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GIONA

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GIONA

di d. Divo Barsotti

Quello che Dio chiede è davvero molto: è un’impresa rispondere. Si capisce come questo pover’uomo di Giona cerchi di fuggire; tutti facciamo così. E Giona scappò. Mosè aveva cercato di contrattare con Dio, e Dio lo vinse; con Giona Dio vincerà nonostante la sua fuga. Mosè cercò delle ragioni per scansare la vocazione divina, per rinunciare alla missione che Dio gli voleva affidare. Non so parlare…, e poi ancora, a corto di argomenti: Mandaci chi vorrai… (Cf. Es. 4,10-13). Giona non risponde nemmeno, anzi risponde immediatamente fuggendo. Il libro ispirato non riporta alcuna risposta in parole del profeta; l’unica risposta è la fuga.
Bisogna salvarsi; bisogna fuggire quanto prima, non aspettare… non aspettare che il Signore ci parli! Appena accenna una parola, bisogna fuggire dalla sua faccia! Ma dove fuggire? Dove?… Dio è terribile se tu soltanto lo ascolti! La cosa migliore è fuggire subito, perché da lui non ti salvi! Il demonio qualche cosa ti lascia; tutti ti lasciano qualcosa; per questo è più facile rispondere a tutti che rispondere a Dio. Dio non ti lascia nulla, ti brucia.
E Giona lo sapeva! ‘Devo andare a Ninive, io, a parlare di queste cose… Proprio io, ci devo andare! Diglielo tu se ti piace…. Vuoi proprio usare di questa povera creatura umana che sono io per fare delle cose così gravi, annunciare delle verità così pesanti e dolorose?’ Pareva dire Giona al Signore. Veramente, il Signore scomoda troppo! Sarebbe così facile a lui non metterci tanto a repentaglio, non esigere troppo da noi! Perché vuole proprio attraverso di noi, far delle cose che noi non faremmo mai, anche se potessimo e tanto meno le vogliamo fare nella previsione di quel che ci aspetta?…
Va’! – Dice Dio – e la risposta di Giona è una sola: Giona si mette subito in cammino: sembra dunque che la risposta sia pronta come quella di Abramo. Diceva Dio ad Abramo: esci dalla tua famiglia. Anche lui, Giona, va; ma, aggiunge subito il testo sacro, va per fuggire a Tarsis, lontano da Jahweh. Pover’uomo! Se il Signore lo mandava a Ninive, già questo diceva non soltanto il dominio di Dio su tutta la terra, ma diceva anche che Dio si interessava, con una provvidenza specialissima, di ogni popolo; Dio era vicino a ciascun popolo, Dio è colui che dimora ovunque. Egli tutto riempie di sé.
Lo sapeva Giona? Lo sapeva e non lo sapeva. A proposito di questo, dicono i commentatori che l’espressione lontano da Jahweh non vuol dire che l’autore ispirato ritenga che Dio dimori soltanto nella terra d’Israele. Certo, l’autore ispirato non intende questo; eppure, io non escludo che l’espressione voglia significare precisamente che il profeta volesse andare lontano da Jahweh. L’autore comincia già a burlarsi un po’ d’Israele e dei suoi profeti! Giona credeva di scappare da Dio. Ma come si può scappare? Dice il salmo 139: Dove fuggirò lontano da te? Se salgo in alto tu sei là; se discendo negli abissi, là ti trovo, se prendo le penne dell’aquila e fuggo al di là dei mari, io non fuggo ancora da te; e se entro nella notte, la notte si fa come giorno. E’ impossibile fuggire dalla presenza di Dio, ovunque egli è.
Ma quello che dice precisamente la rivelazione, non era quello che credeva questo povero ebreo: credeva, in fondo, di potersi difendere di fronte alle esigenze divine. L’insistere stesso dell’espressione al termine della frase indica già la volontà dell’autore ispirato di burlarsi di Israele. Tutto il libro di Giona sembra voglia canzonare i profeti che si lamentano di Dio, Israele che non sa accettare il piano divino. E’ una cosa meravigliosa in tutta la Bibbia, questo piccolo libro, tanto diverso dagli altri, e così grande!
Lontano da Jahweh. Povero Giona! Vuol andare lontano da Jahweh, ma come fa?… L’uomo tenta sempre la fuga, e non è questa la vita di ciascuno di noi quando Dio chiama? Fintanto che Dio non chiama, si frequenta la Chiesa, si sta vicini al Signore, magari si desidera anche di fare una vita pia; ma quando il Signore ci prende sul serio e ci parla, allora davvero nasce la paura; cresce la paura quando egli si avvicina, perché Dio è fuoco e ci sentiamo bruciare. Non si avvicina impunemente il Signore ad un’anima! Siamo almeno scottati, se non siamo bruciati, e noi cerchiamo di difenderci, quasi che possa esservi difesa di fronte a un Dio cui nulla resiste. Tu fuggi: dove? Tu fuggi: come? Pensa Giona: “Se egli mi chiama a Ninive, Ninive è a Oriente, io andrò a occidente, metterò fra Ninive e me tutto il mare e tutto il deserto”. Tra Ninive e te puoi mettere il mare e il deserto, ma tra te e Dio che cosa metterai? Questo è l’importante. Tra te e quello che il Signore ti comanda puoi mettere il mare, il deserto, ma tra te e Dio che cosa puoi mettere? Dio viene con te, è in te, per glorificarti o per condannarti. Comunque, in ogni modo ti brucia. Di fatto, Giona mette fra sé e Ninive il mare, il deserto, ma non può mettere nulla fra sé e Dio. Dio lo trova ovunque egli vada. E Dio lo colpisce, lo raggiunge più di quanto non l’avrebbe raggiunto se egli avesse obbedito…
Chissà — dice il re — che Dio non si penta… Si ripete la scena descritta dal libro di Geremia, cui certamente si ispira poi il libro di Giona. Là viene letto il libro degli oracoli di Geremia al re di Giuda, Joaquim, e Joaquim non ascolta, anzi brucia il rotolo nel quale sono scritti gli oracoli; qui il re di Ninive invece ascolta e fa penitenza. Così Dio ora si pente della distruzione che aveva detto di fare, e salva la città.
Aveva detto Geremia: Chissà che quelli della casa di Giuda, sentendo tutto il male che io penso di far loro, si ravvedano ritraendosi ciascuno dalla sua via perversa ed io abbia a perdonare la loro iniquità e il loro peccato (Ger. 36,3). In Geremia il testo esprime la speranza di Dio, nel libro di Giona la speranza dell’uomo. Dio rimane libero di fronte a noi; noi non possiamo legarlo. Chissà, dice il re. L’uomo si sente sospeso, non può poggiare su nulla, nemmeno sul suo pentimento, ma sulla sola libertà d’amore di Dio. L’uomo non può avere mai sicurezza in se stesso; la sua sicurezza non può riposare che nella libertà di un amore infinito. Ma come facciamo ad avere una sicurezza nella sua libertà?
Chissà che Dio non si penta. E’ questo chissà che salva la vita religiosa, perché se non ci fosse questo “dubbio”, tutto tornerebbe in un piano di pura giustizia. L’uomo deve rimettersi a un Dio che rimane mistero: ma rimane mistero d’amore. Anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore, scrive Giovanni (1Gv.3,20).
Questo chissà apre il cuore a una speranza; non lo angustia, non lo chiude nel terrore, lo dilata invece in una speranza viva. Dio è libero, ma è libero perché è l’amore; non libero in quanto ti condanna, ma libero perché, nonostante tutto, ti ama, perché ti amerà sempre e il suo amore troverà le vie per salvarti anche contro di te. Non certo nel senso che egli ti salverà anche rimanendo tu peccatore, ma egli troverà il modo perché tu non lo sia più, perché la tua volontà si pieghi ad accettare il suo perdono, anzi ad invocarlo.
Per il cristiano che sa che la libertà di Dio è soltanto una libertà di amore, l’incertezza è vinta, l’incertezza dell’uomo si cangia in un abbandono perfetto. Il tuo abbandono non lo lega, anzi scioglie il suo amore.
Quando Dio vide le loro azioni, si erano infatti convertiti dalla loro cattiva condotta, si sentì impietosito… Il pentimento precede il perdono di Dio? E’ perché Dio ha pietà di te, che tu ti penti. In fondo, sono un gioco divino tutta la storia, tutta la nostra vita. Il Signore gioca: all’ultimo non rimane che l’amore di Dio. Lotta con te tutta la notte per poi vincerti al mattino, mentre poteva vincerti fin dall’inizio. Dio è come un fanciullo; lo vide così l’Eckhart in una visione: vide un bimbo nudo entrare nella sua stanza a porte chiuse. “Chi sei, da dove vieni?” Dio è un bambino, come l’ha visto un giorno Claudel a Parigi in Notre-Dame. Dio non ha neppure un giorno, egli è la giovinezza eterna. Proprio perché è un bambino si diverte a giocare. Che delusione per gli uomini seri della vita religiosa… Egli sempre disfa i loro piani e li delude. Il Signore chiede anche a noi questa fanciullezza, perché la vita non è, in fondo, che un gioco d’amore. Ti chiede il pentimento, ma è lui che te lo dà; prima ancora che tu ti pentissi, Dio ha avuto compassione di te. Quando Giona è andato a Ninive credeva di andare a portare la condanna e, invece, Dio lo mandava a portare la salvezza. Dietro il profeta irato veniva Dio, per una festa di amore.
Così Dio ci parla d’amore in un linguaggio d’ira e di condanna; sotto il segno del rimprovero ci parla d’amore… Si sentì impietosito, Dio, riguardo al male che aveva minacciato di fare loro, e non lo fece. L’aveva detto e invece non lo fa; l’aveva detto sul serio?… Dio sotto l’apparenza della condanna cela un dono di amore, tanto che tu stesso che pure speravi in questo amore, ne rimani sconcertato. Credo che i niniviti, dopo, forse non credettero all’amore di Dio. Davvero questo amore era incomprensibile, strano. Come Dio li lascia in pace? Il castigo era giusto ed è così poco quello che loro ha chiesto! Dio ama così.

 

I SALMI E I CANTICI : Is 42,10-16 – GIOVANNI PAOLO II (2003)

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/04-05/7-Isaia_42.html

I SALMI E I CANTICI : Is 42,10-16  – GIOVANNI PAOLO II (2003)

CANTIAMO AL SIGNORE VITTORIOSO

All’interno del libro che porta il nome del profeta Isaia, gli studiosi hanno identificato la presenza di diverse voci, poste tutte sotto il patronato del grande profeta vissuto nell’ottavo secolo a.C. È il caso del vigoroso inno di gioia e di vittoria, che si proclama al lunedì della quarta settimana del Salterio. Gli esegeti lo riferiscono al cosiddetto Secondo Isaia, un profeta vissuto nel sesto secolo a.C., al tempo del ritorno degli Ebrei dall’esilio di Babilonia. L’inno si apre con un appello a «cantare al Signore un canto nuovo» (cf Is 42,10), proprio come accade in altri Salmi (cf 95,1 e 97,1). La «novità» del canto a cui invita il profeta si rifà certamente all’aprirsi dell’orizzonte della libertà, quale svolta radicale nella storia di un popolo che ha conosciuto l’oppressione e il soggiorno in terra straniera (cf Sal 136).

Lo spazio divino La «novità» ha spesso nella Bibbia il sapore di una realtà perfetta e definitiva. È quasi il segno del sorgere di un’èra di pienezza salvifica che sigilla la storia travagliata dell’umanità. Il Cantico di Isaia presenta questa alta tonalità, che ben s’adatta alla preghiera cristiana. Ad elevare al Signore un «canto nuovo» è invitato il mondo nella sua globalità che include terra, mare, isole, deserti e città (cf Is 42,10-12). Tutto lo spazio è coinvolto con i suoi estremi confini orizzontali, che comprendono anche l’ignoto, e con la sua dimensione verticale, che parte dalla pianura desertica, ove si trovano le tribù nomadi di Kedar (cf Is 21,16-17), e ascende fino ai monti. Lassù si può collocare la città di Sela, da molti identificata con Petra, nel territorio degli Edomiti, una città posta tra i picchi rocciosi. Tutti gli abitanti della terra sono invitati a formare come un immenso coro per acclamare il Signore con esultanza e dargli gloria.

La storia nelle mani di Dio Dopo il solenne invito al canto (cf vv. 10-12), il profeta fa entrare in scena il Signore, rappresentato come il Dio dell’Esodo, che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù egiziana: «Il Signore avanza come un prode, come un guerriero» (v. 13). Egli semina il terrore tra gli avversari, che opprimono gli altri e commettono ingiustizia. Anche il cantico di Mosè dipinge il Signore durante la traversata del Mar Rosso come un «prode in guerra», pronto a stendere la sua destra potente e ad atterrire i nemici (cf Es 15,3-8). Col ritorno degli Ebrei dalla deportazione di Babilonia si sta per compiere un nuovo esodo e i fedeli devono essere certi che la storia non è in mano al fato, al caos, o alle potenze oppressive: l’ultima parola spetta al Dio giusto e forte. Cantava già il Salmista: «Nell’oppressione vieni in nostro aiuto perché vana è la salvezza dell’uomo» (Sal 59,13).

Il silenzio di Dio Entrato in scena, il Signore parla e le sue parole veementi (cf Is 42,14-16) intrecciano giudizio e salvezza. Egli comincia con il ricordare che «per molto tempo» ha «fatto silenzio», cioè non è intervenuto. Il silenzio divino è spesso motivo di perplessità per il giusto e persino di scandalo, come attesta il lungo grido di Giobbe (cf Gb 3,1-26). Tuttavia non si tratta di un silenzio che indica un’assenza, quasi che la storia sia lasciata in mano ai perversi e il Signore rimanga indifferente e impassibile. In realtà, quel tacere sfocia in una reazione simile al travaglio di una partoriente che s’affanna, sbuffa e urla. È il giudizio divino sul male, raffigurato con immagini di aridità, distruzione, deserto (cf v. 15), che ha come meta un risultato vivo e fecondo. Infatti, il Signore fa sorgere un mondo nuovo, un’èra di libertà e di salvezza. A chi era cieco vengono aperti gli occhi perché goda della luce che sfolgora. Il cammino si fa agile e la speranza fiorisce (cf v. 16), rendendo possibile continuare a confidare in Dio e nel suo futuro di pace e di felicità.

Vedere Dio nella storia Ogni giorno il credente deve saper scorgere i segni dell’azione divina, anche quando essa è nascosta dal fluire, apparentemente monotono e senza meta, del tempo. Come scriveva uno stimato autore cristiano moderno, «la terra è pervasa da un’estasi cosmica: c’è in essa una realtà e una presenza eterna che, però, normalmente dorme sotto il velo dell’abitudine. La realtà eterna deve ora rivelarsi, come in un’epifania di Dio, attraverso tutto ciò che esiste» (R. Guardini, Sapienza dei Salmi, Brescia 1976, p. 52). Scoprire, con gli occhi della fede, questa presenza divina nello spazio e nel tempo, ma anche in noi stessi, è sorgente di speranza e di fiducia, anche quando il nostro cuore è turbato e scosso «come si agitano i rami del bosco per il vento» (Is 7,2). Il Signore, infatti, entra in scena per reggere e giudicare «il mondo con giustizia e con verità tutte le genti» (Sal 95,13).

Giovanni Paolo II – L’Osservatore Romano, 3-04-2003

BRANO BIBLICO SCELTO – ISAIA 40,1-5.9-11

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%2040,1-5.9-11

BRANO BIBLICO SCELTO – ISAIA 40,1-5.9-11

1 « Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. 2 Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati ». 3 Una voce grida: « Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. 4 Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato ». 9 Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: « Ecco il vostro Dio! 10 Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. 11 Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri ».

COMMENTO Isaia 40,1-5.9-11 Il lieto annunzio del ritorno   Il testo preso in esame è l’introduzione al libro della Consolazione di Israele, detto anche Deuteroisaia perché costituisce la seconda parte del libro che porta il nome del grande profeta (cc. 40-55). L’ambiente non è più quello dell’antico regno di Giuda, in cui è vissuto e ha operato Isaia (sec. VIII), ma quello degli esuli giudei che si trovano in esilio a Babilonia, quando questo regno sta ormai cadendo sotto i colpi dei persiani guidati da Ciro (538). Questo brano si presenta non come una composizione unitaria, ma piuttosto come una piccola antologia di diversi oracoli riguardanti la fine dell’esilio e il ritorno degli esuli a Gerusalemme: la consolazione di Israele (vv. 1-2); il nuovo esodo (vv. 3-5); l’efficacia della parola di Dio (vv. 6-8); il lieto annunzio (vv. 9-11).

La consolazione di Israele (vv. 1-2) Il testo si apre con un oracolo nel quale Dio stesso esorta a «consolare» il suo popolo. Questo invito viene rivolto non tanto al profeta, il quale si limita a registrare le parole di JHWH, quanto piuttosto ad anonimi araldi i quali sono inviati a tutto il popolo (v. 1). Nel versetto successivo appare che il messaggio è indirizzato direttamente a Gerusalemme, la città santa, personificazione del popolo giudaico, e forse non senza un riferimento specifico ai giudei che hanno vissuto la tragedia dell’esilio pur restando nella terra dei padri. I messaggeri devono parlare al «cuore» di Gerusalemme (v. 2a). Il cuore indica il centro della persona, dove hanno luogo le scelte determinanti per la vita: perciò «parlare al cuore» di Gerusalemme significa annunziarle che la sua esistenza è profondamente trasformata perché JHWH ha deciso di  ripristinare quel legame d’amore che univa lo univa al suo popolo (cfr. Os 2,16). Il motivo della consolazione di Gerusalemme consiste nel fatto che «è finita la sua schiavitù, è scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati» (v. 2b). È dunque terminato il servizio coatto a cui erano sottoposti i suoi abitanti condotti in esilio dai babilonesi. Il popolo che si era allontanato da Dio ha ormai scontato ampiamente la pena dovuta alla sua iniquità (cfr. Lv 26,41.43), ha ricevuto un doppio castigo per i suoi peccati, cioè in termini di sofferenza ha pagato un prezzo persino superiore alle sue colpe. In sintonia con tutta la predicazione profetica il castigo viene attribuito a Dio stesso, anche se la causa immediata sono state le vicende politiche di un travagliato periodo storico. Tra breve il popolo sarà dunque liberato, con un gesto gratuito di misericordia, dallo stesso Dio che aveva dovuto intervenire con una dura punizione. Per gli esuli è giunto il momento del ritorno nella città santa, rappresentata come la sposa infedele che JHWH riprende con sé dopo una punizione esemplare (cfr. Ez 16; 23; Os 2,16; Is 49,14-26; 51,17-52,12; 54,1-17).

Il nuovo esodo (vv. 3-5) Il profeta comunica ora quanto dice «una voce», cioè un anonimo messaggero di Dio, il quale ordina di preparare nel deserto una strada perché in essa possa passare JHWH. Egli aveva guidato un giorno il suo popolo fuori dell’Egitto camminando alla sua testa sotto forma di colonna di fuoco di notte e di colonna di nubi durante il giorno (Es 13,20-22; 14,17), poi aveva posto la sua dimora nel santuario (Es 40,34) e infine nel tempio di Gerusalemme (2Re 8,10-11), ma lo aveva abbandonato a motivo dei peccati del popolo (Ez 10,18; 11,22-23). Ora egli sta per ritornare nella città santa e nel tempio alla testa del suo popolo dopo averlo liberato dall’oppressione babilonese (v. 3). La preparazione consiste nel colmare ogni valle, nell’abbassare monti e colli e nel trasformare il terreno accidentato e scosceso in pianura (v. 4). Fuori metafora ciò significa che l’evento del ritorno richiederà un profondo cambiamento nella mentalità di tutti i giudei, guidato e illuminato dalla predicazione profetica che non era mai venuta meno durante tutto il tempo dell’esilio. La religione di Israele in questo periodo è cambiata e dovrà ancora cambiare in profondità, coinvolgendo in questa trasformazione anche coloro che erano rimasti nella madre patria e avevano continuato nelle pratiche sincretistiche dei loro padri. Proprio l’incapacità da parte di costoro di accettare il nuovo di cui i rimpatriati erano portatori provocherà tutta una serie di tensioni che renderanno difficile la restaurazione del popolo di Dio. Il ritorno degli esuli comporterà una meravigliosa rivelazione della gloria di Dio: «Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato» (v. 5). Il termine «gloria» (kabôd) indica il fulgore che nell’immaginazione popolare accompagna la manifestazione di Dio. La gloria è la forma visibile e luminosa sotto cui Dio si era manifestato più volte nell’esodo (cfr. per es. Es 16,7.10; 24,16-17) e aveva preso dimora prima nella tenda (Es 40,34) e poi nel tempio di Gerusalemme (1Re 8,11). Vedere la gloria del Signore significa sperimentare in prima persona gli effetti dell’intervento divino. Ora la rivelazione della gloria di Dio sarà disponibile non solo agli israeliti, ma a tutti gli uomini. Secondo il Deuteroisaia l’evento del ritorno avrà una forte connotazione universalistica: tutti i popoli saranno coinvolti in esso, se non altro come spettatori che partecipano intimamente a quanto si svolge sotto i loro occhi. Nei successivi vv. 6-9 si dice che l’uomo è come l’erba che dissecca, mentre la parola di Dio dura per sempre. Dio dunque è più potente degli oppressori del suo popolo (cfr. Is 51,12), e anche del suo popolo peccatore: la sua promessa di liberazione perciò si attuerà infallibilmente. Questo concetto, che viene ripreso nella conclusione del libro (cfr. 55,10-11), rappresenta una delle idee chiave del libro.

Il lieto annunzio (vv. 9-11) Nuovamente viene chiamato in scena un araldo che viene inviato con un compito specifico: «Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: Ecco il vostro Dio!» (v. 9). L’araldo deve annunziare a Gerusalemme e alle città di Giuda il ritorno di JHWH alla testa degli esiliati. Egli è designato come «colui che reca liete notizie» (mebasseret): da questa espressione, tradotta in greco «colui che evangelizza» (euangelizomenos) deriverà il termine «vangelo», con cui i primi cristiani designeranno la predicazione di Gesù. Il Signore che ritorna alla testa del suo popolo è poi presentato con due immagini. La prima è quella del re potente e vittorioso, che ritorna dalla guerra portando con sé il bottino tolto ai nemici (v. 10): questo rappresenta il popolo stesso che JHWH ha sottratto alla dominazione straniera. La seconda immagine è quella del pastore che guida il suo gregge (cfr. Sal 23; Ez 34), lo raduna, lo fa pascolare, porta sulle spalle gli agnellini e ha cura delle pecore madri (v. 11).

Linee interpretative Nell’introduzione del Deuteroisaia sono indicati in modo significativo i grandi temi del libro: la fine dell’esilio, visto come un duro castigo per i peccati del popolo, il nuovo esodo, l’esigenza di una preparazione da parte del popolo, l’efficacia della parola di Dio, l’universalismo della salvezza. Dio viene presentato con immagini diverse: condottiero, marito, pastore. Tutto il brano esprime meraviglia, gioia ed esaltazione per la svolta improvvisa che sta prendendo la storia della salvezza. Il messaggio fondamentale di questo poema è la fiducia nel Dio che dirige gli eventi della storia umana piegandoli a quelli che sono i suoi piani di salvezza. Anche quando sembra che le vicende umane sfuggano al suo controllo, Dio non rinunzia al suo potere e non viene meno alle sue promesse. L’importante per l’uomo è di saper vedere la sua gloria quando si manifesta. Il profeta è convinto che il momento del ritorno segni l’attuazione delle grandi profezie che alla vigilia dell’esilio preannunziavano la trasformazione escatologica del popolo di Dio (Ger 31,31-34; Ez 36,25-27; Dt 30,6). Il tema del castigo è ancora presente, ma passa ormai in secondo piano: il popolo aveva un debito che doveva essere pagato, e di fatto ha scontato amaramente per le sue colpe, ma in realtà la salvezza è frutto di un intervento gratuito di Dio. Purtroppo la restaurazione del popolo non si verificherà con la pienezza annunziata, ma le immagini elaborate in questo momento entusiasmante serviranno per delineare la futura salvezza, rinviata ormai agli ultimi tempi.

LIBRO DI ISAIA 35, 4-7A – COMMENTO DI MARIE-NOËLLE THABUT,

http://www.eglise.catholique.fr/approfondir-sa-foi/la-celebration-de-la-foi/le-dimanche-jour-du-seigneur/commentaires-de-marie-noelle-thabut/

(traduzione Google dal francese)

COMMENTO DI MARIE-NOËLLE THABUT, 6 SETTEMBRE 2015

PRIMA LETTURA – LIBRO DI ISAIA 35, 4-7A

VENDETTA DI DIO: EGLI VIENE A SALVARCI

Ascoltando questo testo, due parole ci hanno sorpreso, forse, o addirittura scioccato: la vendetta di Dio e la vendetta di Dio: « Ecco il vostro Dio: è la La vendetta è in arrivo, la mano di Dio.  » Diciamo subito, non erano affatto lo stesso significato qui che nel nostro linguaggio quotidiano del ventunesimo secolo!
Per capire, li dobbiamo mettere in contesto: io leggerò l’intera frase « Coraggio, non temete: ecco, il tuo Dio, è in arrivo la vendetta, la vendetta di Dio. Egli viene se stesso e vi salverà « ; il che significa che la mano di Dio è quello di salvarci. Idealmente, sarebbe scrivere: « Qui è la mano di Dio ( » punti « ) arriva lui e ti salverà »,
dovremmo anche dire « questa è la vendetta di Dio ( » due punti « ) che . si viene a salvarvi
« e tutto il resto del testo, sono promesse: le promesse di guarigione, recupero per i ciechi, i sordi, i muti, gli storpi … » Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e vuoto, così lo zoppo salterà come la bocca di un cervo e grido muto di gioia.
« Promesse, soprattutto a casa per gli esuli: i seguenti versi che noi non leggiamo Domenica far luce sul contesto: » Torneranno i prigionieri redenti (vale a dire « liberato ») da Lord arrivano a Gerusalemme in un clamore di gioia, felicità senza fine illuminare i loro volti; unire la gioia e felicità, il dolore e denuncia fuggiranno. « In effetti, quando Isaia parla queste parole, il popolo di Israele è in esilio a Babilonia, dopo aver sperimentato gli orrori dell’assedio di Gerusalemme dagli eserciti di Nabucodonosor.
Cinquanta anni di esilio, abbastanza per perdersi di coraggio. Non è un caso che Isaia disse loro: « Dite alle persone che in preda al panico:. Siate forti, non temete »
Cinquant’anni durante i quali abbiamo sognato questo ritorno, non osando credere. E ora il profeta annuncia il ritorno a casa, ha detto: « Dio vi salverò », vale a dire « rilasciare ». Per tornare a casa, il modo più diretto tra Babilonia e Gerusalemme attraverso il deserto arabo; ma questa volta nel deserto, Isaia lo descrive come una marcia trionfale in un vero paradiso:
il deserto si rallegrerà, il luogo solitario si rallegreranno e grida di gioia, egli « jubilera », dice ancora il testo ebraico nei versi precedenti il brano che letto oggi; qui, insiste: «L’acqua sgorgare nel deserto, scorreranno torrenti nella terre aride. I paesi torride si trasformeranno nel lago; la terra della sete, in acque zampillanti. « ! Significa la risonanza di queste parole in una terra di siccità e di sete!
E questa è la vendetta di Dio! Con bevanda avrà più sete; meglio ancora, gli umiliati può sollevare la testa! « Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e orecchi sordi. Allora lo zoppo salterà come la bocca di un cervo e grido muto di gioia.
« E ‘è un senso estremamente positivo della parola » vendetta « ; per l’uomo della Bibbia, è chiaro che Dio non ci vendetta, non ci vuole vendetta contro di noi, ma contro il male ci accade, ci abisso; la vendetta è di darci la nostra dignità. Questa è la gloria di Dio.

ALLA SCOPERTA DEL VERO VOLTO DI DIO
Ma va detto che non sempre ha pensato così! Il testo di Isaia è abbastanza tardi nel racconto biblico; ci è voluto un bel po ‘rivelazione strada per arrivarci. All’inizio della sua storia, il popolo della Bibbia era come tutte le altre: si immaginava un Dio a immagine dell’uomo, un Dio che vendica come gli esseri umani in. Poi, come della rivelazione, attraverso la predicazione dei profeti, abbiamo iniziato a scoprire Dio come egli è, non come abbiamo immaginato; allora la parola « vendetta » è rimasto, ma il suo significato è cambiata completamente; abbiamo già visto più volte nella Bibbia questo fenomeno completa inversione di significato di una parola è il caso per il sacrificio, per esempio, e anche per il timore di Dio.
Ci sono voluti molti passaggi e molti secoli abbiamo scoprire il vero volto di Dio, di un Dio diverso da noi e diverso da ciò che immaginiamo spontaneo: « I suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le vie non sono le Sue vie » (come dice Isaia: Is 55, 8) … un Dio che è amore e misericordia per tutti gli uomini senza eccezione, anche l’empio, un Dio che « non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e vivere « (Ez 18, 23). A poco a poco si è scoperto che « questa è la mano di Dio: egli viene se stesso e ti salverà » significa « Dio ti ama più di ogni altra cosa al mondo di essere, e indipendentemente l’umiliazione fisica o morale che avete sofferto, si tratta di liberare te, per te su.
Isaia ha parlato della liberazione dei prigionieri di Babilonia e il loro ritorno a Gerusalemme; ma l’umanità attende ancora la sua definitiva liberazione da ogni umiliazione, cecità, sordità tutto: sarà l’opera del Messia, contemporanei di Gesù ‘conoscevano bene. Questo è il motivo per venire alla sinagoga di Nazareth (Luca 4), ​​Gesù ha citato un altro passo molto simile Isaia: «Il Signore mi ha mandato una buona notizia agli umili, e fasciare il cuore spezzato, proclamare ai prigionieri la liberazione e la libertà ai prigionieri, a proclamare la benedizione del Signore e il giorno di vendetta del nostro Dio. « (Is 61, 1-2). E quando i discepoli di Giovanni gli chiesero: «Sei tu colui che deve venire? «Gesù rispose semplicemente: » Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, la buona notizia è predicata ai poveri « (Lc 7, 22) … La buona notizia è che Dio ci solleva e ci salva.

 

ISAIA 49,14-15 – TESTO E COMMENTO

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ISAIA 49,14-15

14 Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato,  il Signore mi ha dimenticato». 15 Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo grembo.  Anche se vi fosse una donna che si dimenticasse,  io invece non ti dimenticherò mai.  

COMMENTO Isaia 49,14-15

UN AMORE MATERNO INDEFETTIBILE

La seconda parte del libro di Isaia (Is 40-55), chiamata anche Deuteroisaia, si distacca nettamente dalla precedente in quanto non si situa nel periodo storico in cui è vissuto il profeta ma contiene una serie di oracoli rivolti ai giudei esuli in Mesopotamia per annunziare loro il ritorno nella loro terra. Il libro si apre con il lieto annunzio del ritorno (40,1-11) e termina con un poema sulla parola di Dio (55,1-13). Il corpo del libro contiene una serie di oracoli in cui manca un chiaro sviluppo tematico, ma possono dividersi in due blocchi, quelli composti prima della conquista di Babilonia da parte di Ciro (Is 41,12 – 48,22) e quelli che invece hanno visto la luce dopo questo evento (Is 49,1 – 54,17). Il brano liturgico si situa all’inizio della seconda parte, dopo il secondo carme del Servo di JHWH (49,1-6) e una piccola collezione di oracoli riguardanti il ritorno (49,7-13) ed è seguito da una raccolta di oracoli che hanno come tema la salvezza (49,16-26). Sullo sfondo si coglie il tema dello scoraggiamento, al quale il profeta invita a reagire prospettando un avvenire radioso. Lo scoraggiamento del popolo appare subito all’inizio del brano liturgico: «Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato» (v. 14). Il termine «Sion» indica una località geografica, cioè il monte su cui è costruito il tempio di Gerusalemme, ma al tempo stesso designa la nazione giudaica e i suoi membri. Il contesto del Deuteroisaia porta a supporre che lo scoraggiamento derivi dal prolungarsi dell’esilio babilonese, a causa del quale la terra di Israele è rimasta priva dei suoi abitanti e abbandonata alla desolazione. Questa situazione provoca una crisi di fede circa il rapporto strettissimo che unisce Israele al suo Dio. Il dubbio è che non soltanto Dio abbia castigato il suo popolo permettendo che cadesse sotto il dominio straniero, ma che addirittura la abbia abbandonato a se stesso e si sia dimenticato di lui. Per coloro a cui si rivolge il profeta ciò che fa problema non è tanto la sofferenza dell’esilio ma la lontananza di Dio e la rottura del legame che li unisce a lui.

Alla triste constatazione degli esuli il profeta risponde con una domanda: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?» (v. 15a). È chiaro che si tratta di una domanda retorica. Essa si rifà al fatto che spesso nella Bibbia l’alleanza tra Dio e il suo popolo è rappresentata come un rapporto tra un padre, descritto con tratti chiaramente materni, e il proprio figlio (cfr. Is 54,8; Os 11,8; Ger 31,20; Sal 103,8; Es 34,6-7). Qui invece è la madre stessa che viene presa come esempio del comportamento di Dio. Il suo atteggiamento nei confronti del figlio viene espresso con il verbo «commuoversi» (dalla radice rhm) che rievoca il seno materno, simbolo dell’amore speciale che lega una donna al suo bambino. Può darsi che una madre dimentichi il proprio figlio, ma sarebbe una eventualità fuori dell’ordinario, che non è facilmente immaginabile, e quindi non dovrebbe essere neppure presa in considerazione. Alla domanda retorica viene data questa risposta: «Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (v. 15b). Anche se nell’ambito umano si può verificare il caso limite di una madre che dimentica il suo figlio, il Signore non dimenticherà mai il suo popolo. Proprio perché dipende da una decisione irrevocabile di JHWH, l’alleanza non può essere rotta, e di conseguenza l’amore che lo ha spinto a scegliere Israele come suo popolo non potrà mai venire meno. Questo amore indefettibile di Dio deve essere la luce che guida Israele nel difficile compito che lo attende, quello cioè del ritorno nella terra promessa e della sua rinascita come comunità che attesta nel mondo l’amore di Dio per tutti.

Linee interpretative In questi due versetti è contenuta una delle espressioni più belle e significative dell’esperienza religiosa di Israele. L’intuizione che sta alla base del messaggio biblico è quella di un Dio che va alla ricerca di un popolo, lo libera e lo unisce a sé in un rapporto d’amore. Quello che è dipinto in questa visione religiosa non è un Dio che si impone con la sua potenza infinita ed esige un’obbedienza servile alla sua legge, ma un Dio che interviene in forza di un amore tenero e materno. In questa prospettiva anche la sofferenza, presentata spesso come un castigo, si trasforma in una prova il cui scopo è quello di rendere più autentica la risposta del popolo, che non può essere se non quella dell’amore. Solo la fede in un Dio amore rende possibile l’impegno per un mondo migliore, in cui predomini la fraternità e la solidarietà. Il fatto che l’amore di Dio si concentri su Israele non deve fare dimenticare che il piano divino abbraccia tutta l’umanità. Dio ama un popolo particolare non per fare di esso un privilegiato, ma per renderlo testimone del suo amore per tutti. In questa prospettiva i rapporti di Dio con Israele sono una pedagogia con la quale si vuole mettere in luce una volontà salvifica universale. Dio è veramente tale se riserva a tutti lo stesso amore. Ciò che Israele ha sperimentato nella storia vale in chiave escatologica per tutta l’umanità. Non per nulla proprio al ritorno dall’esilio viene elaborata l’immagine, più usata precedentemente (cfr. Is 2,1-5), del pellegrinaggio escatologico di tutte le nazioni al monte Sion (cfr. Is 60-62). È questo il messaggio che sarà ripreso da Gesù, per il quale l’amore paterno/materno di Dio diventa il lieto annunzio per il quale egli dona tutto se stesso.

IL SERVO SOFFERENTE (DEUTERO-ISAIA) – di Bruna Costacurta

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IL SERVO SOFFERENTE (DEUTERO-ISAIA)

di Bruna Costacurta

Intendo fare delle riflessioni sulla figura del servo sofferente del Signore, quella misteriosa figura di servo di Dio, di cui parla il Deutero-Isaia e che viene presentato come colui che il Signore invia perché porti a compimento la sua missione di salvezza attraverso una vicenda di passione e di morte che apre alla luce e alla vita.
Dunque, il mistero pasquale è lì concentrato e il servo è icona di quel Signore Gesù che entra nella passione per entrare e portare tutti nella vita. Questa figura misteriosa di servo si trova delineata nella parte di Isaia chiamata Deutero-Isaia e sono stati identificati alcuni testi che possono rappresentare, di fatto, un punto di riferimento, i famosi quattro canti del servo: Isaia 42; 49; 50; 52 e 53.
Non prendo un testo in particolare, ma piuttosto vorrei con voi attraversare questi quattro canti, e quindi attraversare la storia di questo servo, vederne un poco i contorni, così da avere alcuni elementi di riflessione, che voi poi potete utilizzare per meditare sulla vicenda del Signore Gesù, la vicenda di Pasqua.
All’inizio dei canti, nel primo canto (42), viene presentato questo servo in cui il Signore Dio si compiace e riceve lo Spirito in vista della sua missione. Si delinea una missione di salvezza, di vita, di gioia. “Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo”, dice Dio parlando al servo, “ti ho stabilito luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi, faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. Dunque, una missione di salvezza, di gioia, di vita, di liberazione; una missione tutta positiva, che però si presenta come una missione difficile e inevitabilmente segnata dalla sofferenza e dalla morte. La missione che il servo riceve ci riguarda tutti come destinatari della missione; infatti siamo noi quei ciechi che devono tornare a vedere, quei prigionieri che sono da liberare, ma ci riguarda anche come parte attiva della missione, perché voi come sacerdoti nel modo più esplicito siete al servizio di questa missione. Direttamente ed esplicitamente e in modo assolutamente privilegiato voi siete al servizio della salvezza di Dio e dunque in modo assolutamente privilegiato siete questi servi che il Signore manda per compiere la sua missione. Una missione di vita che deve necessariamente passare attraverso la morte. Il servo è mandato fondamentalmente a combattere e a vincere il male, (“liberare i prigionieri, vincere la cecità”, metafore tipiche del peccato), utilizzando delle armi che non sono quelle del male e mettendosi su un piano che non è quello del male. “Non griderà e non alzerà il tono”, si dice del servo, “non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà la canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta”. Il servo è mandato a risanare, a lottare, a vincere, ma senza violenza, senza gridare, senza spaccare tutto per ricominciare tutto da capo, ma invece, entrando dentro una realtà malata, andando a ricercare quel minimo di bene che è ancora rimasto per rispondere al male con il bene e vincere il male con i criteri del bene. Il male urla nelle piazze, il male è violento, il servo deve combatterlo senza urlare, senza violenza. Armi impari, perché tutta la forza aggressiva e violenta del male adesso deve essere affrontata da qualcuno che invece decisamente e positivamente rinuncia alla violenza e all’aggressività, e si presenta davanti al male disarmato. Disarmato delle armi del male e armato invece delle armi del bene, dell’amore, che sono le uniche armi che possono veramente costruire la salvezza, ma che però sembrano armi inadatte, apparentemente inefficaci. La potenza dell’amore del servo apparentemente è impotente davanti alla potenza violenta del male, e invece così comincia la rivelazione del servo che dice: la lotta è su un altro piano e l’unico modo per vincere è almeno apparentemente di perdere, cioè di affrontare il male con armi diverse, perché solo così si può davvero vincere, senza spegnere la fiamma che è lì mezza moribonda, senza spezzare la canna che ormai è incrinata. Ora però, se si affronta il male senza usare le stesse armi del male, è inevitabile che il male ad un certo livello sembri prendere il sopravvento. Se si vuole rispondere al male con il bene il male bisogna subirlo per poterlo trasformare in bene. Perché il modo per non subire il male sarebbe di farlo, sarebbe di rispondere al male con il male, allora apparentemente non lo si subisce; ma se si vuole rispondere al male con il bene, si diventa vittime del male e proprio perché vittime e dunque riassorbendolo nella propria capacità di amore, quel male può diventare bene. Dunque, il servo e voi siete destinati a combattere con armi diverse da quelle del male; siete destinati ad essere dei ricercatori del bene che si trovano in mezzo a canne incrinate e a fiamme smorte e non si rassegnano che sia finita e vanno in cerca di quello che è ancora rimasto di bene, a cui attaccarsi per poter da lì ripartire. La canna incrinata non la si spezza, dicendo: basta, ormai non serve più! Si va a cercare ancora quel pezzettino in cui è ancora attaccata la canna per trovare il modo di risanarla; si va a cercare ancora quella fiammella che ormai non si vede neanche più e si parte da lì, si soffia sopra pian piano perché la fiamma riprenda. Questa è la missione del servo che così facendo deve entrare nel male; apparentemente entra in questa dimensione di debolezza davanti al male, ma in realtà con la forza dell’amore riesce a sopportare il male senza lasciarsene contagiare.
Il testo di Isaia 42 dice che “spezzerà la canna incrinata e non spegnerà lo stoppino dalla fiamma smorta”, e subito dopo dice: “e non sarà smorto e non si incrinerà”. La traduzione della CEI dice: “non verrà meno e non si abbatterà”, ma in realtà quei due verbi sono gli stessi verbi che si utilizzano per la fiamma e per la canna; allora si dice: “non spezza la canna incrinata e lui non si incrinerà, non spegnerà la fiamma smorta e lui non diventerà smorto”. Eccolo il segreto: sopportare il male senza diventare male, senza farsene contagiare, per poterlo invece guarire; dico “sopportare”, che è l’atteggiamento di chi va in cerca del bene e di chi davanti al male ha la pazienza necessaria per vincerlo ed ha anche la dolcezza, la tolleranza che serve per vincerlo e che non è un lasciarsi contagiare, un lasciar correre, ma è mettere in opera quella forza grande che è quella della comprensione e dell’amore, quella pazienza che è la longanimità di Dio e che permette di vincere. L’inflessibilità di solito è dei deboli; la longanimità e la lungimiranza è dei forti e questo è il servo!
Però questa missione per forza fa male; combatte il male, ma entra nella sofferenza. Man mano che si va avanti nella vicenda del servo così come si ritrova nei canti di Isaia si vede sempre di più all’opera il male, la sofferenza che il servo deve patire. Nel secondo canto il servo entra in una dimensione di sofferenza che per adesso è solo interiore e che è la percezione dell’apparente inutilità della sua missione. Il Signore mi ha detto: il mio servo tu sei Israele sul quale io manifesterò la mia gloria, ma io ho risposto: invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze! Questa è la percezione che il servo ha del suo lavoro. Credo che nessuno di voi faccia fatica a riconoscersi in queste parole del servo e di Isaia 49. Invano, a vuoto, vanamente; l’idea di qualche cosa di inconsistente, di girare a vuoto, di girare intorno in modo insensato, di non arrivare da nessuna parte, come se si lavorasse tanto e poi questo non serve a niente, non ha senso e poi il male comunque sembra sempre tanto più grande; ma poi a che serve quello che facciamo? E ci si ritrova soli ; è la crisi del servo, la crisi di ogni servo della salvezza e quindi in particolare di voi sacerdoti. Ed è una crisi inevitabile, necessaria, perché se il servizio di questo servo e vostro è il servizio della salvezza di Dio è assolutamente costitutiva l’assoluta vostra inadeguatezza a compiere questo servizio e questa missione. Se voi foste perfettamente adeguati così da dire: perfetto! Questo è proprio quello che io so e posso fare! Tutto torna, va benissimo! Poi alla fine posso far quadrare i conti tra gli sforzi che ho fatto e i risultati, perché io ci so fare… se questo fosse, allora o voi siete dio e non mi pare o la missione che voi state portando avanti non è quella di Dio, ma è la vostra e di quella missione lì – vi garantisco – non sappiamo proprio che farcene, perché l’unica missione che salva è quella di Dio! E se la missione di Dio diventa vostra, non salva più nessuno!
D’altra parte se è la missione di Dio, è inevitabile, siete inadeguati! C’è questa sproporzione assoluta tra voi strumenti e ciò che il Signore con voi vuole compiere. Ed è questo che necessariamente deve portare a questa percezione che è tutto vano, non vano nel senso che non serve, ma vano nel senso che noi non abbiamo la possibilità di verificare quello che stiamo facendo, di verificare se ci sono dei risultati, perché noi ci stiamo muovendo a dei livelli che non sono i nostri e che non sono i livelli della possibile verifica e che siete servi di una salvezza che si gioca nel segreto dei cuori, che quindi non si può contare.
Sì, la si può vedere qua e là da alcuni segni, ma sono sempre segni ambigui. La mia chiesa è sempre piena la domenica! E questo è bello; ma è sempre piena perché vengono a cercare il Signore, perché gli state simpatici voi, ci sono le chitarre e allora è carino! Perché è un quartiere per bene dove è meglio farsi vedere a messa la domenica, perché se no che cosa pensano… non vengono più al mio negozio! E poi perché ho semplicemente bisogno di sentirmi a posto… I segni sono importanti, ma sono ambigui, allora uno è sempre lì che non può mai verificare; anche perché ciò che è verificabile non è quello che è importante nel Regno di Dio. In realtà cosa succede nel Regno di Dio? Il vero momento in cui la missione del servo ha successo, è stata realizzata è il momento in cui il Signore Gesù appeso ad una croce sembra maledetto da Dio, abbandonato, lasciato solo dai suoi senza apparentemente nessun futuro.
Che contava ancora Gesù sulla croce? Non c’era più nessuno; altro che chiese piene! E quelli che c’erano erano lì per dire: lo vedete? Dio lo ha abbandonato! E là la missione è finalmente compiuta! Lo spossesso della missione, l’obbedienza ai criteri di Dio, che sono diversi di quelli del mondo, mettono in questa fatica di credere nel senso della missione che ci è stata affidata e questa è la crisi morale, è la sofferenza spirituale del servo che poi si apre ad una sofferenza anche fisica.
Nel terzo e nel quarto canto c’è la vicenda di rifiuto del servo da parte degli uomini, della sua sofferenza e della sua morte. Gli uomini che rifiutano con l’umiliazione. “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strapparono la barba, non ho sottratto la faccia agli insulti, agli sputi”: non è solo la violenza fisica, ma la violenza fisica che passa attraverso una violenza umiliante (la barba strappata, gli sputi, gli insulti); la violenza umiliante è violenta due volte, ti distrugge il fisico e la tua dignità di persona e così riesce a ucciderti due volte. Ed è la reazione tipica all’annuncio di salvezza: infatti se il compito del servo è di ridare la vista ai ciechi e di far uscire dal carcere i prigionieri, quando la cecità è quella del male e quando quel carcere è quello del peccato, avviene che si è davanti a della gente che è talmente prigioniera del peccato da non sapere neppure più di essere nel carcere, che è talmente accecata dal male da non essere più neanche consapevole di essere cieca. Quello che Gesù, il servo definitivo, fa per tutta la sua vita: è cercare di convincere gli uomini di peccato, perché finché non li convince, loro non si lasceranno mai salvare, finché questi non capiscono che sono ciechi non accetteranno mai che qualcuno gli apra gli occhi. Bisogna essere consapevoli di essere malati per accettare il medico. “Non sono i sani quelli che hanno bisogno del medico, ma i malati” – dice Gesù ! Ma se Gesù viene come medico, bisogna capire finalmente di essere malati per poterlo accettare come colui che ti guarisce. Aver finalmente capito di essere malati, ciechi e prigionieri, questo vuol dire che già ci vediamo, che già siamo sulla via della guarigione e che il carcere ha già aperto le porte. Per cui il servo è mandato a portare la luce a quelli che dicono di vederci e se qualcuno viene a dir loro che sono ciechi, allora si arrabbiano; questo servo, che continua a dirci che siamo ciechi e prigionieri, prima o poi bisogna farlo fuori. Dunque, il male reagisce in modo violento; inevitabilmente, quando il bene si presenta e il servo è talmente dedicato e identificato con la sua missione di salvezza e di bene che, quando il bene viene rifiutato, inevitabilmente anche il servo si ritrova ad essere rifiutato. La figura del servo a cui bisogna far riferimento nella nostra vita è quella di un servo che assume totalmente la sua missione, così da non avere spazi propri di riserva, da non avere spiagge su cui ritirarsi. Come dire: la missione di Dio l’accetto, però mi tengo una parte di me fuori, in salvo, mi tengo le mie vie di uscita. Assumo la missione, però… questo non è possibile, quando la missione è quella di Dio. O si assume tutta o non si assume! E se si assume tutta, quando rifiutano la salvezza che tu porti, non sperare di salvarti, rifiutano anche te! E se vogliono distruggere quel bene, perché lo percepiscono come un pericolo e come un’offesa, se distruggono quel bene non ti illudere, perché distruggono anche te.
Ecco allora il quarto canto del servo: la distruzione del servo, questa lunga vicenda di passione e di morte. Essa comincia con un paradosso che dà la chiave di interpretazione di questo quarto canto. Comincia con la presentazione che il Signore fa del servo (anche nel primo canto aveva detto: ecco il mio servo che io sostengo ), adesso nell’ultimo canto Dio dice la stessa cosa: “Ecco il mio servo che avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato e come molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo, così si meraviglieranno di lui molte genti. I re davanti a lui si chiuderanno la bocca, perché vedranno un fatto mai ad essi raccontato”. Questo dà la chiave: il servo è colui che è sfigurato, talmente sfigurato dal male che gli si è riversato addosso, da non sembrare neppure più un uomo; ebbene, questo servo così sfigurato è il servo onorato, glorificato, innalzato. E’ per questo sono tutti nello stupore, lo stupore di vedere che un uomo possa soffrire così tanto e ancora di più lo stupore di vedere che un uomo così sofferente, questo uomo dentro questa sofferenza sia innalzato ed esaltato, dentro quella sofferenza, non quando la sofferenza è passata. Questi primi versetti del quarto canto ci danno la chiave di interpretazione della vicenda di morte e di resurrezione del servo e quindi di Gesù come una vicenda in cui morte e risurrezione coincidono. Non c’è la passione e poi la morte e poi dopo la risurrezione, ma già dentro la passione, dentro la morte il servo è innalzato e glorificato e già dentro la morte che la morte è vinta e quindi si apre alla risurrezione. Questi primi versetti del quarto canto sono fortemente “giovannei”, perché Gesù è colui che nel momento che viene innalzato, è tirato su sulla croce, è innalzato alla destra del Padre; nel momento in cui viene attaccato al legno è intronizzato sul trono della gloria, nel momento in cui muore è risorto. Però sta tre giorni lì, dentro il sepolcro, perché non è una morte falsa, per modo di dire, una morte che è già risurrezione, ma è una morte vera! E proprio perché vera, è risurrezione. Questi primi versetti ci danno la chiave e poi si snoda pian piano questa vicenda del servo virgulto e radice (“è cresciuto come un virgulto davanti al Signore e come una radice in terra arida”), quest’idea del virgulto e della radice probabilmente evoca Isaia 11, che presenta il Messia come virgulto nel tronco di Iesse, forse un’allusione alla dinastia davidica, però anche un’allusione alla situazione di difficoltà in cui il servo nasce e vive. E’ un virgulto che nasce in una terra desertica, come se fin dalla sua origine il servo dovesse lottare per vivere, un virgulto sulla terra arida non ce la fa e se ce la fa vuol dire che ha un tale amore per la vita da essere più forte anche della morte del deserto. Questo virgulto nel deserto è una specie di miracolo, così come è un miracolo questo servo che dà la vita per il suo popolo. Si snoda la sua vicenda come vicenda di sofferenza e di morte, “uomo dei dolori, esperto nel patire, era talmente sfigurato il suo aspetto da non essere più riconoscibile come uomo”, e infatti non è riconoscibile come uomo, è uomo dei dolori, come se ormai la sofferenza l’avesse coperto radicalmente e lui fosse definitivamente identificato con la sua sofferenza e con la sua morte. Il cammino è proprio quello che contempliamo nella settimana santa, “maltrattato si lasciò umiliare, non aprì la sua bocca”, come Gesù durante il processo che tace per non accusare coloro che lo accusano, in modo che loro non debbano essere condannati, “era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai tosatori e non aprì la sua bocca”; l’immagine dell’agnello è così parlante per noi in riferimento alla passione di Gesù e questa immagine della pecora in mano ai tosatori è qualcosa dell’essere in balìa di chi ti prende e tu non puoi fare apparentemente più niente. L’immagine del servo come della pecora in mano ai tosatori è qualcosa di molto violento! La girano, la voltano, proprio questa è anche la condizione del servo, che è in mano a coloro che fanno di lui quello che vogliono. E questo però come “uno che si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato; è stato trafitto per i nostri delitti e poi noi tutti eravamo sperduti come un gregge e il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”, e poi maltrattato si lasciò umiliare. Il servo che entra nel dolore, ma senza che appaia la verità di ciò che sta avvenendo; ciò che sta avvenendo è che il servo sta assumendo su di sé le conseguenze del male per liberare gli uomini da quel male; ecco il discorso “ha fatto ricadere su di noi l’iniquità di noi tutti… Per le sue piaghe siamo stati guariti… Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui…”; E’ chiaro che non è nel senso che la punizione che doveva toccare a noi invece poi è toccata a lui, ma è che il male che noi abbiamo fatto con tutte le sue conseguenze viene affrontato dal servo che accetta che il male gli ricada addosso, per poterlo così prendere su di sé rispondendo con il bene. Il male ha questa sua forza terribile che è quella di riprodurre altro male. Se devo affrontare qualcuno che mi fa del male, io istintivamente sono portato a reagire, rispondendo con il male a lui: è inevitabile! Mi fanno un torto e io troverò il modo di rifarglielo parlano male di me e io parlerò male di loro; mi offendono e io li offendo e se non riesco a offendere loro andrò a cercare qualcun altro da offendere, perché da qualche parte bisogna che faccia uscire il male che ho accumulato e che mi hanno messo dentro. La forza terribile del male è che mette il male dentro all’altro mentre glielo fa. Ora, nella vicenda del servo, cioè del Signore Gesù, non c’è male dentro di lui, perché lui è il Figlio di Dio, lui è l’innocente, perché lui è uomo in tutto simile a noi, ma non nel peccato. E allora il male non gli mette il male dentro, il male gli si rovescia addosso, lo distrugge, ma non gli mette il male dentro così che lui risponde con il male. E allora è come se il male gli si rovesciasse addosso e non trovasse niente su cui impiantarsi per crescere; gli si rovescia addosso, ma non può riprodursi come altro male, perché trova solo bene e lì inevitabilmente finisce per scaricarsi. E’ il male che perde il suo veleno (“dov’è o morte il tuo pungiglione?), è il male che non può più riprodursi perché lì non trova risposte di male e che, ritrovando solo risposte di bene, si ritrova praticamente annientato. Questa è la: “E invece noi lo giudicavamo castigato da Dio e percosso da Dio e umiliato”.
E’ questa realtà della salvezza, del dono totale di sé del Signore Gesù che accetta di morire per poterci dare la vita; lui in realtà non muore, ma dà la vita per noi e la dà perché la vita sia pure possibile per noi. E’ la vicenda di colui che dona e che dona talmente tanto e in modo talmente gratuito che accetta perfino che non si veda che quello è dono. Gesù muore per amore e “noi lo giudicavamo castigato da Dio e umiliato”. E’ talmente tanto il dono, talmente puro il dono e gratuito che accetta anche che non si sappia; non perché vinca la menzogna, ma perché l’uomo possa accogliere un dono che è talmente dono da non chiedere nulla in cambio se non di essere accettato. Questa vita che Gesù dona non chiede nulla in cambio, chiede solo di essere accettata come vita di Gesù; il dono chiede solo di essere accettato come dono. Il perdono non chiede niente in cambio, chiede solo di essere accettato come perdono: è chiaro che poi questo cambia la vita della persona che l’accetta, ma non perché chi dà il dono e il perdono non glielo dà se non ha in cambio qualche altra cosa; non glielo dà se non c’è almeno la grande riconoscenza (sono pronto a dare la vita, ma che almeno lo sappiano! Così almeno muoio con questa gratificazione); no! Il dono e il perdono di Dio chiede solo di essere accolto, poi se l’accogli ti cambia. Questo è il mistero pasquale e allora è chiaro che la spirale del male in questo modo si interrompe e la morte diventa vita.
Per terminare vorrei ancora fermarmi solo per qualche minuto sull’ultimo versetto del nostro canto, in cui dopo aver mostrato il cammino di morte e perciò di risurrezione, di vita del servo, si conclude il tutto dicendo: “perché ha consegnato se stesso alla morte” (anche il canto del servo insiste su questa dimensione di libertà: è Gesù che si dona) “ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava (levava) il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”. Quest’ultima dimensione, quella dell’intercessione, mi pare importante anche per la vostra vita sacerdotale. Anzi questa è una dimensione tipicamente sacerdotale.
Il servo come intercessore del popolo, entrando nella linea delle grandi figure di intercessori. Abramo che lotta in qualche modo con Dio per strappargli la salvezza di Sodoma (Gen 18), Abramo che intercede per Sodoma. Come Mosè che intercede per il popolo (Es 32); Mosè era un uomo di preghiera, di intercessione; prega tanto, prega per tutti, persino per il faraone. Al cap. 32 dell’Esodo, dove c’è il racconto del vitello d’oro, lì c’è la grande preghiera di Mosè: il popolo ha peccato e Mosè intercede per i peccatori, proprio come dice la fine del canto del servo (“e intercede per il popolo”). Questo vuol dire che l’intercessore Abramo, Mosè, il Servo, il Signore Gesù, è colui che dà voce alla salvezza di Dio, al desiderio, alla volontà di salvezza di Dio. Ecco perché si dice che il servo mentre moriva e risorgeva stava intercedendo; lì si concretizza l’intercessione come forza salvifica. Perché cosa vuol dire intercedere? Non certamente mettersi davanti a Dio per convincerlo a fare il bene, perché Dio è già abbondantemente convinto di fare il bene, perché è bene e non ha nessun bisogno che noi lo convinciamo a farlo, ma nel senso che noi diventiamo quel suo desiderio di bene, quella sua volontà di bene, noi la trasformiamo in carne, noi diventiamo quel suo desiderio di bene. Colui che intercede è colui che fa diventare parole la decisione di Dio di salvare.
Quella volontà di salvare nella preghiera diventa parole e in colui che prega diventa carne e sangue. Allora, in realtà chi è l’intercessore? E’ colui che desidera il desiderio di Dio, è colui che vuole la volontà di Dio e la dice. Diventa questo coagulo nella carne e nel sangue, del desiderio di salvezza di Dio, così che adesso ciò che Dio vuole di bene per gli uomini si è incarnato ed è entrato dentro la storia e sta lì racchiuso in quella carne e in quel sangue dentro quella storia da salvare.
Per questo è molto importante che colui che intercede stia dentro il popolo. Mosè stava dentro il popolo; Abramo no; non stava dentro Sodoma e infatti la sua preghiera è: “Signore, vai a cercare i giusti che stanno dentro Sodoma!”; non può Abramo dire: “Sodoma ha peccato, ma siccome io sono tuo amico, sono giusto, tu guarda me e salva Sodoma!”.
Abramo deve dire: “Signore, guarda Sodoma e cerca lì dentro i giusti”, perché la salvezza non si può fare all’insaputa di coloro che devono essere salvati; la salvezza deve partire da quella dimensione di bene che sta lì per poter rispondere al male con il bene e salvare. La salvezza non è: io dovevo punire Sodoma, però per riguardo ad Abramo, io non ti punisco più! No, Sodoma deve essere salvata, cioè da cattiva che era deve diventare buona; da peccatrice che era deve diventare innocente. Allora bisogna partire da Sodoma; allora ecco perché il servo è dentro il popolo, ecco perché Dio si fa uomo, per essere dentro il popolo, dentro l’umanità sta il luogo di salvezza, di assoluto bene e di totale innocenza, che può allora rispondere al male con il bene e può allora trasformare il peccatore in innocente.
Bisogna andare in cerca dei giusti, cercarli a Sodoma e non ci sono, cercarli a Gerusalemme (Ger5: cercate un giusto dentro Gerusalemme che salva la città e non c’è), cercare il giusto dentro l’umanità e non c’è, allora il Giusto viene, si fa uomo e adesso il Giusto c’è dentro l’umanità: è il Signore Gesù! Lui nella sua innocenza diventa questo coagulo di carne e sangue che fa diventare carne il desiderio, la volontà, la decisione di salvezza di Dio.
Allora Gesù è l’innocente che muore per rendere innocenti i colpevoli; è il Giusto che risponde al male con il bene, perché la via del bene sia possibile per tutti; Gesù è colui che muore, non morendo, ma dando la vita così che sia possibile la vita per tutti e la morte dunque muoia; è l’intercessore che rende definitivamente possibile la salvezza per questa sua intercessione che incarna la decisione di salvezza di Dio. Adesso chiede a voi in modo particolare di essere questi intercessori che desiderano il desiderio di Dio, che con la loro voce rendono parola la volontà di salvezza di Dio e che, assumendo allora il cammino del servo, possono portare dentro il male il bene e così portare a compimento ilo cammino di passione, di morte e di risurrezione del Signore Gesù e portare a compimento per coloro che vi sono affidati il mistero pasquale.

(La meditazione del Ritiro di Quaresima è stata tenuta dalla prof. Bruna Costacurta ai sacerdoti del triennio il 10 aprile 2000 alla casa “Bonus Pastor”. Il testo non è stato rivisto dalla relatrice).

IL SERVO SOFFERENTE ( DEUTERO-ISAIA)

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IL SERVO SOFFERENTE ( DEUTERO-ISAIA)

di Bruna Costacurta

Intendo fare delle riflessioni sulla figura del servo sofferente del Signore, quella misteriosa figura di servo di Dio, di cui parla il Deutero-Isaia e che viene presentato come colui che il Signore invia perché porti a compimento la sua missione di salvezza attraverso una vicenda di passione e di morte che apre alla luce e alla vita.
Dunque, il mistero pasquale è lì concentrato e il servo è icona di quel Signore Gesù che entra nella passione per entrare e portare tutti nella vita. Questa figura misteriosa di servo si trova delineata nella parte di Isaia chiamata Deutero-Isaia e sono stati identificati alcuni testi che possono rappresentare, di fatto, un punto di riferimento, i famosi quattro canti del servo: Isaia 42; 49; 50; 52 e 53.
Non prendo un testo in particolare, ma piuttosto vorrei con voi attraversare questi quattro canti, e quindi attraversare la storia di questo servo, vederne un poco i contorni, così da avere alcuni elementi di riflessione, che voi poi potete utilizzare per meditare sulla vicenda del Signore Gesù, la vicenda di Pasqua.
All’inizio dei canti, nel primo canto (42), viene presentato questo servo in cui il Signore Dio si compiace e riceve lo Spirito in vista della sua missione. Si delinea una missione di salvezza, di vita, di gioia. “Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo”, dice Dio parlando al servo, “ti ho stabilito luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi, faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. Dunque, una missione di salvezza, di gioia, di vita, di liberazione; una missione tutta positiva, che però si presenta come una missione difficile e inevitabilmente segnata dalla sofferenza e dalla morte. La missione che il servo riceve ci riguarda tutti come destinatari della missione; infatti siamo noi quei ciechi che devono tornare a vedere, quei prigionieri che sono da liberare, ma ci riguarda anche come parte attiva della missione, perché voi come sacerdoti nel modo più esplicito siete al servizio di questa missione. Direttamente ed esplicitamente e in modo assolutamente privilegiato voi siete al servizio della salvezza di Dio e dunque in modo assolutamente privilegiato siete questi servi che il Signore manda per compiere la sua missione. Una missione di vita che deve necessariamente passare attraverso la morte. Il servo è mandato fondamentalmente a combattere e a vincere il male, (“liberare i prigionieri, vincere la cecità”, metafore tipiche del peccato), utilizzando delle armi che non sono quelle del male e mettendosi su un piano che non è quello del male. “Non griderà e non alzerà il tono”, si dice del servo, “non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà la canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta”. Il servo è mandato a risanare, a lottare, a vincere, ma senza violenza, senza gridare, senza spaccare tutto per ricominciare tutto da capo, ma invece, entrando dentro una realtà malata, andando a ricercare quel minimo di bene che è ancora rimasto per rispondere al male con il bene e vincere il male con i criteri del bene. Il male urla nelle piazze, il male è violento, il servo deve combatterlo senza urlare, senza violenza. Armi impari, perché tutta la forza aggressiva e violenta del male adesso deve essere affrontata da qualcuno che invece decisamente e positivamente rinuncia alla violenza e all’aggressività, e si presenta davanti al male disarmato. Disarmato delle armi del male e armato invece delle armi del bene, dell’amore, che sono le uniche armi che possono veramente costruire la salvezza, ma che però sembrano armi inadatte, apparentemente inefficaci. La potenza dell’amore del servo apparentemente è impotente davanti alla potenza violenta del male, e invece così comincia la rivelazione del servo che dice: la lotta è su un altro piano e l’unico modo per vincere è almeno apparentemente di perdere, cioè di affrontare il male con armi diverse, perché solo così si può davvero vincere, senza spegnere la fiamma che è lì mezza moribonda, senza spezzare la canna che ormai è incrinata. Ora però, se si affronta il male senza usare le stesse armi del male, è inevitabile che il male ad un certo livello sembri prendere il sopravvento. Se si vuole rispondere al male con il bene il male bisogna subirlo per poterlo trasformare in bene. Perché il modo per non subire il male sarebbe di farlo, sarebbe di rispondere al male con il male, allora apparentemente non lo si subisce; ma se si vuole rispondere al male con il bene, si diventa vittime del male e proprio perché vittime e dunque riassorbendolo nella propria capacità di amore, quel male può diventare bene. Dunque, il servo e voi siete destinati a combattere con armi diverse da quelle del male; siete destinati ad essere dei ricercatori del bene che si trovano in mezzo a canne incrinate e a fiamme smorte e non si rassegnano che sia finita e vanno in cerca di quello che è ancora rimasto di bene, a cui attaccarsi per poter da lì ripartire. La canna incrinata non la si spezza, dicendo: basta, ormai non serve più! Si va a cercare ancora quel pezzettino in cui è ancora attaccata la canna per trovare il modo di risanarla; si va a cercare ancora quella fiammella che ormai non si vede neanche più e si parte da lì, si soffia sopra pian piano perché la fiamma riprenda. Questa è la missione del servo che così facendo deve entrare nel male; apparentemente entra in questa dimensione di debolezza davanti al male, ma in realtà con la forza dell’amore riesce a sopportare il male senza lasciarsene contagiare.
Il testo di Isaia 42 dice che “spezzerà la canna incrinata e non spegnerà lo stoppino dalla fiamma smorta”, e subito dopo dice: “e non sarà smorto e non si incrinerà”. La traduzione della CEI dice: “non verrà meno e non si abbatterà”, ma in realtà quei due verbi sono gli stessi verbi che si utilizzano per la fiamma e per la canna; allora si dice: “non spezza la canna incrinata e lui non si incrinerà, non spegnerà la fiamma smorta e lui non diventerà smorto”. Eccolo il segreto: sopportare il male senza diventare male, senza farsene contagiare, per poterlo invece guarire; dico “sopportare”, che è l’atteggiamento di chi va in cerca del bene e di chi davanti al male ha la pazienza necessaria per vincerlo ed ha anche la dolcezza, la tolleranza che serve per vincerlo e che non è un lasciarsi contagiare, un lasciar correre, ma è mettere in opera quella forza grande che è quella della comprensione e dell’amore, quella pazienza che è la longanimità di Dio e che permette di vincere. L’inflessibilità di solito è dei deboli; la longanimità e la lungimiranza è dei forti e questo è il servo!
Però questa missione per forza fa male; combatte il male, ma entra nella sofferenza. Man mano che si va avanti nella vicenda del servo così come si ritrova nei canti di Isaia si vede sempre di più all’opera il male, la sofferenza che il servo deve patire. Nel secondo canto il servo entra in una dimensione di sofferenza che per adesso è solo interiore e che è la percezione dell’apparente inutilità della sua missione. Il Signore mi ha detto: il mio servo tu sei Israele sul quale io manifesterò la mia gloria, ma io ho risposto: invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze! Questa è la percezione che il servo ha del suo lavoro. Credo che nessuno di voi faccia fatica a riconoscersi in queste parole del servo e di Isaia 49. Invano, a vuoto, vanamente; l’idea di qualche cosa di inconsistente, di girare a vuoto, di girare intorno in modo insensato, di non arrivare da nessuna parte, come se si lavorasse tanto e poi questo non serve a niente, non ha senso e poi il male comunque sembra sempre tanto più grande; ma poi a che serve quello che facciamo? E ci si ritrova soli ; è la crisi del servo, la crisi di ogni servo della salvezza e quindi in particolare di voi sacerdoti. Ed è una crisi inevitabile, necessaria, perché se il servizio di questo servo e vostro è il servizio della salvezza di Dio è assolutamente costitutiva l’assoluta vostra inadeguatezza a compiere questo servizio e questa missione. Se voi foste perfettamente adeguati così da dire: perfetto! Questo è proprio quello che io so e posso fare! Tutto torna, va benissimo! Poi alla fine posso far quadrare i conti tra gli sforzi che ho fatto e i risultati, perché io ci so fare… se questo fosse, allora o voi siete dio e non mi pare o la missione che voi state portando avanti non è quella di Dio, ma è la vostra e di quella missione lì – vi garantisco – non sappiamo proprio che farcene, perché l’unica missione che salva è quella di Dio! E se la missione di Dio diventa vostra, non salva più nessuno!
D’altra parte se è la missione di Dio, è inevitabile, siete inadeguati! C’è questa sproporzione assoluta tra voi strumenti e ciò che il Signore con voi vuole compiere. Ed è questo che necessariamente deve portare a questa percezione che è tutto vano, non vano nel senso che non serve, ma vano nel senso che noi non abbiamo la possibilità di verificare quello che stiamo facendo, di verificare se ci sono dei risultati, perché noi ci stiamo muovendo a dei livelli che non sono i nostri e che non sono i livelli della possibile verifica e che siete servi di una salvezza che si gioca nel segreto dei cuori, che quindi non si può contare.
Sì, la si può vedere qua e là da alcuni segni, ma sono sempre segni ambigui. La mia chiesa è sempre piena la domenica! E questo è bello; ma è sempre piena perché vengono a cercare il Signore, perché gli state simpatici voi, ci sono le chitarre e allora è carino! Perché è un quartiere per bene dove è meglio farsi vedere a messa la domenica, perché se no che cosa pensano… non vengono più al mio negozio! E poi perché ho semplicemente bisogno di sentirmi a posto… I segni sono importanti, ma sono ambigui, allora uno è sempre lì che non può mai verificare; anche perché ciò che è verificabile non è quello che è importante nel Regno di Dio. In realtà cosa succede nel Regno di Dio? Il vero momento in cui la missione del servo ha successo, è stata realizzata è il momento in cui il Signore Gesù appeso ad una croce sembra maledetto da Dio, abbandonato, lasciato solo dai suoi senza apparentemente nessun futuro.
Che contava ancora Gesù sulla croce? Non c’era più nessuno; altro che chiese piene! E quelli che c’erano erano lì per dire: lo vedete? Dio lo ha abbandonato! E là la missione è finalmente compiuta! Lo spossesso della missione, l’obbedienza ai criteri di Dio, che sono diversi di quelli del mondo, mettono in questa fatica di credere nel senso della missione che ci è stata affidata e questa è la crisi morale, è la sofferenza spirituale del servo che poi si apre ad una sofferenza anche fisica.
Nel terzo e nel quarto canto c’è la vicenda di rifiuto del servo da parte degli uomini, della sua sofferenza e della sua morte. Gli uomini che rifiutano con l’umiliazione. “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strapparono la barba, non ho sottratto la faccia agli insulti, agli sputi”: non è solo la violenza fisica, ma la violenza fisica che passa attraverso una violenza umiliante (la barba strappata, gli sputi, gli insulti); la violenza umiliante è violenta due volte, ti distrugge il fisico e la tua dignità di persona e così riesce a ucciderti due volte. Ed è la reazione tipica all’annuncio di salvezza: infatti se il compito del servo è di ridare la vista ai ciechi e di far uscire dal carcere i prigionieri, quando la cecità è quella del male e quando quel carcere è quello del peccato, avviene che si è davanti a della gente che è talmente prigioniera del peccato da non sapere neppure più di essere nel carcere, che è talmente accecata dal male da non essere più neanche consapevole di essere cieca. Quello che Gesù, il servo definitivo, fa per tutta la sua vita: è cercare di convincere gli uomini di peccato, perché finché non li convince, loro non si lasceranno mai salvare, finché questi non capiscono che sono ciechi non accetteranno mai che qualcuno gli apra gli occhi. Bisogna essere consapevoli di essere malati per accettare il medico. “Non sono i sani quelli che hanno bisogno del medico, ma i malati” – dice Gesù ! Ma se Gesù viene come medico, bisogna capire finalmente di essere malati per poterlo accettare come colui che ti guarisce. Aver finalmente capito di essere malati, ciechi e prigionieri, questo vuol dire che già ci vediamo, che già siamo sulla via della guarigione e che il carcere ha già aperto le porte. Per cui il servo è mandato a portare la luce a quelli che dicono di vederci e se qualcuno viene a dir loro che sono ciechi, allora si arrabbiano; questo servo, che continua a dirci che siamo ciechi e prigionieri, prima o poi bisogna farlo fuori. Dunque, il male reagisce in modo violento; inevitabilmente, quando il bene si presenta e il servo è talmente dedicato e identificato con la sua missione di salvezza e di bene che, quando il bene viene rifiutato, inevitabilmente anche il servo si ritrova ad essere rifiutato. La figura del servo a cui bisogna far riferimento nella nostra vita è quella di un servo che assume totalmente la sua missione, così da non avere spazi propri di riserva, da non avere spiagge su cui ritirarsi. Come dire: la missione di Dio l’accetto, però mi tengo una parte di me fuori, in salvo, mi tengo le mie vie di uscita. Assumo la missione, però… questo non è possibile, quando la missione è quella di Dio. O si assume tutta o non si assume! E se si assume tutta, quando rifiutano la salvezza che tu porti, non sperare di salvarti, rifiutano anche te! E se vogliono distruggere quel bene, perché lo percepiscono come un pericolo e come un’offesa, se distruggono quel bene non ti illudere, perché distruggono anche te.
Ecco allora il quarto canto del servo: la distruzione del servo, questa lunga vicenda di passione e di morte. Essa comincia con un paradosso che dà la chiave di interpretazione di questo quarto canto. Comincia con la presentazione che il Signore fa del servo (anche nel primo canto aveva detto: ecco il mio servo che io sostengo ), adesso nell’ultimo canto Dio dice la stessa cosa: “Ecco il mio servo che avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato e come molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo, così si meraviglieranno di lui molte genti. I re davanti a lui si chiuderanno la bocca, perché vedranno un fatto mai ad essi raccontato”. Questo dà la chiave: il servo è colui che è sfigurato, talmente sfigurato dal male che gli si è riversato addosso, da non sembrare neppure più un uomo; ebbene, questo servo così sfigurato è il servo onorato, glorificato, innalzato. E’ per questo sono tutti nello stupore, lo stupore di vedere che un uomo possa soffrire così tanto e ancora di più lo stupore di vedere che un uomo così sofferente, questo uomo dentro questa sofferenza sia innalzato ed esaltato, dentro quella sofferenza, non quando la sofferenza è passata. Questi primi versetti del quarto canto ci danno la chiave di interpretazione della vicenda di morte e di resurrezione del servo e quindi di Gesù come una vicenda in cui morte e risurrezione coincidono. Non c’è la passione e poi la morte e poi dopo la risurrezione, ma già dentro la passione, dentro la morte il servo è innalzato e glorificato e già dentro la morte che la morte è vinta e quindi si apre alla risurrezione. Questi primi versetti del quarto canto sono fortemente “giovannei”, perché Gesù è colui che nel momento che viene innalzato, è tirato su sulla croce, è innalzato alla destra del Padre; nel momento in cui viene attaccato al legno è intronizzato sul trono della gloria, nel momento in cui muore è risorto. Però sta tre giorni lì, dentro il sepolcro, perché non è una morte falsa, per modo di dire, una morte che è già risurrezione, ma è una morte vera! E proprio perché vera, è risurrezione. Questi primi versetti ci danno la chiave e poi si snoda pian piano questa vicenda del servo virgulto e radice (“è cresciuto come un virgulto davanti al Signore e come una radice in terra arida”), quest’idea del virgulto e della radice probabilmente evoca Isaia 11, che presenta il Messia come virgulto nel tronco di Iesse, forse un’allusione alla dinastia davidica, però anche un’allusione alla situazione di difficoltà in cui il servo nasce e vive. E’ un virgulto che nasce in una terra desertica, come se fin dalla sua origine il servo dovesse lottare per vivere, un virgulto sulla terra arida non ce la fa e se ce la fa vuol dire che ha un tale amore per la vita da essere più forte anche della morte del deserto. Questo virgulto nel deserto è una specie di miracolo, così come è un miracolo questo servo che dà la vita per il suo popolo. Si snoda la sua vicenda come vicenda di sofferenza e di morte, “uomo dei dolori, esperto nel patire, era talmente sfigurato il suo aspetto da non essere più riconoscibile come uomo”, e infatti non è riconoscibile come uomo, è uomo dei dolori, come se ormai la sofferenza l’avesse coperto radicalmente e lui fosse definitivamente identificato con la sua sofferenza e con la sua morte. Il cammino è proprio quello che contempliamo nella settimana santa, “maltrattato si lasciò umiliare, non aprì la sua bocca”, come Gesù durante il processo che tace per non accusare coloro che lo accusano, in modo che loro non debbano essere condannati, “era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai tosatori e non aprì la sua bocca”; l’immagine dell’agnello è così parlante per noi in riferimento alla passione di Gesù e questa immagine della pecora in mano ai tosatori è qualcosa dell’essere in balìa di chi ti prende e tu non puoi fare apparentemente più niente. L’immagine del servo come della pecora in mano ai tosatori è qualcosa di molto violento! La girano, la voltano, proprio questa è anche la condizione del servo, che è in mano a coloro che fanno di lui quello che vogliono. E questo però come “uno che si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato; è stato trafitto per i nostri delitti e poi noi tutti eravamo sperduti come un gregge e il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”, e poi maltrattato si lasciò umiliare. Il servo che entra nel dolore, ma senza che appaia la verità di ciò che sta avvenendo; ciò che sta avvenendo è che il servo sta assumendo su di sé le conseguenze del male per liberare gli uomini da quel male; ecco il discorso “ha fatto ricadere su di noi l’iniquità di noi tutti… Per le sue piaghe siamo stati guariti… Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui…”; E’ chiaro che non è nel senso che la punizione che doveva toccare a noi invece poi è toccata a lui, ma è che il male che noi abbiamo fatto con tutte le sue conseguenze viene affrontato dal servo che accetta che il male gli ricada addosso, per poterlo così prendere su di sé rispondendo con il bene. Il male ha questa sua forza terribile che è quella di riprodurre altro male. Se devo affrontare qualcuno che mi fa del male, io istintivamente sono portato a reagire, rispondendo con il male a lui: è inevitabile! Mi fanno un torto e io troverò il modo di rifarglielo parlano male di me e io parlerò male di loro; mi offendono e io li offendo e se non riesco a offendere loro andrò a cercare qualcun altro da offendere, perché da qualche parte bisogna che faccia uscire il male che ho accumulato e che mi hanno messo dentro. La forza terribile del male è che mette il male dentro all’altro mentre glielo fa. Ora, nella vicenda del servo, cioè del Signore Gesù, non c’è male dentro di lui, perché lui è il Figlio di Dio, lui è l’innocente, perché lui è uomo in tutto simile a noi, ma non nel peccato. E allora il male non gli mette il male dentro, il male gli si rovescia addosso, lo distrugge, ma non gli mette il male dentro così che lui risponde con il male. E allora è come se il male gli si rovesciasse addosso e non trovasse niente su cui impiantarsi per crescere; gli si rovescia addosso, ma non può riprodursi come altro male, perché trova solo bene e lì inevitabilmente finisce per scaricarsi. E’ il male che perde il suo veleno (“dov’è o morte il tuo pungiglione?), è il male che non può più riprodursi perché lì non trova risposte di male e che, ritrovando solo risposte di bene, si ritrova praticamente annientato. Questa è la: “E invece noi lo giudicavamo castigato da Dio e percosso da Dio e umiliato”.
E’ questa realtà della salvezza, del dono totale di sé del Signore Gesù che accetta di morire per poterci dare la vita; lui in realtà non muore, ma dà la vita per noi e la dà perché la vita sia pure possibile per noi. E’ la vicenda di colui che dona e che dona talmente tanto e in modo talmente gratuito che accetta perfino che non si veda che quello è dono. Gesù muore per amore e “noi lo giudicavamo castigato da Dio e umiliato”. E’ talmente tanto il dono, talmente puro il dono e gratuito che accetta anche che non si sappia; non perché vinca la menzogna, ma perché l’uomo possa accogliere un dono che è talmente dono da non chiedere nulla in cambio se non di essere accettato. Questa vita che Gesù dona non chiede nulla in cambio, chiede solo di essere accettata come vita di Gesù; il dono chiede solo di essere accettato come dono. Il perdono non chiede niente in cambio, chiede solo di essere accettato come perdono: è chiaro che poi questo cambia la vita della persona che l’accetta, ma non perché chi dà il dono e il perdono non glielo dà se non ha in cambio qualche altra cosa; non glielo dà se non c’è almeno la grande riconoscenza (sono pronto a dare la vita, ma che almeno lo sappiano! Così almeno muoio con questa gratificazione); no! Il dono e il perdono di Dio chiede solo di essere accolto, poi se l’accogli ti cambia. Questo è il mistero pasquale e allora è chiaro che la spirale del male in questo modo si interrompe e la morte diventa vita.
Per terminare vorrei ancora fermarmi solo per qualche minuto sull’ultimo versetto del nostro canto, in cui dopo aver mostrato il cammino di morte e perciò di risurrezione, di vita del servo, si conclude il tutto dicendo: “perché ha consegnato se stesso alla morte” (anche il canto del servo insiste su questa dimensione di libertà: è Gesù che si dona) “ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava (levava) il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”. Quest’ultima dimensione, quella dell’intercessione, mi pare importante anche per la vostra vita sacerdotale. Anzi questa è una dimensione tipicamente sacerdotale.
Il servo come intercessore del popolo, entrando nella linea delle grandi figure di intercessori. Abramo che lotta in qualche modo con Dio per strappargli la salvezza di Sodoma (Gen 18), Abramo che intercede per Sodoma. Come Mosè che intercede per il popolo (Es 32); Mosè era un uomo di preghiera, di intercessione; prega tanto, prega per tutti, persino per il faraone. Al cap. 32 dell’Esodo, dove c’è il racconto del vitello d’oro, lì c’è la grande preghiera di Mosè: il popolo ha peccato e Mosè intercede per i peccatori, proprio come dice la fine del canto del servo (“e intercede per il popolo”). Questo vuol dire che l’intercessore Abramo, Mosè, il Servo, il Signore Gesù, è colui che dà voce alla salvezza di Dio, al desiderio, alla volontà di salvezza di Dio. Ecco perché si dice che il servo mentre moriva e risorgeva stava intercedendo; lì si concretizza l’intercessione come forza salvifica. Perché cosa vuol dire intercedere? Non certamente mettersi davanti a Dio per convincerlo a fare il bene, perché Dio è già abbondantemente convinto di fare il bene, perché è bene e non ha nessun bisogno che noi lo convinciamo a farlo, ma nel senso che noi diventiamo quel suo desiderio di bene, quella sua volontà di bene, noi la trasformiamo in carne, noi diventiamo quel suo desiderio di bene. Colui che intercede è colui che fa diventare parole la decisione di Dio di salvare.
Quella volontà di salvare nella preghiera diventa parole e in colui che prega diventa carne e sangue. Allora, in realtà chi è l’intercessore? E’ colui che desidera il desiderio di Dio, è colui che vuole la volontà di Dio e la dice. Diventa questo coagulo nella carne e nel sangue, del desiderio di salvezza di Dio, così che adesso ciò che Dio vuole di bene per gli uomini si è incarnato ed è entrato dentro la storia e sta lì racchiuso in quella carne e in quel sangue dentro quella storia da salvare.
Per questo è molto importante che colui che intercede stia dentro il popolo. Mosè stava dentro il popolo; Abramo no; non stava dentro Sodoma e infatti la sua preghiera è: “Signore, vai a cercare i giusti che stanno dentro Sodoma!”; non può Abramo dire: “Sodoma ha peccato, ma siccome io sono tuo amico, sono giusto, tu guarda me e salva Sodoma!”.
Abramo deve dire: “Signore, guarda Sodoma e cerca lì dentro i giusti”, perché la salvezza non si può fare all’insaputa di coloro che devono essere salvati; la salvezza deve partire da quella dimensione di bene che sta lì per poter rispondere al male con il bene e salvare. La salvezza non è: io dovevo punire Sodoma, però per riguardo ad Abramo, io non ti punisco più! No, Sodoma deve essere salvata, cioè da cattiva che era deve diventare buona; da peccatrice che era deve diventare innocente. Allora bisogna partire da Sodoma; allora ecco perché il servo è dentro il popolo, ecco perché Dio si fa uomo, per essere dentro il popolo, dentro l’umanità sta il luogo di salvezza, di assoluto bene e di totale innocenza, che può allora rispondere al male con il bene e può allora trasformare il peccatore in innocente.
Bisogna andare in cerca dei giusti, cercarli a Sodoma e non ci sono, cercarli a Gerusalemme (Ger5: cercate un giusto dentro Gerusalemme che salva la città e non c’è), cercare il giusto dentro l’umanità e non c’è, allora il Giusto viene, si fa uomo e adesso il Giusto c’è dentro l’umanità: è il Signore Gesù! Lui nella sua innocenza diventa questo coagulo di carne e sangue che fa diventare carne il desiderio, la volontà, la decisione di salvezza di Dio.
Allora Gesù è l’innocente che muore per rendere innocenti i colpevoli; è il Giusto che risponde al male con il bene, perché la via del bene sia possibile per tutti; Gesù è colui che muore, non morendo, ma dando la vita così che sia possibile la vita per tutti e la morte dunque muoia; è l’intercessore che rende definitivamente possibile la salvezza per questa sua intercessione che incarna la decisione di salvezza di Dio. Adesso chiede a voi in modo particolare di essere questi intercessori che desiderano il desiderio di Dio, che con la loro voce rendono parola la volontà di salvezza di Dio e che, assumendo allora il cammino del servo, possono portare dentro il male il bene e così portare a compimento ilo cammino di passione, di morte e di risurrezione del Signore Gesù e portare a compimento per coloro che vi sono affidati il mistero pasquale.

(La meditazione del Ritiro di Quaresima è stata tenuta dalla prof. Bruna Costacurta ai sacerdoti del triennio il 10 aprile 2000 alla casa “Bonus Pastor”. Il testo non è stato rivisto dalla relatrice).

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