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Sal 149: Il Signore ama il suo popolo.

(dalla messa di oggi)

Sal 149

Il Signore ama il suo popolo.

Cantate al Signore un canto nuovo;
la sua lode nell’assemblea dei fedeli.
Gioisca Israele nel suo creatore,
esultino nel loro re i figli di Sion. 

Lodino il suo nome con danze,
con tamburelli e cetre gli cantino inni.
Il Signore ama il suo popolo,
incorona i poveri di vittoria.

Esultino i fedeli nella gloria,
facciano festa sui loro giacigli.
Le lodi di Dio sulla loro bocca:
questo è un onore per tutti i suoi fedeli.

Il tuo volto, Signore, io cerco, non nascondermi il tuo volto. Sal 27,8

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/c_massa_iltuovolto_iocerco6.htm

CESARE MASSA

Il tuo volto, Signore, io cerco, non nascondermi il tuo volto. Sal 27,8

CERCARE ED ESSERE CERCATI

L’incipit di questa lectio divina è una preghiera. E con essa inizia una riflessione che ben si addice al tempo della storia, che è sempre tempo di avvento, tempo dell’attesa, dell’invocazione, del desiderio che Dio si manifesti, che « faccia su di noi brillare la luce del suo volto » (Nm 6,25) nella contemplazione del volto del Figlio, « irradiazione della sua gloria » (Eb 1,3).

Molti salmi riprendono questo tema del volto, un tema che Mosè ha inaugurato quando, « parlando con Dio faccia a faccia, come un uomo parla con un altro [uomo] » (Es 33,II), chiede, al di là di questo dialogo colmo dell’intimità con il suo Signore: « Mostrami la tua gloria! » (Es 33,18), e si sente rispondere: « Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te … Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo » (Es 33,19-20).

Tuttavia, in quella stessa pagina, dentro quella stessa rivelazione, Dio fa un posto per chi desidera vedere il suo volto: « Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere » (Es 33,21-23). Resta il desiderio di vedere il volto di Dio, ma come lui veramente è, non è stato ancora rivelato (cf. 1Gv 3,2) né per Mosè né per i suoi discepoli e nemmeno per i cristiani, i quali tuttavia sono figli di Dio e tali possono proclamarsi in tutta verità.

Desiderare il volto di Dio più semplicemente vuol dire desiderare Dio (un desiderio nobile che ha percorso la storia di tutte le religioni e la vita dei grandi e dei piccoli mistici, dove tuttavia si può riscontrare qualcosa di indebito oltre che di impossibile: una sorta di pretesa di appropriazione cui Dio per sua natura sfugge sempre). Anche Dio ha un mistero da proteggere: ciò che lui è in se stesso e il volto che esprime questa sua trascendente, imprendibile, ineffabile identità. A Mosè e all’uomo può bastare « tutto il suo splendore »: quella gloria visibile di cui « sono pieni i cieli e la terra ».

Nonostante il rifiuto di Dio a mostrare il suo volto, nonostante la mano con cui il Signore copre il proprio passaggio, obbedendo all’unica possibilità offerta di « vederlo di spalle » – che è la via del seguirlo – l’ orante di Israele ha continuato a pregarlo così: « Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto » (Sal 4,7), e così a invocarlo sulla stessa Gerusalemme: « Fa’ splendere il tuo volto sopra il tuo santuario » (Dn 9,17).

E il motivo di questa insistenza terminologica è chiaro: il volto è il fascino di una persona in tutta la gamma della bellezza possibile, anche in chi è senza bellezza. Il volto è la spia dell’anima, dunque, non solo un’ »anagrafe » personale con i tratti distintivi e riconoscibili, ma anche una « biografia » messa davanti agli occhi di tutti: una biografia esteriore, talvolta vera, talvolta falsata, in cui può trovarsi tutta la felicità o tutto il dolore di una vita. E dove può affiorare, consapevolmente o meno, anche qualche traccia della biografia interiore.

Non stupisce che l’orante di Israele si rivolga a Dio e, anzi, esorti i fedeli a « ricercare sempre il suo volto » (Sal 105.4) e con certezza indichi il destino ultimo di sé e di ogni uomo: « Contemplerò il volto di Dio » (Sal 17,15), soprattutto quale ricompensa di un agire retto: « Gli uomini retti vedranno il suo volto » (Sal 11, 7).

Tuttavia, si dà il caso che Dio nasconda il suo volto. Non solo a motivo della sua trascendenza, ma anche a motivo dell’infedeltà dell’uomo, quando l’uomo in qualche modo si sottrae alla presenza del Signore e si colloca lontano dal suo volto. Fin dalle prime pagine del libro della Genesi, tipico dei comportamenti umani, i progenitori si nascondono: « Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino » (Gen 3,8).

Al di là delle distrazioni parziali che ci possono affliggere nella quotidianità del nostro vivere, l’esperienza della sottrazione di sé allo sguardo di Dio all’ atto di un fatto deplorevole per la coscienza umana – fatto sempre possibile – può avvenire nella forma di una fuga pericolosa, quasi definitiva, se non soccorrono la grazia di Dio e la memoria dei suoi giorni in noi. Grazia e memoria che sono come l’incalzare di Dio: « [Adam], dove sei? » (Gen 3,9). Grazia e memoria che sono come un dolore, quello che fa esclamare il levita esiliato del salmo 42: « Quando verrò e vedrò il volto di Dio? » (v. 3). Per lui il volto di Dio è la gloria del culto che si celebra in Gerusalemme, negli splendidi cortei verso la casa di Dio, tra voci di gioia e di lode e clamore festoso (cf. Sal 42,5).

Poiché esiste anche questa realtà: quella dell’esilio storicamente esperimentato da Israele nella persecuzione egiziana e nella deportazione babilonese (e poi nella diaspora mediterranea, di cui si fa eco il salmo 44: « Ci hai dispersi in mezzo alle nazioni » [v. 12]). Ed esiste pure la realtà di un sentimento d’esilio quando sembra che Dio non parli più; quando sembra che Dio abbia voltato le spalle al suo popolo; quando sembra che Dio non esista… e il cuore sospira e, impaziente, osa porre domande a Dio: « Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? » (Sal 13,2). E anche, curioso, osa chiedere: « Perché, Signore, mi nascondi il tuo volto? » (Sal 88,15).

Sono domande sofferte – il salmo qui non è solo poesia ma grido di una vita esiliata – che vengono dal ricordo doloroso di un peccato e delle sue conseguenze: « In me l’anima mia si abbatte dalla terra del Giordano e dell’Ermon, dal monte Misar. Vortice a vortice grida con la voce dei suoi gorghi: tutte le tue onde e i tuoi flutti sono passati sopra di me » (Sal 42,7-8), nonché dal ricordo di un pentimento esibito a gran voce: « Le lacrime sono il mio pane di giorno e di notte mentre dicono a me tutto il giorno: ‘Dov’è il tuo Dio?’ » (Sal 42,4).

L’esiliato sa bene il perché dell’esilio (il « quando finirà » non lo può sapere). Lo ha imparato dal profeta Isaia: « I vostri peccati gli hanno fatto nascondere il suo volto » (Is 59,2). E conosce anche che cosa significhi per la propria felicità di vita sapere che Dio gli ha nascosto il volto: « Quando hai nascosto il tuo volto, sono stato turbato » (Sal 30,8); e: « Se nascondi il tuo volto vengo meno » (Sal 104,29).

Tuttavia sa anche che, come Dio nel giardino di Eden non ha abbandonato i trasgressori ma ha dato loro un perizoma che coprisse la loro nudità corporea e spirituale (cf. Gen 3,21), così per i loro discendenti Dio preparerà una nuova patria per quanti « sono andati piangendo e ora ritornano con gioia », quasi increduli: « Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion ci sembrava di sognare » (Sal 126,r); e tornerà a mostrare il suo volto fedele e benigno.

C’è una domanda che fa male e ferisce l’ esiliato, forse più del dolore della sua lontananza: quella di chi si beffa di lui e, più ancora, sembra beffarsi di Dio; di fronte alla tribolazione evidente dell’uomo esiliato, gli oppressori ripetono la domanda che non è mai cessata nella storia della fedeltà israelitica e di quella cristiana: « Dov’è il tuo Dio? » (Sal 42,4.11). Domanda che può sembrare imbarazzante perché è priva di risposta e perché è vera. Dio lì non c’è. Dio lì non si vede. Dio lì non soccorre. Dov’è il tuo Dio? È una domanda che ha suoni cupi se formulata nelle anticamere delle camere a gas: « Dov’è il tuo Dio? ». E una domanda che ha echi severi se formulata a chi resta fedele nonostante la persecuzione, l’oppressione, la minaccia di morte: « Dov’è il tuo Dio? ». E anche quando trionfa l’insignificanza, la banalità, l’ostentazione della ricchezza e la mancanza di risorse spirituali, ci si può chiedere – se altri non lo chiedono -: « Dov’è il nostro Dio? ».

Non è cosi facile che avvenga, ma tale domanda può risvegliare alle radici una fede sopita e dimentica. « Dirò al Signore »: c’è già molta forza in questa risoluzione. Volgere il volto verso Dio nella preghiera è un passo di grande significato spirituale; Dio è già dentro il cuore e lo agita e lo volge e gli ispira i sentimenti e le parole: « Dirò al Signore: ‘Perché mi hai scordato? Perchè me ne andrò cosi triste schiacciato dal nemico?’. I miei oppressori mi insultano, mi spezzano le ossa, mentre dicono a me tutto il giorno: ‘Dov’è il tuo Dio?’ » (Sal 42,10-11). Ancora domande come una cascata dell’Ermon rivolte a Dio; ma ora anche a se stesso: « Perché ti abbatti, anima mia, perché ti agiti in me? ». E la risposta che viene dalle profondità della fede: « Spera in Dio: ancora lo esalterò, mia salvezza e mio Dio » (Sal 42,12).

Adesso rinasce la speranza e con la speranza un anelito più purificato: « Come una cerva anela ai corsi delle acque, cosi la mia anima anela a te, o Dio. La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? » (Sal 42,r-2). E anche la domanda luminosa come il giorno: « Di giorno il Signore conceda il suo amore » (Sal 42,9). E anche la lode che sia come un canto con lui: « Di notte il suo canto con me preghi il Dio della mia vita » (ibid.).

E questo, è « la lode nel paese del mio esilio » (Tb r 3,7). E la lode di tutti noi, che non abbiamo qui una città permanente e che cerchiamo la futura. E che, tuttavia, non trascuriamo i nostri doveri di uomini collocati tra molti fratelli bisognosi anche del nostro amore.
Nel « paese del mio esilio », tuttavia, risuona una promessa. Come fu all’inizio con i nostri pro genitori, cosi Dio ci cerca nei nostri interessati nascondigli; fra il fogliame di un giardino che rischia ogni giorno di diventare foresta, ci dà un anticipo di dignità con il dono di qualcosa che vesta le nostre nudità spirituali e l’accompagna con la promessa della donna vittoriosa sullo spirito del male: « Porrò inimicizia tra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno » (Gen 3,15).

Questa ricerca intelligente, amorosa e concreta di Dio dentro la nostra storia comune (e dentro la nostra personale, piccola storia) si chiama vocazione: è una ricerca non generica, non vaga, non episodica. Dio chiama per nome (e poi, magari, dà un nome nuovo). Dio chiama dentro un disegno che resta misterioso e, dentro questo disegno, Dio chiama per un compito: obbedendogli, la « linea di Dio » si renderà manifesta.

Dio cerca Abramo nella terra di Ur: ed è in lui che Dio cerca la nuova umanità secondo il suo cuore. E dopo di lui, e in grazia della fede abramitica, Dio continuerà il suo favore ai patriarchi. E quando, nella sua lunga storia, Israele si mostrerà infedele, Dio « resterà fedele, perché non può venir meno a se stesso » (2Tm 2,13). Allora cercherà i suoi con la voce dei profeti. Una voce talvolta severa, come quella di Isaia: « La testa è tutta malata, tutto il cuore langue. Dalla pianta dei piedi alla testa non c’è in esso una parte illesa, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite, né fasciate… È rimasta sola la figlia di Sion, come una capanna in una vigna, come un casotto in un campo di cocomeri, come una città assediata… » (Is 1,5-8). Ma Isaia è anche suggeritore di speranza: « Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; a esso affluiranno tutte le genti » (Is 2,2). Legge la storia della ricerca premurosa da parte di Dio e la canta come « un cantico d’amore per la sua vigna » (Is 5,1) e grida la consolazione di Dio con il vaticinio dell’ Emmanuele: « Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele » (Is 7,14); « Un germoglio spunterà dal tronco di lesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore » (Is 11,1-2). Annuncia sventure e devastazioni, ma anche il banchetto divino; ripete i « guai! » del giudizio ultimo ma anche il perdono di Dio: « Eppure il Signore aspetta di farvi grazia, per questo sorge per avere pietà di voi, perché un Dio giusto è il Signore; beati coloro che sperano in lui! » (Is 30,18).

E questa voce profetica durissima e tenerissima si leva con il profeta Osea, sfogo di una persona tradita: « Non siete mio popolo ». Chiamala Izreel, città dell’ assassinio e del sangue; chiamala « non-amata », città fatta di non-amore; chiamala « non-mio-popolo », città fatta di abbandono. E, tuttavia:

Ecco, l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore… Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese di Egitto… Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’ amore. Ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore (Os 2,16-22).

Dio ci cerca: « Il mio diletto bussa: ‘Aprimi’ » (Ct 5,2). È detto all’umanità. È detto alla chiesa nei giorni delle sue afflizioni. Nelle stagioni del suo, esilio. Nei tempi scarsi della sua vera felicità. E detto a me: aprimi! Sembra quasi che il suo bisogno di amore sia superiore al mio. Dalla terra del mio esilio, dal nascondiglio in cui mi hanno come confinato le mie insufficienze, sembra quasi impossibile che Dio venga a cercarmi. E tuttavia questo è il compito di Dio, come mi viene incontro nel mistero della sua incarnazione – cioè del suo amore fatto carne d’uomo -: « Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare ciò che era perduto » (Lc 19,10). Non è questo il senso di ogni giorno natalizio in noi? E il suo battere alla porta per venire » a cenare lui con me e io con lui » (Ap 3,20), non è questo il clima dell’intimità festosa di ogni giorno natalizio in noi?

Salmi 41 e 42 : preghiera e disagio esistenziale

dal sito:

http://www.sanbiagio.org/lectio/11.pdf

PREGHIERA E DISAGIO ESISTENZIALE

Salmo 41(42)

Salmo 42(43)

TESTO SALMO 41 LINK:

http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia_int2.Ricerca?Libro=Salmi&Capitolo=42

TESTO SALMO 42 LINK:

http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia_int2.Ricerca?Libro=Salmi&Capitolo=43

E’ stato scritto di questo salmo: « Può essere letto come una metafora, rigorosa e penetrante, dell’intera vicenda umana e della speranza cristiana » (G. RAVASI, Il libro dei Salmi. Commento e attualizzazione, EDB

Vol.1 p. 774), « Ci parla del più profondo anelito dell’uomo: il desiderio di Dio » (C. MARIA MARTINI, I salmi, Piemme, p. 40).

L’attualità di questo salmo mi pare riguardi soprattutto un certo disagio esistenziale espresso nel salmo soprattutto là dov’è ripetuto: « Tutto il giorno mi dicono: Dov’è il tuo Dio? ». In effetti l’ateo teorico (e soprattutto pratico) di oggi, proprio questa domanda inquisitoria e spesso irridente butta in faccia a chi dice di aver fede. Penetrare dunque il salmo e assumerlo in preghiera significa acco-glierlo come una risposta a questo disagio attuale. Il carme è il saldarsi tra loro di due salmi: il 42 e il 43, e inizia il secondo libro dei salmi. Interessante: nell’organizzazione ebraica dei 5 libri della Torah (Parola di Dio all’uomo) corrispondono i 5 libri dei salmi, (parola dell’uomo a Dio). E’ così: Dio parla; l’uomo, con la preghiera, risponde! In un luogo deserto e montuoso domina un silenzio inquietato dal grido di una cerva assetata che lamenta non tanto e non solo la propria sete, quanto il dramma di aver molto corso e d’essere giunta al letto del torrente del tutto prosciugato. E’ un morir di sete, quello che canta il salmista esprimendo la sua tragedia di esule, isolato, scomunicato, da quella « fonte di acqua viva » che è il tempio di Gerusalemme. Bisogna tener conto che dal salmo 42 al 49 i salmi vennero a noi sotto il nome di « Salterio dei figli di Qorah ». Chi erano? « Attendevano al servizio liturgico, erano custodi della soglia della tenda » (Num 9,19) e con grande probabilità vissero nel periodo del post-esilio e del secondo tempio. Se, come tutto fa supporre, il protagonista autore del salmo è un sacerdote o un levita costretto a star lontano da quella soglia del tempio, varcata la quale un tempo aveva fatto l’esperienza della « shekinah » (la grande Presenza di Dio), si capisce meglio l’intensità drammatica del salmo stesso, l’intensità della « sete » esistenziale. Non è difficile cogliere l’armonica struttura di questo salmo scandita da un ritornello: « Perchè ti abbatti, anima mia, perchè su di me gemi? Spera in Dio, ancora potrò lodarlo, Lui, salvezza del mio volto e mio Dio ». L’incontriamo, infatti, in 42,6.12; 43,5. Penetrando il salmo con una lettura di consapevolezza esistenziale-spirituale, entriamo in un crescendo di umanissimo sentire che all’inizio è accoramento e tristezza, poi è quasi protesta intrisa di sdegno e di amarezza, da ultimo diventa un placarsi in speranza nel contattare nuovamente il Dio della vita. Sono dunque tre i nuclei (strofe) che vengono così scanditi: 1^ strofa 42,2-6; 2^ strofa 42,7-12; 3^ strofa tutto il salmo 43. Interessante notare che ben 22 volte torna nel salmo il nome di Dio invocato come « Dio vivente », « salvezza del volto », « Dio protettore e difesa », « Dio della gioia ». Significativo anche l’uso degli aggettivi e dei pronomi possessivi (mio Dio, Tuo Dio ecc.) che rendono più intimo il rapporto con Lui.

Prima strofa (42,1-6)

vv. 2-3: « Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente ».

Il lamento della cerva assetata è espressione intensa della sete del Dio vivente da parte del salmista lontano dal tempio santo di Dio. Bisogna dire subito che questo tema della sete è quanto di più profondamente sentito è nel cuore dell’uomo. A livello d’immagine della cerva lo troviamo nell’arte paleolitica delle pitture di Lascaux in Dordogna e in altre rappresentazioni d’arte antica. Nell’A.T. Geremia descrive la tragedia della siccità col terreno screpolato dove « la cerva partorisce e abbandona il figlio perché non c’è più erba » (Ger 14,5). Il senso tutto interiore e spirituale della sete è espresso in Amos 8,11.13: « Verranno giorni in cui…manderò non sete d’acqua ma d’ascoltare la parola di Dio (…). In quel giorno appassiranno le belle fanciulle e i giovani per la sete ». Ricordiamo anche il bellissimo salmo 62: « Di te ha sete l’anima mia. Perfino la mia carne anela a te ». Il verbo ebraico « amag » esprime una tensione tragica che l’italiano « anela » (o « sospira ») ben poco rende. Si tratta di un grido, di un lamento lacerante. Se poi la « sorgente », l’ »acqua fresca e viva » è Dio, non è difficile capire quanto l’abbandonare Lui e lo scavarsi « cisterne screpolate » alla ricerca di altri beni sia delusione, sia un male. (Cf Ger. 2,13). Il ripetersi per quattro volte del nome di Dio, esplicitato come il « Dio vivente », scava ancora più in profondità nella tensione di un desiderio-grido che riempie questi versi: « Quando verrò e vedrò il volto di Dio? » (v. 3.6).

v. 4 « Le lacrime sono il mio pane giorno e notte mentre tutto il giorno dicono a me: ‘Dov’è il tuo Dio?’ ».

Il dolore è antico come il mondo. Già nelle lamentazioni babilonesi sentiamo: « Non ho cibo da mangiare: il dolore è il mio pane; non ho acqua da bere: le mie lacrime mi sono bevanda (citato da G. RAVASI, Il libro dei Salmi, EDB vol 1 p. 766). Nell’A.T. leggiamo: « Di cenere mi nutro come di pane; alla mia bevanda mescolo il pianto » (Sl 102,10). « Tu ci disseti con lacrime abbondanti » (Sl 80,6). « Come pane non ho che singhiozzi, come acqua sgorgano i miei gemiti (Gb 3,24); (Cf Ger 8,14; Lam 3,15). Dentro tanta sofferenza è chiaro che risulta ancora più dura l’irridente provocazione di chi non crede; « Dov’è il tuo Dio? ». E’ uno schernire insolente e continuo, « notte e giorno », che acutizza dolore e disagio. Ripetuto nel salmo (Cf v. 11) risuona in altri passi biblici (Cf Sl 79,10; 115,2; Gl2,17; Mi 7,10). v. 5 « Questo io ricordo (…) avanzavo tra la folla (…) in voci esultanti e inneggianti di una moltitudine. Nel buio di tanto silenzio di Dio e dell’umiliante « starsene a tiro » di chi irride, quasi a sottolineare l’indifferenza o addirittura la non esistenza di Lui, acquista un tono ancora più struggente l’evocazione del passato. Il tempo in cui il salmista aveva goduto del Dio benevolo insieme a coloro che, come lui erano guide al tempio di tanti fedeli inneggianti al suo amore salvifico, ormai è un sogno irraggiungibile, che impregna di desolazione il presente.

v. 6 (ritornello) « Perché ti abbatti anima mia? Perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo salvezza del mio volto e mio Dio »

Questo ritornello o antifona « è un raro esempio biblico di dialogo interiore e d’introspezione psicologica » (G. RAVASI. Op. cit. p 767). E’ importante cogliere la densità della parola « nefes » (Cf anche vv. 5 e 7). Ben più che il termine « anima, » esprime l’io profondo dov’è il « respiro » del proprio « esserci » come persona. E qui si acutizza la pena di questa « nefes » (« anima » in italiano) consapevole del proprio buio e vuoto interiore proprio perché, come dice il salmo 62,21 « Solo in Dio riposa l’anima (« nefes ») mia. Siamo al punto cruciale del salmo. Dopo questa piena presa di coscienza del buio del vuoto del turbamento, in cui il salmista è piombato lontano da Dio, dopo questo lamento gridato al proprio « nefes », sull’orlo della disperazione, ecco riaffiora improvvisa la SPERANZA, il coraggio di guardare a Dio, di credere in Lui, nonostante tutto. Questo è un tocco umano e spirituale bellissimo!

Seconda strofa (42,7-12) « Su di me si abbatte l’anima mia… ».

Non tutto si è già risolto in luce. L’anima (nefes) ancora si abbatte. L’orizzonte del fiume Giordano, del monte Hermon (identificato come la catena dell’Anti-Libano) e del monte Mizar (probabilmente un monticello di quella catena) è l’ambiente dove il salmista vive esule lontano dal tempio di Gerusalemme. Richiamando poi la faglia giordanica (400 m. sotto il livello del mare, il punto più basso insieme al Mar Morto, di tutta la superficie terrestre), l’autore evoca un paesaggio impressionante che rimanda a certi tragici quadri di Van Gogh. Abissi e gorghi caotici d’acque distruggitrici passano sulla sua anima, dice il salmista esprimendo a fortissimi tratti la sua debolezza interiore. v. 9 « Di giorno Jahweh mi manda la sua fedeltà, di notte il suo canto è con me… ». Di nuovo ecco la virata di bordo: non più guardare a sé ma aggrapparsi alla fedeltà di Dio e pregare Colui che il salmista arriva a chiamare: « il Dio della vita ». vv. 10-11 « Dirò a Dio, mia roccia: Perché mi hai dimenticato? (…) mi dicono tutto il giorno: « Dov’è il tuo Dio? ». Il salmista ha ben chiaro ora che, di fronte al fluttuare di tutto, Dio è roccia (« sela ») stabile, indefettibile. Però vive ancora il dramma del sentirsi come « dimenticato » da Lui. Se si pensa che nella Bibbia il dimenticato da Dio è il maledetto, il morto, lo sheol (Cf Sl 6,6; 88,6) si capisce come il cuore del salmista viva un dolore che è inguaribile, dato che, a intensificare il tutto, ritorna l’insolenza di avversari che irridono beffeggiando: « Dov’è il tuo Dio? ».

v. 12 « Perché ti abbatti anima mia?… »

Ritorna l’antifona. Ecco: proprio su questo presente tragico, apre nuovamente l’ala la speranza in Dio.

Terza strofa: (Sl 43)

v. 1 « Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa… « 

Qui il salmista è ancora proteso al Tempio di Gerusalemme, ma ormai con piena fiducia. Ora la preghiera del salmista diventa quel quieto rivolgersi a Colui che può prendere le difese del suo essere stato bandito da Lui e dal Tempio. Dio è qui invocato come giudice, come avvocato contro coloro che non solo irridono da atei, ma sono menzogneri e iniquamente hanno agito contro di lui.

v. 2 « Tu sei il Dio della mia fortezza. Perché mi respingi? Perché triste me ne devo andare oppresso dal nemico? »

Sembra di nuovo prevalere l’onda del più accorato lamento. Ed è forte quel « perché » che in tutto il carme (Sl 42 e 43) ritorna ben dieci volte a dimostrare che la fede biblica è dentro il vissuto anche più sofferto e la preghiera è anzitutto un grido esistenziale che non ha niente a che vedere con spiritualismi narcotizzanti. V. 3-4 « Manda la tua luce e la tua verità; siano esse guidarmi (…) . Verrò (…) al Dio della mia gioia e felicità, Ti loderò ».

La luce e la verità appaiono qui come due attributi divini personificati. Luce: espressione della benevolenza di Dio e sua risposta colma d’amore. Verità (emet): qui sinonimo di fedeltà (hesed) a esprimere la sentenza favorevole di Dio « testimone verace e fedele ». (Cf Ger 42,5) che ben conosce la coscienza del salmista. Il salmo ormai si trasfonde in gioia superlativa (Cf l’originale al v. 4= « gioia della mia felicità »). Espressivo anche il tradurre della TOB: « Il Dio che mi fa danzare di gioia ». E non è da dimenticare la Vulgata: « Ad Deum qui laetificat iuventutem meam » (al Dio che rallegra la mia giovinezza). Chiude in bellezza, il ritorno dell’antifona che, in questo crescendo di sofferenza e di speranza esalta con forza il Dio che risponde come salvezza all’uomo che, quasi disperato, lo cerca. Questa stupenda preghiera biblica è attualissima e può dunque oggi prestarsi a diventare la nostra preghiera esprimente il forte disagio che anche noi, a volte, soffriamo. In un mondo segnato dall’allontanamento da Dio, spesso aggravato dall’irrisione di molta gente atea, siamo messi a dura prova. Così quella che viene messa a cimento è soprattutto la speranza e la determinazione a pregare con perseveranza, ad ogni costo. E’ qui che il salmo, conducendoci a una presa di coscienza forte e viva della nostra sete che a dispetto di quel che ci fa credere il materialismo imperante è profonda sete di Dio, ci aiuta a « gridare » in preghiera questa stessa sete. In filigrana sentiamo allora emergere la divina risposta di Gesù alla Samaritana: « Chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete in eterno » (Gv 4,14) e nel tempio quando proclama: « Chi ha sete venga a me e beva. Scaturiranno dal suo intimo sorgenti d’acqua viva ». Se, come dice Bonhoeffer, « Gesù ha portato dinanzi a Dio tutto il dolore, tutta la gioia, tutta la gratitudine e la speranza degli uomini » (Cf Pregare i salmi con Cristo, Brescia 1978 p. 37), pregare questo salmo in Gesù e con Gesù vuol dire lasciarsi raggiungere dalla sua « acqua viva » e diventare « acqua di vita nello stile delle Beatitudini » per gli altri. Ho preso coscienza che la mia inquietudine, la mia sete di fondo è sete di Dio? Oppure, da solo o in coppia, lasciandomi manovrare dalla realtà consumistico-massmediale, entro nel giro della « fabbrica dei bisogni » e disattendo il mio rapporto con Dio nella preghiera, senza neppure « leggere » il senso della mia in inquietudine? Il mio pregare è anzitutto un presentarmi a Dio così come sono, un « gridare » a Lui la mia gioia ma anche tutto il mio dolore, la mia fatica esistenziale? Ciò che mi umilia o abbatte io lo consegno a Lui con fiducia o mi lamento da solo e con gli altri? Là dove avverto (verbalizzata o no) l’irridente provocazione degli atei: « Dov’è il tuo Dio? » come reagisco? Dov’è la mia « speranza »? In quiete contemplativa, visualizzo Gesù seduto al pozzo in dialogo con la Samaritana che dice, oggi, a me: « Chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna » (Gv 4,14). Ascolterò anche in prospettiva escatologica: « Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello (…) sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi » (Ap 7,16-17).

Salmo 133 (di Gianfranco Ravasi)

dal sito:

http://www.apostoline.it/riflessioni/salmi/Salmo133.htm

I SALMI   CANTI SUI SENTIERI DI DIO

Come fratelli  (Salmo 133)   

di Gianfranco Ravasi                                                            
 
Ecco quanto è bello e quanto è soave
che i fratelli abitino insieme!

È come olio prezioso sul capo
che scende sulla barba,
sulla barba di Aronne,
che scende sul collare della sua veste.

È come rugiada dell’Hermon
che scende sui monti di Sion.

Là il Signore ha disposto la sua benedizione
e la vita in eterno.

Eccoci davanti quasi ad una miniatura deliziosa: è il Salmo 133 che descrive la vocazione che ogni uomo riceve alla fratellanza. Idealmente il salmo dovrebbe essere cantato ogni giorno da una famiglia unita, da una comunità solidale, da un gruppo di amici sinceri, dalla Chiesa corpo di Cristo. Poco più di 30 parole ebraiche sostengono questa lirica carica di umanità ed amore, fondata su un dato elementare, quello secondo cui – come diceva già il filosofo greco Aristotele – l’uomo è un « animale politico e sociale ». Ma fondata anche su un dato religioso, quello della comune appartenenza al popolo dell’alleanza. Il primo dato, sia pure con molte reticenze e con molto realismo, era stato affermato nella Bibbia anche da Qohelet: « Meglio essere in due che uno solo, perché due hanno un miglior compenso nella fatica. Guai, invece, a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se due dormono insieme, si possono riscaldare; ma uno solo come fa a riscaldarsi? Se uno aggredisce, in due gli possono resistere e una corda a tre cappi non si rompe tanto presto » (4,9-12).
Ma il Salmo 133 è più attento alla dimensione religiosa ed « ecclesiale » della fraternità. Il gioioso proverbio citato nel v.1 potrebbe perciò essere trascritto così in chiave cristiana: « Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, dall’amore che avrete a vicenda » (Giovanni 13,35). Il tema è commentato attraverso una duplice simbologia. Innanzitutto l’olio profumato (v.2) sulla cui preparazione per le cerimonie di consacrazione si sviluppa un’intera pagina dell’Esodo (30,22-38).
Esso è simbolo della consacrazione, della potenza e della santità di Dio effuse in abbondanza nell’uomo ed è anche simbolo di cordialità e di ospitalità. L’abbondanza di questa effusione è testimoniata dall’effluvio che essa produce su tutto il corpo e le vesti, mentre la qualità sacerdotale della consacrazione è dimostrata dal personaggio citato, Aronne, fondatore del sacerdozio ebraico.
Il secondo simbolo è evocato probabilmente in contrasto con gli aspri colli su cui è posta Gerusalemme, colli pietrosi e aridi: l’Hermon, invece, il monte che segna il confine settentrionale della Palestina, è per la sua altezza (m 2760) ricoperto da nevi perenni sulla vetta mentre sulle pendici è ricco di vegetazione verdissima e, all’alba, di rugiada. Un’immagine di freschezza in un mondo assolato e bruciato, un’immagine di ristoro in un panorama immobile sotto la calura, un’immagine di sazietà in un ambiente assetato: questo è l’amore fraterno in un mondo più spesso simile ad una giungla che ad una famiglia. Anche il vecchio Isacco benedicendo il figlio Giacobbe gli aveva augurato « rugiada dal cielo » (Genesi 27,28). Ma quella benedizione cadeva proprio su una lotta tra fratelli. Ora, invece, la benedizione del Signore scende su una comunità unita e in pace (v.3).
È significativo notare la forza paradossale dell’immagine della rugiada. L’incomprensione di questa qualità ha fatto sì che su di essa si accanisse la miopia di molti lettori attenti a segnalare l’impossibilità di una rugiada che superi 200 km in linea d’aria tra il monte Hermon e Sion. Dobbiamo invece lasciare l’immagine in tutta la sua arditezza e potenza perché anche Osea metteva in bocca a Dio questa definizione: « Sarò per Israele come rugiada » (14,6). La vita fraterna, l’unione attorno allo stesso Dio nel culto, la comunione nell’interno dello stesso popolo sono come una rugiada, sottile e tenera ma efficace e feconda, che penetra tutta la mappa interiore di Israele. Un senso di freschezza e di novità avvolge tutta la terra e la storia e trasforma il salmo in un inno alla vita e alla comunione, in un cantico dell’amore fraterno, fonte di gioia spirituale e fisica, religiosa e politica.
L’amore del nostro carme è, quindi, sentito come una consacrazione, un’immersione nel sacro e in Dio, è visto come vita e fecondità (la rugiada), qualità proprie di Dio. Perciò l’orizzonte si apre verso una sottile speranza. Quando siamo tutti uniti nell’amore, nella fede e nel culto sembra quasi che il tempo si fermi e ceda il passo alla Gerusalemme celeste in cui non ci saranno più né lacrime, né guerre, né odi, né lutti, né morte (Apocalisse 21,4) e « una moltitudine immensa di uomini di ogni nazione, razza, popolo e lingua » (Apocalisse 7,9) canteranno in perfetta armonia un inno di lode e di gioia.
Vorremmo in appendice al nostro commento aggiungere una lettura del salmo secondo lo stile giudaico. Lo scegliamo nell’ambito della letteratura hassidica, propria, cioè, di quel movimento spiritualista giudaico sorto attorno al ’700 e collegato alla figura di un rabbì mistico, Baal Shem Tov. Ecco la parabola dell’amore che un suo discepolo, il rabbì da Sasson, aveva liberamente costruito come applicazione spirituale sul Salmo 133.
« Come gli uomini debbano amare l’ho imparato da un contadino. Costui si trovava con altri contadini in un’osteria e beveva. Egli stette a lungo silenzioso con gli altri; ma quando il cuore fu mosso dal vino, rivoltosi ad un compagno che gli sedeva accanto domandò: Dì un po’, mi vuoi bene o no? L’altro rispose: Ti voglio molto bene. E il contadino: Tu dici che mi vuoi bene, eppure non sai di cosa ho bisogno. Se tu veramente mi amassi, lo sapresti. L’amico non ardì ribattere e il contadino che l’aveva interrogato tacque di nuovo. Io però capii: amare gli uomini vuol dire cercare di conoscerne i bisogni e soffrire le loro pene ».                                                                                       
                                                                                               
(da SE VUOI)

SALMO 15 (Divo Barsotti)

dal sito:

http://www.figlididio.it/salmi/index.htm

DIVO BARSOTTI

Salmo 15

Signore, chi abiterà nella tua tenda?
Chi dimorerà sul tuo santo monte?
Colui che cammina senza colpa,
agisce con giustizia e parla lealmente,
non dice calunnia con la lingua,
non fa danno al suo prossimo
e non lancia insulto al suo vicino.
Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,
ma onora chi teme il Signore.
Anche se giura a suo danno, non cambia;
5 presta denaro senza fare usura,
e non accetta doni contro l’innocente.
Colui che agisce in questo modo
resterà saldo per sempre.


Il Tempio di Salomone
Il salmo è ben modesto come componimento lirico: di un’estrema povertà letteraria, direi, ma di un grande insegnamento invece, per quello che riguarda Israele e noi.
È a forma di catechismo e ne ha la semplicità. L’orante domanda quali siano le condizioni per vivere nella casa di Dio, per dimorare nella tenda dell’Altissimo, per essere protetto dal Signore, perché abbia di lui misericordia e lo difenda. È una domanda cultuale e si aspetterebbero delle condizioni cultuali. Dimorare nella casa di Dio sotto l’ombra dell’Altissimo poteva essere soltanto, sembrerebbe, del sacerdote o comunque di colui che fedelmente adempie tutte le prescrizioni della legge e del culto: ma non vi è altro culto per Israele che la vita stessa nei suoi rapporti con gli altri: il vero culto è questo e a questo del resto ci richiama anche il Vangelo quando ci dice: « se tu vai a far la tua offerta e ti ricordi che un tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta e vai prima a riconciliarti con lui ». La liturgia cristiana, e prima ancora la liturgia ebraica, non è vissuta nel Tempio, in rapporto con un idolo vano e muto, è vissuta nel rapporto dell’uomo con l’uomo, perché l’uomo all’uomo è suo Dio. Le parole sono della letteratura romana, « homo, homini deus », ma più che appartenere a una letteratura romana e pagana, sono, si direbbe, la sintesi di quello che è l’insegnamento profetico e di quello poi che è l’insegnamento cristiano.
E noi stessi cristiani dobbiamo ricordarci perché è anche per noi sussiste il pericolo di credere di poter vivere un rapporto con Dio, prescindendo da un nostro rapporto con gli altri, anche per noi sussiste il pericolo di credere che siamo anime pie se facciamo l’ora di adorazione davanti al Santissimo Sacramento, e poi manchiamo di carità verso i nostri fratelli. Un certo pietismo contamina anche la nostra vita religiosa, non potrà mai la pietà nostra individuale, la nostra preghiera, sostituire la carità fraterna, perché la pietà verso Dio non solo si dimostra vera se si congiunge a questa carità, ha la sua prova, ha la sua misura nella carità con gli altri, ma perché la pietà verso Dio deve avere come suo frutto questo rapporto che è l’effetto principale, fondamentale dell’Eucarestia. Il culto cristiano trova nell’Eucarestia il suo centro, trova nell’Eucarestia l’attuo suo fondamentale. Il frutto fondamentale dell’Eucarestia e l’unità dei cristiani; anche in questo, vedete, il pietismo degli ultimi secoli ha, non contaminato, ma diminuito estremamente il contenuto del mistero cristiano. Nei manuali di teologia si vede che il frutto dell’Eucarestia è una suavitas, una dulcedo interna, o è l’alimento della nostra vita di pietà, o è il rimedio ai mali quotidiani della nostra esistenza; noi ci dimentichiamo di quello che è il frutto fondamentale che san Paolo già dichiara nella lettera ai Corinti, l’edificazione del Corpo di Cristo, l’unità del Corpo di Cristo: ogni qualvolta si compie l’Eucarestia si crea la Chiesa di Dio, l’assemblea cristiana, la convocatio, gli uomini chiamati dalla divina Parola. Anche per noi cristiani, dunque, il rapporto con gli altri è la vera liturgia, la pietà personale deve terminare e deve manifestare la sua forza, esprimere la sua grandezza proprio nel rapporto degli uomini fra loro. Voi vedete qui (e in questo già, la religione cristica si oppone a tutte le religioni pagane) le condizioni di un culto, sono soltanto una morale sociale, prescrizioni di morale sociale.
A quello che qui dice il salmista possono essere aggiunte chissà quatte altro prescrizioni di morale sociale, si potrebbe dire che sono state scelte anche male, ma l’insegnamento fondamentale è questo, che il culto divino, le condizioni per vivere accetti a Dio, sono il rapporto che l’uomo ha con l’altro uomo, rapporto di giustizia, di carità. Qui non si parla troppo di carità, ma indubbiamente la giustizia che qui è supposta, che qui è inculcata, importa anche un minimo di carità, perché importa un minimo di volontà interiore, di rispetto dell’altro. Non vi è mai una perfetta giustizia che non implichi la carità, non è vero chesumma iustitia, summa iniquitas, una giustizia quando si parte dall’intimo non è soltanto un voler adempiere delle prescrizioni positive della legge, quando si parla all’intimo, quando implica il rispetto della altrui persona, quando esige una volontà di non nuocere, già per sé implica una certa carità, è già l’inizio, in fondo, dell’amore. D’altra parte il salmo non ci parla soltanto di una morale sociale considerandola in prescrizioni precise, di questo rapporto con gli altri; parla precisamente fin dall’inizio di questa disposizione interiore di integrità e di giustizia nei confronti degli altri: « Colui che cammina senza colpa, agisce con giustizia e parla lealmente. Sono tre prescrizioni che in fondo si riducono a una sola: parlare in verità. Essere veri vuol dire manifestare nei rapporti con gli altri quei sentimenti che noi conserviamo nell’intimo. Siccome non possiamo avere verso gli altri che un atteggiamento di giustizia e di rispetto, questo sentimento dobbiamo possederlo nel cuore. Questa è l’integrità della vita, questa è la fedeltà alla legge, questo è operare giustizia, secondo il salmista. Poi viene una esemplificazione che di per sé non è esaustiva, sono degli esempi, quegli esempi che potevano maggiormente interessare forse il mondo nel quale viveva il salmista: la corruzione dei potenti, far dei doni ai potenti, « le bustarelle » perché i potenti non osservassero la legge in favore del povero, in difesa dell’orfano e della vedova, ma piuttosto favorissero chi portava la « bustarella »: è chiaro. È una esemplificazione che risponde dunque ad un dato stato sociale, a una condizione, che era propria nel regno di Giuda e del regno d’Israele quando sorsero i Profeti: effettivamente il salmo richiama in gran parte la morale giudaica: anche i profeti vedono che il culto di Dio implica necessariamente questi rapporti di umanità, di equanimità, equità e giustizia con gli altri. Che cosa vale il digiuno? Il tuo vero digiuno è sovvenire l’orfano e la vedova: « Se tu verrai incontro al povero, la tua giustizia brillerà come un sole », diranno il Profeta Isaia e il Profeta Michea, e a loro faranno eco gli altri Profeti, Osea e Geremia: « Che me ne faccio io dei vostri sacrifici, ho in uggia le vostre preghiere, il grasso degli animali mi è venuto a nausea, fate il bene, purificate il vostro cuore, non opprimete il vostro fratello, questo è il vero sacrificio gradito a Dio ». Con questo il Signore vuole forse negare l’efficacia di un culto che Egli stesso ha prescritto? Nell’economia cristiana ora vorrebbe voler dire forse che il cristianesimo tutto si esaurisce in un rapporto sociale? Ma se fosse soltanto un rapporto sociale non saremmo nemmeno cristiani! Il vostro rapporto con gli altri è già un rapporto mistico non più sociale, siamo una sola cosa fra noi, io devo amare il mio prossimo come me stesso, perché il mio prossimo sono io, tutti siamo uno solo in Cristo. Vivere il mio rapporto con gli altri vuol dire vivere il mistero stesso cristiano in questa unità che tutti ci riassume nella Persona di Nostro Signore, nel suo Mistico Corpo. Nella Persona, dico, di Nostro Signore, non dico soltanto nel suo Mistico Corpo, perché san Tommaso d’Aquino arriva a questa affermazione, che tutti siamo una sola persona mistica; che cosa voglia dire nemmeno i teologi lo sanno, comunque è san Tommaso che lo dice, cioè l’unità di tutti noi in Cristo, è una unità non soltanto morale, è una unità mistica, ma in certo modo anche fisica, e, più grande dell’unione stessa fisica, è una unità di cui non abbiamo paragone quaggiù. In tanto ognuno di noi e nemico a sé stesso, in tanto la società umana è nemica a se stessa in quanto tutto e tutti non realizzano la loro unità col Signore, non sono che un unico Cristo, quel Cristo in cui non vi è più né barbaro o greco, né maschio né femmina, né uomo libero o schiavo ». Uno solo, e san Paolo non dice ei come dice san Giovanni nel suo IV Vangelo, ma dice Eis; un solo uomo, non una sola cosa, un solo uomo noi siamo, questo è il mistero cristiano.
Nella misura che Egli ti sceglie, ti strappa dal mondo e ti mantiene nella tua solitudine, ti strappa dalla tua condizione umana, che ancora non ti introduce nel regno, rimani estraneo alla terra e Dio rimane egualmente estraneo a te, tutti i popoli ti opprimono e Dio rimane in silenzio, la vita umana per te rimane come legata e la vita divina non ti viene concessa. Senso di una solitudine e di un vuoto che diviene ogni giorno più grande nella misura che Dio ti porta nelle sue vie, nella misura che Egli ti strappa a te stesso sciogliendoti per iniziarti a una comunione con Lui che deve divenire sempre più intima. Ma la comunione con Lui ora la sperimenti come una morte, in una divisione da tutto, in un silenzio nel quale sembra affondare tutta la tua vita.
« Svegliati, perché dormi o Signore? » Quante volte l’anima sarebbe tentata di rivolgersi a Dio con le stesse parole, e noi dobbiamo sapere, questo almeno ci sia di conforto, che queste parole rimangono preghiera anche se sembrano bestemmia, che queste parole sono anzi la preghiera di un popolo scelto, eletto: Israele; sono l’espressione di un popolo che risponde con questo grido di angoscia alla propria elezione. Dobbiamo saperlo perché non ci inganni il nostro linguaggio. Molto spesso forse non è preghiera quella che noi crediamo preghiera, ed è preghiera proprio la nostra stanchezza, ed è preghiera proprio la nostra non rivolta, non ribellione, ma il nostro smarrimento, il nostro sgomento, la nostra paura, ed è preghiera la nostra sofferenza, onde l’anima non sa più capir nulla, e crede di essere abbandonata da Dio e dagli uomini e crede che per sé non esista più che la morte.

SALMO 39: I miei giorni sono un soffio – di Gianfranco Ravasi

dal sito:

http://www.apostoline.it/riflessioni/salmi/Salmo39.htm

I SALMI   CANTI SUI SENTIERI DI DIO

« I miei giorni sono un soffio » (Salmo 39)

di Gianfranco Ravasi

… proviamo per una volta a spezzare i fili dorati degli anni giovani e tesi al futuro, e con un antico poeta dei Salmi mettiamoci in ascolto di un canto aspro. È il Salmo 39 (38 nella numerazione della liturgia) che ha per tema il fluire del tempo che ci sfugge come sabbia dalla mano lasciando alle spalle – come scriveva il celebre romanziere francese Proust – solo le foglie galleggianti dei ricordi sulla palude della vita.

Questa straziante preghiera, « forse la più bella di tutte le suppliche del Salterio », come l’ha definita uno studioso dei Salmi, è una meditazione autobiografica sul « male di vivere », sulla miseria della condizione umana, sulla radicale fragilità dell’esistenza. Essa sembra annodarsi ad un filo nero che si dipana all’interno di tutte le letterature e di tutte le religioni. « Noi, come le foglie fa nascere la fiorita stagione della primavera, appena sbocciano ai raggi del sole; simili ad esse per pochissimo tempo godiamo dei fiori della giovinezza. Ma nere ci stanno ai fianchi le Parche ed è subito meglio esser morto che vivere »: così nel VII-VI sec. a.C. scriveva Mimnermo, poeta greco dell’amore. Leggiamo subito il nucleo centrale poetico del nostro salmo.

Rivelami, Signore, la mia fine;
quale sia la misura dei miei giorni
e saprò quanto è breve la mia vita.

Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni
e la nostra esistenza davanti a te è un nulla.
Solo un soffio è l’uomo che passa;
solo un soffio che si agita,
accumula ricchezze e non sa chi le raccoglie.

Sto in silenzio, non apro la bocca,
perché sei tu che agisci così…
Ogni uomo non è che un soffio (vv. 5-7.10.12).

La parola del poeta, dopo un attimo di silenzio atterrito (v. 3), esplode ed è come un fuoco devastatore che si manifesta in quella domanda bruciante: « Rivelami la mia fine! ». Dio deve aiutare l’uomo a rendersi ragione e a penetrare nel senso ultimo del limite che lo attanaglia. Un altro orante, quello del Salmo 90, pregava: « Insegnaci, Signore, a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore ». E la lezione divina è impietosa, espressa attraverso tre simboli fragranti ma impressionanti. La prima immagine è quella dell’ombra e suggerisce l’idea della vita come fantasma, come nuvola fuggevole. Pensiamo, ad esempio, alla definizione dell’uomo come « walking shadow », « ombra che cammina », coniata da Shakespeare nel Macbet.

La seconda figura è affine alla precedente: « soffio », in ebraico hebel, un vocabolo caro al libro più pessimista si tutto l’Antico Testamento, il Qohelet (o Ecclesiaste). Nell’originale ebraico il termine rimanda ad un alito di vento impalpabile, ad una nebbia inafferrabile, ad una nube che si dissolve al primo apparire del sole. Celebre è la dichiarazione programmatica di Qohelet posta in apertura e in conclusione del suo libro: « Vanità (hebel) delle vanità, tutto è vanità ». L’esistenza è percorsa dal vuoto e dal nulla, dall’assurdo e dalla miseria. Questo vocabolo risuona nel salmo per tre volte, in crescendo ed è quasi la firma poetica del salmista.

La terza immagine è quella della misura in palmi. Il palmo è la lunghezza delle quattro dita della mano e corrisponde a 7 centimetri circa, un simbolo di brevità. Già un antico testo egiziano osservava che « il tempo vissuto dall’uomo sulla terra è breve come se fosse una chimera ». E Giobbe: « I miei giorni scorrono veloci come la spola, svaniscono senza più un filo di speranza. Ricordati, vento è il mio vivere, i miei occhi non contempleranno più la felicità… Lasciami, i miei giorni sono un soffio » (c. 7). Anche nel Nuovo Testamento ci incontriamo con la stessa considerazione nella lettera di Giacomo: « Ma cos’è mai la nostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare (4,14).

Siamo, quindi, di fronte ad una meditazione dura, dettata dal dolore, difficile da farsi soprattutto quando si sente la freschezza della giovinezza e si immagina di aver di fronte un’immensa distesa di giorni e di anni. La preghiera del Salmo 39 spazza via le illusioni e le superficialità e si chiude con un’altra strofa di grande potenza ed amarezza realistica.

Ascolta la mia preghiera, Signore!
Porgi l’orecchio al mio grido,
non essere sordo alle mie lacrime,
perché io sono un forestiero,
uno straniero come tutti i miei padri.
Distogli il tuo sguardo, che io respiri,
prima che me ne vada e più non sia (vv. 13-14).

I due vocaboli « forestiero » e « straniero » sono un’acuta definizione della fragilità della vita umana. L’uomo p sulla terra come un estraneo che non ha la pienezza della cittadinanza, è – come diceva Goethe – « un triste viandante sulla terra oscura », un nomade vagabondo in un mondo indifferente e spesso ostile. È a questo punto che il salmista rivolge a Dio una preghiera molto strana: di solito gli oranti dei Salmi chiedono a Dio di volgere il suo volto verso la loro miseria; qui invece avviene il contrario. Il nostro autore implora Dio di « distogliere il suo sguardo » da lui e di lasciarlo respirare un istante (l’originale ebraico dice curiosamente: « fa’ che io inghiottisca la saliva », un’espressione che ancora oggi in arabo indica un momento di tregua).

Anche Giobbe pregava così: « Lasciami, che io possa respirare un istante in allegria, prima di partire per un viaggio senza ritorno nel paese delle tenebre e delle ombre mortali (10,29-22). Siamo, quindi, davanti ad una preghiera « povera » che esprime una fede nuda, senza tante illusioni o consolazioni. Se Dio ci ha fatti così, il fedele accoglie quell’istante di pace e poi si avvia verso l’abisso della morte che sigilla un’esistenza tanto breve. All’orizzonte del Salmo 39 non è ancora apparso il bagliore della Pasqua di Cristo.

Potremmo dire con Pascal: « Non vi è nulla sulla terra che non mostri o la miseria dell’uomo o la misericordia di Dio, o l’impotenza dell’uomo senza Dio o la potenza dell’uomo con Dio ».

GIANFRANCO RAVASI

(da SE VUOI)

Salmo 46, Dio è con noi

dal sito:

http://www.padrelinopedron.it/data/edicola/Padre%20Lino%20Pedron%20-%20Salmi/SALMO%20046.doc

SALMO 46

46 (45) Dio è con noi

1 Al maestro del coro. Dei figli di Core. Su «Le vergini…». Canto.
2 Dio è per noi rifugio e forza,
aiuto sempre vicino nelle angosce.
3 Perciò non temiamo se trema la terra,
se crollano i monti nel fondo del mare.
4 Fremano, si gonfino le sue acque,
tremino i monti per i suoi flutti.
5 Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio,
la santa dimora dell’Altissimo.
6 Dio sta in essa: non potrà vacillare;
la soccorrerà Dio, prima del mattino.
7 Fremettero le genti, i regni si scossero;
egli tuonò, si sgretolò la terra.
8 Il Signore degli eserciti è con noi,
nostro rifugio è il Dio di Giacobbe.
9 Venite, vedete le opere del Signore,
egli ha fatto portenti sulla terra.
10 Farà cessare le guerre sino ai confini della terra,
romperà gli archi e spezzerà le lance,
brucerà con il fuoco gli scudi.
11 Fermatevi e sappiate che io sono Dio,
eccelso tra le genti, eccelso sulla terra.
12 Il Signore degli eserciti è con noi,
nostro rifugio è il Dio di Giacobbe.

È il salmo della fede intrepida, della certezza della presenza del Dio-Emmanuele col suo popolo, della sicurezza incrollabile. S. Giovanni Crisostomo ha scritto: « Quel Dio che è grande dappertutto ed elevato dappertutto, è lo stesso Dio che è con noi. Non temete dunque, non turbatevi, perché avete con voi un Signore invincibile ».
Fin dalla sua prima battuta il salmo enuncia l’atteggiamento fondamentale con cui si deve contemplare Sion, quello della fiducia e della sicurezza. « A Gerusalemme l’ebreo si sente a casa sua geograficamente ma soprattutto storicamente, lì è all’interno della sua storia. Tuttavia, su un altro piano, Gerusalemme dovrebbe essere dovunque l’uomo aspira alla pace, dovunque il cuore s’apre alla preghiera, alla generosità, alla riconoscenza » (E. Wiesel).
La base di ogni fiducia è nella presenza di Dio in mezzo a noi. Il Cristo è la presenza di Dio che « si è fatta carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi » (Gv 1,14), così da « essere con noi per sempre, sino alla fine del mondo » (Mt 28,20). « Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno il suo popolo ed egli sarà il « Dio-con-loro » (Ap 21,3).
Ed è con questa presenza che noi affrontiamo le tempeste del male e della morte senza paura. « Io non ti lascerò, né ti abbandonerò! Perciò possiamo dire: Il Signore è il mio aiuto, non avrò timore » (Eb 13,5-6).
Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati! » (Rm 8,35-37).
Commento dei padri della Chiesa
v. 3 « I monti che crollano nel fondo del mare sono poca cosa, dice il vangelo (Mt 17,19) » (Ambrogio).
« Le acque del mare sono simbolo delle potenze infernali, sconvolte dalla venuta del Signore e dai suoi miracoli » (Eusebio).
« La predicazione del vangelo ha sconvolto le genti » (Atanasio).
v. 5 « La provvidenza di Dio è come un fiume le cui braccia giungono ovunque » (Crisostomo).
« La sorgente del fiume di giustizia, dell’Unigenito, è il Padre che l’ha generato » (Cirillo di Gerusalemme).
« Il fiume è il simbolo dell’acqua e del sangue sgorgati dal costato trafitto del Signore. È quello il fiume dell’Eden che si diffonde in tutta la terra, lava i peccati, irriga la città di Dio e ogni anima » (Ambrogio).
« Fiumi di acqua viva… disse questo dello Spirito santo che dovevano ricevere (Gv 7,38) » (Agostino).
« Questo fiume è la sovrabbondanza di gioia e di pace descritti dal salmista: « Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio »; e ancora: « Si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie » (Sal 36,9). Isaia consolava così i figli di Gerusalemme: « Ecco, io rivolgo verso di lei la pace, come un fiume, e la gloria delle genti come un torrente traboccante » (66,12). Questo fiume è il Signore stesso, è lo Spirito santo. Lo Spirito santo è questo fiume di pace, questo torrente di gloria, questa onda di gioia, questo fluire della beatitudine, questa sovrabbondanza che trabocca dalla casa di Dio. È infatti l’amore stesso dello sposo e della sposa nella città gloriosa. Tutta la felicità di questa vita e di questa città, che altro potrebbero essere se non questo amore? Di questo amore vivono tutti i santi angeli e tutte le anime di tutti i santi. Ecco perché il profeta, dopo aver detto: « Vi mostrerò il fiume », aggiunge « il fiume d’acqua viva » (Ap 22,1). Come il vangelo dice che lo Spirito santo procede dal Padre (Gv 15,26), il profeta esprime la stessa verità dicendo che il fiume sgorga dal trono di Dio e dell’Agnello. E questo è quanto professiamo nella fede cattolica: lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio. Questo fiume ha cominciato a fluire in noi dal momento in cui Gesù è stato glorificato; ma non vediamo ancora e non possiamo vedere in questa vita ciò che compie in noi. Nella città beata apparirà il frutto di questa venuta dello Spirito… » (Ruperto)
v. 8 « Il Signore degli eserciti è con noi: l’incarnazione » (Rufino).
v. 11 « Fermatevi e sappiate che io sono Dio. È necessario avere del tempo per conoscere il Signore » (Origene).
« Il demonio non può sopportare il tempo della contemplazione » (Eusebio).
« Non si può conoscere Dio senza rigettare le preoccupazioni terrene » (Atanasio).
« Per conoscere Dio bisogna distoglierci da ciò che non è lui » (Basilio).
« Lasciate le occupazioni terrene, preoccupatevi di conoscere Dio » (Ambrogio).
« Lasciate ogni occupazione e sappiate che io sono Dio: Maria ha scelto la parte buona (Lc 10,42) » (Bernardo).
v. 12 « Dio è sempre con noi » (Crisostomo).
« Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? (Rm 8,31) » (Basilio).
« Ecco che io sono con voi… fino alla fine del mondo (Mt 28,20): è l’Emmanuele » (Ambrogio).

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