoriti e saldi nel camminare, i piedi che pur conservavano le ferite dei chiodi, e le mani trapassate, sulla croce, dai chiodi, il fianco trafitto dalla lancia, i segni incancellabili delle percosse, e per confermare così la fede nella passione salvifica.
A me l’espressione: « Stette in mezzo ai discepoli » sembra dimostrare anche che essi furono confermati nella fede in lui; attraverso tale apparizione e benedizione, infatti, non solo stette in mezzo a tutti loro, ma stette nel centro del cuore di ciascuno e ciascuno confermò nella fede. Così per ciascuno di essi è possibile dire la parola del salmo: Dio è in mezzo ad essa; non potrà vacillare. Da allora gli apostoli del Signore sono divenuti saldi e incrollabili. Stette dunque in mezzo a loro e disse: « Pace a voi « , parola dolce, consueta, a lui usuale. La pace è di due specie: quella che abbiamo con Dio, che è il frutto della fede in lui, e quella che abbiamo gli uni verso gli altri, frutto naturale della parola evangelica; qui, il Signore ce le ha date entrambe con una sola parola di saluto. E come ordinò di fare ai discepoli, la prima volta che li mandò, dicendo: In qualunque casa entrate, dite: « Pace a questa casa” così anch’egli fa: entrato nella casa in cui erano radunati, subito diede loro la pace. E li vide sbigottiti e sconvolti per quella visione inaspettata e straordinaria; credevano infatti di vedere uno spirito, cioè che quello che vedevano fosse un fantasma.
Ed egli, svelando i turbamenti del loro cuore e annunciando di essere colui al quale, prima della passione e della risurrezione, avevano detto: Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno ti interroghi, li rassicurò offrendosi alle loro domande e al loro contatto. E come vide che avevano compreso la verità, li rassicurò con quest’altra prova, cioè offrendo loro, sotto i loro occhi, la pace e la comunione del pasto. E poiché ancora non potevano credere ed erano stupiti, non più per l’incertezza, ma per la gioia, disse loro: Avete qui qualcosa da mangiare? Ed essi gli diedero un pezzo di pesce arrostito e un favo di miele; egli li prese e, sotto i loro occhi, mangiò.
Si nutrì, quel corpo senza macchia dopo la risurrezione, non perché avesse bisogno di cibo, ma per confermare la fede nella propria risurrezione e per mostrare che era, anche ora, lo stesso corpo, quello che prima della passione mangiava con loro. Consumò il cibo non secondo i processi naturali dei corpi mortali, ma per mezzo di un’energia divina. Si potrebbe dire che avvenne come per il fuoco che consuma la cera, tranne che il fuoco ha bisogno di materia per bruciare, mentre i corpi immortali non hanno bisogno di alimento per sussistere. Egli mangiò un pezzo di pesce arrostito e un po’ di miele tratto dal favo, simboli anche questi del suo mistero: la nostra natura, infatti, come il pesce, nuota nell’umido elemento dei piaceri e delle passioni e il Verbo di Dio, avendola unita ipostaticamente a se stesso e purificata da ogni comportamento passionale col divino e inaccessibile fuoco della sua divinità, l’ha resa simile a Dio e come infuocata.
Rende simile a Dio non solo l’impasto creaturale che egli ha assunto per noi, ma anche ciascuno di coloro che sono degni della comunione con lui, rendendolo partecipe del fuoco che il Signore è venuto a portare sulla terra . A favo di miele è simile la nostra natura, che racchiude in se stessa, come miele, il tesoro spirituale, o piuttosto, favo di miele è ciascuno di coloro che credono in Cristo; trattiene infatti in se stesso, nell’anima e nel corpo, la grazia, custodita in lui come miele nel favo. Il Signore, dunque, mangia di questi cibi, poiché fa volentieri suo proprio cibo la salvezza di ciascuno di quelli che sono resi partecipi della sua natura; non mangia tutto, mangia da un favo di miele, cioè una parte, poiché non tutti hanno creduto, e non prende con le sue mani quella parte, ma questa gli è offerta dai discepoli; i discepoli infatti gli presentano soltanto coloro che hanno creduto, separandoli dagli infedeli. Così anche attraverso queste azioni, mangiando cioè del pesce e del miele sotto gli occhi dei discepoli, il Signore rammentò loro le parole che aveva detto prima di incamminarsi verso la passione, provando anche così che era veramente lui: come aveva predetto, così infatti avvenne.
Egli aprì la loro mente, perché comprendessero le Scritture e conoscessero che, come era stato scritto, così era avvenuto. Era necessario che, nell’indescrivibile oceano del suo amore per gli uomini, il Figlio unigenito di Dio si facesse uomo per gli uomini, e che dall’alto la voce del Padre e l’apparizione del divino Spirito lo rivelassero e ne dessero testimonianza. Era necessario che fosse creduto e ammirato per l’eccezionalità delle sue opere e delle sue parole, che divenisse oggetto di invidia e fosse tradito da coloro che non cercano la gloria di Dio, ma quella degli uomini; che fosse messo in croce e sepolto e risorgesse dai morti il terzo giorno, e che, nel suo nome, fosse proclamata la conversione e il perdono dei peccati, e che l’annuncio partisse da Gerusalemme. Suoi araldi e testimoni dovevano essere quelli che con i loro occhi avevano visto ed erano diventati suoi servitori; ad essi promise che avrebbe mandato dall’alto ciò che il Padre aveva promesso, cioè lo Spirito santo, e ordinò loro di rimanere a Gerusalemme, finché non fossero stati rivestiti della potenza proveniente dall’alto.
Il Signore rivolgeva dunque ai suoi discepoli queste parole di salvezza; li fece poi uscire di casa e li condusse a Betania. Dopo che li ebbe benedetti, si separò da loro, ed ecco, era trasportato in cielo, e il suo carro era una nube di luce. Ascese dunque nella gloria ed entrò nel santo dei santi, non fatto da mano d’uomo, sedette nei cieli alla destra della Maestà, rendendo il nostro impasto di creature mortali partecipe del trono e della divinità. Gli apostoli non cessavano di fissare il cielo, quando, per l’autorità degli angeli, appresero che il Signore discenderà di nuovo dal cielo, e tutti lo vedranno. Così anche lo stesso Signore aveva predetto, e Daniele aveva previsto. Dice: Io vidi uno, simile a un Figlio di uomo avanzare sulle nubi del cielo; e il Signore: Tutte le tribù della terra vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo. Allora i discepoli adorarono, dal monte degli Ulivi da dove era asceso, il loro sovraceleste Signore, che era disceso dall’alto e aveva fatto della terra un cielo e che di nuovo era salito di dove era disceso; egli aveva congiunto quanto stava in basso a ciò che stava in alto; celeste e a un tempo terrestre aveva costituito la sua chiesa a gloria del suo amore per gli uomini.
Pieni di gioia, gli apostoli ritornarono a Gerusalemme, e stavano sempre nel tempio; la loro mente era in cielo, ed essi lodavano e benedicevano Dio, preparandosi ad accogliere la preannunciata venuta dello Spirito divino. Questo è, in sintesi, o fratelli, il modo di vivere di coloro che sono chiamati da Cristo: perseverare nelle suppliche e nelle preghiere, e, imitando gli angeli, tenere l’occhio della mente fisso verso il Signore, che sta al di sopra dei cieli, lodarlo e benedirlo con una vita irreprensibile, e così accogliere la sua mistica venuta, secondo le parole di colui che disse: Comporrò salmi e comprenderò su di una via senza biasimo, quando verrai da me. Anche il grande Paolo spiegò questo quando disse: La nostra patria è nei cieli, dove Gesù è entrato aprendo per noi la strada.
E anche il capo degli apostoli, Pietro, a questo ci conduce, quando dice: Cingetevi i fianchi della mente, vivete in perfetta sobrietà e sperate nella grazia che vi viene offerta nella rivelazione di Gesù Cristo che voi amate, pur non vedendolo. Questo disse, se pure in enigma, anche il Signore, quando dice: Siano cinti i vostri fianchi e siano accese le lucerne, e voi siate simili a uomini che aspettano il ritorno del loro Signore. In questo modo egli non abolì il sabato, ma lo portò a compimento, dimostrando che il sabato è veramente giorno benedetto, giorno il cui le fatiche del corpo hanno una sosta per un fine superiore. Per questo spetta al sabato l’eredità della benedizione, quando, liberi dalle opere di questa terra, opere che tra non molto perderanno la loro efficacia, noi ci eleviamo a Dio, cercando, con speranza che non teme vergogna, i beni celesti e incontaminati.
Nell’antica legge il primo dei giorni della settimana era il sabato; perciò agli stolti giudei sembrò che il Signore avesse abolito il sabato della legge, ma lo stesso Signore disse: Non sono venuto per abolire la legge, ma per portarla a compimento. Perché non abolì i sabato, ma gli diede compimento e, attraverso di questo, diede compimento alla legge? Egli promise che avrebbe dato lo Spirito santo a coloro che notte e giorno glielo chiedono, e ordinò di essere sempre svegli e vigilanti, dicendo: Siate pronti, poiché nell’ora in cui non pensate, il Figlio dell’uomo verrà. Egli ha reso tutti i giorni come un sabato benedetto per coloro che hanno scelto di dargli perfetta obbedienza, e così non ha abolito, ma anche in questo modo ha dato compimento alla legge. Ma voi, che siete implicati nelle opere di questo mondo, se vi asterrete dall’avidità, dall’odio che vi oppone gli uni agli altri, e se cercate la verità e la castità, anche voi potrete fare di tutti i giorni un sabato, poiché non fate il male.
E quando si presenta il giorno più degli altri salutare, bisogna astenersi da tutti i lavori e le parole anche non biasimevoli, e sostare a lungo nella chiesa di Dio, porgere orecchio e mente alla lettura e all’insegnamento, attendere con contrizione alla supplica e alle preghiere, ed elevare inni a Dio. Darete così anche voi compimento al sabato vivendo secondo l’evangelo dell’amore di Dio, elevando gli occhi della vostra mente a Cristo, che con il Padre e lo Spirito siede al di sopra dei cieli, che ci ha reso figli di Dio non semplicemente adottandoci con un nome, ma nella comunione dello Spirito divino, attraverso la sua carne e il suo sangue, rendendoci familiari di Dio e gli uni degli altri.
Custodiamo dunque attraverso un amore indissolubile questa unità fra di noi; eleviamo sempre in alto il nostro sguardo, verso colui che ci ha generati. Non siamo più, infatti, uomini di terra, come il primo uomo, ma siamo come il secondo uomo, il Signore del cielo. Come il primo uomo terrestre, terrestri erano gli uomini; quale l’uomo celeste, tali sono anche gli uomini celesti. Come dunque noi portammo l’immagine dell’uomo di terra, cerchiamo di portare anche l’immagine dell’uomo celeste, e, levando in alto il nostro cuore verso di lui, contempliamo questa grandiosa visione, la nostra natura, che perennemente dimora col fuoco immateriale della divinità e, deponendo le vesti di pelle, che dal tempo della trasgressione abbiamo indossato, teniamo fermo il nostro passo sulla terra santa, dimostrando che terra santa è la nostra virtù e il cammino senza deviazioni verso Dio.
Avremo così perfetta fiducia, perché Dio abita nel fuoco; accorrendo verso di lui, saremo illuminati e, uniti a lui, vivremo nella luce, nella gloria della chiarità altissima, dello splendore di quel triplice e unico sole. Ad esso ogni gloria, potenza, onore e adorazione, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

 

PRECETTI E GIUDIZI DEL NOSTRO STESSO PADRE PACOMIO

http://www.ora-et-labora.net/regulapachomii.2.latit.html

PRECETTI E GIUDIZI DEL NOSTRO STESSO PADRE PACOMIO

(Estratto da « Patrologia Latina Database » – Migne, estratto dal sito: TeologiaSpirituale.it )

(c’è il testo latino che ho tolto, per la vita anche su: http://it.cathopedia.org/wiki/San_Pacomio )

La pienezza della legge è la carità (cf. Rm 13,10) per quelli che sanno discernere il tempo, cioè che ormai è ora che ci svegliamo dal sonno e che la salvezza è più vicina ora di quando abbiamo cominciato a credere. La notte è inoltrata, il giorno si avvicina: deponiamo le opere delle tenebre (cf. Rm 13,11‑12), che sono i litigi, le maldicenze, gli odi e la superbia di un cuore orgoglioso (cf. 2Cor 12,20; Gal 5,20).
1. Se uno è pronto a screditare e a dire cose non vere, se viene sorpreso in questo peccato, lo ammoniranno due volte e se per disprezzo non ascolterà sarà separato dalla comunità dei fratelli per sette giorni e riceverà soltanto pane e acqua finché prometta e assicuri di abbandonare questo vizio; allora lo si perdonerà.
2. L’irascibile e il violento, se si adira spesso senza motivo e per cose di poco conto e ínsignificantí, sarà ripreso sei volte; la settima lo faranno alzare dal posto dove siede, lo manderanno tra gli ultimi e gli insegneranno a purificarsi da questo sconvolgimento della sua mente. Quando potrà presentare tre testimoni, degni di testimoniare, che a nome suo prometteranno che non farà più nulla del genere, riprenderà il suo posto e resterà tra gli ultimi.
3. Chi vuol provare il falso contro un altro per opprimere un innocente sarà ammonito tre volte e poi sarà considerato colpevole di peccato, sia che si tratti di uno dei superiori che di uno degli inferiori.
4. Chi ha la pessima abitudine di turbare i fratelli con i suoi discorsi e di pervertire le anime dei più semplici, sarà ammonito tre volte. Se mostrerà disprezzo e persisterà ostinatamente nella durezza, lo faranno uscire fuori dal monastero e sarà colpito con le verghe davanti alle porte; gli porteranno da mangiare, fuori, pane e acqua soltanto finché non si purifichi dalle sue immondezze.
5. Chi ha l’abitudine di mormorare e si lamenta come se fosse schiacciato da penosa fatica, gli dimostreranno che mormora senza ragione per cinque volte e gli faranno vedere chiaramente la verità. Se anche dopo questo sarà disobbediente, e si tratta di un adulto, lo considereranno malato e sarà portato all’infermeria; là gli si darà da mangiare senza fargli fare nulla finché non ritorni alla verità. Se invece il suo lamento è giustificato ed è ingiustamente oppresso dal superiore, chi l’ha scandalizzato sarà sottoposto al medesimo giudizio.
6. Se qualcuno è disobbediente, litigioso, caparbio, menzognero e si tratta di un adulto, sarà ammonito dieci volte perché desista da questi vizi. Se non vorrà ascoltare, sarà ripreso secondo le leggi del monastero. Se però è caduto in questi vizi per colpa di altri e ciò viene provato, chi ha causato il peccato soggiacerà al castigo.
7. Se un fratello sarà sorpreso a ridere o a giocare volentieri con i ragazzi e ad avere amicizie con i giovani, sarà ammonito tre volte affinché si ritragga da tale familiarità e sia memore dell’onestà e del timore di Dio. Se non desiste, lo correggeranno come merita con severissimo castigo.
8. Quelli che disprezzano i precetti dei superiori e le regole del monastero, che sono state stabilite per ordine di Dio, e non tengono conto dei consigli dei più vecchi, saranno castigati secondo la forma stabilita finché non si correggono.
9. Se il giudice di tutti i peccati per la malvagità del suo cuore o per negligenza abbandona la verità, venti, dieci uomini santi e timorati di Dio o anche solo cinque, accreditati dalla testimonianza di tutti, siederanno a giudicarlo e lo degraderanno all’ultimo posto, finché non si corregga.
10. Chi turba il cuore dei fratelli e ha la parola pronta a seminare liti e discordie, sarà ammonito dieci volte; se non si correggerà, sarà punito secondo le norme del monastero finché non si corregga.
11. Se un superiore o un preposito vedrà un suo fratello nella tribolazione e non vorrà ricercare la causa della tribolazione e lo disprezzerà, la questione tra il fratello e il preposito sarà risolta dai giudici di cui si è detto. Se scopriranno che il fratello è oppresso per la negligenza o la superbia del preposito e che questi non ha giudicato secondo verità, ma con parzialità, sarà degradato dal suo incarico finché non si corregga e non si purifichi dall’immondezza dell’ingiustizia, perché non ha considerato la verità ma le persone e si è fatto servo della malvagità del suo cuore e non del giudizio di Dio.
12. Se uno ha promesso di osservare le regole del monastero e ha incominciato a seguirle, ma poi le ha abbandonate e poi di nuovo ritorna e fa penitenza adducendo quale giustificazione la sua debolezza fisica che gli impediva di compiere ciò che aveva promesso, lo metteranno tra i malati e mangerà con quelli che non lavorano finché dopo aver fatto penitenza, non osservi ciò che ha promesso.
13. Se nella casa vi saranno dei ragazzi che non fanno altro che giocare e stare in ozio e, nonostante i castighi, non si riuscirà a correggerli, il preposito deve ammonirli e rimproverarli fino a trenta giorni. Se vede che persistono nella loro malvagità e non avrà avvertito il padre e si scoprirà in loro qualche peccato, egli stesso soggiacerà, al loro posto, al castigo dovuto al peccato che si è scoperto.
14. Chi giudicherà ingiustamente sarà condannato dagli altri per la sua ingiustizia.
15. Se uno, due o tre fratelli, scandalizzati da qualcuno, lasciano la casa ma poi vi ritornano, si opererà un giudizio tra loro e chi li ha scandalizzati e, se quest’ultimo sarà trovato colpevole, sarà corretto secondo le regole del monastero.
16. Chi è d’accordo con quelli che peccano e difende un altro che ha peccato, sarà maledetto presso Dio e presso gli uomini e sarà castigato con severissima correzione. Se si è lasciato trarre in inganno per ignoranza e non conosceva la verità, gli sarà perdonato. E chiunque pecca per ignoranza otterrà facilmente il perdono. Chi invece pecca con conoscenza di causa subirà un castigo secondo la misura delle sue opere.

BENEDETTO XVI: SANT’ATANASIO DI ALESSANDRIA – 2 APRILE

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070620.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 20 giugno 2007

SANT’ATANASIO DI ALESSANDRIA – 2 APRILE

Cari fratelli e sorelle,

continuando la nostra rivisitazione dei grandi Maestri della Chiesa antica, vogliamo rivolgere oggi la nostra attenzione a sant’Atanasio di Alessandria. Questo autentico protagonista della tradizione cristiana, già pochi anni dopo la morte, venne celebrato come «la colonna della Chiesa» dal grande teologo e Vescovo di Costantinopoli Gregorio Nazianzeno (Discorsi 21,26), e sempre è stato considerato come un modello di ortodossia, tanto in Oriente quanto in Occidente. Non a caso, dunque, Gian Lorenzo Bernini ne collocò la statua tra quelle dei quattro santi Dottori della Chiesa orientale e occidentale – insieme ad Ambrogio, Giovanni Crisostomo e Agostino –, che nella meravigliosa abside della Basilica vaticana circondano la Cattedra di san Pietro.
Atanasio è stato senza dubbio uno dei Padri della Chiesa antica più importanti e venerati. Ma soprattutto questo grande Santo è l’appassionato teologo dell’incarnazione del Logos, il Verbo di Dio, che – come dice il prologo del quarto Vangelo – «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Proprio per questo motivo Atanasio fu anche il più importante e tenace avversario dell’eresia ariana, che allora minacciava la fede in Cristo, riducendolo ad una creatura «media» tra Dio e l’uomo, secondo una tendenza ricorrente nella storia, e che vediamo in atto in diversi modi anche oggi. Nato probabilmente ad Alessandria, in Egitto, verso l’anno 300, Atanasio ricevette una buona educazione prima di divenire diacono e segretario del Vescovo della metropoli egiziana, Alessandro. Stretto collaboratore del suo Vescovo, il giovane ecclesiastico prese parte con lui al Concilio di Nicea, il primo a carattere ecumenico, convocato dall’imperatore Costantino nel maggio del 325 per assicurare l’unità della Chiesa. I Padri niceni poterono così affrontare varie questioni, e principalmente il grave problema originato qualche anno prima dalla predicazione del presbitero alessandrino Ario.
Questi, con la sua teoria, minacciava l’autentica fede in Cristo, dichiarando che il Logos non era vero Dio, ma un Dio creato, un essere «medio» tra Dio e l’uomo, e così il vero Dio rimaneva sempre inaccessibile a noi. I Vescovi riuniti a Nicea risposero mettendo a punto e fissando il «Simbolo della fede» che, completato più tardi dal primo Concilio di Costantinopoli, è rimasto nella tradizione delle diverse confessioni cristiane e nella Liturgia come il Credo niceno-costantinopolitano. In questo testo fondamentale – che esprime la fede della Chiesa indivisa, e che recitiamo anche oggi, ogni domenica, nella Celebrazione eucaristica – figura il termine greco homooúsios, in latino consubstantialis: esso vuole indicare che il Figlio, il Logos, è «della stessa sostanza» del Padre, è Dio da Dio, è la sua sostanza, e così viene messa in luce la piena divinità del Figlio, che era negata dagli ariani.
Morto il Vescovo Alessandro, Atanasio divenne, nel 328, suo successore come Vescovo di Alessandria, e subito si dimostrò deciso a respingere ogni compromesso nei confronti delle teorie ariane condannate dal Concilio niceno. La sua intransigenza, tenace e a volte molto dura, anche se necessaria, contro quanti si erano opposti alla sua elezione episcopale e soprattutto contro gli avversari del Simbolo niceno, gli attirò l’implacabile ostilità degli ariani e dei filoariani. Nonostante l’inequivocabile esito del Concilio, che aveva con chiarezza affermato che il Figlio è della stessa sostanza del Padre, poco dopo queste idee sbagliate tornarono a prevalere – in questa situazione persino Ario fu riabilitato –, e vennero sostenute per motivi politici dallo stesso imperatore Costantino e poi da suo figlio Costanzo II. Questi, peraltro, che non si interessava tanto della verità teologica quanto dell’unità dell’Impero e dei suoi problemi politici, voleva politicizzare la fede, rendendola più accessibile – secondo il suo parere – a tutti i sudditi nell’Impero.
La crisi ariana, che si credeva risolta a Nicea, continuò così per decenni, con vicende difficili e divisioni dolorose nella Chiesa. E per ben cinque volte – durante un trentennio, tra il 336 e il 366 – Atanasio fu costretto ad abbandonare la sua città, passando diciassette anni in esilio e soffrendo per la fede. Ma durante le sue forzate assenze da Alessandria, il Vescovo ebbe modo di sostenere e diffondere in Occidente, prima a Treviri e poi a Roma, la fede nicena e anche gli ideali del monachesimo, abbracciati in Egitto dal grande eremita Antonio con una scelta di vita alla quale Atanasio fu sempre vicino. Sant’Antonio, con la sua forza spirituale, era la persona più importante nel sostenere la fede di sant’Atanasio. Reinsediato definitivamente nella sua sede, il Vescovo di Alessandria poté dedicarsi alla pacificazione religiosa e alla riorganizzazione delle comunità cristiane. Morì il 2 maggio del 373, giorno in cui celebriamo la sua memoria liturgica.
L’opera dottrinale più famosa del santo Vescovo alessandrino è il trattato su L’incarnazione del Verbo, il Logos divino che si è fatto carne divenendo come noi per la nostra salvezza. Dice in quest’opera Atanasio, con un’affermazione divenuta giustamente celebre, che il Verbo di Dio «si è fatto uomo perché noi diventassimo Dio; egli si è reso visibile nel corpo perché noi avessimo un’idea del Padre invisibile, ed egli stesso ha sopportato la violenza degli uomini perché noi ereditassimo l’incorruttibilità» (54,3). Con la sua risurrezione, infatti, il Signore ha fatto sparire la morte come se fosse «paglia nel fuoco» (8,4). L’idea fondamentale di tutta la lotta teologica di sant’Atanasio era proprio quella che Dio è accessibile. Non è un Dio secondario, è il Dio vero, e tramite la nostra comunione con Cristo noi possiamo unirci realmente a Dio. Egli è divenuto realmente «Dio con noi».
Tra le altre opere di questo grande Padre della Chiesa – che in gran parte rimangono legate alle vicende della crisi ariana – ricordiamo poi le quattro lettere che egli indirizzò all’amico Serapione, Vescovo di Thmuis, sulla divinità dello Spirito Santo, che viene affermata con nettezza, e una trentina di lettere «festali», indirizzate all’inizio di ogni anno alle Chiese e ai monasteri dell’Egitto per indicare la data della festa di Pasqua, ma soprattutto per assicurare i legami tra i fedeli, rafforzandone la fede e preparandoli a tale grande solennità.
Atanasio è, infine, anche autore di testi meditativi sui Salmi, poi molto diffusi, e soprattutto di un’opera che costituisce il best seller dell’antica letteratura cristiana: la Vita di Antonio, cioè la biografia di sant’Antonio abate, scritta poco dopo la morte di questo Santo, proprio mentre il Vescovo di Alessandria, esiliato, viveva con i monaci del deserto egiziano. Atanasio fu amico del grande eremita, al punto da ricevere una delle due pelli di pecora lasciate da Antonio come sua eredità, insieme al mantello che lo stesso Vescovo di Alessandria gli aveva donato. Divenuta presto popolarissima, tradotta quasi subito in latino per due volte e poi in diverse lingue orientali, la biografia esemplare di questa figura cara alla tradizione cristiana contribuì molto alla diffusione del monachesimo, in Oriente e in Occidente. Non a caso la lettura di questo testo, a Treviri, è al centro di un emozionante racconto della conversione di due funzionari imperiali, che Agostino colloca nelle Confessioni (VIII,6,15) come premessa della sua stessa conversione.
Del resto, lo stesso Atanasio mostra di avere chiara coscienza dell’influsso che poteva avere sul popolo cristiano la figura esemplare di Antonio. Scrive infatti nella conclusione di quest’opera: «Che fosse dappertutto conosciuto, da tutti ammirato e desiderato, anche da quelli che non l’avevano visto, è un segno della sua virtù e della sua anima amica di Dio. Infatti non per gli scritti né per una sapienza profana né per qualche capacità è conosciuto Antonio, ma solo per la sua pietà verso Dio. E nessuno potrebbe negare che questo sia un dono di Dio. Come infatti si sarebbe sentito parlare in Spagna e in Gallia, a Roma e in Africa di quest’uomo, che viveva ritirato tra i monti, se non l’avesse fatto conoscere dappertutto Dio stesso, come egli fa con quanti gli appartengono, e come aveva annunciato ad Antonio fin dal principio? E anche se questi agiscono nel segreto e vogliono restare nascosti, il Signore li mostra a tutti come una lucerna, perché quanti sentono parlare di loro sappiano che è possibile seguire i comandamenti e prendano coraggio nel percorrere il cammino della virtù» (93,5-6).
Sì, fratelli e sorelle! Abbiamo tanti motivi di gratitudine verso sant’Atanasio. La sua vita, come quella di Antonio e di innumerevoli altri Santi, ci mostra che «chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino» (Deus caritas est, 42).

E’ IN VIRTÙ DELLA CROCE CHE SI RICONOSCONO I CREDENTI DAGLI INCREDULI – GIOVANNI DAMASCENO,

http://www.clerus.org/clerus/dati/1999-03/16-2/LaCroceneiPadridellaChiesa.rtf.html

E’ IN VIRTÙ DELLA CROCE CHE SI RICONOSCONO I CREDENTI DAGLI INCREDULI

GIOVANNI DAMASCENO, ESPOSIZIONE DELLA FEDE ORTODOSSA, 4, 11

Il linguaggio della croce è follia per quelli che si perdono; per noi che ci salviamo, invece, potenza di Dio (1 Cor. 1, 18). L’uomo spirituale, infatti, « giudica ogni cosa » (1 Cor. 2, 15), mentre quello animale non accetta le cose dello Spirito (1 Cor. 2, 14). Follia è, infatti, quella di coloro che si rifiutano di credere e di riflettere sulla bontà e l’onnipotenza di Dio, indagando sulle realtà divine con le loro categorie umane e naturali, senza rendersi conto che tutto ciò che riguarda la divinità trascende la natura, la razionalità e la conoscenza. Se ci si domanda, infatti, il come ed il perché Iddio abbia creato dal nulla tutte le cose, e si cerca di scoprirlo con le sole facoltà razionali che la natura ci mette a disposizione, non si approda a nulla, giacché una scienza come questa è terrestre e diabolica. Tutto è semplice e lineare invece, ed il cammino è spedito per chi, condotto per mano, per cosi dire, dalla fede, va alla ricerca del Dio buono, onnipotente, vero, sapiente e giusto. Senza la fede, infatti, nessuno può salvarsi (cf. Eb 11, 6): è in virtù della fede che
tutte le cose, sia le umane che le trascendenti, acquistano significato e valore. Senza l’intervento della fede il contadino non ara il suo campo, il mercante non mette a repentaglio la sua vita, su di una piccola nave, fra le onde tempestose del mare; senza fede non si contraggono matrimoni né si porta a termine alcun’altra attività della vita. È la fede a farci comprendere come tutto sia stato creato dal nulla grazie alla potenza divina. Con la fede intendiamo correttamente ogni cosa, umana o divina che sia. La fede, insomma, è il consenso formulato senza riserve.
Tutte le opere ed i miracoli compiuti dal Cristo, dunque, appaiono manifestazioni grandiose, divine, straordinarie; la più strepitosa di tutte, però, è la sua venerabile croce. t grazie a questa, infatti, e non ad altro, che la morte fu sconfitta, il peccato del progenitore ricevette la sua espiazione, l’inferno venne spogliato, fu elargita la risurrezione; è stata la croce a guadagnarci la forza di disprezzare i beni del mondo e persino la morte, a prepararci il ritorno all’antica beatitudine, a spalancarci le porte del cielo; soltanto la croce del Signore nostro Gesù Cristo, infine, ha elevato l’umanità alla destra di Dio, promuovendoci alla dignità di suoi figli ed eredi. Tutto questo ci ha procurato la croce! Tutti noi, infatti, ricorda l’Apostolo, che siamo stati battezzati in Cristo, siamo stati battezzati nella sua morte (Rm. 6, 3). Tutti noi, battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo (Gal. 3,27). E Cristo, poi, è potenza e sapienza di Dio (1 Cor. 1, 24). Ecco, la morte di Cristo, cioè la croce, ci ha rivestito dell’autentica potenza e sapienza di Dio. La potenza di Dio, da parte sua, si manifesta nella croce, sia perché la forza divina, cioè la vittoria sulla morte, ci si è mostrata attraverso la croce; sia in quanto, allo stesso modo come i quattro bracci della croce si uniscono fra loro nel punto centrale, così pure, attraverso la potenza di Dio, si assimilano l’una con l’altra l’altezza e la profondità, la lunghezza e la larghezza: in altre parole, tutta la creazione, nella sua dimensione materiale come in quella invisibile.
La croce è stata impressa sulla nostra fronte come un segno, non diversamente dalla circoncisione per Israele. In virtù di questo segno, noi fedeli siamo riconosciuti e distinti dagli increduli. La croce è per noi lo scudo, la corazza ed il trofeo contro il demonio. È il sigillo grazie al quale l’angelo sterminatore ci risparmierà, come afferma la Scrittura (cf. Ebr. 11, 28). E lo strumento per risollevare coloro che giacciono, il puntello a cui si appoggia chi sta in piedi, il bastone degli infermi, la verga per condurre il gregge, la guida per quanti si volgono altrove, il progresso dei principianti, la salute dell’anima e del corpo, il rimedio di tutti i mali, la fonte d’ogni bene, la morte del peccato, la pianta della risurrezione, l’albero della vita eterna.
Questo legno davvero prezioso e degno di venerazione, perciò, sul quale Cristo si sacrificò per noi, deve giustamente divenire oggetto della nostra adorazione, giacché fu come santificato dal contatto con il santissimo corpo e sangue del Signore. Come pure si dovrà rivolgere la nostra devozione ai chiodi, alla lancia, agli indumenti ed ai santi luoghi nei quali il Signore si è trovato: la mangiatoia, la grotta, il Golgota che ci ha recato la salvezza, il sepolcro che ci ha donato la vita, Sion, roccaforte delle Chiese, e tutti gli altri… Se, infatti, ricordiamo con affetto, fra gli oggetti che son stati nominati, la casa ed il letto e la veste del Signore, quanto più dovranno esserci care, tra le cose di Dio e del Salvatore, quelle che ci hanno procurato anche la salvezza?
Adoriamo l’immagine stessa della preziosa e vivificante croce, di qualunque materia sia composta! Non intendiamo onorare, infatti. l’oggetto materiale (non sia mai!), bensì il significato ch’esso rappresenta, il simbolo, per così dire, di Cristo. Egli stesso, d’altronde, istruendo i suoi discepoli, ebbe a dire: Apparirà allora nel cielo il segno del Figlio dell’uomo (Mt. 24, 30), cioè la croce. Ed anche l’angelo che annunciò alle donne la risurrezione di Cristo disse: Voi cercate Gesù di Nazaret, il crocifisso (Mc. 16, 6). E l’Apostolo, da parte sua: Noi predichiamo, avverte, il Cristo crocifisso (1 Cor. 1, 23). Vi sono, infatti, molti Cristi e Gesù; uno solo, però, è il crocifisso. L’Apostolo, poi, non dice: « colui che è stato trafitto dalla lancia », bensì « il crocifisso ». Dobbiamo, perciò, adorare il simbolo del Cristo: ovunque, infatti, si troverà quel segno, lì sarà presente il Signore stesso. La materia di cui è composta l’immagine della croce, invece, anche se fosse d’oro o di pietre preziose, non è più degna di alcuna venerazione, una volta scomparsa, per qualsiasi motivo, la figura originaria. Tutti gli oggetti consacrati a Dio, perciò, noi li veneriamo in modo tale, da riferire alla persona divina il culto che osserviamo per essi.

 

2 GENNAIO: SAN GREGORIO NAZANZIENO, IL TEOLOGO Tra la pace del monastero e la lotta per la Chiesa

http://www.decanati.it/doc/nazianzeno.S.%20Gregorio%20Nazianzeno%20Poesie.pdf

2 GENNAIO: SAN GREGORIO NAZANZIENO,  IL TEOLOGO   Tra la pace del monastero e la lotta per la Chiesa

Gregorio nacque presso Nazianzo, nella Cappadocia nel 330. Era, come si dice un “filius senectutis”, arrivato un po’ tardi. I genitori, di famiglia nobile, lo accolsero come un vero dono di Dio. E la madre, sull’esempio di quella del profeta Samuele, lo consacrò subito a Dio. Il padre, dopo la conversione, era anche diventato vescovo della città. Per l’educazione di Gregorio i genitori scelsero le migliori scuole. Può veramente vantare un curricolo scolastico di prim’ordine: prima a Cesarea di Cappadocia (con Basilio), poi nella Cesarea di Palestina, quindi ad Alessandria, allora un grande centro culturale, e infine il grande salto verso la città della cultura per eccellenza:Atene (di nuovo con Basilio). Nel 361 il padre lo volle al suo fianco nel governo della diocesi. Accettò contro voglia di essere fatto prete, ma appena gli fu possibile tornò al monastero. Salvo poi venire in soccorso del padre il quale, inesperto teologicamente, aveva firmato una formula ariana. Intanto Basilio era diventato vescovo di Cesarea e dietro sua insistenza (e di suo padre) si lasci? consacrare vescovo di Sasima, un borgo non lontano da Nazianzo. Egli non ne prese mai possesso. Era troppo piccola per lui o quel paese non aveva bisogno di un vescovo? Forse un po’ tutte e due le ragioni. Morto il padre si ritirò di nuovo in un monastero, dando addio (come credeva lui) all’episcopato. Si sentiva fatto per la vita monastica non per la carriera ecclesiastica.  Aveva infatti scritto: “Niente mi sembra più meraviglioso che riuscire a far tacere tutti i sensi, e, rapito lontano da essi, dalla carne e dal mondo, rientrare in me stesso e restare in colloquio con Dio ben oltre le cose visibili”. Questo ardentemente voleva e questo quotidianamente sognava il nostro Gregorio. Ma la storia (o meglio lo Spirito Santo, che conduce la sua Chiesa) bussò di nuovo alla sua porta. Questa volta attraverso una delegazione di cattolici da Costantinopoli disperatamente alla ricerca di un … vescovo. Poverini: erano un piccolo gregge in un mare di seguaci dell’eresia ariana. Pochi ma buoni e … tosti, infatti non si arrendevano. Volevano una guida. E nella “top list” c’era proprio … lui, Gregorio. Volevano una personalità di prestigio culturale, e l’avevano trovato, grazie a Dio e a … Basilio. Questi lo esortò con molta forza ad accettare perché» ne andava di mezzo l’ortodossia. Con Gregorio gli ariani avrebbero avuto pane per i loro denti. E le componente narcisistica? Probabilmente tra le preponderanti motivazioni teologico-pastorali (e amicali) che lo convinsero c’era anche questa. Finalmente una sede degna della sua preparazione culturale. Altro che Sasima, borgo non certamente dal richiamo irresistibile. Qui c’era la corte imperiale, questa era la seconda Roma. Siamo nell’anno 379. Ma il suo narcisismo ebbe subito un smacco: di accoglienza trionfale nemmeno l’ombra, anzi gli fu impedito addirittura di entrare nella cattedrale di Santa Sofia. Dovette accontentarsi di una piccola cappella, che egli ribattezzò Anastasis (cioè Resurrezione). Qui i cattolici della città avevano finalmente un punto di riferimento affettivo ed effettivo, spirituale e culturale. Fu proprio qui che Gregorio tenne i suoi famosi 5 Sermoni sulla Trinità. Limpida dottrina, eloquenza travolgente, entusiasmo tra i fedeli alle stelle. La sua fama crebbe enormemente tanto da ribaltare la situazione . Il nuovo imperatore, Teodosio, cattolico, lo accompagnò solennemente a Santa Sofia, acclamato con entusiasmo dal popolo. Tutte le difficoltà finite finalmente? Non proprio. Dio, il sospiro di ogni creatura Due anni dopo Teodosio stesso convocò un Concilio a Costantinopoli (381). E qui Gregorio fece una mossa a sorpresa. Sapendo che alcuni vescovi dubitavano della sua legittimità come vescovo di Costantinopoli, diede con umiltà (e sincerità) le dimissioni. Ma all’unanimità i padri conciliari le respinsero e anzi, morto il moderatore del concilio Melezio di Antiochia, lo elessero presidente dell’assemblea. Tutti poterono ascoltare e ammirare il suo pensiero teologico, specialmente sulla Trinità e nella Cristologia. Gregorio difese con energia la formula neo nicena che affermava “l’articolazione trinitaria di una sostanza (ousia) divina in tre ipostasi sussistenti e collocate al medesimo livello, onore e dignitá: rispetto a Basilio, Gregorio imposta meglio la caratterizzazione delle note individuali che specificano una ipostasi rispetto all’altra…” (M. Simonetti). In campo cristologico difese energicamente (contro varie eresie) l’idea che “Cristo, al fine di redimere l’uomo nella sua totalità, ha assunto l’uomo nella sua totalità, perciò anche l’anima razionale, perché» altrimenti l’uomo non sarebbe stato integralmente salvato”. Affermò inoltre con forza “in Cristo l’unità del soggetto, con pieno equilibrio tra esigenza divisiva (due nature) e unitiva ( un solo soggetto)” (M. Simonetti). La formula sarà perfezionata poi con il Concilio di Calcedonia nel 451. Ma altre difficoltà vennero a Gregorio proprio dalla continuazione del Concilio. Erano sopraggiunti infatti altri vescovi, a quanto sembra pi_ giovani ma meno teologi, più clericalmente “politicizzati” e quindi meno equilibrati. Questi posero di nuovo la questione della sua legittimitá sulla sede di Costantinopoli. Il nostro non sopportò questo nuovo affronto. I suoi nervi cedettero e diede di nuovo le dimissioni (aveva la segreta speranza che venissero di nuovo respinte? Forse sœ, data la componente narcisistica non ancora defunta, a giudicare dalle espressioni di delusione che ebbe dopo). Gregorio aveva detto che nel Concilio “i più giovani cinguettavano come uno stormo di gazze e si accanivano come una sciame di vespe” e “i vecchi si guardavano bene dal moderali”. Parole dure, forse esagerate, dettate dalla delusione. Gregorio comunque pronunciò il suo solenne addio all’assemblea conciliare e se ne tornò a Nazianzo, frustrato e scoraggiato, deluso e invocante ‘sorella morte’. Scrisse infatti: “C’è una sola via di uscita ai miei mali: la morte. Ma anche l’aldilà mi fa paura, se devo giudicarlo dall’aldiqua”. Accettò tuttavia il governo della diocesi che fu di suo padre, in attesa che trovassero un altro vescovo. In una delle sue poesie teologiche aveva scritto a Dio: “Sii, benigno, Tu, l’al di lá di tutto”. E Dio accoglieva tra le sue braccia di Padre questo suo figlio e servo fedele che l’aveva descritto, servito e cantato in poesia con tanto amore e intelligenza. Correva l’anno 390.

 MARIO SCUDU SDB    Dio ti chiede solo amore Riconosci l’origine della tua esistenza, del respiro, dell’intelligenza, della sapienza, ci? che più conta, della conoscenza di Dio, della speranza del Regno dei cieli, dell’onore che condividi con gli angeli, della contemplazione della gloria, ora certo come in uno specchio e in maniera confusa, ma a suo tempo in modo più pieno e più puro. Riconosci, inoltre, che sei divenuto figlio di Dio, coerede di Cristo e, per usare un’immagine ardita, sei lo stesso Dio! Donde e da chi vengono a te tante e tali prerogative? Se poi vogliamo parlare di doni più umili e comuni, chi ti permette di vedere la bellezza del cielo, il corso del sole, i cicli della luce, le miriadi di stelle e all’armonia ed ordine che sempre si rinnovano meravigliosamente nel cosmo, rendendo festoso il creato come il suono di una cetra? Chi ti concede la pioggia, le fertilità dei campi, il cibo, la gioia dell’arte, il luogo della tua dimora, le leggi, lo stato, e aggiungiamo, la vita di ogni giorno, l’amicizia e il piacere della tua parentela?… Fu Dio. Ebbene, egli in cambio di tutto ci? che cosa ti chiede? L’amore. Richiede da te continuamente innanzitutto e soprattutto l’amore a lui e al prossimo. L’amore verso gli altri egli lo esige al pari del primo  (Dal Discorso 14 Sull’amore verso i poveri)   Cristo è sulla terra, gridate la vostra gioia Cristo è nato, rendetegli onore. Cristo è disceso dai cieli, venite a incontrarlo; Cristo è sulla terra, gridate la vostra gioia. Canta al Signore tutta la terra. Anch’io proclamerò la grandezza di questo giorno: l’immateriale si incarna, il Verbo si fa carne; l’invisibile si mostra agli occhi; colui che le nostre mani non possono raggiungere può ora essere toccato, l’intemporale ha un inizio, il Figlio di Dio diventa Figlio dell’uomo: E’ Gesù Cristo colui che ieri, oggi e nei secoli è per sempre. Ecco dunque la solennità che celebriamo: l’arrivo di Dio presso gli uomini, perché noi possiamo andare a Dio piuttosto o più esattamente, perché noi ritorniamo a Lui…  (Dal Sermone sulla teofania) Tu, l’al di là di tutto Tu sei l’al di là di tutto … Tutte le cose ti cantano… Comuni sono i desideri, di ogni essere creato. Comuni i gemiti che tutt’attorno ti circondano. Te chiama con supplice preghiera, il tutto. A te è diretto un inno di silenzio: lo pronunciano tutti gli esseri che contemplano il tuo ordine. E’ per te solo che tutto permane. E’ per te solo che tutto si muove, del moto universale. E di ogni cosa Tu sei il compimento: uno, tutto, nessuno, anche se non sei nè unico nè tutti.. Sii benigno, Tu, l’aldilà di tutto …  (Poesie I.1.29)    

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