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PIETRO A ROMA

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PIETRO A ROMA

Il vicepresidente del Senato, dopo la lettura del libro O Roma felix, chiede in una lettera quali siano le prove storiche per cui possiamo dire con certezza che il Principe degli apostoli è venuto ed è morto nella capitale dell’Impero. Gli risponde Lorenzo Bianchi

di Lorenzo Bianchi

Presenza, martirio e sepoltura di Pietro a Roma non sono più seriamente messe in dubbio, a livello di ricerca scientifica, da nessuno ormai da vari decenni; neppure da certa critica protestante che – come è noto – aveva in passato negato quei fatti, con la conseguenza (o lo scopo) di negare anche il primato del papa, vescovo di Roma. E, senza voler entrare nella discussione di che cosa significhi “il primato del Papa”, non è vero che la presenza di Pietro a Roma non sia necessaria per motivarlo: al contrario, è necessaria, perché l’autorità della Chiesa di Roma si fonda sulla trasmissione diretta, tra i vescovi che si succedono nella sua guida, del mandato di Gesù Cristo a Pietro (Mt 16, 18-19): «Et ego dico tibi quia tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam. Et tibi dabo claves regni caelorum. Et quodcumque ligaveris super terram, erit ligatum et in caelis, et quodcumque solveris super terram, erit solutum et in caelis».
Per le testimonianze di presenza, martirio e sepoltura di Pietro a Roma non occorre arrivare fino ad Eusebio di Cesarea, cioè al IV secolo.
La sepoltura è attestata per la prima volta dalle parole del presbitero Gaio, che allude al “trofeo” (si intenda “le spoglie mortali”) di Pietro in Vaticano; sebbene questa testimonianza sia riportata proprio nell’opera di Eusebio di Cesarea, si tratta di una citazione diretta delle parole di Gaio e alla sua epoca deve essere attribuita, cioè alla fine del II secolo o all’inizio del III (per la precisione, negli anni del pontificato di Zefirino, tra il 199 e il 217). Dice dunque Gaio (in Eusebio, Hist. eccl. II, 25, 7): «io posso mostrarti i trofei degli apostoli [Pietro e Paolo]. Se vorrai recarti nel Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa [di Roma]».
In quello stesso periodo, il martirio è attestato da Tertulliano, che verso il 200 scrive (De praescr. haer. 36) che la preminenza di Roma è legata al fatto che tre apostoli, Pietro, Paolo e Giovanni, vi hanno insegnato e i primi due vi sono morti martiri: «Si autem Italiae adiaces, habes Romam, unde nobis quoque auctoritas praesto est. Ista quam felix Ecclesia! cui totam doctrinam apostoli cum sanguine suo profuderunt: ubi Petrus passioni dominicae adaequatur; ubi Paulus Ioannis [Baptistae] exitu coronatur; ubi apostolus Ioannes postquam in oleum igneum demersus nihil passus est, in insulam relegatur».
Ma ancor prima il martirio è attestato da Clemente Romano, nella lettera ai Corinzi databile forse al 96 (1Cor 5-6):«prendiamo in considerazione i buoni apostoli: Pietro, che per gelosia ingiusta sopportò non uno né due ma molti affanni, e così, dopo aver reso testimonianza, s’incamminò verso il meritato luogo della gloria. [...] Intorno a questi uomini [Pietro e Paolo] che piamente si comportarono si raccolse una grande moltitudine di eletti, i quali, dopo aver sofferto per gelosia molti oltraggi e tormenti, divennero fra noi bellissimo esempio». Certo, non è nominata la parola “Roma”, ma Clemente scrive da Roma e il contesto stesso della lettera si riferisce a fatti accaduti a Roma: a Pietro e Paolo vengono inoltre accomunati i martiri romani («fra noi») della persecuzione neroniana, ai quali si riferisce l’ultima frase riportata. Non sono personalmente d’accordo con Margherita Guarducci nel dedurre da questo testo (esaminato in combinazione con altri, specialmente quello famoso di Tacito) anche il luogo preciso (il Circo Vaticano) e l’anno (il 64) del martirio di Pietro, questioni del resto molto controverse fra gli studiosi e per le quali si potrebbero elencare svariate opinioni dedotte da ricerche serie e condotte con metodologia scientifica (purtroppo, però, sono i dati di base che scarseggiano). Tutto ciò non invalida però la notizia del martirio di Pietro a Roma.
Un graffito rappresentante san Pietro, catacombe di Sant’Agnese, Roma
Un graffito rappresentante san Pietro, catacombe di Sant’Agnese, Roma
La presenza di Pietro a Roma, ben prima che da Eusebio di Cesarea, è testimoniata anche da Ignazio di Antiochia, che, nella lettera ai Romani, databile al 107, la sottintende chiaramente quando si rivolge alla Chiesa di Roma con queste parole (Rom. 4, 3):«Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato…».
E, qualche decennio più tardi, tra il 175 e il 189, Ireneo di Lione attribuisce alla Chiesa di Roma «la più forte preminenza» («potentior principalitas») fra le altre, proprio in virtù della sua istituzione per opera di Pietro e Paolo (Adv. haer. III, 2: il brano ci è giunto nella traduzione latina): «Sed quoniam valde longum est in hoc tali volumine omnium ecclesiarum enumerare successiones, maximae et antiquissimae et omnibus cognitae, a gloriosissimis duobus apostolis Petro et Paulo Romae fundatae et constitutae ecclesiae, eam quam habet ab apostolis traditionem et adnuntiatam hominibus fidem per successiones episcoporum pervenientem usque ad nos indicantes, confundimus omnes eos qui quoquo modo, vel per sibiplacentiam vel vanam gloriam vel per ceacitatem et sententiam malam praeterquam oportet colligunt. Ad hanc enim ecclesiam propter potentiorem principalitatem necesse est omnem convenire ecclesiam, hoc est eos qui sunt undique fideles, in qua semper ab his qui sunt undique conservata est ea quae est ab apostolis traditio» («Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest’opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prendiamo la Chiesa più grande e la più importante e conosciuta da tutti, fondata e istituita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo, e, mostrandone la tradizione ricevuta dagli apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi, confondiamo tutti coloro che in qualunque modo, o per infatuazione o per vanagloria o per cecità e per errore di pensiero, si riuniscono oltre quello che è giusto. Con questa Chiesa infatti, per la sua più forte preminenza, è necessario che concordi ogni Chiesa, cioè i fedeli che da ogni parte del mondo provengono; con essa, nella quale da coloro che da ogni parte provengono fu sempre conservata la tradizione che discende dagli apostoli»).
Non bisogna credere alla presenza di Pietro a Roma perché gli Atti degli Apostoli non ne parlano? Gli argumenta e silentio in genere poco spesso hanno valore “forte”, e mai valore decisivo. D’altronde, più forte deve essere senz’altro considerato un opposto argumentum e silentio, e cioè che nessuna città ha mai rivendicato per sé il martirio e la sepoltura di Pietro.
Ma, oltre e a conferma delle testimonianze più sopra ricordate, a dimostrare la presenza di Pietro a Roma c’è l’evidenza archeologica, che almeno per quel che riguarda la presenza della tomba di Pietro sotto l’altare della Basilica vaticana, non può essere messa in dubbio. Devo innanzitutto chiarire che gli scavi sotto l’altare della Confessione di San Pietro (certo condotti con metodi che oggi nessun archeologo accetterebbe) non sono stati fatti da Margherita Guarducci, bensì, tra il 1940 e il 1949, sotto la direzione di monsignor Ludwig Kaas, da Enrico Josi, Antonio Ferrua, Engelbert Kirschbaum e Bruno Maria Apollonj Ghetti. Questi scavi, i cui risultati sono stati pubblicati nel 1951, hanno portato al ritrovamento, scientificamente dimostrato, della tomba di Pietro, sulla base di alcuni elementi datanti, della stratigrafia delle sepolture e della particolare collocazione della tomba terragna attorno e rispetto alla quale si orientano, con particolari accorgimenti, una serie di strutture successive, fino all’altare tuttora visibile nella Basilica. Questa conclusione, rafforzata dal ritrovamento del graffito «Petros eni» (databile a prima della fine del II secolo), è pacificamente accettata dagli archeologi (senza voler andare a consultare più ponderosi studi, basti leggere le argomentazioni alle pagine da 168 a 185 del manuale di Archeologia cristiana del compianto professore Pasquale Testini, Edipuglia, Bari 1980).
L’altare della Confessione nella Basilica di San Pietro, sotto il quale si trova la tomba dell’apostolo
L’altare della Confessione nella Basilica di San Pietro, sotto il quale si trova la tomba dell’apostolo
Non tutti sono invece concordi sull’identificazione delle ossa di Pietro, proposta dalla professoressa Guarducci dopo ricerche complesse, articolate e condotte con rigore scientifico, come stanno a dimostrare se non altro la analitica decifrazione dei graffiti del “muro g” e le perizie compiute sulle ossa. Certo Margherita Guarducci, recentemente scomparsa, aveva un carattere forte e deciso, per taluni forse anche poco gradevole, ma è profondamente falso e ingiusto dire che “trova quello che ha deciso di trovare”. Personalmente ritengo che giudizi e critiche sui risultati di queste ricerche possano essere proposti solo dopo averli studiati a fondo, e, in ogni caso, debbano essere affidati a puntuali argomentazioni scientifiche, e non a “sorrisi assai eloquenti” o a “distinguo” verbali quali “epigrafista”/“archeologo”.
Sarebbe poi curioso conoscere, da chi giudica in base a tali distinzioni, in quali atti e competenze debba caratterizzarsi scientificamente la figura dell’archeologo. Le recenti vicende del parcheggio di Propaganda Fide e della rampa Torlonia al Gianicolo, nelle quali ho avuto una qualche parte, mi hanno fra l’altro dimostrato che a volte anche la più alta scientificità di qualche archeologo si mostra incline a decadere, come tutte le cose umane, a più mediocri livelli, se le circostanze del momento suggeriscono di ignorare la “tradizione” (e relative fonti storiche) oppure di sostenere contro ogni evidenza, ad esempio, che dei cunicoli di catacombe siano solo semplici “cantine”, o ancor più di avallare, ripudiando più di mezzo secolo di metodologia della ricerca archeologica, improbabili “tagli conservativi” d’asporto di strutture murarie.

 

Caro direttore,
non ho titolo specialistico per discettare sulla venuta di Pietro a Roma, data per scontata in O Roma felix, libro allegato a 30Giorni; pure, essa venuta mi sembra non provata.
Clemente Romano, nella lettera scritta nel 96, non dice, per quanto io ricordi (non ho il testo con me), che Pietro venne a Roma: dice soltanto che subì il martirio sotto Nerone. La locuzione è temporale, non locativa, come è provato dai riferimenti di altri martìri, avvenuti sicuramente lontano da Roma, e portanti lo stesso riferimento temporale ad un imperatore in carica. È forse perciò ultronea la conclusione tratta dagli autori in cui si dice che «la lettera di Clemente è la più antica testimonianza sul Principe degli apostoli a Roma». E così anche il Bianchi, nel testo più recente scritto sull’argomento, afferma che la «prima notizia del martirio di Pietro a Roma, [...] risale alla fine del primo secolo, cioè al papa Clemente [...]». Riporta poi il testo, ove non v’è traccia del fatto che il martirio sarebbe avvenuto a Roma (L.Bianchi, Ad limina Petri, Roma 1999).
Non ho ora la possibilità di consultare il testo di papa Clemente, ma il mio ricordo (non esservi scritto che Pietro fu a Roma) è rafforzato dalle citazioni del testo nei due libri ora da me citati, ove questa notizia non c’è.
A me sembra che la prima notizia della presenza delle spoglie di Pietro in Vaticano, e perciò della probabile venuta a Roma, sia molto ma molto più tarda. Mi riferisco ad Eusebio di Cesarea, che scriveva agli inizi del IV secolo. Ed è significativo il fatto che la tradizione della presenza di Pietro a Roma vada di pari passo con l’affermando primato del vescovo di Roma.
A destra, il “muro g” con i graffiti contenenti acclamazioni a Cristo, Maria e Pietro. Nel loculo al di sotto del “muro g” sono riposte le ossa di Pietro. A sinistra, il frammento del “muro rosso” sul quale è inciso in greco il graffito PETROS ENI, «Pietro è qui dentro»
A destra, il “muro g” con i graffiti contenenti acclamazioni a Cristo, Maria e Pietro. Nel loculo al di sotto del “muro g” sono riposte le ossa di Pietro. A sinistra, il frammento del “muro rosso” sul quale è inciso in greco il graffito PETROS ENI, «Pietro è qui dentro»
La “tradizione” è stata trasformata in verità senza discussione dopo gli scavi di Margherita Guarducci. Non sto qui a ricordare tutti i problemi posti dagli scavi della archeologa vaticana (per la verità, più epigrafista che archeologa): quelli ben noti del trofeo, del “muro rosso”, del “Petros eni” che vi sarebbe scritto (ma il graffito di che epoca è?), delle presunte ossa di Pietro puntualmente ritrovate. Non sto a ricordarli, perché sono troppo note le polemiche tra la Guarducci e il gesuita padre Ferrua, maltrattatissimo dalla studiosa, ma fermo nei suoi scientifici intendimenti. La professoressa Guarducci (non voglio metterne in discussione la buona fede) è una archeologa che ha grandi ed illustri precedenti, Schliemann ed Evans: trova quello che ha deciso di trovare. Voglio raccontare un episodio, che mi riguarda. Ho chiesto alla Sopraintendenza di Roma, l’anno scorso, di visitare l’area sacra protoromana di Sant’Omobono: mi ha accompagnato cortesemente un’archeologa ben nota. Non ricordo come, siamo venuti a parlare della professoressa Guarducci: l’archeologa che mi accompagnava era imbarazzata, e poi non ha potuto trattenere un sorriso assai eloquente.
Infine, una domanda: se Pietro è venuto a Roma, perché negli Atti degli Apostoli (quelli autentici, non quelli apocrifi di Marcello) non si parla della venuta di Pietro a Roma? Pure essi descrivono con sufficiente dettaglio i primi anni del cristianesimo: mi sembra questo un argumentum ex silentio forte.
In verità, la presenza di Pietro a Roma sembra necessaria per motivare il primato papale: scrivo sembra, perché non lo è. Il primato romano è indiscutibile, perché assegnato dalla storia. Può essere rimesso in discussione dalla stessa Chiesa, per ragioni ecumeniche. Al momento non lo è. Scrivo queste cose, caro direttore, da laico e da “non specialista”; in più, scrivo da Roma e non da casa, ove avrei potuto consultare i testi. Mi scuso perciò per qualche imprecisione. In conclusione, non voglio affermare che Pietro non è venuto e non ha subito il martirio a Roma. Voglio solo dire che, mentre è scientificamente provata la venuta di Paolo, non lo è quella di Pietro. La sua presenza a Roma è perciò solo affidata ad una tradizione autorevole.
Con cordiale ossequio,

Domenico C. Contestabile
Vicepresidente del Senato

Publié dans:SAN PIETRO, SANTI |on 17 mars, 2015 |Pas de commentaires »

PIETRO E PAOLO

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PIETRO E PAOLO

29 giugno 2014 Bussole per la fede

di Don Giuseppe Liberto

Il Prefazio ci fa cantare: «Tu hai voluto unire in gioiosa fraternità i due santi apostoli: Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo, Paolo, che illuminò le profondità del mistero; il pescatore di Galilea, che costituì la prima comunità con i giusti di Israele, il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti. Così, con diversi doni, hanno edificato l’unica Chiesa».
Il 29 giugno è festa dell’apostolicità della Chiesa di Cristo: Pietro, fondamento della fede cristiana, è forza e speranza nella missione dell’apostolo/chiesa. Paolo, annunziatore del vangelo nella missione salvifica universale, è fondamento e fiducia nella fede dell’apostolo/chiesa.
Pietro e Paolo, messaggeri del vangelo, testimoni e martiri del Signore, sono «i santi apostoli che nella vita terrena hanno fecondato la Chiesa, con il loro sangue, hanno bevuto il calice del Signore e sono diventati gli amici di Dio» (Antifona d’ingresso). La loro vita e missione si sono configurate al mistero supremo di Cristo, crocifisso-risorto. Il loro martirio è il sigillo ultimo di un amore senza limiti.
Con l’azione dello Spirito, trasformati dalla luce del Risorto, liberi nella libertà di Cristo che ha vinto la morte, i due Apostoli sono costituiti testimoni della Pasqua di morte e risurrezione di Gesù. Diventano instancabili annunciatori con le loro lettere, i loro viaggi e soprattutto con l’offerta della loro vita coronata dalla testimonianza del martirio. Testimoni nel sangue del mistero di Cristo, Pietro e Paolo sono diventati i padri della fede per tutta la chiesa.
In Pietro e Paolo, istituzione e carisma convivono in armonioso dialogo, perché la Chiesa, luogo della presenza di Cristo, non si sclerotizzi, ma cammini nella verità sinfonica e nella concorde carità, in modo che appaia al mondo come autentico e fecondo “sacramento di salvezza”. Pur con diverso carattere, vocazione e carisma, attraverso di loro la Chiesa riceve «il primo annunzio della fede» (colletta), compiendo la stessa missione in tempi e in luoghi diversi.
La celebrazione della festa di Pietro e Paolo ci fa tornare alla sorgente della nostra fede cattolica, riscoprendo il fondamento del mistero di quel Corpo mistico di cui siamo membra. La fede cristiana è essenzialmente fede apostolica perché si riferisce all’esperienza degli apostoli. La Chiesa non conosce e non annunzia altro Cristo se non quello visto, accolto, testimoniato e annunziato dagli apostoli.
La Pasqua di Cristo, evento originario e fondante della fede, è mediato soltanto dalla testimonianza degli apostoli. Nel giorno della Pentecoste, è Pietro che annunzia: Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni (At 2,32). Il concilio Vaticano II afferma con decisione che la Chiesa è stata fondata sugli apostoli i quali «predicarono la parola della verità e generarono le chiese» (AG 1). Agostino ci esorta: «Amiamone, dunque, la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione» (Sermo 295,7-8).

Le tre metafore del primato di Pietro
La Chiesa di Cristo non è massa indistinta di fedeli anonimi, isolati e dispersi, ma comunità ecclesiale fondata sulla “roccia Cristo” che è sempre presente in mezzo ai suoi, contemporaneamente sceglie Pietro col compito di unificare e sostenere la Chiesa di Cristo. L’autorità di Pietro è vicaria; egli è immagine di Cristo, che è il vero Signore della Chiesa. L’evangelista Matteo ci offre tre illuminanti metafore che mettono in risalto il primato di Pietro: la roccia, le chiavi, il legare-sciogliere (cf Mt 16,13-20).
La roccia, dal nome aramaico kefa, è il termine con cui Cristo rinomina Simone chiamandolo Pietro e gli affida la sua missione. Nel mondo semitico, cambiare nome significa orientare la persona verso un altro destino. Pietro è la roccia che tiene salda la Chiesa. Su questa roccia il Cristo, “pietra angolare” insostituibile, getta le basi dell’edificio-Chiesa, segno visibile di Cristo che è la vera roccia. A fondare la competenza pastorale di Pietro non è la sua personale fedeltà a Cristo ma la fedeltà di Cristo all’amore per i suoi: questa è la roccia su cui è fondata la Chiesa. L’unico mediatore è Cristo, Egli costruisce la sua Chiesa. Pietro e gli apostoli sono le “fondamenta” (cf Ef 2,20). Neanche la morte potrà esercitare il suo dominio sui credenti riuniti nella Chiesa.
Le chiavi sono il segno del governo e della responsabilità di una casa. Pietro diventa, non il fondatore o il proprietario, ma il vicario e il fiduciario della Chiesa. Egli è segno di Cristo vero capo e unico pastore della comunità messianica.
Legare e sciogliere, proibire e permettere, separare e perdonare: Pietro ha tutte le prerogative che si leggono nella Bibbia e che sono attribuite al Messia. Gesù stabilisce nella Chiesa un’autorità che ha origine e destino divino. Pietro, insieme agli altri apostoli, all’interno della Chiesa è costituito interprete autorizzato della legge divina, guida all’amore e alla giustizia nelle decisioni storiche. La missione che riceve da Cristo, Pietro non la eserciterà come monarca o despota di un potere-dominio ma come fedele servizio alla fede e all’amore per l’unità della stessa Chiesa. Questo servizio, fondato su Cristo e sulla fede in lui, Pietro dovrà renderlo alla comunità.
Alle due domande d’amore e di fede che Gesù rivolge a Simone, seguono, da parte dell’Apostolo, due risposte di amore e di fede, da cui scaturisce il mandato.

Domanda: Mi ami tu?
Risposta: Tu sai che io ti amo.
Consegna: Pasci le mie pecorelle.
Domanda: Chi dice la gente chi io sia?
Risposta: Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivo.
Consegna: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.

Pasci le mie pecorelle
Gesù è il Pastore per eccellenza. Innanzi tutto perché le pecore gli appartengono, poi perché le conosce singolarmente. Questa conoscenza è reciproca ed è così intima che Gesù la paragona a quella che unisce Lui al Padre. Il motivo profondo sta nel fatto che egli offre la vita per il suo gregge. Gesù è il vero Pastore che conduce e riunisce il suo gregge per fare un solo ovile sotto un solo pastore (cf Gv 10,11-18). La prospettiva di unità di Gesù è uno spalancare gli orizzonti alle dimensioni del mondo e della storia. Nella vita della Chiesa, Pietro diventa il responsabile visibile dell’unità del gregge. Questa carica pastorale la riceve dopo aver affermato solennemente il suo amore personale per Gesù. La triplice domanda d’amore rimanda al triplice rinnegamento in quella notte del tradimento.

Tu sei Pietro
Il fondamento per cui Pietro è la “roccia” sulla quale è costruita la Chiesa di Cristo, poggia sulla confessione di fede che l’Apostolo ha fatto per primo a nome del gruppo degli apostoli: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. (Mt 16,16). Pietro, da solo, sarebbe stato incapace di percepire e riconosce con assoluta chiarezza la messianità e la filiazione del Cristo e questa percezione non viene da “sangue e carne” ma è dono del Padre. L’atto di fede, che scaturisce dalla rivelazione del Padre, s’incarna nell’amore e dall’amore germoglia come fede piena totale in Cristo: Signore, tu sai tutto: tu sai che io ti amo (Gv 21,17). L’amore fedele e la fede ricolma d’amore condurranno al martirio. Nel mandato e nel martirio, Pietro manifesta l’amore di Gesù verso i discepoli e verso quelli che, attraverso la loro parola, crederanno in lui. Il cammino della Chiesa e l’unità dei cristiani nel tempo e nella storia non possono prescindere dall’amore e dalla fede di Pietro. Sant’Ignazio d’Antiochia, nella sua Lettera ai Romani, afferma che a Pietro, cioè al Vescovo di Roma, spetta «presiedere alla comunione universale della carità» (4,3). La Lumen Gentium conferma: «Gesù Cristo prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione» (n. 18).

Le quattro metafore della vocazione di Paolo
Giunto al termine della sua vita, Paolo, scrive al suo fedele Timoteo, responsabile delle comunità ecclesiali dell’Asia minore, sullo stile di vita che devono avere le comunità cristiane. Nel discorso d’addio, Paolo si presenta come modello di apostolo e di pastore. Alla luce del dono ricevuto illumina il suo passato, il presente e il futuro. La sua opera è realizzata grazie alla presenza efficace del Signore che lo ha reso apostolo predicatore del vangelo a tutte le genti, liberandolo da ogni pericolo di morte.

Per dipingere il suo itinerario apostolico, Paolo usa quattro metafore.
La prima richiama l’immagine della libagione: come il vino, che versato sul braciere, esala verso l’alto tutta la sua fragranza, così tutta la sua vita deve salire verso il suo Signore.
La seconda, la navigazione di cui Paolo si servì come mezzo di evangelizzazione: E’ giunto il momento di sciogliere le vele. È il momento in cui si chiude la sua vita terrena.
La terza, quella militare, allude alle tante battaglie combattute nel corso del suo ministero. Dopo le aspre lotte, le terribili persecuzioni e i vivaci confronti, Paolo ora raggiunge la serenità dell’incontro col suo Signore.
La quarta è metafora sportiva. Terminata la corsa, come ogni atleta giunto alla vittoria, anche lui raggiunge la corona di giustizia. Paolo contempla il suo domani con la ferma speranza che Gesù lo libererà per sempre dal potere delle tenebre.
La gioia di essere Chiesa apostolica, una, santa e cattolica, è quella di costruire una comunità di credenti capace di cantare la fede radicata nella speranza e vissuta nell’infaticabile spirito di carità. Il mistero della Chiesa può essere compreso soltanto se si entra nella stessa esperienza degli apostoli. Essi furono testimoni della morte e risurrezione di Cristo perché veri discepoli del Maestro: nel condividere il dramma della croce vissero la fecondità della risurrezione.

Publié dans:SAN PAOLO APOSTOLO, SAN PIETRO |on 22 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

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