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SPOGLIÀTI DELL’UOMO VECCHIO (CCC, CEI) (anche Paolo)

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SPOGLIÀTI DELL’UOMO VECCHIO (CCC, CEI)

L’incontro con Gesù cambia la vita, la rende nuova. Può accadere Che una persona, incontrando Gesù, non abbia il coraggio di fidarsi totalmente di lui e se ne vada via triste (Lc 18,18-23), oppure riconosca in lui quella novità che dà un significato profondo alla vita (Lc 19,1-10).
Il Nuovo Testamento è unanime nel sottolineare che un tratto fondamentale dell’uomo convertito, animato dallo Spirito, è l’esperienza della novità. La comunione con Cristo e l’accoglienza dello Spirito conducono ad una vita nuova. Scrive san Paolo ai cristiani di Corinto: « Se uno è in Cristo è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove » (2Cor 5,17). E ai cristiani di Colossi: « Vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore » (Col 3,9-10). La novità dello Spirito raggiunge il nucleo più profondo della persona, ristrutturandolo e rinnovandolo dall’interno (Rm 6,4).
I primi cristiani sentivano la novità di questo nuovo orientamento in modo così vivace da esprimerlo con le immagini della risurrezione, della creazione, della rinascita, del risveglio. Queste immagini sottolineano una sorta di passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà, dal chiuso dell’egoismo e dell’indifferenza agli spazi aperti della carità.
La novità dello Spirito è la novità della vita di Dio, che irrompe nell’uomo vecchio, rigenerandolo. Siamo sempre in ansiosa ricerca di cose nuove; spesso, però, appena si fanno realtà e le tocchiamo con mano, ci deludono, appaiono subito vecchie. Lo Spirito, invece, dischiude all’uomo un mondo sempre nuovo e rinnovante, pieno di sorprese; nuovo a tal punto da prefigurare « un nuovo cielo e una nuova terra » (Ap 21,1).

Abbandonare l’uomo vecchio
Non è però possibile essere uomini e donne nuovi senza un coraggioso abbandono dell’uomo vecchio, l’uomo inautentico, ripiegato su se stesso. La novità dello Spirito è insieme dono e compito: « Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici. Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera » (Ef 4,22-24).
Uomini e donne nuovi si diventa quando si ha il coraggio di una conversione profonda, di una scelta netta e definitiva. L’azione trasformante dello Spirito non rinnega nulla di quanto nell’uomo è autentico, né trascura alcuna delle sue profonde aspirazioni, ma tutte porta a insospettata pienezza. Richiede però che ci si lasci alle spalle le opere dell’egoismo, per gustare i frutti dello Spirito.
Uomo « vecchio » è il giovane che cerca la novità per se stessa e si affanna a inventare il cambiamento per il cambiamento, immergendosi così in una vita sradicata, ridotta a continua esplorazione senza meta in una sorta di soggettività « senza dimora ». Una vita così sradicata affonda poi nel rincorrere impressioni e sensazioni sempre nuove, bloccata nelle secche dell’effimero.
Uomo « vecchio » è il giovane che affida la sua fame di novità a desideri senza limite, come se in essi ci sia una promessa di eternità. Nasce allora l’illusione di possedere certezze e soluzioni per un mondo nuovo, solo perché lo si sa immaginare in termini astratti. Ma la vera novità della pace, della giustizia, della libertà rimane lontana. L’utopia si rivela illusoria; rimane la novità dei piccoli appagamenti, dei bisogni soddisfatti; il sogno ricade su una quotidianità divorata dalla noia.
Uomo « vecchio » è il giovane che si lascia imbrigliare dalle opere dell’egoismo: « fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere » (Gal 5,19-21). L’elenco che Paolo offre trova purtroppo facili attualizzazioni: avidità di denaro e conseguenti atti delinquenziali per ottenerlo, disprezzo della propria e altrui vita, tempo libero vissuto nella noia, uso di droghe, violenza e libertinaggio sessuale, fragilità e suicidio, sfruttamento dei genitori, sincretismo religioso, satanismo e magia, rigurgiti razzisti e disprezzo degli immigrati, cecità di fronte alle tragedie umane…
« Vecchio » e « nuovo », « carne » e « Spirito », sono fra loro in antitesi: « La carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne » (Gal 5,17). Non sono possibili patteggiamenti, né illusioni. Si impone una scelta chiara e coraggiosa: « Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito » (Rm 8,5).
La radice della novità è l’esperienza profonda, viva e attuale dello Spirito di Gesù. La novità per l’uomo non consiste nelle cose che egli può inventare, produrre, mettere sul mercato, godere… Consiste nella novità che è la persona stessa di Gesù: in lui e solo in lui è possibile inventare una storia nuova, una vicenda umana inedita, segnata dalla grazia. È lo Spirito di Gesù che rende nuove tutte le cose e dona ai credenti « amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé » (Gal 5,22).
I giovani che vivono secondo lo Spirito ne esprimono i frutti in volontariato, servizio ai poveri, servizio educativo, slancio e impegno per la pace, preparazione alla vita di famiglia, generosa risposta a una vocazione di speciale consacrazione, impegno missionario, apertura alla vita anche dopo esperienze di fallimento, slancio per i valori della giustizia, generosità di offrirsi gratuitamente, entusiasmo per le mete più alte…

Lo Spirito di Gesù in noi
Gesù, il risorto e il vivente, è presente nella Chiesa e nel mondo; lo Spirito ci mette in comunione con lui, delinea in noi i suoi lineamenti.
Il Vangelo di Giovanni sottolinea l’insostituibile funzione dello Spirito: « Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto » (Gv 14,26); « Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che ha udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà » (Gv 16,12-14).
Lo Spirito non dice parole proprie, ma ripete quelle già dette da Gesù: « Non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che ha udito ». Lo Spirito non si distacca dalla storia di Gesù e dalla tradizione vivente della Chiesa. C’è una perfetta comunione tra lo Spirito e Gesù, tanto che l’insegnamento dello Spirito è il medesimo insegnamento di Gesù; meglio, il suo insegnamento è Gesù. Lo Spirito svela la persona di Gesù e la sua comunione con il Padre.
L’insegnamento dello Spirito non è ricordo ripetitivo, non è semplice memoria. Non aggiunge nulla alla rivelazione di Gesù, però la interiorizza e la rende presente in tutta la sua pienezza; ristruttura la nostra personalità offrendole un nuovo centro e un solido fondamento, la vita stessa di Gesù. Lo Spirito fa incontrare Gesù: l’orientamento di vita che ne scaturisce diventa punto di unificazione della personalità e criterio per ogni scelta e decisione. Uomini e donne nuovi sono allora giovani vivi, ricchi di umanità, piegati fino in fondo al servizio e all’amore, alle prese con i problemi, le difficoltà, gli entusiasmi e le incertezze di ogni giorno, che si affidano e fanno riferimento esplicito a Gesù di Nazareth e al suo progetto di vita, radicati dal suo stesso Spirito su di lui, roccia indistruttibile. Per questo Gesù precisa: lo Spirito « v’insegnerà ogni cosa » e « vi guiderà alla verità tutta intera » (Gv 14,2616,13).
Questa è la fede dei primi cristiani e della Chiesa di ogni tempo: soltanto lo Spirito consente di comprendere le parole e ricordare i gesti di Gesù come realtà presenti e operanti, come inesauribile « sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna » (Gv 4,14): « È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita » (Gv 6,63).

Lo Spirito ci fa figli del Padre
Comunicandoci la conoscenza e l’amore di Gesù, il Figlio amato, lo Spirito ci inserisce nel dialogo di conoscenza e amore che corre tra il Padre e il Figlio, aprendoci a un nuovo e inaspettato rapporto con Dio: « Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio » (Gal 4,6-7). L’uomo animato dallo Spirito non sta più davanti a Dio nel timore e nella paura, ma nella libertà. Sa di stare a cuore a Dio, di potersi consegnare alla sua affidabile cura e di affidarsi a lui anche oltre la morte.
L’obbedienza a Dio non è più vissuta come legge, ma come libertà; non più come mortificazione, ma come dono. La preghiera rivolta a Dio è segnata dalla coraggiosa confidenza dei figli. La preghiera, infatti, è un punto nodale e rivelatore dell’esistenza. Manifesta il modo con cui l’uomo si pone davanti a Dio, a se stesso, al mondo.
Lo Spirito crea in noi quella segreta familiarità che ci consente di riconoscere nella voce di Dio la voce amica di un Padre: « Abbà, Padre! Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio » (Rm 8,15-16). Questa confidenza di fronte a Dio, una confidenza che è obbedienza e libertà, è il segno dell’autenticità della preghiera, non più fatta di molte parole, ma di sereno abbandono: « Voi dunque pregate così: Padre nostro… » (Mt 6,9). Questa libertà di fronte a Dio, che si manifesta nella preghiera e si esprime nella vita, è la libertà più alta donata all’uomo.

Testimoni liberi di fronte al mondo: il coraggio della missione
Un altro importante tratto dell’uomo nuovo è la testimonianza. Nei discorsi di addio, narrati nel Vangelo di Giovanni, Gesù avverte i discepoli che saranno odiati dal mondo e perseguitati, ma insieme li assicura che, dinanzi all’odio del mondo e alla persecuzione, saranno sorretti dalla testimonianza dello Spirito:
« Lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio » (Gv 15,26-27). Il cristiano spesso deve compiere scelte contro corrente, trovandosi di fronte a chi non riesce a capire, perché bloccato dall’accomodante: « Fanno tutti così! » e dai sondaggi d’opinione.
Nel grande processo tra Cristo e il mondo, che si svolge entro la storia, lo Spirito depone in favore di Gesù. Davanti all’ostilità che incontrano, anche i discepoli sono esposti al dubbio, allo scandalo, allo scoraggiamento (Gv 16,1-4). Ma lo Spirito custodirà la loro fede, li renderà sicuri nel loro opporsi alla logica del mondo. Quando i discepoli avranno bisogno di certezza, lo Spirito gliela offrirà. Lo Spirito è il testimone intimo e segreto che crea nei discepoli la sicurezza di essere con Dio e dona il coraggio della libertà.
« Dove c’è lo Spirito del Signore c’è la libertà », scrive Paolo con molta convinzione (2Cor 3,17). Di questa libertà il Nuovo Testamento offre ampie testimonianze. La parola greca che preferibilmente la esprime è « parresìa »; un termine che indica la libertà di parola e di coscienza, il coraggio di esprimere, di fronte a chiunque, la propria convinzione e il proprio dissenso.
Questa « franchezza » permette il superamento della paura, uno dei segni rivelatori dell’uomo vecchio, l’uomo ricattabile, perché prigioniero della stima del mondo ed eccessivamente preoccupato di sé, incapace di affrontare la solitudine in cui spesso il cristiano deve vivere i propri ideali. L’incontro con il Signore risorto libera il cuore dell’uomo dal timore del mondo e da tutti i suoi ricatti. Trasforma un cuore ricattabile in un cuore libero. I discepoli di Gesù sono liberi dentro, orgogliosi di appartenere a Cristo, incapaci di tenere per sé il dono e l’esperienza della fede. Sono appassionati per la grande causa del vangelo, come lo è Gesù per il regno di Dio.
Questo miracolo lo può compiere soltanto Gesù risorto. Di questa vittoria sulla paura parla spesso il libro degli Atti. Qui il cristiano è presentato nel vivo degli avvenimenti, non chiuso nella tranquillità della sua casa, separato in piccoli gruppi, ma presente sulle piazze, sulle strade, nelle sinagoghe, nei tribunali, in tutti i luoghi dove gli uomini vivono, dialogano, si incontrano e si confrontano. Sono uomini e donne pieni di fede, convinti di essere sorretti dalla presenza dello Spirito e di possedere un messaggio di salvezza di cui il mondo intero ha bisogno, lieti anche di subire persecuzioni « per amore del nome di Gesù » pur di non venir meno al compito « di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo » (At 5,41-42). I cristiani sono pieni di slancio e in perenne cammino missionario: testimoni di Cristo « a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra » (At 1,8).
È sempre grande il numero di giovani che hanno sete di Dio e non trovano fontane a cui estinguere la loro sete; a volte hanno una domanda religiosa, ma non incrociano le proposte della comunità cristiana e disperdono l’intensità della ricerca nei rivoli delle sètte, della superstizione e della magia. Ancora più grande è il numero di coloro che ancora non conoscono il Signore; abitano in terre lontane o sono venuti ad abitare nella casa accanto. Cristiano è colui che senza stancarsi sa annunciare a tutte le genti la gioia sperimentata in Gesù.
Nel libro degli Atti, Luca tratteggia questa figura di cristiano, moltiplicando gli esempi, per mostrare ai suoi lettori che la risurrezione di Gesù ha introdotto nel mondo un radicale cambiamento. Non quello, certo, di far cessare le persecuzioni, che anzi sembrano insorgere più di prima, ma quello di suscitare, in ogni tempo e in ogni luogo, uomini liberi e coraggiosi, obbedienti a Dio piuttosto che agli uomini (At 4,19).

I doni dello Spirito
I cristiani possono contare sulla potenza dello Spirito che si comunica loro mediante i suoi doni. La tradizione della Chiesa ne enumera sette, ispirandosi a Is 11,2: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio.
Con la ricchezza e la novità dei suoi doni, lo Spirito offre a ciascuno lo spazio per seguire la propria vocazione, esprimere la propria originalità ed esercitare il proprio servizio. Ai cristiani di Corinto Paolo scrive che « a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune » (1Cor 12,7).
L’uomo nuovo non si appiattisce nell’anonimato, ma riconosce e difende la propria originalità. Al tempo stesso, però, sente la passione della comunione e non fa della sua originalità un motivo per dividere, per contrapporsi o per elevarsi sopra gli altri, ma ne fa un dono per tutti, un servizio per la crescita comune.
L’uomo nuovo non è senza volto, non è anonimo: è una persona creativa e originale. E tuttavia non cammina da solo, ma con gli altri. L’uomo nuovo, contemplando la croce di Gesù, non vive per se stesso, nella difesa egoistica della propria vita, ma nel dono di sé. E questo il « perdersi per ritrovarsi » di cui parla Gesù nel Vangelo (Mc 8,35).

DISCESE AGLI INFERI – (1Pt 3,18-19)

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DISCESE AGLI INFERI

“Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione” (1Pt 3,18-19).

La morte di Gesù è un evento reale; in modo lapidario il Simbolo niceno-costantinoplitano afferma: “morì e fu sepolto”. Come tutti gli uomini che muoiono.
La dipartita di Gesù da questo modo sembra dunque subire la stessa sorte, la stessa modalità di tutti se non fosse per il fatto che egli, il Pastore “quello bello”, è colui che si inoltra nel sentiero della “valle oscura” (Sal. 22,4) non come tutti i morti, ma come il Signore della Vita. È dunque il Cristo Signore che entra nel regno dei morti e lo attraversa chiamando a seguirlo le sue pecore, cioè le anime dei giusti che attendevano la redenzione.
Il “Simbolo degli Apostoli” aggiunge un particolare interessante: “discese agli inferi”.
Cosa dobbiamo intendere con questa espressione?
Il Catechismo ci ricorda che la Scrittura chiama inferi, shèol o ade il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi trovano sono privati della visione di Dio. Tutti i morti, sia cattivi che giusti, abitano questo “luogo”, ma ciò – ricorda ancora – non significa che la loro sorte sia identica, come ci insegna Gesù con la parabola di Lazzaro.
Per questo il catechismo afferma: “Gesù non è disceso negli inferi per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto” (CCC 633).
Non dobbiamo intendere la discesa negli “inferi” con l’accezione che ne abbiamo oggi; essa è frutto della tradizione filosofico – teologica detta: “Scolastica”, che lo strutturava in Limbo; purgatorio; inferno dei bambini non battezzati; inferno.
Né possiamo immaginare la sua discesa negli inferi secondo i nostri schemi che si basano inevitabilmente sulle categorie di spazio e tempo.
Nell’aldilà non vi è spazio fisico, né tempo cronologico, ma il “discendere” di Gesù in questo “luogo” va pensato come missione smisuratamente grande e di un reale, effettivo valore, perché l’opera redentrice raggiunge tutti gli uomini di tutti i tempi.
Potremmo pensare che con la morte Gesù abbia portato a compimento il disegno salvifico di Dio. Sbaglieremmo! La fase ultima dell’opera della salvezza è proprio quella di recarsi negli inferi per portare la Buona Novella anche ai prigionieri della morte.
Vi entra dopo aver subito la morte, una morte violenta che gli ha strappato la vita. La sua discesa dalla gloria del Padre lo porta fino all’abisso, punto estremo della distanza dell’uomo da Dio; egli si è spogliato persino della vita per poter assumere quella condizione umana che è la morte, ma il Padre lo ha risuscitato ed egli si avvia, potente e glorioso, fino all’abisso più profondo dove giace l’uomo, schiavo della morte, succube di questo destino e di questo potere, per liberarlo.
L’iconografia bizantina ha saputo rendere questa scena in modo straordinario; il Cristo glorioso, vincitore della morte, scardina le porte degli inferi che giacciono sotto i suoi piedi e, prendendo Adamo ed Eva per i polsi, li strappa dal sepolcro e dalla morte. Essi sono i capostipiti dell’umanità, la rappresentano.

PARTE BIBLICA
“Il sabato santo” è l’indicazione temporale di un evento che rimane di per sé avvolto nel mistero. È l’evento della discesa nel regno dei morti.
Il “segno di Giona” indica da parte di Gesù la consapevolezza della missione agli inferi:
<<Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra>> (Mt 12,39-49).
Non si tratta di semplice solidarietà con i morti; non si tratta solamente di vivere fino in fondo la dimensione umana fino alla morte, così da poter essere accomunato a tutti gli uomini.
La morte di Gesù per poter essere “efficace” deve in un certo senso essere diversa da tutte le altre; in altre parole: per poter essere inclusiva di tutta l’umanità, deve essere esclusiva, unica nella sua forza di espiazione. Andando al di là della comune esperienza della morte, Gesù ne ha misurato tutto lo spessore e ha raggiunto il fondo dell’abisso.
Nell’esperienza della morte, Egli assume tutto il senso della morte, soffrendo ciò che essa infligge al peccatore. In questo senso Gesù fa esperienza della “morte seconda” di cui parla la Scrittura, quell’esperienza di dannazione eterna subita da coloro che rifiutano Dio ostinatamente e dei quali Dio dice: “Via da me maledetti, nel fuoco eterno”.
La Morte allora avvolge con i suoi tormenti coloro che non hanno più nessuna speranza (anzi disperazione assoluta), perché nella totale assenza e privazione di Dio. Gesù arriva fino in fondo all’abisso perché assume su di sé il tormento di questa umanità portandovi la sua luce e spogliandosi di essa a beneficio dei morti, per donare loro la vita, rinunciando alla sua per amore.
Della sofferenza di Gesù in questo abisso possiamo dire che è la sofferenza più grande, infinitamente più grande di quella della croce; è la sofferenza di cui non possiamo immaginare una sofferenza più grande.
È la sofferenza di coloro che, a causa del peccato, sperimentano l’essersi irrimediabilmente smarriti e di aver perduto Dio; Gesù non solo assume su di sé il dolore di tutti costoro, prima di Lui e dopo di Lui, ma sperimenta in sé stesso cosa significa l’ “essere peccato”:
“Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno” (Galati 3,13).
“Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui” (2Corinzi 5,21).
Di tutto questo Gesù ne era ben consapevole. Egli sapeva bene a cosa sarebbe andato incontro e la percezione dell’abisso di dolore che lo attendeva era presente in Lui quando si paragonava al “servo di Jawhè” descritto nel profeta Isaia: “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima”. (Is 53,3).
Gesù sa – e lo dice molte volte – che il Figlio dell’Uomo dovrà soffrire, essere ucciso e poi risorgere. Vi è una consapevolezza totale anche su ciò che lo attende dopo la morte; egli sa quale valore debba avere la sua morte e nell’orto degli olivi tocca con mano questa sofferenza morale, quella interiore dello “spirito umano”.
“E disse loro: «L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate». (Mc 14,34)
Inoltre questa consapevolezza è usata da satana come tentazione per farlo desistere dalla volontà del Padre.
Alla presa di coscienza totale di ciò che lo attende, si aggiunge – come aggravante – la lotta contro la tentazione di Satana. È davvero un agonia nel senso profondo del termine: un agone, una battaglia.. tutto si svolge nel suo cuore, nella sua mente, ma tutto questo è soltanto la premessa, l’anticipazione di ciò che dovrà accadere: un assaggio: ecco allora la sudorazione di sangue.. indizio esterno dell’estrema tensione vissuta nella psiche, nel cuore e nella carne. E tutto questo è solo la premessa: l’impatto distruttivo con la Morte, con il Signore della morte deve ancora arrivare: sulla croce e nel suo regno: gli inferi.
Un grido squarcia il silenzio del Golgota; Gesù, il crocifisso muore. Il Vangelo di Marco riporta così quel tragico momento:
<<Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?>> (Mc 15,34).
<< Gesù, dando un forte grido, spirò>> (Mc 15,37).
È una testimonianza scarna, cruda, priva di qualsiasi sentimentalismo. Da questo momento Gesù inizia quella parte della sua missione che lo porta negli “inferi”.
La discesa agli inferi
Vi sono dunque due aspetti della missione di Gesù agli inferi e, anche se complementari e inseparabili tra di loro – sono due aspetti di un’unica azione – tuttavia dovremo considerarli separatamente.
Il primo è relativo l’assunzione del peccato totale che ha come conseguenza la sofferenza più atroce, diventando così “vittima di espiazione” per tutti gli uomini.
Il secondo è la vittoria su satana. Per questo suo umiliarsi, svuotarsi (kenosi) per amore vince il potere di Satana. La forza di Gesù che distrugge il potere di satana non è “violenta”, ma è quella dell’obbedienza, del servizio, dell’amore, del dono totale di sé. La forza di Dio è l’amore!
Vediamo con un po’ più di attenzione questi due aspetti.
Gesù “scende” fino nel più profondo degli inferi. Vi scende come il Servo sofferente di Isaia; l’uomo dei dolori non ha smesso di soffrire con la morte di croce, ma ha solo concluso una parte per lasciare spazio ad un’altra, per certi aspetti ancora peggiore. Qui infatti la sofferenza è immane, eterna.. ed è qui che si devono spezzare le catene della Morte che imprigiona l’umanità. La forza di Gesù sta nell’amore, nel donare la sua vita; un amore unico che lo ha portato a donare la sua stessa vita. Ora così spogliato di sé, obbediente fino alla morte e oltre la morte prende su di sé tutto il male del mondo, il rifiuto, la ribellione, il peccato.
Benedetto XVI nel suo libro “Gesù di Nazaret”, ha un passaggio affascinante quando riprende la teologia proposta dalla lettera agli Ebrei, circa la funzione espiatoria di Gesù.
Infatti nel testo sacro, il corpo di Gesù è paragonato al “hilasteryon” ossia “propiziatorio” che era il coperchio dell’Arca dell’Alleanza, sul quale, una volta all’anno il sommo sacerdote compiva il rito di purificazione dal peccato nel giorno dell’espiazione (Yom Kippur). Su di esso veniva asperso il sangue della vittima sacrificale per propiziarsi Dio e per purificare il popolo dai peccati. Ora – dice la lettera agli Ebrei – abbiamo un nuovo propiziatorio: Gesù. Il suo sangue è offerto per la purificazione dal peccato nel senso che egli lo ha preso su di sé, lo ha assunto. Dio Padre ha donato il suo Figlio che è ciò che di più puro possiamo immaginare perché venendo di mezzo agli uomini e ora scendendo agli inferi, purificasse, espiasse il peccato.
Il dono di Dio fattoci in Gesù è qualcosa di infinitamente puro e per così dire, “purificante” il mondo dal male: basta accostarsi a Lui con fede. In questo senso abbiamo qualcuno che è in grado di vincere il Male.
Scendendo agli inferi vi entra con la purezza assoluta del suo corpo e del suo sangue offerti come sacrificio di espiazione e purificazione. Questo sacrificio vivo e santo, puro e purificante lava l’umanità passata, presente e futura. È il sangue che ci purifica da ogni peccato: <<Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato>> (1Gv 1,7).
Scrive Von Balthasar: L’esplorazione dell’inferno è un evento trinitario. Se il Padre è il creatore dell’umana libertà, allora come ha mandato il Figlio nel mondo per salvarlo e non per giudicarlo, allora deve introdurlo anche nell’inferno (come suprema conseguenza della libertà umana). Questo è necessario se i morti devono ascoltare la voce del Figlio di Dio e, ascoltandola, vivere: “In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno” Gv 5,25).
Questa discesa è l’inabissarsi nel caos, in quanto di più imperfetto, di deforme possa esserci nella creazione. E siccome lo fa su missione del Padre, veramente assistiamo a una “nuova creazione”; infatti come il Logos di Dio fu mandato nel caos primordiale per creare tutte le cose, per farle passare cioè dal caos all’ordine, così Gesù negli inferi ridona ordine alla libertà dell’uomo dandogli la possibilità della salvezza.
(H.U.von Balthasar: Teologia dei tre giorni; Ed Queriniana 1990; pag. 156 -159).
Gesù porta negli inferi la misericordia di Dio.
Il secondo aspetto è quello relativo la vittoria su Satana; entrando nel suo regno ne spezza le catene, abbatte le porte della prigione, “vince il forte”, gli strappa l’armatura e libera i prigionieri.
Gesù è sempre stato consapevole di dover combattere Satana e il suo potere; lo ha fatto fin dall’inizio della sua missione, nel deserto. Nell’attività esorcistica che svolge durante la missione pubblica dice chiaramente di essere più forte di Satana e che il suo regno sta per finire. Emblematico il racconto di Luca:
<<Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio. Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino>> (Lc 11, 20-22).
L’uomo forte e ben armato è il diavolo, ed egli fa la guardia al suo palazzo, ma Gesù è il “più forte” che penetra nella sua casa per strappargli il potere. Ed è quanto avviene negli inferi. Con i Padri della Chiesa siamo legittimati a leggere in questo senso il fatto della “discesa agli inferi”, dove Gesù vince Satana e libera i prigionieri.
Ora “risale” dagli inferi vittorioso, portando con sé gli uomini: “Per questo sta scritto: Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini” (Ef 4,8).
Gli antichi legami sono stati infranti dall’amore e Gesù, richiamato dal Padre, risorge a Vita senza fine.

PARTE FRANCESCANA
Guardate – frati – l’umiltà di Dio
È quasi gioco forza pensare a Francesco come a colui che “discende”, intendendo quel processo di umiltà che lo porterà a sentirsi fratello di tutti, persino della creazione. Mentre contempla il discendere di Dio nel grembo di Maria, Francesco rimane stupito per la sua umiltà; dice infatti: “Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio!”. Egli la vede perpetuarsi ogni giorno nell’Eucarestia, esattamente come la prima volta, quando si fece carne nel grembo della Vergine. Se quella discesa umile nella carne fu grande, allo stesso modo ogni giorno compie questa “discesa” umile nel pane consacrato attraverso le mani del sacerdote:
« Ecco – scrive – ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare » (FF n. 144); e parlando dell’eucaristia esclama: « Guardate, frati, l’umiltà di Dio! » (FF n. 221).
Guardando Gesù comprende ciò che è chiamato a vivere: scendere per incontrare i fratelli, quelli che stanno “in fondo” alla scala sociale, i poveri, gli ultimi, i lebbrosi.
Non si tratta tanto di una scelta di tipo umanitario o sociale, quanto piuttosto di una scelta teologica, di fede che avrà come risvolto la dimensione umana perché è il desiderio di imitare Cristo e di incontrarlo nell’altro che lo porta a cercare gli ultimi e ad essere “come” loro.
È facile recarsi dagli ultimi ed elargire denaro, aiuti e solidarietà.. più difficile è “diventare-come ” gli ultimi; questo è ciò che ha fatto Gesù e questo è ciò che fa anche Francesco. È questa la “rivoluzione” francescana nella società e nella Chiesa del duecento; ogni posizione di comando, tutto ciò che ha sapere di superiorità, intellettuale, umana, sociale viene da Francesco rifiutata come anti evangelica e quindi diabolica. La soluzione ai conflitti, sia interiori che sociali e anche di religione, sta nell’umiltà di “discendere” al piano dell’altro, come quando si reca in Terra Santa con la crociata. Arrivato a Damietta andrà come fratello dal sultano, per parlare di Dio, con rispetto e amore e ricevendone in cambio stima e amicizia.

LA VITA
Ora proviamo a guardare la nostra vita.. cosa facciamo in questo senso? Cosa potremmo fare che ancora non facciamo?
Ciò che spinge Gesù a discendere fino in fondo alla storia dell’umanità è l’amore per l’uomo e il desiderio di salvarlo.
Ciò che spinge Francesco a discendere è l’amore per Gesù che lo porta a scoprire l’amore per il prossimo in modo nuovo e concreto.
Ciò che spinge entrambi è il desiderio di fare la volontà di Dio.
In primo luogo dunque, ciò che potremmo fare è chiedere al Padre di portarci a compiere la sua volontà. Per poterlo fare credo sia importante riconoscere l’urgente bisogno di permettere a Gesù di “scendere” nella parte più profonda del nostro cuore, della nostra vita, là dove il caos ha bisogno di trovare ordine; là dove lo smarrimento e la sfiducia hanno bisogno di una luce e di una forza liberante.
Gesù deve poter arrivare a quella parte di noi che è peccato, lontananza da Dio e buio; deve poter attraversare quello spazio di miseria. Occorre fare grande verità dentro di noi e solo Lui può aiutarci. Solo così potremo fare esperienza di risurrezione. Con lui dobbiamo scendere anche noi, sapendo che sarà doloroso e faticoso; pensate a tutti quei ragazzi che nelle comunità di Madre Elvira escono dalla droga.. pensate a quale lotta per poter arrivare in fondo alla loro drammatica esistenza, ma lo fanno con Gesù e Gesù con loro cammina e ridona una vita nuova, una vita da risorti.
Questo è il Pastore Bello che cammina con noi nella valle oscura per poter giungere poi alla sala del banchetto.
In secondo luogo occorre crescere nella capacità di farsi prossimo (come nella parabola del buon samaritano) a coloro che sono gli ultimi e magari all’interno della cerchia dei familiari o conoscenti. Quante volte facciamo finta di niente e tiriamo dritto di fronte alle disgrazie o ai problemi altrui. Come il Signore ha fatto con noi così anche noi..

Per la settimana
Risorgere con Cristo. Questo l’obiettivo! Leggerò i vangeli là dove narrano della risurrezione; saranno la mia lettura spirituale e la mia preghiera. Sarà il mio incontro con Gesù Risorto.
Preghiera
Signore, sei sceso nell’abisso del mio cuore dove non c’è vita;
sei sceso là dove tu solo puoi;
sei sceso nella sofferenza dell’amore;
ora vorrei chiederti.
Prendi la mia povertà, il mio peccato, la mia vergogna;
solo con te Gesù potrò avere la Vita.
Solo con te potrò essere amore.
impegno
soccorrere gli ultimi: in famiglia; al lavoro; essere la presenza di Gesù; essere misericordia e amore

206. Che cosa significa morire in Cristo Gesù? (è suddiviso in tre parti)

http://spiritoevitaeterna.blogspot.it/2009/03/206-che-cosa-significa-morire-in-cristo_11.html

(Commento ai principali Documenti del Concilio Vaticano II mediante il Catechismo della Chiesa)

lunedì 9 marzo 2009

- 206. Che cosa significa morire in Cristo Gesù? (I parte)

(Comp 206) Significa morire in grazia di Dio, senza peccato mortale. Il credente in Cristo, seguendo il suo esempio, può così trasformare la propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre. «Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui» (2 Tm 2, 11).

“In Sintesi”
(CCC 1019) Gesù, il Figlio di Dio, ha liberamente subìto la morte per noi in una sottomissione totale e libera alla volontà di Dio, suo Padre. Con la sua morte ha vinto la morte, aprendo così a tutti gli uomini la possibilità della salvezza.

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 1005) Per risuscitare con Cristo, bisogna morire con Cristo, bisogna «andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,8). In questo «essere sciolto» (Fil 1,23) che è la morte, l’anima viene separata dal corpo. Essa sarà riunita al suo corpo il giorno della risurrezione dei morti [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 28]. (CCC 1006) «In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo» (Conc. Vat. II, Gaudium et Spes, 18). Per un verso la morte corporale è naturale, ma per la fede essa in realtà è «salario del peccato» (Rm 6,23; Gn 2,17). E per coloro che muoiono nella grazia di Cristo, è una partecipazione alla morte del Signore, per poter partecipare anche alla sua risurrezione [Rm 6,3-9; Fil 3,10-11].

Per la riflessione
(CCC 1007) La morte è il termine della vita terrena. Le nostre vite sono misurate dal tempo, nel corso del quale noi cambiamo, invecchiamo e, come per tutti gli esseri viventi della terra, la morte appare come la fine normale della vita. Questo aspetto della morte comporta un’urgenza per le nostre vite: infatti il far memoria della nostra mortalità serve anche a ricordarci che abbiamo soltanto un tempo limitato per realizzare la nostra esistenza. “Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza […] prima che ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato” (Qo 12,1.7)

- martedì 10 marzo 2009

206. Che cosa significa morire in Cristo Gesù? (II parte) (continuazione)

(Comp 206 ripetizione) Significa morire in grazia di Dio, senza peccato mortale. Il credente in Cristo, seguendo il suo esempio, può così trasformare la propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre. «Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui» (2 Tm 2, 11).

“In Sintesi”
(CCC 1017) “Crediamo […] nella vera risurrezione della carne che abbiamo ora” [Concilio di Lione II: DS 854]. Mentre, tuttavia, si semina nella tomba un corpo corruttibile, risuscita un corpo incorruttibile [1Cor 15,42], un “corpo spirituale” (1Cor 15,44).

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 1008) La morte è conseguenza del peccato. Interprete autentico delle affermazioni della Sacra Scrittura [Gn 2,17; 3,3.19; Sap 1,13; Rm 5,12; 6,23] e della Tradizione, il Magistero della Chiesa insegna che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato dell’uomo (Concilio di Trento, Decretum de peccato originali, can. 1: DS 1511). Sebbene l’uomo possedesse una natura mortale, Dio lo destinava a non morire. La morte fu dunque contraria ai disegni di Dio Creatore ed essa entrò nel mondo come conseguenza del peccato [Sap 2,23-24]. «La morte corporale, dalla quale l’uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato» [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et Spes, 18], è pertanto «l’ultimo nemico» (1 Cor 15,26) dell’uomo a dover essere vinto. (CCC 1009) La morte è trasformata da Cristo. Anche Gesù, il Figlio di Dio, ha subito la morte, propria della condizione umana. Ma, malgrado la sua angoscia di fronte ad essa (Mc 14,33-34; Eb 5, 7-8), egli la assunse in un atto di totale e libera sottomissione alla volontà del Padre suo. L’obbedienza di Gesù ha trasformato la maledizione della morte in benedizione (Rm 5,19-21).

Per la riflessione
(CCC 1010) Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21). “Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui” (2Tm 2,11). Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente “morto con Cristo”, per vivere di una vita nuova; e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo “morire con Cristo” e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore: “Per me è meglio morire per (eis) Gesù Cristo, che essere re fino ai confini della terra. Io cerco colui che morì per noi; io voglio colui che per noi risuscitò. Il parto è imminente. […] Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là, sarò veramente un uomo” [Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Romanos, 6, 1-2].

- mercoledì 11 marzo 2009

206. Che cosa significa morire in Cristo Gesù? (III parte) (continuazione)

(Comp 206 ripetizione) Significa morire in grazia di Dio, senza peccato mortale. Il credente in Cristo, seguendo il suo esempio, può così trasformare la propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre. «Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui» (2 Tm 2, 11).

“In Sintesi”
(CCC 1018) In conseguenza del peccato originale, l’uomo deve subire “la morte corporale, dalla quale sarebbe stato esentato se non avesse peccato” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 18].

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 1011) Nella morte, Dio chiama a sé l’uomo. Per questo il cristiano può provare nei riguardi della morte un desiderio simile a quello di san Paolo: “il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo” (Fil 1,23); e può trasformare la sua propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull’esempio di Cristo [Lc 23,46]: “Ogni mio desiderio terreno è crocifisso; […] un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: “Vieni al Padre!” [Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Romanos, 7, 2]. “Voglio vedere Dio, ma per vederlo bisogna morire” [Santa Teresa di Gesù, Poesia, 7]. “Non muoio, entro nella vita” [Santa Teresa di Gesù Bambino, Lettere (9 giugno 1897)]. (CCC 1012) La visione cristiana della morte [1Ts 4,13-14] è espressa in modo impareggiabile nella liturgia della Chiesa: “Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo” [Prefazio dei defunti, I: Messale Romano].

Per la riflessione
(CCC 1013) La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è “finito l’unico corso della nostra vita terrena”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48] noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. “È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta” (Eb 9,27). Non c’è “reincarnazione” dopo la morte. (CCC 1014) La Chiesa ci incoraggia a prepararci all’ora della nostra morte (“Dalla morte improvvisa, liberaci, Signore”: antiche Litanie dei santi), a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi “nell’ora della nostra morte” (Ave Maria) e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte: “In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; se avrai la coscienza retta, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani?” [De imitatione Christi, 1, 23, 5-8]. “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente pò skappare. Guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali: beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte seconda nol farà male” [San Francesco d'Assisi, Cantico delle creature]. [FINE]

Catechismo della Chiesa Cattolica: Il martirio di Giovanni Battista, testimonianza alla verità

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100731

Sabato della XVII settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 14,1-12
Meditazione del giorno
Catechismo della Chiesa Cattolica – Copyright © Libreria Editrice Vaticana
§ 2471-2474

Il martirio di Giovanni Battista, testimonianza alla verità

        Davanti a Pilato, Cristo proclama di essere « venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità » (Gv 18, 37). Il cristiano non deve vergognarsi « della testimonianza da rendere al Signore » (2 Tm 1, 8). Nelle situazioni in cui si richiede che si testimoni la fede, il cristiano ha il dovere di professarla senza equivoci, come ha fatto san Paolo davanti ai suoi giudici. Il credente deve « conservare una coscienza irreprensibile davanti a Dio e davanti agli uomini » (At 24, 16).

        Il dovere dei cristiani di prendere parte alla vita della Chiesa li spinge ad agire come testimoni del Vangelo e degli obblighi che ne derivano. Tale testimonianza è trasmissione della fede in parole e opere. La testimonianza è un atto di giustizia che comprova o fa conoscere la verità. Tutti i cristiani, dovunque vivono, sono tenuti a manifestare con l’esempio della vita e con la testimonianza della parola l’uomo nuovo, che hanno rivestito col Battesimo, e la forza dello Spirito Santo, dal quale sono stati rinvigoriti con la Confermazione (Vaticano II).

        Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede ; il martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito dalla carità. Rende testimonianza alla verità della fede e della dottrina cristiana. Affronta la morte con un atto di fortezza …

        Con la più grande cura la Chiesa ha raccolto i ricordi di coloro che, per testimoniare la fede, sono giunti sino alla fine. Si tratta degli Atti dei Martiri. Costituiscono gli archivi della Verità scritti a lettere di sangue :… « Ti benedico per avermi giudicato degno di questo giorno e di quest’ora, degno di essere annoverato tra i tuoi martiri… Tu hai mantenuto la tua promessa, o Dio della fedeltà e della verità. Per questa grazia e per tutte le cose, ti lodo, ti benedico, ti rendo gloria per mezzo di Gesù Cristo, sacerdote eterno e onnipotente, Figlio tuo diletto. Per lui, che vive e regna con te e con lo Spirito, sia gloria a te, ora e nei secoli dei secoli. Amen » (San Policarpo).

Catechismo della Chiesa cattolica :« Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la Parola e la comprende » (Mt 13,23)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100721

Mercoledì della XVI settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 13,1-9
Meditazione del giorno
Catechismo della Chiesa cattolica
§ 101-105,108 – Copyright © Libreria Editrice Vaticana

« Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la Parola e la comprende » (Mt 13,23)

        Il Cristo, Parola unica della Sacra Scrittura : Nella condiscendenza della sua bontà, Dio, per rivelarsi agli uomini, parla loro in parole umane. « Le parole di Dio, infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli uomini, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile agli uomini » (Vaticano II, DV 13). Dio, attraverso tutte le parole della Sacra Scrittura, non dice che una sola Parola, il suo unico Verbo, nel quale esprime se stesso interamente. (Eb 1,1-3) « Ricordatevi che uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Sacra Scrittura ed uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tutti gli scrittori santi, il quale essendo in principio Dio presso Dio, non conosce sillabazione perché è fuori del tempo » (Sant’Agostino).

        Per questo motivo, la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture, come venera il Corpo stesso del Signore. Essa non cessa di porgere ai fedeli il Pane di vita preso dalla mensa della Parola di Dio e del Corpo di Cristo (Dv 21). Nella Sacra Scrittura, la Chiesa trova incessantemente il suo nutrimento e il suo vigore; infatti attraverso la divina Scrittura essa non accoglie soltanto una parola umana, ma quello che è realmente: Parola di Dio (1 Tes 2,13). « Nei Libri Sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro » (DV 21).

        Dio è l’autore della Sacra Scrittura. « Le cose divinamente rivelate, che nei libri della Sacra Scrittura sono contenute e presentate, furono consegnate sotto l’ispirazione dello Spirito Santo » (DV 11).

        La fede cristiana tuttavia non è una « religione del Libro ». Il cristianesimo è la religione della « Parola » di Dio: di una Parola cioè che non è « una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente » (San Bernardo). Perché le parole dei Libri Sacri non restino lettera morta, è necessario che Cristo, Parola eterna del Dio vivente, per mezzo dello Spirito Santo ce ne sveli il significato affinché comprendiamo le Scritture (Lc 24,45).

Catechismo della Chiesa cattolica : « Prenda la sua croce ogni giorno e mi segua »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100620

XII Domenica delle ferie delle ferie del Tempo Ordinario – Anno C : Lc 9,18-24
Meditazione del giorno
Catechismo della Chiesa cattolica
§ 306-308

« Prenda la sua croce ogni giorno e mi segua »

        Dio è il Padrone sovrano del suo disegno. Però, per realizzarlo, si serve anche della cooperazione delle creature. Questo non è un segno di debolezza, bensì della grandezza e della bontà di Dio onnipotente. Infatti Dio alle sue creature non dona soltanto l’esistenza, ma anche la dignità di agire esse stesse, … e di collaborare in tal modo al compimento del suo disegno.

        Dio dà agli uomini anche il potere di partecipare liberamente alla sua provvidenza, affidando loro la responsabilità di « soggiogare  la terra e di dominarla » (Gen 1, 26-38). In tal modo Dio fa dono agli uomini di essere cause intelligenti e libere per completare l’opera della creazione, perfezionandone l’armonia, per il loro bene e per il bene del loro prossimo. Cooperatori spesso inconsapevoli della volontà divina, gli uomini possono entrare deliberatamente nel piano divino con le loro azioni, le loro preghiere, ma anche con le loro sofferenze. Allora diventano in pienezza « collaboratori di Dio » (1 Cor 3, 9 ; 1 Tes 3, 2) e del suo Regno.

        Dio agisce in tutto l’agire delle sue creature : è una verità inseparabile dalla fede in Dio Creatore. Egli è la causa prima che opera nelle cause seconde e per mezzo di esse : « È Dio infatti che suscita » in noi « il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni » (Fil 2, 13).

Catechismo della Chiesa cattolica : « Per la vostra vita non affannatevi »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

Sabato della XI settimana delle ferie delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 6,24-34
Meditazione del giorno
Catechismo della Chiesa cattolica
§ 302-305

« Per la vostra vita non affannatevi »

        La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. È creata « in stato di via » verso una perfezione ultima alla quale Dio l’ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta. Chiamiamo divina provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione…

        La testimonianza della Scrittura è unanime : la sollecitudine della divina Provvidenza è concreta e immediata ; essa si prende cura di tutto, dalle più piccole cose fino ai grandi eventi del mondo e della storia. Con forza, i Libri Sacri affermano la sovranità assoluta di Dio sul corso degli avvenimenti : « Il nostro Dio è nei cieli, egli opera tutto ciò che vuole » (Sal 115, 3) ; e di Cristo si dice: « Quando egli apre, nessuno chiude, e quando chiude, nessuno apre » (Ap 3, 7) ;  « Molte sono le idee nella mente dell’uomo, ma solo il disegno del Signore resta saldo » (Pr 19, 21)…

        Gesù chiede un abbandono filiale alla provvidenza del Padre celeste, il quale si prende cura dei più elementari bisogni dei suoi figli : « Non affannatevi dunque dicendo: « Che cosa mangeremo ? Che cosa berremo ? » … Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta ».

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