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L’ORIGINALITÀ CRISTIANA DI PAOLO APOSTOLO ED IL SUO DEBITO EBRAICO E PAGANO:

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L’ORIGINALITÀ CRISTIANA DI PAOLO APOSTOLO ED IL SUO DEBITO EBRAICO E PAGANO:

due articoli di Ed Parish Sanders e di Romano Penna, da l’Osservatore Romano del 21/5/2009

Il Centro culturale Gli scritti (21/5/2009)

L’apostolo delle genti fra giudaismo e cultura ellenistica. La matrice ebraica di Paolo, di Ed Parish Sanders, Duke University (Durham, North Carolina)
Il 20 maggio si apre, presso il Pontificio Istituto Biblico a Roma, il simposio internazionale « Paul in his Jewish Matrix » organizzato dal Centro Cardinal Bea per gli studi giudaici della Pontificia Università Gregoriana in collaborazione con l’Università Ebraica di Gerusalemme, con l’Università Cattolica di Lovanio e con la basilica di San Paolo fuori le Mura. Pubblichiamo – nella traduzione di Maria Brutti – alcune parti di una delle due letture pubbliche in programma.
Da tempo si discute su quanto profondamente Paolo fosse influenzato dalla cultura ellenistica o greco-romana. Dal punto di vista storico, gli studiosi del Nuovo Testamento offrono un’ampia gamma di possibilità: dall’uomo che ellenizzò il cristianesimo al rabbi che modificò e allargò il suo pensiero senza cambiare le caratteristiche della sua visione. Non sono competente per accertare la profondità dell’ellenismo di Paolo, cercherò invece di definire alcuni degli aspetti principali della sua ebraicità, concentrandomi sulle più ampie categorie che sono a noi accessibili, per prima l’istruzione.
Nel mondo antico, tutti sapevano che i bambini memorizzano abbastanza facilmente, e che memorizzare nell’età infantile o giovanile è molto più facile che portare con sé rotoli pesanti e girarli avanti e indietro in cerca di un passo. L’istruzione antica era basata sulla lettura ad alta voce, la ripetizione, e spesso la memorizzazione – sia voluta sia casuale – nasceva soltanto dalla ripetizione. I giovani maschi dell’élite del mondo greco-romano imparavano a memoria una grande quantità di poesia greca e i romani anche una notevole quantità di materiale latino. Uno degli scopi dell’istruzione era mettere una persona in grado di tirare fuori la citazione appropriata in tribunale o in senato. Così l’istruzione era basata sulla memorizzazione, che a sua volta si esprimeva nella citazione.
Paolo stesso scrisse di essere superiore alla maggior parte dei suoi contemporanei nello zelo per le tradizioni dei suoi antenati (Galati 1,14). Ritengo che questo significhi che egli era il ragazzo più intelligente nella classe e che imparava di più riguardo agli argomenti che studiava. Quando incontriamo Paolo nelle sue lettere probabilmente aveva circa quaranta o cinquanta anni, e il suo cervello non era così agile come quando ne aveva quindici, ma aveva ancora facilità di ricordare e citare ciò che aveva imparato. Dalle sue citazioni, si può dedurre che Paolo imparò a memoria la Bibbia in greco, almeno ampie parti.
[Diversa è la situazione per quel che riguarda le citazioni di filosofi o di autori pagani, poiché,] nelle lettere giunte fino a noi non cita niente altro se non una sentenza: « Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi » (1 Corinzi, 15,33) che segue immediatamente una citazione da Isaia.
Se avesse memorizzato i giusti passi della filosofia greca avrebbe aggiunto una citazione in 2 Corinzi (4,18), dove scrive che ciò che si vede è effimero, ma ciò che non può essere visto è eterno. Anche le opere del suo più anziano contemporaneo, Filone, gli sarebbero venute in aiuto. Allo stesso modo, sarebbe stato facile per uno studioso della filosofia greca usare una citazione a supporto di Filippesi, 4,11: « Ho imparato a essere auto-sufficiente ». La parola fu riferita a Socrate e usata in varie scuole della filosofia greca, comprese il platonismo e lo stoicismo. Paolo chiaramente non ignorò del tutto il pensiero greco, ma sembra non aver avuto le citazioni appropriate sulle punte delle dita, quindi probabilmente non aveva imparato a memoria molta letteratura greca durante la sua vita di studente, che presumibilmente terminò all’età di quindici o sedici anni. Perciò riguardo all’aspetto fondamentale della matrice ebraica di Paolo, si può ipotizzare che da ragazzo e da giovane studiò la Bibbia greca, imparandola a memoria, tutta o parzialmente. La sua istruzione, se non esclusivamente ebraica, fu comunque fortemente ebraica.
Due aspetti dell’uso delle citazioni nell’argomentazione risaltano se considerati alla luce della memorizzazione. In primo luogo Paolo era in grado di lavorare su singole parole. In Galati, 3 cita gli unici passi della Settanta che combinano insieme le radici per i termini « fede » e « giustizia ». Cita anche l’unico passo della Settanta che combina le parole « legge » e « maledizione ». Questo sarebbe facilmente spiegabile se avesse imparato a memoria Genesi, Deuteronomio e Abacuc. Se avesse dovuto davvero trovare ogni singolo uso delle combinazioni di queste parole girando i rotoli, avrebbe impiegato giorni, se non settimane. L’unica spiegazione ragionevole è la memoria. In questo caso particolare non voleva dire in generale che la disobbedienza ai comandamenti procurava una maledizione, ma voleva piuttosto collegare « maledizione » con la parola « legge », e la sua memoria fece emergere il riferimento.
Credo che la memoria sia anche responsabile del fatto che molte delle citazioni di Paolo sono combinate insieme. Notiamo infatti che Galati, 3,8, « tutti i Gentili saranno in Te benedetti », combina Genesi, 12,3 con 18,18, mentre Galati, 3,10 prende in prestito da Deuteronomio, 27,26 e 28,58. Una volta che la memoria possiede una parola chiave, produce passi che contengono quella parola, ed è molto più probabile che la conflazione sia il risultato della memoria piuttosto che del girare pagine di un rotolo e prendere deliberatamente una parola da un passo e poche da un altro. Certo il procedimento empirico non è così difficile se si combinano passi a distanza soltanto di pochi capitoli. Ma dove, per esempio, Paolo combina Isaia e Geremia, è molto difficile che il raccordo sia stato ottenuto girando i rotoli con attenzione.
Quando propongo a vari colleghi la tesi secondo la quale Paolo aveva imparato a memoria la Bibbia, gli studiosi cristiani considerano l’idea come qualcosa che va da « altamente improbabile » a « totalmente impossibile », mentre quelli ebrei danno per scontato che sia andata così.
La lingua di Paolo è impregnata dalle parole della traduzione greca della Scrittura ebraica. Questo va molto al di là delle citazioni formali. Paolo era in grado di scrivere e argomentare senza citare esplicitamente la Scrittura e può darsi che lui predicasse abitualmente ai gentili senza riferirsi in modo manifesto alla Bibbia. In Filemone, 1 Tessalonicesi, Filippesi e 2 Corinzi non c’è una sola esplicita citazione dalla Scrittura ebraica, cioè nessun esempio in cui Paolo scrisse « come sta scritto » o qualcosa di simile.
Tuttavia, in tutti questi casi, tranne che in Filemone, la lingua della Bibbia Greca è evidente in numerosi luoghi. Sembra che gli studiosi del Nuovo Testamento pensino che Paolo avesse una grande biblioteca con gli oltre venti rotoli richiesti per contenere la Bibbia, e che possedesse un grande studio con numerosi tavoli sui quali i rotoli potessero essere aperti e confrontati. Questa visione è una versione antica dell’immagine di un professore moderno, ma la realtà è diversa. Per molti anni Paolo trascorse settimane o mesi sulla strada, senza avere asini sufficienti per trasportare un’ampia biblioteca attraverso le Porte della Cilicia o da una parte all’altra della pianura anatolica. Quando era pronto per sedersi a una tavola per lavorare il cuoio o fabbricare tende, non riusciva ad affittare un enorme studio invece di un semplice riparo sulle mura. Le difficoltà finanziarie dell’Apostolo depongono contro tesi di questo genere e fanno pensare che Paolo trasportasse la Bibbia direttamente nel suo cervello.
Non dobbiamo però pensare che imparasse a memoria tutto ricordando ogni singola parola di seguito per tutto l’intero testo biblico. Piuttosto, le citazioni di Paolo rivelano ciò che Albert Baumgarten ha chiamato « un’arte di investigazione e di recupero ». Paolo riusciva a trovare nel suo cervello testi che corrispondevano, più o meno bene, alle parole e alle idee di cui aveva bisogno quando ne aveva bisogno. Questo nasce, di solito, da una lettura costante e ripetuta. Se fosse stato in grado di iniziare con il primo libro e recitare a memoria l’intero testo è un problema diverso. Tutto ciò che noi sappiamo riguardo alla sua memoria è che era in grado di fare ciò che le sue citazioni rivelano: usare a piacimento testi contenenti certe parole quando ne aveva bisogno.
Per quello che sappiamo, Paolo conobbe la Bibbia bene anche in ebraico. Possiamo dimostrare solo che egli di solito la citava in forma molto vicina alla Settanta come essa ci è stata tramandata. Ma questo non smentisce la teoria che studiò a Gerusalemme e conobbe la Bibbia in ebraico. Non sono del tutto convinto che Paolo fu istruito solo a Gerusalemme, ma non mi sembra impossibile che parte della sua istruzione sia avvenuta lì.
Vorrei ora descrivere molto brevemente alcuni degli aspetti più ampi del pensiero di Paolo. Credo che nessuno di essi richieda molta elaborazione né molta prova del massimo della quintessenza dell’ebraicità, ma voglio registrare il fatto che le più importanti categorie del suo pensiero sono ebraiche. Nel senso stretto della parola, la sua teologia fu una forma di monoteismo modificato. « Modificato » significa che oltre il vero o alto Dio si trovò spazio per altri dei, signori e poteri spirituali. Come ha di recente sottolineato Paula Fredriksen, molte persone, non solo ebrei, condividevano questa forma di monoteismo. Nella versione di Paolo, ciò che era ebraico fu che il vero Dio era il Dio di Israele. Tra le fonti giudaiche, le visioni di Paolo sono più vicine ai Rotoli del Mar Morto e ad alcune delle Apocalissi. Egli poi si univa agli ebrei suoi contemporanei nel denunciare l’adorazione di idoli.
La visione di Paolo del tempo e della storia era giudaica. La visione greca più comune era che la storia è ciclica. Nel giudaismo, la storia comincia con la creazione e va verso uno scopo stabilito da Dio. Questa fu esattamente la visione di Paolo. La visione di Paolo della storia fu altamente escatologica, incentrata sull’arrivo imminente del climax della storia ordinaria.
Molte culture hanno visioni di escatologia individuale: ricompense e punizioni dopo la morte. Molte forme di giudaismo, comunque, seguendo parti della Bibbia, tendono verso la visione di un grande climax, dopo il quale gli eletti godranno pace, prosperità e sicurezza. Le aspettative dell’Apostolo sono, di nuovo, molto vicine a quanto si trova in alcune Apocalissi. La visione di Paolo riguardo alla sua attività è parte della sua escatologia. Sebbene gli apostoli dei gentili come lui non figurino nelle predizioni dei profeti ebraici, che sembrano aver atteso che i gentili spontaneamente si volgessero al Dio di Israele, la missione di Paolo fu a servizio di una visione giudaica del mondo. L’etica di Paolo fu giudaica. Tutti si opponevano all’assassinio, all’adulterio, al latrocinio, all’estorsione e così via.
La più grande distinzione tra il giudaismo e il resto del mondo fu l’atteggiamento verso l’attività omosessuale. Paolo si unì ad altri ebrei nell’esservi totalmente contrario. Egli discute in dettaglio pochi argomenti di morale, ma la maggior parte delle sue opinioni etiche, inclusa la denuncia dell’attività omosessuale, appare nelle liste dei vizi. L’istruzione di Paolo, la giovinezza, la teologia, la visione del mondo, la vocazione e le opinioni riguardo al comportamento corretto sono tutte distintamente e profondamente ebraiche.
Ma nonostante l’origine del movimento cristiano come una setta giudaica e l’assoluta ebraicità di Paolo, non dovremmo trascurare nelle sue lettere le indicazioni dove distingue il suo gruppo da ciò che egli chiamava giudaismo. Osserviamo innanzi tutto i passi in cui compare la parola « giudaismo »: Paolo usa due volte il sostantivo, in Galati, 1,13-14, e una volta il verbo « giudaizzare », in Galati, 2,14. Non sono ricorrenze numerose, ma « giudaismo » sembra costituire un’entità del suo passato, non la stessa del suo gruppo attuale.
Paolo usa termini specifici per il suo gruppo, senza arrivare alla parola « cristiano » o « cristianesimo » fa riferimento a una distinta terminologia. Gli studiosi spesso ignorano o sottovalutano questo aspetto. In Galati, 6, 16, egli usa la frase « l’Israele di Dio » che indica forse proprio il suo gruppo. Paolo chiama inoltre il suo gruppo, « la chiesa » o, meglio, « la comunità », una parola che occorre da sola e in una molteplicità di frasi. Spesso indica il suo gruppo con una frase che include la parola « Cristo ». I « morti in Cristo » hanno una posizione speciale quando il Signore ritornerà (1 Tessalonicesi, 4,16).
Nelle lettere rimaste, Paolo saltuariamente usa una terminologia tripartita: « Non date scandalo né ai giudei né ai greci né alla chiesa di Dio » (1 Corinzi, 10,32). In Romani distingue « noi » – il suo ambiente – dai giudei e dai gentili, che sono i gruppi dai quali « noi » siamo stati chiamati. I « giudei » e « la chiesa di Dio » sono entità distinte. Dal punto di vista terminologico, allora, Paolo distingue il suo gruppo sia dai giudei sia dai gentili, sia dal giudaismo sia dal paganesimo. La terminologia riflette la realtà sociale che Paolo abitava in un mondo tripartito: c’erano ebrei, pagani e quelli che appartenevano a Cristo, alcuni dei quali erano appartenuti al giudaismo e alcuni al paganesimo.
I convertiti di Paolo, per quanto sappiamo, furono gli ultimi: i gentili, precedentemente pagani o idolatri. Lo afferma in modo esplicito nel caso dei cristiani di Tessalonica e della Galazia (1 Tessalonicesi, 1,9; Galati, 4,8), e il desiderio dei suoi convertiti di Corinto di seguire pratiche idolatriche indica un background di paganesimo (1 Corinzi, 8,10). Gli Atti mostrano Paolo in origine come un apostolo dei giudei della diaspora, che si rivolse ai gentili solo dopo la delusione per l’esito della sua missione precedente. La visione di Paolo è del tutto differente: Cristo lo inviò ai gentili.
Troviamo la stessa idea quando consideriamo il suo compromesso con gli apostoli di Gerusalemme: lui e Pietro si divisero il mondo, Pietro sarebbe andato dagli ebrei, Paolo dai gentili (Galati, 2,7-10). Alcuni studiosi hanno interpretato questa come una divisione geografica, ma l’interpretazione più ovvia del linguaggio – che si riferisce ai « circoncisi » e ai « non circoncisi » – è una divisione etnica. Secondo questo accordo, Paolo non fu apostolo di chiunque dal vicino Oriente all’Europa, ma si dedicò ai pagani. Non voglio dire che avrebbe rifiutato l’opportunità di proporre il vangelo agli ebrei, ma questa non fu la sua missione.
La caratteristica sociale dei suoi convertiti era evidente a Paolo, talvolta dolorosamente. Poiché non erano né ebrei né pagani, essi erano isolati, senza una identità sociale riconoscibile. Questa mancanza di identità poteva portare a persecuzioni per la distanza dai culti locali. Anche in assenza di persecuzione, i suoi seguaci dovevano rinunciare a molti dei piaceri della vita civile, come i banchetti di carne rossa, che erano disposti dalle celebrazioni pubbliche religiose. Vediamo così che il vocabolario di Paolo per il suo gruppo riflette accuratamente la nuova realtà sociale che risulta dalla sua predicazione del vangelo di Cristo: una comunità di gentili che rinuncia all’idolatria, che pratica il culto del Dio di Israele fuori dalla sinagoga, che non conta né come ebraica né come pagana e che riconosce Gesù come suo Salvatore e Signore.
Qualcuno potrebbe pensare che proponendo questa distinzione sociale e terminologica tra il gruppo di Paolo e il giudaismo io sostenga che Paolo cessò di essere ebreo. Non è così. La sua auto-identità è un altro problema. Paolo ebreo considerò se stesso come un apostolo ebreo dei gentili.
D’altra parte, dobbiamo considerare la sua ferma convinzione che lui e le altre membra della sua comunità avevano acquistato una nuova identità. Paolo era un ebreo diventato un’unica persona con Cristo. E, come scrisse, se qualcuno è in Cristo, è « una nuova creazione » (2 Corinzi, 5,17). Tuttavia, essere una sola persona con Cristo, parte di una nuova creazione, non rende Paolo stesso un non ebreo. Gesù era un ebreo e credo che per nessun motivo Paolo avrebbe rifiutato la sua identità etnica.
Tuttavia la questione presente non è di definire la sua identità, ma piuttosto di chiarire il fatto che egli non pensava al suo gruppo in termini di « giudaismo ». L’unico modo con il quale avrebbe potuto affermare o pensare che le sue chiese costituivano parte del « giudaismo » sarebbe stato facendo una chiara distinzione tra falso e vero Israele. Avrebbe potuto scrivere che la nuova creazione era il vero giudaismo ma, per quanto ne sappiamo, non lo fece. Così egli fu ebreo e anche una persona nuova in Cristo, ma la sua comunità non formava « giudaismo », che rimaneva un’entità separata.
Mentre Paolo riconobbe la distinzione sociale che lui e gli altri stavano creando dalle fondamenta – una nuova identità spirituale, né ebraica né pagana – questa divisione non era né ciò che voleva né ciò che attendeva come esito finale. La sua teologia ebbe un’ottica differente. Secondo lui ci sarebbe stato un unico gruppo universale, che avrebbe incluso ebrei, greci e barbari, tutti in Cristo. Non era accettabile che i membri gentili del suo movimento giudaizzassero, riducendo così il numero dei gruppi a uno solo. La sua opposizione al giudaizzare causò le più forti invettive presenti nelle sue lettere. Il suo gruppo non avrebbe dovuto giudaizzare; piuttosto, chiunque altro si sarebbe dovuto unire.
Dal punto di vista teologico, Paolo sapeva quale doveva essere l’esito finale e vedeva anche che il piano presente per giungervi non funzionava perfettamente. La strategia, ricordiamo, prevedeva che lui (e apparentemente altri) avrebbe convertito i gentili alla fede in Cristo. Pietro e presumibilmente gli altri apostoli di Gerusalemme avrebbero persuaso anche gli ebrei a porre la loro fede in Gesù. Allora tutti avrebbero fatto parte del popolo di Dio, uniti dalla fede in Cristo.
Secondo la propria opinione, Paolo era vicino alla fine delle sue fatiche. Dopo un trionfo in un dibattito con i Corinzi, infatti, espresse ottimismo sul suo successo apostolico: « Grazie a Dio, il quale in Cristo ci conduce sempre in processione trionfale e per mezzo nostro diffonde in ogni luogo il profumo che viene dalla sua conoscenza » (2 Corinzi, 2,14).
Nella opinione di Paolo, Pietro aveva lavorato molto meno bene. Questo è evidente dalla innovazione di Romani 11. L’aspettativa comune di un ricongiungimento alla fine dei tempi del popolo di Israele e del volgersi dei gentili verso Dio aveva seguito la sequenza ovvia: prima Israele, poi i gentili. Questo è in realtà un tema dei primi due capitoli di Romani: « l’ebreo prima e poi anche il greco » (1,16; 2,9-10). Così Pietro avrebbe dovuto preparare gli ebrei, mentre Paolo portava la sua missione coronata da successo ai gentili. Ma gli ebrei non erano pronti.
E così Paolo sviluppò un piano alternativo: i suoi gentili sarebbero entrati per primi nella nuova creazione. Questo avrebbe reso i giudei gelosi e li avrebbe convinti ad affrettarsi, in questo modo Paolo indirettamente avrebbe salvato « alcuni » ebrei assieme ai gentili (Romani, 11,13-14). Egli ripete lo schema ai versi 25-26: il « numero totale dei gentili » entrerà e così, in questo modo, « tutto Israele sarà salvato ». Per essere sicuro che il lettore accolga la sua scoperta, lo ripete una terza volta. Gli ebrei sono stati disobbedienti « in modo che, a causa della misericordia mostrata a voi (gentili) anche essi possano ora ricevere misericordia » (11,30-31).
L’uso di « in modo che » – hìna in greco – sottolinea la divina intenzione: Dio ha reso gli ebrei disobbedienti per un periodo, allo scopo di autorizzare i gentili ad avere accesso per primi, cosa che consentirebbe poi di entrare agli ebrei. Paolo ha da poco scoperto quello che ritiene il vero piano di Dio per salvare tutti, una revisione rispetto a ciò che lui e gli altri avevano pensato in precedenza. Ora vede che proprio la sua missione verso i gentili aiuterà gli ebrei a salvarsi, in modo che tutti ricevano misericordia.
Possiamo pensare però che il successo di Paolo come apostolo e la sua teoria sulla gelosia degli ebrei sia piuttosto un filo sottile a cui appendere la speranza della salvezza eterna per tutti. Da Romani, 11,13 a 11,32 Paolo offre per tre volte un modo razionale attraverso il quale Dio può salvare il mondo, una sequenza in cui la sua missione gioca un ruolo cruciale. Ma alla fine deve aver fiducia che sarà lo stesso Dio a escogitare un sistema. Il cervello fertile e ingegnoso di Paolo non può immaginare tutto.
Siamo partiti dalle distinzioni sociali tra ebreo, pagano e cristiano così come appaiono nelle lettere di Paolo e arrivati alla soluzione teologica/escatologica di Paolo, alla divisione sociale degli esseri umani: tutti saranno un solo popolo. Gli apostoli dovranno fare del loro meglio per portare tutti nel corpo di Cristo, mentre la storia ordinaria continua, sebbene il tempo sia davvero breve. Ma alla fine del tempo, quando il redentore verrà dal monte Sion, Dio compirà lo scopo – la salvezza del mondo – in un modo che noi non possiamo comprendere.
Tornando alla fine di Romani, 11 e alla salvezza dell’umanità non si può immaginare un piano che sia più interamente ebraico. Nel background c’è la dottrina giudaica secondo la quale Dio ha creato il mondo e lo ha dichiarato buono: questo principio è ovvio nella prima fiammata di universalismo di Paolo, 1 Corinzi, 15,22: « Come tutti muoiono in Adamo, così in Cristo tutti riceveranno la vita ». Questo passo porta immediatamente alla soggezione a Dio alla fine di « tutte le cose » (1 Corinzi, 15,27-28). Proprio come – secondo Romani, 11,32 – Dio ha rinchiuso gli uomini nella disobbedienza così da salvarli tutti, così come Dio ha sottomesso l’intera creazione alla caducità così da renderla « libera dalla sua schiavitù alla corruzione » quando Lui porterà la storia ordinaria alla sua fine (Romani, 8,20-21).
Che Dio abbia un piano benefico a lungo termine per una fine felice della storia ordinaria è un pensiero profondamente giudaico, sebbene i beneficiari siano diversi nei differenti corpi della letteratura. Che il piano includa peccato e sofferenza lungo la strada è ugualmente giudaico. Allo stesso modo, secondo Giuseppe, Dio progettava il trasferimento del potere a Roma e progettava la distruzione del tempio, che doveva essere purificato a causa dello spargimento di sangue e del peccato.
Sintetizzando, Paolo viveva e operava in un mondo che parlava greco. Quale che fosse la sua conoscenza di questo contesto, la sua istruzione e la sua educazione furono ebraiche; le categorie principali del suo pensiero furono ebraiche; la sua missione si svolse nel tessuto dell’escatologia ebraica; l’esito finale che desiderava ardentemente fu una forma universale di speranza ebraica. Temporaneamente, egli pensò, creò un terzo gruppo, né ebreo né gentile, come parte della nuova creazione che sarebbe arrivata pienamente quando il Dio di Israele, l’unico vero Dio, avrebbe portato la storia ordinaria alla sua conclusione.

PAPA FRANCESCO – I GUAI DI SAN PAOLO (2013)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2013/documents/papa-francesco-cotidie_20130516_san-paolo.html

PAPA FRANCESCO – I GUAI DI SAN PAOLO (2013)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 16 maggio 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 112, Ven. 17/05/2013)

Con la sua testimonianza di verità il cristiano deve «dar fastidio» alle «nostre strutture comode», anche a costo di finire «nei guai», perché animato da una «sana pazzia spirituale» per tutte «le periferie esistenziali». Sull’esempio di san Paolo, che passava «da una battaglia campale a un’altra», i credenti non devono rifugiarsi «in una vita tranquilla» o nei compromessi: oggi nella Chiesa ci sono troppo «cristiani da salotto, quelli educati», «tiepidi», per i quali va sempre «tutto bene», ma che non hanno dentro l’ardore apostolico. È un forte appello alla missione — non solo nelle terre lontane ma anche nelle città — quello che Papa Francesco ha lanciato stamani, giovedì 16 maggio, nella messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae.
Punto di partenza della sua riflessione il passo degli Atti degli apostoli (22, 30; 23, 6-11) che vede protagonista appunto san Paolo nel pieno di una delle sue «battaglie campali». Ma stavolta, ha detto il Papa, è una battaglia «anche un po’ iniziata da lui, con la sua furbizia. Quando si è accorto della divisione fra quelli che lo accusavano», tra sadducei e farisei, ha fatto in modo che andassero «uno contro l’altro. Ma tutta la vita di Paolo era di battaglia campale in battaglia campale, di persecuzione in persecuzione. Una vita con tante prove, perché anche il Signore aveva detto che questo sarebbe stato il suo destino»; un destino «con tante croci, ma lui va avanti; lui guarda il Signore e va avanti».
E «Paolo dà fastidio: è un uomo — ha spiegato il Pontefice — che con la sua predica, con il suo lavoro, con il suo atteggiamento dà fastidio perché proprio annuncia Gesù Cristo. E l’annuncio di Gesù Cristo alle nostre comodità, tante volte alle nostre strutture comode, anche cristiane, dà fastidio. Il Signore sempre vuole che noi andiamo più avanti, più avanti, più avanti». Vuole «che noi non ci rifugiamo in una vita tranquilla o nelle strutture caduche. E Paolo, predicando il Signore, dava fastidio. Ma lui andava avanti, perché aveva in sé quell’atteggiamento tanto cristiano che è lo zelo apostolico. Aveva proprio il fervore apostolico. Non era un uomo di compromesso. No! La verità: avanti! L’annuncio di Gesù Cristo: avanti! Ma questo non era soltanto per il suo temperamento: era un uomo focoso».
Tornando al racconto degli Atti, il Papa ha rilevato come «anche il Signore s’immischia» nella vicenda, «perché proprio dopo questa battaglia campale, la notte seguente, dice a Paolo: coraggio! Va’ avanti, ancora di più! È proprio il Signore che lo spinge ad andare avanti: “Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma”». E, ha aggiunto il Papa, «fra parentesi, a me piace che il Signore si preoccupi di questa diocesi fin da quel tempo: siamo privilegiati!».
«Lo zelo apostolico — ha quindi precisato — non è un entusiasmo per avere il potere, per avere qualcosa. È qualcosa che viene da dentro e che lo stesso Signore vuole da noi: cristiano con zelo apostolico. E da dove viene questo zelo apostolico? Viene dalla conoscenza di Gesù Cristo. Paolo ha trovato Gesù Cristo, ha incontrato Gesù Cristo, ma non con una conoscenza intellettuale, scientifica — è importante perché ci aiuta — ma con quella conoscenza prima, quella del cuore, dell’incontro personale. La conoscenza di Gesù che mi ha salvato e che è morto per me: quello proprio è il punto della conoscenza più profonda di Paolo. E quello lo spinge a andare avanti, annunciare Gesù».
Ecco allora che per Paolo «non ne finisce una che ne incomincia un’altra. È sempre nei guai, ma nei guai non per i guai, ma per Gesù: annunciando Gesù, le conseguenze sono queste! La conoscenza di Gesù Cristo fa che lui sia un uomo con questo fervore apostolico. È in questa Chiesa e pensa a quella, va in quella e poi torna a questa e va all’altra. E questa è una grazia. È un atteggiamento cristiano il fervore apostolico, lo zelo apostolico».
Papa Francesco ha poi fatto riferimento agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, suggerendo la domanda: «Ma se Cristo ha fatto questo per me, cosa devo fare io per Cristo?». E ha risposto: «Il fervore apostolico, lo zelo apostolico si capisce soltanto in un’atmosfera di amore: senza l’amore non si capisce perché lo zelo apostolico ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale, di sana pazzia. E Paolo aveva questa sana pazzia».
«Chi custodisce proprio lo zelo apostolico — ha proseguito il Pontefice — è lo Spirito Santo; chi fa crescere lo zelo apostolico è lo Spirito Santo: ci dà quel fuoco dentro per andare avanti nell’annuncio di Gesù Cristo. Dobbiamo chiedere a lui la grazia dello zelo apostolico». E questo vale «non soltanto per i missionari, che sono tanto bravi. In questi giorni ho trovato alcuni: “Ah padre, è da sessant’anni che sono missionario nell’Amazzonia”. Sessant’anni e avanti, avanti! Nella Chiesa adesso ce ne sono tanti e zelanti: uomini e donne che vanno avanti, che hanno questo fervore. Ma nella Chiesa ci sono anche cristiani tiepidi, con un certo tepore, che non sentono di andare avanti, sono buoni. Ci sono anche i cristiani da salotto. Quelli educati, tutto bene, ma non sanno fare figli alla Chiesa con l’annuncio e il fervore apostolico».
Il Papa ha invocato quindi lo Spirito Santo perché «ci dia questo fervore apostolico a tutti noi; ci dia anche la grazia di dar fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa; la grazia di andare avanti verso le periferie esistenziali. La Chiesa ha tanto bisogno di questo! Non soltanto in terra lontana, nelle Chiese giovani, nei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo. Ma qui in città, in città proprio, hanno bisogno di questo annuncio di Gesù Cristo. Dunque chiediamo allo Spirito Santo questa grazia dello zelo apostolico: cristiani con zelo apostolico. E se diamo fastidio, benedetto sia il Signore. Avanti, come dice il Signore a Paolo: “Coraggio!”».
Hanno concelebrato, tra gli altri, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson e il vescovo Mario Toso, rispettivamente presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, monsignor Luigi Mistò, segretario dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), e il gesuita Hugo Guillermo Ortiz, responsabile dei programmi di lingua spagnola di Radio Vaticana. Tra i presenti, personale del dicastero Iustitia et Pax e un gruppo di dipendenti dell’emittente vaticana.

 

QUELLA VERGOGNOSA « SPINA NELLA CARNE »

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QUELLA VERGOGNOSA « SPINA NELLA CARNE »

Giovedì 30 Gennaio 2014

Francesco di Maria 

L’essere umano vive nella carne, ovvero nella corporeità, nella psichicità, nella istintualità, nella sensorialità, nella sessualità, e al tempo stesso nella intellettività, nella sensibilità, nella affettività, nella moralità e nella spiritualità. L’uomo e la donna, sin dalla creazione divina, non sono esseri puramente spirituali ma esseri carnali in cui è stato impresso da Dio il dono della libertà e quindi anche il bisogno infrenabile di purificare e di elevare la loro condizione umana, a partire dai suoi dati biologici elementari e dalle sue costitutive e primarie necessità naturali, verso stadi esistenziali sempre meno caratterizzati da un naturale ed istintivo egocentrismo soggettivo e sempre più aperti alla dimensione della carità, dell’amore gratuito, del donarsi disinteressato sino all’estremo sacrificio di sé e quindi alla santità.   Dunque, l’essere umano che vuole spiritualizzare la sua vita in e per Cristo, non è una persona che debba mortificare se stesso in modo innaturale e ossessivo o che possa mettere da parte, anche volendo, la sua carne, ma piuttosto una persona che, attraverso la preghiera incessante e un continuo esercizio di intelligenza e volontà, cerca di spiritualizzare i suoi bisogni carnali, da quelli semplici a quelli complessi, cioè di viverli e di soddisfarli in modo sempre più misurato, più sobrio, più controllato, in funzione di un modo di essere nella carne in virtù del quale si avvertano sempre meno gli appetiti terreni e si faccia sempre più spesso ed intensamente offerta della parte o delle parti migliori della propria carnalità a favore non di sé ma degli altri e, al tempo stesso, ad majorem gloriam Dei. Pertanto, in questo senso, lo spirito non è il contrario della carne né la carne è il contrario dello spirito, ma lo spirito dell’uomo non può sussistere ed esplicarsi se non nella carne né elevarsi qualitativamente se non per mezzo di sane attitudini carnali quali un certo uso della mente, del sentire e del volere, al fine di neutralizzare le spinte carnali più pulsionali e passionalmente negative. La carne è il campo su cui si gioca la partita della nostra spiritualità: a seconda dell’uso che facciamo della nostra sensibilità carnale, noi avremo a che fare con una spiritualità vincente o con una spiritualità perdente. Dall’inizio alla fine della nostra vita noi viviamo nella nostra carne e nella carne e per mezzo della carne cerchiamo, chi più chi meno chi affatto, di liberarci dalle debolezze, dai difetti, dalle tentazioni peccaminose cui la carne è e sarà, nonostante ogni sforzo, sempre esposta o soggetta. Dio si incontra solo nel crogiolo della carne, nella tempesta dei sensi, nella lotta contro qualunque forma di concupiscenza possa frapporsi stabilmente e rovinosamente tra il nostro bisogno soggettivo di Dio e l’oggettiva e santificante grazia divina. Il battesimo ci libera dal peccato originale ma la nostra condizione umana resta ugualmente fragile, per cui tutta la nostra vita terrena è una lotta non contro la carne che il Cristo è venuto a salvare ma contro il peccato che, sebbene efficacemente contrastato e vinto dalla grazia divina, tende sempre ad insorgere e ad agire nella carne stessa puntando a trasformarla non in un tempio dello Spirito Santo, non in una santa dimora dove Dio abita e dove ha luogo l’incessante opera dello Spirito Santo che spinge tutte le nostre energie, ivi comprese quelle sessuali, al bene nel segno della verità, ma in una immonda e nauseabonda discarica in cui vengano accumulandosi solo i turpi prodotti della nostra condotta deliberatamente e reiteratamente licenziosa e peccaminosa. San Paolo, è vero, parla di desideri dello Spirito contrari ai desideri della carne: ma appunto nel senso che i primi consistano in un bisogno interiore di graduale e costante soddisfacimento delle necessità spirituali della nostra carne e non nella insana oltre che illusoria o ipocrita pretesa di poter condurre una irreprensibile vita spirituale comprimendo e neutralizzando una volta per tutte e a proprio piacimento istinti, passioni, desideri. San Paolo intende dire che, se i desideri della carne sono quelli che vorrebbero privilegiare il “piacere dei sensi”, e soddisfare o assecondare qualunque moto istintuale, qualunque desiderio di potere, di ricchezza o di gloria, i desideri dello Spirito evidentemente sono quelli che, senza negare astrattamente la concretezza di tali quotidiane sollecitazioni, portano, a seconda di specifiche situazioni di vita, a farne volontariamente a meno oppure a farne un uso limitato e appropriato non sotto l’influsso di una specie di furia repressiva, che comporti peraltro gravi disturbi della personalità, ma grazie ad un impegno severo e consapevole ad un tempo che risulti coerentemente finalizzato all’amore più integro o più santo possibile per il Signore e per il prossimo. Beninteso, però, questo processo di trasfigurazione spirituale della nostra vita di esseri carnali non è né semplice né lineare ma molto complesso e faticoso e chiunque tenda non velleitariamente alla santità non può esserne dispensato quali che siano il suo ruolo e la sua funzione nel mondo. Persino gli uomini migliori, le donne più virtuose, non hanno alcuna garanzia che l’esito di tale processo sia positivo e realmente salvifico; persino veri e non improvvisati maestri di sapienza e di spiritualità o autentici apostoli della fede e della carità possono incontrare seri ostacoli e ostacoli non già esterni ma interiori nel cammino verso la propria santificazione. Un caso come quello di san Paolo è al riguardo assai eloquente ed eclatante. Nessuno sarebbe portato a sospettarlo per uno dei testimoni più significativi di Cristo, per il teologo per antonomasia della carità cristiana, per un uomo che parlava di se stesso e della sua conversione in questi termini: «In seguito ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io, infatti, sono l’ultimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me» (1Cor 15, 8-10). Tuttavia, l’apostolo delle genti confessa anche che, «affinché io non monti in superbia», per «la straordinaria grandezza delle rivelazioni…, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi…A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”» (2Cor 12, 7-10). Questo è uno dei punti più controversi dell’esegesi paolina: cos’è questa dolorosa “spina nella carne”, perché un angelo cattivo lo percuote, perché Paolo, pur concretamente visitato da Cristo diverse volte, lo prega di liberarlo da quella spina e dal quel demonio, perché la risposta del Signore è incoraggiante e negativa ad un tempo? Benché molto si sia detto e scritto su ciò, benché in ambito cattolico ancora si ritenga di non poter stabilire esattamente la vera natura e il preciso significato della lamentela di Paolo, e benché l’interpretazione di natura sessuale fornita da sant’Agostino sembri oggi ai più infondata o non più legittima di altre interpretazioni, proprio Agostino, a mio avviso, fornisce la lettura esegeticamente più vicina al terribile cruccio di Paolo. Tra le interpretazioni più quotate c’è quella per cui dal contesto del discorso paolino si evincerebbe che la spina sarebbe costituita fondamentalmente dalle difficoltà che Paolo avrebbe trovato nel suo apostolato. Difficoltà esterne: persecuzioni, fraintendimenti, calunnie, e difficoltà interne, personali, di natura fisica: probabilmente una malattia o una debolezza di tipo fisico. A Paolo, che era stato inviato da Gesù a predicare il Vangelo dappertutto, i conti non sarebbero più tornati nel constatare che i suoi programmi apostolici venivano seriamente ostacolati dalle sue infermità fisiche, per cui avrebbe reiteratamente scongiurato il Signore di togliergli quella spina, di spianargli la strada, di consentirgli di annunciare il vangelo senza eccessivi ostacoli. Ma questa interpretazione risulta attendibile sino ad un certo punto. Infatti è inverosimile che Paolo, che, in base alla sua enorme, avventurosa e rischiosa esperienza di vita (si pensi non solo alla sua quasi quotidiana attività di predicatore ma anche ai suoi frequenti spostamenti, ai viaggi difficoltosi che dovette spesso affrontare, alle veglie e ai digiuni forzati cui dovette sottoporsi, alle esperienze umane traumatiche patite come flagellazioni e lapidazioni subíte dagli ebrei e fustigazioni corporali inflittegli dai romani, e infine ai periodi prolungati di prigionía che gli vennero imposti o ai drammatici naufragi da cui si salvò talvolta miracolosamente), doveva essere un uomo in buona o almeno discreta salute e dotato di una forte struttura psico-fisica che gli consentiva poi di essere sempre carico anche di energie mentali, affettive e spirituali, quali emergono indiscutibilmente dalle sue lettere, si lamentasse con il Signore per alcuni particolari disagi che il suo stesso apostolato comportava, o per qualche sia pur accentuato disturbo fisico e psicologico, o addirittura per forme talvolta anche gravi di incomprensione e ostilità che gli capitava di sperimentare presso alcune delle comunità cui si rivolgeva in qualità di evangelizzatore. E’ inverosimile cioè che Paolo si lamentasse apertamente, quasi platealmente, del fatto che Gesù gli avesse concesso di essere suo testimone in un contesto di stenti, di privazioni, di sofferenze e umiliazioni, di contrarietà di ogni genere, che egli sapeva benissimo essere il miglior contesto possibile per poter meritare alla fine l’abbraccio di Dio e l’agognata corona dell’immortalità. Non è che Paolo non pregasse il Signore di facilitargli il più possibile il suo compito, la sua missione: questa è una preghiera umanissima e del tutto normale che ogni essere umano è portato lecitamente a rivolgere al Signore. Ma sapeva anche che la fatica, la sofferenza di qualunque genere, le umiliazioni, erano parte integrante del viaggio spirituale verso Dio e verso la salvezza eterna, per cui non è pensabile che egli recriminasse contro qualunque pena e sacrificio fosse chiamato a sopportare per amore di Dio. Non è pensabile. Dunque, la spina nella carne, le beffarde percosse demoniache, l’insistente e angosciata richiesta di poterne essere liberato, di cui scrive, dovevano avere per oggetto non una qualche infermità, non una particolare privazione, non uno stato di debilitazione fisica o di generica sofferenza e frustrazione, ma qualcosa di molto particolare, di molto specifico, probabilmente anche di non completamente confessabile (e, infatti, Paolo allude a qualcosa di grave che lo affligge ma non lo descrive precisamente), che doveva metterlo in crisi moralmente e spiritualmente come uomo, come eletto e apostolo di Dio, come testimone e predicatore della santa parola di Dio. Da cosa poteva essere cosí colpito, cosí afflitto, cosí tormentato, un uomo cosí sincero, cosí onesto e generoso, cosí incurante di ogni umano pericolo e cosí fiduciosamente dedito e fedele alle cose e alla volontà divine? E’ pressoché certo che doveva trattarsi di qualcosa che incrinava ai suoi occhi la sua stessa dignità di uomo e di ministro di Dio, facendolo sentire non retoricamente ma realmente un uomo indegno della grazia ricevuta da Dio. Qual era questa “spina” conficcata nella sua carne molto più di qualunque altro tormento esistenziale? Qual era il vero problema umano e spirituale di Paolo? Qual era “il tumore” da cui chiedeva di essere liberato? Sant’Agostino offre una risposta attendibile: il “tumore” di Paolo era una cronica fragilità psico-fisico-sessuale che lo spingeva a peccare, era una tentazione sessuale ricorrente da cui si sentiva devastare i sensi, era un peccato persistente che, nonostante i suoi notevoli sforzi e le sue struggenti suppliche a Dio, non riusciva a superare completamente e da cui veniva gettato spesso in un indesiderato stato depressivo che finiva per alimentare in lui un acuto senso di colpa. In fondo, quando l’apostolo scriveva che “non faccio quel che vorrei”, cioè non faccio il bene che colgo con la mente e giudico degno di essere desiderato e perseguito, “ma faccio il male che detesto” (Rm 7, 18), vale a dire faccio il male costituito dai miei desideri perversi che anziché contrastare risolutamente finisco per assecondare con la mia volontà evidentemente debole o inferma, egli parlava soprattutto di se stesso, nota giustamente Agostino. La criticità di san Paolo era di natura sessuale e aveva per oggetto la sua concupiscenza che probabilmente non riusciva a tenere perfettamente a freno e che non poteva non angosciarlo, dal momento che, pur essendo stato capace di opporsi e resistere fieramente a qualunque avversità e di fare rinunce molto costose per amore di Cristo, rimaneva tuttavia troppo spesso in balía dei suoi istinti, delle sue pulsioni sessuali. Il suo sincero desiderio di bene veniva cosí in parte vanificato dalla sua incapacità pratica di attuarlo. Quella “spina nella carne” era pertanto una concupiscenza mal governata o imperfettamente governata, ed essa era fonte di profonda umiliazione per Paolo che avrebbe voluto sentirsi soggettivamente più degno dell’amicizia di Cristo e della missione apostolica da questi affidatagli. Ecco perché, egli racconta, “ho chiesto a Cristo di esaudire la mia supplica, di liberarmi da questo odiosissimo male”, ma mi sono sentito rispondere che “la sua grazia doveva bastarmi perché è nella umana debolezza che si manifesta veramente e pienamente la sua potenza”, con relativo implicito invito a considerare la persistenza, sia pure sinceramente odiata e in qualche modo avversata, di quell’ostinata forma di peccato, a fronte della sua comprovata grandezza morale e spirituale, come la migliore terapia per conservarsi perfettamente umile e riconoscente verso il Signore. Inutile sarebbe interrogarsi sulla specifica natura della relativa incontinenza sessuale di Paolo: sia che si tratti di una incontinenza eterosessuale o (come qualcuno maliziosamente sostiene) di natura omosessuale, sia che si tratti di una spinta all’adulterio o di generiche fantasie sessuali confinate nell’ambito della propria intimità, il vero problema è che si trattava di un peccato talmente odioso, umiliante e inconfessabile da costringere Paolo a limitarne l’esatta e compiuta descrizione. Succede spesso ai santi: di essere tetragoni e virtuosissimi su tutti i piani dell’esistenza tranne che su quello della sessualità su cui essi sono costretti ad impegnarsi, a soffrire e a lottare molto di più. Essere un vero campione di verità e di carità, sia pure esclusivamente per grazia divina, e scoprirsi poi miserabilmente impigliato nelle fitte e sottili reti della concupiscenza, per Paolo doveva essere motivo di amarezza e di sconforto, sebbene poi la sua fede gli consentisse di cogliere la ratio di quel suo dramma nella volontà stessa di Dio volta a renderlo spiritualmente umile nonostante la sua umana grandezza e a farne un semplice e piccolo esecutore della sua potenza. “Ti basti la mia grazia”, si sente dire Paolo da Gesù. Come dire: ti ho scelto come mio amico, come mio apostolo, come testimone e annunciatore della mia Parola di salvezza presso tutte le genti; adesso vorresti pure sentirti già perfetto, già perfettamente santo, già compiutamente beato? Se fossi tentato di inorgoglirti per tutto quello che stai facendo di buono, se non fossi capace di mantenerti umile nonostante le grandi cose che stai facendo nel mio nome, tutta la tua opera, che non tu stai compiendo ma io attraverso di te, sarebbe totalmente vana, perché non la tua potenza deve affermarsi nel mondo ma la mia potenza nella debole e lacunosa realtà umana della tua esistenza. La debolezza da cui vorresti essere liberato è bene che resti: essa è la medicina che ti occorre perché ti costringe a non adagiarti sugli allori di una già raggiunta perfezione, ma a lottare contro il peccato che ancora agisce anche in te! Pertanto, tu che sei un uomo giusto, onesto, laborioso, caritatevole e dotato di una fede granitica, sforzati di accettare il male che ti debilita psicologicamente, ti deprime umanamente, ti umilia spiritualmente, sforzati di accettarlo come occasione efficace di catarsi interiore, di purificazione morale, di combattivo esercizio spirituale volto al conseguimento della vita eterna. E, infatti, come scrive Agostino nel “Discorso 154”, è «proprio l’Apostolo che confessa di non essere giunto a tanta perfezione di giustizia quanta noi crediamo presente negli angeli…Tuttora combatto, non ho vinto ancora; è gran cosa per me non essere vinto…L’Apostolo parla della sua personale imperfezione. Ogni santo in questa vita è carnale e spirituale ad un tempo…L’uomo spirituale potrebbe essere tentato, anche se non nella mente, certamente nella carne. E’ infatti spirituale perché vive secondo lo spirito, ma anche carnale quanto alla natura mortale; è spirituale e carnale ad un tempo». E’ una lotta continua che finirà solo quando «la morte sarà assorbita nella vittoria. Allora ci sarà il grido di chi trionfa, non ci sarà il sudore del combattente». Per molte persone comuni, che non hanno la tempra e le qualità spirituali di san Paolo, la dinamica è la stessa: non vogliono commettere adulterio ma poi commettono adulterio, non vogliono essere avari ma sono avari, vogliono essere compassionevoli e sono crudeli oppure religiosi e sono empi, vogliono essere casti ma sono portati all’impudicizia o a desiderare cose perverse. Naturalmente, molte persone comuni, rispetto a Paolo, non sono altrettanto capaci di annunciare e illustrare la Parola di Dio, di servire e obbedire a Dio, di promuovere la giustizia e la carità tra gli uomini, di utilizzare la fede in Cristo come permanente stimolo alla lotta contro il peccato e contro il male oggettivo e soggettivo ad un tempo che è nel mondo e in ognuno di noi. Bisogna avere l’umiltà di riconoscerlo, proprio come Paolo dovette avere l’umiltà di riconoscersi santo e peccatore insieme, santo non ancora completamente vincitore sul peccato quantunque sostenuto dalla grazia di Dio. Pur essendo vicinissimo a Dio, Paolo si sentí sempre non retoricamente ma realmente e sensibilmente, a causa della sua parziale vulnerabilità sessuale, indegno dell’amore di Dio ma, proprio per questo, sempre ardentemente impegnato nella conquista dell’amore stesso di Dio. Paolo fu un esempio vivente di cosa debba essere la vita cristiana: non una tranquilla e definitiva appropriazione della divinità, ma una inquieta e sempre nuova ricerca della sua presenza nella nostra esistenza. Indipendentemente dalla specificità del contesto in cui ognuno di noi venga facendo esperienza di Dio, san Paolo oggi è lí a dire ad ogni cristiano che, quanto più si riceve da Dio, tanto più occorre essere intransigenti verso se stessi, verso i propri limiti e i propri peccati, quale che sia la loro natura, contro cui si è tenuti a combattere, sempre fidando nella misericordia divina, sino alla fine della propria giornata terrena. Ma Paolo è lí anche a dimostrare che, per quanto possa essere grande e sincera la nostra fede in Cristo, non bisogna mai illudersi sulla solidità della nostra tenuta spirituale, né minimizzare o nascondere in qualche modo alla nostra coscienza la gravità di certe nostre specifiche debolezze come sono ad esempio quelle di natura sessuale, perché solo riconoscendole e dolendocene apertamente possiamo realmente favorire il nostro cammino spirituale verso Dio e verso il premio celeste che egli prepara per ognuno di noi. Paolo avrebbe potuto minimizzare il suo senso di colpa a colpi di razionalizzazione dicendo: è vero, ho questo fastidiosissimo problema, avverto questa inclinazione alla concupiscenza, mi sento spesso o talvolta tentato dai sensi, sono soggetto a questo peccato odioso; però, essendo io l’apostolo prescelto dal Signore e annunciando a tutto il mondo il suo messaggio di salvezza con tutto l’amore e con tutte le forze di cui sono capace, sono certo che il Signore mi perdonerà per cui forse non è il caso che io drammatizzi troppo, né che io mi senta un miserabile al pari di tanti peccatori patentati o recidivi. Non è questo il ragionamento di Paolo e, contrariamente a quel che spesso accade, non dovrebbe mai essere questo il ragionamento di tanti di noi cristiani. Paolo non fa un confronto tra lui che è un santo di Dio e i comuni peccatori, non attenua la gravità del peccato cui si ritrova periodicamente ad essere assoggettato, e anzi si sente malato, colpito da un vero e proprio “tumore” dell’anima, e implora il Signore di esserne liberato perché è uno di quei tumori di cui un uomo onesto non può non vergognarsi e da cui un uomo di Dio non può non sentirsi travolgere. Paolo implora il Signore: liberami, perché non posso vivere in questa doppiezza di saper discernere il vero e il bene ma di non sapere mettere sempre in pratica l’uno e l’altro; liberami, perché cosí mi sento un miserabile, uno straccio, un individuo senza dignità. Sono cristianamente comprensibili e doverosi questa sua insistente preghiera, questo suo lucido e non isterico accusarsi davanti a Dio della sua colpa e questa reiterata richiesta di esserne finalmente sciolto. Ma altrettanta significativa, per la nostra fede, è la risposta del Signore: io ti ho scelto per amore nella tua debolezza, non per eventuali tuoi meriti; io ti ho scelto gratuitamente non perché costretto dalla tua intelligenza e dalla tua sensibilità spirituale ma perché impiegassi utilmente il tuo zelo religioso; ho voluto trasformarti il cuore e ti ho chiamato per regalarti la possibilità di collaborare fattivamente al mio progetto salvifico ma non anche per privarti della fatica necessaria per purificarti umanamente e progredire spiritualmente; hai ricevuto da me un privilegio ma questo privilegio non ti esime dal confessare i tuoi limiti e dal riconoscere che la potenza divina è tale proprio perché si manifesta anche in uomini deboli e difettosi come te! Solo cosí ti sarà realmente possibile evitare che quello stesso privilegio possa darti alla testa sino a farti sentire una specie di divinità e si trasformi quindi in causa di superbia! Paolo capisce la lezione di Dio e dice: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie  infermità … quando sono debole, è allora che sono forte»  (2 Cor 12, 9-10). Ma non è esatto scrivere, come qualche teologo fa, che egli sia qui «orgoglioso della sua debolezza»: come si può essere orgogliosi della propria debolezza, dei propri peccati, delle proprie contraddizioni interiori? Sant’Ireneo, commentando proprio la seconda Lettera ai Corinzi, distingue la debolezza dalla grazia, osservando che la debolezza realmente e non genericamente riconosciuta rende evidente la grazia, che la debolezza umilmente accettata e abbracciata come una croce di passione, rende più evidente l’essere abbracciati da Dio, dove però quello di cui ci si può e ci si deve rallegrare è per l’appunto l’essere abbracciati, non certo la debolezza: ecco perché e in che senso nella debolezza umana si manifesta la potenza di Dio! Quando un bambino è ammalato i genitori sono portati a stargli più vicino ma non è la malattia del bambino a costituire un valore. Insomma, la debolezza, il peccato, il senso e la confessione della colpa non sono un bene se non in quanto concorrano a rendere evidente la gratuità assoluta dell’amore di Dio per noi. Per i nostri peccati noi, come Paolo per quel suo vergognoso peccato, meriteremmo di essere puniti, ma se, nonostante i nostri peccati, il Signore può e vuole concederci la sua grazia nella molteplicità delle sue forme, la coscienza e non la rimozione delle nostre debolezze ci è utile e anzi necessaria per acquisire, per noi stessi e per gli altri, una giusta consapevolezza della straripante misericordia e della potenza inaudita di Dio. Forse, paradossalmente, senza la percezione di quella vergognosa “spina nella carne”, dobbiamo temere che alla nostra vita spirituale e alla nostra stessa fede manchi qualcosa di essenziale. 

PAOLO APOSTOLO E TESSITORE DI TENDE – LA BOTTEGA COME LUOGO DI ATTIVITÀ MISSIONARIA

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PAOLO APOSTOLO E TESSITORE DI TENDE – LA BOTTEGA COME LUOGO DI ATTIVITÀ MISSIONARIA

A CURA DELLA REDAZIONE  

L’articolo è tratto liberamente da una riflessione di Ronald F. Hock in The Social Context of Paul’s Ministry: Tentmaking and Apostleship, Philadelphia, Fortress 1980.  

In uno dei suoi trattati politici, Plutarco critica alcuni filosofi perché rifiutavano di conversare con le autorità nel timore di essere considerati ambiziosi o troppo ossequienti. Per evitare il diffondersi di una tale situazione, Plutarco suggerisce che l’unica alternativa per l’uomo dalla mente aperta e desideroso di praticare la filosofia è fare l’artigiano, per esempio, il calzolaio, in modo da avere l’opportunità di conversare nella bottega, come Simone il calzolaio aveva fatto con Socrate. Questo suggerimento di Plutarco, che la bottega fosse un luogo che potesse ospitare discorsi intellettuali, è interessante e fa sorgere l’interrogativo se altre botteghe, specialmente quelle usate ai suoi tempi da Paolo, il tessitore di tende, nei suoi viaggi missionari, siano state utilizzate allo stesso modo nelle città della Grecia orientale. Questa tesi, pur avanzata dagli studiosi, non è mai stata studiata a fondo. Questo articolo è un tentativo di approfondire l’esame dei contesti sociali in cui si sono svolti la predicazione e l’insegnamento dei primi cristiani. È noto che Paolo era un tessitore di tende. Questo suo lavoro è sempre stato considerato come un’eredità della sua tradizione ebraica. L’attività lavorativa di Paolo è considerata come un residuo della sua vita di fariseo ed è spiegata nei termini di un ideale rabbinico che cerca di associare lo studio della Torah con la pratica di un mestiere. Vorremmo ora portare il dibattito al di là dell’aspetto strettamente ebraico.   LA BOTTEGA DI PAOLO  Per una discussione sull’uso missionario della bottega da parte di Paolo, si deve sottolineare l’evidenza che lo colloca nelle botteghe delle città da lui visitate. Luca indica che  Paolo aveva lavorato come tessitore di tende solo in Corinto e Efeso (At 18,3; 20,34); ma le Lettere di Paolo aggiungono Tessalonica (1 Ts 2,9) e – più importante – afferma che in generale la pratica missionaria era di lavorare per potersi mantenere (1 Cor 9,15 – 18). E allora, il riferimento di Paolo al lavoro di Barnaba per sostenere se stesso (1 Cor 9,6) dovrebbe coprire i cosiddetti primi viaggi missionari e la sua permanenza in Antiochia (At 13,1 – 14,25; 14,26-28; 15,30-35), il tempo in cui Luca pone Barnaba come suo compagno di viaggio. Il riferimento di Paolo al suo lavoro a Tessalonica (1 Ts 2,9) e la sua conferma dell’affermazione di Luca riguardante Corinto (1 Cor 4,12) si applicherebbe anche al secondo viaggio missionario (At 16,1 – 18,22). Il riferimento al suo lavoro in Efeso (cfr. 1 Cor 4,11: « fino ad ora »), di nuovo conferma il ritratto di Luca e la sua insistenza nel mantenersi economicamente, durante un futuro viaggio a Corinto (2 Co 12,14), confermerebbe questa pratica anche nel terzo viaggio missionario (At 18,23 – 21,16). In At 28,30 vediamo Paolo presumibilmente lavorare in seguito anche a Roma. In breve, le Lettere e gli Atti mettono in evidenza l’Apostolo nelle botteghe dove predicava e insegnava. Ma che cosa faceva Paolo nella bottega, oltre al suo lavoro di tessitura? Di cosa parlava? Sfruttava l’occasione per una predicazione missionaria? Una risposta affermativa sembra verosimile, dato il suo impegno nella predicazione del Vangelo. Però né le Lettere, né gli Atti dicono esplicitamente che Paolo utilizzava la bottega per la predicazione. Il silenzio delle Lettere in proposito non è un problema, perché Paolo è di solito silenzioso o vago sulle circostanze della sua predicazione missionaria (cfr. per esempio 1 Cor 2,1-5). Con gli Atti tuttavia la situazione è diversa. Il silenzio di Luca negli Atti può essere parzialmente spiegato perché l’evangelista era interessato a raccontare le esperienze di Paolo nella sinagoga. Solo in Atene, il centro della cultura greca e della filosofia, questo interesse è lasciato da parte in deferenza alle esperienze di Paolo al mercato (At 17,17) e specificatamente alle sue conversazioni con i filosofi stoici ed epicurei (ver.18) che portarono al discorso dell’Apostolo  all’Aeropago (22-31). Qui Luca si avvicina molto nel menzionare le conversazioni della bottega, ma non lo fa, poiché le discussioni con i filosofi sono probabilmente da collocarsi sotto i portici della città, forse la Stoà di Attalos ad Atene. La possibilità di fare conversazioni in bottega è intuibile da un brano delle Lettere di Paolo: il sommario dettagliato dell’attività missionaria dell’Apostolo nella città di Tessalonica (1 Ts 2,1-12). Al versetto 9, il lavoro e la predicazione sono accennati insieme: « Voi ricordate infatti, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo annunziato il Vangelo di Dio ».   L’ATTIVITÀ MISSIONARIA  Se questi sei passi scelti dagli Atti e dalle Lettere parlano di Paolo che utilizzava le botteghe come contesti sociali per la sua predicazione missionaria, bisogna interpretare questi contesti come entità a sé, oppure confrontarli con la vita intellettuale delle città che egli ha visitato. Se la bottega è stata un contesto sociale dell’attività missionaria, per Luca questa era solo uno dei tanti luoghi in cui l’Apostolo predicava. Più frequentemente egli indica la sinagoga. Paolo predica nelle sinagoghe di Damasco (At 9,20), Gerusalemme (At 9,29), Salamide (At 13,5), Antiochia di Pisidia (At 13, 14, 44), Iconio (At 14,1), Tessalonica (At 17,1), Berea (At 17,10), Atene (At 17,17), Corinto (At 18,4) e Efeso (At 18,19; 19,8). Un altro contesto missionario importante è la casa, specialmente quelle di Lidia a Filippi (At 16,15, 40), di Tizio Giusto a Corinto (18,7) e di un cristiano non identificato a Triade (20,7-11) e di parecchie persone a Efeso (20, 20). Altre case devono essere incluse, anche se Luca non vi fa menzione di attività missionaria: la casa di Giasone a Tessalonica (17, 5-6), di Aquila e Priscilla a Corinto (18, 3), di Filippo a Cesarea (21, 8), di Mnasone di Cipro, presumibilmente a Gerusalemme (21, 16-17) e forse quelle di parecchi altri (cfr. 16,34; 21, 3-5, 7). Ulteriori segni che indicano la varietà dei contesti sociali nella missione di Paolo sono la residenza del proconsole di Cipro, Sergio Paolo  (13, 6-12), la porta della città in Listra (14, 7, 15-18), la scuola di Tiranno a Efeso (19, 9-10) e il pretorio a Cesarea (24, 24-26; 25, 23-27). Insomma, se la bottega era un contesto sociale per l’attività missionaria di Paolo, era solo uno dei tanti.   IL PULPITO, LA PIAZZA E LA BOTTEGA  La pratica dei filosofi sopra descritta può aiutarci a capire anche ciò che avveniva nella bottega di Paolo. Lo possiamo immaginare nelle lunghe ore al tavolo di lavoro mentre taglia e cuce le pelli per fare tende. Egli si rende autonomo economicamente, ma ha anche possibilità di portare avanti il suo impegno missionario (cfr. 1 Ts 2, 9). Seduti nella sua bottega troviamo i suoi compagni di lavoro o qualche visitatore, clienti e forse qualche curioso che aveva sentito parlare di questo « filosofo » tessitore di tende appena arrivato in città. In ogni caso sono tutti là ad ascoltare e a discutere con lui, che porta il discorso sugli dei ed esorta i presenti ad abbandonare gli idoli e a servire il Dio dei viventi (1, 9-10). In questo modo, certamente qualcuno degli ascoltatori, un compagno di lavoro, un cliente, un giovane aristocratico o forse anche un filosofo cinico, sarebbe stato curioso di sapere di più di Paolo, delle sue chiese, del suo Signore e sarebbe tornato per  un colloquio privato (2, 11-12). Da queste conversazioni di bottega alcuni avrebbero accolto le sue parole come Parola di Dio (2, 13). Per Paolo, il missionario, quindi, il pulpito della sinagoga non bastava, ma usciva anche in piazza ed entrava nella sua bottega. « Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo! » (1 Cor 9,16).      

A CURA DELLA REDAZIONE   Il contesto storico Esaminiamo la pratica paolina nel contesto della vita intellettuale della Grecia orientale dei suoi tempi. Ad Atene, nel quinto e quarto secolo a. C., alcuni contesti specifici, inclusa la bottega, erano diventati normali per l’attività intellettuale ed ancora esistevano ai tempi di Paolo. Senofonte descrive Socrate mentre discute di filosofia in varie botteghe, tra cui quelle di un pittore, di uno scultore, di un fabbricante di armature. Platone menziona le bancarelle del mercato come abituale ritrovo di Socrate. Naturalmente la bottega non era il suo solo ritrovo: lo si poteva trovare in altre parti del mercato, come la stoà o altri edifici pubblici, nel ginnasio o nelle case di amici. In un certo senso la pratica di Socrate era tipica dei suoi giorni, data l’abitudine della gente di frequentare i negozi e i banchi del mercato. Ma, in un altro senso, l’abitudine di Socrate era molto atipica, non solo a causa dell’alto contenuto intellettuale delle sue conversazioni, ma anche per l’effetto limitato che questa sua pratica ebbe sui filosofi che lo seguirono. A giudicare da quanto riferisce Diogene Laerzio, i discepoli di Socrate non discutevano di filosofia nella bottega, anche se alcuni di essi da studenti lo avevano accompagnato, per esempio, alla bottega del sellaio.  I seguaci di Socrate, scegliendo il ginnasio o altri edifici, praticavano una filosofia meno pubblica rispetto al loro maestro. Il numero delle persone che partecipava a queste discussioni nelle botteghe non poteva essere grande. Spesso erano solo in due, Socrate con Simone e Crate con Filisco. Gli argomenti trattati erano molti: dalle discussioni che riguardavano i commerci degli artigiani a temi più interessanti: gli dei, la giustizia, la virtù, il coraggio, la legge, l’amore, la musica, ecc.

TRADIZIONI, SAN PAOLO E I SERPENTI VELENOSI

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TRADIZIONI, SAN PAOLO E I SERPENTI VELENOSI

L’Apostolo delle Genti fu colui che pose i fondamenti istituzionali della Chiesa ed è appunto festeggiato con S. Pietro, che ne fu il primo papa, il 29 giugno, giorno che ricorda il martirio, mentre quello della conversione cade il 25 gennaio, data della caduta da cavallo.La sua grandezza sul piano della dottrina e l’importanza fondamentale nell’istituzione del Cristianesimo e della Chiesa non ha un corrispettivo adeguato nel mondo della tradizione popolare. DI CARLO LAPUCCI

Tradizioni, San Paolo e i serpenti velenosi 25/06/2009 di Archivio Notizie di Carlo Lapucci

L’Apostolo delle Genti fu colui che pose i fondamenti istituzionali della Chiesa ed è appunto festeggiato con S. Pietro, che ne fu il primo papa, il 29 giugno, giorno che ricorda il martirio, mentre quello della conversione cade il 25 gennaio, data della caduta da cavallo. La sua grandezza sul piano della dottrina e l’importanza fondamentale nell’istituzione del Cristianesimo e della Chiesa non ha un corrispettivo adeguato nel mondo della tradizione popolare, nella quale, a differenza di altre figure come San Pietro, San Giovanni Battista, compare solo per alcuni elementi, primo dei quali è la celebre caduta e folgorazione (Atti degli Apostoli IX, 1-9) sulla via di Damasco, per cui è patrono di coloro che usano una cavalcatura. La sua alta speculazione e la  riflessione sulla dottrina del Cristianesimo, la sua potenza speculativa, sfugge al pensiero concreto delle persone semplici. A differenza di lui San Pietro, dotato di umanità talvolta ingenua, ha inciso più decisamente nella fantasia della gente, diventando in moltissime profacole l’intermediario dell’umanità nel colloquio con Cristo. L’uomo, incapace di guardare il divino, guarda e si ferma sulle manifestazioni secondarie della sua potenza e del suo essere, come colui che è impossibilitato di guardare il sole vede e segue gli effetti della sua luce e della sua forza riflessi sulle cose naturali e spesso si ferma su questi dimenticandone l’origine e la fonte. Di Paolo nella devozionalità, oltre alla caduta, c’è la sua spada con la quale è raffigurato, strumento del suo martirio e simbolo della forza della sua parola. Proverbiale è anche la sua calvizie con il volto severo, la persona bassa e atticciata, che lo hanno fatto ritenere un santo forte, risoluto, volitivo e quindi da trattarsi con reverenza. Protegge gli operanti dei vari mestieri manuali che ha esercitato: cordai, cestai, conciatori, tappezzieri. È detto San Paolo dei Segni per il fatto che dai giorni precedenti alla sua festa del 25 di gennaio usava prendere i pronostici meteorologici per tutto l’anno e questo forse è dovuto al fatto che fu, come egli racconta, rapito in estasi fino al terzo cielo (Lettera ai Corinzi XII, 1-3). Il luogo della sua decapitazione a Roma sulla Via Ostiense, è detto Tre fontane, perché la testa cadendo dal ceppo fece tre rimbalzi: là dove toccò la terra scaturirono tre fontane, ancora oggetto di culto. L’aspetto che ha inciso di più nella cultura popolare è dovuto al naufragio durante il primo viaggio a Roma come prigioniero. Riparando nell’Isola di Malta insieme all’equipaggio e alle guardie (Atti degli Apostoli XXVIII, 1-6), furono accolti da gente della costa che stava attorno a un fuoco. Mentre gettava legna sulle fiamme l’Apostolo venne assalito da una vipera che gli si attaccò al dito, questi la scosse dentro il fuoco restando completamente illeso dal suo veleno e dopo un soggiorno di tre mesi poté proseguire il viaggio. Da qui derivarono numerose credenze che si sono moltiplicate raggiungendo una diffusione considerevole e una persistenza nel tempo altrettanto sorprendente. Tutte ruotano intorno alla figura mitica, simbolica e magica del serpente, ma forse si sovrappongono anche all’antico, locale e molto fiorente culto, già presente nell’isola, di Ercole, eroe e divino protettore pagano contro i serpenti: ne uccise due grandissimi mentre era ancora nella culla. Il culto antico di Pitone Fin dalle origini e per un lungo periodo nella civiltà il serpente è stato considerato il primo essere vivente, ovvero la prima creatura che ha preso forma. Non poteva che essere figlio della Terra nella quale abita e sulla quale striscia quasi ad indicare lo stretto contatto con questa. In quanto primo essere è il più elementare, rozzo, istintivo; animato da cieca vitalità allo stato puro ha la forza infinita della vita e della morte, rigenerandosi senza morire e possedendo il veleno che uccide. Di fronte a questa forza dell’istinto, sta anche la capacità di detenere in nuce tutte le fasi dello sviluppo successivo della vita degli esseri che si riveleranno nel tempo, restando lui nella sua primitività, ma non estraneo affatto a ogni manifestazione anche antitetica alla sua sostanziale modalità: è creatura lunare e solare, ctonia e luminosa, ha nel suo veleno la morte e la salute, incarna l’istinto e la ragione, è sacro a Tifone e ad Atena, a Dioniso e ad Apollo. Per questo spesso il modo di considerare il serpente da parte degli antichi disorienta per la facilità con la quale gli vengono attribuiti elementi, qualità, prerogative, funzioni contraddittorie. In particolare le sue conoscenze sono abissali, assolute, avendo attinto e detenendo quel primo germe della vita che contiene tutto, quello che è nascosto e quello che si vede, il passato, il presente e il futuro. Non meraviglia quindi che accanto a coloro che hanno la sapienza, medici, saggi, profeti si trovi la figura del serpente, in particolare è presente in quasi tutti i luoghi sacri dove si trovano profeti, indovini, sibille, santuari dove si danno i responsi. In particolare Apollo è la divinità che tutela l’arte di conoscere, soprattutto il futuro ed è collegato con Cassandra, Crise, Pitone, Pizia, Delfi. Apollo, per insediare il suo santuario di vaticini a Delfi deve vincere il serpente Pitone, terribile mostro che col suo corpo per sette volte circondava l’altura di Delfi e impediva al dio l’accesso al santuario di cui era il nume. Di Pitone non si conosceva quando e come fosse nato, tradizioni più tarde vogliono che nascesse da se stesso o dal fango della Terra essere primordiale, come del resto appare anche nella tradizione cristiana: Lucifero, identificato nel serpente, è il primo degli angeli creati prima del mondo, il primo peccatore e ribelle. Per l’ambivalenza dei simboli il serpente è immagine di salute (caduceo), è il Serpente di rame (Numeri XXI, 9) degli Ebrei, è addirittura simbolo e prefigurazione di Cristo. Quindi questo animale non poteva non rientrare per qualche crepa nel mondo cristiano, pur rappresentando l’esecrando tentatore e causa della rovina dell’uomo. In modo negativo appare nella tradizione di Santa Verdiana a Castelfiorentino. L’episodio di San Paolo a Malta è stata la base per l’assunzione di elementi che spesso col religioso hanno poco a che fare, ma evidentemente soddisfacevano quel sostrato di paganesimo, di religione naturale, assai vivo nel passato, ma che permane ancora. La leggenda vuole che Paolo decise di liberare l’Isola di Malta da tutti i serpenti velenosi e stabilì che chi nasce nell’isola nella notte del 29 giugno, o in quella dal 24 al 25 gennaio, le due feste che ricordano la morte e la conversione, sia indenne da ogni morso di animale velenoso, guarisca chi ne è stato avvelenato e salvi da altre malattie. Nascono così i sampaolari che sono discendenti della famiglia di San Paolo e possono guarire con la saliva e altri mezzi i morsi più pericolosi e anche mortali dei serpenti. Sono detti anche Gente della famiglia di San Paolo, ovvero della casa di San Paolo, anche Uomini di San Paolo, e si considerarono addirittura discendenti di San Paolo, creando un certo imbarazzo nel trovare la linea di parentela. I sampaolari non solo sono immuni da qualunque morso o puntura di animali velenosi, ma li possono maneggiare senza che questi tentino di nuocere loro in qualche modo, entrando nel novero dei serpari, cacciatori di serpenti che sono sempre esistiti, anche per la fornitura dei veleni molto usati a scopo terapeutico e magico, e spesso ostentano ancora la loro immunità dai morsi dei serpenti velenosi, ottenuta forse con una opera di mitridatazione, ovvero lenta assuefazione al tossico. Le leggende non si curano di difficoltà pratiche, tanto meno logiche, una delle quali non è da poco: come hanno fatto i maltesi nati nelle feste di Paolo, o discendenti dalla sua famiglia, a scoprire le loro prerogative se l’Isola di Malta era del tutto priva di serpenti velenosi avendola liberata San Paolo? Il fatto è che la tradizione dei sampaolari si è sovrapposta col tempo ad altre numerose e più antiche, esistenti fino dai tempi preistorici e spesso collegate ai culti del serpente che nell’area mediterranea sono sempre stati diffusissimi, ma non mancano altrove come il serpente piumato in America.

Psilli, cirauli e gli storici L’antica esistenza del popolo misterioso degli Psilli viene testimoniata da Erodoto (484-406 a. C.) che ne Le storie (IV, 173) scrive: «Vicino ai Nasamoni c’è il paese degli Psilli [?] Spirando continuamente il vento Noto seccò i pozzi delle acque e la loro terra, che è all’interno della Sirte, era tutto senz’acqua. Essi allora, tenuto consiglio tra loro, decisero unanimemente e tutti insieme marciarono armati contro il vento (riferisco quello che si racconta tra i libici) e, quando furono entrati nel deserto, il Vento Noto soffiando con violenza, li seppellì tutti quanti». Varrone e Plinio riferiscono l’esistenza di una popolazione africana, detta Psilli, che aveva la capacità di guarire qualunque morso velenoso, in particolare di serpente, con lo sputo, sopra la ferita oppure sul capo del rettile che aveva morsicato. Plinio (Storia Naturale VII, 14) riferisce: «Una simile popolazione esisteva in Africa, quella degli Psilli, chiamata così dal nome del re Psillo, la cui tomba si trova nella zona della Grande Sirte. Nel loro corpo era congenito un veleno mortale per i serpenti, che erano condizionati dal loro odore». Si diceva che chi nasceva da una famiglia degli Psilli aveva in sé questa capacità che non perdeva mai, ma svaniva nella prole allorché uno psillo si sposa con una persona che non era tale. Era facile vedere se uno fosse di sangue spurio, dal momento che qualunque serpente fuggiva in presenza di uno psillo. Anche il popolo dei Marsi aveva una simile prerogativa. Il termine, oltre che «abitanti della Marsica» indica gl’incantatori di serpenti, i catturatori e anche coloro che annullano il veleno delle morsicature. Questo significato prende le mosse dall’antico popolo di stirpe sabellica stanziato nell’altipiano dell’Appennino centrale intorno al lago Fucino, tra i fiumi Aterno e Liri. Combatterono i Romani finché questi con il Bellum Marsicum non li soggiogarono definitivamente. Valorosi in battaglia, godettero fama di grandi conoscitori delle erbe salutari, abbondanti nelle loro terre, e dei rimedi che ne ricavavano per la cura delle malattie e per le arti magiche. Erano noti altresì per la loro arte di domare e incantare i serpenti. Plinio (Storia Naturale VII, 14) dice di loro: «In Italia si trova la popolazione dei Marsi. Si dice che essi discendano dal figlio di Circe e che perciò abbiano innata questa facoltà [d'incantare i serpenti]. Del resto tutti gli uomini possiedono un veleno che è un antidoto contro i serpenti. Sembra infatti che questi, toccati dalla saliva, fuggano come dall’acqua bollente». Marso sarebbe appunto il mitico figlio di Ulisse e della maga Circe, eroe che sarebbe stato il capostipite dei Marsi. Si diceva anche che i Marsi fossero stati ammaestrati da Medea nelle arti magiche e nella scienza delle erbe. La zona della Marsica è ancora rinomata per la presenza di stregoni e guaritori, nonché d’incantatori. I Cirauli sono una  misteriosa istituzione siciliana di guaritori, maghi, indovini presente in gran parte del Meridione, conosciuta un tempo dovunque, che costituisce il modello di famiglie o corporazioni dei guaritori. L’origine è antica e Niccolò Serpetro da Raccuia del Messinese già nel 1653, diceva: «Vivono sino al dì d’oggi in Militello di Sicilia, terra posta nella valle di Noto, alcuni d’una famiglia detta de’ Cirauli, ne’ maschi e femmine della quale per molti secoli s’è andata trasfondendo una meravigliosa virtù di guarire, non solo col tatto, con lo sputo e con le parole, ma ancora con la immaginazione, tutti i morsi velenosi d’ogni sorte, e di far morire ogni spezie di velenati quanto si voglia lontani». Pitrè, che ha studiato ritiene che la parola Ciraulo sia d’origine greca e s’intende «suonatore di tromba, trombettiere» e tale è colui che nasce nella notte del 29 giugno, o in quella dal 24 al 25 gennaio, le due feste di San Paolo. Abbiamo dunque anche noi come gl’indiani l’incantatore del cobra nostrano, la vipera, che si serve del flauto e della musica.

La terra di Malta e le cosiddette terre sigillate Sbarcato nell’isola con gli altri naufraghi secondo la tradizione Paolo fece sgorgare presso al mare una fontana per dissetare i compagni e dopo essersi asciugato al fuoco e dopo essere stato punto dalla vipera, riparò in quella che si dice la Grotta di Rabat, o la Grotta di San Paolo, dove soggiornò un certo periodo prima di ripartire per Roma. Il luogo fu oggetto di particolare venerazione e divenne famoso per altri elementi sempre relativi ai serpenti. Il principale di questi oggetti è la Terra di Malta che fa parte delle cosiddette terre sigillate. Queste sono preparati che stanno tra il culto delle reliquie, dei luoghi e la superstizione, la ciarlataneria, la medicina fantastica. Vengono usati in modi diversi, ma in genere sono assunti per via orale. Le terre erano in pratica usate come talismani mascherati da reliquie, oppure come farmaci. Si tratta di terre prelevate in posti particolari: luoghi di martirio (nella zona del Colosseo), tombe, soggiorni, grotte di santi, terre in vicinanza di santuari, oppure semplicemente terre alle quali era riconosciuta una qualità curativa. Naturalmente la fiducia riposta in questi preparati dava largo spazio allo smercio e alle truffe dei ciarlatani che non avevano scrupolo nel raccogliere le terre in giardino o in un campo e spacciarle come originali. (Montinaro B., San Paolo dei serpenti ? Analisi di una tradizione, Sellerio, Palermo 1996). Prelevata, elaborata con aggiunte diverse, la terra era lavorata in palline, dischetti, o in forme varie: addirittura statuine devote, oggetti in miniatura. La caratteristica particolare era il sigillo che veniva impresso nell’impasto fresco che manteneva l’impronta una volta essiccato: poteva essere un’immagine sacra come negli Agnusdei, quella di un santo, ovvero una semplice croce o un simbolo relativo al luogo d’origine. Si chiama anche Pasta di reliquie. Insieme alla terra si trovano presso la grotta denti, ossa di animali fossilizzati che l’immaginazione popolare ha identificato nel modi più fantasiosi come se fossero gli occhi, le lingue, i denti dei serpenti impietriti dalla parola dell’Apostolo. Sono dette comunemente pietre di San Paolo, ma anche lingue di San Paolo, grazie di San Paolo, occhi di serpe, lingue di vipera. Anche qui l’uomo piuttosto che vedere la luce di San Paolo preferisce guardare le sue ombre.

San Domenico di Cocullo Il primo giovedì di maggio si tiene a Cocullo (Aquila) la processione dei Serpari nella quale si porta in trionfo la statua di San Domenico di Cucullo (Foligno), loro patrono. Nato probabilmente nel 951 a Colfonaro, presso Foligno e detto propriamente San Domenico di Foligno, fu monaco e abate benedettino e morì il 22 gennaio 1031. È patrono di Cocullo e riceve l’omaggio annuale dei serpari senza che si rintracci come questo possa essere giustificato da un fatto della sua vita. La processione che si svolge in suo onore raccoglie elementi disparati, mentre le pareti interne del santuario vengono nudate periodicamente dell’intonaco da parte dei devoti che portano a casa la polvere per esorcizzare i serpenti e guarire malattie. È probabile che il rito pagano dei serpari si sia combinato con la figura cristiana. Infatti i due aspetti della manifestazione sono chiaramente giustapposti, senza una fusione. Come riferisce Antonio De Nino («Tradizioni popolari abruzzesi», Japatre, L’Aquila 1970, I, pag. 250) la tradizione è assai complessa e la celebrazione inizia per tempo, quando coi primi tepori primaverili i serpari cominciano la caccia, catturando le serpi e conservandole in olle ben chiuse, con uno strato di crusca e opportunamente interrate il luoghi freschi. Sono colubridi, per nulla velenosi, ai quali i serpari comunque tolgono i denti con l’artificio di far loro mordere le falde del cappello e rompendoglieli con uno strattone. Le grosse serpi vengono allevate in particolare col latte e conservate per la festa. Si sa che in Africa la base del culto del serpente era la presenza dell’anima dei defunti nel suo corpo. Scrivono Pozzoli, Romani e Peracchi: «?credono che le anime degli uomini, i quali hanno ben vissuto, entrino nel corpo dei serpenti. Il culto del serpente è il più celebre e il più accreditato in tutto il paese, ignorasi però qual ne sia l’origine». I serpari quindi ricercano la forza generativa della terra a primavera, quando i serpenti-defunti escono dal buio del regno infero per perpetuare la loro specie, se ne appropriano e la diffondono ritualmente per il paese in una processione e quindi rimandano i corpi depauperati e le anime al loro luogo naturale: il regno sotterraneo dell’oltretomba.

 

PAOLO – UN SANTO SULLE FRONTIERE DELLA CULTURA (2008) – Intervista a Ravasi

http://www.stpauls.it/jesus/0801je/0801je12.htm

PAOLO  – UN SANTO SULLE FRONTIERE DELLA CULTURA (2008)

di Giovanni Ferrò 

Secondo alcuni, è stato «l’inventore» del cristianesimo, perché avrebbe trasformato una piccola setta ebraica in una nuova, contagiosa, religione. Altri preferiscono definirlo «l’apostolo delle genti», perché ha dato respiro missionario alla Chiesa nascente, ancora ripiegata su se stessa. A duemila anni dalla sua nascita, Paolo di Tarso resta una delle figure più emblematiche e, a tratti, persino misteriose del Nuovo Testamento. Di certo, è stato un grande pastore, in grado di fondare comunità cristiane ovunque mettesse piede; ma anche un robusto teorico, l’uomo che ha prodotto un’originale sintesi tra la radice religiosa ebraica e la cultura greca, all’interno della cornice istituzionale della civitas latina. Per ricordare la figura e l’opera di questo santo, senza di cui il cristianesimo non sarebbe forse ciò che è, Benedetto XVI ha indetto, a partire dal giugno 2008, uno speciale Anno Paolino. Ma qual è stato lo stile di Paolo? Quale il suo insegnamento? E in che modo è possibile, oggi, tentare una nuova sintesi culturale, facendo i conti con un mondo diventato «adulto» e che cambia così rapidamente, prendendo a modello l’esempio di san Paolo? Siamo andati a chiederlo a monsignor Gianfranco Ravasi, biblista raffinato, per 18 anni prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, e soprattutto – da alcuni mesi – nuovo presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, il dicastero vaticano che più di tutti ha il dovere di confrontarsi con l’universo del pensiero laico. Di seguito, l’intervista che monsignor Ravasi ci ha rilasciato..

L’intelligenza e l’amore di un uomo capace di rischiare Nei nobili corridoi della Biblioteca Ambrosiana, monsignor Gianfranco Ravasi si muove con la leggerezza e l’agio di chi si sente a casa. Nominato presidente del Pontificio Consiglio per la cultura il 3 settembre scorso, il più famoso biblista d’Italia ha lasciato l’incarico di prefetto di questa autorevole istituzione culturale milanese, fondata dal cardinale Federico Borromeo, e si è trasferito, armi e bagagli, in Vaticano. Però alla guida dell’Ambrosiana ha trascorso 18 anni. Comprensibile, dunque, che tra le « sue » mura tappezzate di libri antichi torni volentieri e con un pizzico di nostalgia. Per parlare di san Paolo, « teorico del cristianesimo » e santo del dialogo tra le culture, nonché delle sfide che la cultura contemporanea pone oggi alla Chiesa, siamo dunque venuti qui all’Ambrosiana, in piazza Pio XI, a due passi dal Duomo, dove monsignor Ravasi ci accoglie in un’enorme sala con piccoli banchi di legno che la rendono simile allo scriptorium di un antico monastero benedettino. Le coste di migliaia di volumi preziosi che raggiungono il soffitto e i ritratti di austeri personaggi alle pareti inducono una soggezione che il neoarcivescovo, con eleganza casual e colta bonomia, provvede subito a dissipare. Cosa vuol dire fare cultura per un’istituzione come la Santa Sede? «Prima di tutto c’è la questione piuttosto ardua di riuscire a definire che cosa è « cultura ». Indubbiamente, dopo un lungo periodo razionalistico che pensava alla cultura solo come a un fenomeno accademico, adesso sempre di più la si considera come una sorta di grande anima cosciente e coerente che attraversa tutto l’agire umano. Per questo motivo il Pontificio Consiglio ha un orizzonte vastissimo davanti a sé, che interseca anche il lavoro di altre strutture ecclesiali. Faccio qualche esempio: prendiamo il problema « scienza e fede », oppure il tema dei linguaggi, che personalmente ritengo capitale; o ancora il rapporto tra etica ed economia, un ambito su cui vorrei incrementare l’impegno del dicastero: l’economia non è soltanto un fenomeno tecnico-finanziario, è invece – come dice Amartya Sen – una scienza umanistica. Altro capitolo: il dialogo interreligioso, per il quale esiste un dicastero specifico, ma che presuppone una riflessione di matrice culturale. In questo senso, il Consiglio per la cultura è più un dicastero di prospettiva che non un organismo operativo in senso stretto. Fare cultura nella Chiesa diventa, insomma, una componente costante che attraversa, orienta e interpreta tutte le scelte pastorali». Di questi tempi si parla moltissimo di dialogo tra le fedi, ma anche – al contrario – di scontro tra culture e tra civiltà. Qual è il suo giudizio su questo quadro, tratteggiato così spesso a tinte fosche? «Nel dialogo tra le culture ci sono sempre state, nella storia, delle oscillazioni. Ci sono periodi in cui è quasi istintivo lo scontro, pensiamo per esempio alle guerre mondiali; e altri – magari immediatamente successivi – in cui prevale il desiderio di dialogo, il sogno dell’unità: è il caso della nascita dell’Onu nel 1945. Oggi siamo indubbiamente in un periodo di « caduta » nello scontro, ma mi pare si intraveda uno slancio verso la ripresa del dialogo. Comunque, non bisogna mai rassegnarsi ai meccanismi della storia. Credo quindi che la registrazione che ha fatto Huntington parlando di « scontro di civiltà », alla fine, è solo una sorta di accettazione dello status quo, non una proposta per affrontarlo o superarlo. Tanto è vero che il suo libro è stato molto apprezzato dai fondamentalisti islamici. La mera registrazione del fenomeno non è fare cultura. Per questo credo non ci si debba rassegnare alla logica dello scontro. E si debbano offrire proposte alternative di dialogo. Purtroppo, per quanto riguarda il campo religioso, il dialogo oggi è diventato difficile. Se guardiamo all’Ottocento, notiamo che il confronto-scontro avveniva tra grandi sistemi di pensiero. Il marxismo era una vera e propria Weltanschauung, così come il cristianesimo e il liberalismo. Si trattava di veri scontri tra opposte visioni dell’uomo, con pensatori di livello eccelso sui diversi fronti. Oggi invece, per via della modesta temperie culturale in cui viviamo, lo scontro avviene sul piano dell’ironia, del sarcasmo, dello sbeffeggio da una parte; e dall’altra, con insorgenze altrettanto modeste di tipo fondamentalista-apologetico. Questa è l’altra malattia che si aggiunge alla sindrome dello scontro: non è più uno scontro nobile e alto, è quasi un gioco di società». Il dialogo con il mondo della cultura è sempre più dialogo con un mondo laico, aconfessionale, distante dalla fede e dalla Chiesa. Come si fa a entrare in dialogo oggi con il mondo laico? «Uno dei capitoli su cui vorrei impegnarmi di più, come presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, è quello che un tempo era la stessa ragion d’essere del dicastero, il cui nome originale era « Consiglio per il dialogo con i non credenti ». Il confronto con la laicità è quindi un tema da rinverdire e da riportare a un livello nobile. Su questo abbiamo tanta strada da fare. Ho alcune idee e progetti, però sarà un lavoro arduo e molto lento. Il problema, infatti, è che il nostro orizzonte non può e non deve essere soltanto il mondo europeo o occidentale, ma deve abbracciare tutti i continenti. E qui lo scenario si fa complesso e diversificato. Si affacciano sullo scenario internazionale culture come quella cinese o indiana che sono molto caratterizzate. Per confrontarcisi, occorre un’elaborazione complessa. D’altra parte, anche queste culture così forti e tipizzate risentono del processo di globalizzazione trionfante che investe l’intero pianeta. Bisogna quindi trovare un modello di confronto con la cultura « globale » dominante che però non penalizzi le identità particolari, che non possono essere semplicemente ignorate: perché, come si vede bene, le identità risorgono. Insomma, è fondamentale l’impegno al confronto con la laicità e la non credenza, ma con una laicità che oggi è il mondo intero». Di questo dialogo con la laicità, qui a Milano, è stato maestro il cardinale Martini. Quello stile dell’ex suo arcivescovo che cosa le ha insegnato? «La « Cattedra dei non credenti » è stata un’esperienza molto importante ma è stata figlia di un periodo particolare. A mio parere, ha insegnato una cosa fondamentale: l’ascolto dell’altro. E non è una cosa banale: ascoltare è un’attività che costa tanto quanto il parlare. Vuol dire non scegliersi l’interlocutore compiacente, vuol dire anche lasciarsi ferire dalle domande che vengono poste. Questo è un atteggiamento importantissimo. D’altro canto, la Cattedra ha avuto anche un punto debole, a causa del quale quell’esperienza alla fine è morta: è stato un evento che, sostanzialmente, non è entrato in un programma pastorale effettivo». Quanto sarà complicato introdurre uno stile del genere in una struttura come il Pontificio Consiglio? «Non sarà facile. È facile organizzare grandi incontri e grandi convegni a livello internazionale. Di questi ce ne sono tanti. La cosa più complicata è invece elaborare delle visioni, dei progetti, dei percorsi, che poi vanno verificati nella realtà concreta, a livello locale». Un disegno di san Paolo realizzato su pergamena, risalente al X secolo e conservato alla Biblioteca capitolare di Vercelli. Benedetto XVI ha indetto per il 2008 uno speciale Anno Paolino. Perché san Paolo è così importante nella Chiesa primitiva, e dunque nel farsi stesso della comunità cristiana? «Il discorso che abbiamo fatto finora va proprio a confluire su Paolo: intanto, Paolo è sì un pastore, ma è anche un grande teorico. Non è il « Lenin del cristianesimo », come lo definiva Gramsci. Però, certo, è colui che ha un grande progetto ermeneutico. Paolo vuole dare una interpretazione coerente del cristianesimo, un’interpretazione che sia interculturale, anzi inculturata: con lui inizia la grande operazione di trasmissione della fede con le categorie del pensiero greco, che durerà per 4-5 secoli e che culmina nei grandi Concili di Nicea e Costantinopoli. Paolo intuisce insomma che, se il cristianesimo non vuole essere una setta, deve riuscire a fare i conti con la cultura del proprio tempo: da qui la scelta di riscrivere – senza perderla – la propria radice ebraica. Infine, Paolo è anche un pastore: costruisce delle Chiese e le modella secondo paradigmi diversi. Noi abbiamo sicuramente almeno 3-4 modelli diversi di « Chiesa paolina ». Paolo d’altronde è stato un uomo di tre culture: quella ebraica, greca e romana. Quindi è vissuto in continuo ascolto e attenzione a questi mondi». Paolo, dunque, rompe le catene che rischiavano di rinchiudere la prima comunità nell’ambito angusto di una piccola setta ebraica e apre al cristianesimo un orizzonte universale? «Sì, rompe le catene di un cristianesimo solo giudaico. Però non rinuncia mai all’eredità ebraica, la considera una delle componenti insostituibili. Certo, non teme il confronto con la laicità, che allora voleva dire il paganesimo. E mette in conto il rischio dello scacco. È il caso emblematico dell’Areopago di Atene: un tentativo di dialogo e di incontro con un mondo del tutto « altro », usando lo stesso linguaggio e la stessa strumentazione culturale dell’ »altro ». Poi però Paolo si accorge dell’ »eccedenza » del messaggio cristiano, si accorge che non è possibile giungere a un accordo sulla base del semplice sincretismo. Se non è accettabile il fanatismo che « nega » l’altro, non è neppure sufficiente il sincretismo. E questo è un altro problema fondamentale del dialogo con il mondo laico: il confronto deve essere sempre civile, però alla fine c’è una « eccedenza » della fede che non posso non riconoscere». Che cosa intende con « eccedenza »? «L’eccedenza ha a che fare con la tutela della specificità della teologia. Altrimenti è una filosofia. In questo senso, per me, il libro fondamentale è Giobbe: un libro che è un continuo atto d’accusa contro gli « amici », cioè contro i sistemi di pensiero onnicomprensivi, anche quelli che difendono Dio. Tanto è vero che Giobbe alla fine abbandona la via del luogo comune, del sentito dire, e prende la via della visione. Questa è l’eccedenza. A questo dovremmo educare un po’ anche i nostri fedeli: bisogna ricordare che la fede non è spiegare o imparare poche cose, e non è praticare poche cose. È sempre un di più, molto di più. Come la salvezza è molto di più che la semplice « sanazione » del limite». Ultimamente, con il Motu proprio sull’antica liturgia, la lingua latina è tornata d’attualità. Indubbiamente, il latino ha svolto un ruolo fondamentale nella storia della Chiesa. Ma oggi è ancora vitale? «A mio parere, bisogna evitare in tutti i modi una delle grandi malattie del nostro tempo: la smemoratezza. In questa chiave, al di là della questione del suo ruolo nella liturgia, il latino – come stendardo – è importante: a livello generale, pensiamo cosa ha significato per l’elaborazione delle categorie teologiche, e del pensiero in generale, occidentali. Nella liturgia, poi, recuperare il latino significa recuperare anche la possibilità di comprensione di tutto il patrimonio musicale. Il punto ovviamente non è ripetere, ma comprendere e far vivere il passato. Coltivare la memoria del latino deve essere, in qualche modo, un’operazione innovativa». San Paolo è stato un grandissimo comunicatore. Oggi che viviamo nella società delle comunicazioni, perché invece la Chiesa fa così fatica a parlare al mondo? «Un tempo il mondo era mosso dalla Chiesa. A partire dall’Ottocento, ha preso a muoversi da solo, è diventato « adulto », come dice Bonhoeffer. E la Chiesa si è trovata a inseguirlo. Il problema centrale è quello del linguaggio: in passato i linguaggi erano coniati all’interno della Chiesa. Pensiamo al linguaggio artistico, musicale, alla stessa letteratura. Oggi non è più così. E la Chiesa, per tutelare la sua identità, si è aggrappata alle formulazioni che già conosceva. Oppure le ha rielaborate, cercando di restare al passo: è il caso, ad esempio, dei catechismi. Ma nel frattempo il mondo era già andato avanti, era passato oltre. Il punto è che, quando si muta il linguaggio, si muta la struttura del pensiero. In questo caso, dunque, la soluzione non sta nel rincorrere il medium, con un semplice aggiornamento tecnico: l’homo telematicus non è solo colui che è capace di usare il computer, è proprio un fenotipo antropologico differente. E la comunicazione telematica non è soltanto un fenomeno tecnico, è un fenomeno esistenziale. Questa realtà non si può soltanto deprecarla, rimanendo aggrappati al passato. Il punto è riuscire a « comunicare » in questo mondo, riuscire a parlare a questo uomo contemporaneo, senza però rassegnarsi all’esito che l’uomo contemporaneo ha raggiunto». In sintesi, qual è il segreto di un evangelizzatore così grande come Paolo? «Il segreto mi sembra questo: per annunciare in maniera autentica bisogna saper coniugare l’intelligenza e l’amore. Non basta solo l’intellettualismo, come non basta solo la partecipazione passionale. Le due cose si devono sposare. E Paolo, in questo senso, è stato un maestro. Bisogna quindi recuperare l’idea di una Chiesa « calda », ma al tempo stesso non perdere il rigore intellettuale. Talvolta oggi, invece, la teologia se ne va per suo conto, la catechesi è affidata alla buona volontà, mentre certa pastorale – in particolare nei movimenti – esalta solo la dimensione spiritualistica. Un’ultima cosa che ci insegna Paolo è la necessità di porsi sulle frontiere, anche le più difficili: non accontentarsi dei propri orti, ma affrontare anche il mare aperto, gli spazi apparentemente più ostili. E, in questo apostolato di frontiera, non temere di adottare tutti i mezzi e gli stili a disposizione, anche i più moderni e « alieni ». Però, senza perdere l’anima, cioè il radicamento indiscutibile nella grandezza di un messaggio. Cosa di cui non sono consapevoli, tante volte, i cristiani». E dove è oggi Paolo, nella Chiesa? In quale luogo ecclesiale è più vicino il suo spirito? Nei movimenti? Nei monasteri? Nelle piccole parrocchie? «Ci sono due frasi di Paolo significative a questo proposito. Una è « esaminate tutto, tenete ciò che è buono ». E l’altra: « Io mi sono fatto tutto per tutti ». Voglio dire: la concezione di Chiesa propria di Paolo – una Chiesa non monolitica e non anarchica, ma vivente, « somatica » – ci fa capire che il modello cristiano è quello della molteplicità, della diversità nell’unità. Nessuno può dire: « Questo è l’unico, vero cristiano ». Il cristianesimo nasce nella sua ecclesialità, nel suo essere tutti partecipi, pronti a prendere dall’altro gli aspetti positivi, in una continua osmosi. Per questo non bisogna avere mai disprezzo di qualsiasi tipo di esperienza ecclesiale. Però bisogna condannarla quando diventa integralista, arrogante, autosufficiente e pretende di affermare di essere l’unica: l’unità vitale del Corpo di Cristo è decisiva, ma può esistere solo nell’efficacia e nell’armonia dei suoi membri, dal capo ai piedi, come ricorda Paolo ai Corinzi».

Giovanni Ferrò  

PREDICATORE DEL PAPA: PAOLO, MODELLO DI VERA CONVERSIONE EVANGELICA

http://www.zenit.org/it/articles/predicatore-del-papa-paolo-modello-di-vera-conversione-evangelica

PREDICATORE DEL PAPA: PAOLO, MODELLO DI VERA CONVERSIONE EVANGELICA

Prima predica d’Avvento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap.

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 5 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la prima predica d’Avvento pronunciata alla presenza di Benedetto XVI da padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., predicatore della Casa Pontificia. Nel cuore dell’anno paolino, padre Cantalamessa ha proposto una riflessione sul posto che occupa Cristo nel pensiero e nella vita dell’Apostolo, in vista di un rinnovato sforzo per mettere la persona di Cristo al centro della teologia della Chiesa e della vita spirituale dei credenti.

* * *

« QUELLO CHE POTEVA ESSERE UN GUADAGNO L’HO CONSIDERATO UNA PERDITA A MOTIVO DI CRISTO »

L’anno paolino è una grazia grande per la Chiesa, ma presenta anche un pericolo: quello di fermarsi a Paolo, alla sua personalità, la sua dottrina, senza fare il passo successivo da lui a Cristo. Il Santo Padre ha messo in guardia contro questo rischio nell’omelia stessa in cui ha indetto l’anno paolino e nell’udienza generale del 2 Luglio scorso ribadiva: « È questo il fine dell’anno Paolino: imparare da san Paolo, imparare la fede, imparare il Cristo ». È successo tante volte nel passato, fino a dar luogo all’assurda tesi secondo cui Paolo, non Cristo, sarebbe il vero fondatore del cristianesimo. Gesù Cristo sarebbe stato per Paolo quello che Socrate era stato per Platone: un pretesto, un nome, sotto il quale mettere il proprio pensiero. L’Apostolo, come prima di lui Giovanni Battista, è un indice puntato verso uno « più grande di lui », di cui egli non si ritiene degno nemmeno di essere apostolo. Quella tesi è il travisamento più completo e l’offesa più grave che si possa fare all’apostolo Paolo. Se tornasse in vita, egli reagirebbe a quella tesi con la stessa veemenza con cui reagì di fronte a un analogo fraintendimento dei corinzi: « Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? » (1 Cor 1,13). Un altro ostacolo da superare, anche per noi credenti, è quello di fermarci alla dottrina di Paolo su Cristo, senza lasciarci contagiare dal suo amore e dal suo fuoco per lui. Paolo non vuole essere per noi solo un sole d’inverno che illumina ma non riscalda. L’intento evidente delle sue lettere è di portare i lettori non solo alla conoscenza, ma anche all’amore e alla passione per Cristo. A questo scopo vorrebbero contribuire le tre meditazioni di Avvento di quest’anno, a partire da questa di oggi in cui rifletteremo sulla conversione di Paolo, l’avvenimento che, dopo la morte e risurrezione di Cristo, ha maggiormente influito sul futuro del cristianesimo.

1. La conversione di Paolo vista da dentro La migliore spiegazione della conversione di san Paolo è quella che da lui stesso quando parla del battesimo cristiano come di un essere « battezzati nella morte di Cristo » « sepolti insieme con lui » per risorgere con lui e « camminare in una vita nuova » (cf. Rom 6, 3-4). Egli ha rivissuto in sé il mistero pasquale di Cristo, intorno a cui ruoterà in seguito tutto il suo pensiero. Ci sono delle analogie anche esterne impressionanti. Gesù rimase tre giorni nel sepolcro; per tre giorni Saulo visse come un morto: non poteva vedere, stare in piedi, magiare, poi al momento del battesimo i suoi occhi si riaprirono, poté mangiare e riprendere le forze, tornò in vita  (cf. Atti 9,18). Subito dopo il suo battesimo, Gesù si ritirò nel deserto e anche Paolo, dopo essere stato battezzato da Anania, si ritirò nel deserto di Arabia, cioè nel deserto intorno a Damasco. Gli esegeti calcolano che tra l’evento sulla via di Damasco e l’inizio della sua attività pubblica nella Chiesa ci sono una decina d’anni di silenzio nella vita di Paolo. Gli ebrei lo cercavano a morte, i cristiani non si fidavano ancora e avevano paura di lui. La sua conversione ricorda quella del cardinal Newman che gli ex fratelli di fede anglicani consideravano un transfuga e i cattolici guardavano con sospetto per le sue idee nuove e ardite. L’Apostolo ha fatto un lungo noviziato; la sua conversione non è durata pochi minuti. Ed è in questa sua kenosi, in questo tempo di svuotamento e di silenzio che ha accumulato quella energia dirompente e quella luce che un giorno riverserà sul mondo. Della conversione di Paolo abbiamo due diverse descrizioni: una che descrive l’evento, per così dire, dall’esterno, in chiave storica e un’altra che descrive l’evento dall’interno, in chiave psicologica o autobiografica. Il primo tipo è quello che troviamo nelle tre diverse relazioni che si leggono negli Atti degli apostoli. Ad esso appartengono anche alcuni accenni che Paolo stesso fa dell’evento, spiegando come da persecutore divenne apostolo di Cristo (cf. Gal 1, 13-24). Al secondo tipo appartiene il capitolo 3 della Lettera ai Filippesi, in cui l’Apostolo descrive quello che ha significato per lui, soggettivamente, l’incontro con Cristo, quello che era prima e quello che è diventato in seguito; in altre parole, in che è consistito, esistenzialmente e religiosamente, il cambiamento intervenuto nella sua vita. Noi ci concentriamo  su questo testo che, per analogia con l’opera agostiniana, potremmo definire « le confessioni di S. Paolo ». In ogni cambiamento c’è un terminus a quo e un terminus ad quem, un punto di partenza e un punto di arrivo. L’Apostolo descrive anzitutto il punto di partenza, quello che era prima: « Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge » (Fil 3, 4-6). Ci si può facilmente sbagliare nel leggere questa descrizione: questi non erano titoli negativi, ma i massimi titoli di santità del tempo. Con essi si sarebbe potuto aprire subito il processo di canonizzazione di Paolo, se fosse esistito a quel tempo. È come dire di uno oggi: battezzato l’ottavo giorno, appartenente alla struttura per eccellenza della salvezza, la chiesa cattolica, membro dell’ordine religioso più austero della Chiesa (questo erano i farisei!), osservantissimo della Regola… ». Invece c’è nel testo un punto  a capo che divide in due la pagina e la vita di Paolo. Si riparte da un « ma » avversativo che crea un contrasto totale: « Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo » (Fil 3, 7-8). Tre volte ricorre il nome di Cristo in questo breve testo. L’incontro con lui ha diviso la sua vita in due, ha creato un prima e poi. Un incontro personalissimo (è l’unico testo dove l’apostolo usa il singolare « mio », non « nostro » Signore) e un incontro esistenziale più che mentale. Nessuno mai potrà conoscere a fondo cosa avvenne in quel breve dialogo: « Saulo, Saulo! » « Chi sei tu, Signore? Io sono Gesù! ». Una « rivelazione », la definisce lui (Gal 1, 15-16). Fu una specie di fusione a fuoco, un lampo di luce che ancora oggi, a distanza di duemila anni, rischiara il mondo. 2. Un cambiamento di mente Proviamo ad analizzare il contenuto dell’evento. È stato anzitutto un cambiamento di mente, di pensiero, letteralmente una metanoia. Paolo aveva fino allora creduto di potersi salvare ed essere giusto davanti a Dio mediante l’osservanza scrupolosa della legge e delle tradizioni dei padri. Ora capisce che la salvezza si ottiene in altro modo. Voglio essere trovato, dice, « non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede » (Fil 3, 8-9). Gesù gli ha fatto sperimentare su di sé quello che un giorno avrebbe dovuto proclamare a tutta la Chiesa: la giustificazione per grazia mediante la fede (cf. Gal 2,15-16; Rom 3, 21 ss.). Leggendo il capitolo terzo della Lettera ai Filippesi a me viene in mente un’immagine: un uomo cammina di notte in un fitto bosco al fioco lume di una candela, facendo attenzione a che non si spenga; camminando, camminando viene l’alba, sorge il sole, il fioco lume di candela impallidisce, finché non gli serve più e lo getta via. Il lucignolo fumigante era la sua propria giustizia. Un giorno, nella vita di Paolo, è spuntato il sole di giustizia, Cristo Signore,  e da quel momento non ha voluto altra luce che la sua. Non si tratta di un punto accanto ad altri, ma del cuore del messaggio cristiano; lui lo definirà il « suo vangelo », al punto di dichiarare anatema chi osasse predicare un vangelo diverso, fosse pure un angelo o lui stesso (cf. Gal 1, 8-9). Perché tanta insistenza? Perché in ciò consiste la novità cristiana, quello che la distingue da ogni altra religione o filosofia religiosa. Ogni proposta religiosa comincia dicendo agli uomini quello che devono fare per salvarsi o ottenere la « Illuminazione ». Il cristianesimo non comincia dicendo agli uomini quello che devono fare, ma quello che Dio ha fatto per loro in Cristo Gesù. Il cristianesimo è la religione della grazia. C’è posto – e come – per i doveri e l’osservanza dei comandamenti, ma dopo, come risposta alla grazia, non come sua causa o suo prezzo. Non ci si salva per le buone opere, anche se non ci si salva senza le buone opere. È una rivoluzione di cui, a distanza di duemila anni, ancora stentiamo a prendere coscienza. Le polemiche teologiche sulla giustificazione mediante la fede dalla Riforma in poi l’hanno spesso ostacolata più che favorita perché hanno mantenuto il problema a livello teorico, di tesi di scuole contrapposte, anziché aiutare i credenti a farne esperienza nella loro vita. 3. « Convertitevi e credete al vangelo » Ma dobbiamo porci una domanda cruciale: chi è l’inventore di questo messaggio? Se esso fosse l’Apostolo Paolo, allora avrebbero ragione quelli che dicono che è lui, non Gesù, il fondatore del cristianesimo. Ma l’inventore non è lui; egli non fa che esprimere in termini elaborati e universali un messaggio che Gesù esprimeva con il suo tipico linguaggio, fatto di immagini  e di parabole. Gesù iniziò la sua predicazione dicendo: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1, 15). Con queste parole egli insegnava già la giustificazione mediante la fede. Prima di lui, convertirsi significava sempre « tornare indietro » (come indica lo stesso termine ebraico shub); significava tornare all’alleanza violata, mediante una rinnovata osservanza della legge. « Convertitevi a me [...], tornate indietro dal vostro cammino perverso », diceva Dio nei profeti  (Zc 1, 3-4; Ger 8, 4-5). Convertirsi, conseguentemente, ha un significato principalmente ascetico, morale e penitenziale e si attua  mutando condotta di vita. La conversione è vista come condizione per la salvezza; il senso è: convertitevi e sarete salvi; convertitevi e la salvezza verrà a voi. Questo è il significato predominante che la parola conversione ha sulle labbra stesse di Giovanni Battista (cf. Lc 3, 4-6). Ma sulla bocca di Gesù, questo significato morale passa in secondo piano (almeno all’inizio della sua predicazione), rispetto a un significato nuovo, finora sconosciuto. Anche in ciò si manifesta il salto epocale che si verifica tra la predicazione di Giovanni Battista e quella di Gesù. Convertirsi non significa più tornare indietro, all’antica alleanza e all’osservanza della legge, ma significa fare un salto in avanti, entrare nella nuova alleanza, afferrare questo Regno che è apparso, entrarvi mediante la fede. « Convertitevi e credete » non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo! « Prima conversio fit per fidem », dirà san Tommaso d’Aquino, la prima conversione consiste nel credere (1). Dio ha preso, lui, l’iniziativa della salvezza: ha fatto venire il suo Regno; l’uomo deve solo accogliere, nella fede, l’offerta di Dio e viverne, in seguito, le esigenze. È come di un re che apre la porta del suo palazzo, dove è apparecchiato un grande banchetto e, stando sull’uscio, invita tutti i passanti a entrare, dicendo: « Venite, tutto è pronto! ». È l’appello che risuona in tutte le cosiddette parabole del Regno: l’ora tanto attesa è scoccata, prendete la decisione che salva, non lasciatevi sfuggire l’occasione! L’Apostolo dice la stessa cosa con la dottrina della giustificazione mediante la fede. L’unica differenza è dovuta a ciò che è avvenuto, nel frattempo, tra la predicazione di Gesù e quella di Paolo: Cristo è stato rifiutato e messo a morte per i peccati degli uomini. La fede « nel Vangelo » (« credete al Vangelo »), ora si configura come fede « in Gesù Cristo », « nel suo sangue » (Rm 3, 25). Quello che l’Apostolo esprime mediante l’avverbio « gratuitamente »(dorean) o « per grazia », Gesù lo diceva con l’immagine del ricevere il regno come un bambino, cioè come dono, senza accampare meriti, facendo leva solo sull’amore di Dio, come i bambini fanno leva sull’amore dei genitori. Si discute da tempo tra gli esegeti se si debba continuare a parlare della conversione di san Paolo; alcuni preferiscono parlare di « chiamata », anziché di conversione. C’è chi vorrebbe che si abolisse addirittura la festa della conversione di S. Paolo, dal momento che conversione indica un distacco e un rinnegare qualcosa, mentre un ebreo che si converte, a differenza del pagano, non deve rinnegare nulla, non deve passare dagli idoli al culto del vero Dio (2). A me pare che siamo davanti a falso problema. In primo luogo non c’è opposizione tra conversione e chiamata: la chiamata suppone la conversione, non la sostituisce, come la grazia non sostituisce la libertà. Ma soprattutto abbiamo visto che la conversione evangelica non è un rinnegare qualcosa, un tornare indietro, ma un accogliere qualcosa di nuovo, fare un balzo in avanti. A chi parlava Gesù quando diceva: « Convertitevi e credete al vangelo »? Non parlava forse a degli ebrei? A questa stessa conversione si riferisce l’Apostolo con le parole: « Quando ci sarà la conversione al Signore quel velo verrà rimosso » (2Cor 3,16). La conversione di Paolo ci appare, in questa luce, come il modello stesso della vera conversione cristiana che consiste anzitutto nell’accettare Cristo, nel « rivolgersi » a lui mediante la fede. Essa è un trovare prima che un lasciare. Gesù non dice: un uomo vendette tutto che quello che aveva e si mise alla ricerca di un tesoro nascosto; dice: un uomo trovò un tesoro e per questo vendette tutto. 4. Un’esperienza vissuta Nel documento di accordo tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale della Chiese luterane sulla giustificazione mediante la fede, presentato solennemente nella Basilica di S. Pietro da Giovanni Paolo II e l’arcivescovo di Uppsala nel 1999, c’è una raccomandazione finale che mi pare di importanza vitale. Dice in sostanza questo: è venuto il momento di fare di questa grande verità una esperienza vissuta da parte dei credenti, e non più un oggetto di dispute teologiche tra dotti, come è avvenuto nel passato. La ricorrenza dell’anno paolino ci offre una occasione propizia per fare questa esperienza. Essa può dare un colpo d’ala alla nostra vita spirituale, un respiro e una libertà nuova. Charles Péguy ha raccontato, in terza persona, la storia del più grande atto di fede della sua vita. Un uomo, dice, (e si sa che quest’uomo era lui stesso) aveva tre figli e un brutto giorno essi si ammalarono, tutti e tre insieme. Allora aveva fatto un colpo di audacia. Al ripensarci si ammirava anche un po’ e bisogna dire che era stato davvero un colpo ardito. Come si prendono tre bambini da terra e si mettono tutti e tre insieme, quasi per gioco, nelle braccia della loro madre o della loro nutrice che ride e dà in esclamazioni, dicendo che sono troppi e non avrà la forza di portarli, così lui, ardito come un uomo, aveva preso -s’intende, con la preghiera – i suoi tre bambini nella malattia e tranquillamente li aveva messi nelle braccia di Colei che è carica di tutti i dolori del mondo: «Vedi – diceva – te li do, mi volto e scappo, perché tu non me li renda. Non li voglio più, lo vedi bene! Devi pensarci tu». (Fuori metafora, era andato a piedi in pellegrinaggio da Parigi a Chartres per affidare alla Madonna i suoi tre bambini malati). Da quel giorno, tutto andava bene, naturalmente, poiché era la Santa Vergine a occuparsene. È perfino curioso che non tutti i cristiani facciano altrettanto. È così semplice, ma non si pensa mai a ciò che è semplice (3). La storia ci serve in questo momento per l’idea del colpo di audacia, perché è di qualcosa del genere che si tratta. La chiave di tutto, si diceva, ciò è la fede. Ma ci sono diversi tipi di fede: c’è la fede-assenso dell’intelletto, la fede-fiducia, la fede-stabilità, come la chiama Isaia (7, 9): di quale fede si tratta, quando si parla della giustificazione «mediante la fede»? Si tratta di una fede tutta speciale: la fede-appropriazione! Ascoltiamo, su questo punto, san Bernardo: «Io – dice -, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119, 156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio» (4). È scritto infatti che  « Cristo Gesù … è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione (l Cor l, 30). Per noi, non per se stesso! San Cirillo di Gerusalemme  esprimeva, con altre parole, la stessa idea del colpo di audacia della fede: «O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! I giusti dell’Antico Testamento piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni; ma quello che essi giunsero a ottenere, attraverso un lungo ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona nel breve spazio di un’ora. Infatti, se tu credi che Gesù Cristo è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai introdotto in paradiso da quello stesso che vi introdusse il buon ladrone» (5). Immagina, scrive il Cabasilas sviluppando un’immagine di san Giovanni Crisostomo, che si sia svolta, nello stadio, un’epica lotta. Un valoroso ha affrontato il crudele tiranno e, con immane fatica e sofferenza, lo ha vinto. Tu non hai combattuto, non hai né faticato né riportato ferite. Ma se ammiri il valoroso, se ti rallegri con lui per la sua vittoria, se gli intrecci corone, provochi e scuoti per lui l’assemblea, se ti inchini con gioia al trionfatore, gli baci il capo e gli stringi la destra; insomma, se tanto deliri per lui, da considerare come tua la sua vittoria, io ti dico che tu avrai certamente parte al premio del vincitore. Ma c’è di più: supponi che il vincitore non abbia alcun bisogno per sé del premio che ha conquistato, ma desideri, più di ogni altra cosa, vedere onorato il suo fautore e consideri quale premio del suo combattimento l’incoronazione dell’amico, in tal caso quell’uomo non otterrà forse la corona, anche se non ha né faticato né riportato ferite? Certo che l’otterrà! Ebbene, così avviene tra Cristo e noi. Pur non avendo ancora faticato e lottato – pur non avendo ancora alcun merito -, tuttavia, per mezzo della fede noi inneggiamo alla lotta di Cristo, ammiriamo la sua vittoria, onoriamo il suo trofeo che è la croce e per lui valoroso, mostriamo veemente e ineffabile amore; facciamo nostre quelle ferite e quella morte (6). È così che si ottiene la salvezza. La liturgia di Natale ci parlerà del « santo scambio », del sacrum commercium, tra noi e Dio realizzato in Cristo.  La legge di ogni scambio  si esprime nella formula: quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio. Ne deriva che quello che è mio, cioè il peccato, la debolezza, diventa di Cristo; quello che è di Cristo, cioè la santità, diventa mio. Poiché noi apparteniamo a Cristo più che a noi stessi (cf.1 Cor 6, 19-20), ne consegue, scrive il Cabasilas, che, inversamente, la santità di Cristo ci appartiene più che la nostra stessa santità (7). E’ questo il colpo d’ala nella vita spirituale. La sua scoperta non si fa, di solito, all’inizio, ma alla fine del proprio itinerario spirituale, quando si sono sperimentate tutte le altre strade e si è visto che non portano molto lontano. Nella Chiesa cattolica abbiamo un mezzo privilegiato per fare esperienza concreta e quotidiana di questo sacro scambio e della giustificazione per grazia, mediante la fede: i sacramenti. Ogni volta che io mi accosto al sacramento della riconciliazione faccio concretamente l’esperienza di essere giustificato per grazia, ex opere operato, come diciamo in teologia. Salgo al tempio, dico a Dio: « O Dio, abbia pietà di me peccatore » e, come il pubblicano, me ne torno a casa « giustificato »  (Lc 18,14), perdonato, con l’anima splendente, come al momento in cui uscii dal fonte battesimale. Che san Paolo, in questo anno a lui dedicato, ci ottenga la grazia di fare come lui questo colpo di audacia della fede.                      

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