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PAPA FRANCESCO Nel piccolo e nel grande – 10 maggio 2019 (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO Nel piccolo e nel grande – 10 maggio 2019 (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì,

Il volto di una Chiesa dalle porte aperte, in ascolto di Dio e amorevolmente impegnata nel servizio per la dignità della persona, «perseverante» nel fare «cose grandi» anche attraverso l’impegno quotidiano nelle «cose piccole», ha caratterizzato la meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 10 maggio. Il Pontefice, infatti, nell’omelia si è lasciato ispirare non solo dal racconto della vocazione di san Paolo — al centro della prima lettura del giorno (Atti degli apostoli, 9, 1-20) — ma anche dalla presenza, in cappella, di alcune suore della famiglia apostolica di San Giuseppe Cottolengo che festeggiano il loro cinquantesimo anniversario di vita religiosa.
Quello della conversione di Paolo, ha spiegato il Pontefice, è un racconto che segna una «svolta, un voltare una pagina nella storia della salvezza», tant’è che, ha sottolineato, ricorre più volte nel Nuovo Testamento. Di fatto, «è un aprire la porta ai pagani, ai gentili, a coloro che non erano israeliti». Una novità tanto grande, quella della «Chiesa dei pagani», che «sconvolse i discepoli», i quali «non sapevano cosa fare ed è dovuto intervenire lo Spirito Santo con segnali forti». A tale riguardo Francesco ha anche richiamato l’episodio della conversione del centurione Cornelio (capitolo 10 degli Atti degli apostoli). In definitiva, ha spiegato, «la conversione di Paolo è un po’ la porta aperta verso l’universalità della Chiesa».
Ma come devono incarnare i cristiani questa Chiesa dalle porte aperte? Il Papa ha fatto emergere due caratteristiche tratte proprio dal «modo di essere» di Paolo. «Noi sappiamo — ha detto — che Paolo era un uomo forte, un uomo innamorato della legge, di Dio, della purezza della legge, ma era onesto, era coerente». Anche il suo perseguitare i cristiani prima della conversione era frutto dello «zelo che aveva per la purezza della casa di Dio, per la gloria di Dio». Ma egli era «un uomo aperto a Dio», «aperto alla voce del Signore» e, per essa, capace di rischiare: «Rischiava, rischiava, andava avanti».
Una coerenza che, ha aggiunto il Pontefice, era arricchita da «un’altra traccia del suo comportamento»: Paolo «era un uomo docile», il suo «temperamento era da testardo», ma «la sua anima non era testarda, era aperto ai suggerimenti di Dio». E così, ha proseguito Francesco, quest’uomo che «con ardore» prima si impegnava «per uccidere i cristiani e portarli in carcere», dopo aver sentito la voce del Signore diviene «come un bambino» e «si lascia portare». Con brevi tratti il Papa ha quindi sintetizzato la trepidazione dei primi tempi dopo la conversione: Paolo «si lascia portare a Gerusalemme, digiuna tre giorni, aspetta che il Signore dica… Tutte quelle convinzioni che aveva rimangono zitte, aspettando la voce del Signore: “Cosa devo fare, Signore?”. E lui va e va all’incontro a Damasco, all’incontro di quell’altro uomo docile e si lascia catechizzare come un bambino, si lascia battezzare come un bambino». Docile, tanto che, una volta riprese le forze, Paolo continua a restare in silenzio: «Se ne va in Arabia a pregare, quanto tempo non sappiamo, forse anni, non sappiamo». Ecco le caratteristiche paoline proposte anche al cristiano di oggi: «Apertura alla voce di Dio e docilità».
Un passaggio alla contemporaneità che Papa Francesco ha illustrato proprio grazie alla presenza delle suore del Cottolengo, alle quali si è prima rivolto in maniera diretta — «Grazie per ascoltare la voce di Dio e grazie per la docilità. Forse non sempre siete state docili… Forse, avete sgridato la superiora o sparlato di un’altra… ma sono cose della vita…» — per poi sottolineare proprio la loro preziosa testimonianza di docilità al Signore: «Non è facile per noi capire cosa sia il Cottolengo… Io ricordo la prima volta che l’ho visitato nell’anno ’70, non dimentico, neppure la suorina che mi accompagnava, si chiamava Suor Felice, ancora ricordo il nome. E lei prima di aprire una porta mi diceva: “Se la sente di vedere cose brutte?”. E poi, prima di passare in un’altra stanza: “Se la sente di vedere cose più brutte ancora?”. Tutta la vita lì, fra gli scartati, disseminati proprio lì».
E di nuovo, rivolgendosi alle religiose, ha detto: «Perseveranza, cuore aperto per ascoltare la voce di Dio e docilità: senza questo, voi non avreste potuto fare quello che avete fatto». Un’attitudine che, ha sottolineato, «è un segnale della Chiesa». E ha aggiunto: «Io vorrei ringraziare oggi, in voi, tante uomini e donne, coraggiosi, che rischiano la vita, che vanno avanti, anche che cercano nuove strade nella vita della Chiesa. Cercano nuove strade! “Ma, padre, non è peccato?”. No, non è peccato! Cerchiamo nuove strade, questo ci farà bene a tutti! A patto che siano le strade del Signore. Ma andare avanti: avanti nella profondità della preghiera, nella profondità della docilità, del cuore aperto alla voce di Dio».
È questo, ha sottolineato Francesco, il modo in cui «si fanno i veri cambiamenti nella Chiesa, con persone che sanno lottare nel piccolo e nel grande». A tale riguardo, il Papa è entrato nel merito di quella «tensione» che a volte si avverte «tra il piccolo e il grande», per la quale c’è chi dice: «“No, queste cose piccole io non le faccio, io sono nato per cose grandi”. Sbagli», e, al contrario, chi afferma: «“Ah, io non riesco a fare cose grandi, faccio il piccolo”. Sei un pusillanime». Il piccolo e il grande, invece, «vanno insieme» e «un cristiano deve avere questo carisma, del piccolo e del grande». Come si legge, ha ricordato, «sulla tomba di un grande santo» dove si è scritto: «Non spaventarsi di fare cose grandi e allo stesso tempo tenere conto delle cose piccole». Quindi, rivolgendosi alle suore, ha detto: «Voi non avreste potuto mai fare quello che avete fatto nel Cottolengo, tutti i giorni, se non aveste avuto il coraggio di ascoltare il piccolo di ogni giorno, la docilità e il cuore aperto a Dio».
E ha concluso: «Io chiedo a Paolo oggi per tutti noi che stiamo qui, per i sacerdoti eritrei — e grazie per il vostro lavoro pastorale in Italia, grazie che fate un bel lavoro, sono tanti i vostri connazionali — per tutti che stiamo qui, la grazia della docilità alla voce del Signore e del cuore aperto al Signore; la grazia di non spaventarci di fare cose grandi, di andare avanti, a patto che abbiamo la delicatezza di curare le cose piccole».

GIOVANNI PAOLO II – L’esperienza del Padre in Gesù di Nazaret (1999)

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GIOVANNI PAOLO II – L’esperienza del Padre in Gesù di Nazaret (1999)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 3 marzo 1999

1. “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef 1, 3). Queste parole di Paolo ben ci introducono nella grande novità della conoscenza del Padre quale emerge dal Nuovo Testamento. Qui Dio appare nel suo volto trinitario. La sua paternità non si limita più ad indicare il rapporto con le creature, ma esprime la relazione fondamentale che caratterizza la sua vita intima; non è più un tratto generico di Dio, ma proprietà della prima Persona in Dio. Nel suo mistero trinitario, infatti, Dio è padre per essenza, padre da sempre, in quanto dall’eterno genera il Verbo a lui consustanziale e a lui unito nello Spirito Santo “che procede dal Padre e dal Figlio”. Con la sua incarnazione redentrice, il Verbo si fa solidale con noi proprio per introdurci a questa vita filiale che egli possiede dall’eternità. “A quanti l’hanno accolto – dice l’evangelista Giovanni – ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1, 12).
2. Alla base di questa specifica rivelazione del Padre c’è l’esperienza di Gesù. Dalle sue parole e dai suoi atteggiamenti traspare che Egli sperimenta il rapporto col Padre in una maniera del tutto singolare. Nei Vangeli possiamo constatare come Gesù abbia differenziato “la sua filiazione da quella dei suoi discepoli non dicendo mai ‘Padre nostro’ tranne che per comandar loro: ‘Voi dunque pregate così: Padre nostro’ (Mt 6, 9); e ha sottolineato tale distinzione: ‘Padre mio e Padre vostro’ (Gv 20, 17)” (CCC, 443).
Fin da piccolo, a Maria e a Giuseppe che lo stavano cercando con angoscia, risponde: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2, 48s.). Ai Giudei che continuavano a perseguitarlo perché aveva operato di sabato una guarigione miracolosa, egli risponde: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (Gv 5, 17). Sulla croce invoca il Padre perché perdoni i suoi carnefici e accolga il suo spirito (23, 34.46). La distinzione tra il modo con cui Gesù percepisce la paternità di Dio nei suoi confronti e quella che riguarda tutti gli altri esseri umani, è radicata nella sua coscienza e viene da lui ribadita con le parole che rivolge a Maria di Magdala dopo la risurrezione: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20, 17).
3. Il rapporto di Gesù con il Padre è unico. Egli sa di essere esaudito sempre, sa che il Padre manifesta attraverso di Lui la sua gloria, anche quando gli uomini possono dubitarne ed hanno bisogno di esserne da Lui stesso convinti. Constatiamo tutto questo nell’episodio della risurrezione di Lazzaro: “Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: ‘Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato’” (Gv 11, 41s.). In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un’intima e misteriosa reciprocità, com’egli sottolinea nell’inno di giubilo: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27) (cfr CCC, 240). Da parte sua, il Padre manifesta questo rapporto singolare che il Figlio intrattiene con Lui chiamandolo il suo “prediletto”: così al battesimo nel Giordano (cfr Mc 1, 11) e nella Trasfigurazione (cfr Mc 9, 7). Gesù è anche adombrato come figlio in senso speciale nella parabola dei cattivi vignaioli che maltrattano prima i due servi e poi il “figlio prediletto” del padrone, inviati a riscuotere i frutti della vigna (cfr Mc 12, 1-11, spec. v. 6).
4. Il Vangelo di Marco ci ha conservato il termine aramaico “Abbà” (cfr Mc 14, 36), con cui Gesù, nell’ora dolorosa del Getsemani, ha invocato il Padre, pregandolo di allontanare da lui il calice della passione. Il Vangelo di Matteo ce ne ha riportato nello stesso episodio la traduzione “Padre mio” (cfr Mt 26, 39, cfr anche v. 42) mentre Luca ha semplicemente “Padre” (cfr Lc 22, 42). Il termine aramaico, che potremmo tradurre nelle lingue moderne con “papà”, “babbo caro”, esprime la tenerezza affettuosa di un figlio. Gesù lo usa in maniera originale per rivolgersi a Dio e per indicare, nella piena maturità della sua vita che sta per concludersi sulla croce, lo stretto rapporto che anche in quell’ora drammatica lo lega al Padre suo. “Abbà” indica la straordinaria vicinanza tra Gesù e Dio Padre, un’intimità senza precedenti nel contesto religioso biblico o extra-biblico. In forza della morte e risurrezione di Gesù, Figlio unico di questo Padre, anche noi, al dire di san Paolo, siamo elevati alla dignità di figli e possediamo lo Spirito Santo che ci spinge a gridare “Abbà, Padre!” (cfr Rm 8, 15; Gal 4, 6). Questa semplice espressione del linguaggio infantile, in uso quotidiano nell’ambiente di Gesù e presso tutti i popoli, ha assunto così un significato dottrinale di profonda rilevanza, per esprimere la singolare paternità divina nei riguardi di Gesù e dei suoi discepoli.
5. Nonostante si sentisse unito al Padre in modo così intimo, Gesù ha dichiarato di ignorare l’ora dell’avvento finale e decisivo del Regno: “Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre” (Mt 24, 36). Questo aspetto ci mostra Gesù nella condizione di abbassamento propria dell’Incarnazione, che nasconde alla sua umanità il termine escatologico del mondo. In tal modo Gesù disillude i calcoli umani per invitarci alla vigilanza e alla fiducia nel provvido intervento del Padre. D’altra parte, nella prospettiva dei vangeli, l’intimità e l’assolutezza del suo essere “figlio” non vengono minimamente pregiudicate da questa non conoscenza. Al contrario, proprio l’essersi fatto tanto solidale con noi, lo rende decisivo per noi davanti al Padre: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10, 32s.).
Riconoscere Gesù davanti agli uomini è indispensabile per poter essere riconosciuti da lui davanti al Padre. In altri termini, la nostra relazione filiale con il Padre celeste dipende dalla nostra coraggiosa fedeltà verso Gesù, Figlio prediletto.

Publié dans:anche Paolo, PAPA GIOVANNI PAOLO II |on 18 février, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – La legge e la carne (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO – La legge e la carne (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 31 ottobre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.250, Sab. 01/11/2014)

Ci sono «due strade». Ed è Gesù stesso, con i suoi «gesti di vicinanza», a darci l’indicazione giusta su quale prendere. Da una parte, infatti, c’è la strada degli «ipocriti», che chiudono le porte a causa del loro attaccamento alla «lettera della legge». Dall’altra, invece, c’è «la strada della carità», che passa «dall’amore alla vera giustizia che è dentro la legge». Lo ha detto Papa Francesco alla messa celebrata venerdì mattina, 31 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Per presentare questi due modi di vivere, il Pontefice ha riproposto, per commentarlo, il passo evangelico di Luca (14, 1-6). Un sabato, ha ricordato, «Gesù era in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare con loro; e loro lo osservavano per vedere cosa facesse». Soprattutto, ha fatto notare il Papa, «cercavano di prenderlo in un errore, anche facendogli delle trappole».
Ed ecco che irrompe nella scena un uomo ammalato. A questo punto Gesù rivolge ai farisei questa domanda: «È lecito o no guarire di sabato?». Come a dire: «È lecito fare il bene il sabato? O non farlo? E non fare il bene sempre, e fare il male?». Quella di Gesù, ha aggiunto Francesco, è «una domanda semplice ma, come tutti gli ipocriti, loro tacquero, non dissero niente». Del resto, ha notato, «tacevano sempre quando Gesù li metteva davanti alla verità», restavano «a bocca chiusa»; anche se «poi sparlavano dietro» e «cercavano come far cadere Gesù».
In pratica, ha affermato il Pontefice, «questa gente era tanto attaccata alla legge che aveva dimenticato la giustizia; tanto attaccata alla legge che aveva dimenticato l’amore». Ma «non solo alla legge; erano attaccati alle parole, alle lettere della legge». Per questo «Gesù li rimprovera», deplorando il loro atteggiamento: «Se voi, davanti ai bisogni dei vostri genitori anziani, dite: “Carissimi genitori, io vi amo tanto ma non posso aiutarvi perché ho dato tutto in dono al tempio”, chi è più importante? Il quarto comandamento o il tempio?».
Precisamente questo modo «di vivere, attaccati alla legge, li allontanava dall’amore e dalla giustizia: curavano la legge, trascuravano la giustizia; curavano la legge, trascuravano l’amore». Eppure «erano i modelli». Ma «Gesù per questa gente trova soltanto una parola: ipocriti!». Non si può, infatti, andare «in tutto il mondo cercando proseliti» e poi chiudere «la porta». Per il Signore si trattava di «uomini di chiusura, uomini tanto attaccati alla legge, alla lettera della legge: non alla legge», perché «la legge è amore», ma «alla lettera della legge». Erano uomini «che sempre chiudevano le porte della speranza, dell’amore, della salvezza, uomini che soltanto sapevano chiudere».
A questo punto ci si deve chiedere «qual è il cammino per essere fedeli alla legge senza trascurare la giustizia, senza trascurare l’amore». La risposta «è proprio il cammino che viene dall’opposto», ha suggerito Francesco, ripetendo le parole di Paolo nella Lettera ai Filippesi (1, 1-11): «Perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili».
È appunto «il cammino inverso: dall’amore all’integrità; dall’amore al discernimento; dall’amore alla legge». Paolo, infatti, afferma di pregare «perché la vostra carità, il vostro amore, le vostre opere di carità vi portino alla conoscenza e al pieno discernimento». Proprio «questa è la strada che ci insegna Gesù, totalmente opposta a quella dei dottori della legge». E «questa strada, dall’amore alla giustizia, porta a Dio». Solo «la strada che va dall’amore alla conoscenza e al discernimento, al pieno compimento, porta alla santità, alla salvezza, all’incontro con Gesù».
Invece «l’altra strada, quella di essere attaccati soltanto alla legge, alla lettera della legge, porta alla chiusura, porta all’egoismo». E conduce «alla superbia di sentirsi giusti, a quella “santità” — fra virgolette — delle apparenze». Tanto che «Gesù dice a questa gente: a voi piace farvi vedere dalla gente come uomini di preghiera, di digiuno». Si tratta solo di «farsi vedere». E «per questo Gesù dice alla gente: fate quello che dicono, ma non quello che fanno», perché «quello non si deve fare».
Ecco dunque «le due strade» che ci troviamo davanti. E con «piccoli gesti» Gesù ci fa capire qual è la strada che va «dall’amore alla piena conoscenza e al discernimento». Uno di questi gesti lo presenta Luca nel brano del Vangelo proposto dalla liturgia: «Gesù aveva quest’uomo davanti, malato, e quando i farisei non hanno risposto, cosa ha fatto Gesù?». Scrive l’evangelista: «Lo prese per mano, lo guarì e lo congedò». Dunque per prima cosa «Gesù si avvicina: la vicinanza è proprio la prova che noi andiamo sulla vera strada». Perché è quella «la strada che ha scelto Dio per salvarci: la vicinanza. Si avvicinò a noi, si è fatto uomo». E infatti «la carne di Dio è il segno; la carne di Dio è il segno della vera giustizia. Dio che si è fatto uomo come uno di noi e noi che dobbiamo farci come gli altri, come i bisognosi, come quelli che hanno bisogno del nostro aiuto».
Francesco ha fatto anche notare quanto sia «bello» il «gesto di Gesù quando prende per mano» la persona malata. Lo fa anche «con quel ragazzo morto, figlio della vedova, a Naim»; così come «lo fa con la ragazzina, la figlia di Giairo»; e ancora «lo fa con il ragazzino, quello che aveva tanti demoni, quando lo prende e lo dà al suo papà». Sempre c’è «Gesù che prende per mano, perché si avvicina». E «la carne di Gesù, questa vicinanza, è il ponte che ci avvicina a Dio».
Questa «non è la lettera della legge». Solo «nella carne di Cristo», infatti, la legge «ha il pieno compimento». Perché «la carne di Cristo sa soffrire, ha dato la sua vita per noi». Mentre «la lettera è fredda».
Ecco allora le «due strade». La prima è quella di chi dice: «Sono attaccato alla lettera della legge; non si può guarire il sabato; non posso aiutare; devo andare a casa e non posso aiutare questo malato». La seconda è di chi si impegna a fare in modo, come scrive Paolo, «che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento»: è «la strada della carità, dall’amore alla vera giustizia che è dentro la legge». A esserci d’aiuto sono proprio «questi esempi di vicinanza di Gesù», che ci mostra come passare «dall’amore alla pienezza della legge». Senza «mai scivolare nell’ipocrisia», perché «è tanto brutto un cristiano ipocrita».

 

Tormento invece che gioia – Senza pace niente ha significato

https://www.evangelici.info/tormento-invece-che-gioia-senza-pace-niente-ha-significato

(anche Paolo, molto; Chiesa Evangelica)

Tormento invece che gioia – Senza pace niente ha significato

Ci sono molte cose terrene che desideriamo: salute, amore, ricchezza, bellezza, telenti, potere, forza, liberta’ ma senza pace interiore tutte queste cose portano tormento invece di gioia. Se abbiamo la pace, non importa ciò di cui manchiamo, la vita merita d’essere vissuta. Senza la pace, il possesso di ogni altra cosa non ha significato.

Da: La psichiatria di Dio di Charles L. ALLEN

Paolo potè dire (Filippesi 4)
… io ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo.
So vivere nella povertà e anche nell’abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato a essere saziato e ad aver fame; a essere nell’abbondanza e nell’indigenza. Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica.

IL SEGRETO DI PAOLO
Qual’è il segreto per tale forza spirituale? Per tale serenità di spirito, per questa pace che sorpassa le circostanze? Lo stesso apostolo lo spiega in altri passaggi delle sue famosissime lettere che compongono parte del Nuovo Testamento, leggiamo infatti:
Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me (Galati 2:20)
Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato e noi non serviamo più al peccato (Romani 6:6)
Ma quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo (Galati 6:14)
Questi versetti potrebbero apparire, per chi si avvicina alla Bibbia per la prima volta, molto criptici.
Infatti più che rivelare un segreto che da pace qui Paolo ci parla di morte e di croce, e quindi?
E quindi è proprio questa la buona notizia, c’è un modo per trovare pace e serenità, si tratta di sostituire, di cambiare, stravolgere la propria vita. In un certo senso un morire a questo sistema, al peccato, all’insoddisfazione, alla fame insaziabile e irrefrenabile, a diversi livelli e su diversi piani, di trasgredire.
Un modo di vivere, di fare scelte, che nascono proprio da quel desiderio di colmare quel vuoto nel cuore che ha una forma ben precisa, la forma di Dio. Proviamo a metterci un pò di tutto, ma è sempre insufficiente.
Ecco che Paolo ad un certo punto della Sua vita, proprio quando è all’apice della sua guerra contro la nascente chiesa, comprende, a seguito di una clamorosa chiamata, e si arrende. Depone la sua vita a quella croce e l’abbraccia, trovando la pace e il senso di ogni cosa.
Quella chiamata oggi è per te.
Chi ha conosciuto Cristo sa molto bene che l’esperienza con il Salvatore libera da ansie, paure e, sopratutto, dal giudizio e dall’Ira del Signore. Ecco che, quindi, il primo passo è rivolgerci a coLui che è il compitore della pace: Cristo Gesù.
La pace, per Gesù, fu la Sua missione, il Suo compito:
Io vi lascio pace, vi do la mia pace, Io non vi do come il mondo dà.. (Giovanni 14:27)
Gloria a Dio nei luoghi altissimi, pace in terra fra gli uomini che Egli gradisce. (Luca 2:14)
Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, (Efesini 2.13-14)
Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore (Romani 5:1)
Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo (Matteo 11:28).
E’ quanto meno urgente, quindi, abbracciare il dono di Cristo. Alla croce, infatti, Gesù Cristo ha preso il tuo peccato, il mio peccato, il peccato di tutti quelli che riconoscono il bisogno, la necessità, di essere purificati dalle proprie azioni e dei pensieri peccaminosi e, alzando gli occhi ai piedi della croce gridano: « Cristo, sono in guerra con Dio, lo sento dentro, ho provato ha darmi pace con ogni tipo di bene, ho cercato soldi, ho provato ogni tipo di piacere pensando di avere pace, mi accorgo, invece, che più cercavo e più la perdevo. Mi accorgo, Gesù, che non ho pace perchè sono in guerra con Dio e sento già il dolore della Sua condanna, che fare, Cristo! »
E’ alla croce, e solo alla croce, che Gesù può guardarci e risponderci: « faccio io, tu seguimi ».
Alla croce Dio condanna, nel corpo innocente di Cristo, il peccato. Li, alla croce, Gesù fa pace con Dio e ci dona questa pace. Dona questa pace compiuta abolendo l’inimicizia causata dal peccato, la dona a tutti quelli che arrivano ai Suoi piedi inchiodati e sanguinanti facendo di quel sangue un ringraziamento e una lode incessante.
IL RISCHIO DI FERMARCI ALLA TEORIA
Tuttavia anche per quanti hanno sperimentato la nuova nascita, come la chiama Gesù (Giovanni 3.7), vi è il rischio di essere nuovamente attratti dalle chimere del mondo che, come tutti gli spot, promettono qualcosa che non potranno mai dare. Ecco che ci viene incontro un’altra indicazione dalla scrittura:
Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi. (Filippesi 4:9)
Non si tratta, quindi, solo di teoria ma di applicazione.
Paolo poteva essere in pace, pur tra afflizioni e persecuzioni, perchè era stato crocifisso non soltanto al peccato ma al mondo (Galati 6.14).
Non aveva, quindi, rinunciato solo al peccato ma ad ogni attività che il mondo, seppur in apparenza lecita, gli offriva. E’ così, fratelli, non inganniamoci. Il mondo è attualmente in mano al nemico (efesini 2.2) e cosa potrà darci di più l’esercitarci negli hobby e nelle passioni che esso offre, che non l’applicarci alle cose dello Spirito?
E’ assai probabile che l’impegno del proprio tempo, delle proprie energie e le attenzioni alle attività del mondo ci tolga qualcosa di prezioso, passo dopo passo, in maniera impercettibile, con l’inganno che solo il dominatore di questo mondo sa architettare, rischiamo di farci trascinare lontano dalla pace, lontano dalla croce.
Nella palude dei desideri infranti, delle occasioni colte, dei pensieri coltivati, nelle fantasie che diventano realtà, infine nel peccato che spegne lo Spirito Santo.
Non si tratta, ovviamente, di abbandonare ogni attività per applicarci ad una vita ascetica ultraterrena.
Siamo chiamati a lavorare, per esempio, ad accudire i nostri figli, le nostre mogli o mariti, etc..
Tuttavia in questa nuova vita, in questa nuova via siamo chiamati ad una operazione che potremmo definire di « sostituzione » sostituire, cioè, le cose del mondo con le cose dello Spirito.
IL CAMMINO DELLA CROCE
E’ necessario restare vigili, o svegliarsi. Ancora una volta il Signore, per bocca di Paolo, ci da dei suggerimenti per mantenere l’automobile in carreggiata:
Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne.
Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro; in modo che non potete fare quello che vorreste.
Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge.
Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; contro queste cose non c’è legge.
Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri.
Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito.
Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi; ricuperando il tempo perché i giorni sono malvagi.
Perciò non agite con leggerezza, ma cercate di ben capire quale sia la volontà del Signore.
Non ubriacatevi! Il vino porta alla dissolutezza. Ma siate ricolmi di Spirito, parlandovi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando con il vostro cuore al Signore;
ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo; sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo – Efesini 5
Quali programmi televisivi ti piacciono, quale musica ascolti? Molte delle cose che vediamo ed ascoltiamo sono in abominio a Dio, ci chiediamo poi, perchè non c’è pienezza e movimento dello Spirito Santo in noi.
Camminare nello Spirito significa sostituire le cose del mondo con quello dello Spirito. Non solo, ovviamente, le questioni palesamenti illecite e peccaminose quale: alcol, pornografia, maldicenza, adulteri, pensieri immorali. La sostituzione deve avvenire anche per questioni che, apparentemente, non risultano così compromettenti ma che, di fatto, tolgono spazio alle cose dello Spirito.
Ascoltiamo musica cristiana, utilizziamo i lettori mp3 per ascoltare prediche, la bibbia in mp3, leggiamo libri cristiani, spengiamo la tv, utilizziamo internet per testimoniare, etc.
E quando ci arrivano pensieri contrari allo Spirito, immoralità, ira, ribellione, etc, utiliziamo queste armi:
Ringraziamo il Signore
Cantiamo e lodiamo il Signore (in questo campo, nella lode, il nemico non ha armi)
Aggrappiamoci alle Sue promesse, quelle che ha fatto alla Sua chiesa e quelle che sappiamo averci fatto a noi, avendole lette nella Sua Parola.
Quando utilizziamo il nostro tempo per dedicarlo alle cose dello Spirito dovremmo per forza sacrificare, il termine qui è assai azzeccato, la nostra vita, per esempio, a queste attivita’:
Lettura della Bibbia
Meditazione della Bibbia
Preghiera, personale e di gruppo
Lode, personale e di gruppo
Canto, personale e di gruppo
Incontri con altri fratelli
Opere che il Signore ci ha preparato da compiere
Culto
Testimonianza
Evangelizzazione
Visite negli ospedali
Visite nei carceri
Visite agli affamati e senza tetto
Visite agli ammalati
etc, etc, etc, etc, etc,
Cosa potrà darci il mondo, buona musica?
Certamente, a chi non piace?
Bei film? Relaity? Documentari su come fare torte, pance, seni, sesso, giardinaggio, case con i lego?
Ma cosa ci arriverà nel cuore da quanti hanno vite sbandate che spesso culminano in eccessi di droga, sesso, alcol, suicidi, etc?
Non illudiamoci, a tutti noi piace quello che ci offre il mondo, qui non vogliamo moralizzare o demonizzare a prescindere.
E certamente vedere un buon film con i propri figli è salutare.
Il punto è fare delle scelte, sapendo che queste ci costeranno, ma ricordando il contraccambio: la pace.
In questo bailamme, in questo correre velocemente, in questo turbine del consumo, del piacere, di farfalline nello stomaco, di separazioni, scandali, pensieri immorali, divisioni, settarismi, etc, etc, come cristiani abbiamo quest’urgenza: ricordare, ritornare.
Non illudiamoci, se impegniamo ore in cose che piacciono a tutti e minuti in cose che piacciono a Dio non stiamo camminando avanti, indietreggiamo. Ci stiamo accontentando di una nuova religione, poi, quando verrà il momento delle decisioni importanti, chi ci guidera?
Alle chiese, ai membri delle assemblee, a me, Gesù dice:
« Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti.
Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me. hi vince lo farò sedere presso di me sul mio trono, come anch’io ho vinto e mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono. Apocalisse 3:19-22 Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese ».
Torniamo alla croce, li c’è pace, guarigione, ancora.

Publié dans:anche Paolo, CHIESA EVANGELICA |on 4 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 27.4.18 – Il cielo è un incontro (anche Paolo)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2018/documents/papa-francesco-cotidie_20180427_il-cielo.html

PAPA FRANCESCO – 27.4.18 – Il cielo è un incontro (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 27 aprile 2018

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.096, 28/04/2018)

Per i cristiani il cielo non è «astratto o lontano» ma è «l’incontro da persona a persona con Gesù» che, mentre «noi siamo in cammino», ci aspetta «e prega per ciascuno di noi». Ricordando la fedeltà di Dio alla sua promessa Papa Francesco ha celebrato la messa venerdì 27 aprile a Santa Marta.
Nel riferirsi alla predica di Paolo nella sinagoga di Antiòchia di Pisìdia, così come è riportata nel passo degli Atti degli apostoli proposto dalla liturgia (13, 26-33), il Pontefice ne ha riproposto la parte finale: «E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: “Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato”».
È «la promessa che aveva fatto Dio» ha spiegato il Papa. E «il popolo si è messo in cammino con questa promessa nel cuore». Dunque, «il popolo di Dio ha incominciato a camminare con questa promessa nel cuore», con «la coscienza di essere un popolo eletto» che «sentiva l’elezione di Dio», con «la sicurezza» — perché «questa elezione dava una sicurezza nel sigillo dell’alleanza che aveva fatto il popolo con Dio» — e anche «con la speranza della promessa che Dio gli aveva dato».
Questa «promessa del popolo di Dio in cammino dall’inizio, dice Paolo, si è realizzata perché Dio l’ha compiuta per noi, in Gesù Cristo» ha insistito il Pontefice. E «il popolo si fidava della promessa — ha proseguito — perché sapeva che Dio è fedele, aveva quella conoscenza». Del resto, «l’infedeltà era nel popolo: tante, tante infedeltà nel cammino. Ma Dio rimaneva sempre fedele e per questo» il popolo «andava avanti, fidandosi della fedeltà di Dio».
«Anche noi siamo in cammino» ha fatto presente il Papa. «Siamo in cammino e quando» ci domandiamo: «ma in cammino» verso dove, rispondiamo: «sì, in cielo». E «cosa è il cielo?». Ecco, ha affermato Francesco, che «incominciamo a scivolare nelle risposte, non sappiamo bene come dire “cosa è il cielo”». Magari «tante volte pensiamo a un cielo astratto, un cielo lontano, un cielo» che «sì, si sta bene lì».
Invece «noi camminiamo verso un incontro: l’incontro definitivo con Gesù» ha ricordato il Pontefice. E così «il cielo è l’incontro con Gesù e noi prepariamo questo incontro con gli incontri che noi facciamo nel cammino della vita con il Signore». Ma «l’incontro definitivo, pieno, che ci farà godere per tutta la vita — come abbiamo pregato nell’orazione colletta — sarà sempre con Gesù: un incontro da persona a persona». Perché «Gesù, Dio e uomo, Gesù, in corpo e anima, ci aspetta».
Francesco ha suggerito di «tornare su questo pensiero: “Io sto camminando nella vita per incontrare Gesù”». Un pensiero «così semplice». Con una consapevolezza: «Gesù, nel frattempo», non sta «seduto lì ad aspettarci, ad aspettarmi: no, lui stesso, nel Vangelo, ci ha detto cosa fa: “Abbiate fede anche in me; vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”». Sono le parole proclamate nel passo di Giovanni (14, 1-6) proposto dalla liturgia del giorno.
«Gesù ci prepara un posto, Gesù lavora, in questo momento, per noi» ha rilanciato il Papa. E «il lavoro di Gesù» è «l’intercessione, la preghiera di intercessione». Così «il suo sacerdozio che si è consumato nella passione, continua in cielo con l’intercessione: Gesù prega per me, per ognuno di noi». Ma «questo dobbiamo ripeterlo per convincerci: lui è fedele e lui prega per me, in questo momento». Tanto che «l’immagine dell’intercessione — le mani così, per far vedere al Padre le piaghe della passione — se l’è portata con sé». Perchè «Gesù prega per me».
«C’è un passo nel Vangelo, nell’ultima cena, quando Gesù dice a Pietro: “io pregherò per te”» ha ricordato il Papa, rimarcando che «quello che dice a Pietro l’ha detto a tutti noi: “Io prego per te”». Perciò «ognuno di noi deve dire: Gesù sta pregando per me, sta lavorando, ci sta preparando quel posto». E «lui è fedele: lo fa perché lo ha promesso». Così «il cielo sarà questo incontro, un incontro con il Signore che è andato lì a preparare il posto, l’incontro di ognuno di noi». E «questo ci dà fiducia, fa crescere la fiducia».
«Io prego ma Lui prega per me» è la verità su cui il Pontefice ha voluto porre l’accento. «Per questo — ha spiegato — quando preghiamo sempre diciamo al Padre “per nostro Signore Gesù Cristo”, perché le preghiere vanno sempre tramite lui che sta pregando per noi». È, appunto, «l’intercessione, Gesù è il sacerdote intercessore: prima era il sacerdote che ha dato la vita per noi; adesso è il sacerdote intercessore, fino all’ultimo momento del mondo». E «questo deve darci fiducia, far crescere la fiducia» che in cielo «mi stanno aspettando» e che Gesù «sta pregando per me» e sta preparando «la dimora per me».
In conclusione Francesco ha espresso l’auspicio «che il Signore ci dia questa consapevolezza di essere in cammino con questa promessa in mano ma anche nel cuore». E «con la coscienza di essere eletto, perché il Signore ci ha eletti tutti e ognuno di noi». Un cammino da percorrere «cercando di fare continuamente, di rinnovare l’alleanza di fedeltà, per essere più fedeli perché Lui è fedele». E così, «il Signore ci dia questa grazia di guardare su e pensare: “Il Signore sta pregando per me”».

 

 

SI PUÒ SOSTITUIRE, NEL VANGELO, LA PAROLA «CARITÀ» CON «AMORE»? (anche Paolo)

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Si-puo-sostituire-nel-Vangelo-la-parola-carita-con-amore

SI PUÒ SOSTITUIRE, NEL VANGELO, LA PAROLA «CARITÀ» CON «AMORE»? 

Questa settimana la domanda al teologo riguarda l’uso nel vangelo delle parole «carità» e «amore». Risponde don Stefano Tarocchi, Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale,

E’ corretto sostituire, leggendo il Vangelo, la parola «carità» con la parola «amore»? Lo si può fare anche nel caso di una lettura inserita in un incontro di preghiera?
Matteo Corsi

La sostituzione, cui allude il lettore, in realtà è un problema di traduzione del termine greco sottostante: agàpe, che veniva normalmente reso in italiano con la parola «carità», ricalcando il latino charitas, ma può essere correttamente tradotto anche con il termine «amore».
Facciamo qualche esempio, tratti dall’apostolo Paolo, dove i due modelli di tradizione vengono affiancati: «la carità (agàpe) è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio» (1 Corinzi 13,4).
Nello stesso Paolo quando scrive ai Romani troviamo anche due traduzioni diverse in tre versetti: «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso. La carità (agàpe) non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità» (Romani 13,8-10). O, di nuovo in Paolo, quando scrive al discepolo Timoteo, troviamo ancora: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità (agàpe) e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore (agàpe), che sono in Cristo Gesù» (2 Timoteo 1,7-8.13).
Nelle lettere dell’apostolo Giovanni leggiamo: «noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1 Giovanni 4,16; cf. anche 4,18; 2 Giovanni 2,16). Si potrebbe meglio intendere: «noi che abbiamo creduto, e crediamo ora, abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha in noi».
Giovanni non vuole dare una definizione di Dio, come quando dice, ancora nella stessa lettera, che «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre» (1 Giovanni 1,5). Vuole dire che Dio si è rivelato (ecco perché dice che egli è «luce»), e noi l’abbiamo conosciuto nell’amore che ci ha manifestato quando ha dato il suo Figlio. È ancora Giovanni ad annotare, nel suo Vangelo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Giovanni 3,16)».
Il punto è che nella lingua greca esistono diverse parole che hanno a che fare con il concetto che noi abbiamo dell’amore: dall’amore dei genitori a quello dei figli, a quello degli amici; dall’amore fisico a quello totalmente gratuito dell’agàpe, fino a quello dei credenti fra loro: l’amore per i fratelli (filadelfìa) di Romani 12,10: «amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno».
Si potrebbe aggiungere anche l’amore di Dio per gli uomini, nella lingua greca filantropìa: «si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini» (Tito 3,4).
Anche in altre lettere troviamo (stavolta è Pietro a scrivere): «mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno (filadelfìa), all’amore fraterno la carità (agàpe)» (2 Pietro 1,5-7). E ancora: «conservate tra voi una carità fervente (agàpe), perché la carità copre una moltitudine di peccati» (1 Pietro 4,8).
Quindi, come si vede, la versione della CEI oscilla tra i diversi significati, cercando di ottenere uno stile più vario in lingua italiana. Non sempre questo corrisponde al testo originale.
Nella recente intervista rilasciata ad un giornale è lo stesso papa Francesco a dire che l’agàpe «è l’amore per gli altri, come il nostro Signore l’ha predicato. Non è proselitismo, è amore. Amore per il prossimo, lievito che serve al bene comune». All’intervistatore che aggiunge: «Gesù nella sua predicazione disse che l’agàpe, l’amore per gli altri, è il solo modo di amare Dio. Mi corregga se sbaglio», il papa conclude: «Non sbaglia. Il Figlio di Dio si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza. Tutti fratelli e tutti figli di Dio. Abba, come lui chiamava il Padre. Io vi traccio la via, diceva. Seguite me e troverete il Padre e sarete tutti suoi figli e lui si compiacerà in voi. L’agàpe, l’amore di ciascuno di noi verso tutti gli altri, dai più vicini fino ai più lontani, è appunto il solo modo che Gesù ci ha indicato per trovare la via della salvezza e delle Beatitudini».
In conclusione, vorrei dire al lettore che il problema non è tanto sostituire una parola con un’altra, magari per un capriccio, ma cercare di entrare nell’infinita ricchezza della Parola di Dio. Non è sempre facile tradurre adeguatamente le Scritture, e soprattutto renderne la complessità del linguaggio nelle lingue che parliamo tutti i giorni. Oltre a tutto, più una parola è usata, tanto più rischiosa è la sua interpretazione. E la parola «amore», con l’importanza che riveste nella nostra esistenza di uomini e donne, ma anche di credenti, è particolarmente al cuore di questo di questo rischio, soprattutto quando vogliamo comunicarla: non tanto per quello che intendiamo dire, ma per quello che i nostri ascoltatori afferrano.

Stefano Tarocchi

Publié dans:anche Paolo, TEOLOGIA, teologia - biblica |on 8 novembre, 2017 |Pas de commentaires »

LA BELLEZZA PORTA LUCE NEL BUIO DEL MONDO (anche Paolo)

http://www.cesnur.org/2012/papa2006.htm

LA BELLEZZA PORTA LUCE NEL BUIO DEL MONDO (anche Paolo)

di Massimo Introvigne

Nella preghiera «dobbiamo non solo richiedere, ma anche lodare e ringraziare: solo così la nostra preghiera è completa». Lo ha affermato Benedetto XVI nella catechesi di mercoledì 20 giugno, continuando nella «scuola della preghiera» dedicata alle lettere di san Paolo e soffermandosi sul primo capitolo della Lettera agli Efesini, un brano profondamente trinitario e insieme dedicato alla bellezza che brilla nel buio del mondo. Questo capitolo inizia proprio con una preghiera di ringraziamento, a Dio che in Gesù Cristo ci ha fatto «conoscere il mistero della sua volontà» (Ef 1,9). E «realmente c’è motivo di ringraziare se Dio ci fa conoscere quanto è nascosto: la sua volontà con noi, per noi; “il mistero della sua volontà”». «Mysterion», «Mistero» è un termine che ricorre spesso nella Sacra Scrittura e che nel linguaggio comune «indica quanto non si può conoscere, una realtà che non possiamo afferrare con la nostra propria intelligenza». Ma la Lettera agli Efesini ci svela un altro senso della parola. «Per i credenti “mistero” non è tanto l’ignoto, ma piuttosto la volontà misericordiosa di Dio, il suo disegno di amore che in Gesù Cristo si è rivelato pienamente». Ora davvero, afferma san Paolo, possiamo «comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo» (Ef 3,18-19). «Il “mistero ignoto” di Dio è rivelato ed è che Dio ci ama, e ci ama dall’inizio, dall’eternità».
Ne nasce un inno di benedizione: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 1,3). che «ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo». San Paolo, nota il Papa, qui «usa il verbo euloghein, che generalmente traduce il termine ebraico barak: è il lodare, glorificare, ringraziare Dio Padre come la sorgente dei beni della salvezza».
Ma perché dobbiamo benedire il Signore? Risponde san Paolo che Egli «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (v. 4). Dunque «Dio ci ha chiamati all’esistenza, alla santità. E questa scelta precede persino la creazione del mondo». La nostra vocazione alla santità corrisponde «al disegno eterno di questo Dio, un disegno che si estende nella storia e comprende tutti gli uomini e le donne del mondo, perché è una chiamata universale».
San Paolo continua: Dio ci ha chiamati a essere «figli adottivi, mediante Gesù Cristo». Ma, affinché non ci inorgogliamo, è sempre bene ricordare che «Dio ci sceglie non perché siamo buoni noi, ma perché è buono Lui. E l’antichità aveva sulla bontà una parola: bonum est diffusivum sui; il bene si comunica, fa parte dell’essenza del bene che si comunichi, si estenda. E così poiché Dio è la bontà, è comunicazione di bontà, vuole comunicare; Egli crea perché vuole comunicare la sua bontà a noi e farci buoni e santi».
Per la Lettera agli Efesini al centro della benedizione sta Gesù Cristo: «mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia» (Ef 1,7). Qui ci viene svelato, per così dire, il centro stesso della storia. «Il sacrificio della croce di Cristo è l’evento unico e irripetibile con cui il Padre ha mostrato in modo luminoso il suo amore per noi, non soltanto a parole, ma in modo concreto. Dio è così concreto e il suo amore è così concreto che entra nella storia, si fa uomo per sentire che cosa è, come è vivere in questo mondo creato, e accetta il cammino di sofferenza della passione, subendo anche la morte. Così concreto è l’amore di Dio, che partecipa non solo al nostro essere, ma al nostro soffrire e morire». Il Pontefice paragona questo brano con quello famoso della Lettera ai Romani: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?… Io sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura, potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,31-32.38-39).
Nella benedizione trinitaria della Lettera agli Efesini, con il Padre e il Figlio è naturalmente ben presente anche lo Spirito Santo: «Egli è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria» (Ef 1,14). Il Papa cita san Giovanni Crisostomo (tra 344 e 354-407), il quale così commenta questo passaggio: «Dio ci ha eletti per la fede ed ha impresso in noi il sigillo per l’eredità della gloria futura» (Omelie sulla Lettera agli Efesini 2,11-14). La strada della redenzione è «anche un cammino nostro, perché Dio vuole creature libere, che dicano liberamente sì; ma è soprattutto e prima un cammino Suo. Siamo nelle Sue mani e adesso è nostra libertà andare sulla strada aperta da Lui».
Abbiamo dunque nella Lettera agli Efesini tutta la Trinità in azione: «il Padre, che ci ha scelti prima della creazione del mondo, ci ha pensato e creato; il Figlio che ci ha redenti mediante il suo sangue e lo Spirito Santo caparra della nostra redenzione e della gloria futura». Da san Paolo possiamo imparare a scorgere l’impronta della Trinità nel mondo, «la bellezza del Creatore che emerge dalle sue creature». Citando l’esempio di san Francesco d’Assisi (1182-1226), e tornando sul tema che gli è caro della via pulchritudinis, la via della bellezza, il Papa nota che «importante è essere attenti proprio adesso, anche nel periodo delle vacanze, alla bellezza della creazione e vedere trasparire in questa bellezza il volto di Dio». E naturalmente anche nella bellezza dei santi, «affinché la Santissima Trinità venga ad abitare in noi, illumini, riscaldi, guidi la nostra esistenza». «Sant’Ireneo [130-202] ha detto una volta che nell’Incarnazione lo Spirito Santo si è abituato a essere nell’uomo. Nella preghiera dobbiamo noi abituarci a essere con Dio».
La preghiera ci trasforma, ci aiuta a vedere il mondo e la bellezza con colori nuovi. «La preghiera come modo dell’“abituarsi” all’essere insieme con Dio, genera uomini e donne animati non dall’egoismo, dal desiderio di possedere, dalla sete di potere, ma dalla gratuità, dal desiderio di amare, dalla sete di servire, animati cioè da Dio; e solo così si può portare luce nel buio del mondo».

 

Publié dans:anche Paolo, BELLEZZA (LA) |on 26 octobre, 2017 |Pas de commentaires »
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