Archive pour la catégorie 'LETTURE E STUDI: VANGELI APOCRIFI'

2.3. L ‘ambiente giudeocristiano dell’apocrifo «Transitus Mariae»

dal sito:

http://www.nostreradici.it/giudeocristiani.htm

CRISTIANI DI ORIGINE GIUDAICA, UN’ESPERIENZA SEPOLTA?

2.3. L ‘ambiente giudeocristiano dell’apocrifo «Transitus Mariae»

   L’accenno a Maria nell’apocrifo di Giovanni apre una nuova problematica particolarmente interessante, quella del ruolo della Madre di Cristo nella letteratura attribuibile all’ambiente giudeocristiano. Il racconto degli ultimi giorni della vita di Maria, della sua dormizione morte e dell’assunzione al cielo, ha trovato un’accoglienza tutta particolare nella letteratura cristiana di edificazione. Oggi conosciamo ben 67 apocrifi che hanno a tema il racconto, chiamato Transitus Mariae. Essi hanno avuto uno straordinario successo di diffusione in varie recensioni nelle chiese di Oriente e di Occidente. Gli studi sull’apocrifo della Dormizione hanno raggiunto una nuova svolta con la monografia di F. Manns dedicata allo studio storico-letterario del manoscritto greco della Biblioteca Vaticana.17 L’ autore adduce prove convincenti, a livello sia linguistico che contenutistico, per la sua datazione tra il II e IV sec., sicuramente prima del concilio di Nicea. L’ ambiente di origine dell’apocrifo è da cercare in Palestina, nelle comunità vicine all’insegnamento dell’apostolo Giovanni, di cultura e mentalità giudaica.18 Ma Manns distingue tra la data d’origine del racconto e la tradizione che ne ha veicolato il contenuto a livello orale: questa risalirebbe certamente a un periodo più remoto. L’ apocrifo fa uso dei simboli legati alla festa delle Capanne (succot) e presenta Maria come una donna che osserva le prescrizioni della Legge: ad es. fa il bagno rituale in una miqueh (ambiente per i bagni rituali prescritti per le varie circostanze) nella vigilia della festa. Il linguaggio teologico dell’apocrifo, che è quello della comunità giovannea, risulta molto vicino alla Bibbia e all’ermeneutica dei midrashim. Il racconto dell’assunzione di Maria al cielo segue da vicino lo schema assunzionista comune agli apocrifi dell’ AT come la Vita di Adamo e di Eva, il Testamento di Abramo e il Testamento di Giobbe. Tutto questo farebbe pensare all’apocrifo della Dormizione di Maria come a un Testamento ispirato a Gv 19,27. L’ambiente delle «comunità giovannee in Palestina», conclude Manns, «ha conservato un vivo interesse per la sorte finale di Maria, fino a metterne per iscritto il racconto, approfondendo le Scritture alla maniera dei midrashim e ricorrendo a motivi apocalittici propri della letteratura giudaica».19
    Queste conclusioni sono importanti in quanto rimettono in questione la tradizionale definizione degli apocrifi, e in quanto aprono il discorso sulla tradizione cristiana orale coltivata negli ambienti giudaici. Infatti, è proprio sulla base del racconto della Dormizione che si dovrebbe ridefinire la categoria « apocrifo ». Il termine non va cioè inteso come il contrario di « canonico », bensì come un’espressione letteraria diversa da quella « canonica », spesso complementare a quella e appartenente agli ambienti cristiani ortodossi. Questi scritti, intaccati ben presto da errori dottrinali, sono stati poi esclusi, in tempi successivi, dalla letteratura religiosa della Grande Chiesa.
    Per quanto riguarda l’apocrifo in questione, esso sarebbe da attribuire a cristiani provenienti dalla sinagoga, ed esprimerebbe, con il ricorso a categorie e generi letterari giudaici, un’ antica tradizione delle comunità cristiane di Gerusalemme, che avevano una venerazione particolare per Maria, celebravano la sua Dormizione e conservavano il ricordo della sua tomba.
    Si può allora affermare che l’apocrifo ci trasmette dei ricordi autentici sulla fine della vita di Maria a Gerusalemme? È difficile poterlo dimostrare in un racconto midrashico, dove possono sì esistere dati storici autentici, ma essi essendo subordinati, in questo tipo di narrazione, alla finalità didattica, non si lasciano punto individuare con certezza. Resta però il fatto che alcuni dati, estrapolati dall’involucro narrativo-Ieggendario, hanno trovato curiosamente conferma, anche se non in senso assoluto, nelle ricerche archeologiche. Così H. Hagatti, studiando la disposizione e la struttura della tomba di Maria a Gerusalemme, vi ha trovato gli elementi raccontati nell’apocrifo?O Da parte sua, l’archeologo benedettino H. Pixner, scavando sotto la chiesa della Dormizione, che conserva il ricordo della casa dove abitava Maria, ha trovato sotto il tempio i resti di una povera casa giudaica del I sec., con una piccola vasca da bagno per le abluzioni rituali. Identificando questi resti con la casa di Maria, egli vi vede la conferma dell’apocrifo che parla del bagno rituale che Maria aveva fatto nella sua casa alla vigilia della festa delle Capanne 21
    Ovviamente, le interpretazioni dei dati accostati in questo modo sono rischiose, in quanto non oggettivamente controllabili, ma esse pongono la domanda circa il valore storico della tradizione orale conservata nelle comunità cristiane giudaiche e sottostante al materiale apocrifo.
    H. Pixner difende in varie pubblicazioni la tesi dell’esistenza di un’haggadah, cioè di un’interpretazione giudaica delle Scritture, di carattere cristiano, che provava, sulla base scritturistica, il compimento delle promesse veterotestamentarie nella persona di Gesù, il Messia. Questa haggadah avrebbe avuto all’origine i fatti della vita di Gesù conservati da Maria stessa e dai suoi parenti, e sarebbe stata tramandata nell’ambiente del gruppo familiare di Gesù, abitante a Gerusalemme.22 Alcuni elementi dell’ haggadah della famiglia del Salvatore avrebbero trovato posto nei vangeli canonici di Matteo e di Luca; altri invece finirono nei vari racconti apocrifi. A conferma di questo vi sarebbe il fatto che il Transitus Mariae, pur escluso dal canone, è stato tenuto nella Chiesa sempre in grande considerazione sia per lo sviluppo dei dogmi, che per la liturgia e per l’iconografia.

Il mistero del Natale e lo stupore della levatrice incredula. Il riflesso dei Vangeli apocrifi

dal sito:

http://www.custodia.org/%E2%9C%8E-Il-mistero-del-Natale-e-lo.html

Il mistero del Natale e lo stupore della levatrice incredula. Il riflesso dei Vangeli apocrifi

Messo on line il lunedì 22/12/2008

La complessa affabulazione letteraria prodotta dagli scritti apocrifi entra nel repertorio iconografico cristiano sin dalla fine del secolo iv e trova la manifestazione più distesa e sorprendente nell’arco trionfale della basilica romana di Santa Maria Maggiore sull’Esquilino, ove rimane pressoché intatto il programma decorativo concepito da Sisto iii (432-440) all’indomani del concilio efesino, che, come è noto, definisce e proclama Maria come Theotòkos. Ma altri monumenti iconografici meno noti, eppure estremamente eloquenti, rievocano gli episodi evangelici, secondo le correzioni apocrife, che amplificano e costellano di aneddoti gli episodi relativi alla nascita di Cristo, muovendosi dal momento dell’Annunciazione alla fuga in Egitto. Uno di questi documenti si conserva nel cimitero romano di San Valentino … Di esso disponiamo di un’accurata descrizione, corredata da pregevoli disegni, redatta da Antonio Bosio, che nel 1584 scoprì le catacombe. Seguendo le sue indicazioni, possiamo ricostruire l’intero programma decorativo. Nella parete di ingresso e in quella destra e sinistra si sviluppa una teoria di santi orientali e occidentali, tra i quali si riconobbe san Lorenzo. La parete di fondo, procedendo da sinistra verso destra, presentava una scena di visitazione, una nicchia ove è raffigurata la Madonna con il Bambino, definita dalla didascalia s (an)c (t)a Dei Genetrix, due scene oggi scomparse su cui ci soffermeremo, purtroppo distrutte durante la trasformazione della catacomba in cantina, e una scena di Deèsis, con il Crocifisso tra Maria e san Giovanni. Proprio sopra la nicchia, si trovava una delle due scene scomparse: una donna era raffigurata nell’atto di tendere la mano verso un bambino fasciato e posto su una culla. Se di questa scena – dopo i recenti restauri – restano esigue tracce pittoriche, per l’altra rappresentazione dobbiamo avvalerci esclusivamente della testimonianza del Bosio, che disegna, a destra della nicchia, due donne che lavano un bambino nudo e nimbato situato in un recipiente; a sinistra si leggeva la didascalia « Salome », della quale resta ancora oggi qualche lettera. Le due scene traggono ispirazione da quel gruppo di vangeli apocrifi, generalmente definiti della Natività e dell’infanzia e il nucleo fondamentale e più antico va ricercato in un luogo del cosiddetto Protovangelo di Giacomo, altrimenti conosciuto con il titolo Natività di Maria. Di questo scritto ci interessano i capitoli 19 e 20, ove si narra l’incontro di Giuseppe con una levatrice ebrea che non credeva al parto verginale della Madonna. Constatata la veridicità delle affermazioni di Giuseppe, ella uscì dalla grotta e, vedendo passare un’altra ostetrica, la chiamò, dicendo: « Salome, Salome, ti devo raccontare un grande prodigio: una vergine ha partorito contro le leggi della natura » …

La Pasqua secondo gli apocrifi (Gianfranco Ravasi)

dal sito:

http://www.tanogabo.it/religione/Pasqua_apocrifi_Ravasi.htm

La Pasqua secondo gli apocrifi 

(L’Osservatore Romano – 24 aprile 2009)

di Gianfranco Ravasi

Il canto del gallo arrostito e la conversione di Ponzio Pilato

L’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede ha ospitato giovedì 23 la presentazione della mostra « Apocrifi. Memorie e leggende oltre i vangeli » che sarà aperta dal 24 aprile al 4 ottobre 2009 nella Casa delle Esposizioni di Illegio (Tolmezzo). Pubblichiamo l’intervento dell’arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.
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È paradossale, ma non è impresa difficile quella di ordinare una mostra che abbia come filo conduttore i vangeli apocrifi, come appunto è testimoniato dalla grandiosa esposizione che si apre il 24 aprile a Illegio in Friuli, cittadina divenuta nota per i suoi straordinari eventi artistici. Questa letteratura ebbe, infatti, uno straordinario successo proprio nell’arte e nella tradizione popolare. Noi ora vorremmo solo aprire uno squarcio in questo orizzonte: sotto il termine di « apocrifi » – letteralmente, dal greco, i libri « nascosti » – si stende, infatti, un’immensa produzione letteraria e religiosa, anche di bassa qualità, che corre parallela ma autonoma rispetto all’Antico e al Nuovo Testamento i quali contengono invece i libri « canonici », ossia quelli riconosciuti dall’ebraismo e dal cristianesimo come testi sacri, ispirati da Dio. Questi documenti si distribuiscono anche nell’ultima fase dell’ebraismo anticotestamentario e costituiscono un capitolo della stessa letteratura religiosa giudaica.
Gli apocrifi giudaici sono almeno 65 testi diversi, composti a partire dal III secolo prima dell’era cristiana fino al II secolo, riconducibili ad ambiti e generi diversi. Importanti, ad esempio, sono certi scritti apocalittici come i tre diversi libri di Enoch che offrono una testimonianza variegata ma decisiva di molte concezioni del giudaismo. Significativi sono anche i « testamenti » messi in bocca a vari personaggi biblici come i vari patriarchi, oppure Giobbe, Mosè o Salomone. C’è, poi, una serie di opere di taglio filosofico o sapienziale, come l’antico racconto di Achikar, di origine babilonese, adottato e trasformato dal mondo giudaico e divenuto molto popolare. Non mancano, inoltre, preghiere, odi, salmi, alcuni venuti alla luce a Qumran, sulla costa del mar Morto, in una delle più celebri scoperte del secolo scorso. Sono da registrare anche aggiunte o approfondimenti liberi di testi biblici come la Vita di Adamo ed Eva o la storia d’amore tra Giuseppe e Asenet.

La mostra di Illegio, però, mette in scena rappresentazioni artistiche legate agli apocrifi cristiani che puntano a ricreare, spesso molto liberamente, la vita di Gesù dando origine a nuovi Vangeli – non mancano però « Apocalissi » o « Atti » di vari apostoli e « Lettere » sul modello di quelle paoline. Si tratta di una massa rilevante di scritti cristiani, nati soprattutto dalla pietà popolare ma anche da ambiti colti – pensiamo agli scritti gnostici egiziani. Essi furono ben presto contestati, nonostante rivendicassero il desiderio di allinearsi e di completare i libri canonici. Questa esclusione, per altro spesso motivata a causa della loro qualità teologica discutibile e della loro fantasiosa creatività storica, non ne impedì l’ingresso nella devozione popolare, nella stessa storia della teologia, nella liturgia e soprattutto nella tradizione artistica dei secoli successivi. Il primo a raccogliere questa pirotecnica serie di racconti sulla nascita di Gesù, sui suoi detti e miracoli, sulla sua morte e risurrezione, sugli atti dei suoi apostoli, sulla « dormizione » o morte di sua madre, sulle « apocalissi » o rivelazioni del futuro fu nel 1564 a Basilea Michael Neander Soraviensis e da allora le raccolte si sono moltiplicate fino alle moderne edizioni critiche.
Entriamo, dunque, anche noi come viandanti stupiti in questa selva di pagine, di immagini, di colpi di scena, di simboli, di fantasie. Qui appaiono, ad esempio, le « divine malefatte » di un Gesù ragazzo che fa morire e risorgere o mutare in capretti i compagni di giuoco, che paralizza il maestro che sta per picchiarlo a causa della sua sapienza troppo saccente, ma che sa guarire dai morsi di vipera e estrae prodigiosamente bimbi caduti in forni o pozzi, che aggiusta senza fatica manuale un letto sghembo uscito dalla falegnameria di Giuseppe. Tra le decine di percorsi che si aprono davanti a noi in tale foresta letteraria ne scegliamo uno che ci conduca all’evento della Pasqua di Cristo, il periodo liturgico che ci sta accompagnando. Un’enorme massa di racconti segue, infatti, le ore della settimana che verrà poi chiamata « santa ». Inseguiremo solo alcuni attori di quei giorni oscuri e gloriosi, prescindendo quindi dai vari soggetti esposti nella mostra friulana.

Il primo a venirci incontro è Giuda Iscariota, il traditore, un personaggio che ha continuato a generare « apocrifi » fino ai nostri giorni con vari romanzi e opere di autori diversi moderni. Per gli apocrifi antichi la storia del traditore di Gesù ha radici remote e molto fantasiose.
Figlio del sacerdote Caifa, fin da piccolo Giuda – secondo il Vangelo arabo dell’infanzia del Salvatore, un apocrifo carissimo ai cristiani d’Oriente e persino ai musulmani – dava segni di possessione diabolica. Sua moglie, stando invece a un testo copto egiziano, aveva accolto presso di sé per allattarlo il figlio neonato di Giuseppe d’Arimatea, colui che avrebbe offerto la tomba di famiglia per deporvi il cadavere di Gesù. Ebbene, quando Giuda tornò a casa stringendo in mano i trenta denari del tradimento, quel neonato non volle più succhiare il latte. Venne, allora, convocato suo padre Giuseppe: appena il piccolo lo vide, prodigiosamente si mise a gridare: « Vieni, padre mio, portami via dalle mani di questa donna che è una bestia selvatica. Ieri, nell’ora nona, hanno preso il prezzo del sangue del Giusto ».

Infatti sempre secondo i testi apocrifi, era stata la moglie a spingere Giuda al tradimento per venalità: costringeva già da tempo il marito a rubare alla cassa comune dei discepoli che, come si legge nel Vangelo canonico di Giovanni (12, 6), era appunto gestita da Giuda.
Ma la scena più clamorosa è narrata dalle Memorie – o Vangelo – di Nicodemo, un famoso apocrifo greco, giunto a noi anche in versione copta e latina, forse dell’inizio del II secolo.
Giuda, dopo aver tradito Gesù, si ritira a casa sua, cupo e deciso al suicidio. Sua moglie cerca di convincerlo a non impiccarsi, « razionalmente » certa che Cristo non potrà mai risorgere. La donna sta arrostendo un gallo per il pranzo e scommette con il marito: « Nello stesso modo in cui questo gallo arrostito può cantare, così Gesù potrà risorgere. Ma, proprio mentre stava parlando, quel gallo allargò le ali e cantò tre volte. Giuda, allora, del tutto convinto, con la corda fece un capestro e andò a impiccarsi ».
È evidente la ripresa in forma surreale ed esasperata del tema evangelico del gallo che canta al momento del tradimento di Pietro. Altri apocrifi dipingeranno la morte di Giuda, invece, come un’esplosione dopo che il suo corpo si era gonfiato a dismisura – c’è un libero riferimento agli Atti degli Apostoli (1, 18) – e rappresenteranno la sua anima mentre vaga disperata nell’Amenti, cioè negli inferi.

Non poteva mancare una fioritura apocrifa anche attorno a un altro attore del racconto evangelico delle ultime ore terrene di Gesù: il procuratore romano Ponzio Pilato. Lo scrittore e martire cristiano Giustino nel 155 circa chiamava « Atti di Pilato » quelle Memorie di Nicodemo a cui abbiamo appena accennato. Esse, infatti, contengono una vivace sceneggiatura del processo romano di Cristo, nei confronti del quale vengono avanzati come capi di imputazione la nascita impura da fornicazione e la violazione della legge, soprattutto quella del riposo sabbatico.

Ma lasciamo la parola all’antico narratore che già esalta la grandezza sovrumana di Cristo. « Pilato chiamò un messo e gli ordinò: Mi sia condotto qui Gesù, ma con gentilezza! Il messo uscì e, quando riconobbe Gesù, lo adorò, stese a terra il sudario che aveva in mano e gli disse: Signore, cammina qui sopra e vieni perché il governatore ti chiama(…) Quando Gesù entrò da Pilato, le immagini che i vessilliferi reggevano sulle insegne si inchinarono da sole e adorarono Gesù ». Sfilano poi davanti a Pilato i testimoni a discarico: ciechi, paralitici, un gobbo, l’emorroissa, tutti guariti da Gesù, e Nicodemo, membro del Sinedrio giudaico.
Qui entra in scena la moglie stessa del procuratore della quale i vari apocrifi offrono anche il nome, Claudia Procula (o Procla): « Sapete che mia moglie » – dice Pilato agli accusatori di Gesù – « simpatizza con voi riguardo al giudaismo. Gli Ebrei risposero: Sì, lo sappiamo! Pilato: Ecco, mia moglie mi ha mandato a dire: Non ci sia nulla tra te e quest’uomo giusto! Questa notte, infatti, ho sofferto molto a causa sua. Gli Ebrei, allora, replicarono a Pilato: Non ti abbiamo forse detto che è un mago? È lui che ha inviato a tua moglie i fantasmi dei sogni ». È evidente anche in tal caso come la base narrativa del vangelo canonico di Matteo (27, 19) venga ampliata con aggiunte di colore. A questo punto Pilato – stando al Vangelo di Pietro che è stato definito « il più antico racconto non canonico della Passione di Cristo » (scritto attorno al 100 e ritrovato solo nel 1887 in Alto Egitto nella tomba di un monaco) – « si alzò; nessuno degli Ebrei si lavò le mani, né Erode né alcuno dei suoi giudici ». Solo Pilato, dunque, si lava le mani dichiarando simbolicamente la sua innocenza. Poi, sempre secondo le Memorie di Nicodemo, « ordinò che fosse tirato il velo davanti alla sedia curule e disse a Gesù: Il tuo popolo ti accusa di assumere il titolo di re. Perciò ho decretato che, in ossequio alla legge dei pii imperatori, tu sia prima flagellato e poi appeso alla croce nel giardino dove sei stato catturato. Disma e Gesta, entrambi malfattori, saranno crocifissi con te » – appaiono così anche i nomi improbabili dei due compagni di crocifissione di Gesù, anonimi secondo Luca 23, 39-43.

È, però, soprattutto sulla vita successiva di Pilato che si scatenerà la fantasia apocrifa, compresa quella moderna (pensiamo al Procuratore di Giudea di Anatole France, a Il punto di vista di Ponzio Pilato di Paul Claudel, alla Moglie di Pilato di Gertrud von Le Fort, al Ponzio Pilato di Roger Caillois, al Pilato di Friedrich Dürrenmatt, al Maestro e Margherita di Michail A. Bulgakov e così via). Ci è giunta dall’antichità cristiana una relazione apocrifa inviata da Pilato agli imperatori Tiberio e Claudio con i riscontri dei destinatari, una lettera di Pilato a Erode e una Paradosi di Pilato, cioè un’ipotetica « tradizione » storica delle sue vicende. C’erano persino apocrifi pagani su di lui, tant’è vero che lo storico cristiano Eusebio di Cesarea lamentava che l’imperatore Massimino Daia nel 311 avesse fatto distribuire nelle scuole delle false Memorie di Pilato « piene di empietà contro Cristo » e avesse ordinato che i ragazzi le imparassero a memoria per istigarli all’odio contro il cristianesimo. Ma gli apocrifi cristiani si accaniranno in particolare sulla morte di Pilato con esiti antitetici.
Da un lato, la citata Paradosi descrive una fine tragica durante una partita di caccia con l’imperatore. « Un giorno Tiberio, andando a caccia, stava inseguendo una gazzella; ma, quando questa giunse davanti alla porta di una caverna, si fermò. Pilato si spinse a vedere. Tiberio lanciò nel frattempo una freccia per colpire l’animale, ma essa attraversò l’ingresso della caverna e uccise Pilato ». Più impressionante è la fine narrata da un altro testo e divenuta popolare nel Medioevo: Pilato morì suicida a Roma con un colpo del suo prezioso pugnale. Gettato con un peso nel Tevere, il cadavere dovette essere ripescato perché attirava gli spiriti maligni rendendo pericolosa la navigazione sul fiume. Traslato a Vienne in Francia e immerso nel Rodano, dovette essere recuperato per la stessa ragione e sepolto a Losanna. Ma anche qui, a causa del suo corpo infestato di demoni, lo si dovette riesumare e scaraventare in un pozzo naturale, in alta montagna.
D’altro lato, la tradizione apocrifa cristiana esalta invece la conversione di Pilato che muore come martire, decapitato per ordine di Tiberio, e viene accolto in cielo da Cristo. Non per nulla la Chiesa etiopica venera come santo nel suo calendario liturgico il procuratore romano. La stessa sorte toccherà ovviamente a sua moglie Claudia Procula. Ecco, infatti, un’altra versione della fine di Pilato secondo la Paradosi che abbiamo sopra citato. « Il comandante Labio, incaricato dell’esecuzione capitale, troncò la testa di Pilato e un angelo del Signore la raccolse. Sua moglie Procula, vedendo l’angelo giunto a prendere la testa del marito, ebbe un trasporto di gioia ed emise l’ultimo respiro. Fu, così, sepolta con suo marito Pilato per volere e benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo ». La conversione del procuratore era avvenuta in coincidenza della risurrezione di Cristo, secondo il Vangelo di Gamaliele, opera copta del v secolo. Infatti, « entrato nella tomba di Cristo, Pilato prese le bende mortuarie, le abbracciò e per la gran gioia scoppiò in lacrime. Si volse poi a un suo capitano che aveva perso un occhio in guerra e rifletté: Sono sicuro che queste bende restituiranno la luce al suo occhio. Avvicinò a lui le bende mortuarie e gli disse: Non senti, fratello, il profumo di queste bende? Non è un odore di cadavere ma di porpora regale impregnata di soavi aromi(…) Il capitano prese quelle bende e si mise a baciarle dicendo: Sono certo che il corpo che voi avete avvolto è risorto dai morti! Nell’istante in cui il suo volto le toccò, il suo occhio guarì e vide la gioiosa luce del sole come prima. Fu come se Gesù avesse posto su di lui la mano, proprio come era accaduto al cieco nato ».

Un capitolo particolare in molti Vangeli apocrifi è riservato ai testimoni della risurrezione che si moltiplicano rispetto ai Vangeli canonici e che diventano spettatori di epifanie clamorose. Ecco come lo stesso Pilato narra la sua esperienza secondo il citato Vangelo di Gamaliele: « Vidi Gesù al mio fianco! Il suo splendore superava quello del sole e tutta la città ne era illuminata, ad eccezione della sinagoga degli Ebrei. Egli mi disse: Pilato, piangi forse perché hai fatto flagellare Gesù? Non aver paura! Sono io il Gesù che morì sull’albero della croce e sono io il Gesù che è risorto dai morti. Questa luce che tu vedi è la gloria della mia risurrezione che irradia di gioia il mondo intero! Corri, dunque, alla mia tomba: troverai le bende mortuarie che sono rimaste là e gli angeli che le custodiscono; gettati davanti ad esse e baciale, diventa assertore della mia risurrezione e vedrai nella mia tomba grandi miracoli: i paralitici camminare, i ciechi vedere e i morti risorgere. Sii forte, Pilato, per essere illuminato dallo splendore della mia risurrezione che gli Ebrei negheranno ». E di fatti Pilato giunto al sepolcro di Cristo – come si è già visto – passerà di sorpresa in sorpresa, incontrando anche il ladrone risorto.

C’è, dunque, un « altro » Cristo risorto che viene incontro negli scritti apocrifi a una folla di persone, rispetto alla ben più sobria e rigorosa narrazione dei Vangeli canonici. Un’apparizione è riservata, ad esempio, anche all’apostolo Bartolomeo nell’omonimo vangelo apocrifo: in quell’occasione Gesù svela tutti i segreti dell’Ade, ove aveva trascorso il periodo tra la sua morte e l’alba di Pasqua. In un altro testo è Giuseppe d’Arimatea a incontrare il Signore risorto. Arrestato dai giudei per aver offerto a Gesù il sepolcro, egli vede avanzare Gesù con il ladrone pentito nella tenebra della sua cella: « Nella camera risplendette una luce accecante, l’edificio fu sospeso ai quattro angoli verso l’alto, si aprì un passaggio e io uscii. Ci mettemmo in viaggio per la Galilea, mentre attorno a Gesù brillava una luce insopportabile a occhio umano e dal ladrone emanava un gradito profumo che era quello del paradiso ». Anche Pietro, al di là delle apparizioni pasquali « canoniche », ha un incontro straordinario registrato dagli Atti di Pietro, un apocrifo composto tra il 180 e il 190, sulla via di Roma, e divenuto la sostanza del Quo Vadis?, il famoso romanzo che il polacco Henryk Sienkiewicz compose tra il 1894 e il 1896.

Particolarmente vivace è poi la tradizione apocrifa riguardante la madre di Gesù, Maria. I Vangeli canonici tacciono sull’incontro del Risorto con lei. Infatti, dopo la scena del Calvario (Giovanni, 19, 25-27) si passa a quella degli Atti degli Apostoli secondo la quale i discepoli di Gesù « sono assidui e concordi nella preghiera » con Maria « al piano superiore della casa [di Gerusalemme] ove abitavano » (1, 13-14) e non si aggiunge nulla sull’incontro tra la Madre e il Risorto. A questo vuoto suppliscono abbondantemente gli apocrifi. Riprendiamo tra le mani il Vangelo di Gamaliele. Maria, prostrata dal dolore, rimane in casa, ed è Giovanni che le riferisce le notizie sulla sepoltura del Figlio. Essa, tuttavia, non si rassegna a restar lontana dalla tomba di Gesù e, tra le lacrime, dice a Giovanni: « Anche se la tomba di mio Figlio fosse gloriosa come l’arca di Noè, io non ne avrei nessun conforto se non la potessi vedere per versarvi le mie lacrime. Giovanni le rispose: Come possiamo andarci? Davanti alla tomba sono di guardia quattro soldati dell’esercito del governatore! (…) La Vergine, però, non si lasciò trattenere e la domenica, di buon mattino, si recò al sepolcro. Giunta di corsa, si guardò intorno e fissò lo sguardo sulla pietra: era stata rotolata via dal sepolcro! Allora esclamò: Questo miracolo è avvenuto a favore di mio Figlio! Si sporse in avanti, ma non vide nel sepolcro il corpo del Figlio. Quando il sole spuntò, mentre il cuore di Maria era malinconico e triste, si sentì penetrare nella tomba dall’esterno un profumo aromatico: sembrava quello dell’albero della vita! La Vergine si voltò e in piedi, presso un cespuglio di incenso, vide Dio vestito con uno splendido abito di porpora celeste ».
Maria, tuttavia, non riconosce in questa figura gloriosa suo Figlio. Allora inizia un dialogo simile a quello che il vangelo di Giovanni (20, 11-18) intesse tra Maria Maddalena e il Cristo risorto e alla fine si ha lo scioglimento dell’enigma: « Non smarrirti, Maria, osserva bene il mio volto e convinciti che io sono tuo Figlio ». E Maria replicherà augurandogli una « felice risurrezione », inginocchiandosi a adorarlo e a baciargli i piedi. Un’altra testimonianza, ancor più fastosa, dell’apparizione del Risorto a sua madre è conservata in un frammento copto del v-vii secolo, traduzione di un testo più arcaico. « Il Salvatore apparve sul grande carro del Padre di tutto il mondo e, nella lingua della sua divinità, esclamò: Maricha, marima, Tiath – che significa: Mariam, madre del Figlio di Dio! Mariam ne capiva il senso; perciò si volse e rispose: Rabbuní, Kathiath, Thamioth – che significa: Figlio di Dio! Il Salvatore le disse: Salve a te, che hai portato la vita a tutto il mondo! Salve, madre mia, mia santa arca, mia città, mia dimora, mio abito di gloria del quale mi sono vestito venendo al mondo! Salve, mia brocca piena di acqua santa! Tutto il paradiso gioisce per merito tuo. Ti assicuro, Maria, mia madre: colui che ti ama, ama la vita. Poi il Salvatore aggiunse: Va’ dai miei fratelli e di’ loro che sono risorto dai morti e che andrò al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro(…) Maria disse a suo Figlio: Gesù, mio Signore e mio unico Figlio, prima di andare nei cieli dal tuo Padre, benedicimi perché io sono tua madre, anche se non vuoi che io ti tocchi! ».

« E Gesù, vita di tutti noi, le rispose: Tu sarai assisa con me nel mio regno. Allora, il Figlio di Dio s’innalzò sul suo carro di cherubini, mentre miriadi di angeli cantavano: Alleluia! Il Salvatore stese la mano destra e benedisse la Vergine ». Ormai con questo testo ci ritroviamo in un’altra regione, quella della devozione mariana, cara soprattutto alle Chiese d’Oriente. L’accento scivola sulla mariologia, lasciando sullo sfondo il riferimento cristologico. La ricca esemplificazione che abbiamo offerto – sebbene si riferisca a una sola fase della storia di Gesù Cristo – non rende ragione del tutto riguardo alla molteplicità tematica e ai riflessi della varie situazioni ecclesiali che sono rivelati dalle pagine apocrife. Essa, però, riesce a mostrare in modo inequivocabile la qualità radicalmente differente, sia per attendibilità storica sia per rigore teologico, degli scritti canonici neotestamentari, esempio della loro essenzialità tematica e sobrietà narrativa. Significativa, per contrasto, è l’elaborazione della « gnosi » – secondo la quale la salvezza è offerta solo dalla conoscenza – diffusa soprattutto in Egitto. Essa introdurrà, ad esempio, nel Vangelo di Tommaso una collezione di frasi o detti di Gesù evangelici ed extra-evangelici, alcuni di grande interesse storico, ma anche aprirà la stura a discutibili speculazioni teologiche, spesso molto elaborate e sofisticate e fin stravaganti. In positivo potremmo dire che, però, domina un forte senso della grandezza dell’evento cristologico e una viva coscienza dell’identità cristiana. In un apocrifo egiziano gnostico, noto come il Vangelo di Filippo, si legge: « Se dici: Sono ebreo! nessuno si commuove. Se dici: Sono romano! nessuno trema. Se dici: Greco, barbaro, schiavo, libero! Nessuno si agita. Ma se dico: Sono cristiano! Il mondo trema ».

NATIVITÀ DI MARIA (Così come viene narrata nei Vangeli “apocrifi”)

dal sito:

http://www.ora-et-labora.net/annagioacchino.html

NATIVITÀ DI MARIA

santa genitrice di Dio e gloriosissima madre di Gesù Cristo.

Così come viene narrata nei Vangeli “apocrifi”:
Protovangelo di Giacomo
Con integrazioni dal cosiddetto Evangelo dello Pseudo-Matteo

[1, 1] Secondo le storie delle dodici tribù di Israele c’era un certo Gioacchino, uomo estremamente ricco. Le sue offerte le faceva doppie, dicendo: « Quanto per me è superfluo, sarà per tutto il popolo, e quanto è dovuto per la remissione dei miei peccati, sarà per il Signore, quale espiazione in mio favore ».

[2] Mentre egli così agiva, il Signore gli moltiplicava i greggi, sicché nel popolo d’Israele non c’ era uomo come lui. Aveva iniziato a comportarsi così dall’età di quindici anni. A vent’anni, prese in moglie Anna, figlia di Achar della sua tribù, cioè della tribù di Giuda, della stirpe di Davide. Ma pur avendo convissuto con lei per vent’anni, da lei non ebbe figli, né figlie.

[2] Giunse il gran giorno del Signore e i figli di Israele offrivano le loro offerte. Davanti a lui si presentò Ruben, affermando: « Non tocca a te offrire per primo le tue offerte, poiché in Israele non hai avuto alcuna discendenza ». [3] Gioacchino ne restò fortemente rattristato e andò ai registri delle dodici tribù del popolo, dicendo: « Voglio consultare i registri delle dodici tribù di Israele per vedere se sono io solo che non ho avuto posterità in Israele ». Cercò, e trovò che, in Israele, tutti i giusti avevano avuto posterità. Si ricordò allora del patriarca Abramo al quale, nell’ultimo suo giorno, Dio aveva dato un figlio, Isacco.

[4] Gioacchino ne restò assai rattristato e non si fece più vedere da sua moglie. Si ritirò nel deserto, vi piantò la tenda e digiunò quaranta giorni e quaranta notti, dicendo tra sé: « Non scenderò né per cibo, né per bevanda, fino a quando il Signore non mi abbia visitato: la mia preghiera sarà per me cibo e bevanda ».

[2, 1] Ma sua moglie innalzava due lamentazioni e si sfogava in due pianti, dicendo: « Piangerò la mia vedovanza e piangerò la mia sterilità ». [2] Venne il gran giorno del Signore, e Giuditta, sua serva le disse: « Fino a quando avvilisci tu l’anima tua; Ecco, è giunto il gran giorno del Signore e non ti è lecito essere in cordoglio. Prendi invece questa fascia per il capo che mi ha dato la signora del lavoro: a me non è lecito cingerla perché io sono serva e perché ha un’impronta regale ». [3] Ma Anna rispose: « Allontanati da me. Io non faccio queste cose. Dio mi ha umiliata molto. Forse è un maligno che te l’ha data, e tu sei venuta a farmi partecipare al tuo peccato ». Replicò Giuditta: « Quale imprecazione potrò mai mandarti affinché il Signore che ha chiuso il tuo ventre, non ti dia frutto in Israele? ». Anna si afflisse molto. [4] Si spogliò delle sue vesti di lutto, si lavò il capo, indossò le sue vesti di sposa e verso l’ora nona scese a passeggiare in giardino. Vedendo un alloro, si sedette ai suoi piedi e supplicò il Padrone, dicendo: « O Dio dei nostri padri, benedicimi e ascolta la mia preghiera, come hai benedetto il ventre di Sara, dandole un figlio, Isacco ».

[3, 1] Guardando fisso verso il cielo, vide, nell’alloro, un nido di passeri, e compose in se stessa una lamentazione, dicendo: « Ahimè! chi mi ha generato? qual ventre mi ha partorito? Sono infatti diventata una maledizione davanti ai figli di Israele, sono stata insultata e mi hanno scacciata con scherno dal tempio del Signore. [2] Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio agli uccelli del cielo, poiché anche gli uccelli del cielo sono fecondi dinanzi a te, Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio alle bestie della terra, poiché anche le bestie della terra sono feconde dinanzi a te, Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? [3] Non somiglio a queste acque, poiché anche queste acque sono feconde dinanzi a te, o Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio certo a questa terra, poiché anche questa terra porta i suoi frutti secondo le stagioni e ti benedice, o Signore ».

[4, 1] Ecco, un angelo del Signore le apparve, dicendole: « Anna, Anna! Il Signore ha esaudito la tua preghiera; tu concepirai e partorirai. Si parlerà in tutta la terra della tua discendenza ».

Ciò detto, si allontanò dai suoi occhi. Tremante e timorosa per aver visto questa visione e udito il discorso, entrò in camera, si gettò sul letto mezza morta e rimase giorno e notte in gran timore e in preghiera.

Anna rispose: « (Com’è vero che) il Signore, mio Dio, vive, se io partorirò, si tratti di maschio o di femmina, l’offrirò in voto al Signore mio Dio, e lo servirà per tutti i giorni della sua vita ». [2] Ed ecco che vennero due angeli per dirle: « Tuo marito Gioacchino sta tornando con i suoi armenti ». Un angelo del Signore era infatti disceso da lui per dirgli: « Gioacchino, Gioacchino! Il Signore ha esaudito la tua insistente preghiera. Scendi di qui.

Ecco, infatti, che Anna, tua moglie, concepirà nel suo ventre ».

« Io sono un angelo di Dio e oggi sono apparso a tua moglie piangente e orante, e l’ho consolata; sappi che dal tuo seme concepì una figlia e tu l’hai lasciata ignorandola. Questa starà nel tempio di Dio; su di lei riposerà lo Spirito santo; la sua beatitudine sarà superiore a quella di tutte le donne sante; nessuno potrà dire che prima di lei ce ne sia stata un’altra uguale: e in questo mondo, dopo di lei un’altra non ci sarà. Discendi perciò dai monti, ritorna dalla tua sposa e troverai che è in stato interessante. Dio infatti ha suscitato in lei un seme, del quale devi ringraziarlo. Il suo seme sarà benedetto, e lei stessa sarà benedetta e sarà costituita madre di una benedizione eterna ».

[3] Dopo avere adorato l’angelo, Gioacchino gli disse: « Se ho trovato grazia davanti a te, siediti un po’ nella mia tenda e benedici il tuo servo ». L’angelo gli rispose: « Non dirti servo, ma conservo; siamo infatti servi di uno stesso Signore. Ma il mio cibo è invisibile e la mia bevanda non può essere vista da alcun mortale. Perciò non mi devi pregare di entrare nella tua tenda. Se hai intenzione di darmi qualcosa, offrila in olocausto al Signore ».

Gioacchino prese allora un agnello immacolato e disse all’angelo: « Non avrei osato offrire un olocausto al Signore se il tuo ordine non mi avesse dato il potere sacerdotale per offrirlo ». L’angelo gli rispose: « Non ti avrei invitato ad offrire, se non avessi conosciuto la volontà del Signore ». Mentre Gioacchino offriva il sacrificio a Dio, salirono in cielo sia l’angelo sia il profumo del sacrificio.

 [3] Gioacchino scese, e mandò a chiamare i suoi pastori, dicendo: « Portatemi qui dieci agnelli senza macchia e senza difetto: saranno per il Signore, mio Dio. Portatemi anche dodici vitelli teneri: saranno per i sacerdoti e per il consiglio degli anziani; e anche cento capretti per tutto il popolo ». [4] Ed ecco che Gioacchino giunse con i suoi armenti. Anna se ne stava sulla porta, e vedendo venire Gioacchino, gli corse incontro e gli si appese al collo, esclamando: « Ora so che il Signore Iddio mi ha benedetta molto. Ecco, infatti, la vedova non più vedova, e la sterile concepirà nel ventre ». Il primo giorno Gioacchino si riposò in casa sua.

[5, 1] Il giorno seguente presentò le sue offerte, dicendo tra sé: « Se il Signore Iddio mi è propizio, me lo indicherà la lamina del sacerdote ». Nel presentare le sue offerte, Gioacchino guardò la lamina del sacerdote. Quando questi salì sull’altare del Signore, Gioacchino non scorse in sé peccato alcuno, ed esclamò: « Ora so che il Signore mi è propizio e mi ha rimesso tutti i peccati ». Scese dunque dal tempio del Signore giustificato, e tornò a casa sua. [2] Si compirono intanto i mesi di lei. Nel nono mese Anna partorì e domandò alla levatrice: « Che cosa ho partorito? ». Questa rispose: « Una bambina ». « In questo giorno », disse Anna, « è stata magnificata l’anima mia », e pose la bambina a giacere. Quando furono compiuti i giorni, Anna si purificò, diede poi la poppa alla bambina e le impose il nome Maria.

[6, 1] La bambina si fortificava di giorno in giorno e, quando raggiunse l’età di sei mesi, sua madre la pose per terra per provare se stava diritta. Ed essa, fatti sette passi, tornò in grembo a lei che la riprese, dicendo: « (Com’è vero che) vive il Signore mio Dio, non camminerai su questa terra fino a quando non ti condurrò nel tempio del Signore ». Così, nella camera sua fece un santuario e attraverso le sue mani non lasciava passare nulla di profano e di impuro. A trastullarla chiamò le figlie senza macchia degli Ebrei. [2] Quando la bambina compì l’anno, Gioacchino fece un gran convito: invitò i sacerdoti, gli scribi, il consiglio degli anziani e tutto il popolo di Israele. Gioacchino presentò allora la bambina ai sacerdoti, i quali la benedissero, dicendo: « O Dio dei nostri padri, benedici questa bambina e dà a lei un nome rinomato in eterno in tutte le generazioni ». E tutto il popolo esclamò: « Così sia, così sia! Amen ». La presentò anche ai sommi sacerdoti, i quali la benedissero, dicendo: « O Dio delle sublimità, guarda questa bambina e benedicila con l’ultima benedizione, quella che non ha altre dopo di sé ». [3] Poi la madre la portò via nel santuario della sua camera, e le diede la poppa. Anna innalzò quindi un cantico al Signore Iddio, dicendo: « Canterò un cantico al Signore, Dio mio, poiché mi ha visitato e ha tolto da me quello che per i miei nemici era un obbrobrio: il Signore, infatti, mi ha dato un frutto di giustizia, unico e molteplice dinanzi a lui. Chi mai annunzierà ai figli di Ruben che Anna allatta? Ascoltate, ascoltate, voi, dodici tribù di Israele: Anna allatta! ». La pose a giacere nel santuario della sua camera e uscì per servire loro a tavola. Terminato il banchetto, se ne partirono pieni di allegria, glorificando il Dio di Israele.

[7, 1] Per la bambina passavano intanto i mesi. Giunta che fu l’età di due anni, Gioacchino disse a Anna: « Per mantenere la promessa fatta, conduciamola al tempio del Signore, affinché il Padrone non mandi contro di noi e la nostra offerta riesca sgradita ». Anna rispose: « Aspettiamo il terzo anno, affinché la bambina non cerchi poi il padre e la madre ». Gioacchino rispose: « Aspettiamo ». [2] Quando la bambina compì i tre anni, Gioacchino disse: « Chiamate le figlie senza macchia degli Ebrei: ognuna prenda una fiaccola accesa e la tenga accesa affinché la bambina non si volti indietro e il suo cuore non sia attratto fuori del tempio del Signore ». Quelle fecero così fino a che furono salite nel tempio del Signore.

Maria salì velocemente i quindici gradini senza neppure voltarsi indietro né – come suole fare l’infanzia – darsi pensiero dei genitori. Perciò i genitori si affrettarono entrambi stupiti, e cercarono la bambina fino a quando la trovarono nel tempio. Anche i pontefici del tempio si erano meravigliati.

Il sacerdote l’accolse e, baciatala, la benedisse esclamando: « Il Signore ha magnificato il tuo nome in tutte le generazioni. Nell’ultimo giorno, il Signore manifesterà in te ai figli di Israele la sua redenzione ». [3] La fece poi sedere sul terzo gradino dell’altare, e il Signore Iddio la rivestì di grazia; ed ella danzò con i suoi piedi e tutta la casa di Israele prese a volerle bene.

[1] Maria destava l’ammirazione di tutto il popolo di Israele. All’età di tre anni, camminava con un passo così maturo, parlava in un modo così perfetto, si applicava alle lodi di Dio così assiduamente che tutti ne restavano stupiti e si meravigliavano di lei. Essa non era considerata una bambinetta, ma una persona adulta; era tanto assidua nella preghiera, che sembrava una persona di trent’anni. Il suo volto era così grazioso e splendente che a stento la si poteva guardare. Era assidua nel lavoro della lana; e nella sua tenera età, spiegava quanto donne anziane non riuscivano a capire.

[2] Si era imposta questo regolamento: dalla mattina sino all’ora terza attendeva alla preghiera; dall’ora terza alla nona si occupava nel lavoro tessile; dalla nona in poi attendeva nuovamente alla preghiera. Non desisteva dalla preghiera fino a quando non le appariva l’angelo di Dio, dalla cui mano prendeva cibo: così sempre più e sempre meglio progrediva nel servizio di Dio. Inoltre, mentre le vergini più anziane si riposavano dalle lodi divine, essa non si riposava mai, al punto che nelle lodi e nelle vigilie non c’era alcuna prima di lei, nessuna più istruita nella conoscenza della Legge, nessuna più umile nell’umiltà, più aggraziata nei canti, più perfetta in ogni virtù. Era costante, salda, immutabile e progrediva in meglio ogni giorno.

[3] Nessuno la vide adirata né l’udì maledire. Ogni suo parlare era così pieno di grazia che si capiva come sulle sue labbra c’era Dio. Assidua nella preghiera e nella meditazione della Legge, nel parlare era attenta a non mancare verso le compagne. Vigilava inoltre a non mancare in alcun modo con il riso, con il tono della bella voce, con qualche ingiuria, con alterigia verso una sua pari. Benediceva Dio senza posa, e per non desistere dalle lodi a Dio neppure nel suo saluto, quando era salutata rispondeva: « Deo gratias ». Quotidianamente si nutriva soltanto con il cibo che riceveva dalla mano dell’angelo; il cibo che le davano i pontefici lo distribuiva ai poveri. Frequentemente si vedevano gli angeli di Dio parlare con lei e obbedirle diligentemente. Se qualche malata la toccava, nello stesso istante se ne tornava a casa salva.

[8, 1] I suoi genitori scesero ammirati e lodarono il Padrone Iddio perché la bambina non s’era voltata indietro. Maria era allevata nel tempio del Signore come una colomba, e riceveva il vitto per mano di un angelo.

Publié dans:LETTURE E STUDI: VANGELI APOCRIFI |on 7 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

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