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E LA BIBBIA CREÒ L’UOMO SUPERBO (interessante, anche Paolo)

http://www.origini.info/articolo.asp?id=49

E LA BIBBIA CREÒ L’UOMO SUPERBO

Piero Citati 

Piero Citati, nell’articolo che sintetizziamo sotto, con slancio e partecipazione collega la Genesi col rapporto che, in Occidente, l’uomo ha con la natura. Passa poi a considerare le implicazioni culturali dell’incarnazione di Cristo ed il passo dell’apostolo Paolo sulla natura che geme e attende la redenzione (Romani 8:19-23). Noi abbiamo in larga parte apprezzato questo articolo (titolo a parte), ma anche chi avesse delle riserve dovrebbe, come Citati, cercare di cogliere i collegamenti fra le varie dottrine bibliche e vederne poi anche la rilevanza per la cultura dell’intera società. L’articolo comincia nella prima pagina, proseguendo poi nell’interno.
da « La Repubblica » del 25/9/2000, pp. 1 e 18

E LA BIBBIA CREÒ L’UOMO SUPERBO
 Con quale inesausto ardore, con quale giovanile freschezza, nei primi capitoli della Genesi e nei Salmi, Dio crea le cose, organizzando sovranamente le distese deserte e vuote che esistevano sotto di lui. Ci sembra di assistere a un teatro primigenio, brulicante di vita, di movimento di germi, grondante di acque, di luci e di colori, come nei testi dei Padri e nei quadri del Rinascimento che si ispirarono a queste righe. [...] Una sola cosa mi inquieta in questo glorioso prologo della civiltà occidentale. L’uomo, che Dio ha appena creato, deve « dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra ». [...] Questo passo della Genesi ha interrotto la mobile, ininterrotta catena di rapporti che da Dio discende a tutte le creature, e fa sì che l’erba e i rami degli alberi siano prossimi al sangue degli uomini. Si è prodotta una lacerazione, che col passare dei secoli si è allargata e approfondita. Ne è discesa una totale desacralizzazione dell’universo: una condanna nascosta della natura [...].
L’incarnazione di Cristo è il paradosso più sublime della teologia cristiana. Il Dio che diventa uomo: un Dio innominabile, impronunciabile e indefinibile che assume un nome: l’infinito che accetta il finito, l’illimitato che assume il limite, ciò che è spirito o al di sopra dello spirito che si trasforma in carne: qualcosa di eterno e immortale che cerca la morte: l’Essere che vuole il niente; la suprema saggezza che desidera la follia: – mai, credo, l’immaginazione intellettuale dell’uomo aveva concepito qualcosa di così meravigliosamente assurdo. Nessuna idea sconvolse mai tanto il mondo; e dovrebbe continuare a sconvolgere, se la sentissimo sino in fondo, ognuno di noi. I Greci e i Cinesi non potevano accettare che Dio si modificasse e si trasformasse, perché egli ignora qualsiasi mutamento; né che assumesse una carne umana. Secondo loro, un dio non doveva morire di una morte violenta e ignominiosa: né scendere sulla terra, e sacrificarsi per noi. Tutto il dolore, l’impotenza, la fragilità, la debolezza di Dio – ciò che esalta ogni cuore cristiano, perché ci pare l’ultimo segno della sua forza – sembrava loro completamente incomprensibile.
Da questo paradosso nasce tutta la civiltà dell’Occidente. Senza l’incarnazione di Cristo, la nostra religione non avrebbe senso. Per secoli, nessuna mano avrebbe dipinto un quadro o scritto un libro. Non sarebbe esistita quella grandiosa invenzione che è il romanzo europeo. I filosofi non avrebbero posseduto i quadri mentali entro cui pensare. Tutte le più grandi e umili espressioni della vita quotidiana avrebbero perso ogni valore e ogni alone.
Oso dire che il dominio dell’idea dell’incarnazione spiega anche i vizi dell’Occidente. La superbia dell’uomo, che si crede superiore a tutte le creature perché Dio si è incarnato in lui: l’incapacità di comprendere le cose spirituali se non assumono un aspetto fisico: il disprezzo della natura perché non è stata redenta: degli alberi perché Dio non è diventato un albero: la pretesa (più bizantina che occidentale) che, a causa dell’incarnazione, la stessa sostanza dell’uomo è stata divinizzata ed è superiore a quella degli angeli … Così gli uomini hanno dimenticato uno dei due racconti della Genesi. Non siamo stati creati soltanto a « immagine e somiglianza di Dio »; ma con la polvere del suolo: siamo fatti di terra e siamo legati al destino della terra e diventeremo polvere. Abbiamo perduto o rischiamo di perdere quella discrezione, quel senso del limite, quel rifiuto della dismisura, senza i quali l’uomo si perde. [...]
Nella Lettera ai Romani di San Paolo, c’è un passo mirabile, che affascinò Origene e Massimo il Confessore. « [...] Sappiamo infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi insieme a noi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo in noi stessi aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo ». [...]
Non dobbiamo dimenticare le parole di Paolo. Cristo non è il sovrano di un mondo esclusivamente umano, dove noi, a nostra volta, siamo i dominatori della creazione. Cristo regna sugli alberi, gli animali, i fiori, i mari, i pesci, gli uccelli; e non ha bisogno di mediazioni umane. Nei grandi periodi del pensiero e dell’arte cristiani, lo si vedeva riflesso non soltanto nel nostro corpo, ma nel sole e nella luna. [...] Allora l’incarnazione e la resurrezione di Cristo, senza le quali il Cristianesimo non potrebbe esistere, erano la chiave di un immenso edificio cosmico.

Piero Citati

IL PAPA HA RINUNCIATO PER RICONDURCI AL NOSTRO CUORE, PER AIUTARCI A CREDERE – DON ANTONELLO IAPICCA

http://www.zenit.org/it/articles/il-conclave-della-fede-al-quale-siamo-tutti-chiamati

IL « CONCLAVE » DELLA FEDE AL QUALE SIAMO TUTTI CHIAMATI

IL PAPA HA RINUNCIATO PER RICONDURCI AL NOSTRO CUORE, PER AIUTARCI A CREDERE

ROMA, 13 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG). DON ANTONELLO IAPICCA

Oggi, mercoledì delle ceneri, sulla soglia della quaresima, un Papa stanco, provato, e carico della Croce si è incamminato attraverso la porta della fede che egli stesso ha aperto alcuni mesi orsono, e ci chiama a seguirlo. Ci attende un lungo « conclave », il segreto della stanza dove si gioca la nostra vita, come quella della Chiesa: il « conclave della fede » nel quale entrare con il capo cosparso di cenere, accogliendo e custodendo le parole che ci verranno dette oggi: « Polvere sei e polvere tornerai, convertiti e credi al Vangelo ». Scriveva San Paolo ai Romani:  « Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza »; nessuna professione di fede sarà credibile, nessuna nuova evangelizzazione sarà autentica, se prima, dai Cardinali al più semplice fedele, non saremo entrati nel conclave del nostro cuore, e lì, nel segreto dialogo che decide l’esistenza, non accoglieremo il dono della fede preparato da Dio per noi. Il Papa ha rinunciato per ricondurci al nostro cuore, per aiutarci a credere. Non vi è dossier, scandalo, peccato, non vi è nulla di più importante e decisivo che la fede. Ma essa viene dalla « stoltezza della predicazione », dell’annuncio del Kerygma, la Buona Notizia che Cristo è risorto. E mai come oggi  la predicazione è stata così « stolta » per il mondo: poche parole, e un gesto che realizza quello che il Papa aveva detto proprio in un mercoledì delle ceneri: « Convertirsi a Cristo significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza, esigenza del suo perdono ».
La Buona Notizia ha oggi il volto, lo sguardo e la voce di Benedetto XVI, seduto sulla cattedra dell’umiltà, crocifisso con Cristo nella stessa rinuncia a se stesso per far posto al potere di Dio. Gesù, nei brevi anni della sua vita pubblica, ha predicato e sanato, ma solo sulla Croce e nel sepolcro ha salvato l’umanità. Anche il Papa, negli anni del suo pontificato, ha insegnato, predicato, sanato tante situazioni. Ma oggi, con la sua rinuncia, è Cristo che di nuovo viene innalzato sulla Croce dinanzi ai nostri occhi per attirare a sé l’umanità; con il Santo Padre Cristo è pronto ad entrare nel sepolcro di un convento per intercedere ancora per ogni uomo. E’ la rinuncia che prelude alla risurrezione, il Golgota e la tomba che preparano lo splendore dell’alba di Pasqua. La stessa Croce e lo stesso sepolcro sono pronti per noi: « Quando pregate, non siate simili agli ipocriti… ma entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà ». Non a caso, proprio in Quaresima, « ci è stato tolto lo Sposo »: Sede vacante si dice, profezia e memoria del tempo in cui lo Sposo non è con i discepoli. Un tempo di digiuno, l’unico autentico, al quale, vedove come la Chiesa dei prossimi giorni, siamo tutti chiamati. Digiuno di pensieri e parole stolte di mormorazione e giudizio; digiuno che ricorda la fame di Verità e amore che afferra ogni uomo; digiuno che si fa preghiera ed elemosina nel segreto dell’intimità del conclave a cui Dio ci convoca, per rinunciare all’uomo vecchio e rivestirci dell’uomo nuovo mosso e ispirato dalla fede, la speranza e la carità.
« Egli è colui che prese su di sé le sofferenze di tutti. Egli è colui che fu ucciso in Abele, e in Isacco fu legato ai piedi. Andò pellegrinando in Giacobbe, e in Giuseppe fu venduto. Fu esposto sulle acque in Mosè, e nell’agnello fu sgozzato. Fu perseguitato in Davide e nei profeti fu disonorato » (Melitone di Sardi, Omelia Pasquale). Poi, Egli è stato di nuovo crocifisso nella vita dei santi, ucciso e perseguitato nei martiri che in ogni latitudine e secolo hanno versato il loro sangue. E oggi, Egli, ha rinunciato in Benedetto XVI, un segno indelebile sulla pelle della Chiesa e dell’umanità. Scelti e chiamati da Dio, i profeti e i santi, accanto alle parole, hanno sempre incarnato il messaggio che gli è stato affidato. Osea ha dovuto prendere come moglie una prostituta; Geremia ha conosciuto le pene del carcere; Ezechiele ha visto morire sua moglie; sulla carne di San Francesco sono apparse le stimmate; Benedetto XVI ha deposto nel sepolcro il suo pontificato. Vivrà tra le mura di un convento, come in un lungo sabato santo. In silenzio, anticipando profeticamente il dissolversi della carne, attraverso la quale, di norma, si esercita il potere e si governano le cose della terra. Ma un Papa ha a che fare con qualcosa che è sì nel mondo, ma non vi appartiene. Egli governa le cose della terra con la legge del Cielo, l’amore incorruttibile che non conosce l’usura del tempo. E rinunciare è, essenzialmente, il gesto più grande d’amore, che solo la sapienza celeste è capace di decodificare. Nel mondo la rinuncia è viltà, fuga dalle proprie responsabilità. Nel Cielo, la rinuncia è il segno più credibile della vita che in esso è donata. Cristo ha rinunciato a parlare, a difendersi, a lottare; Cristo ha rinunciato alla propria vita, perché ad un’altra era chiamato; Cristo ha rinunciato alla terra perché non dubitava del Cielo; Cristo ha rinunciato a tutto per dare tutto se stesso a ogni uomo. Il gesto di Benedetto XVI incarna e ci pone davanti la stessa rinuncia di Colui del quale è vicario qui sulla terra. E’ Cristo che in lui ha rinunciato.
La conversione, dunque, sorge dalla rinuncia, che è anche un sinonimo di sequela e amore: « Chi non rinuncia a tutti i suoi beni, e perfino alla propria vita, non può essere mio discepolo ». A che cosa siamo disposti a rinunciare oggi? Forse a nulla, ed è la ragione per la quale non possiamo essere discepoli autentici di Cristo. Il Papa ha rinunciato per insegnare alla Chiesa intera cosa significhi, « nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede », essere discepolo credibile del Signore: fermi nella fede, rinunciare a tutto per amore a Cristo, che è anche, l’unico amore autentico per ogni uomo. Incamminiamoci allora in questa Quaresima seguendo le orme che Cristo ci ha lasciato in quelle deposte dal Santo Padre sul sentiero della storia. Entriamo con la Chiesa e accompagniamo i Cardinali nel conclave improvvisamente fattosi imminente. Inoltriamoci nei giorni di penitenza custodendo nel cuore le parole di San Paolo, scritte duemila anni fa ai Filippesi, ma recapitate dallo Spirito Santo, oggi, a ciascuno di noi: « Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù ».

È SUFFICIENTE CERCARE BUONE NOTIZIE?

http://www.zenit.org/article-33865?l=italian

È SUFFICIENTE CERCARE BUONE NOTIZIE?

In un meeting online, NetOne ha affrontato la tematica della corretta informazione

di Maria Rosa Logozzo
ROMA, mercoledì, 14 novembre 2012 (ZENIT.org) – Bastano buone notizie? Questa tematica, tra le più discusse del momento, è stata al centro del meeting online di NetOne che venerdì 9 novembre 2012 ha collegato via internet 301 punti di varie nazioni. Vi si poteva accedere dalla home del sito: http://www.net-one.org.
Questa Associazione riunisce le più svariate professionalità del mondo dei media e della comunicazione, dai giornalisti ai registi, dagli studenti ai docenti, dai fotografi ai pubblicitari e poi tutti gli altri. Il suo carattere internazionale e il suo approccio ai temi e ai problemi del settore, il puntare al ‘fare’, all’impegno personale accanto al ‘pensare’ e al ‘parlare’, sono espressione concreta dell’idea di fraternità universale di Chiara Lubich, su cui NetOne fonda la propria mission: media for a united world.
La diretta ha preso spunto da una costatazione: “bastano buone notizie?” In rete, nei giornali e telegiornali non solo sono presenti sempre le stesse notizie, ma poi queste sono troppo spesso, cattive. Basta cercarne di “buone” per rispondere alle pressanti domande della società? Come interpretare o recuperare il lavoro da comunicatori in una ottica di servizio al prossimo?
«Ora, se il giornalismo (con i giornalisti) non guarda alla relazione e agli essere umani, ma solo alla notizia, esso rimane fondato sulla sola libertà di stampa. La libertà fu il primo pilastro della stampa moderna, nata nel periodo dell’Indipendenza statunitense, ma tante volte essa diventa la giustificazione per una metodologia immorale con scopi apparentemente positivi. Ne è stato un esempio lo scandalo di News of the World l’anno scorso, frutto della forza dei grandi gruppi massmediali. Si è fatto uso della libertà di stampa e di un giornalismo “sotto copertura” non per cercare di produrre informazione di qualità o per condurre inchieste a beneficio del bene comune, ma per scoop e gossip con fini puramente commerciali»: questa l’analisi di Valter Hugo Muniz, giornalista brasiliano che ha evidenziato quanto il giornalismo sia essenzialmente strumento del communicare, col significato latino del mettere in comunione, del creare relazioni, e quindi il giornalista dovrebbe essere consapevole che la notizia ha questa prima funzione a servizio dell’uomo e della comunità umana.
Sono inoltre intervenuti, grazie a collegamenti Internet: dal Belgio Paolo Aversano, ricercatore in Business Modelling & Smart Cities all’università VUB di Bruxelles; da Bari Emanuela Megli Armenio, formatrice professionale specializzata in comunicazione e Domenica Calabrese, Presidente della locale Associazione Igino Giordani. Si è parlato di commistione dei saperi, di frontiere nuove concesse dal web, di opportunità quali l’intercultura e il dialogo. Tutti spunti, approcci, possibilità per cercare di rispondere all’annosa domanda.
Tra gli ospiti in sala che si sono alternati sul palco, José Andrés Sardina, architetto spagnolo che ha soggiornato e lavorato per alcuni anni a Cuba. Ha offerto uno spaccato della parzialità dell’informazione in merito alla devastazione dell’uragano Sandy, che non ha colpito solo gli USA, mostrando immagini del disastro e riportando alcuni dati della Croce Rossa relativi alla città di Santiago: 9 decessi, 5.000 case distrutte a Santiago, 27.000 i senza tetto, più di 100.000 le case colpite con danni stimati di 88 milioni di dollari.
E’ seguita la sfida comunicativa raccontata dalla viva voce di chi ha vissuto due appuntamenti dei Focolari: prima Jessica Valle Valle del social communication team del Genfest 2012, manifestazione mondiale di giovani tenutasi a Budapest, e poi Michele Zanzucchi, direttore di Città Nuova (http://www.cittanuova.it/ ), tra i promotori di LoppianoLab, un laboratorio, già alla terza edizione, per riflettere insieme sull’Italia e le sue sfide e per ideare progetti che le affrontino nel concreto .
E’ stato Nedo Pozzi, Coordinatore della commissione internazionale di NetOne, a chiudere l’ora di meeting online con un momento di riflessione nel quale ha ricordato che Chiara Lubich, nel corso del dialogo seguito al suo intervento all’ONU del maggio 1997, aveva sottolineato l’importanza di mettere in pratica il Vangelo. «Bisogna vivere! Non insegnare, fare- diceva la Lubich -.[…] tante volte andiamo nel mondo e vediamo che una città che dovrebbe essere cristiana è uguale a un’altra città che non è cristiana.
« Perché questo? Perché non si vive». E ha continuato: «Proviamo a metterci ad amare, anche qui all’ONU, uno con l’altro, uno con l’altro, un ambasciatore con l’altro, un funzionario con l’altro, un impiegato con l’altro. Vediamo cosa viene fuori. Dovrebbe venire fuori la presenza di Cristo in mezzo a loro. E che cosa significherebbe questo? Sarebbe garantita la pace per loro e anche per tanti».
Un invito che nella sua sostanza può sicuramente essere raccolto da tutti coloro che fanno comunicazione.

Un Dio in ascolto dell’uomo – Verbania Pallanza, 19 gennaio 2002

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=154

Un Dio in ascolto dell’uomo

sintesi della relazione di Armido Rizzi
Verbania Pallanza, 19 gennaio 2002

Nella prima parte viene proposto un itinerario fenomenologico sul senso dell’udito, di cui l’ascolto è una modalità, con una ripresa simbolica.
La seconda parte sarà interamente dedicata al tema biblico dell’ascolto nel duplice movimento dell’uomo che grida e di Dio che ascolta e poi di Dio che parla e dell’uomo che ascolta.

1. la fenomenologia del suono.
Faremo un’analisi dell’esperienza così come si dà, esplicitando l’intelligenza che è già dentro i sensi e che differenzia i nostri atti sensitivi da quelli animali. L’approccio fenomenologico non comporta visioni del mondo, giudizi di valore ultimativi (tipo: il corpo è il carcere dell’anima o il mondo è definitivamente la nostra abitazione), e non è neppure una lettura scientifica della realtà. Sono riflessioni che non servono a nulla, o, se si crede, servono solo a ringraziare Dio.
Anzitutto gli atti sensitivi hanno due finalità fondamentali: una finalità funzionale: la percezione di un rumore è un segnale che ci fa capire che sta succedendo qualcosa (lo squillo del telefono, il ticchettio che ci segnala che sta piovendo…) e una finalità fruitiva, una finalità fine a se stessa.
Ci sono poi esperienze sensitive che sono segnali che non mi rimandano ad un’altra cosa, ma evocano qualcosa spesso in chiave autobiografica, a volte in senso più generale (un particolare profumo che richiama un’esperienza, una certa persona…). Le due finalità, funzionali e fruitive, si accavallano.
il senso del suono
Il senso del suono ha caratteristiche che lo differenziano dagli altri sensi.
Il suono è essenzialmente legato alla temporalità, a differenza degli altri sensi che esprimono qualità che ineriscono all’oggetto e che quindi producono in noi il senso della durata. Il suono porta dentro di sé la temporalità, il senso dell’accadere. E anche quando il suono ha una sua durata (una melodia) è come se avesse il tempo dentro di sé (la melodia finisce).
Inoltre il suono, rispetto alle altre sensazioni, è più facilmente producibile e riproducibile. E’ molto più difficile riprodurre un profumo o un sapore sentito che un suono. Ecco perché il suono è il segnale privilegiato (tam-tam, campane, squillo del telefono…)
Ci sono poi suoni che hanno un valore altamente fruitivo. La musica è il linguaggio più autosignificante: il segno è lo stesso significato. Non ha senso chiedersi cosa significa quella certa musica…
La musica ha un alto potere evocativo sia di situazioni passate, che della poeticità del mondo.
Il suono inoltre può arrivare da ogni parte e per questo ci sorprende.
Infine il suono per eccellenza è la parola, originariamente orale. Dalla cavità orale si ricavano suoni e segni che riproducono tutto il mondo. Con variazioni minime di lettere (patto, gatto, ratto, fatto, tatto, batto, matto…) o anche con la semplice diversa intonazione della voce posso riprodurre un’infinità di cose.

2. la dimensione simbolica dell’ascolto
Nell’ascolto prevale l’uso simbolico, traslato.
Mentre lo sguardo tende a ridurre l’altro ad oggetto (sentirsi guardati), l’ascolto più facilmente percepisce l’altro come soggetto.
Mentre l’occhio più facilmente scorge l’esteriorità, l’orecchio, o il suono sedimentato per iscritto, coglie l’interiorità. La vista ha a che fare con quanto appare, mentre l’ascolto con ciò che appartiene all’io. Quando vien meno l’ascolto tende a prevalere la superficialità, l’esteriorità, la reificazione nei rapporti.
Non è un caso che tutte le religioni siano più facilmente acclimatabili con il simbolismo dell’ascolto. Mentre l’occhio della filosofia tende a definire, a mettere dei confini, e quello della scienza a cogliere il funzionamento, l’ascolto delle sapienze e delle religioni si apre a qualcosa di ulteriore, al senso profondo del mondo.

3. l’orecchio e la parola di Dio
Due sono i movimenti: il grido dell’uomo che sale all’orecchio di Dio e la parola di Dio che scende attraverso l’orecchio al cuore dell’uomo.
il grido dell’uomo che sale a Dio
La voce del sangue di Abele (Gen 4) grida a Dio dal suolo. E’ la voce della vittima che grida al vendicatore (goel). Ma Dio è uno strano vendicatore: pone un segno di protezione su Caino. Il Dio che è dalla parte di Abele protegge Caino dalla vendetta.
Dalle labbra del fanciullo Ismaele nel deserto (Gen 21,8-21) sale un pianto e un grido che viene ascoltato da Dio.
Gli ebrei in Egitto diventano stranieri, senza identità, un non popolo, e diventano schiavi, costretti a fare lavori in cui non possono riconoscersi. Allora « alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza… se ne prese pensiero » (Es 2,23-25).
Gli ebrei in Egitto non hanno gridato a Dio, perché avevano perso il ricordo del Dio di Abramo e non potevano riconoscersi negli dei degli egiziani, che erano dei egiziani. Gli ebrei possono solo gemere, piangere, gridare. E’ il grido dell’esistenza ferita. E’ Dio che si ricorda dell’alleanza.
Dio non ascolta gli ebrei perché lo hanno invocato, ma il grido degli ebrei diventa preghiera e invocazione perché Dio lo ha ascoltato, accolto. Dio trasvaluta il grido in preghiera.
la fondazione biblica dei diritti umani come diritti del povero
Il grido è l’espressione del bisogno, del bisogno per sopravvivere e del bisogno per vivere, del bisogno di cibo e di salute e del bisogno di affetto. Con un’unica espressione si può parlare di bisogno di casa, nella duplice accezione di house (l’edificio in cui ripararsi e trovar da mangiare) e di home (lo spazio esistenziale e affettivo).
Il bisogno è una specie di muta o anche pronunciata invocazione a qualcuno perché ascolti.
Ora dire che Dio tende l’orecchio al grido del povero, dell’orfano, della vedova, dello straniero, vuol dire che quel bisogno di sopravvivere e di vivere viene trasformato in diritto, nel diritto ad essere ascoltato e accolto, nel diritto di trovare qualcuno che si prenda cura di quel bisogno.
« Tu devi essere colui che accoglie il bisogno dell’altro, il grido formulato o muto dell’altro, perché quel grido, in quanto accolto da me, è diventato il suo diritto ». I diritti umani nella bibbia sono sempre i diritti del povero.
Ora ognuno in quanto è un essere di bisogno è soggetto di diritti sotto lo sguardo di Dio, e ognuno, in quanto è soggetto attivo e dotato, è sotto il segno della responsabilità. Rispondo a Dio rendendogli conto di ciò che faccio all’altro, in negativo delle disattenzioni e delle ferite che infliggo, in positivo del mio rispettare, promuovere, prendermi cura.
la parola di Dio e l’ascolto dell’uomo
Deuteronomio 6, 4 ss.:
« Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti dò ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte. »
E’ il testo della fondazione di Israele. Prima esiste un gruppo che Dio educa con fatica a vivere dentro a situazioni invivibili, a vivere nel deserto, aggrappato solo alla parola Dio: « non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio ». La parola che esce dalla bocca di Dio non è una specie di pane spirituale da mangiare con la meditazione, ma è quella promessa credendo alla quale si avrà ogni giorno da Dio il pane. Il pane parola di Dio è il pane che promette l’altro pane, che promette di rendere vivibile il deserto giorno dopo giorno, in modo che il futuro Israele, l’educando a essere Israele, dovrà giorno dopo giorno rinnovare la propria fiducia in questa strana parola.
C’è la dimensione di assolutezza: « Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore… » ed insieme la dimensione di concretezza dei comandamenti, traduzioni operative dell’amore. L’obbedienza radicale possiamo darla solo a Dio, la cui parola accende il cuore dell’uomo.
La felicità può scaturire solo dall’agire responsabile e l’agire responsabile non può non fiorire in felicità.
La forma originaria della parola di Dio è la voce, messa per iscritto poi nella tavole di pietra (Deut 4,10-14) e che parla al cuore dell’uomo. E’ una parola che risuona nell’oggi e il cui contenuto è la relazione con l’altro: « Così come io ho amato te quando eri nessuno in Egitto, adesso tu ama lo straniero, l’orfano, la vedova ».
L’oggi della parola di Dio percuote il di dentro, il cuore, e invia fuori, verso l’insieme delle relazioni sociali. Le due tavole della legge sono solo il momento istituzionale delle relazioni, sono solo l’obiettivazione di quello che deve essere il cuore giusto. Solo dal cuore, percosso dalla parola di Dio, possono scaturire veramente la giustizia e il suo frutto lo shalom, cioè la pace come pienezza armonica delle relazioni.
Questa voce, sempre attuale, si fissa in forma di libro. Allora ascoltare questa parola è fare memoria, perché la voce torni a risuonare.
Leggere la bibbia è ritrovare un senso già dato in passato perché risuoni oggi, liberandolo dai rivestimenti storici-culturali (lettura storico-critica). Questa voce, così fatta risuonare, si rivolge a me, al mio cuore, per risvegliare la mia responsabilità verso gli altri, la pratica della giustizia.

SAN PAOLO: IL GRANDE PELLEGRINO

http://www.fmboschetto.it/religione/il_grande_pellegrino.htm

SAN PAOLO: IL GRANDE PELLEGRINO

(non è particolarmente nuovo, ma a me h aiutato spiritualmente)

Se diciamo « pellegrino » pensiamo subito ai nostri cari santuari, a un luogo in cui si arriva. Ma « pellegrino » significa letteralmente uno che attraversa i campi, cioè uno che viaggia, che va di luogo in luogo. In questo senso, chi più pellegrino di san Paolo? A piedi, a cavallo, su un carro, per nave, con tutti i mezzi di trasporto di duemila anni fa, l’instancabile apostolo ha percorso in lungo e in largo il mondo allora conosciuto, affrontando ostacoli, persecuzioni,  carcere, disastri di ogni genere. Egli stesso li rievoca nella sua seconda lettera ai Corinti: « Cinque volte ho ricevuto i trentanove colpi dai giudei, tre volte mi hanno fustigato con le verghe, una volta lapidato, tre volte ho fatto naufragio… Quanti viaggi a piedi tra i pericoli! Pericoli dei fiumi, pericoli degli assassini, percoli dai miei compatrioti, pericoli dai Gentili, pericoli nelle città, pericoli nelle solitudini del deserto, pericoli del mare, pericoli dei falsi fratelli, nelle fatiche e nelle avversità, nella fame e nella sete, nei tanti digiuni, nel freddo e nella nudità ».
     Il mondo allora conosciuto – Europa, Asia, Africa -  gravitava intorno al Mediterraneo. E Paolo di Tarso ne percorse le vie e le acque fino a conoscerne quasi ogni angolo, ogni città o villaggio che potesse accogliere l’Annuncio. Gerusalemme, Damasco, Antiochia, Seleucia, Cipro, Pafo, Antiochia di Pisidia, Filippi, Atene, Corinto, Efeso, Malta, e via via fino in Italia, fino a Roma, verso il martirio.  Se non l’avessero decapitato in età ancora non tarda, Paolo sarebbe stato capace di varcare l’oceano e arrivare in America, spinto dal fuoco divorante che gli ardeva dentro.
     Perché parlare ancora di san Paolo?  Perché compie duemila anni. Il 2008-2009 è infatti l’ « anno Paolino », il grande giubileo proclamato per il bimillenario della nascita del santo apostolo. La data è approssimativa, d’accordo; ma poco importa.  Per un anno, da giugno a giugno, si parlerà molto di lui, del grande pellegrino che consumò sandali e vita sulle vie della fede, dell’annuncio, del martirio.
   Non a caso la sua conversione avvenne su una strada. La « via di Damasco », passata in proverbio per definire qualcosa di improvviso e di folgorante, qualcosa che cambia tutto. Paolo di Tarso si chiamava in realtà Saulo, Saul, come il grande e terribile re dell’Antico Testamento. Era della sua stessa tribù (di Beniamino) e gli somigliava un po’ per il temperamento passionale e problematico. Era un uomo colto e un ebreo devotissimo: allievo del grande Gamaliele. E ardeva di santo sdegno contro la nuova setta di fanatici che insidiava la santità della Legge, sulle orme di quello strano profeta nazareno che lui, Saulo, non aveva conosciuto di persona, ma che tanti danni stava facendo tramite i suoi seguaci postumi. Una mala erba da estirpare senza pietà. Quando il giovane Stefano morì sotto i colpi di pietra, Saulo reggeva i vestiti dei lapidatori.
    Ma neppure le appassionate parole di Stefano avevano fatto breccia nel suo cuore. Occorreva incontrare « lui », quello che non aveva incontrato in vita. « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? » La folgorazione, il buio, la crisi, il deserto, la nuova vita. Fino al martirio. Ma la decapitazione era solo il suggello cruento di un martirio di ogni giorno, nel corpo e nell’anima. Il martirio di « dover » portare l’Annuncio, a chi ascolta e chi no, a tempo e fuori tempo, tra tempeste di mare e bufere di uomini, a dispetto della cattiva salute e della poca vista, contro amici, nemici, parenti, istituzioni, non esclusa la stessa nascente Chiesa cristiana (che, tra l’altro, si disse « cristiana » proprio a partire dal viaggio di Paolo ad Antiochia). Tasto doloroso.
   Ma Paolo – si volle chiamare così, « piccolo », per umiltà – non fu solo un instancabile, eroico pellegrino. Fu il primo, sistematico teologo della nuova fede, dopo il mistico Giovanni (nessun teologo raggiungerà mai questi due, per genialità e grandezza); tanto fondamentale nell’ « inculturazione » del cristianesimo nella società e nella cultura dell’epoca – quella cultura greco-latina che abbiamo ancora, e quanto, nel sangue – da indurre certi filosofi neoidealisti del secolo scorso a sostenere che il cristianesimo lo ha addirittura inventato lui.
    E fu  uno straordinario, geniale comunicatore, preso a modello fin nell’età dei mass media da giornalisti, editori, papi (papa Montini volle essere un altro Paolo, un « pellegrino annunciatore » come lui).  La sua parola appassionata – scritta o a voce – trascinava. Scriveva in greco, la lingua internazionale dell’epoca, perché voleva convertire il mondo, dilatare la redenzione di « Israele » a dimensioni planetarie. Oggi forse scriverebbe in inglese.  Quanto gli piacerebbe Internet! Quanto gli piacerebbe il sito www.annopaolino.org, curato dalla basilica romana di San Paolo fuori le Mura, cuore del bimillenario! Oggi, in un attimo giunge in tutte le case del mondo quell’Annuncio che lui, Paolo, portava faticosamente affrontando fatiche e ostacoli a non finire.  Pensate, se avesse avuto i mezzi di oggi, televisione, radio, telefono, stampa, computer, Internet, posta elettronica. Ma non aveva altro che se stesso e le sue lettere. Dove non arrivava lui, arrivavano quelle. Aspettate con ansia, lette con emozione, conservate religiosamente, fino ai nostri giorni. Lettere che insegnavano, sostenevano, confortavano, ravvivavano la presenza dell’Apostolo passato di lì e ormai lontano, e intanto ponevano le basi della grande nuova teologia. Lettere d’amore, dettate da una fiamma tanto grande da non poter essere contenuta, una fiamma divorante, totale, assoluta, incendiaria. Come leggere senza sentirsene contagiati? (Se qualcuno ci riusciva, Paolo ne soffriva autentico strazio. Sordità e infedeltà dei fratelli ci hanno procurato splendide « sgridate » epistolari.)
    Il contatto con quell’anima ardente scottava cuori e istituzioni. Pietro, uomo semplice e capo della nuova gerarchia, ne rimase sconcertato. Un altro apostolo? Anzi due, contando Barnaba? Ma gli apostoli siamo noi. Dodici, come le tribù d’Israele. Quando ne mancava uno l’abbiamo eletto noi. Una struttura già ben definita. E stabilita da Gesù stesso, no? (Quante volte sentiremo ripetere questa frase, in venti secoli.)
   Per fortuna l’amore supera tutto, vedi prima lettera ai Corinti. La storia li ha resi inseparabili, l’apostolo gerarchico e l’apostolo mistico: « San Pietro e Paolo », non hanno neppure una festa per ciascuno. San Paolo è il capostipite dei chiamati dopo la morte di Gesù, il primo esempio di vocazione come l’intendiamo noi, alla moderna: una voce interiore che non lascia dubbi e che ti capovolge la vita. E che spesso costringe a fare i conti col « sistema ». Per primo, san Paolo ha vissuto il dramma di chi si sente, si sa « investito » da Dio e non dalle istituzioni. Quanti possibili santi si sono rovinati per questo, ribellandosi, separandosi! San Paolo non si rovinò. Rimase ostinatamente, appassionatamente unito alla nascente Chiesa. Ma per tutta la vita e le lettere, certo dell’investitura divina, continuò a ripetere: anch’io sono un apostolo! « Paolo, apostolo non da parte degli uomini, né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e da parte di Dio Padre ». Tanto che oggi, quando si dice « l’Apostolo » per antonomasia, si intende proprio lui, Paolo.
   Figura gigantesca. Ma complessa, tormentata, ineguale. Il suo stile – efficacissimo – riflette l’uomo. Passione, dolcezza, rigore, veemenza, contraddizioni. Non nella fede, che è diamantina, ma nel carattere, nelle relazioni umane, nella prassi da suggerire in concreto nell’ambito politico familiare, sociale. Pensiamo quanto ha pesato su venti secoli di cristianesimo sua visione non serena della donna. Eppure ne aveva incontrate, di figure forti di donne, Prisca, la diaconessa Febe. E Maria? Possibile che non l’abbia incontrata? Non la nomina mai.
   « Era la mentalità del suo tempo » si dice a sua scusa. Ma il profeta, nelle cose grandi, nell’essenziale, non ha mai la mentalità del suo tempo, o non sarebbe un profeta. In quelle ha la mentalità dell’eterno, della verità universalmente valida. E in quelle dovremmo prenderlo alla lettera, non quando si adegua alle convenzioni del tempo. E in quelle Paolo giganteggia. « Non c’è dunque più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna… » Dinamite. Siamo ben lontani dall’averne tratto tutte le conseguenze. Dopo venti secoli.
    Pellegrinò per il mondo ed ora il mondo (intero) pellegrinerà per lui. A Roma ci attende. Con la sua tomba, le sue reliquie, le catene che portò per liberare noi. Vi saranno pellegrinaggi, manifestazioni, liturgie, momenti di riconciliazione, conferenze, concerti. O figli dell’era di Internet, su quel sito troverete tutte le indicazioni necessarie. Chissà che, non visto, vi abbia collaborato anche lui.
 Elena Cristina Bolla

Danzare la Parola

http://www.caritas-ticino.ch/media/rivista/archivio/riv_0102/03%20-%20Danzare%20la%20Parola.htm

Danzare la Parola

Di Marco Dania

Assistente diocesano della pastorale giovanile

Nella società attuale, sempre più, si ravvisa il bisogno di riscopertine/coprire appieno la dimensione spirituale, poiché lo sviluppo del materialismo e del consumismo hanno fatto perdere il senso più vero della vita. L’uomo postindustriale, affetto da una profonda crisi d’identità, avverte l’urgenza di ritrovare la propria unità interiore e riscopertine/coprire la corporeità come luogo delle relazioni col mondo e con Dio. A tale proposito la danza sacra può rivestire un ruolo determinante, perché attraverso di essa l’uomo cerca la comunione con il divino ed esprime corporalmente la sua spiritualità.
Ma può esistere una forma di danza sacra cristiana che sia coerente con la nostra cultura occidentale? Per dare una risposta è necessario ricorrere ad un’indagine biblica e storica e verificare poi l’attendibilità delle esperienze attuali. Non è possibile, infatti, prescindere, nell’intento di ricercare una forma di danza sacra valida per l’oggi, da un’analisi di questo tipo, attraverso la quale poter scopertine/coprire le radici culturali e religiose di tale fenomeno.

Irradiare la Bellezza
«Nel contesto del nostro mondo occidentale, caratterizzato da demotivazioni e stanchezze – afferma il cardinal Martini -… che cosa ci può dare un colpo d’ala, un cambiamento di marcia, un orizzonte di gioia e di speranza? Non basta deplorare e denunciare le brutture del nostro mondo. Non basta neppure per la nostra epoca disincantata parlare di giustizia, di doveri, di bene comune, di programmi pastorali, di esigenze evangeliche… Bisogna irradiare la bellezza di ciò che è vero e giusto nella vita, perché solo questa bellezza rapisce veramente i cuori e li rivolge a Dio».
Spesso la vita di fede è stata concepita come l’osservanza di alcuni obblighi, mentre è dono dello Spirito, rappresentato biblicamente con immagini vive: fuoco, acqua, vento, dono che gratuitamente si riceve e solo gratuitamente si offre. La Chiesa, attraverso l’arte, può rendere non solo percepibile, ma anche affascinante il mondo dell’invisibile. La bellezza, infatti, come sostiene Giovanni Paolo II: «è richiamo al trascendente. È invito a gustare la vita e a sognare il futuro. Per questo la bellezza delle cose create non può appagare, e suscita quell’arcana nostalgia di Dio che un innamorato del bello come sant’Agostino ha saputo interpretare con accenti ineguagliabili: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato!” ».
Nell’ambito di questa ricerca del Bello con la B maiuscola, nel tentativo di rendere in qualche modo visibile la realtà futura del paradiso, la sua armonia e la sua gioia, anche la danza sacra riveste un ruolo determinante, come autentica forma di trasfigurazione dell’uomo, come apertura al trascendente, come proposta di preghiera contemplativa.

La danza sacra nel mondo biblico
Presso gli Ebrei la danza è una viva manifestazione della vitalità, dell’esultanza e della festa di un popolo, che vive i rapporti in modo naturale, in cui tutte le dimensioni umane sono perfettamente integrate: istinti, mente, cuore, spirito. Nelle feste più importanti d’Israele la danza riveste un ruolo determinante. Pur se non codificata, fa parte delle cerimonie ufficiali con cui tutto il popolo esprime la propria lode ed il riferimento al ruolo delle danzatrici nelle processioni, in alcuni passi,  è molto esplicito.
Le danze ebraiche trovano la loro origine nelle danze orientali tipiche d’altri popoli che ne fanno anche un uso espressamente rituale, idolatrico e propiziatorio. Ma quando gli Ebrei se ne appropriano lo fanno con profondo senso del sacro e con l’intento di rivolgersi unicamente a Jhwh. La danza di ringraziamento di Maria per l’attraversata del mar Rosso, le altre danze con le quali si celebrava la vittoria, ritenendone Jhwh l’artefice, ed in particolare la danza di lode di Davide sono una manifestazione del culto vitale del popolo verso Dio. Davide danzando, non solo esprime gioiosamente col suo talento artistico la lode al Signore, ma esercita anche la sua funzione regale, sacerdotale e profetica.  La sua danza è una danza processionale per l’intronizzazione dell’Arca e quindi un’autentica danza sacra, cultuale, religiosa e rituale. Anche nel libro dei Salmi, i diversi riferimenti alla danza, ci fanno supporre l’uso processionale liturgico.
L’immagine della danza, infine, è usata anche in senso metaforico per designare sia la gioia dei tempi messianici (cfr. Ger 31, 13), sia il rapporto trinitario che intercorre nella creazione (cfr. Pr 8, 27-31). La Bibbia, quindi, ci conferisce diverse informazioni sull’effettivo utilizzo della danza in senso sacro da parte del popolo ebraico e dei suoi maggiori esponenti, ed esprime, simbolicamente con essa, anche la profondità delle relazioni tra le persone divine.     

Nella storia della Chiesa
Non abbiamo documenti che attestino, nei primi secoli, la presenza della danza nelle celebrazioni liturgiche, sappiamo, però, che era utilizzata nei riti di alcune sette ed in occasione di determinate feste, in onore dei santi martiri.
I Padri della Chiesa esprimono, attraverso l’immagine della danza celeste ed il ricorso al commento di alcuni brani biblici, la realtà del paradiso ed invitano i fedeli a tendere verso  la  loro destinazione futura, danzando nello Spirito. Tra essi Ambrogio afferma che il vero cristiano può danzare di fronte a Dio, come Davide, senza temere di vergognarsi, ma con l’attiva partecipazione dell’anima e del corpo.
Nel medioevo e nei secoli successivi si sviluppa un’ostilità dell’autorità della Chiesa nei confronti della danza, dovuta da un lato agli abusi del popolo e dall’altro alla progressiva diffidenza della Chiesa nei confronti della corporeità. Si riscontrano alcune influenze pagane per via di usi derivati dal mondo romano e germanico, che raggiungono il culmine col fenomeno della danza dei folli. Parallelamente si diffondono anche la pratica delle danze macabre e della danza, come preghiera individuale. Diversi, inoltre, sono in quest’epoca gli inni sacri che invitano i cristiani alla danza.
Nel periodo che va dal rinascimento al XIX sec. si sviluppano da un lato il fenomeno delle danze frenetiche di gruppo, dovute secondo alcuni autori all’estasi, per altri a malattie, dall’altro quello delle danze del clero, che rivestono carattere paraliturgico ed hanno un grande valore simbolico. Sono eseguite nei chiostri in occasione delle feste più importanti, senza regole coreografiche ed accompagnate da canti sacri. Nell’opera dei gesuiti, e dei francescani, inoltre, la danza riveste una funzione educativa o didattica, come forma di rappresentazione della fede.
Quasi tutte le manifestazioni, però, si sono perse nell’arco dei secoli, per via del giudizio negativo da parte dell’autorità ecclesiastica, tranne la processione dei santi danzanti di Echternach in Lussemburgo, in occasione della festa di S. Willebrod e il Baile de los seises nella cattedrale di Siviglia in Spagna, per la festa del Corpus Domini. Possiamo ritenere, infine, il fenomeno della danza spirituale, che si manifesta in persone ispirate come unione mistica, quello più interessante. Il suo carattere è spontaneo e spesso le persone che assistono sono anch’esse coinvolte nella preghiera.  Lungo la storia della Chiesa, perciò, anche se non esiste una vera e propria danza liturgica, la pratica della danza sacra è diffusa e complessa.

Alcune nuove esperienze
All’inizio del ‘900, è avvenuta una vera e propria rivoluzione nel mondo della danza che ha influenzato in modo determinante quasi tutte le esperienze di danza sacra sorte negli anni successivi,  in particolare negli Stati Uniti. I maggiori esponenti di questa corrente sono: I. Duncan, R. Saint Denis e T. Shawn, D. Humphrey e M. Graham, R. Laban e M. Bejart, ciascuno dei quali o si è occupato direttamente di tematiche religiose, o ha inteso recuperare una dimensione più ricca e profonda della danza come autentica forma di comunicazione col divino.
Tra i diversi pensatori americani che si sono occupati di danza sacra H. Cox è sicuramente il più conosciuto. Egli sottolinea l’importanza del recupero della dimensione festiva della fede, considera la danza un modo di pensare col corpo e ritiene necessario valorizzare la dimensione della corporeità nel culto. In questa direzione procede il Movimento Pentecostale che nei propri incontri di preghiera favorisce l’espressione spontanea, ricorrendo all’uso di gesti e di danze improvvisate, che manifestano la presenza del dono dello Spirito. Molteplici sono inoltre le esperienze in atto negli Stati Uniti, che mirano ad utilizzare principalmente i modelli gestuali provenienti dalla danza contemporanea e da quella terapeutica. Queste esperienze comportano, però, il rischio di perdere di vista la dimensione sacramentale della fede e denotano un certo narcisismo.
In India esiste una tradizione millenaria di danza sacra che in antichità era parte integrante del rituale del tempio. Attualmente nel mondo cattolico si sta cercando di conservare il patrimonio della danza sacra classica, come forma d’evangelizzazione e di recuperare l’esperienza più vivace delle danze d’origine tribale. Non si è trovato, però, il giusto rapporto tra le due forme. Risulta molto interessante l’esperienza del sacerdote verbita F. Barboza che ha fondato a Bombay una scuola di danza sacra all’interno della quale forma alcuni professionisti coll’intento di rappresentare i misteri della fede attraverso la danza tradizionale e giungere ad una sintesi tra vita interiore e gestualità.
La cultura africana considera la corporeità il luogo che consente di entrare in comunione col mondo circostante e col soprannaturale, attraverso la danza, perciò, l’africano manifesta la propria appartenenza alla comunità ed il proprio senso religioso. La danza, pertanto è entrata a far parte anche della liturgia, come compare ufficialmente dal Messale romano per le diocesi del Congo. Lo scopertine/copo è creare un ambiente caloroso che favorisca l’incontro con l’altro. Secondo la struttura della liturgia eucaristica la danza è ammessa al Gloria e alla presentazione dei doni. I fedeli possono, inoltre, accompagnare con movimenti ritmici anche il canto d’ingresso e quello finale.
In Europa sorgono le prime esperienze a partire dalla Francia, dove negli anni ‘50 le sorelle Foatelli, costituiscono a Parigi la loro école de danse religieuse dans l’église de rite catholique utilizzando la tecnica del balletto classico. Anche C. Golovine, la più affermata delle praticanti di danza sacra, che ha ricevuto, fra l’altro, il mandato dal vescovo di Avignone di annunciare Cristo attraverso la danza, si basa sulla tecnica del balletto classico, mentre Michaëlle si ispira alla tecnica yoga e realizza delle sequenze gestuali, piuttosto che danze vere e proprie.
In Germania, R. Guardini già negli anni ‘20 prende in considerazione la liturgia come gioco evidenziandone, quindi, l’intensità, la creatività e la dimensione contemplativa. H. Rahner e S. Sequeira, approfondiscono successivamente le sue intuizioni e trattano in modo più specifico l’argomento danza sacra. T. Berger prende in considerazione la danza liturgica che considera come l’espressione corporea dell’esercizio della fede e ritiene che sia possibile danzare in diversi momenti della celebrazione eucaristica, ma le sue proposte sembrano più che altro successioni di movimenti. Particolarmente interessante è il contributo offerto da E. Kohlhaas col suo studio sulla danza nel monastero, dove presenta la propria esperienza, considera la liturgia un evento ricco di movimento e ritiene che possa essere danzato. Ella si domanda, infine, quale possa essere la forma più idonea, sobria e distinta, per realizzare danze sacre rispettose della cultura e della tradizione europea.

La danza meditativa
La danza meditativa ideata da Gazelle all’interno della comunità dell’Arca di Lanza del Vasto e realizzata su canto gregoriano, può rispondere a questa esigenza. Gazelle, infatti, approfondisce la dimensione sacrale delle danze popolari e, attraverso l’ascolto orante del canto gregoriano, realizza una forma totalmente nuova di danza sacra dallo stile sobrio, che consiste nell’imprimere la Parola su di sé, e nel conservare uno stato di autentica preghiera, come riposo sul canto ed abbandono fiducioso nel Signore. La sua danza meditativa rappresenta, perciò, una valida sintesi culturale tra la spiritualità del gregoriano ed il patrimonio gestuale delle danze europee e mediterranee, purificato secondo criteri universali di tecnica di danza sacra.
Essa, infatti, è autenticamente danza, vale a dire movimento ritmico, secondo una sequenza musicale, non semplice espressione corporea. È arte perché corrisponde a delle leggi di stile e d’equilibrio. È popolare, cioè viva e ricca di significati esistenziali, non prettamente tecnica ed artificiale come può essere la danza classica. È sacra perché si svolge nello spazio e nel tempo sacro, in modo simbolico, e perché è concepita esclusivamente come forma di preghiera sul canto sacro. È ecclesiale perché nasce da un’autentica esperienza di fede e d’ubbidienza all’interno di una comunità con una regola ben precisa. È spirituale perché idonea ad esprimere liberamente la lode a Dio attraverso il corpo. Ed infine è liturgica perché, rispettando la spiritualità del canto gregoriano, canto proprio della Chiesa, può essere utilizzata in un contesto liturgico.

L’esperienza della nostra diocesi
Nella nostra diocesi, da alcuni anni e precisamente dal 1997, è in atto una sperimentazione, attraverso la quale, un gruppo di ragazze svolge un servizio di animazione spirituale e liturgica nell’ambito della Pastorale Giovanile. L’iniziativa è nata in occasione della giornata mondiale della gioventù di Parigi; in quella circostanza, è stata realizzata la prima danza sul canto “le mani alzate” che è stata eseguita alla Messa conclusiva dell’incontro di preparazione avvenuto alla Salette. La stessa danza, poi, è stata realizzata alla celebrazione eucaristica presieduta da Mons. Amedeo Grab al Monte Tamaro, durante il primo incontro nazionale dei giovani cattolici svizzeri nel settembre del 1998.
Da allora il gruppo si è allargato e si incontra regolarmente. Sono state create altre danze, rappresentate in varie circostanze, in particolare lo scorso anno a Roma, durante una delle diverse Messe organizzate per gruppi linguistici prima dell’incontro di Tor Vergata, dove è stata eseguita anche una danza realizzata sull’inno della GMG. Di recente, il 5 gennaio a Bellinzona il gruppo ha dato vita ad un incontro di preghiera, rappresentando quasi tutte le danze che sono state create ed ha animato la presentazione del tema del Sacrifico Quaresimale svoltasi l’11 marzo a Lugano.
L’aspetto più interessante della nostra esperienza è che si ispira a quella di Gazelle, e ne conserva la stessa dignità, pur se le danze sono realizzate su musica usuale e non su canto gregoriano. Evidentemente sono meno complesse, ma lo stile è il medesimo, molto sobrio ed estremamente interiore, non ha, quindi nulla a che fare, per esempio, con quello della danza classica. Infatti quando la gestualità della  danza classica viene utilizzata per la danza sacra risulta eccessivamente aggraziata e quasi artificiosa.
Il linguaggio gestuale delle danze sacre del gruppo della nostra diocesi è piuttosto semplice  basato sulla combinazione armonica di alcuni gesti universali di preghiera e sulla rappresentazione mimica stilizzata del testo sacro, proposto dal canto. Non si ricorre a nessun artificio, ma ci si lascia condurre in modo armonico dalla melodia e soprattutto dal testo. Chi danza non esprime tanto se stesso, quanto piuttosto cerca di imprimere su di sé il testo sacro. Le danzatrici, perciò, sotto l’azione dello Spirito, diventano icone viventi della Parola, dimenticano se stesse e si abbandonano con fiducia nel Signore che, teneramente, plasma la loro vita. Si comprende, allora, che la danza sacra non è uno spettacolo, ma una disciplina spirituale, un mezzo per trasfigurare se stessi, e rendere visibile la gioia e la pace del paradiso.

Io danzavo
Una preghiera scritta da Sydnei Carter, che è un vero e proprio inno a Cristo danzatore, in conclusione, può aiutarci a comprendere ancora meglio l’autentico spirito della danza sacra.

Io danzavo il mattino in cui nacque il mondo,
danzavo circondato dalla luna, dalle stelle e dal sole.
E discesi dal cielo a danzare sulla terra quando venni al mondo a Betlemme.
Io danzavo per lo scriba e per il fariseo,
ma essi non hanno voluto né danzare, né seguirmi;
danzavo per i pescatori, per Giacomo e per Giovanni,
essi mi hanno seguito e sono entrati nella danza.
Io danzavo il giorno di sabato, ho guarito il paralitico,
la gente per bene diceva che era un onta.
Mi hanno frustato, mi hanno lasciato nudo,
mi hanno appeso ben in alto su una croce per morire…
Io danzavo il venerdì santo quando il cielo divenne tenebra
(è difficile danzare con il demonio alle spalle).
Hanno seppellito il mio corpo ed hanno creduto che fossi finito,
ma io sono la danza e conduco sempre io il ballo.
Hanno voluto seppellirmi, ma sono rimbalzato ancora più in alto,
perché io sono la vita, la vita che non può morire:
io vivo in voi e voi vivete in me, perché io sono il Signore, il Signore della danza.
Danzate, ovunque voi siate,
perché io sono il Signore, il Signore della danza
e io conduco la vostra danza, ovunque voi siate,
io condurrò la vostra danza.

Cristiani di fronte alla crisi – Differenti culture teologiche nel primo secolo del cristianesimo (Prima parte)

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=63

PRIMA PARTE (divido in due)

(condivido molto dello studio nella parte dedicata a San Paolo, sto cercando di comprendere meglio il rapporto di Paolo con la realtà ebraica del suo tempo – la sua – e questa mi sembra, umilmente, la più giusta)

Cristiani di fronte alla crisi – Differenti culture teologiche nel primo secolo del cristianesimo

Incontri di « Fine Settimana » percorsi su fede e cultura -anno 33° – 2011/2012

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

Verbania Pallanza, 12-13 gennaio 1991

Il tema non concerne i diversi influssi culturali che dall’esterno sono penetrati nella vita delle comunità cristiane dei primi anni, ma la diversità dentro le stesse comunità cristiane e le cui origini sono varie.
diversi modelli interpretativi di fede
La diversità è sì teologica, però bisogna precisare che la teologia in questi casi, come si trova nei Vangeli, nelle lettere di Paolo, è l’interpretazione della fede, è la fede in quanto viene esposta. La diversità tocca le radici stesse della fede; più che diverse teologie, ci sono diversi modelli interpretativi, non soltanto pensati, ma anche vissuti. Il processo interpretativo non è puramente mentale, ma coinvolge tutta la persona in quanto vive quella realtà nuova al centro della fede cristiana che è Gesù. C’è un’unica fede cristiana perché tutti questi modelli hanno al centro Gesù, però le immagini di Gesù e della sua centralità sono molto diverse.
riflesso di diversi tipi di comunità
Negli scritti del Nuovo Testamento troviamo il riflesso di diverse comunità; dal punto di vista tipologico potremmo dire che vi sono tre tipi di comunità cristiana nei primi cento anni: c’è un tipo di comunità cristiana palestinese costituita da giudeo cristiani di lingua aramaica che è la comunità madre di Gerusalemme, la comunità degli Apostoli con attorno altre comunità palestinesi. La sua caratteristica è che credevano in Gesù in quanto Messia, figlio di Dio e che vivevano armoniosamente questa fede all’interno dell’eredità giudaica, per cui dal punto di vista esterno consumavano l’Eucarestia nelle loro case, questo era lo specifico, e poi frequentavano il tempio in comune con il mondo giudaico. Erano una setta all’interno del mondo giudaico; avevano la circoncisione, osservavano tutte le regole, la liturgia al tempio, le preghiere quotidiane, i tabù alimentari ed in più avevano la fede in Gesù come Messia. La loro novità era il compimento di una speranza presente nell’attesa giudaica.
Un secondo tipo di comunità era la giudeo cristiana di lingua greca che aveva al suo vertice i sette diaconi, soprattutto Stefano, Filippo, Barnaba. La diversità culturale in questo caso era molto più profonda; questa comunità ha vissuto un rapporto conflittuale e critico con la comunità giudaica: il tempio è finito, sono finiti i sacrifici, Gesù rappresenta una novità. Questa comunità giudeo cristiana di lingua greca a Gerusalemme è stata oggetto della prima persecuzione anticristiana negli anni 40 scatenata da Agrippa, come apprendiamo fra le righe del racconto di Luca che parla solo di dissapori e della costituzione dei sette diaconi delle mense, ma la frattura in realtà fu molto forte.
Un terzo tipo di comunità nasce dal fianco di questa seconda di Stefano ed è una comunità cristiana mista, ad Antiochia di Siria. Al suo interno esistevano circoncisi e pagano-cristiani che venivano ammessi alla comunità senza circoncisione; era una comunità nata dopo la morte di Stefano nella persecuzione, fondata dagli altri che erano riusciti a scappare.
Un altro tipo di comunità cristiana è quello delle comunità paoline etnico-cristiane, costituite principalmente da circoncisi ed in essa non vigeva, come invece nella comunità mista, il problema della coesistenza a causa dei tabù alimentari. Paolo difendeva la scelta degli incirconcisi della comunità di Antiochia di non osservare le prescrizioni sul cibo mentre Pietro e Barnaba sostenevano che, pro bono pacis, non in linea di principio, i pagani dovessero scendere a compromessi. Nelle comunità paoline non c’è alcun problema di coesistenza pacifica, di rapporti con le tradizioni giudaiche perché sono di formazione nuova.
tre modelli di fede cristiana
Questa diversa tipologia non solo presenta differenze morfologiche, ma induce alla elaborazione di diversi modelli di fede cristiana. Per modello di fede si intende vissuti, cammini di fede profondamente diversi e quindi diverse immagini di Gesù, di Dio, del mondo e dell’uomo. La convergenza è la centralità di Gesù per la salvezza umana e per il rapporto con Dio. Dio è il Dio di Gesù Cristo, l’uomo è un essere in Cristo ed il mondo riporta l’immagine di Gesù.
I modelli qui presentati sono tre: modello matteano, paolino e giovanneo; però ve ne sono altri, si può anche parlare di un modello lucano e di Marco.
Il modello matteano, testimoniato dal Vangelo di Matteo si può definire autoritario-magisteriale-obbedenziale. Il Vangelo di Matteo riflette una comunità cristiana molto legata alla tradizione giudaica.
Il secondo modello, paolino, si può definire modello dinamico-spirituale, incentrato sulla forza dello Spirito, energia creatrice di vita. Paolo è legato ad elementi veterotestamentari, alla testimonianza sullo Spirito soprattutto dei Profeti, Geremia ed Ezechiele, però è legato molto anche alla cultura ellenistica, stoica, misterica dovuta alla temperie in cui era vissuto a Tarso. Paolo è stato l’uomo dei due mondi, il mondo giudaico orientale e il mondo greco occidentale.
Il terzo modello è giovanneo, del Giovanni autore del Vangelo e delle lettere, mentre l’Apocalisse appartiene ad un altro filone, anche se la tradizione lo attribuisce a Giovanni; è di autori diversi. E’ un modello che si può definire conoscitivo-esperienziale; risulta da eredità culturali molto diverse di sfondo ebraico, ma con elementi apocalittici, sincretistici, con un giudaismo non tanto legato alla Palestina quanto al mondo della diaspora e molto dipendente dalla mistica di Efeso. Efeso era allora una grande metropoli culturale che risentiva dell’oriente. Paolo e Giovanni elaborano modelli di fede cristiana abbastanza lontani dall’eredità giudaico-palestinese.
I tre modelli sono molto diversi, soprattutto quello paolino e quello matteano. Per noi questo significa che nelle fonti scritte del cristianesimo non abbiamo un solo modello di fede, ma più modelli e profondamente diversi. L’unità cristiana che è data nella sua espressione scritta dal Nuovo Testamento, non è una omogeneità indifferenziata, tanto che i Vangeli sono quattro. L’unità cristiana è un’armonia di diverse percezioni profonde. La fede cristiana è la stessa, ma in diversi modelli dati da differenze culturali che non sono solo influssi esterni, ma sono il tessuto culturale di diversi ambienti e sono il modo di vedere Dio e di vedere il mondo e di situarsi nel mondo.
ecumenismo come coesistenza solidale di diversi modelli
L’ecumenismo non si deve intendere come tensione verso un unico modello di fede. La preghiera ecumenica non può essere la richiesta a Dio di un unico modello, perché già all’origine cosi non era. Nell’origine abbiamo diversi modelli, tutti canonici, tutti normativi, tutti ugualmente validi, perché sono entrati nelle Scritture. L’ecumenismo è una convergenza, un cammino di solidarietà delle diverse chiese; non è il superamento di diversi modelli per sceglierne uno, è la consapevolezza che la ricchezza di Gesù può essere vissuta dagli uomini su tutta la terra in senso universale in diversi modi, con diversi modelli interpretativi. Se noi riuscissimo a raggiungere questa coscienza ecumenica coesisteremmo pacificamente nella solidarietà piena dei diversi modelli. Così voleva Paolo il quale diceva: nell’unica chiesa di Cristo ci sto io, le comunità miste ed anche quelle di Gerusalemme. Questo testimonia la ricchezza della diversità dei modelli per cui la fede cristiana è una realtà cosi ricca e complessa che non può essere vissuta totalmente in un modello, ma da tanti modelli, più facce di una unica realtà inesauribile. E’ proprio la ricchezza della fede cristiana che giustifica ed esige la pluralità per salvare la ricchezza inesauribile, come dicono le lettere ai Colossesi ed ai Filippesi, del mistero di Cristo.

1. il modello di Matteo
Il modello di fede cristiana presentato nel Vangelo di Matteo è autoritario-magisteriale-obbedenziale.
La comunità di Matteo è stata influenzata molto profondamente dalla cultura ebraica. Questa comunità per esprimere la propria fede in Gesù e per viverla ha elaborato un proprio orientamento che consiste nel fare la volontà di Dio, che ci è stata disvelata e chiarita da Gesù. Da una parte abbiamo l’autorità di Dio, il suo potere, la sua volontà sugli uomini e dall’altra Gesù, il maestro, che ci chiarisce e ci insegna il volere di Dio perché lo pratichiamo. Gesù è un maestro pedagogico che non solo ci chiarisce questa volontà, ma ci esorta a farla; vuole far crescere in noi l’atteggiamento di obbedienza.
Questo modello si può trovare in vari testi.
Nel Padre Nostro l’invocazione molto sottolineata da Matteo è « sia fatta la tua volontà », invocazione che non compare nella versione di Luca (« sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, dacci oggi il pane »). Questo interesse rilevante viene confermato in Matteo nella scena del Getsemani di cui parlano anche Marco e Luca: « vorrei che questo calice della sofferenza passasse da me ». Matteo prosegue: « sia fatta la tua volontà ». In Marco c’è il concetto (« sia fatto non come voglio io, ma come vuoi tu »), ma in Matteo l’invocazione è uguale a quella utilizzata nel Padre Nostro. Il confronto fra Matteo e Marco, che è la sua fonte, o con i detti di Gesù di cui è testimone anche Luca, ci permette di vedere su che cosa Matteo insiste.
Nel testo di Matteo 7,21 è messo in discussione il modello carismatico-profetico della vita cristiana, quello per cui la vita cristiana consiste in una esperienza carismatica, spettacolare, in cui l’uomo, supera il limite di se stesso, esce dalla propria razionalità e dalle capacità puramente umane e diventa un superman religioso. Matteo ha combattuto contro questo modello facendo valere il suo ed in questo passo Gesù dice: « non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio ». Anche la conclusione è molto significativa, Gesù dice (Mt. 7, 23) « andate via da me operatori di iniquità ». Matteo usa quindi il termine tecnico di « fuorilegge », quelli che sono contro la nomos, la legge che è volontà di Dio che si esprime in un dettato.
Al cap. 12 v. 50, è narrato l’episodio della famiglia di Gesù che vuole parlargli (è un testo preso da Marco con cui si può fare un confronto). In Matteo la risposta di Gesù è articolata: « Gesù stende la mano sui suoi discepoli ». Il termine discepolo ha per Matteo un significato molto preciso, indica i dodici discepoli storici in quanto raffigurazione di tutti i credenti di tutti i tempi. Per Matteo, quindi, e questo è un primo elemento, la vita cristiana è una vita da discepolo. Un secondo elemento riguarda la vita nuova di Gesù, per il quale la famiglia naturale perde di importanza, dato che la nuova famiglia si costruisce non sui legami del sangue, ma sui legami del discepolato. Un terzo elemento è messo poi in luce dalle parole di Gesù: « chi sono mia madre, mio padre? Quelli che fanno la volontà del Padre mio ». In questa scena Matteo riesce ad elaborare tre concetti collegandoli strettamente e che definiscono il modello del credente: discepolato di Gesù, la nuova famiglia, chi fa la volontà del Padre. In Marco manca il riferimento ai discepoli.
In 21, 31 abbiamo la parabola che è presente solo in Matteo, quella del Padre e dei due fratelli. Il padre dice al figlio maggiore: « va a lavorare nella mia vigna » ed il figlio dice: « si, vado »; invece non va; anche al figlio minore dice di andare a lavorare, ma lui risponde no, poi si pente e ci va. La domanda di Gesù è: chi dei due ha fatto la volontà del padre? Certamente il secondo. E’ qui fortemente sottolineato l’interesse di Matteo sul fare la volontà del Padre. Tutta l’esperienza del popolo di Israele nell’Antico Testamento era basata sul fare la volontà di Dio, poi evidenziata nel rabbinismo, nel fariseismo coll’elaborazione degli oltre seicento comandamenti per poter fare in ogni momento la volontà di Dio con tutte le indicazioni; la legge era la « siepe » costruita attorno all’uomo in modo che non potesse uscire dal campo della volontà di Dio. L’elemento propriamente cristiano sta in Gesù che è l’interprete autorevole e magisteriale della volontà di Dio.
Solo in Matteo abbiamo due sommari, due riassunti dell’attività di Gesù che sono l’uno alla fine del capitolo 4 e l’altro alla fine del capitolo 9. In 4, 23 « Gesù percorreva tutta la Galilea insegnando – didaskón – in tutte le loro sinagoghe – keryssòn – proclamando ad alta voce la lieta notizia del regno e – therapeuón – curando ogni malattia ed ogni infermità nel popolo ». Attività didascalica, kerigmatica e terapeutica. Il termine didaskón in Matteo ha significato tecnico, non è generico come in Marco. In Matteo l’attività didascalica è l’attività con cui Gesù interpreta la legge, espressione della volontà di Dio, indicando qual è veramente il volere di Dio nei confronti dell’umanità. Gesù è l’interprete autorizzato della legge del Sinai, interprete ultimo e definitivo.
L’attività didascalica di Gesù viene evidenziata nel Vangelo di Matteo nel discorso della montagna. All’inizio la scena viene così descritta, al cap. 5, 1: « e vedendo le folle salì sul monte e sedutosi gli si avvicinarono i suoi discepoli », il che vuol dire che il discorso della montagna per Matteo non è universale, ma destinato ai discepoli, a quelli che fanno la volontà, mentre Luca ambienta il discorso nella pianura dove c’è tanta gente « e aperta la bocca insegnava loro dicendo ».
Il tema di Gesù maestro della legge, volontà di Dio, si trova anche al cap. 5, 17, « non ritenete, dice Gesù, che io sia venuto ad abrogare la legge o i profeti, ma a far sì che avvenga il compimento, « plerosai ». Nel v. 20 « vi dico infatti che se la vostra giustizia – o meglio l’obbedienza al volere di Dio – non supera l’osservanza degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli ».
Nel cap. 22, 36-40, alla domanda sul comandamento più grande, Gesù risponde: « amare Dio », citando l’inizio del cap. VI del Deuteronomio, e, citando Levitico 18 « amare il prossimo come te stesso ». Matteo aggiunge che dall’osservanza di questi due comandamenti dipende tutta la legge, tutta la rivelazione di vita dal punto di vista normativo. Matteo (22, 40) usa il verbo tecnico « crematai », il perno su cui si muove la porta. Tutta la legge, espressione della volontà di Dio, si muove nel perno di questi due comandamenti.
In 7, 12 quando Matteo riporta la « regola d’oro » « quello che vuoi sia fatto a te fallo agli altri » aggiunge « in questo sta tutta la legge »; è l’insegnamento del maestro Gesù sul senso definitivo, ultimo e perfetto della legge che rivela il volere di Dio. Gesù non solo è maestro, ma anche pedagogo perché lui per primo ha osservato questa legge.
In 3, 15 quando Gesù va a farsi battezzare dal Battista, il Battista si rifiuta e c’è un dialogo presente solo in Matteo; dice Gesù: « lascia fare, perché noi due dobbiamo fare la giustizia di Dio ». Nel cap. 28, 18-20 il mandato missionario è espresso in termini assolutamente nuovi rispetto a Marco e Luca ed anche alla mentalità di Paolo, « andate in tutto il mondo, fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli ed insegnando loro ad osservare tutto quanto io vi ho comandato ». Il Cristo risorto rimanda i suoi discepoli, di tutti i tempi, a ciò che Gesù di Nazareth ha detto e comandato di fare.
il contesto culturale delle immagini di Dio, di Gesù e dell’uomo
Nel Vangelo di Matteo i termini « volontà », « legge », « comandamento », « osservanza », « parola autorevole di Gesù », sono fondamentali perché la sua comunità elabora, una immagine di Dio come il Signore, il padrone la cui volontà è da osservare, ed elabora una immagine di Gesù come il maestro autorevole che insegna il volere e la sua osservanza ed infine elabora l’immagine dell’uomo come un essere sottomesso a questa autorità suprema divina, a questa paternità autorevole e autoritaria ed a questo maestro e pedagogo che è Gesù.
Queste immagini di Dio, di Cristo e dell’uomo emergono da precisi contesti culturali. Innanzitutto il contesto sociale della famiglia orientale, ebraica, con il pater familias che aveva autorità indiscutibile e somma sui figli e sulla moglie. Il secondo riferimento culturale e sociale è la società del tempo che era non democratica, con grandi capi, il grande re signore ed il popolo sottomesso. L’uomo viene percepito in questo contesto socioculturale come il servo, nel senso migliore del termine perché anche Figlio è un servitore del volere del Padre. « Pais » in greco oscilla tra servo e figlio ed in ebraico si usa « ebhedh ». Terzo riferimento socioculturale è il riflesso degli altri due: il rapporto con Dio è caratterizzato dal patto, dall’alleanza. Nell’Antico Testamento questa era la categoria fondamentale. Nel patto i partners sono disuguali, Dio è il creatore ed il popolo è il suo servo; nel patto Dio protegge il popolo, lo libera e lo salva ed il popolo osserva la volontà di Dio. C’è da precisare che questa autorità di Dio « pater familias », grande sovrano, partner divino della alleanza, non impone con la forza il suo volere, ma lo propone, il popolo entra nella alleanza liberamente, ma accettando questi rapporti.
Anche la parola magisteriale di Gesù segue questa logica, Gesù è un maestro che non si impone con la violenza, lo dice lui stesso: « imparate da me che sono mite ed umile di cuore, « tapeinós e prays ». Il suo giogo è leggero, ma è giogo. L’autorità magisteriale di Gesù è da lui proposta ed accettata, e l’uomo, da questo punto di vista, è concepito come un essere eterodiretto, che ha bisogno di ricevere direttive autorevoli che deve osservare se vuole arrivare alla salvezza, alla pienezza, all’autenticità del suo essere; le direttive vengono dall’alto ed, infatti c’è nell’A.T. la categoria fondamentale, che poi ha pervaso anche la cultura moderna, del servizio, « abda ». Il grande cambiamento di Israele è stato dalla schiavitù all’abda, dall’assoggettamento al faraone imposto e violento, ad un servizio accolto ed accettato a Dio, per cui è diventato « ebhedh Jahvè ». L’uomo è un essere bambino, bisognoso di venire istruito, educato, indirizzato. Questo modello autoritario-magisteriale-obbedienziale crea difficoltà al credente d’oggi, sensibile ai valori dell’autonomia della persona, persona capace di orientarsi verso il vero ed il giusto, che si autodetermina. Per l’uomo d’oggi l’autodeterminazione è costitutiva dell’essere persone; anche nell’antica concezione si autodeterminava, ma per sottomettersi ad una guida superiore; era un’autodeterminazione a venire eterodiretto. Il modello autoritario-magisteriale suppone una concezione dell’uomo come essere eteronomo, che si muove secondo la nomos di un altro, un essere la cui legge è la legge di un altro. E’ chiaro che il rapporto fra Dio e noi è un rapporto fra creatore e creatura ed in cui la creatura è nella dipendenza del creatore; però la dipendenza in questo modello matteano viene intesa come obbedienziale, perché la volontà del creatore è sovrana e ad essa devono sottomettersi tutti gli uomini, quindi vi è dipendenza nell’essere e dipendenza nel volere. La dipendenza non si può far saltare, ma lo schema è inteso, ad esempio da Luca e Paolo, in modo diverso. Gesù è certamente il rabbi, ma non si esaurisce in questa sua attività didascalica. Matteo ha elaborato per la sua comunità il modello di fede cristiana autoritario-magisteriale-obbedenziale, che si inserisce in un contesto socioculturale ben preciso della famiglia, della società e dei rapporti tra le società.

2. il modello di Paolo
Il modello di Paolo è dinamico-spirituale; bisogna considerare che Paolo è stato un discepolo della seconda ora e questo ha influito molto.
al centro Gesù crocifisso e risorto
Paolo mostra un disinteresse totale a ciò che Gesù di Nazareth ha detto e ha fatto, quindi a Gesù maestro; l’interesse suo e delle sue comunità è tutto incentrato su Gesù crocifisso e risorto. Non dice niente del discorso della montagna, che pure è importante, non considera le parabole, i detti, ciò che Gesù ha fatto; tutto il suo interesse è per la risurrezione del crocifisso.
La risurrezione è una categoria teologica, quindi già interpretativa. Non è descrittiva, ma dà una chiave di lettura, che solo nella fede si può accogliere, ad una realtà, ad un evento.
Anche per Matteo Gesù è il risorto, però egli pone l’accento sulla chiamata del risorto ai discepoli perché insegnino a tutti gli uomini ciò che aveva insegnato loro e quindi il risorto rimanda al Gesù di Nazareth.
resurrezione: una categoria di origine apocalittica
Invece in Paolo la caratteristica fondamentale di risurrezione non rinvia ad altro. E’ una categoria di origine apocalittica, cioè fa parte di quel movimento di pensiero espresso nei libri apocalittici, come Daniele e i libri apocrifi che non sono entrati nella Bibbia, e che si è sviluppato nel N.T. nell’Apocalisse, dove la risurrezione significa il nuovo mondo. L’Apocalisse era dominata dallo schema dei due mondi; nel libro apocalittico IV Esdra si dice che Dio all’inizio ha creato due mondi, questo attuale ed il mondo celeste che sta nei cieli. Questo mondo è corrotto ed è da buttare e sulle ceneri di questo mondo scenderà dal cielo un mondo nuovo. La risurrezione è una categoria apocalittica teologica che riguarda i destini del mondo, di questo mondo con l’umanità. E’ una categoria universalistica e cosmica.
mutamento con Gesù e Paolo: il nuovo mondo inizia nel vecchio
Con Gesù e poi con Paolo, questa eredità apocalittica è stata modificata nel suo schematismo perché è stata tolta la successione fra i due mondi, cioè il mondo celeste che viene a prendere il posto di questo mondo. In Gesù ed in Paolo il nuovo mondo entra in questo vecchio mondo che deve diventare un nuovo mondo. La risurrezione significa che c’è una svolta decisiva nella storia dell’umanità e del mondo per cui cominciano i cieli nuovi e la terra nuova. Il nuovo mondo comincia già dentro il vecchio, ma la conclusione del processo è rimandata al futuro: Paolo dice che se Gesù è risorto la svolta è avvenuta, il nuovo mondo lotta col vecchio mondo in attesa di vincere totalmente.
-il dono dello Spirito
La novità fondamentale che è già realizzata è il dono dello Spirito, il principio attivo delle forze nuove e positive della vita contro le forze della morte. Già nell’A.T. si riteneva che lo Spirito fosse donato a tutti gli uomini, ma alla fine dei tempi: Gioele « verranno giorni in cui tutti profeteranno » e questa linea profetica verrà portata avanti da Luca. Ezechiele e Geremia intendevano lo Spirito come forza capace di cambiare l’uomo dal di dentro. Geremia parlava della legge scritta nei cuori, ed Ezechiele parlava dello Spirito capace di sostituire il cuore di pietra con il cuore di carne. Paolo si collega a questa aspettativa dello Spirito non sulla linea profetica, ma sulla linea del principio nuovo di vita per cui dice « Cristo risorto è pneuma zoopoioun » in 1 Corinti 15, 45. Paolo che è interessato alle sorti dell’umanità afferma che mentre il primo Adamo è stato principio di vita psichica, cioè principio della vita naturale, il nuovo Adamo è il principio della vita pneumatica, soprannaturale.
l’uomo: campo di lotta tra dinamismo della carne e dinamismo dello spirito
Gesù per Paolo è il principio della vita del nuovo mondo già iniziato, Gesù risorto è colui che è stato investito totalmente dalle forze dello Spirito di Dio in quanto principio creatore. La persona di Gesù è diventata un campo magnetico delle forze del nuovo mondo; essendo un campo magnetico, Gesù è il principio attivo che dona queste forze agli altri, è il risuscitato ed il risuscitatore di chi entra in questo campo magnetico.
La formula, fondamentale della vita cristiana per Paolo, è essere in Cristo, equivalente con essere nello Spirito. L’uomo è pertanto una nuova creatura, non un bambino che ha bisogno di direttive per trovare la strada, e di sollecitazioni per camminare nella strada indicata.
L’essere umano è però un drammatico campo di lotta tra due dinamismi contrastanti, il dinamismo della « sarks » (carne) (Galati 5 e Romani, 8), che è il dinamismo dell’egocentrismo, ed il dinamismo dello spirito. Anche l’uomo molto religioso può essere egocentrico perché fa della religione il piedestallo della costruzione di se stesso. L’uomo è zimbello della « sarks »: « non faccio il bene che vorrei, ma faccio il male che non vorrei » (Romani 7).
In che senso Gesù è il Salvatore? Per Matteo è colui che è venuto a rivelare la via da percorrere e sollecita a percorrerla salvando l’uomo, sottintendendo che l’uomo sia capace di camminare, ma ha bisogno di luce per individuare la strada e di sollecitazioni. Paolo invece ha una concezione altamente drammatica dell’uomo, dominato dalla « sarks ». La salvezza dell’uomo dipende dall’entrare nel campo magnetico di Gesù, cioè nelle dinamiche della donazione e dell’amore, in modo da venire investito da un nuovo dinamismo antitetico all’altro contro cui combattere. Nella storia il dinamismo dello Spirito di Cristo è capace di avere il sopravvento; la speranza ultima è che il dinamismo dello Spirito copra totalmente e perfettamente la persona umana come è avvenuto per Gesù che totalmente vive per Dio e per noi nella donazione più estrema.
-Dio come fonte delle forze della vita
La salvezza unica per l’uomo dipende dalla donazione di un altro dinamismo che sappia vincere e trionfare totalmente nell’uomo ed intorno all’uomo. Dio per Paolo è la fonte delle forze della vita. Lo Spirito di Dio presiede alla creazione del mondo e alla risurrezione dei morti. Il testo di Ezechiele 37 racconta che il popolo nell’esilio era ridotto ad ossa aride sparse nella valle. La parola del profeta, che annuncia che c’è ancora un futuro, una speranza, fa sì che le ossa si ricompongano, che i corpi si riformino, ma ancora senza movimento e quindi senza vita (per l’ebreo la vita è movimento); a quel punto subentra lo Spirito, invocato dal profeta, e tutti si muovono e sono come un esercito marciante. Per Paolo l’importante è Dio come fonte delle forze della vita. Nella Bibbia lo Spirito è un concetto di forza, di energia creatrice e per Paolo si ha nell’uomo Gesù la concentrazione delle forze della vita che investono il credente. L’uomo è un essere autonomo, che non riceve direttive dall’alto, ma si muove secondo dinamiche sue positive o negative e la salvezza sta nell’accogliere la nuova creazione come evento della vita sulla morte. Per Paolo il credente non è una persona docile alle direttive, un sottomesso, un obbediente, ma è « kainè ktisis », una nuova creatura. « Se uno è in Cristo è nuova creatura » (2 Cor 5,17) ed i frutti dello Spirito sono « l’agape, la gioia, la condivisione, la benignità, la bontà » (Galati 5). lasciarsi guidare dallo Spirito, dalle forze della vita L’impressione che in Paolo vi siano molti comandamenti è errata, perché in realtà sono pochissimi, però ci sono molte esortazioni; le lettere hanno una prima parte dottrinale o dogmatica a cui segue una parte morale costituita da sollecitazioni, incoraggiamenti. Le sue comunità, che venivano dal mondo pagano, erano comunità giovani, ed avevano bisogno del sostegno di una parola esterna. Paolo esorta anche minutamente, ma il suo imperativo è « camminate secondo lo Spirito », siate docili al dinamismo che è in voi, lasciatevi guidare dalle forze della vita contro le forze della morte. Il verbo è « ago » al passivo, essere guidato, e noi potremmo dire « lasciarsi agire » e resistere al dinamismo della carne. « Se viviamo mediante lo Spirito, camminiamo per mezzo dello Spirito » (Gal 5,25). « Se voi siete guidati dallo Spirito non siete più sotto la legge » (Gal 5,18). « Quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio » (Rom 8, 14) . « Noi che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito » (Rom 8, 4). « La legge dello Spirito della vita » (Rom 8,2): la legge per Paolo non è una norma, ma dinamismo dello Spirito fonte della vita. « Ti ha liberato dalla legge della carne » (Rom 8,9). « Il Dio della speranza vi riempia di gioia affinché abbondiate nella speranza col dinamismo dello Spirito » (Rom 15,13) . « Mandò Dio lo Spirito di suo Figlio, nei nostri cuori, nel quale Spirito possiamo gridare abbà » (Galati 4, 6). « La circoncisione del cuore è operata dallo Spirito » (Rom 2, 29): è il dinamismo nuovo che agisce sul centro decisionale dell’uomo e muove la persona. « L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito » (Rom 5, 5).
-Uomo autodiretto grazie al dono dello Spirito
La conclusione è che questo modello dinamico spirituale s’inquadra in una concezione dell’uomo come essere autodiretto, che ha dentro di sé la capacità di autodecidere che è poi la libertà. Però è una capacità di duplice segno perché sono presenti due dinamiche antitetiche: la dinamica della carne e la dinamica dello Spirito. Se ha la meglio la dinamica dell’egocentrismo l’uomo cammina verso la morte, il fallimento, se invece prevale la dinamica dello Spirito l’uomo si realizza in un essere che si dona nell’amore e cammina verso la sua piena realizzazione. Cristo per Paolo non è un maestro che indica la strada, che promulga la legge, come per Matteo, ma colui che è animato pienamente dallo Spirito e dona lo Spirito come dinamismo di vita a quanti gli si aprono nella fede. Dio per Paolo non è il sovrano, il parer familias, il re che impone, propone autorevolmente il suo potere come indicazione per arrivare ai porti della vita, ma Dio è (Romani 4, 17) « Il quale dà la vita ai morti e chiama all’esistenza ciò che non esiste ».
Dio per Paolo è la fonte delle forze della vita come Gesù a sua volta è il campo magnetico e l’uomo è l’essere agito da forze contrastanti, e, nella fede sceglie il campo delle forze della vita contro le forze della morte. La concezione del credente per Paolo è altamente drammatica perché l’io personale è conteso fra le due forze. Paolo dice: « Sento in me due leggi, la legge della vita e la legge della morte ». L’esortazione di Paolo è una chiamata alla responsabilità, l’uomo con la propria scelta si gioca la vita o morte: camminate secondo lo Spirito per avere la vita e non secondo la carne che vi porta alla morte.
Anche in Paolo il rapporto tra l’uomo e Dio è un problema di dipendenza, ma mentre per Matteo era nell’ordine dell’assoggettamento a un valore sovrano, qua è una dipendenza delle forze della vita, della creatura dal creatore da cui riceve le forze della vita per battere le forze della morte. Dio e Gesù per Paolo sono le fonti da cui noi traiamo il dinamismo positivo che è lo spirito dell’amore e della vita. Possiamo vedere quale immagine di Dio, di Cristo e dell’uomo diversa appare in Paolo rispetto a Matteo, eppure tutti e due sono ugualmente, legittimamente cristiani e sono testimoniati come modelli di fede per le generazioni cristiane di tutti i tempi. Il modello patriarcale di Matteo ed il modello dinamico pneumatico di Paolo sono completamente diversi, ma tutti e due hanno al centro della loro esperienza di fede Gesù.
discussione
-La rottura di Paolo nei confronti del giudaismo nomistico
Paolo rappresenta una rottura radicale perché dice che è finita la legge, sono finiti i comandamenti; la sua critica è radicale: la nostra vita non è più governata dai comandamenti, ma dal dinamismo che Dio ci dona. Si tratta di una grande rottura nei confronti del giudaismo nomistico del tempo. Il giudaismo al tempo di Gesù, e ancora più al tempo di Paolo, è nomistico, tutto centrato attorno alla legge. La tendenza del fariseismo ha preso il sopravvento. Nella tradizione ebraica invece c’erano anche altri filoni, come quello apocalittico o quello profetico, a cui Paolo si avvicina, soprattutto nei modelli di Geremia e di Ezechiele.
Geremia era vicinissimo alla corrente deuteronomistica ma, similmente a Paolo, con un accentuato pessimismo sull’uomo. Geremia diceva che l’uomo ha smarrito il cammino dei suoi passi e non sa più dove andare. Nelle sue prediche diceva: « si può cambiare forse la pelle del leopardo? La pelle nera di un etiope? ». Anche Ezechiele dice che Israele ha cominciato a peccare contro Dio sin dall’inizio, già a partire dall’Egitto e poi ha continuato sulla stessa strada, e dice: « Gli idoli Israele li ha elevati nel suo cuore ». Geremia ed Ezechiele, così convinti dello spaesamento dell’uomo, si rivolgono al miracolo di Dio, allo Spirito: venga un nuovo raggio creatore, si scriva la legge nei cuori.
Paolo si collega a questi profeti e dice che l’invocato Spirito di Dio passa attraverso Gesù, operando una rottura molto decisa nei confronti del mondo autoritario. Matteo presenta il modello autoritario nel migliore dei modi perché il maestro Gesù non solo dà le leggi, ma le osserva per primo; però c’erano presentazioni ben peggiori di questo modello, in cui Dio spariva e quello che unicamente valeva era la norma scritta.
Nel mondo greco, al tempo di Paolo, le religioni classiche erano in grande crisi, perché lontane dai problemi esistenziali delle persone e tutte orientate a difendere il potere costituito. Quando sono apparse le religioni misteriche, che ponevano al centro il problema della salvezza dell’uomo, della sua vita e immortalità, hanno avuto grande successo.
Paolo ha risentito certamente di questa atmosfera tutta tesa a dare importanza al problema della vita nel senso più ampio e radicale del termine, e ha agganciato al tema dello Spirito, presente nel filone profetico di Geremia ed Ezechiele, Gesù risorto e quindi la speranza.
La chiesa cattolica invece rappresenta oggi il modello matteano imperniato sulla legge, sul comandamento, sull’obbedienza, sull’osservanza, sull’autorità, sul pater familias, sul sovrano, sul capo, sulla sottomissione. Questo modello è utile per i primi passi, per l’infanzia o per le stagioni in cui abbiamo bisogno delle siepi. Paolo dice però che il modello per la maturità cristiana è un altro, quello del lasciare agire lo Spirito. Il problema non è abbandonare lo schema matteano per assumere quello di Paolo, ma prendere, secondo le stagioni della nostra vita, secondo la cultura, le affinità elettive, il meglio dell’uomo e dell’altro. La maturità della vita cristiana però Paolo l’ha definita una volta per sempre: è vita nello Spirito.

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