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INNI CANTATI AL GETSEMANI NELLA COMMEMORAZIONE DELLA SEPOLTURA DELLA SANTISSIMA THEOTOCOS

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INNI CANTATI AL GETSEMANI NELLA COMMEMORAZIONE DELLA SEPOLTURA DELLA SANTISSIMA THEOTOCOS

L O D I
DELLA NOSTRA SANTISSIMA REGINA (SIGNORA)
MADRE DI DIO E SEMPRE VERGINE MARIA

Tono 1° largo
Oh, tu Pura, fosti deposta nel sepolcro, tu che sulla terra, incinta in modo ineffabile hai contenuto Dio nel tuo seno.
Maria, come puoi morire, come puoi abitare un sepolcro, tu che hai generato il datore della vita, colui che ha risuscitato i morti dalla corruzione?
Dio Verbo che stabilì la terra nelle sue dimensioni, o Pura, fu compreso nel tuo seno; come puoi stare in un piccolissimo sepolcro?
Colei che ha generato il più bello fra tutti gli uomini, senza timore si sottomette alle leggi della natura.
Per tuo mezzo l’Ade è stato spogliato, o Venerabile, e noi siamo stati rivestiti della gloria di Dio; come dunque ti sottometti alle leggi della natura?
O Venerabile, il pungiglione della morte è stato da te spezzato, e noi siamo stati liberati dalla corruzione della morte; come dunque sei morta e sei annoverata tra i morti?
Tu, Maria, fosti il campo del Dio immenso e suo tempio santo; ma ora il campo del Getsemani ti ricopre.
O Sposa di Dio, sei disceso sotto terra tu che sulla terra hai portato in seno Cristo bambino, per salvare gli uomini dalla morte.
Si meraviglia e la natura e la moltitudine degli esseri intelligenti, o Verginemadre, per quel mistero della tua gloriosa e ineffabile sepoltura.
O miracoli straordinari, o cose nuove! Colei che concepì il datore del mio respiro, giace senza respiro ed, morta, è sepolta.
La moltitudine degli Apostoli per volontà divina è trasportata attraverso i cieli a te, per seppellire il tuo venerabile corpo.
La moltitudine degli eserciti celesti si unisce agli Apostoli e ai santi per seppellire te, Immacolata Madre di Dio.
Le Potestà, i Troni, i Cherubini, i Serafini, le Dominazioni, i Principati con le Potestà devotamente cantano inni alla tua dormizione.
Giaci morta secondo la legge umana tu che, Madrevergine Pura con il tuo parto hai vinto i limiti della natura.
Gli eserciti celesti come ti videro giacere morta si stupirono, o Immacolata, e ti coprirono con le loro ali.
Gli Angeli con inni celesti cantavano, nei tre giorni della sepoltura, o Venerabile, e magnificavano la tua gloria.
Il santo e venerabile Getsemani divenne come un secondo cielo, quando ricevette le tue sacre spoglie, o Pura.
Dove riposa la spoglia della Madre di Dio, lá si riuniscono devotamente le moltitudini delle Potestà celesti.
Il Figlio di Dio rese il tuo seno più ampio dei cieli e il tuo utero vero trono divino.
Coloro che furono ammaestrati dal Verbo divino erano presi da stupore, o Pura, vedendoti morta, senza voce, tu che fosti Madre la vita.
Il sepolcro copre le tue spoglie, o Pura, mentre tuo Figlio raggiante abbraccia teneramente la tu anima divina.
Anche se fosti racchiusa in un piccolissimo sepolcro, sei stata veramente riconosciuta da tutta la creazione Regina del cielo e della terra, o Maria.
Anche se ti vediamo corruttibile nel sepolcro, sappiamo che sei sposa dell’Altissimo e vera Madre di Gesú Verbo di Dio.
Fiore incorrotto e Madre di Dio ti riconosciamo e predichiamo, o Illibata, anche se ti vediamo mortale nel sepolcro.
O Semprevergine, i fedeli ti riconoscono veramente come chiave del Regno di Dio, anche se il sepolcro ti ricopre morta.
Fosti generata per noi porta della salvezza e capo della rinascita spirituale, anche se ti sei sottomessa alla corruzione della natura.
Ora il sepolcro accoglie te, o Vergine, vaso che prima aveva contenuto la manna celeste causa della nostra vita.
La verga che ha fatto fiorire Cristo, fiore profumato, ora è sotterrato nel sepolcro, perchè generi il frutto della salvezza.
Vicino alla valle del pianto fu posta la tua spoglia, o Immacolata, simbolo della tua preghiera per coloro che piangono.
Dove avverrà il giudizio dei vivi e dei morti fu posta la tua spoglia, o Immacolata, perché tu muova a pietà il Giudice.
Veramente tu sola sei che risplendi come tipo della risurrezione dei mortali e tu sola sei propiziazione per i colpevoli.
Tu, o Pura, che sei trono dell’Altissimo salisti dalla terra al cielo, assunta alla vita eterna.
Quando lo stuolo degli Apostoli si trovo presente alla tua sepoltura si lamentavano piangenti e gementi per la tua perdita.
Tu che prima con il tuo parto hai dato la morte al nemico, sei salita alle tende immortali dopo esser morta secondo la legge naturale degli uomini.
O Pura, gioirono i cori degli Spiriti celesti quando, trasportata dalla terra, ti ricevettero nelle tende celesti.
Come una volta hai generato in modo inesprimibile e inintelligibile, così ora, o Immacolata, in modo meraviglioso salisti dalla terra al cielo.
Ora ti sei presentata a Dio circondata e ornata di splendori come Regina e Madre di Dio.
O Angelo di Dio tre giorni prima fu mandato da te, o Immacolata, per annunzi arti la tua assunzione.
L’Arcangelo mandato dal cielo ti porta un ramo di palma simbolo della tua assunzione.
Di che infinita gioia fosti ripiena, o Pura, quando l’Angelo Gabriele ti annunziò la tua assunzione al cielo.
Gli alberi sul monte piegano i rami, o Immacolata, e ti rendono omaggio attribuendoti onori di Regina.
Moltitudine di Spiriti insieme con il tuo Signore, o Venerabile, dal cielo sono inviati devotamente in Sion presso di te.
L’Arcangelo troncò orribilmente le mani di colui che si azzardava toccare la veneranda Arca vivente di Dio.
Con lacrime e forti gemiti tutte le tue amiche si lamentano accanto a te, non potendo sopportare che tu fosti portata via.
Come quelle allora, così ora noi ti supplichiamo caldamente, o Regina che fosti assunta, di non lasciare orfani i tuoi servi.
China il capo dal cielo, o Pura, e manda infinita misericordia a noi che sulla terra onoriamo la tua dormizione.
O Fonte di grazie e sorgente di miracoli, tu che hai misericordia infinita non smettere di aver pietà di noi.
Le predizioni di tutti i profeti si adempiono ora in te, Donna Illibata, che fosti assunta alla vita eterna.
Come ha cantato Davide tuo progenitore, o Donna da tutti celebrata, ora ti sei presentata come vera Regina al trono di Dio.
Bisognava veramente che salissi alle abitazioni e alle tende celesti con tutto il tuo corpo, che fu talamo e tenda del Verbo di Dio.
O Immacolata, Tommaso per divina disposizione è assente dalle tue esequie, affinché noi conoscessimo la tua assunzione.
Volendo anche lui venerare devotamente le tue immacolate e sante spoglie ne trovò il sepolcro vuoto.
O fedeli affrettatevi tutti e corriamo anche noi con devozione alla sepoltura della Signora che è trasportata dalla terra al cielo.
Con canti funebri innalziamo anche noi devotamente inni al sepolcro della Purissima, insieme con gli uomini che ispirati da Dio le cantarono salmi.
La tavola divina che prima portava espiazione a buon prezzo (in abbondanza) ora è trasportata alle tende divine della delizie. La santa Scala che allora Giacobbe vide chiaramente, per la quale è disceso l’Altissimo, è trasportata dalla terra al cielo.
È innalzato il ponte che trasporta dalla morte alla vita totale coloro che prima sono morti per la trasgressione di Adamo.
Ora dunque danzano insieme i celesti con i terrestri; al canto degli uomini si uniscono gli angeli a causa della tua assunzione presso Dio.
Lampada divina dalla luce inesprimibile, tu che sei buona non smettere di far scendere dal cielo la luce sui tuoi servi che sono sulla terra.
O Pura innalzata in aria come nuvola leggera presso il Dio dei tuoi dono, aspergici sempre con leggera pioggia.
Ora che sei giunta al lido sereno della gioia inesprimibile, soccorri, o Sposa di Dio, noi che viviamo ancora nella tempesta sulla terra.
Tu che abiti le tende dell’Altissimo, o Pura, proteggi la tenda nella quale Dio è magnificato liberandola dalle tentazioni.
O Pura, consolida l’autorità dei Re ortodossi e l’ala dell’essere cito del tuo popolo devoto, tu che domini tutte le cose create.
Come i naviganti guardano al punto fermo della stella polare, cosi tutti fissiamo te, o Amabile.
Sei il vanto dei sacerdoti devoti, fermo sostegno della Chiesa, protettrice dei santi asceti.
Noi ortodossi ti proclamiamo sempre Madre di Dio e Vergine Pura e glorifichiamo la tua potenza, o Venerabile.
Il tuo sepolcro anche se ora si vede vuoto della tua spoglia, fa zampillare per noi fiumi di grazie e spande rimedi salutari.
Noi fedeli confidiamo fermamente in te, che ti abbiamo mediatrice presso il Signore, invincibile e potente protezione.
O Amabile, facci degni di divenire partecipi del Regno del tuo Figlio, intercedendo continuamente presso di Lui.
Se è vero che ogni giorno sconsideratamente diventiamo trasgressori dei suoi comandamenti, però mai lo rinneghiamo.
Buona come sei, tu Madre del Figlio buono e filantropo, facci buoni anche noi, o Vergine amante del buono.
Gloria…
O Logos, tutti cantiamo inni e devotamente glorifichiamo te Dio di tutti, con il Padre e il tuo santo Spirito.
Ora…
Ci felicitiamo con te, o Pura, Madre di Dio e onoriamo la tua santa dormizione e la tua assunzione dalla terra al cielo.
Oh! Pura, fosti deposta nel sepolcro tu che sulla terra fosti incinta in modo ineffabile e hai portato Dio nel tuo seno.
Breve colletta e acclamazione
Perché il tuo nome è benedetto ed è glorificato il Regno tuo, del Padre, del Figlio e del santo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.

 

GESÙ CHIAVE CHE APRE: L’ANTIFONA O CLAVIS DAVID. BREVE NOTA DI ANDREA LONARDO SU DI UN TESTO DI G.K. CHESTERTON

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GESÙ CHIAVE CHE APRE: L’ANTIFONA O CLAVIS DAVID. BREVE NOTA DI ANDREA LONARDO SU DI UN TESTO DI G.K. CHESTERTON

Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /12 /2011 -

Il Centro culturale Gli scritti (20/12/2011)

«La chiave corrisponde alla serratura; perché è come la vita». Così scrive G.K. Chesterton e le sue straordinarie parole possono essere prese come il commento più adeguato all’antifona natalizia O chiave di Davide che si canta nella novena di Natale il 20 dicembre, utilizzando la simbologia della chiave per parlare della fede cristiana e del suo Signore. Chesterton scrive, in L’uomo eterno: «Nella chiave [...] c’era soltanto una cosa che era semplice. Apriva la porta. [...] Io non tento alcuna apologia sul motivo per cui il credo [cristiano] debba essere accettato. Ma in risposta al problema storico del perché fu accettato, ed è accettato, io do per altri milioni di persone questa risposta: perché corrisponde alla serratura; perché è come la vita. [...] Esso non c’imprigiona in un sogno fatalistico o nella coscienza di una universale illusione. Esso apre a noi non soltanto incredibili cieli, ma una terra (può sembrare) egualmente incredibile, e la fa credibile. Questa è la verità che è duro spiegare perché è un fatto, ma è un fatto di cui noi siamo testimoni. Siamo cristiani e cattolici non perché adoriamo una chiave, ma perché abbiamo varcato una porta; e abbiamo sentito lo squillo di tromba della libertà passare sopra la terra dei viventi».

Questa l’antifona liturgica del 20 dicembre:

O Chiave di Davide, e scettro della casa di Israele, che apri e nessuno chiude, chiudi e nessuno apre: vieni e fa uscire dal carcere il condannato, che siede nelle tenebre, e nell’ombra della morte.

O Clavis David, et sceptrum domus Israel; qui aperis, et nemo claudit; claudis, et nemo aperit: veni, et educ vinctum de domo carceris, sedentem in tenebris, et umbra mortis.

Questo più ampiamente il brano di Chesterton che mi è stato inviato in dono come regalo prezioso: «[L’immagine delle chiavi consegnate dal Cristo a San Pietro] ha un’esattezza che non è stata forse esattamente notata. Le chiavi hanno avuto una parte cospicua nell’arte e nell’araldica del Cristianesimo: ma non tutti hanno  notato la peculiare precisione dell’allegoria. Arrivati a questo punto della nostra storia, bisognerà dire qualche cosa del primo apparire e della attività della Chiesa nell’Impero romano: e per un breve accenno in proposito nulla potrebbe meglio servire di quell’antica metafora. Il cristiano primitivo era né più né meno che una persona con una chiave, o che diceva di avere una chiave. Tutto il movimento cristiano consistette nel proclamare di possedere tale chiave. Non era solamente un vago movimento in avanti, che avrebbe potuto esser meglio rappresentato dal battere un tamburo. Non era qualche cosa che spazzava via tutto davanti a sé, come un moderno movimento sociale. Come vedremo fra poco, si rifiutava piuttosto di far questo. Esso asseriva in modo assoluto che c’era una chiave e che possedeva tale chiave e che nessun’altra chiave era eguale a quella; era in un certo senso, diciamo pure, ristretto. Soltanto avveniva che quella era la chiave che poteva aprire la prigione del mondo intero, e far vedere la bianca aurora della salvezza. Il credo era come una chiave per tre aspetti che potrebbero convenientemente riunirsi sotto questo simbolo. Primo, una chiave è anzitutto una cosa che ha una forma; ed è una cosa che dipende interamente dal conservare la sua forma. Il credo cristiano è soprattutto la filosofia della forma ed è nemico delle cose informi. Ecco dove differisce da tutte le altre infinite filosofie – manicheismo, Buddismo – che formano una specie di lago notturno nell’oscuro cuore dell’Asia [...] Secondo, la forma della chiave è per se stessa una forma piuttosto fantastica. [...] Una chiave non è materia di astrazioni: nel senso che una chiave non è materia di ragionamento. Essa o è adatta alla serratura, oppure non è. È inutile per gli uomini disputarvi attorno, considerata la cosa in se stessa; o ricostruirla sui puri principi della geometria o dell’arte decorativa. È una sciocchezza per un uomo dire che preferirebbe una chiave più semplice; sarebbe assai più sensato se facesse del suo meglio con un grimaldello. In terzo luogo, poiché la chiave è necessariamente una cosa fatta secondo un disegno, questa aveva un disegno piuttosto elaborato. Quando la gente si lamenta che la religione si è troppo presto immischiata di teologia e roba simile, dimentica che il mondo [...] era penetrato addirittura in un labirinto di vie senza uscita. [...] Basti dire qui che nella chiave c’erano senza dubbio molte cose che parevano complicate: c’era soltanto una cosa che era semplice. Apriva la porta. [...] Io non tento alcuna apologia sul motivo per cui il credo debba essere accettato. Ma in risposta al problema storico del perché fu accettato, ed è accettato, io do per altri milioni di persone questa risposta: perché corrisponde alla serratura; perché è come la vita. È una delle tante storie; con questo di più, che è una storia vera. È una fra le tante filosofie; con questo di più, che è la verità. Noi l’accettiamo; e il terreno è solido sotto i nostri piedi, e la strada è aperta davanti a noi. Esso non c’imprigiona in un sogno fatalistico o nella coscienza di una universale illusione. Esso apre a noi non soltanto incredibili cieli, ma una terra (può sembrare) egualmente incredibile, e la fa credibile. Questa è la verità che è duro spiegare perché è un fatto, ma è un fatto di cui noi siamo testimoni. Siamo cristiani e cattolici non perché adoriamo una chiave, ma perché abbiamo varcato una porta; e abbiamo sentito lo squillo di tromba della libertà passare sopra la terra dei viventi» (G.K. Chesterton, L’uomo eterno, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2008, pp. 265-266; 307).

Te Deum laudamus, Gregoriano, T. Simplex; SCHOLA GREGORIANA MEDIOLANENSIS, Giovanni Vianini, Milano.It.

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Introitus: Gaudete in Domino

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Publié dans:GREGORIANO, LITURGIA - INNI |on 11 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

TE DEUM – ITALIANO – LATINO

TE DEUM – ITALIANO – LATINO

Noi ti lodiamo, Dio *
ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre, *
tutta la terra ti adora.

A te cantano gli angeli *
e tutte le potenze dei cieli:
Santo, Santo, Santo *
il Signore Dio dell’universo.

I cieli e la terra *
sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli *
e la candida schiera dei martiri;

le voci dei profeti si uniscono nella tua lode; *
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
adora il tuo unico figlio, *
e lo Spirito Santo Paraclito.

O Cristo, re della gloria, *
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre *
per la salvezza dell’uomo.

Vincitore della morte, *
hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. *
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

Soccorri i tuoi figli, Signore, *
che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria *
nell’assemblea dei santi.

Salva il tuo popolo, Signore, *
guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno ti benediciamo, *
lodiamo il tuo nome per sempre.

Degnati oggi, Signore, *
di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: *
in te abbiamo sperato.

Pietà di noi, Signore, *
pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza, *
non saremo confusi in eterno.

TE DEUM

Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem, * omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, *
tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim *
incessábili voce proclamant:

Sanctus, * Sanctus, * Sanctus *
Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra * maiestátis glóriæ tuae.
Te gloriósus * Apostolórum chorus,
te prophetárum * laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus * laudat exércitus.
Te per orbem terrárum *
sancta confitétur Ecclésia,
Patrem * imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum * et únicum Fílium;
Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.

Tu rex glóriæ, * Christe.
Tu Patris * sempitérnus es Filius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, *
non horruísti Virginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo, *
aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris.
Iudex créderis * esse ventúrus.
Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, *
quos pretióso sánguine redemísti.
ætérna fac cum sanctis tuis * in glória numerári.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine, *
et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies * benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, *
et in sæculum sæculi.
Dignáre, Dómine, die isto *
sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, *
quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: *
non confúndar in ætérnum. 

Publié dans:LITURGIA - INNI |on 31 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

LAUDA SION SALVATOREM – COMMENTO

http://www.centrostudilauretani.it/internal.asp?idcat=75&idart=398

LAUDA SION SALVATOREM – COMMENTO

( link al teso italiano – latino:
http://it.wikipedia.org/wiki/Lauda_Sion_Salvatorem )

2 agosto 2011

Commento all’Inno Lauda Sion Salvatorem

VI Festival Organistico Lauretano – Loreto nel mondo
2 agosto 2011 ore 21. 15
Pontificia Basilica della Santa Casa
di
S.E. Mons. Giovanni Tonucci
Arcivescovo Delegato Pontificio di Loreto
Presidente Centro Studi Lauretani

Come già annunciato in occasione del primo concerto del Festival Organistico di quest’anno, il programma di ogni sera prevede l’esecuzione di almeno una melodia ispirata a famosi testi, usati nella celebrazione liturgica e che hanno come tema l’Eucaristia. Facciamo questo per preparare la nostra partecipazione al Congresso Eucaristico Nazionale, che si celebrerà in Ancona nel prossimo mese di settembre.
Questa sera analizziamo la sequenza che, dal primo verso, è intitolata: “Lauda Sion Salvatorem” ovvero “Loda, Sion, il Salvatore”. “Sion” è il nome della montagna sulla quale è costruita Gerusalemme e quindi si riferisce propriamente alla città stessa.
Il termine “Sequenza” indica un inno che, nella liturgia eucaristica, è recitato, o preferibilmente cantato, dopo la seconda lettura, prima del canto al Vangelo. Nelle antiche tradizioni liturgiche se ne conoscevano molte, ma solo cinque sono state conservate nel Messale Romano composto dopo il Concilio di Trento e pubblicato nel 1570. Tanto per chiarire le idee, in quell’occasione fu eseguita un’opera di unificazione molto radicale, che fece scomparire una enorme quantità di testi appartenenti a diverse e venerabili tradizioni liturgiche. È pertanto del tutto infondata l’idea che il Messale di San Pio V, così detto dal nome del Papa che lo promulgò, racchiudesse in sé l’originale tradizione liturgica della Chiesa. Di fatto, esso espresse la volontà di uniformare i modi di celebrare e, a questo scopo, mise da parte – o forse potrei dire: tolse di mezzo – molte espressioni della fede antica, che nel tempo erano state create all’interno di tante comunità cristiane. Molti di questi testi sono stati ricuperati attraverso gli studi che, dall’inizio del secolo XX, hanno preparato la riforma liturgica e che sono poi confluiti nella formulazione del Messale Romano promulgato da Papa Paolo VI nel 1970.
Le cinque sequenze conservate nel Messale Tridentino ed anche nel Messale del Vaticano II sono: il “Victimae Pascalis” di Pasqua; il “Veni Sancte Spiritus” di Pentecoste; il “Lauda Sion” del Corpus Domini; lo “Stabat Mater” dell’Addolorata, il 15 settembre; e infine il “Dies Irae” della Commemorazione dei defunti , il 2 novembre.
Come altri importanti testi dal contenuto eucaristico, anche il “Lauda Sion Salvatorem” è opera di San Tommaso d’Aquino, la cui paternità è testimoniata da autori suoi contemporanei. Nel XVII secolo, qualche Gesuita volle mettere in dubbio l’attribuzione all’Aquinate, che apparteneva all’Ordine dei Domenicani, senza però solide ragioni. In quel secolo, i Gesuiti hanno avuto parecchi problemi e molte dispute a diversi livelli, non poche proprio con i Domenicani. In questo caso, almeno, si direbbe che hanno loro stessi creato problemi, senza ragioni sufficienti.
La struttura del testo è variata: esso è composto di 24 strofe, le prime 18 delle quali hanno 3 versi – 2 ottonari e 1 settenario; le 4 strofe seguenti – quindi dalla 19ª alla 22ª – hanno 4 versi – 3 ottonari e 1 settenario; le 2 ultime hanno 5 versi – 4 ottonari e 1 settenario.
Nei contenuti, la sequenza esamina, con espressioni poetiche, l’intera teologia eucaristica e la espone in maniera dettagliata, soffermandosi su alcuni particolari, per sottolineare il dogma della transustanziazione, che proprio attraverso la riflessione teologica di quei decenni aveva ricevuto una precisa definizione, con termini non facili ma molto appropriati.
Data la lunghezza del testo, sarebbe impossibile spiegare verso per verso l’intera sequenza. Per facilitare la comprensione ne riassumo i contenuti, sottolineandone solo alcuni. Notiamo, innanzitutto, che, forse per la destinazione del brano, che doveva essere cantato nel Giovedì Santo e nel Corpus Domini, l’accento è posto soprattutto sul ricordo dell’ultima cena, e si sottolinea quindi l’aspetto conviviale del sacramento, più che quello sacrificale, nel ricordo del Calvario.
Le prime strofe esortano i fedeli a lodare Cristo Salvatore. Subito dopo, si propone il tema del canto: ricordare l’ultima cena, durante la quale Gesù diede ai suoi dodici apostoli il pane che dà la vita. Una strofa molto bella è quella che segue: “Sit laus plena, sit sonora,/ sit iucunda, sit decora/ mentis iubilatio – La lode sia piena, sia risonante, il giubilo della mente sia lieto, sia appropriato”.
Dopo questo inizio, l’autore ricorda l’oggetto della festa: l’istituzione della Pasqua della nuova alleanza, in cui la nuova mensa pone fine all’antica e la realtà del nuovo convito, come una luce piena, allontana la notte del passato.
E qui comincia una parte didattica, nella quale San Tommaso presenta i vari aspetti della dottrina eucaristica, componendo quasi un riassunto di catechesi, a uso dei fedeli che, cantando la sequenza, potevano memorizzare le diverse affermazioni: il pane si cambia veramente in carne, il vino in sangue, anche se l’aspetto esterno rimane lo stesso e richiede da parte nostra un assenso di fede, al di là di quello che possiamo verificare attraverso i sensi. Pur nella divisione dei segni – carne e sangue – Cristo resta intero sotto ciascuna specie. Lo stesso Gesù non viene spezzato né diviso da chi lo riceve e rimane sempre intero. Questa annotazione sarebbe stata utile per qualche anima pia che raccomandava che, nel ricevere la comunione, non si masticasse il pane consacrato, “per non fare male a Gesù”. L’episodio è vero e ne sono testimone, e dimostra una buona ignoranza dell’insegnamento della Chiesa sull’Eucaristia, al punto di basarsi su una convinzione oggettivamente eretica.
San Tommaso insiste con la sua catechesi: “Sumit unus, sumunt mille:/ quantum isti, tantum ille:/ nec sumptus consumitur – Lo riceve uno, lo ricevono mille. Tanto per questi quanto per quelli: ricevuto non si consuma”.
Molto attuale è la parte che segue, nella quale Tommaso si sofferma su un aspetto delicato: nell’Eucaristia, Cristo non si può difendere e può essere ricevuto da chiunque, anche da chi si trova in stato di peccato grave. Abbiamo personalmente la responsabilità, nella nostra coscienza, di non compiere superficialmente un gesto che rischia di essere ridotto ad una manifestazione di simpatia – come accade purtroppo spesso in occasione di funerali e di matrimoni, in cui alcuni fanno la comunione come gesto di partecipazione alla gioia o al dolore dei diretti interessati: “Sumunt boni, sumunt mali:/ sorte tamen inaequali,/ vitae vel interitus – Lo ricevono i buoni, lo ricevono i cattivi ma con sorte diversa: di vita o di morte”. Facendo eco a quello che scrive San Paolo, il teologo specifica: “È morte per i cattivi, vita per i buoni: vedi quale diverso risultato dalla stessa comunione”. Il richiamo è importante, per farci capire la differenza tra un incontro di amore con Cristo e la violazione offensiva della sua donazione, che diventa un sacrilegio, e quindi un peccato ancora più grave.
La parte finale della sequenza torna ad essere una contemplazione poetica dell’Eucaristia, con una strofa famosa: “Ecce panis angelorum,/ factus cibus viatorum:/ vere panis filiorum,/ non mittendus canibus – Ecco il pane degli angeli, fatto cibo dei pellegrini: vero pane dei figli, da non gettare ai cani”. Ricordo che un sacerdote professore di latino, leggendo quest’ultimo verso commentava: “E con questa allusione ai cani, la poesia va a farsi benedire”.
Ma dopo questa calata di tono, lo stile torna alto, nel ricordo delle figure bibliche del sacrificio di Cristo: “In figuris praesignatur,/ cum Isaac immolatur:/ Agnus paschae deputatur, / datur manna patribus – Con i simboli è annunziato, con Isacco dato a morte, nell’agnello della pasqua, nella manna data ai padri”.
Le ultime due strofe sono formate da cinque versi, e sono una preghiera rivolta a Cristo, buon pastore: “Bone pastor, panis vere,/ Jesu, nostri miserere:/ tu nos pasce, nos tuere:/ tu nos bona fac videre / in terra viventium./ Tu qui cuncta scis et vales,/ qui nos pascis hic mortales,/ tuos ibi commensales,/ cohaeredes et sodales,/ fac sanctorum civium. Amen. Alleluia – Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi. Amen. Alleluia”.
Come vedete, è un testo complesso ma ricco, ed è comprensibile che esso abbia ispirato tanti compositori i quali, in epoche e con stili diversi, ne hanno offerto la loro interpretazione musicale. Oggi siamo invitati ad ascoltare la composizione di Dénis Bédard “Communion sur Lauda Sion”, destinato per accompagnare il momento della comunione nella Messa. Ci affidiamo alla maestria del concertista Olivier Vernet e ci auguriamo un buon ascolto.

 

LAUDA SION SALVATOREM – COMMENTO

( link al teso italiano – latino:
http://it.wikipedia.org/wiki/Lauda_Sion_Salvatorem )

2 agosto 2011

Commento all’Inno Lauda Sion Salvatorem

VI Festival Organistico Lauretano – Loreto nel mondo
2 agosto 2011 ore 21. 15
Pontificia Basilica della Santa Casa
di
S.E. Mons. Giovanni Tonucci
Arcivescovo Delegato Pontificio di Loreto
Presidente Centro Studi Lauretani

Come già annunciato in occasione del primo concerto del Festival Organistico di quest’anno, il programma di ogni sera prevede l’esecuzione di almeno una melodia ispirata a famosi testi, usati nella celebrazione liturgica e che hanno come tema l’Eucaristia. Facciamo questo per preparare la nostra partecipazione al Congresso Eucaristico Nazionale, che si celebrerà in Ancona nel prossimo mese di settembre.
Questa sera analizziamo la sequenza che, dal primo verso, è intitolata: “Lauda Sion Salvatorem” ovvero “Loda, Sion, il Salvatore”. “Sion” è il nome della montagna sulla quale è costruita Gerusalemme e quindi si riferisce propriamente alla città stessa.
Il termine “Sequenza” indica un inno che, nella liturgia eucaristica, è recitato, o preferibilmente cantato, dopo la seconda lettura, prima del canto al Vangelo. Nelle antiche tradizioni liturgiche se ne conoscevano molte, ma solo cinque sono state conservate nel Messale Romano composto dopo il Concilio di Trento e pubblicato nel 1570. Tanto per chiarire le idee, in quell’occasione fu eseguita un’opera di unificazione molto radicale, che fece scomparire una enorme quantità di testi appartenenti a diverse e venerabili tradizioni liturgiche. È pertanto del tutto infondata l’idea che il Messale di San Pio V, così detto dal nome del Papa che lo promulgò, racchiudesse in sé l’originale tradizione liturgica della Chiesa. Di fatto, esso espresse la volontà di uniformare i modi di celebrare e, a questo scopo, mise da parte – o forse potrei dire: tolse di mezzo – molte espressioni della fede antica, che nel tempo erano state create all’interno di tante comunità cristiane. Molti di questi testi sono stati ricuperati attraverso gli studi che, dall’inizio del secolo XX, hanno preparato la riforma liturgica e che sono poi confluiti nella formulazione del Messale Romano promulgato da Papa Paolo VI nel 1970.
Le cinque sequenze conservate nel Messale Tridentino ed anche nel Messale del Vaticano II sono: il “Victimae Pascalis” di Pasqua; il “Veni Sancte Spiritus” di Pentecoste; il “Lauda Sion” del Corpus Domini; lo “Stabat Mater” dell’Addolorata, il 15 settembre; e infine il “Dies Irae” della Commemorazione dei defunti , il 2 novembre.
Come altri importanti testi dal contenuto eucaristico, anche il “Lauda Sion Salvatorem” è opera di San Tommaso d’Aquino, la cui paternità è testimoniata da autori suoi contemporanei. Nel XVII secolo, qualche Gesuita volle mettere in dubbio l’attribuzione all’Aquinate, che apparteneva all’Ordine dei Domenicani, senza però solide ragioni. In quel secolo, i Gesuiti hanno avuto parecchi problemi e molte dispute a diversi livelli, non poche proprio con i Domenicani. In questo caso, almeno, si direbbe che hanno loro stessi creato problemi, senza ragioni sufficienti.
La struttura del testo è variata: esso è composto di 24 strofe, le prime 18 delle quali hanno 3 versi – 2 ottonari e 1 settenario; le 4 strofe seguenti – quindi dalla 19ª alla 22ª – hanno 4 versi – 3 ottonari e 1 settenario; le 2 ultime hanno 5 versi – 4 ottonari e 1 settenario.
Nei contenuti, la sequenza esamina, con espressioni poetiche, l’intera teologia eucaristica e la espone in maniera dettagliata, soffermandosi su alcuni particolari, per sottolineare il dogma della transustanziazione, che proprio attraverso la riflessione teologica di quei decenni aveva ricevuto una precisa definizione, con termini non facili ma molto appropriati.
Data la lunghezza del testo, sarebbe impossibile spiegare verso per verso l’intera sequenza. Per facilitare la comprensione ne riassumo i contenuti, sottolineandone solo alcuni. Notiamo, innanzitutto, che, forse per la destinazione del brano, che doveva essere cantato nel Giovedì Santo e nel Corpus Domini, l’accento è posto soprattutto sul ricordo dell’ultima cena, e si sottolinea quindi l’aspetto conviviale del sacramento, più che quello sacrificale, nel ricordo del Calvario.
Le prime strofe esortano i fedeli a lodare Cristo Salvatore. Subito dopo, si propone il tema del canto: ricordare l’ultima cena, durante la quale Gesù diede ai suoi dodici apostoli il pane che dà la vita. Una strofa molto bella è quella che segue: “Sit laus plena, sit sonora,/ sit iucunda, sit decora/ mentis iubilatio – La lode sia piena, sia risonante, il giubilo della mente sia lieto, sia appropriato”.
Dopo questo inizio, l’autore ricorda l’oggetto della festa: l’istituzione della Pasqua della nuova alleanza, in cui la nuova mensa pone fine all’antica e la realtà del nuovo convito, come una luce piena, allontana la notte del passato.
E qui comincia una parte didattica, nella quale San Tommaso presenta i vari aspetti della dottrina eucaristica, componendo quasi un riassunto di catechesi, a uso dei fedeli che, cantando la sequenza, potevano memorizzare le diverse affermazioni: il pane si cambia veramente in carne, il vino in sangue, anche se l’aspetto esterno rimane lo stesso e richiede da parte nostra un assenso di fede, al di là di quello che possiamo verificare attraverso i sensi. Pur nella divisione dei segni – carne e sangue – Cristo resta intero sotto ciascuna specie. Lo stesso Gesù non viene spezzato né diviso da chi lo riceve e rimane sempre intero. Questa annotazione sarebbe stata utile per qualche anima pia che raccomandava che, nel ricevere la comunione, non si masticasse il pane consacrato, “per non fare male a Gesù”. L’episodio è vero e ne sono testimone, e dimostra una buona ignoranza dell’insegnamento della Chiesa sull’Eucaristia, al punto di basarsi su una convinzione oggettivamente eretica.
San Tommaso insiste con la sua catechesi: “Sumit unus, sumunt mille:/ quantum isti, tantum ille:/ nec sumptus consumitur – Lo riceve uno, lo ricevono mille. Tanto per questi quanto per quelli: ricevuto non si consuma”.
Molto attuale è la parte che segue, nella quale Tommaso si sofferma su un aspetto delicato: nell’Eucaristia, Cristo non si può difendere e può essere ricevuto da chiunque, anche da chi si trova in stato di peccato grave. Abbiamo personalmente la responsabilità, nella nostra coscienza, di non compiere superficialmente un gesto che rischia di essere ridotto ad una manifestazione di simpatia – come accade purtroppo spesso in occasione di funerali e di matrimoni, in cui alcuni fanno la comunione come gesto di partecipazione alla gioia o al dolore dei diretti interessati: “Sumunt boni, sumunt mali:/ sorte tamen inaequali,/ vitae vel interitus – Lo ricevono i buoni, lo ricevono i cattivi ma con sorte diversa: di vita o di morte”. Facendo eco a quello che scrive San Paolo, il teologo specifica: “È morte per i cattivi, vita per i buoni: vedi quale diverso risultato dalla stessa comunione”. Il richiamo è importante, per farci capire la differenza tra un incontro di amore con Cristo e la violazione offensiva della sua donazione, che diventa un sacrilegio, e quindi un peccato ancora più grave.
La parte finale della sequenza torna ad essere una contemplazione poetica dell’Eucaristia, con una strofa famosa: “Ecce panis angelorum,/ factus cibus viatorum:/ vere panis filiorum,/ non mittendus canibus – Ecco il pane degli angeli, fatto cibo dei pellegrini: vero pane dei figli, da non gettare ai cani”. Ricordo che un sacerdote professore di latino, leggendo quest’ultimo verso commentava: “E con questa allusione ai cani, la poesia va a farsi benedire”.
Ma dopo questa calata di tono, lo stile torna alto, nel ricordo delle figure bibliche del sacrificio di Cristo: “In figuris praesignatur,/ cum Isaac immolatur:/ Agnus paschae deputatur, / datur manna patribus – Con i simboli è annunziato, con Isacco dato a morte, nell’agnello della pasqua, nella manna data ai padri”.
Le ultime due strofe sono formate da cinque versi, e sono una preghiera rivolta a Cristo, buon pastore: “Bone pastor, panis vere,/ Jesu, nostri miserere:/ tu nos pasce, nos tuere:/ tu nos bona fac videre / in terra viventium./ Tu qui cuncta scis et vales,/ qui nos pascis hic mortales,/ tuos ibi commensales,/ cohaeredes et sodales,/ fac sanctorum civium. Amen. Alleluia – Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi. Amen. Alleluia”.
Come vedete, è un testo complesso ma ricco, ed è comprensibile che esso abbia ispirato tanti compositori i quali, in epoche e con stili diversi, ne hanno offerto la loro interpretazione musicale. Oggi siamo invitati ad ascoltare la composizione di Dénis Bédard “Communion sur Lauda Sion”, destinato per accompagnare il momento della comunione nella Messa. Ci affidiamo alla maestria del concertista Olivier Vernet e ci auguriamo un buon ascolto.

COME UNA NUBE DI RUGIADA

http://servire1984.wordpress.com/2008/05/11/festa-di-pentecoste-2/

Festa di Pentecoste

Posted on 11 maggio 2008

COME UNA NUBE DI RUGIADA

Mi riposai sullo Spirito del Signore,
ed egli mi portò fino in cielo;
mi fece stare dritto in piedi all’altezza del Signore,
davanti alla sua pienezza e alla sua gloria.

Quando resi gloria con le sue odi,
egli mi generò davanti al volto del Signore.
Quando ero figlio d’uomo,
fui chiamato Luce, Figlio di Dio.

Poiché rendevo gloria presso i gloriosi,
ero un grande fra i grandi.

Allora secondo la grandezza dell’Altissimo,
così egli mi fece,
secondo la sua novità mi rinnovò.
Mi unse con l’olio della sua pienezza:
divenni uno dei suoi intimi.

La mia bocca si apre,
come una nube di rugiada.
Il mio cuore effuse
un effluvio di giustizia.

Mi accostai nella pace,
e fui stabilito nello Spirito di provvidenza. Alleluia.

Fiume di vita eterna

Come il vento cammina sulla cetra
e parlano le corde,
così il soffio del Signore parla nelle mie membra
e io parlo nel suo amore.

Egli infatti fa morire ciò che è alieno:
ogni cosa è del Signore.
Ed è stato così fin dall’inizio e così sarà fino alla fine,
affinché nulla gli sia contrario
e nessuno si erga contro di lui.

Ha fatto abbondare la sua conoscenza, il Signore,
gelosamente desideroso che fosse conosciuto
tutto ciò che per sua grazia ci era stato donato.
La sua gloria ci ha donato il suo Nome,
i nostri spiriti hanno glorificato il suo santo Spirito.

Allora uscì un torrente
che divenne un fiume grande e largo.
E sommerse ogni cosa,
la schiantò e la fece arrivare fino al tempio.

Dighe umane non furono in grado di arginarlo,
né vi riuscirono le arti di coloro che sono soliti arginare le acque.
Dunque si è riversato su tutta la faccia della terra
e ha riempito ogni cosa.

Hanno bevuto, tutti gli assetati della terra;
la sete è abolita, estinta,
quando l’Altissimo dona la sua bevanda.
Beati dunque i servi di questa bevanda,
coloro che le sue acque hanno reso credenti.

Esse hanno dato riposo a labbra inaridite
e hanno fatto risorgere la volontà paralizzata.
Le anime in procinto di partire,
le hanno strappate alla morte;
le membra cadenti
le hanno raddrizzate e ridestate.

Hanno dato forza alla loro venuta,
luce ai loro occhi.
E dato che tutti gli uomini le hanno conosciute nel Signore,
essi vivranno in acque vive di eternità. Alleluia.

da Un raggio della tua luce. Preghiere allo Spirito Santo, Qiqajon

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