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9 NOVEMBRE : DEDICAZIONE BASILICA LATERANENSE – LETTURE ED OMELIA

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9 NOVEMBRE : DEDICAZIONE BASILICA LATERANENSE  - LETTURE ED OMELIA

I LETTURA (EZ  47,1-2.8-9.12)

Dal libro del profeta Ezechiele
In quei giorni, (un uomo, il cui aspetto era come di bronzo,) mi condusse all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all’esterno, fino alla porta esterna rivolta a oriente, e vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro.
Mi disse: « Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell’Àraba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il torrente, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina ».

Salmo (45)
Rit. Un fiume rallegra la città di Dio.

Dio è per noi rifugio e fortezza,
aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce.
Perciò non temiamo se trema la terra,
se vacillano i monti nel fondo del mare. Rit.

Un fiume e i suoi canali rallegrano la città di Dio,
la più santa delle dimore dell’Altissimo.
Dio è in mezzo a essa: non potrà vacillare.
Dio la soccorre allo spuntare dell’alba. Rit.

Il Signore degli eserciti è con noi,
nostro baluardo è il Dio di Giacobbe.
Venite, vedete le opere del Signore,
egli ha fatto cose tremende sulla terra. Rit.

II LETTURA (1COR 3,9-11.16-17)
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
 Fratelli, voi siete edificio di Dio.
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo.
Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.

VANGELO (GV 2,13-22)
Dal vangelo secondo Giovanni
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: « Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato! ».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: « Lo zelo per la tua casa mi divorerà ».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: « Quale segno ci mostri per fare queste cose? ». Rispose loro Gesù: « Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere ». Gli dissero allora i Giudei: « Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere? ». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

OMELIA
Per capire il senso della festa odierna, cioè la dedicazione della Basilica Lateranense, bisogna che ci portiamo col pensiero al tempo in cui avvenne la sua costruzione e consacrazione. Dobbiamo metterci accanto ai cristiani di allora che, dopo decenni e decenni di persecuzioni, videro innalzarsi le mura della basilica. Era il segno della libertà di culto che Costantino aveva promulgato. Era la prima basilica cristiana. Era la sede del successore di Pietro, la cui parola veniva così considerata efficace per l’edificazione della società.
Noi non festeggiamo l’esecuzione e la dedicazione dell’edificio in sé, che del resto conobbe distruzioni e ricostruzioni, ma ciò che la dedicazione esprime: la libertà di culto, il riconoscimento del valore sociale della fede cristiana, la possibilità di una evangelizzazione delle masse.
Non possiamo fermarci all’edificio in sé; dobbiamo guardare a ciò che esso promuove nella storia: il Vangelo, l’assemblea eucaristica, la parola di Pietro, la fraternitas dei figli di Dio, il bene sociale.
Si tratta di una dedicazione i cui effetti sono planetari, infatti non è difficile comprendere come ogni chiesa ha come chiesa madre la Basilica Lateranense, essendo la prima basilica e la sede del successore di Pietro. Giustamente essa viene definita la chiesa dell’Urbe e dell’Orbe.
Questa festa ci rammenta il bene che e venuto a noi dalla dedicazione di quella basilica. Quell’evento, ottenuto dopo secoli segnati dalla generosità – fino a sostenere morti di strazio – da parte di tanti cristiani, braccati, costretti alla clandestinità, considerati come socialmente pericolosi, ci raggiunge come un’onda fertile che ci lancia in avanti.
Noi viviamo di quell’evento, e non possiamo che adoperarci perché esso sia presente, nei suoi effetti, in ogni luogo della terra; là dove è impedito ai cristiani di esprimere la loro fede, là dove la Chiesa è considerata elemento di disturbo.
Pietro, il primo pontefice, non aveva chiese, ma ben sapeva che la Chiesa è un edificio spirituale che ha Cristo come pietra angolare. Sapeva che l’edificio spirituale che è la Chiesa, ha la necessità, la missione di costituire chiese di pietra, come punti di culto e di irraggiamento della fede. I primi cristiani desideravano chiese di pietra, al sole; non pensavano ad una Chiesa in permanente stato di clandestinità.
La costruzione di una chiesa esprime sempre una qualche accoglienza della Chiesa da parte dei poteri della terra. La massima accoglienza si ha quando il potere della terra si apre a Cristo: allora si arriva ad una civitas christiana. Questa parola non piace oggi, ma ne abbiamo una migliore, più espressiva: la società dell’amore.
Società dell’amore; società che ha accolto Cristo e ne vive la Parola. A questa società dobbiamo continuamente aspirare; nel Padre Nostro quando diciamo « venga il tuo regno », questo invochiamo. Stranamente, tuttavia, oggi ci si è abituati ai lontani, all’esistenza dei lontani. I lontani ormai ci vogliono per la nostra mentalità, che ormai non si figura più una civitas christiana, ma solo comunità cristiane quasi catacombali destinate a restare tali. Ci vogliono i lontani, per illudersi di essere nella situazione delle origini, non vedendo che si ama respirare un’alterata atmosfera delle origini. Ma si va oltre questo, fino a dire che « i lontani non esistono ». Non esistono – dicono alcuni tali -, perché tanti lontani sono migliori di noi! (E va bene; ma intanto non sono praticanti e quindi lontani dal banchetto eucaristico, condizione di vita) (Gv 6,54): « Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita », dice il Signore. Non esistono, dicono; perché solo Dio può vedere la realtà di un cuore e noi no, e quindi come si fa a vedere se uno è lontano o vicino? Verissimo, solo Dio conosce in profondità il cuore dell’uomo. Ma noi non siamo del tutto sprovveduti nello Spirito Santo, visto che Gesù ci ha detto che (Mt 7,20): « dai loro frutti dunque li riconoscerete » . E, allora? Allora, se il Vangelo viene pensato come un sovrappiù, un coronamento che è bello aggiungere al resto che deve restare tale, esso non è più recepito per quello che è: fondamento di vita, di civiltà, di salvezza.
Allora è stato inutile il sangue di tanti martiri che hanno portato la Chiesa alla grazia della dedicazione della Basilica Lateranense; grazia riguardante la possibilità che le masse degli uomini potessero essere evangelizzate senza l’ostacolo dei traumi delle persecuzioni. Di quella grazia, ripeto, noi partecipiamo. Ogni chiesa è espressione del radicamento della Chiesa nella storia, nelle civiltà.
Una chiesa dà sicurezza, dà pace, dà presente e futuro. Ogni chiesa è espressione dell’offerta universale della salvezza.
« Acclamiamo la roccia della nostra salvezza », invitava il salmista, mentre i pellegrini entravano nel tempio di Gerusalemme. Quel tempio, luogo di preghiera, di ascolto della Parola, di riflessione, era tutto centrato nel santo dei santi dove, sopra l’arca, c’era la misteriosa presenza della gloria di Jahweh. La chiesa cristiana ha altra configurazione. Essa è centrata su Cristo, di cui la presenza misteriosa della « gloria » sull’arca era una figura. La chiesa cristiana nasce dall’incarnazione del Verbo; attesta l’incarnazione; vive dell’incarnazione, della passione, morte e risurrezione di Cristo. Vive della presenza di un popolo rigenerato nello Spirito Santo. La chiesa cristiana dà sicurezza, dà pace, dà comunione, dà slancio missionario. Ecco, fratelli e sorelle, slancio missionario; e questo è carente. Perché è carente? Appunto perché i lontani non ci sono; non ci sono lontani da salvare. Il Magistero parla di nuova evangelizzazione, anzi di rievangelizzazione, ma intanto non ci si muove con ardore, poiché  troppo spesso circola il corrosivo micidiale che « i lontani non esistono »; eppure tutti i giorni diciamo nel Benedictus che esistono quelli « che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte » (Lc 1,79). Guai ad una comunità che si chiude in se stessa, che perde slancio missionario. Guai ad una comunità che non aspira a costruire una chiesa, una chiesa che sia segno visibile, eloquente della propria identità. Un salone, un appartamento, un qualche locale, non possono che essere un momento provvisorio in attesa della costruzione di una chiesa, architettonicamente chiesa.
Ogni chiesa edificata non è solo il frutto degli sforzi di una comunità, ma di tutta la Chiesa. Certo una determinata comunità avrà carichi economici, ma a questa comunità non manca l’aiuto orante di tutta la Chiesa, animata dal vincolo della comunione dei santi, per il quale il bene di un membro ridonda su tutta la Chiesa.
Ogni chiesa in muratura rimanda immediatamente a tutta la Chiesa. Una chiesa, se fosse costruita senza la comunione con la Chiesa, sarebbe luogo sterile, non promuoverebbe pace e fraternità; non potrebbe essere chiesa consacrata dalla Chiesa, luogo dove la Chiesa, nella frazione di una comunità particolare, prega.
Noi oggi, dunque, non celebriamo semplicemente la dedicazione di uno spazio architettonico al culto. Celebriamo il mistero della presenza di Dio nella storia;  mistero che trova nelle chiese il segno di un radicamento culturale, sociale, che, essendo fondato da Cristo e su Cristo, non potrà, pur in mezzo a rivolgimenti e persecuzioni, venir meno. Le chiese saranno sempre costruite. Il mondo le potrà abbattere, come ha fatto tante volte, ma esse ritorneranno sempre ad esserci. E verrà il giorno in cui il segno del Figlio dell’Uomo, cioè la croce, si staglierà nel cielo, in alto sui monti, sulle cime dei campanili, in tutta la terra.
E così verrà il giorno che la terra – pur essendovi inevitabilmente ancora i peccati – sarà un immenso coro da cui si innalzerà un’incessante lode a Dio. Sarà il tempo della civiltà dell’amore; sarà il tempo in cui la massa dei cristiani sarà veramente cristiana. Poi verrà il tempo della fine. « Venga il tuo regno », diciamo, dunque. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Publié dans:CHIESA CATTOLICA, FESTE |on 8 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

9 novembre, Dedicazione della Basilica Lateranense: Noi siamo ‘l’edificio’ di Dio, la Sua Chiesa

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Noi siamo ‘l’edificio’ di Dio, la Sua Chiesa

mons. Antonio Riboldi

Dedicazione della Basilica Lateranense ( Omelia del 09/11/2008)

Vangelo: Gv 2, 13-22  

La Parola di Dio, oggi, ci interpella, e seriamente, su cosa intendiamo per ‘Chiesa’.
Se ci facciamo caso, normalmente ci fermiamo al tempio.
Ogni paese, ogni comunità, ha la sua Chiesa e tutti consideriamo solo questo aspetto: la Chiesa come ‘luogo’ dove avviene l’incontro ‘a tu per Tu’ con Dio, nelle liturgie, nella preghiera e nell’adorazione del SS.mo Sacramento.
Ci sono chiese o cattedrali, che sono un vero splendore di arte, altre più modeste, ma tutte ‘casé di Dio. I nostri fratelli nella fede si sono sempre prodigati affinché le ‘case di Dio-con noi’ fossero belle, creando dei veri capolavori d’arte.
Ricordo che, dopo il terremoto del Belice, Paolo VI raccomandava a noi parroci, nel momento della ricostruzione, di costruire ‘chiese a misura di abitanti’, semplici, ossia che rispecchiassero la povertà dei fedeli.
Ma se intendiamo per chiesa ‘il luogo di incontro con Dio’, tutto può essere Chiesa: la famiglia, detta ‘piccola Chiesa domestica’, e lo stesso luogo di lavoro.
Quello che conta è che rispecchi la presenza del Padre.
Dopo il terremoto, nei tempi di vita nelle tende, la Chiesa era una tenda in cui, a volte, per la sua precarietà, dovevamo celebrare con l’ombrello!
S. Paolo, oggi, ‘va oltre’, in profondità e oggi, stupendamente, ci definisce:
“Fratelli, voi siete l’edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio, che mi è stata data, come un sapiente architetto, io ho posto il fondamento, un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti non si può porre un fondamento diverso da quello che già si trova, che è Gesù Cristo. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui, perché santo è il tempio di Dio, che siete voi » (Corinzi 3.9-17).
Oggi, la liturgia celebra la ‘Dedicazione della Basilica Lateranense’, costruita dall’imperatore Costantino, sul colle Laterano e, a quanto risulta, questa festa, già dal XII secolo era celebrata il 9 novembre.
Inizialmente fu una festa solo della città di Roma. In seguito la celebrazione fu estesa a tutte le Chiese dell’Urbe e dell’Orbe, come segno di amore e di unità verso la cattedra di Pietro che, secondo S. Ignazio di Antiochia, ‘presiede a tutta l’assemblea della carità’.
La nostra appartenenza alla Chiesa inizia il giorno del Battesimo, la vera ‘seconda nascità.
Nella Chiesa siamo cresciuti, con i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia e siamo stati accolti di fatto con il sacramento della Cresima, che ci ha resi consapevoli ‘testimoni della fede’.
Nella Chiesa tanti hanno iniziato il cammino della loro specifica vocazione, con la celebrazione del sacramento del Matrimonio.
Così la Chiesa è o dovrebbe essere la casa in cui percorriamo il pellegrinaggio verso la celeste Chiesa, che è il Paradiso. Ma è così per tutti?
O abbiamo della Chiesa concetti sbagliati, che la privano della sua divina bellezza?
È la casa di Dio con noi e di noi con Dio. Ma è davvero vissuta così?
Impensierisce il fatto che tanti cristiani, da tempo, non la considerino più la casa di Dio con noi, vedendo, pericolosamente, come sola casa, il mondo: una casa senza Dio, tremenda, con tutti i mali che ne conseguono!
Nella Chiesa, Dio ci raduna come una sola famiglia che si ama e cresce con Lui nell’Amore.
Fuori si rischiano false amicizie o compagnie, che devastano la bellezza della nostra vita interiore, distruggono ‘l’edificio di Dio’, che noi siamo.
Quando, da vescovo, ogni domenica, chiamavo i fedeli alla celebrazione eucaristica e vedevo il Duomo affollato di fedeli, provavo la grande gioia di chi si sente in famiglia.
Era lì che si costruiva il tempio di Dio. E lo provo ancora oggi.
Paolo VI lamentava, senza perdere l’ottimismo, che nasce da una fede salda e sicura: “Lo sviluppo della vita moderna sembra rivolto contro la Chiesa, per l’incredulità che professa, per l’illusione di sufficienza che crea nell’uomo, per il laicismo e l’ateismo. A questo succede l’abbandono – di popoli interi e di generazioni nuove – delle sante e sublimi tradizioni religiose, che dovrebbero costituire la più preziosa e gelosa eredità della nostra età. Dall’altra parte i fenomeni degni di nota sono quelli che documentano una potente vitalità della Chiesa, che, sempre più priva degli aiuti e dei privilegi, che venivano dalla società temporale, cava dal suo stesso seno le forze per la sua difesa e prosperità. È il .flusso dello Spirito Santo, che invade ancora le sue membra e le fa agili e forti. È il vento della Pentecoste, che soffia nelle vele della mistica nave, la quale non teme più le tempeste. E sotto l’aspetto visibile e sociale, vi è l’avvento del laicato cattolico a una più articolata collaborazione all’apostolato gerarchico. Grande ora è questa che offre ai fedeli la sorte di concepire la vita cattolica come una dignità e fortuna, come una nobiltà e una vocazione” (9 giugno 1957).
Ma qualche volta, purtroppo, come ‘il tempio di Dio’ che ognuno di noi è, anche la Chiesa, come edificio di culto, luogo di intimità con Dio, che esige il massimo rispetto, viene ‘usatà in modi che nulla hanno a che fare con la sua vera natura.
Basta pensare a certi matrimoni o prime comunioni, veri ‘spettacoli mondani’…non si può esprimere l’impressione che ne nasce, ma sentiamo Gesù: “Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi e ai venditori di colombe disse: Portate via queste cose e non fate della casa di mio Padre un luogo di mercato. I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la Tua casa mi divora” (Mt 2, 13-22).
E credo che Gesù, anche oggi, davanti a tante violazioni della Casa del Padre Suo, userebbe la stessa sferza.
Già il beato Rosmini, a suo tempo, scrisse un libro che intitolò: “Le cinque piaghe della Santa Chiesa”. Le aveva meditate e scritte negli anni precedenti, ma volle presentarlo nel 1848.
Inaspettatamente, il 6 giugno 1849, in seguito al giudizio della Congregazione dell’Indice,
Pio IX, che aveva sempre stimato e amato Rosmini, sanzionò la condanna del suo testo.
Sarà Paolo VI, prima di eliminare l’Indice, a togliere questa opera dall’elenco, dichiarando che non meritava tale sentenza e, anzi, ‘Le cinque piaghe’ divennero, secondo molti, ispirazione per molti argomenti affrontati dal Concilio Vaticano II.
Secondo Rosmini le piaghe della Santa Chiesa erano:
- la piaga della mano sinistra della santa Chiesa è la divisione del popolo dal Clero, nel pubblico culto;
- la piaga della mano dritta della santa Chiesa è l’insufficiente educazione del Clero;
- la piaga del costato della santa Chiesa è la disunione dei vescovi;
- la piaga del piede destro della santa Chiesa è la nomina dei vescovi, abbandonata al potere temporale;
- la piaga del piede sinistro della santa Chiesa è la servitù dei beni temporali.
E prima di scriverle il beato Rosmini faceva queste considerazioni: “Trovandomi in una villa del Padovano, io posi mano a scrivere questo libro a sfogo dell’animo mio addolorato e fors’anco a conforto altrui. Esitai prima di farlo: perciocché meco medesimo mi proponeva la questione: Sta egli bene che un uomo senza giurisdizione, componga un trattato sui mali della Santa Chiesa? E il rilevarne le piaghe non è forse un mancare di rispetto agli stessi Pastori della medesima, quasi che essi o non conoscessero tali piaghe o non ponessero loro rimedio? A questa questione io mi rispondevo, che il meditare sui mali della Chiesa, anche a un laico non poteva essere riprovevole, ove a ciò fosse mosso dal vivo zelo del bene di essa e della gloria di Dio”.
Quanto i Santi amavano e amano la Chiesa di ieri e di oggi!
Sanno vivere quanto Paolo scrisse ai Corinti: “Voi Siete l’edificio di Dio… Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito santo abita in voi?”.
Piace chiudere la riflessione con una esortazione di Don Tonino Bello: “Noi, come Chiesa, siamo il popolo che passa in mezzo al mondo per annunciare che il Signore è risorto e cammina con noi. Noi non dobbiamo chiudere gli occhi finché il mondo non dorme sonni tranquilli: noi dobbiamo essere i servi del mondo, non dobbiamo avere paura di piegarci per lavare i piedi del mondo. Non siamo una Chiesa che si mimetizza; non siamo una Chiesa populista; non una Chiesa ridotta al rango di ancella, non una Chiesa schiava. La Chiesa deve giocare come serva, non come serva del mondo, non come riserva del mondo, e neppure che faccia il braccio di ferro con il mondo…ma diga squarciata dei pensieri di Dio, sembra dire al mondo così: D’ora in poi, le tue gioie saranno le mie; spartirò con te il pane amaro delle identiche tristezze; mi farò coinvolgere delle tue stesse speranze e le tue angosce stringeranno anche a me la gola con l’identico groppo di paura. Noi, tuoi figli, ti diciamo: GRAZIE, CHIESA, perché ci aiuti a ricollocare le nostre tende nell’accampamento degli uomini”.
Non ci resta che chiedere allo Spirito di provare gioia e orgoglio anche noi, per “essere edificio di Dio, tempio in cui Egli abita”.

LO SPIRITO E LA CHIESA (PRIMA PARTE)

http://www.zenit.org/article-33661?l=italian

LO SPIRITO E LA CHIESA (PRIMA PARTE)

Relazione di mons. Bruno Forte al recente Convegno promosso da RnS

(sono due parti la seconda domani, note sul sito)

ROMA, domenica, 4 novembre 2012 (ZENIT.org).- Presentiamo la prima parte della relazione tenuta giovedì 25 ottobre scorso da mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto (Abruzzo), al Convegno sullo Spirito Santo, svoltosi presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma.
***
1. La missione come “kenosi” dello Spirito: i modelli storici della missione – 2. La missione come “splendore” dello Spirito: la cattolicità del soggetto missionario – 3. La missione inseparabilmente “kenosi” e “splendore” dello Spirito: la cattolicità del messaggio e dei destinatari – Conclusione
L’invio dello Spirito Santo da parte del Risorto può essere considerato l’inizio stesso della Chiesa: “Il tempo della Chiesa – afferma Giovanni Paolo II nell’Enciclica Dominum et vivificantem -ha avuto inizio con la ‘venuta’, cioè con la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli riuniti nel Cenacolo di Gerusalemme insieme con Maria, la Madre del Signore”[1]. Quest’origine dalla Trinità attraverso le missioni del Figlio e dello Spirito mostra come la Chiesa sia costitutivamente “kenosi” e “splendore”, nascondimento e irradiazione, dell’amore trinitario nella storia[2]. Come nella Trinità così – per una non debole analogia – nella Chiesa, la missione è l’espressione del dinamismo più profondo della comunione, l’irradiazione della sovrabbondanza dell’amore, che in essa è effuso dallo Spirito Santo. Questo dinamismo originario è stato variamente vissuto e pensato nello sviluppo storico del popolo di Dio: nella varietà dei modelli che si sono succeduti nel tempo si realizza, in un certo senso, la “kènosi” dell’azione dello Spirito nella storia; nell’unica pienezza della Catholica e del suo dono al mondo è lo “splendore” dell’essere ecclesiale che viene a esprimersi.
1. La Chiesa come “kenosi” dello Spirito: i modelli storici della sua missione
L’Ecclesia de Trinitate esiste nella storia anzitutto come “kènosi” della gloria divina: la Trinità mette le sue tende nel tempo mediante la Chiesa, con tutti i limiti che derivano dalla dimensione storica e mondana. Di questa “kènosi” artefice principale è lo Spirito: “Lo Spirito Santo – scrive il teologo ortodosso Vladimir Lossky – si comunica alle persone, segnando ogni membro della Chiesa con il suggello di un rapporto personale e unico con la Trinità, divenendo presente in ogni persona. Come? Qui permane un mistero: il mistero dell’esinanizione, della ‘kènosi’ dello Spirito Santo veniente nel mondo. Se nella ‘kènosi’ del Figlio la persona ci è apparsa mentre la divinità rimaneva nascosta sotto ‘le sembianze del servo’, lo Spirito Santo, nel suo avvento, manifesta la natura comune della Trinità, ma lascia che la sua persona sia dissimulata sotto la divinità. Rimane non rivelato, nascosto per così dire dal dono, affinché il dono ch’Egli comunica sia pienamente nostro, fatto proprio dalle nostre persone”[3]. Proprio così, lo Spirito è la dimensione storica del mistero ed è Lui che la dona alla Chiesa, perché sia il volto – storicamente determinato e soggetto a cambiamento – della vita divina che viene dall’alto per tutti.
Sotto l’azione dello Spirito la tensione missionaria costitutiva dell’essere ecclesiale ha assunto nel tempo forme diverse, sviluppatesi in rapporto alle diverse situazioni storiche del cristianesimo[4]: è possibile individuare – in maniera del tutto generale – alcuni modelli fondamentali di questa “kenosi” dello Spirito nella Sposa, la Chiesa. Il primo modello si afferma nel tempo della Chiesa dei martiri, segnato dalla forte tensione escatologica e dallo slancio teso a offrire al mondo la vita nuova in Cristo fino alla testimonianza suprema del martirio. L’urgenza dominante è quella di portare dovunque il Vangelo e l’attività missionaria della Chiesa è intesa soprattutto come missione in atto, come animazione, cioè, che si realizza dappertutto grazie alla forza espansiva della presenza dei cristiani vivificati dallo Spirito. Questo comportamento è ispirato al principio giovanneo dell’essere nel mondo ma non del mondo (cf. Gv 17,11. 14) ed è descritto con efficacia dalla Lettera a Diogneto (II sec.): “Ciò che è l’anima nel corpo, lo sono i cristiani nel mondo. L’anima è diffusa in tutte le membra del corpo, i cristiani lo sono nelle città della terra. L’anima, pur abitando nel corpo, non è del corpo; i cristiani, pur abitando nel mondo, non sono del mondo. L’anima invisibile è custodita nel corpo visibile; i cristiani sono noti al mondo, ma resta invisibile la loro adorazione di Dio…”[5]. La fecondità della missione scaturisce dunque dalla sovrabbondanza dell’esistenza trasformata dallo Spirito, vissuta nei luoghi e negli ambienti più diversi per una spontanea irradiazione del dono di Dio, che viene a pervadere la società in cui si è immersi.
Col delinearsi della situazione di cristianità, caratterizzata dall’osmosi fra la Chiesa e l’Impero, lo slancio missionario tende a indebolirsi e il modello della missione in atto cede sempre più il posto a quello della missione compiuta: la tensione si sposta dall’esterno all’interno della comunità, perché sembra che la buona novella abbia ormai raggiunto l’intero spazio del cosmo conosciuto e debba perciò essere proclamata e celebrata soprattutto a favore della vita spirituale e liturgica dei cristiani. In tal modo, la specifica operosità missionaria della comunità passa dal centro al margine dell’autocoscienza ecclesiale: “L’impegno dell’evangelizzazione… viene pensato come un impegno contingente, che dipende da peculiari condizioni storiche… A sua volta, la concezione della Chiesa non è per nulla determinata dal suo dinamismo missionario. La sua normale principale attività non è la missione né l’evangelizzazione, bensì quella che si chiama l’attività pastorale la quale, presupponendo la fede già predicata ed accolta, comporta impegni ed azioni tesi alla maturazione della fede dei credenti, alla loro santificazione attraverso i sacramenti, alla difesa della loro fedeltà ed alla promozione della loro coerenza con la fede professata”[6]. La “missio ad intra” diventa la forma ordinaria della vita ecclesiale, la “missio ad extra” quella straordinaria ed eccezionale. La stessa attenzione alla Terza Persona divina va affievolendosi a favore di una concezione della Chiesa legata quasi esclusivamente all’incarnazione del Figlio (“cristomonismo”).
Col tramonto del Medio Evo la scoperta di nuovi mondi totalmente da evangelizzare e il profilarsi del confronto dialettico fra la Chiesa e la modernità provocano una profonda modifica nei modelli, cui si ispira la missione: emergono due atteggiamenti opposti. Da una parte, si delinea la concezione della missione nascosta, che valorizza il protagonismo interiore della soggettività nel servizio alla causa della salvezza del mondo e corrisponde alla generale riscoperta del soggetto tipica dell’evo moderno. Dall’altra e soprattutto, è l’idea della missione “ad gentes” che va imponendosi: i nuovi mondi da evangelizzare costituiscono un richiamo troppo forte alla coscienza credente per poter essere eluso. Si va delineando la meravigliosa fioritura missionaria, che porterà la Chiesa non solo ad espandersi nelle terre del nuovo mondo, ma anche a conoscere in se stessa una vigorosa ripresa dell’anelito alla missione. Vissuta con una prodigiosa ricchezza di mobilitazione di uomini e mezzi e con una non meno straordinaria fecondità di frutti, nonostante tutti i limiti e le contaminazioni con l’opera colonizzatrice delle potenze imperialiste, la missione “ad gentes” implica una forte coscienza della necessità della Chiesa per la salvezza e, ancor più radicalmente, presuppone una precisa affermazione dell’assolutezza del cristianesimo, della singolarità, cioè, del tutto unica e irripetibile del Salvatore del mondo, Gesù Cristo, che nella Chiesa si rende presente e opera grazie al suo Spirito.
Il grande merito del modello della missione “ad gentes” è di esplicitare in tutta la sua ricchezza il valore dell’apostolicità della Chiesa: convocata dalla fede degli apostoli e in essa conservata, grazie alla comunione dello Spirito Santo nel tempo e nello spazio, la comunità cristiana si riconosce inviata a testimoniare questa fede fino agli estremi confini della terra ed a suscitare dappertutto presenze della Chiesa, che rendano possibile il ricorso ai mezzi di grazia e l’esperienza salvifica della vita nuova, donata in Gesù Cristo. La “plantatio Ecclesiae” riconosce così il suo modello originario e normativo nella stessa opera missionaria degli apostoli, che predicarono il Vangelo, fondando la Chiesa dovunque andavano e preoccupandosi di assicurarne la sopravvivenza in particolare con la costituzione del ministero apostolico. Proprio per questo, però, il modello vale fin tanto e fin dove ci sia la Chiesa da impiantare: in questo senso, la concezione che sta alla base della “missio ad gentes” non esclude del tutto il rischio di ricadere nell’ideologia della missione compiuta[7].
Si determina così la necessità di integrare il modello della “missio ad gentes” con un modello più consapevolmente pneumatologico, che fondi l’urgenza missionaria come elemento costitutivo dell’essere ecclesiale nella sua pienezza, a prescindere dalle condizioni contingenti che accentuino l’uno o l’altro aspetto dell’azione apostolica: questo modello è quello che potrebbe definirsi della cattolicità della missione. Esso salda la nota dell’apostolicità, ispiratrice della “missio ad gentes”, a quella della pienezza cattolica del popolo di Dio, secondo una mutua inabitazione delle proprietà essenziali della Chiesa: l’Una Sancta è anche ed inseparabilmente Catholica et Apostolica. Ciò significa che la raccolta escatologica, che il Signore Gesù viene a compiere, non solo raduna la comunione dei santi nell’unità a immagine della comunione trinitaria, ma esige anche che questa convocazione raggiunga nella forza dello Spirito tutti i tempi e tutti i luoghi mediante la continuità della tradizione apostolica e della successione del ministero in essa e il farsi presente del dono della riconciliazione in ogni tempo e in ogni luogo. La cattolicità della Chiesa è, in altre parole, inseparabilmente un dono e un compito: la Chiesa universale già esiste come Israele finale, popolo del raduno escatologico dei popoli, Catholica presente nella storia grazie alla missione del Figlio e dello Spirito; essa, tuttavia, richiede di attuarsi ancora in pienezza sia dove non esiste, sia dove, sebbene presente, la pienezza cattolica deve ancora esprimere tutta la ricchezza delle sue potenzialità, carismatiche e ministeriali. In questo senso, dovunque c’è la Catholica, c’è la missione, come realtà in atto o come esigenza imprescindibile: la missione si presenta come l’aspetto dinamico della cattolicità, il suo effettivo compiersi nella storia della salvezza, sotto l’azione dello Spirito Santo.
La sfida della concezione pneumatologica della Chiesa, ispirata all’insegnamento del Vaticano II e ripresa dall’Enciclica Dominum et vivificantem non è, allora, quella di sostituire un modello all’altro, fino a svuotare il senso della “missio ad gentes”, quanto piuttosto di mantenere anche in ecclesiologia il principio trinitario della “pericoresi”. La cattolicità non va separata dall’apostolicità, come testimonia la tradizione della Chiesa indivisa, per la quale l’una non può sussistere senza l’altra: la “plantatio Ecclesiae” continuerà ad essere urgenza apostolica ineliminabile dell’attività missionaria; allo stesso modo, l’azione missionaria “ad intra” sarà sempre necessaria al popolo di Dio, per rinnovarsi incessantemente nella fedeltà alla fede apostolica e nell’apertura alle sorprese dello Spirito. Questa rinnovata percezione dell’inseparabilità delle due urgenze della missione, “ad intra” e “ad extra”, corrisponde a quella che in modo particolare a partire da Giovanni Paolo II viene detta la “nuova evangelizzazione”. Anch’essa va compresa nella luce del primato dell’azione dello Spirito: l’aggettivo “nuova”, posto innanzi al termine “evangelizzazione” non sta a significare una semplice novità cronologica, quasi che quanto prima fosse sbagliato o parziale, ma vuole evidenziare il bisogno di una novità qualitativa.
Per ricorrere alla terminologia del greco neotestamentario, in gioco è la novità del “kainós”, non quella del “neós”, la novità qualitativa ed escatologica, non quella meramente cronologica del prima e del poi. Non a caso Gesù chiama “kainé” il suo comandamento nuovo (“entolé kainé”: 1 Gv 2,7s), per indicare che solo gli uomini nuovi, resi tali dallo Spirito del Figlio, possono vivere la novità dell’amore da Lui richiesto e darne testimonianza credibile. È lo Spirito Santo, insomma, l’agente principale della “nuova evangelizzazione”, cui aprirsi per realizzare la piena cattolicità della missione ecclesiale di fronte alle sfide dei tempi nuovi nel “villaggio globale”, che è ormai il pianeta. Nella luce di questo dinamismo reso possibile dallo Spirito, si dovrà parlare di una triplice cattolicità della missione: la cattolicità del soggetto missionario; quella legata al contenuto dell’annuncio, che è la fede custodita nella tradizione apostolica; e infine, non meno rilevante, quella del destinatario della missione, che è tutto l’uomo, in ogni uomo. L’approfondimento di questi tre aspetti consentirà di chiarire in che consista lo “splendore” del Paraclito attuato nella missione ecclesiale e come esso si coniughi alla kénosi, di cui si è detto finora.
*

CHIESA E MASS MEDIA: UN RAPPORTO DIFFICILE

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28630?l=italian

CHIESA E MASS MEDIA: UN RAPPORTO DIFFICILE

Dibattito in Vaticano con prelati, giornalisti ed esperti di settore

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 11 novembre 2011 (ZENIT.org) – Incomprensioni tra Chiesa cattolica e media: questo il titolo dell’incontro svoltosi ieri in Vaticano, nell’aula vecchia del Sinodo, organizzato da L’Osservatore Romano in occasione del suo centocinquantesimo anniversario.
I diversi relatori, introdotti dal direttore dell’Osservatore, Giovanni Maria Vian, hanno approfondito tutti quegli argomenti che hanno suscitato polemiche, per via delle difficoltà di comunicazione.
La prof.ssa Lucetta Scaraffia ha illustrato il periodo che va dal Vaticano II all’Humanae vitae, mentre il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio ha approfondito le opposizioni a Giovanni Paolo II. Jean Marie Guénois, da parte sua, si è soffermato sulle reazioni contro il “pastore tedesco” Benedetto XVI, mentre il giornalista e sacerdote Antonio Pelayo ha riflettuto sugli stravolgimenti della lectio magistralis del Papa a Ratisbona.
Nel pomeriggio è stata la volta del giornalista tedesco Paul Badde sul caso del vescovo negazionista Williamson. Il giornalista britannico John Hopper ha tenuto una relazione dal titolo Quando il Papa parla del condom, mentre John Allen, impossibilitato a partecipare all’ultimo momento, ha inviato un testo sullo scandalo degli abusi. L’incontro è stato chiuso dall’intervento del cardinale Gianfranco Ravasi.
A margine dell’incontro, Ravasi ha dichiarato a Zenit: “La morale della favola è che comunicare un messaggio forte come quello cristiano è faticoso, è una impresa che va incontro a una infinità di ostacoli di spine e di incomprensioni”.
E ha ricordato che “è assolutamente necessario farlo secondo il nuovo linguaggio e, come corollario, aggiungerei anche: non bisogna sempre considerare tutte le esperienze negative come se fossero solamente negative. Sono in realtà un appello perché la comunicazione nella Chiesa avvenga in una maniera più aderente a questa nuova atmosfera in cui siamo immersi”.
Ravasi ha poi ricordato le difficoltà: “A volte è anche occasione per un esame di coscienza della Chiesa, qualora venga subito un attacco, per quanto ingiusto”.
Parlando dei mezzi di comunicazione di massa, il prof. Vian ha ricordato  L’Osservatore, fondato nel 1861, e il ruolo giocato a suo favore da Pio IX, ma anche la Radio Vaticana con i messaggi di Pio XI, diventati poi un “genere letterario”. Una “luna di miele” che si interrompe dopo la Humanae vitae.
La professoressa Scaraffia ha osservato che, a differenza della Populorum Progressio, con la Humanae vitae si produce una crisi senza precedenti, anche fra i cattolici e tra i favorevoli della rivoluzione sessuale. Questo, però, è avvenuto perché la Chiesa parla con venti secoli di esperienza 
Il prof. Riccardi ha costatato come sul Concilio Vaticano II si è saputo più attraverso i media che attraverso i vescovi. E su Giovanni Paolo II ha ricordato quanto fosse considerato “granitico”, il “Papa polacco” venuto da una Chiesa che non aveva vissuto il Vaticano II. Poi si diffonde la piaga dell’Aids e il Papa viene accusato di “complicità”. Due fatti però sconvolgono questi stereotipi: l’attentato del 1981 e il crollo del muro di Berlino nel 1989. Considerato intransigente, Giovanni Paolo II è diventato però un papa che portava rimedio alla crisi dell’identità cattolica, in una fase che, dal post-’68 si era caratterizzato per un’autocritica fin troppo severa che indeboliva i cattolici nella società.
Jean Marie Guénois, giornalista di Le Figaro ha indicato che papa Benedetto XVI è stato percepito, malgrado la realtà della sua personalità, secondo il falso stereotipo del tedesco. E che, dopo più di sei anni, nonostante i viaggi in Terra Santa ed ad Auschwitz, e la visita alla sinagoga di Roma, pesa ancora un sospetto su di lui.
Su Ratisbona il presidente emerito della Stampa Estera, Antonio Pelayo, ha sottolineato le forzature attraverso l’estrapolazione del discorso accademico del Papa dal suo contesto e di tutte le iniziative del Papa e dei suoi collaboratori per spiegare i reali contenuti del discorso. In quell’occasione la protesta dei musulmani prese spunto dagli articoli “concordati” tra i giornalisti delle testate italiane.
Sul caso del negazionista Williamson il giornalista tedesco Paul Badde ha sottolineato come il Papa, agendo da “Buon pastore”, sia stato messo al posto del vescovo negazionista. Infatti un’intervista a Williamson era stata pubblicata nell’imminenza della revoca della scomunica: su quest’ultima, però, ci fu una carenza di comunicazione. Nessuna persona in buona fede affermò che Benedetto XVI era antisemita, ma non tutti lo erano. E i tentativi di compiere una difficilissima riconciliazione con i lefevriani, sono stati fraintesi come se il Papa volesse rompere con gli ebrei. 
Sulla questione dell’uso del preservativo il giornalista britannico John Hopper ha ripercorso le diverse situazioni di difficoltà: una “tempesta perfetta” nel quale il messaggio del Papa è stato soffocato da un coro di condanne perfino di Paesi europei, anche se poi diversi studi scientifici hanno dato ragione al pontefice. È emersa, in questo caso, la difficoltà di esprimere opinioni impopolari, rendendo così impossibile un ulteriore dibattito.
Sul caso degli abusi di alcuni preti con minori, John Allen, nel testo da lui inviato, ha sottolineato la mancanza di informazioni in generale: ad esempio, in ambito sportivo, pur essendo questo abominio cinque volte più diffuso che nella Chiesa, raramente è stato denunciato. Inoltre in Vaticano i processi amministrativi sono più snelli ed efficaci rispetto ai tribunali laici e che, tra questi ultimi, solo uno su cinque arrivava in Vaticano. Anche il lavoro di Benedetto XVI per sradicare questa piaga è rimasto sconosciuto ai più.
Durante le conclusioni il cardinale Gianfranco Ravasi, responsabile del Pontificio Consiglio della Cultura, ha ricordato che, oltre alla svolta nelle comunicazioni digitali o virtuali, non bisogna dimenticare che si va incontro a un cambiamento antropologico soggetto-oggetto, nel quale i mezzi di comunicazione non sono più una protesi o uno strumento. Ciò avviene perché “siamo entrati in un nuovo ambiente e in una nuova atmosfera”.
Quanto al caso Williamson, ha ricordato le parole del Pontefice quando, riferendosi ai dati che esistevano su Internet sul vescovo lefevriano ha indicato: “In futuro dovremo prestare attenzione a quelle fonte di notizie”. 
Quindi un tema capitale è quello di prestare “più attenzione per quanto riguarda la nostra comunicazione”. E nella dialettica nella quale la Chiesa sempre si troverà, va adottato un dialogo che tenga conto di queste metodologie. E al quale siano capaci gli operatori pastorali e, in generale, chiunque. Una dialettica, tuttavia, che non faccia “che la mia componente perda il suo colore”.
È bene quindi comunicare sapendo che da parte del linguaggio giornalistico esiste sempre la semplificazione, la logica del immediato, il piccante o il negativo, le approssimazioni, e gli schemi preconfigurati; ciò obbliga a essere più incisivi e a dare un messaggio più curato.

Publié dans:CHIESA CATTOLICA |on 12 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Accanto al Papa per servire l’universalità della Chiesa (Il Collegio Cardinalizio)

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2008/155q08a1.html

L’OSSERVATORE ROMANO – IL COLLEGIO CARDINALIZIO

A colloquio con l’arcivescovo Monterisi, segretario del Collegio cardinalizio  (2008)

Accanto al Papa per servire l’universalità della Chiesa

di Gianluca Biccini

Lo definiscono il « Senato del Papa » perché i suoi membri collaborano con il Pontefice nel compimento della sua missione; in realtà è il riflesso fedele dell’universalità della Chiesa. Il Collegio Cardinalizio, antichissima istituzione, svolge una funcpresentano i cinque continenti:  centotré europei, cinquanta americani (Americhe del Nord, del Centro e del Sud), venti asiatici, sedici africani e quattro dell’Oceania. Centosedici sono gli elettori; settantotto quelli che, avendo compiuto gli ottanta anni, non partecipano al Conclave per l’elezione del Papa. Il più giovane di età è l’arcivescovo di Esztergorm-Budapest, Péter Erdo, che è nato nel 1952, mentre quelli per nomina sono i cardinali creati nel secondo concistoro di Benedetto XVI il 24 novembre 2007. Il cardinale più anziano per età è il benedettino tedesco Paul Augustin Mayer di ben novantasette anni, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Saccramenti e presidente emerito della Pontificia Commissione « Ecclesia Dei ». In quest’intervista l’arcivescovo Francesco Monterisi, segretario del Collegio cardinalizio, illustra i compiti principali di questo particolarissimo « Senato ».
Nell’opinione comune il Collegio cardinalizio assume la sua rilevanza soprattutto in occasione dell’elezione di un Pontefice. Vuole invece spiegare quali sono le sue reali funzioni e quando viene convocato?
Nelle solenni celebrazioni presiedute dal Papa, vediamo sempre che egli è circondato da un certo numero di cardinali. Generalmente sono quelli che prestano il loro servizio nella Curia Romana e quelli che in quel momento si trovano in Roma. Ma il Collegio cardinalizio nel suo insieme si riunisce quando viene convocato dal Papa nel concistoro che lui stesso presiede. Possono esservi concistori ordinari o straordinari. Nei primi vengono chiamati tutti i cardinali che si trovano a Roma per compiere alcuni atti di grande solennità, come per esempio quello di esprimere il voto per la canonizzazione di un beato. Questo concistoro è detto anche pubblico, cioè vi sono presenti prelati, sacerdoti, religiosi, autorità civili e altre persone che possono esservi invitate.
Il concistoro straordinario viene convocato quando lo suggeriscono particolari necessità o per trattare problemi di grande rilevanza per la vita della Chiesa. Giovanni Paolo ii ha convocato tre concistori straordinari nel 1991, nel 1994 e nel 2001. Benedetto XVI ha preso occasione dai due concistori, convocati per la creazione di nuovi cardinali nel 2006 e nel 2007, per consultare i porporati presenti su importanti questioni del suo ministero petrino.

Qual è l’origine del Collegio cardinalizio?

Il Collegio cardinalizio trova la sua origine nel clero della primitiva comunità cristiana di Roma. Fin dal primo secolo presbiteri e diaconi assistevano il Pontefice nel suo ministero episcopale, con particolare riferimento alla carità. Due Papi, Cleto e Clemente, sarebbero stati prima dell’elezione diaconi di san Pietro. E sarebbe stato proprio Cleto (76-79 d.C.) a fissare in venticinque il numero dei preti per il servizio della città di Roma. A ciascuno di loro affidò un territorio; si può dire che in questo modo nacquero le prime parrocchie dell’Urbe.
Successivamente Papa Fabiano (236-250), organizzando meglio il lavoro dei diaconi, divise Roma in 14 « regioni » affidando a ciascuno due di esse. Aumentando il numero dei cristiani, a tali preti e diaconi si aggiunsero altri come loro ausiliari. Si cominciò allora a parlare di « cardinali », cioè di preti e diaconi « incardinati » nelle basiliche di Roma, dove aiutavano il Papa.
Il significato del titolo « cardinale » è appunto l’essere assegnato al servizio del vescovo di Roma. Nel v secolo si aggiunsero anche i vescovi delle diocesi vicine, dette « Suburbicarie », che iniziarono a prestare un regolare e solenne servizio liturgico settimanale nella cattedrale del Papa, la basilica di San Giovanni in Laterano.
In tempi più recenti il Papa conferì il titolo di cardinale anche a vescovi di altre diocesi, assegnando comunque anche a loro una Chiesa romana come diaconia o titolo presbiterale. Il vescovo di Roma risultò così attorniato da diaconi, preti e vescovi, che daranno origine ai tre ordini in cui è suddiviso anche oggi il Collegio cardinalizio. E anche oggi a ogni cardinale vengono assegnati una diaconia, o un titolo presbiterale o una delle sei diocesi suburbicarie, che sono:  Ostia, Porto-Santa Rufina, Frascati, Sabina-Poggio Mirteto, Palestrina, Velletri-Segni.

Questo è un aspetto poco conosciuto dai non addetti ai lavori. Come si accede a ciascuno dei tre ordini?

Al momento della nomina o della creazione, come si dice ufficialmente, a ciascun cardinale è affidata una diaconia o un titolo presbiterale in Roma (attualmente di norma i secondi spettano ai pastori delle grandi arcidiocesi mentre le prime vanno ai prefetti e ai presidenti di dicasteri romani, come Congregazioni, Tribunali e Pontifici Consigli, ndr).

Come avvengono gli spostamenti all’interno dei vari gradi?

Il passaggio dall’ordine dei diaconi a quello dei presbiteri avviene per una « richiesta » o « opzione » che un cardinale può fare dopo essere stato per dieci anni nell’ordine dei diaconi. L’opzione, fatta in un concistoro, dev’essere quindi approvata dal Papa. Quanto alle diocesi suburbicarie, il Pontefice le assegna, a mano a mano che si rendono vacanti, a cardinali presbiteri residenti a Roma. In tal modo ciascun cardinale si trova inserito in uno dei tre ordini di cardinali:  vescovi, presbiteri e diaconi.
Nell’ordine gerarchico, in realtà tra i cardinali vescovi e quelli presbiteri e diaconi ci sono i cardinali patriarchi, i quali invece non hanno una diaconia o altro titolo presbiterale di Roma. Perché?
È stato Paolo vi, con il Motu proprio Ad Porpuratorum Patrum dell’11 febbraio 1965, a stabilire che i Patriarchi orientali creati cardinali mantengano la loro Sede patriarcale senza acquisire uno dei suddetti titoli. Si può dire che « non fanno parte del clero di Roma ». Ciò è stato deciso per riguardo all’antichità e alla dignità dei patriarcati d’Oriente.
Parlando di un Collegio non si può non fare riferimento a chi lo presiede. Come viene nominato il cardinale Decano e quali sono i suoi compiti ?
Il cardinale Decano è il primo dei cardinali-vescovi. Esso è eletto in una riunione dei cardinali vescovi e tale elezione deve essere poi approvata dal Papa. Il cardinale Decano, una volta eletto, aggiunge il titolo della diocesi di Ostia a quello della Chiesa suburbicaria che già aveva. Si tratta di una tradizione che risale al 1587:  per decisione di Sisto V fu stabilito che spettava al vescovo di Ostia, in quanto primo vescovo suburbicario, consacrare il Papa come vescovo, se al momento dell’elezione non lo fosse stato.
La diocesi di Ostia è stata successivamente abolita, ma il suo titolo di suburbicaria rimane ed è assegnato al cardinale Decano, come stabilisce anche il canone 350 4 dell’attuale Codice di diritto canonico.
Tra i compiti principali del cardinale Decano, attualmente Angelo Sodano, vi è quindi quello di consacrare vescovo il Romano Pontefice, qualora al momento dell’elezione non lo fosse.

Un’altra figura molto nota è il cardinale proto-diacono. Quali sono le sue funzioni?

Il primo cardinale dell’ordine dei diaconi ha, fra gli altri, il compito di annunciare al popolo l’avvenuta elezione e il nome del nuovo Pontefice. Ed è sempre il proto-diacono a imporre il pallio al nuovo Papa durante la celebrazione per l’inizio del suo ministero di vescovo di Roma e pastore universale della Chiesa.
Attualmente tale carica è ricoperta da Agostino Cacciavillan, il quale ha anche il compito di ricevere il « giuramento di fedeltà » dei nuovi vescovi ai propri impegni episcopali.

Che differenza c’è tra i Legati pontifici e gli Inviati speciali del Papa?

In qualche circostanza particolarmente significativa il Papa incarica un cardinale a rappresentarlo e in questo caso il porporato viene nominato Legato a latere, egli è un alter ego del Pontefice in quella particolare celebrazione o assemblea di persone. L’Inviato speciale invece è il cardinale a cui viene affidato dal Romano Pontefice un determinato incarico pastorale.

Dov’è la sede del Collegio cardinalizio ?

Da quest’anno su disposizione del Papa Benedetto XVI il Collegio cardinalizio ha sede nel Palazzo Apostolico Vaticano. Nella nuova sede è stato possibile riordinare anche l’Archivio e la Biblioteca del Collegio e avere i locali necessari per la segreteria del Collegio e l’ufficio del Decano.

Publié dans:c.CARDINALI, CHIESA CATTOLICA |on 21 novembre, 2010 |Pas de commentaires »

All’interno della Chiesa Cattolica le Chiese sui iuris o Riti sono chiese particolari…

 dal sito:

http://wapedia.mobi/it/Chiesa_sui_iuris

Wiki: Chiesa sui iuris

All’interno della Chiesa Cattolica le Chiese sui iuris o Riti sono chiese particolari, interne alla chiesa universale, distinte per forme di culto liturgico e pietà popolare, disciplina sacramentale (cfr. Orientalium Ecclesiarum, 12-18]) e canonica (si distinguono il Codice di Diritto Canonico e il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali), terminologia e tradizione teologica. L’autonomia a cui si riferisce la frase sui iuris è stata riconosciuta, fra l’altro, dal concilio Vaticano II nel decreto Orientalium Ecclesiarum concernente le « chiese particolari o riti » orientali.

Diversamente dalle « famiglie » o « federazioni » di Chiese formate dal riconoscimento mutuo di corpi ecclesiali distinti (come la Comunione Anglicana o la federazione luterana mondiale), la Chiesa Cattolica si considera un’unica chiesa incarnata in una pluralità di chiese locali o particolari, essendo « una realtà ontologicamente e temporalmente preesistente ad ogni chiesa individuale particolare » (« Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica su alcuni aspetti della Chiesa intesa come comunione » del 28 maggio 1992 da parte della Congregazione per la dottrina della fede [1])

Attualmente esistono 24 Chiese sui iuris in piena comunione con la Chiesa di Roma. Di seguito è l’elenco di tutte le chiese cattoliche suddivise per tradizione liturgica.

1. Le chiese
Chiese sui iuris di rito liturgico occidentale (1):
chiesa cattolica latina, nella quale si praticano vari riti liturgici, da non confondere con i riti o le chiese sui iuris. Fra tali riti liturgici si contano il rito romano (quello più diffuso e inglobante il rito tridentino), il rito ambrosiano, il rito mozarabico, e i riti di Braga (Portogallo) e di ordini religiosi quali quello certosino.
Chiese sui iuris di rito liturgico bizantino (15):
Chiesa cattolica italo-albanese (diocesi di Lungro e Piana degli Albanesi, in Italia)
Chiesa greco-cattolica albanese (Albania)
Chiesa greco-cattolica bielorussa (Bielorussia)
Chiesa greco-cattolica bulgara (Bulgaria)
Chiesa greco-cattolica croata (diocesi di Križevci, Croazia)
Chiesa greco-cattolica di Grecia (Grecia e Turchia) (EL, FR, EN) [2]
Chiesa greco-cattolica di Serbia e Montenegro (Serbia e Montenegro)
Chiesa greco-cattolica macedone (Macedonia)
chiesa greco-cattolica (melchita) (Siria, Libano, Israele, Palestina, Giordania, Iraq, Egitto e comunità mediorientali nel mondo)
Chiesa greco-cattolica rumena (Romania) (RO) [3]
Chiesa greco-cattolica rutena (eparchia di Mukacevo, Ucraina)
Chiesa greco-cattolica russa (Russia)
Chiesa greco-cattolica slovacca (Slovacchia)
Chiesa greco-cattolica ucraina (Ucraina, Polonia, Stati Uniti, Canada e comunità ucraine nel mondo)
Chiesa greco-cattolica ungherese (Ungheria)
Chiese sui iuris di rito liturgico alessandrino (2)
Chiesa cattolica copta (Egitto)
Chiesa cattolica etiope (Etiopia ed Eritrea)
Chiese sui iuris di rito liturgico antiocheno o siriaco occidentale (3)
Chiesa maronita (Libano, Siria, Cipro, Israele, Palestina, Egitto, Giordania e diaspora siro-libanese nel mondo)
Chiesa cattolica sira (Libano, Iraq, Giordania, Kuwait, Palestina, Egitto, Sudan, Siria, Turchia, Stati Uniti, Canada e Venezuela)
Chiesa cattolica siro-malankarese (India)
Chiese sui iuris di rito liturgico siriaco orientale (2)
Chiesa cattolica caldea (Iraq, Iran, Libano, Egitto, Siria, Turchia, Stati Uniti)
Chiesa cattolica siro-malabarese (India e Stati Uniti)
Chiesa sui iuris di rito liturgico armeno (1)
Chiesa armeno-cattolica (Libano, Iran, Iraq, Egitto, Siria, Turchia, Israele, Palestina, Italia e diaspora armena nel mondo)

Publié dans:CHIESA CATTOLICA |on 1 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

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