Archive pour la catégorie 'temi – le virtù teologali'

Giovanni Paolo II – Udienza 22 maggio 1991 (sul tema della carità)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1991/documents/hf_jp-ii_aud_19910522_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 22 maggio 1991

1. Nellanima del cristiano c’è un nuovo amore, per il quale egli partecipa allamore stesso di Dio: Lamore di Dio – afferma San Paolo – è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5, 5). È un amore di natura divina, ben superiore perciò alle capacità connaturali allanima umana. Nel linguaggio teologico esso prende il nome di carità. Questamore soprannaturale ha un ruolo fondamentale per la vita cristiana, come rileva per esempio San Tommaso, il quale sottolinea con chiarezza che la carità non solo è la più nobile di tutte le virtù” (excellentissima omnium virtutum), ma è anche la forma di tutte le virtù, poiché grazie ad essa i loro atti sono ordinati al debito ed ultimo fine (S. Thomae, Summa theologiae, II-II q. 23, aa. 6 et 8).

La carità è pertanto il valore centrale dell’uomo nuovo, ricreato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera (Ef 4, 24; cf. Gal 3, 27). Se si paragona la vita cristiana a un edificio in costruzione, è facile riconoscere nella fede il fondamento di tutte le virtù che lo compongono. È la dottrina del Concilio di Trento, secondo il quale la fede è linizio dellumana salvezza, fondamento e radice di ogni giustificazione (Denz.-S. 2532). Ma lunione con Dio mediante la fede ha come scopo lunione con Lui nellamore di carità, amore divino partecipato allanima umana come forza operante e unificatrice.

2. Nel comunicare il suo slancio vitale allanima, lo Spirito Santo la rende atta ad osservare, in virtù della carità soprannaturale, il duplice comandamento dell’amore, dato da Gesù Cristo: per Dio e per il prossimo.

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore . . . (Mt 12, 30; cf. Dt 6, 4-5). Lo Spirito Santo fa partecipe lanima dello slancio filiale di Gesù verso il Padre, sicché – come dice San Paolo – tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio (Rm 8, 14). Fa amare il Padre come il Figlio lo ha amato, cioè con un amore filiale, che si manifesta nel grido Abbà” (cf. Gal 4, 6; Rm 8, 15), ma si estende a tutto il comportamento di coloro che, nello Spirito, sono figli di Dio. Sotto linflusso dello Spirito, tutta la vita diventa un omaggio al Padre, carico di riverenza e di amore filiale.

3. Dallo Spirito Santo deriva anche losservanza dellaltro comandamento: l’amore del prossimo. Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati, comanda Gesù agli Apostoli e a tutti i suoi seguaci. In quelle parole: Come io vi ho amati, vi è il nuovo valore dellamore soprannaturale, che è partecipazione allamore di Cristo per gli uomini, e quindi alla Carità eterna, nella quale ha la sua prima origine la virtù della carità. Come scrive San Tommaso dAquino, lessenza divina è per se stessa carità, come è sapienza e bontà. Perciò, come si può dire che noi siamo buoni della bontà che è Dio, e sapienti della sapienza che è Dio, perché la bontà che ci rende formalmente buoni è la bontà di Dio, e la sapienza che ci rende formalmente sapienti è una partecipazione della divina sapienza; così la carità con la quale formalmente amiamo il prossimo è una partecipazione della carità divina (S. Thomae, Summa theologiae, II-II, q. 23, a. 2, ad 1). E tale partecipazione avviene ad opera dello Spirito Santo che ci rende così capaci di amare non solo Dio, ma anche il prossimo, come Gesù Cristo lo ha amato. Sì, anche il prossimo: perché, essendo lamore di Dio riversato nei nostri cuori, per esso possiamo amare gli uomini e anche, in qualche modo, le stesse creature irrazionali (cf. Ivi, q. 25, a.3) come le ama Dio.

4. Lesperienza storica ci dice quanto sia difficile lattuazione concreta di questo precetto. E tuttavia esso è al centro dell’etica cristiana, come un dono che viene dallo Spirito e che bisogna chiedere a Lui. Lo ribadisce San Paolo, che nella Lettera ai Galati li esorta a vivere nella libertà data dalla nuova legge dellamore, purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri (Gal 5, 13). Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Gal 5, 14). E dopo aver raccomandato: Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne (Gal 5, 16), segnala lamore di carità (agape) come primo frutto dello Spirito Santo (Gal 5, 22). È dunque lo Spirito Santo che ci fa camminare nellamore e ci rende capaci di superare tutti gli ostacoli alla carità.

5. Nella prima Lettera ai Corinzi San Paolo sembra voler indugiare nellelenco e nella descrizione delle doti della carità verso il prossimo. Infatti, dopo aver raccomandato di aspirare ai carismi più grandi (1 Cor 12, 31), fa lelogio della carità, come di qualcosa di ben superiore a tutti i doni straordinari che può concedere lo Spirito Santo, e di più fondamentale per la vita cristiana. Sgorga così dalla sua bocca e dal suo cuore lInno alla carità, che si può considerare un inno allinflusso dello Spirito Santo sul comportamento umano. In esso la carità si configura in una dimensione etica con caratteri di concretezza operativa: La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dellingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (1 Cor 13, 4-7).

Nellelencare i frutti dello Spirito, si direbbe che San Paolo, correlativamente allInno, voglia indicare alcuni atteggiamenti essenziali della carità. Tra questi:

1) la pazienza, innanzitutto (cf. linno La carità è paziente: 1 Cor 13, 4). Si potrebbe osservare che lo Spirito dà lui stesso lesempio della pazienza verso i peccatori e il loro difettoso comportamento, come nei Vangeli si legge di Gesù, che veniva chiamato amico dei pubblicani e dei peccatori (Mt 11, 19; Lc 7, 34). È un riflesso della stessa carità di Dio, osserva San Tommaso, che usa misericordia per amore, perché ci ama come qualcosa di se stesso (Summa theologiae, II-II, q. 30, a. 2, ad 1).

2) Frutto dello Spirito è, poi, la benevolenza (cf. linno La carità è paziente: 1 Cor 13, 4). È anchessa un riflesso della divina benevolenza verso gli altri, visti e trattati con simpatia e comprensione.

3) C’è poi la bontà (cf. linno La carità è paziente: 1 Cor 13, 5). Si tratta di un amore disposto a dare generosamente, come quello dello Spirito Santo che moltiplica i suoi doni e partecipa ai credenti la carità del Padre.

4) Infine la mitezza (cf. linno La carità è paziente: 1 Cor 13, 5). Lo Spirito Santo aiuta i cristiani a riprodurre le disposizioni del cuore mite e umile (Mt 11, 29) di Cristo, e ad attuare la beatitudine della mitezza da lui proclamata (cf. Mt 5, 5).

6. Con lenumerazione delle opere della carne (cf. Gal 5, 19-21), San Paolo chiarisce le esigenze della carità, da cui derivano doveri ben concreti, in opposizione alle tendenze dell’“homo animalis, cioè vittima delle sue passioni. In particolare: evitare gelosie e invidie, volendo il bene del prossimo; evitare inimicizie, dissensi, divisioni, contese, promuovendo tutto ciò che conduce allunità. A ciò allude il versetto dellInno paolino, secondo il quale la carità non tiene conto del male ricevuto (1 Cor 13, 5). Lo Spirito Santo ispira la generosità del perdono per le offese ricevute e i danni subiti, e ne rende capaci i fedeli, ai quali, come Spirito di luce e di amore, fa scoprire le esigenze illimitate della carità.

7. La storia conferma la verità di quanto esposto: la carità risplende nella vita dei santi e della Chiesa, dal giorno della Pentecoste ad oggi. Tutti i santi, tutte le epoche della Chiesa portano i segni della carità e dello Spirito Santo. Si direbbe che in alcuni periodi storici la carità, sotto lispirazione e la guida dello Spirito, ha preso forme particolarmente caratterizzate dallazione soccorritrice e organizzatrice degli aiuti per vincere la fame, le malattie, le epidemie di tipo antico e nuovo. Si sono avuti così i Santi della carità”, come sono stati denominati specialmente nellOttocento e nel nostro secolo. Sono Vescovi, Presbiteri, Religiosi e Religiose, laici cristiani: tutti diaconi della carità. Molti sono stati glorificati dalla Chiesa; molti altri dai biografi e dagli storici, che riescono a vedere con i loro occhi o a scoprire nei documenti la verace grandezza di quei seguaci di Cristo e servi di Dio. E tuttavia i più restano in quellanonimato della carità che riempie di bene il mondo, continuamente ed efficacemente. Sia gloria anche a questi ignoti militi, a queste silenziose testimoni della carità! Dio li conosce, Dio li glorifica veramente! Noi dobbiamo essere loro grati, anche perché sono la riprova storica dell’“amore di Dio riversato nei cuori umani dallo Spirito Santo, primo artefice e principio vitale dellamore cristiano.

Publié dans:temi - le virtù teologali |on 30 octobre, 2008 |Pas de commentaires »

COMUNITÀ DI TAIZÈ: SULLA SPERANZA (TEMI DA PAOLO)

http://www.taize.fr/it_article1198.html

LA SPERANZA

Qual è la sorgente della speranza cristiana?

In un tempo in cui spesso si fatica a trovare delle ragioni per sperare, coloro che mettono la propria fiducia nel Dio della Bibbia hanno più che mai il dovere di «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro» (1 Pietro 3,15). Spetta a loro cogliere ciò che la speranza della fede contiene di specifico, per poter viverlo.

Ora, anche se per definizione la speranza guarda al futuro, per la Bibbia essa si radica nell’oggi di Dio. Nella Lettera 2003, frère Roger lo ricorda: «[La sorgente della speranza] è in Dio, che non può che amare e che instancabilmente ci cerca».

Nelle Scritture ebraiche, questa Sorgente misteriosa della vita che noi chiamiamo Dio si fa conoscere perché chiama gli esseri umani a entrare in una relazione con lui: stabilisce un’alleanza con loro. La Bibbia definisce le caratteristiche del Dio dell’alleanza con due parole ebraiche: hesed e emet (per es. Esodo 34,6; Salmi 25,10; 40,11-12; 85,11). Generalmente, si traducono con «amore» e «fedeltà». Dapprima ci dicono che Dio è bontà e benevolenza senza limiti e si prende cura dei suoi, e in secondo luogo, che Dio non abbandonerà mai quelli che ha chiamati ad entrare nella sua comunione.

Ecco la sorgente della speranza biblica. Se Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà – se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione – per i credenti non è una situazione definitiva. Nella loro fede in Dio, i credenti attingono l’attesa di un mondo secondo la volontà di Dio o, in altre parole, secondo il suo amore.

Nella Bibbia, questa speranza è spesso espressa con la nozione di promessa. Quando Dio entra in relazione con gli esseri umani, in generale questo va di pari passo con la promessa di una vita più grande. Ciò inizia già con la storia di Abramo: «Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,2-3).

Una promessa è una realtà dinamica che opera delle possibilità nuove nella vita umana. Questa promessa guarda verso l’avvenire, ma si radica in una relazione con Dio che mi parla qui e ora, che mi chiama a fare delle scelte concrete nella mia vita. I semi del futuro si trovano in una relazione presente con Dio.

Questo radicamento nel presente diventa ancora più forte con la venuta di Gesù Cristo. In lui, dice san Paolo, tutte le promesse di Dio sono già una realtà (2 Corinzi 1,20). Certo, ciò non si riferisce unicamente a un uomo che è vissuto in Palestina 2000 anni fa. Per i cristiani, Gesù è il Risorto che è con noi nel nostro oggi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo» (Matteo 28,20).

Un altro testo di san Paolo è ancora più chiaro. «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5). Lungi dall’essere un semplice augurio per l’avvenire senza garanzia di realizzazione, la speranza cristiana è la presenza dell’amore divino in persona, lo Spirito Santo, fiume di vita che ci porta verso il mare di una piena comunione.Come vivere della speranza cristiana?

La speranza biblica e cristiana non significa una vita nelle nuvole, il sogno di un mondo migliore. Non è una semplice proiezione di quello che vorremmo essere o fare. Essa ci porta a vedere i semi di questo mondo nuovo già presente oggi, grazie all’identità del nostro Dio che si manifesta nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questa speranza è inoltre una sorgente di forza per vivere in un altro modo, per non seguire i valori di una società fondata sul desiderio di possesso e sulla competizione.

Nella Bibbia, la promessa divina non ci chiede di sederci e attendere passivamente che si realizzi, come per magia. Prima di parlare ad Abramo di una vita in pienezza che gli è offerta, Dio gli disse: «Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1). Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere un nuovo inizio.

Così pure, la buona novella della risurrezione non è un modo per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma una chiamata a metterci in cammino. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? … Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura… Voi mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,11; Marco 16,15; Atti 1,8).

Sotto l’impulso dello Spirito del Cristo, i credenti vivono una solidarietà profonda con l’umanità priva dalle sue radici in Dio. Scrivendo ai Romani, san Paolo evoca le sofferenze della creazione in attesa, paragonandole alle doglie del parto. Poi continua: «Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente» (Romani 8,18-23). La nostra fede non ci fa dei privilegiati fuori dal mondo, noi «gemiamo» con il mondo, condividendo il suo dolore, ma viviamo questa situazione nella speranza, sapendo che, nel Cristo, «le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende» (1 Giovanni 2,8).

Sperare, è dunque scoprire dapprima nelle profondità del nostro oggi una Vita che va oltre e che niente può fermare. Ancora, è accogliere questa Vita con un sì di tutto il nostro essere. Gettandoci in questa Vita, siamo portati a porre, qui e ora, in mezzo ai rischi del nostro stare in società, dei segni di un altro avvenire, dei semi di un mondo rinnovato che, al momento opportuno, porteranno il loro frutto.

Per i primi cristiani, il segno più chiaro di questo mondo rinnovato era l’esistenza di comunità composte da persone di provenienze e lingue diverse. A causa di Cristo, quelle piccole comunità sorgevano ovunque nel mondo mediterraneo. Superando divisioni di ogni tipo che li tenevano lontani gli uni dagli altri, quegli uomini e quelle donne vivevano come fratelli e sorelle, come famiglia di Dio, pregando insieme e condividendo i loro beni secondo il bisogno di ciascuno (cfr. Atti 2,42-47). Si sforzavano ad avere «un solo spirito, uno stesso amore, i medesimi sentimenti» (Filippesi 2,2). Così brillavano nel mondo come dei punti di luce (cfr. Filippesi 2,15). Sin dagli inizi, la speranza cristiana ha acceso un fuoco sulla terra.

Lettera da Taizé: 2003/3

Publié dans:TEMI, temi - le virtù teologali |on 23 juin, 2008 |Pas de commentaires »

La speranza e l’oggi (intervista, temi paolini)

dal sito:

http://www.usmi.pcn.net/interviste/intervista08_02.htm

La speranza e l’oggi
nelle parole di don Mauro Cozzoli

Rita Salerno (a cura di)
Monsignor Mauro Cozzoli, nato a Bisceglie in provincia di Bari nel 1946, è ordinario di Teologia morale alla Pontificia Università Lateranense, E’ consultore del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute e fa parte del Consiglio Scientifico dellIstituto “Veritatis splendor” di Bologna e di gruppi di ricerca nella Pontificia Accademia per la Vita. E’ autore di varie pubblicazioni e coautore di diverse opere in collaborazione e dizionari.

Lo abbiamo interpellato su tematiche di attualità ecclesiale, tutte imperniate sul tema della speranza. Un nuovo anno è appena iniziato con il suo carico di promesse e di speranze. L’anno che ci siamo lasciati alle spalle si è chiuso all’insegna della speranza, filo conduttore della seconda enciclica del Papa “Spe Salvi”. Su che cosa si fonda la speranza cristiana, in un mondo sempre più intriso di secolarismo e di ateismo?Ogni speranza per essere tale è sempre una promessa. La promessa di qualcosa di nuovo che ci sta davanti. La promessa di un futuro. La speranza cristiana è la profezia dellavvenire di Dio. Il futuro dischiuso dalla speranza cristiana non ci sta semplicemente davanti, come un al-di-là tutto e solo da raggiungere. E un futuro-adventus: è lavvento, lav-venire di Dio e del suo Regno nel regno delluomo. Lavvento di Dio muove come esodo, come pellegrinaggio, la vita del cristiano e della Chiesa e con essi dellumanità.

È questo il grande annuncio della speranza cristiana: Dio è venuto, con Gesù Cristo, adempiendo così la speranza messianica. Dio viene, il suo regno av-viene continuamente nelloggi della Chiesa, dei cristiani e del mondo. Viene a «fare nuove tutte le cose», coinvolgendo il cristiano e la Chiesa in questo esodo di liberazione prefiguratrice e anticipatrice dei «cieli nuovi e terra nuova, in cui avrà stabile dimora la giustizia» (2Pt 3,13). La speranza cristiana è la fonte più grande di senso e di impegno morale. E «la grande speranza» di cui parla il Papa nella Spe salvi: «la grande speranza che sorregge tutta la vita» (§ 27). A proposito di San Paolo, c’è da ricordare che tra pochi mesi, l’apostolo delle genti sarà al centro dell’anno paolino, per volontà di Papa Benedetto XVI che lo ha indetto lo scorso 28 giugno: vogliamo affrontare il tema della speranza dall’angolazione di San Paolo?San Paolo è il grande teologo della speranza. Gli spunti che ci offre sono notevoli. Mi limito a segnalarne qualcuno. Innanzitutto, per San Paolo la speranza non è a partire dalluomo, ma da Dio. C’è una speranza umana, intesa come invocazione di Dio: è lattesa di Dio da parte delluomo. Ma San Paolo capovolge la prospettiva e parla del «Dio della speranza» (Rm 15,13), a significare che è Dio che si fa speranza per noi. Altro elemento della speranza paolina è la sua centratura cristologica, legata allespressione «Cristo nostra speranza» (1Tm 1,1). Da leggere sia in senso oggettivo che soggettivo. Nel primo significato, il cristiano spera Cristo, il destino di resurrezione e di gloria di Cristo. Cristo risorto è la nostra speranza, cosicché la sua ascensione e la sua glorificazione è il futuro che ci sta davanti. Nel secondo significato, in me spera Cristo. Io spero con la speranza piena di fiducia e di certezza di Cristo. La speranza del cristiano partecipa della forza di Cristo, dello Spirito di Cristo nel nostro cuore. Un terzo elemento è dato dalla forza di convinzione e di motivazione morale della speranza cristiana. La speranza è per Paolo la fonte dellimpegno più faticoso e sofferto: «Noi ci affatichiamo e lottiamo perché speriamo nel Dio vivente» (1Tm 4,10). La fonte della parresia (coraggiosa franchezza): «Forti di tale speranza ci comportiamo con molta parresia» (2Cor 3.12).

L’anno appena trascorso sarà ricordato anche per la seconda enciclica di Benedetto XVI “Spe Salvi”. C’è un passaggio del documento papale che merita un’attenta analisi in questa circostanza?

Merita particolare attenzione la denuncia della secolarizzazione della speranza cristiana nella modernità. Il tempo moderno ha sviluppato la speranza dell’instaurazione di un mondo perfetto che, grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica scientificamente fondata, sembrava esser diventata realizzabile (§ 30). S’è prodotta così la secolarizzazione della speranza cristiana: La speranza biblica del regno di Dio è stata rimpiazzata dalla speranza del regno dell’uomo, dalla speranza di un mondo migliore che sarebbe il vero «regno di Dio»” (§ 30). Speranza innescata dalla fede nel progresso (§ 17), dettata dal potere pressoché infinito sulla prassi che la scienza concede alluomo e di cui si nutre il progresso (§ 16). Ma nel corso del tempo apparve chiaro che questa speranza fugge sempre più lontano (§ 30). Una speranza di redenzione posta tutta e solo nelle mani delluomo, nel potere di una ragione ridotta a scienza, è semplicemente falsa. Con una tale attesa si chiede troppo alla scienza; questa specie di speranza è fallace (§ 25). Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora soltanto allora l’uomo è «redento», qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha «redenti». Per mezzo di Lui siamo diventati certi di Dio (§ 26). La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio (27). Non un Dio che costituisce una lontana «causa prima» del mondo. Ma il Dio che ci ama, perché il suo Figlio unigenito si è fatto uomo e di Lui ciascuno può dire: «Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20) (§ 26).

C’è un’immagine dell’anno che si è appena chiuso – sul piano ecclesiale – che le è rimasta impressa?E limmagine del Pontefice che ci mostra instancabilmente il volto razionale e amante di Dio in Gesù Cristo: Dio insieme e indivisibilmente logos e agape. Il Dio dellintelligenza che si rivolge alla mente e il Dio dellamore che si rivolge al cuore delluomo, valorizzandolo in ciò che egli è ed ha di più proprio come uomo; venendogli incontro nelle sue aspirazioni primarie e insopprimibili alla verità e allamore.

All’uomo di oggi confuso e smarrito quale volto di speranza deve offrire, sul piano della testimonianza, la vita consacrata e le religiose in particolare? La vita consacrata deve offrire il volto della speranza delineato da un vissuto credibile di povertà, obbedienza e castità. I consacrati sono chiamati ad essere con i loro voti un segno trasparente e attraente del futuro di libertà annunciato dalla speranza cristiana: libertà dal dominio dellavere, dalle pretese delle pulsioni e dal sopruso dellarbitrio. Il mondo, oggi più che mai, ha bisogno di questi testimoni capaci di coniugare la libertà con la verità, la bontà e la bellezza del vangelo e «dare ragione così della speranza che è in loro» (1Pt 3,15).

Perché oggi il tema della speranza è tornato d’attualità?Perché non il passato, non il presente ma il futuro il destino della vita è il problema, il «caso serio» delluomo disincantato e inquieto del nostro tempo. Alla fede luomo domanda il futuro della vita. Per lui la fede è tanto più credibile quanto più è in grado di dischiudere futuro: il futuro ultimo, la vita eterna.

E’ possibile e dove porta una speranza senza Dio?E una illusione che finisce in delusione. Perché una speranza ultima, una speranza di salvezza è possibile solo come rivelazione e grazia. Unautosalvezza è una contraddizione in termini. Una salvezza infatti è possibile soltanto a condizione di essere salvati. Solo colui che è ed ha la vita in se stesso, il Vivente, Dio può salvarmi. Questa salvezza è venuta a noi con Gesù Cristo ed il cristiano la vive e lannuncia nella speranza.

Publié dans:TEMI, temi - le virtù teologali |on 15 juin, 2008 |Pas de commentaires »

Qual è la sorgente della speranza cristiana? (San Paolo diversi passi)

dal sito:

http://www.taize.fr/it_article1198.html

LA SPERANZA

Qual è la sorgente della speranza cristiana?

In un tempo in cui spesso si fatica a trovare delle ragioni per sperare, coloro che mettono la propria fiducia nel Dio della Bibbia hanno più che mai il dovere di «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro» (1 Pietro 3,15). Spetta a loro cogliere ciò che la speranza della fede contiene di specifico, per poter viverlo.

Ora, anche se per definizione la speranza guarda al futuro, per la Bibbia essa si radica nelloggi di Dio. Nella Lettera 2003, frère Roger lo ricorda: «[La sorgente della speranza] è in Dio, che non può che amare e che instancabilmente ci cerca».Nelle Scritture ebraiche, questa Sorgente misteriosa della vita che noi chiamiamo Dio si fa conoscere perch

é chiama gli esseri umani a entrare in una relazione con lui: stabilisce unalleanza con loro. La Bibbia definisce le caratteristiche del Dio dellalleanza con due parole ebraiche: hesed e emet (per es. Esodo 34,6; Salmi 25,10; 40,11-12; 85,11). Generalmente, si traducono con «amore» e «fedeltà». Dapprima ci dicono che Dio è bontà e benevolenza senza limiti e si prende cura dei suoi, e in secondo luogo, che Dio non abbandonerà mai quelli che ha chiamati ad entrare nella sua comunione.

Ecco la sorgente della speranza biblica. Se Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà – se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione – per i credenti non è una situazione definitiva. Nella loro fede in Dio, i credenti attingono lattesa di un mondo secondo la volontà di Dio o, in altre parole, secondo il suo amore.Nella Bibbia, questa speranza

è spesso espressa con la nozione di promessa. Quando Dio entra in relazione con gli esseri umani, in generale questo va di pari passo con la promessa di una vita più grande. Ciò inizia già con la storia di Abramo: «Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,2-3).

Una promessa è una realtà dinamica che opera delle possibilità nuove nella vita umana. Questa promessa guarda verso lavvenire, ma si radica in una relazione con Dio che mi parla qui e ora, che mi chiama a fare delle scelte concrete nella mia vita. I semi del futuro si trovano in una relazione presente con Dio.Questo radicamento nel presente diventa ancora pi

ù forte con la venuta di Gesù Cristo. In lui, dice san Paolo, tutte le promesse di Dio sono già una realtà (2 Corinzi 1,20). Certo, ciò non si riferisce unicamente a un uomo che è vissuto in Palestina 2000 anni fa. Per i cristiani, Gesù è il Risorto che è con noi nel nostro oggi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo» (Matteo 28,20).

Un altro testo di san Paolo è ancora più chiaro. «La speranza poi non delude, perché lamore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5). Lungi dallessere un semplice augurio per lavvenire senza garanzia di realizzazione, la speranza cristiana è la presenza dellamore divino in persona, lo Spirito Santo, fiume di vita che ci porta verso il mare di una piena comunione.

Come vivere della speranza cristiana?

La speranza biblica e cristiana non significa una vita nelle nuvole, il sogno di un mondo migliore. Non è una semplice proiezione di quello che vorremmo essere o fare. Essa ci porta a vedere i semi di questo mondo nuovo già presente oggi, grazie allidentità del nostro Dio che si manifesta nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questa speranza è inoltre una sorgente di forza per vivere in un altro modo, per non seguire i valori di una società fondata sul desiderio di possesso e sulla competizione.

Nella Bibbia, la promessa divina non ci chiede di sederci e attendere passivamente che si realizzi, come per magia. Prima di parlare ad Abramo di una vita in pienezza che gli è offerta, Dio gli disse: «Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1). Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere un nuovo inizio.Cos

ì pure, la buona novella della risurrezione non è un modo per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma una chiamata a metterci in cammino. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura Voi mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,11; Marco 16,15; Atti 1,8).

Sotto limpulso dello Spirito del Cristo, i credenti vivono una solidarietà profonda con lumanità priva dalle sue radici in Dio. Scrivendo ai Romani, san Paolo evoca le sofferenze della creazione in attesa, paragonandole alle doglie del parto. Poi continua: «Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente» (Romani 8,18-23). La nostra fede non ci fa dei privilegiati fuori dal mondo, noi «gemiamo» con il mondo, condividendo il suo dolore, ma viviamo questa situazione nella speranza, sapendo che, nel Cristo, «le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende» (1 Giovanni 2,8).Sperare,

è dunque scoprire dapprima nelle profondità del nostro oggi una Vita che va oltre e che niente può fermare. Ancora, è accogliere questa Vita con un sì di tutto il nostro essere. Gettandoci in questa Vita, siamo portati a porre, qui e ora, in mezzo ai rischi del nostro stare in società, dei segni di un altro avvenire, dei semi di un mondo rinnovato che, al momento opportuno, porteranno il loro frutto.

Per i primi cristiani, il segno più chiaro di questo mondo rinnovato era lesistenza di comunità composte da persone di provenienze e lingue diverse. A causa di Cristo, quelle piccole comunità sorgevano ovunque nel mondo mediterraneo. Superando divisioni di ogni tipo che li tenevano lontani gli uni dagli altri, quegli uomini e quelle donne vivevano come fratelli e sorelle, come famiglia di Dio, pregando insieme e condividendo i loro beni secondo il bisogno di ciascuno (cfr. Atti 2,42-47). Si sforzavano ad avere «un solo spirito, uno stesso amore, i medesimi sentimenti» (Filippesi 2,2). Così brillavano nel mondo come dei punti di luce (cfr. Filippesi 2,15). Sin dagli inizi, la speranza cristiana ha acceso un fuoco sulla terra.

Lettera da Taizé: 2003/3

Publié dans:TEMI, temi - le virtù teologali |on 15 juin, 2008 |Pas de commentaires »

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