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PAOLO E GLI ORTODOSSI : L’ICONA DELLA PAROLA – DI VLADIMIR ZELINSKIJ

http://www.stpauls.it/jesus/0811je/0811je84.htm

ANNO PAOLINO – PAOLO E GLI ORTODOSSI

L’ICONA DELLA PAROLA – DI VLADIMIR ZELINSKIJ

Nell’iconografia delle Chiese orientali, san Paolo è spesso raffigurato in situazioni e avvenimenti che sicuramente non hanno fondamento storico. Caso tipico è la sua presenza durante la Pentecoste. Questo succede perché nel mondo delle icone non è importante la rappresentazione del dato di realtà, quanto piuttosto il suo significato spirituale.
L’icona ortodossa, di solito, non cerca di riprodurre la somiglianza del ritratto o esprimerne l’esatta verità storica. L’icona ci svela un’altra realtà, ci insegna a vedere le persone che hanno vissuto il passato nel loro oggi eterno – anzi, nel mondo che verrà, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli abitanti di quel mondo non seguono sempre la storicità del fatto, ma si conformano alla verità dello Spirito, prendendo «parte nella gioia» del Signore (cfr. Mt 25). Così, in un’antica icona dedicata alla Pentecoste, vediamo san Pietro di fronte a san Paolo nel cerchio degli altri apostoli e sappiamo che Paolo quel giorno non era presente. In un’altra, Gesù stesso dà il calice all’Apostolo dei gentili – un avvenimento che non ebbe mai luogo. Ma immagini come queste sono nate all’interno della visione orientale della figura dell’Apostolo dei gentili, per il quale l’incontro con Gesù sulla via di Damasco è diventato anche comunione con lo Spirito Santo, sorgente inesauribile della fede.
«Il Consolatore… vi ricorderà tutto ciò che ho detto…», dice Gesù (Gv 14,26). Ma che cosa poteva ricordare Saulo di Tarso, il fariseo (cfr. At 26,5), che non aveva mai incontrato il suo Maestro durante la sua vita terrena? Dove aveva potuto sentire le parole dette e non dette di Gesù? Sembra che Paolo sappia tutto fin dall’inizio, come se gli fosse stato insegnato dal Maestro interiore: «Senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me…» (Gal 1,16). Quell’incontro con Gesù faccia a faccia aveva anche un suo significato pneumatologico: il risveglio o la rivelazione nel cuore dell’Apostolo (e potenzialmente in ogni persona umana) – in cui lo Spirito scopre, manifesta, risveglia Cristo come Figlio di Dio – «del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo» (Ef 3,9).
Paolo ci insegna che ogni essere umano porta quel mistero nel proprio cuore e può illuminarlo con la luce di Cristo. «Il suo cuore era quello di Cristo, la cronaca dello Spirito Santo, il libro della grazia», dice san Giovanni Crisostomo. Cristo abitava in Saulo prima che lui fosse diventato Paolo, dice lui stesso. «Quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me il suo Figlio perché lo annunziassi ai pagani…» (Gal 1,15-16). Ma questa predestinazione è universale. Il mistero rivelato si esplica nella predicazione. Ciò che è nascosto nella profondità di Dio è affidato agli uomini. D’un tratto san Paolo riesce a riconciliare l’ineffabile intimità della fede con la missione ai popoli, con il servizio alla gente, con la cattolicità della Buona Notizia destinata a tutti. Il segreto della fede in Cristo che vive nella sua Parola e nello Spirito che la « ricorda », la apre e la realizza, non è un tesoro da custodire nell’oscurità, ma una ricchezza da scoprire e da manifestare «ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria» (Col 1,26-27).
La « gloriosa ricchezza » del Signore rivelata a Paolo l’ha iniziato a ragionare nello Spirito e a conoscere il mondo nella Parola. Alla domanda del Libro della Sapienza e del profeta Isaia: «Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere?», Paolo risponde: «Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1Cor 2,16).
In un attimo, come è spesso da lui, tutta la visione trinitaria si svela davanti a noi. Il « pensiero di Cristo » (noun Christou) – il modo di sentire, di intendere, di vedere le cose come le vede e le vive Cristo stesso – significa che il nostro intelletto e «il Cristo che abita per la fede nei nostri cuori» (Ef 3,17) hanno qualche sostanza in comune e questa sostanza si chiama Spirito Santo. La Sua presenza non deve essere accettata e creduta solo come una dottrina stabilita, ma conosciuta dall’interno con il « pensiero di Cristo » o con la sapienza messa nei concetti. In altre parole, la nostra conoscenza di Dio può essere paragonata all’icona – vera e al tempo stesso trasparente –, poiché essa ci rivela il mistero della Trinità che c’incontra e ci ama. E quando invochiamo il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo siamo proprio al centro del Mistero aperto – quello dell’amore –, spalancato davanti a noi, ma anche dentro di noi. Siamo al centro di questa luce che, come dice un inno bizantino, neanche i Cherubini e i Serafini sono capaci di sopportare.
Questa rivelazione del mistero trinitario vissuto nell’intelletto umano – che è stata data all’Apostolo dei pagani – trova il suo sviluppo originale nella teologia di Massimo il Confessore (VII sec.). Il concetto paolino suggerisce a Massimo una sintesi della « filosofia cristiana » completamente originale e organica. Nella sua prospettiva il «pensiero di Cristo che ricevono i santi» si situa nella visione trinitaria attraverso la presenza dello Spirito Santo, «in quanto guida di sapienza e di conoscenza» (Centurie gnostiche, II,63) e con l’apertura verso il Padre, che «si trova naturalmente tutto intero, indiviso, in tutta la Sua Parola» (II,71).
«Il pensiero di Cristo… non sopraggiunge per la privazione della nostra potenza intellettuale» (in altre parole i nostri sensi conservano le loro forze naturali), ma come «illuminando mediante la propria qualità la potenza del pensiero…». La potenza del pensiero per san Paolo, secondo san Massimo, si trova nel suo logos, cioè, nell’idea o nel principio di ogni cosa, di ogni essere. Il logos costituisce la natura spirituale di qualsiasi creatura o, secondo le parole del vescovo ortodosso Basile Osborn, la sua «struttura interiore». Qui non si tratta dell’analogia fra il divino e l’umano, ma del primo paradosso della conoscenza di Dio, che si realizza nel « pensiero di Cristo ». Così pensiamo ciò che non può essere pensato, tocchiamo ciò che non può essere toccato né con i sensi né con l’intelletto.
« Il pensiero di Cristo » di san Paolo è uno dei tanti nomi del tesoro scoperto; significa la vera e propria comunione intellettuale – o comunione della ragione che si realizza nello Spirito Santo, il quale illumina ogni cosa vissuta nel pensiero. La mente si comunica al mistero di Cristo, al pensiero di Cristo nascosto in tutte le cose create, visibili e invisibili, e «contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute» (Rom 1,20). L’arte della conoscenza mistica è l’arte della contemplazione: il dono di vedere tutte le cose nello Spirito o nel « pensiero di Cristo » immesso in tutte le cose.
Una volta san Paolo fece ai suoi discepoli di Efeso una domanda: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?». Ed essi, come racconta il libro degli Atti degli Apostoli, risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo» (19,1-2). Nel Vangelo lo Spirito Santo rimane ancora soltanto una Persona promessa. Con la rivelazione paolina l’immagine del Dio Trino comincia a chiarirsi. È stato lui, Paolo, che ha trovato un linguaggio umano almeno per sfiorare e far sentire l’azione e la presenza dello Spirito Santo.
Prima di tutto come amore divino: «L’amore di Dio è stato riservato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha dato» (Rom 5,5). «Il suggello dello Spirito Santo» (Ef 1,13) che noi riceviamo ci porta la libertà in Cristo (2Cor 3,17) e la diversità dei carismi e dei ministeri. «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1Cor 12; 4.7). Si tratta dell’utilità che si realizza nella Chiesa come corpo di Cristo (cfr. Ef 1,23).
L’opera dello Spirito, secondo Paolo, è la fede che si apre alla rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Ma questa rivelazione è anzitutto relazione con Lui e coinvolge tutta l’anima, tutto il nostro essere. «Lo Spirito di Dio abita in voi», scrive Paolo ai Romani che hanno ricevuto il dono della fede (8, 27). Quando la fede manca o il peccato s’impossessa dell’anima umana, lo Spirito «viene in aiuto alla nostra debolezza» (Rom 8,26) e fa crescere i suoi frutti («amore, gioia, pace…», Gal 5,22). Con i frutti dello Spirito «noi veniamo trasformati in quella medesima immagine» (2Cor 3,18), che è l’immagine di Cristo. Questa visione della trasformazione (o della trasfigurazione) dell’essere umano ha comportato la nascita di una delle esperienze più profonde nella spiritualità orientale: quella della deificazione, della somiglianza dell’uomo al Dio incarnato.
«Dio è diventato uomo affinché l’uomo possa diventare dio per mezzo della grazia», dicevano i Padri della Chiesa. La radice di questa idea la troviamo già in san Paolo. Siamo figli di Dio, afferma lui. «E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo… Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in noi» (Rom 8,14-18).
Un’altra luce appare in queste righe: un regno che viene, che si costruisce in noi attraverso le sofferenze degli «eredi di Dio». Nel lungo e difficile processo di trasformazione delle nostre anime e dei nostri corpi per partecipare alla gloria del Regno, all’uomo è assegnata la parte più attiva. L’uomo diventa un collaboratore di Dio e questa collaborazione si fa nel travaglio del suo cuore e del suo Spirito. L’uomo si arrende, si abbandona puro e libero all’azione dello Spirito che lo conduce alla gloria, alla eredità in Dio, alla sua trasfigurazione in Gesù Cristo, nostro Signore.
Nella tradizione orientale questa collaborazione assume la forma della preghiera della purificazione del cuore, della lotta notturna e cosmica «contro gli spiriti del male» (Ef 6,12), per prepararsi ad accogliere Dio come Abramo accolse la venuta dell’Ospite Divino. Questa lotta è dura, ma lo Spirito è sempre con noi e, come dice san Paolo, «intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili». L’amore di Dio ci prepara all’eredità di Dio, il Suo Regno. Perché l’ultima tramutazione sarà la trasfigurazione di questo mondo caduco nel Regno di Dio (che inizia sempre dal cuore umano). Troviamo una eco di questa lotta nella preghiera ortodossa prima della comunione: «Cristo Gesù è venuto in questo mondo a salvare i peccatori, dei quali il primo sono io» (1Tm 1,13-14).
Quale era la Divina Provvidenza nei confronti di Paolo? Dio ce l’ha mandato come modello perfetto, modello «dell’uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13). Lui è diventato un’icona della Parola, mentre la Madre di Dio rimane un’icona del silenzio. Paolo è il mistero che parla, Lei è il mistero silenzioso «serbato nel Suo cuore» (cfr. Lc 2,19). In Maria e in Paolo si sono realizzate le parole di Cristo relative alla «sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14).

Dissetata da quest’acqua la Chiesa ortodossa in uno di suoi inni (tropari) chiama Paolo di Tarso «il suggello e la corona degli apostoli che, chiamato alla fine, con lo zelo ha superato tutti».

Vladimir Zelinskij

 

contributo del Cardinale Jean Louis Tauran nel « Codex Pauli »

dal sito:

http://www.zenit.org/article-21043?l=italian

Paolo, modello di dialogo interreligioso

ROMA, lunedì, 18 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il contributo del Cardinale Jean Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, contenuto nel « Codex Pauli », un’opera unica dedicata a Benedetto XVI al termine dell’Anno Paolino.  

* * *

La Dichiarazione conciliare Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non-cristiane in alcuni passi fondamentali attinge al pensiero dell’apostolo Paolo. Al numero 2 essa afferma: «La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini. Tuttavia essa annuncia ed è tenuta ad annunciare il Cristo che è “Via, Verità e Vita” (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose».

Infatti il documento fa appello ad una nota espressione di Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi: «È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione» (cfr. 2Cor 5,18-19).

Di fronte alla storia che frequentemente è apparsa come quadro di divisioni, lacerazioni e fratture, l’appello dell’Apostolo alla riconciliazione può essere inteso come un richiamo a ciò che oggi chiamiamo con il termine di “dialogo”. Sebbene questo termine non compaia negli scritti paolini, lo spirito che guida l’Apostolo alla ricerca dell’unità e della cordiale convivenza nel mondo pervaso da culture, religioni e sistemi filosofici diversi è quello che si ispira alla realtà del dialogo interreligioso (oggi anche interculturale e interetnico).

Il centro dell’unità cui deve convergere necessariamente l’umanità è per il grande Apostolo la persona di Cristo. Egli con frequenza ama infatti evidenziare il ruolo non solo cosmico, ma anche salvifico della Croce e della Pasqua che hanno fatto del Cristo il Kyrios, Signore dell’umanità e della Storia. Non solo, ma è nel “mistero” della Croce che Paolo vede l’abbraccio di tutta l’umanità, riconciliata dalle lacerazioni e dalle divisioni che al suo tempo venivano raffigurate nella duplice realtà del mondo religioso ebraico e del mondo religioso greco – romano. Quanto avviene ad Atene presso l’Areopago rende ben visibile l’atteggiamento con cui Paolo si pone di fronte all’uomo che ricerca nella sincerità la verità. L’Agnostos Theos, cioè il “Dio sconosciuto”, è pur sempre il Dio da tutti ricercato e verso il quale si protende la profondità del cuore dell’uomo. È qui che l’Apostolo propone in tutta la sua verità l’annuncio del Vangelo di Cristo e l’opera della sua salvezza, racchiusa nell’evento straordinario della Risurrezione.

L’autore degli Atti degli Apostoli non esita ad esprimere la difficoltà di tale annuncio in un mondo religiosamente complesso e profondamente radicato in un pensiero limitato al solo orizzonte umano (cfr. At 17,32). Tuttavia è in questo annuncio che si trovano la radice e l’origine della consapevolezza che Paolo ha della forza rinnovatrice e propulsiva sia del messaggio di verità di Gesù, sia della sua Pasqua di Risurrezione. Un simile atteggiamento dell’Apostolo nei confronti degli Ateniesi che come “a tentoni” sono alla ricerca del vero Dio (cfr. At 17,27) appare profondamente rispettoso e nello stesso tempo capace di cogliere quei semina Verbi che guideranno sia l’ulteriore annuncio della prima Chiesa, sia il dialogo attuale con le diverse religioni.

L’edificio della pace

Come ha ricordato il Santo Padre nel discorso alla plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso (8 giugno 2008) «tutti hanno il dovere naturale e l’obbligo morale di ricercare la verità. Conosciutala, sono tenuti ad aderire ad essa e a ordinare la propria vita secondo le sue esigenze». E ha proseguito, rievocando 2Cor 5,14: «È l’amore di Cristo che esorta la Chiesa a raggiungere ogni essere umano senza distinzione, oltre i confini della Chiesa visibile. La fonte della missione della Chiesa è l’amore divino». Il contenuto e la modalità del dialogo, pertanto, sono strettamente vincolati. «Veritatem facientes in caritate» (Ef 4,15), ricorda san Paolo, al quale fa eco sant’Agostino: «Victoria veritatis est caritas».

Ritornando al Documento Conciliare Nostra Aetate, al numero 5, leggiamo: «Il Sacro Concilio seguendo le tracce dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, ardentemente scongiura i Cristiani che “mantenendo tra le genti una condotta impeccabile (1Pt 2,12), se è possibile, per quanto da loro dipende, stiano in pace con tutti gli uomini, affinché siano realmente figli del Padre che è nei cieli». San Paolo aveva già raccomandato ai Romani di coltivare nel contesto di un mondo contrassegnato dalle diversità e dalle differenti sensibilità religiose, l’atteggiamento caratteristico del cristiano incentrato nella eirene/pace: «per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti» (cfr Rm 12,18). Simile raccomandazione, originariamente sulle labbra di Gesù nel discorso della Montagna (cfr. Mt 5,9), è un invito a costruire un mondo ravvivato da rapporti cordiali e fraterni che trovano nel “Principe della Pace” il primo costruttore e il modello raggiungibile da tutti gli uomini. In questa luce ogni religione offre il proprio apporto, anzi è invitata a incrementare alacremente l’“edifico” della pace, per il quale Cristo ancora ama proporsi quale “pietra angolare”. Ed è in questo senso che la Chiesa Cattolica si è fatta più volte promotrice di dialogo con le altre religioni per la pace.

Un ulteriore aspetto che meglio definisce l’esemplarità di Paolo è da ricercare nel concetto di “libertà”: «Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà!» (2Cor 3,17). Paolo è un uomo libero proprio perché conquistato da Cristo. Ed è uomo di preghiera. È nella preghiera che egli trova soccorso nella debolezza, vede un senso là dove sembra esserci soltanto sofferenza, affronta le divisioni tra i credenti, risponde con il coraggio a episodi che – umanamente parlando – appaiono come scoraggianti fallimenti. Ricordava ancora papa Benedetto XVI che «la collaborazione interreligiosa offre opportunità di esprimere gli ideali più elevati di ogni tradizione religiosa». Tra tali ideali vi è sicuramente anche il recupero della dimensione spirituale, avvertita oggi quanto mai urgente di fronte a uno stile di vita sempre più diffuso che non risponde ad alcuna regola oltre al dictat di un consumo sempre più ampio, a ogni costo. Paolo al contrario è un modello di equilibrio: non solo per la sobrietà imposta dal suo stile di vita missionario, sempre in movimento, consapevole della transitorietà di questa vita, ma perché lavora con le proprie mani. Spiritualità, missione e laboriosità sono tutte ben presenti in lui. San Paolo non trasforma mai la religione in un mezzo di arricchimento materiale e in questo modo dà la prima e più forte testimonianza che il denaro non è il dio che regola questo mondo, ma che una Provvidenza più alta muove la storia. Egli ha a cuore anche il destino della natura, vista non solo come risorsa da soggiogare e sfruttare, ma come sorella dell’umanità che invoca anch’essa salvezza (cfr. Rm 8,19-22). Inoltre l’Apostolo diventa anche un modello di solidarietà quando, ad esempio, si fa promotore presso le chiese che vengono dal paganesimo di una raccolta di denaro per le necessità dei credenti più poveri nella comunità di Gerusalemme (1Cor 16,1; Rm 15,26).

Card. Jean Louis Tauran

Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso

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