Archive pour janvier, 2012

IL PECCATO ORIGINALE SECONDO SAN PAOLO (per la festa della Conversione di San Paolo Apostolo)

http://digilander.libero.it/ortodossia/peccato.htm#

(STUDIO DELLA CHIESA ORTODOSSA; POSTO SOLO: L’INTRODUZIONE, LA CREAZIONE DECADUTA, LA GIUSTIZIA DI DIO E LA LEGGE, IL SEGUITO, PURE INTERESSANTE, NON LO METTO, SE VOLETE LEGGERLO POTERE ANDARE AL SITO)

IL PECCATO ORIGINALE SECONDO SAN PAOLO

La traduzione è tratta da: St. Vladimir’s Seminary Quaterly,
vol. IV, nn. 1-2, 1955-1956.

INDICE:

Introduzione
La Creazione decaduta
La giustizia di Dio e la Legge
Il destino dell’uomo e l’antropologia
Il destino dell’uomo
L’antropologia di san Paolo
Osservazioni sintetiche
Conclusioni
Note
——————————

Introduzione
Riguardo la dottrina del peccato originale com’è contenuta nell’Antico Testamento e chiarita dall’unica Rivelazione di Cristo nel Nuovo Testamento, nel cristianesimo occidentale, specialmente in quello fondato sullo sviluppo dei presupposti scolastici, continua a regnare una grande confusione che, negli ultimi secoli, sembra aver guadagnato molto terreno nelle problematiche teologiche dell’ Oriente ortodosso. In alcune scuole questo problema è stato rivestito di un’aurea di mistificante vaghezza a tal punto che perfino alcuni teologi ortodossi sembrano accettare la dottrina sul peccato originale vedendola semplicemente come un grande e profondo mistero di fede (cfr. Androutsos, Dogmatike, pp. 161-162). Quest’atteggiamento è divenuto certamente paradossale, particolarmente da quando tali cristiani, che non possono definire il nemico dell’umanità [il Demonio], sono gli stessi che affermano illogicamente che in Cristo esiste la remissione di questo misterioso peccato originale. E’ sicuramente un’ opinione molto distante rispetto alla certezza con la quale san Paolo ha affermato che noi « non ignoriamo i pensieri » (noemata) del Demonio (1).
Se si mantiene vigorosamente e con fermezza che Gesù Cristo è l’unico Salvatore ad aver portato la salvezza in un mondo bisognoso d’essere salvato, si deve evidentemente sapere che è la natura del bisogno ad aver procurato tale salvezza (2). Sarebbe davvero sciocco esercitare dottori e infermieri a guarire malattie se nel mondo non esistesse alcuna malattia. Analogamente un salvatore che proclama di salvare delle persone che non hanno alcun bisogno di salvezza, è un salvatore soltanto per se stesso.
Indubbiamente una delle cause più importanti dell’eresia sta nel fallimento a capire l’esatta natura della situazione umana descritta nell’Antico e nel Nuovo Testamento per la quale gli eventi storici della nascita, degli insegnamenti, della morte e risurrezione e della seconda venuta di Cristo, rappresentano l’unico rimedio. Il fallimento di tale comprensione implica automaticamente la distorta comprensione di quanto Cristo ha fatto e continua a fare per noi e della nostra conseguente relazione con Lui all’interno del Regno di salvezza. L’importanza d’una definizione corretta sul peccato originale e sulle sue conseguenze non può mai essere esagerata. Qualsiasi tentativo di minimizzarla o di alterare il suo significato comporta automaticamente un indebolimento e, parimenti, un completo malinteso sulla natura della Chiesa, dei sacramenti e del destino umano.
In ogni indagine che voglia approfondire il pensiero di san Paolo e degli altri agiografi apostolici può esserci la tentazione d’esaminare i loro scritti con definiti presupposti, benché molto spesso inconsci, contrari alle testimonianze bibliche. Se ci si accosta alla testimonianza biblica, all’opera di Cristo e alla vita della comunità primitiva con predeterminate nozioni metafisiche riguardo alla struttura morale di quello che i più definiscono « mondo naturale » e, di conseguenza, con idee fisse riguardo al destino umano e alle necessità dell’individuo e dell’umanità in genere, dalla vita e dalla fede della Chiesa antica, si coglieranno indubbiamente solo gli aspetti che si adattano bene al proprio quadro di riferimento. Allora, se si desidera mantenere costantemente autentica la propria interpretazione delle Sacre Scritture, si dovrà necessariamente procedere a spiegare esaurientemente ogni elemento estraneo ai concetti biblici e, quindi, secondario e superficiale, intendendolo semplicemente come il prodotto d’alcuni malintesi sulla dottrina di certi Apostoli, d’un gruppo di Padri, o di tutta la Chiesa primitiva in genere.
Un approccio appropriato all’insegnamento neotestamentario di san Paolo riguardo il peccato originale non può essere trattato in modo fazioso. E’ incorretto, per esempio, sottolineare eccessivamente la frase di Romani 5, 12 « eph’ho pantes hemarton » per provare che esiste un certo sistema di pensiero riguardo alla legge morale e alla colpa senza prima stabilire il peso delle convinzioni di san Paolo riguardo ai poteri di Satana e alla vera situazione, non solo dell’uomo, ma di tutta la creazione. Sbaglia pure chi tratta il problema della remissione del peccato originale inserendo il pensiero di san Paolo in una struttura antropologica dualistica ignorando, al contempo, i fondamenti ebraici dell’antropologia paolina. Similmente, un tentativo d’interpretare la dottrina biblica della caduta nei termini d’una filosofia edonistica sulla felicità è già condannata al fallimento per il suo rifiuto di riconoscere non solo l’anormalità ma, cosa più importante, le conseguenze della morte e della corruzione.
Un approccio corretto alla dottrina paolina sul peccato originale deve prendere in considerazione la comprensione di san Paolo:

1) sullo stato decaduto della creazione, inclusi i poteri di Satana, la morte e la corruzione;
2) sulla giustizia di Dio e la legge e, infine,
3) sull’antropologia e il destino dell’uomo e della creazione.
Con ciò non si vuole suggerire che nel presente studio ciascun tema sarà trattato dettagliatamente. Tali temi, piuttosto, saranno affrontati solo alla luce del problema principale del peccato originale e della sua trasmissione secondo san Paolo.

La Creazione decaduta
San Paolo afferma energicamente che tutte le cose create da Dio sono buone (3). Allo stesso tempo, insiste sul fatto che non solo l’uomo (4) ma pure tutta la creazione è decaduta (5). Sia l’uomo che la creazione attendono la redenzione finale (6). Così, nonostante il fatto che tutte le cose create da Dio siano buone, il Diavolo diviene temporaneamente (7) « dio di questo secolo » (8). Un basilare presupposto di san Paolo è che, sebbene il mondo è stato creato da Dio come una realtà buona, esso si trova ancora sotto il potere di Satana. Il Demonio, comunque, non ha alcun ruolo assoluto poiché Dio non ha abbandonato la Sua creazione (9).
Secondo san Paolo, la creazione non è quanto Dio intendeva fosse « poiché la creatura è soggetta alla vanità non per volontà propria ma per causa di chi l’ha assoggettata » (10) Perciò la cattiveria può esistere, almeno temporaneamente, come un elemento parassita a fianco o all’interno di quanto Dio ha creato originalmente come buono. Un ottimo esempio di ciò è colui che vorrebbe fare il bene secondo l’ »uomo interiore » ma ne è impossibilitato per l’insito potere del peccato nella carne (11). Benché la realtà creata sia buona e venga ancora mantenuta e governata da Dio, la creazione per se stessa è lontana dalla normalità o dalla naturalità se, per « normale », intendiamo la natura secondo l’originale e finale destino della creazione. Colui che governa questo mondo, contrariamente al fatto che Dio sostiene ancora la creazione e conserva per se un resto di essa (12), è il Demonio (13).
Cercare di rinvenire in san Paolo una certa filosofia naturale con un universo equilibrato da fisse e inerenti leggi ragionevoli secondo le quali l’uomo può vivere serenamente ed essere felice, significa fare violenza alla fede dell’apostolo. Per san Paolo non esiste alcun mondo naturale con un sistema inerente di leggi morali, poiché tutta la creazione è stata sottoposta alla vanità e al cattivo dominio di Satana subendo il potere della morte e della corruzione (14). Per questa ragione tutti gli uomini sono divenuti peccatori (15). Non esiste alcun uomo che non sia peccatore semplicemente perché vive secondo la legge della ragione o la norma mosaica (16). La possibilità di vivere secondo la legge universale implica pure la possibilità d’essere senza peccato. Tuttavia, per san Paolo, questo è un mito poiché Satana non rispetta le leggi della ragione che fanno vivere rettamente (17) e ha sotto la sua influenza tutti gli uomini che nascono sotto il potere della morte e della corruzione (18).
Che sia creduto o meno, il presente, reale ed attivo potere di Satana dovrebbe provocare il teologo biblista. Egli non può ignorare l’importanza attribuita da san Paolo al potere demoniaco. Facendo diversamente non si comprende per nulla il problema del peccato originale e della sua trasmissione e si finisce pure per equivocare il pensiero degli scrittori del Nuovo Testamento e la fede di tutta la Chiesa antica. Riguardo al potere di Satana per opera del quale viene introdotto il peccato nella vita d’ogni uomo, sant’Agostino, per combattere il pelagianesimo, ha chiaramente mal interpretato san Paolo. Il potere di Satana, la morte e la corruzione dallo sfondo teologico dov’erano posti sono stati collocati in primo piano per rispondere alla controversia sul problema della colpa personale nella trasmissione del peccato originale. In tal modo, san’Agostino ha introdotto un falso approccio filosofico-moralistico che è estraneo al pensiero di san Paolo (19) e che non è stato accettato dalla tradizione patristica orientale (20).
Per san Paolo Satana non è semplicemente un potere negativo nell’universo. E’ una realtà personale con volontà (21), pensieri (22) e metodi falsi (23), contro il quale i cristiani devono intraprendere un’intensa battaglia (24) poiché possono essere ancora tentati da lui (25). Egli è dinamicamente attivo (26) e combatte per la distruzione della creazione senza attendere con semplice passività in uno spazio circoscritto per accogliere coloro che decidono razionalmente di non seguire Dio e le leggi morali inerenti ad un universo naturale. Satana è pure capace trasformare se stesso in angelo di luce (27). Ha a sua disposizione miracolosi poteri di perversione (28) e ha per collaboratori eserciti di poteri invisibili (29). Egli è « il bene di questo secolo » (30), colui che ha ingannato la prima donna (31). E’ lui che ha condotto l’uomo (32) e tutta la creazione nel sentiero della morte e della corruzione (33).
Il potere della morte e della corruzione, secondo Paolo, non è negativo ma, al contrario, positivamente attivo. « Il pungiglione della morte è il peccato » (34) che, a sua volta, fa regnare la morte (35). Non solo l’uomo ma tutta la creazione è stata assoggettata alla tirannia del suo potere (36) e ora attende la redenzione. Perciò la creazione stessa sarà consegnata dalla schiavitù della corruzione (37). Assieme con la distruzione finale di tutti i nemici di Dio, la morte — l’ultima e probabilmente la maggior nemica — sarà distrutta (38). Allora la morte sarà inghiottita dalla vittoria (39). Per san Paolo la distruzione della morte è parallela alla distruzione del Demonio e delle sue forze. La salvezza dalla prima significa la salvezza dagli altri (40).
E’ ovvio che le espressioni paoline riguardanti la creazione decaduta, Satana e la morte non offrono alcuno spazio a qualsiasi tipo di dualismo metafisico o a qualsiasi divisione mentale con la quale si farebbe di questo mondo un dominio intermedio quasi esso fosse, per l’uomo, una pietra di guado tra la presenza di Dio e il regno di Satana. L’idea di tre piani nella storia in cui Dio con i suoi seguaci e gli angeli occuperebbero quello superiore, il Demonio la base e l’uomo nella sua carne il piano intermedio, non trova alcun posto nella teologia paolina. Per Paolo tutte le tre realtà si compenetrano. Non esiste alcun mondo intermedio e neutro dove l’uomo possa vivere secondo la legge naturale ed essere giudicato per ricevere la felicità alla presenza di Dio o per meritare il tormento in abissi tenebrosi. Al contrario, tutta la creazione è dominio di Dio ed Egli non può essere contaminato dal male. Tuttavia, nel suo dominio esistono altre volontà che Egli ha creato le quali possono scegliere sia il Regno di Dio sia il regno della morte e della distruzione.
Contrariamente al fatto che la creazione di Dio è essenzialmente buona, il Demonio ha contemporaneamente e parassitariamente trasformato questa stessa creazione in un temporaneo regno per se stesso (41). Il Demonio, la morte e il peccato stanno regnando in questo mondo, non in un altro. Il regno delle tenebre e quello della luce si stanno facendo guerra nel medesimo luogo. Per questa sola ragione l’unica vittoria possibile sul Diavolo è la risurrezione dalla morte (42). Non esiste alcuna fuga dal campo di battaglia. L’unica scelta possibile per ogni uomo è combattere attivamente il Demonio condividendo la vittoria di Cristo, o accettare le falsità del Diavolo volendo credere che tutto va bene ed è tutto normale (43).

La giustizia di Dio e la Legge
Secondo quant’è stato detto, per san Paolo la creazione decaduta ha una natura non duplice. Ne consegue che non esiste alcun sistema morale di leggi inerenti ad un universo normale e naturale. Perciò quello che l’uomo accetta come giusto e buono, partendo dalle sue osservazioni sulle relazioni umane nella società e nella natura, non può essere confuso con la giustizia di Dio. La giustizia di Dio è stata rivelata unicamente e pienamente solo in Cristo (44). Nessun uomo ha il diritto di sostituire la propria concezione della giustizia a quella divina (45).
La giustizia di Dio, com’è rivelata in Cristo, non opera secondo un’obiettiva regola di condotta (46) ma, piuttosto, secondo le relazioni personali di fede e d’amore (47). « La legge non è fatta per il giusto ma per gli ingiusti e i disobbedienti, per gli empi e i peccatori… » (48). La legge non è un male ma un beneficio (49) pure spirituale (50). Tuttavia non è abbastanza perché possiede una natura temporanea e pedagogica (51). Essa dev’essere adempiuta in Cristo (52) e superata con un amore personale secondo l’immagine dell’amore di Dio rivelato in Cristo stesso (53). La fede e l’amore in Cristo devono essere personali. Per questa ragione la fede senza l’amore è vuota. « Se avessi tutta la fede, sì da trasportare le montagne, e poi mancassi d’amore non sarei nulla » (54). Similmente gli atti di fede privi d’amore non sono d’alcun profitto. « Se pure disperdessi, a favore dei poveri, quanto possiedo e dessi il mio corpo per essere arso, ma non avessi l’amore, non ne avrei alcun giovamento » (55).
Non esiste possibilità di vita, seguendo delle regole oggettive. Se, seguendo la legge, vi fosse stata qualche possibilità non ci sarebbe stato bisogno della redenzione in Cristo. « La rettitudine sarebbe stata data nella legge » (56) « Se fosse stata data una legge che avesse il potere di vivificare » (57). allora non sarebbe stata data ad Abramo la promessa della salvezza ma direttamente la salvezza stessa (58). La vita non esiste dove sussiste la legge. La vita è, piuttosto, l’essenza di Dio « l’unico che possiede l’immortalità » (59). Perciò solo Dio può dare vita e lo fa liberamente secondo la propria volontà (60), alla sua maniera e al tempo che sceglie come più opportuno (61).
D’altra parte, è un grave errore attribuire alla giustizia di Dio la responsabilità della morte e della corruzione. In nessun luogo Paolo attribuisce a Dio l’inizio di questi eventi. Al contrario, la natura è stata sottoposta alla vanità e alla corruzione dal Diavolo (62) che, attraverso il peccato e la morte del primo uomo, si è inserito parassitariamente nella creazione della quale faceva già parte anche se, ancora, non ne era il tiranno. Per Paolo la trasgressione del primo uomo ha aperto la via all’ingresso della morte nel mondo (63); tuttavia questa nemica (64) non è certamente il frutto perfetto di Dio. Né può la morte di Adamo, o quella di ciascun uomo, essere considerata la conseguenza d’una decisione punitiva da parte di Dio (65). San Paolo non suggerisce mai una simile idea!
Per giungere ai presupposti basilari del pensiero biblico è necessario abbandonare ogni schema giuridico di giustizia umana con il quale si attribuisce la punizione o la ricompensa secondo le oggettive regole della moralità. Avvicinandosi al problema del peccato originale con uno schema così ingenuo si dovrà credere che ogni lettore attribuisca ad una penalità comune un’offesa comune ragion per cui tutti condividono la colpa di Adamo (66). Questo, però, significa ignorare la vera natura della giustizia divina e negare il potere reale del Diavolo.
Le relazioni che esistono tra Dio, l’uomo e il Diavolo non seguono leggi e regolamenti ma si accordano alla libertà personale. Il fatto che esistano leggi che proibiscono l’uccisione non determina l’impossibilità che tale evento non possa accadere una volta e neppure centinaia di migliaia di volte. Se l’uomo può trascurare l’osservanza di regole e disposizioni di buona condotta, sicuramente non ci si può attendere dal Diavolo l’osservanza di tali regole, visto che quest’ultimo può aiutare l’uomo a prescinderne. La versione paolina del Demonio non coincide certo con quella di chi rispetta semplicemente delle leggi naturali ed esegue la volontà di Dio per sottrarsi alla punizione delle anime in inferno. Ben al contrario, il Demonio combatte Dio attivamente attraverso metodi in cui impiega la maggior falsità possibile cercando di distruggere le opere di Dio con tutta l’astuzia e il potere in suo possesso (67). Così la salvezza per l’uomo e la creazione non può venire da un semplice atto di perdono su qualche giuridica imputazione di peccato, né può provenire dal pagamento di qualche soddisfazione al Diavolo (Origene) o a Dio (Roma). La salvezza può provenire solo dalla distruzione del Demonio e del suo potere (68).
Secondo san Paolo, è Dio stesso che ha distrutto « i principati e le potenze » inchiodando gli scritti dei decreti che erano contro di noi sulla croce di Cristo (69) « poiché è stato Dio che in Cristo ha riconciliato a se gli uomini non imputando loro le mancanze commesse » (70). Benché fossimo peccatori, Dio non s’è rivolto contro di noi, ma ha proclamato la sua giustizia a coloro che credono in Cristo (71). La giustizia di Dio non è accordata a quegli uomini che producono opere dalla legge (72). Per san Paolo la giustizia e l’amore di Dio non sono separati dall’inosservanza di qualche dottrina giuridica d’espiazione. La giustizia di Dio e l’amore di Dio, come sono stati rivelati in Cristo, sono la stessa cosa. Così, nella lettera ai Romani (3, 21-26) l’espressione « amore di Dio » potrebbe essere molto facilmente sostituita da « giustizia di Dio ».
E’ interessante notare che ogni volta in cui san Paolo parla della collera di Dio si riferisce sempre a quella che è rivelata a coloro che sono divenuti disperatamente schiavi, per loro propria scelta, alla carne e al Diavolo (73). Benché la creazione sia tenuta prigioniera nella corruzione, coloro che vivono senza la legge, adorando e vivendo erroneamente, sono senza scusa poiché « le invisibili perfezioni di Lui [Dio] fin dalla creazione del mondo, comprendendosi dalle cose fatte, si rendono visibili, quali la sua eterna potenza e la sua divinità » (74); « perciò Dio li abbandonò nelle concupiscenze dei loro cuori lasciando ch’essi disonorassero sconciamente i loro corpi a vicenda… » (75). E ancora: « Dio li abbandonò a sentimenti reprobi » (76). Tutto ciò non significa che Dio ha fatto divenire questi uomini quel che essi sono, quanto piuttosto che li ha abbandonati nello smarrimento totale della corruzione e del potere del Diavolo. Bisogna interpretare così anche altri simili passi (77).
L’abbandono di Dio di un popolo già indurito nel proprio cuore contro le opere divine non è ristretto ai gentili ma riguarda pure i giudei (78). « Poiché, davanti a Dio, non sono giusti coloro che sentono parlare della legge ma saranno salvati solo quelli che la praticheranno » (79). « Coloro che hanno peccato nella legge saranno giudicati dalla legge » (80). I gentili, comunque, pur non essendo sotto la legge mosaica non sono scusati dalla responsabilità del peccato personale poiché essi « non avendo la legge sono legge a se stessi; essi mostrano l’opera della legge scritta nei loro cuori e ciò lo attesta pure la loro coscienza e i loro pensieri per cui vicendevolmente ora s’accusano, ora si difendono » (81). All’ultimo giudizio tutti gli uomini, sotto la legge o meno, udenti o meno, saranno giudicati da Cristo secondo il vangelo predicato da Paolo (82) e non secondo un sistema di leggi naturali. Pure attraverso le invisibili realtà divine — « le invisibili perfezioni di Lui [Dio] fin dalla creazione del mondo, comprendendosi dalle cose fatte, si rendono visibili, quali la sua eterna potenza e la sua divinità » — non esiste alcuna cosa simile ad un corpo di leggi morali inerenti nell’universo. I gentili che « non hanno la legge » ma che « fanno per natura le cose contenute nella legge » non rispettano un sistema naturale di leggi universali. Essi, piuttosto, « mostrano l’opera della legge scritta nei loro cuori e ciò lo attesta pure la loro coscienza ». Anche qui si può vedere la concezione paolina delle relazioni personali tra Dio e l’uomo. « Dio stesso le ha manifestate in loro » (83) ed è Dio che sta ancora parlando all’uomo decaduto al di fuori della legge, attraverso la sua coscienza e nel suo cuore il quale, per Paolo, è il centro dei pensieri umani (84) e, nei membri del corpo di Cristo (85), il luogo in cui abita lo stesso Cristo e lo Spirito Santo (86).

Maturità umano-cristiana nei frutti dello Spirito Santo (per la festa della Conversione di San Paolo Apostolo)

http://www.spiritosanto.org/mensile/316/page1.htm

Maturità umano-cristiana nei frutti dello Spirito Santo

Testo tratto da una conferenza

di Mons. Giuseppe Molinari

Testo non rivisto dall’Autore

Chi è il cristiano maturo? Non è una domanda inutile. E neppure semplice.
Oggi, purtroppo, c’è una diffusa tendenza a ridurre il problema della maturità alla formazione della propria coscienza in base a dei cosiddetti principi cristiani. A denunciare questo pericolo è soprattutto quel grande teologo che è Hans Urs von Baltasar. Egli scrive: «La coscienza, in quanto fa parte della natura umana, è sì, il fondamento della nostra azione morale naturale, ma in quanto siamo cristiani la nostra coscienza deve avere continuamente uno spiraglio aperto per lo Spirito di Cristo che agisce in noi e su di noi in modo potente, libero ed indipendente. Lo Spirito – è sempre von Baltasar che lo rivendica vigorosamente e giustamente – non si può travasare in bottiglie come princìpi che si possono trovare una volta per sempre: soltanto la fresca vivezza di un ascolto continuo ha la possibilità di recepirlo, addirittura di comprenderlo: ciò suppone una estrema docilità, un incarnato istinto soprannaturale di obbedienza, quindi il contrario di ciò che, nella nostra massiccia grossolanità, noi immaginiamo come « maturità ». Quanto più siamo obbedienti al libero Spirito di Cristo, tanto più possiamo crederci liberi e maturi. Tutto il resto è perfida illusione».
Però, seguendo alcune indicazioni del Nuovo Testamento forse possiamo tracciare le linee portanti di una maturità cristiana intesa nel senso descritto da von Baltasar.
Quando parliamo di situazione di una persona adulta e quindi matura, inevitabilmente ci viene in mente, per contrasto, la situazione del bambino. Anche S. Paolo si serve di questa immagine: «Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma diventato uomo, ciò che ero da bambino l’ho abbandonato» (1Cor 1,13). Qui S. Paolo si riferisce allo stato presente dell’uomo cristiano che un giorno, nella perfezione della visione di Dio, diventerà adulto proprio mediante la carità: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente…» (1Cor 13,12).
La Lettera agli Ebrei applica anch’essa il termine bambino ad un cristiano che ancora non è né adulto né – quindi – maturo nella sua fede: «Su questo argomento abbiamo molte cose da dire, difficili da spiegare perché siete diventati lenti (letteralmente: pigri) a capire… siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. Ora chi si nutre ancora di latte è ignaro della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. Il nutrimento solido invece è per gli uomini adulti (letteralmente: perfetti)…» (Eb 5,11ss).
Sempre S. Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, usa la stessa terminologia spiegandosi ancora più chiaramente: «Io fratelli, ancora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati di Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete, perché siete ancora carnali…» (1Cor 3,1). Sappiamo che, per S. Paolo, l’uomo carnale è l’uomo ancora dominato dal peccato, quindi l’uomo chiuso in se stesso, nel suo egoismo, nella sua visione puramente terrena ed umana della vita. È – in una parola – l’uomo che ancora non è stato liberato da Cristo e ancora non è stato invaso dalla luce e dalla Potenza dello Spirito Santo che trasforma.
Basta rileggere un altro testo di S. Paolo (la Lettera ai Romani), che spiega bene chi è l’uomo carnale: «Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace» (Rm 8,5-8).
Facciamo un esame di coscienza e riflettiamo all’esempio dei santi. Per esempio: S. Francesco. Ecco un uomo che si lascia invadere e guidare dallo Spirito. Perciò vediamo come cambia la sua visione dell’uomo, della vita. Come cambia la sua scala di valori (ad esempio: la preghiera, l’amore verso il prossimo, la povertà, ecc.).
Ancora nella stessa Lettera ai Romani, S. Paolo afferma: «Così dunque, fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne, poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete» (Rm 8,12-13).
Sempre nella Lettera ai Romani, S. Paolo descrive, in modo drammatico, la condizione dell’uomo carnale che, schiavo ormai del peccato, vive in uno stato di dolorosa confusione, e non riesce a capire ciò che compie. E S. Paolo, esprimendo l’angoscia di quest’uomo, confessa: «Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vive un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7,21-24).
Anche nella Lettera ai Galati S. Paolo torna a descrivere questa drammatica lotta tra l’uomo spirituale e l’uomo carnale. E qui la premessa fondamentale è che la carne ha desideri contrari a quelli dello spirito. Da questo disordinato stato di cose nascono non solo i cosiddetti peccati della carne (discordie, inimicizie, contese, impudicizie, orge, ubriachezze, ecc.) ma anche quelli essenzialmente intellettuali (idolatria, magia, controversie, ira, divisioni). Le stesse opere, insomma, che rendevano i cristiani di Corinto «bambini in Cristo Gesù» (1Cor 3,3).
Carne è dunque l’uomo, così come egli ha costruito se stesso in contrasto con l’uomo creato secondo Dio a sua immagine e somiglianza, e rinnovato in Cristo.
Carne è l’uomo separato da Cristo e dal suo Spirito. Ebbene, quest’uomo così descritto da S. Paolo, per ammissione dello stesso Apostolo, è immaturo, è l’uomo « bambino in Cristo », l’uomo in cui lo Spirito di Dio non ha ancora potuto dispiegare tutte le potenzialità della sua potente opera liberatrice e santificatrice. A tutto questo si oppone l’uomo maturo, il cristiano, il « perfetto », l’uomo « spirituale »; cioè l’uomo dominato, posseduto dallo Spirito del Signore in tutte le componenti del suo essere.
C’è dunque un chiaro e stretto rapporto (come tra causa ed effetto) tra l’essere cristiani adulti e lo Spirito di Dio.
Nella Lettera ai Romani, capitolo VIII, ci viene presentato da S. Paolo un quadro estremamente significativo di questo rapporto tra essere cristiani adulti e lo Spirito Santo. Qualche versetto di questo capitolo VIII l’abbiamo già citato. In sintesi S. Paolo afferma che senza la presenza e l’azione dello Spirito Santo non si ha un cristiano autenticamente adulto, perché senza lo Spirito non c’è vera assimilazione a Cristo, vero uomo nuovo della nuova creazione. E S. Paolo conclude: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà Padre! Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio» (Rm 8,15-16). Gridare: «Abbà, Padre» significa avere la stessa intima, personale esperienza di Cristo.
Abbiamo visto, quindi, che l’uomo spirituale, il cristiano adulto, maturo, è l’uomo guidato, condotto, posseduto dallo Spirito in tutte le sue componenti. Ma vogliamo approfondire ancora il significato di tutto ciò.
E allora, interrogando sempre la Parola di Dio ci viene detto che la piena maturità cristiana, la perfezione, si ha nell’amore. S. Paolo chiama l’amore « vincolo di perfezione » (Col 3,14). Basta poi rileggere l’inno alla Carità, per convincersene chiaramente.
L’Apostolo Giovanni dedica tutta la sua prima lettera chiamata appunto « la lettera dell’amore » a questo fondamentale, meraviglioso tema. Questo amore non è un amore qualunque; questo amore è Dio stesso: «Dio è amore: chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16). L’infinita perfezione di Dio sta nell’essere amore; così la perfezione dell’uomo è partecipare e vivere di questo amore: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio» (1Gv 4,7). E questo amore ci è donato dallo Spirito Santo: come ci ricorda S. Paolo: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato» (Rm 5,5). S. Giovanni: «Da questo si conosce che noi rimaniamo in Lui ed Egli in noi: Egli ci ha fatto dono del suo Spirito» (1Gv 4,13).
L’amore è il primo dei frutti dello Spirito che non manca mai in nessun elenco del Nuovo Testamento e che occupa sempre una posizione chiave. In Efesini 4,30-32 il comando dell’Apostolo di fare scomparire ogni mancanza contro la carità (asprezza, sdegno, ira, clamore, maldicenza) e l’esortazione ad un esercizio positivo degli atteggiamenti della carità (benevolenza, misericordia, perdono) sono collegati direttamente alla raccomandazione: «Non rattristate lo Spirito Santo di Dio».
E S. Agostino dice, in un modo stupendo: «Interroga il tuo cuore e se trovi la carità verso il fratello, stai tranquillo. Infatti non ci può essere l’amore senza lo Spirito Santo». E aggiunge S. Agostino che lo Spirito Santo «è la forza dell’amore, il movimento verso l’alto che si oppone alla forza di gravità che tende verso il basso, per condurre ogni cosa al suo pieno compimento che è in Dio» (Confessioni XIII, 7,8).
Ora l’esercizio di questo amore, che ha due poli – Dio e i fratelli – nasce dalla comprensione, dalla conoscenza dell’amore che Dio, il Padre, ci ha manifestato donandoci suo figlio Gesù Cristo come «vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10). Appare qui un dato molto importante, decisivo, se si vuole anche sconvolgente, per capire in che misura l’amore diventa maturità per il cristiano.
Intanto c’è da notare che senza l’effusione dello Spirito non c’è amore, non c’è comprensione del dono di amore che il Padre ci fa con l’offerta di Cristo, «vittima di espiazione per i nostri peccati». L’amore cristiano, l’amore « vincolo di perfezione » è proprio questo: l’amore crocifisso. Solo un amore crocifisso può farsi autenticamente dono e divenire sorgente di vita. Per amare autenticamente occorre capire, contemplare, entrare nell’ottica di questo amore crocifisso che il Padre ci ha donato in Cristo. La maturità cristiana è tutta giocata sul mistero della croce.
Ci sarebbe da fermarsi a lungo su questo tema. Ci basti sottolineare che è ancora e sempre lo Spirito Santo che ha un ruolo fondamentale e decisivo nell’introdurci nella comprensione del Mistero Pasquale, di questo Amore crocifisso.

Opera dello Spirito Santo: www.spiritosanto.org

Jewish shabbat

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Publié dans:immagini sacre |on 23 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Sant’Agostino: Il Paradiso di cui parla San Paolo

http://www.augustinus.it/italiano/genesi_lettera/genesi_lettera_12.htm

SANT’AGOSTINO

LIBRO DODICESIMO

Tema del libro; il paradiso di cui parla San Paolo.


1. 1. Commentando il libro della sacra Scrittura intitolato La Genesi dal principio fino all’espulsione del primo uomo dal paradiso, abbiamo composto undici libri sia affermando e difendendo ciò che per noi è certo, sia ricercando ed esprimendo le nostre opinioni o esitazioni su ciò che è incerto. Quanto abbiamo potuto e come l’abbiamo potuto [spiegare], l’abbiamo esposto e messo per iscritto non tanto per prescrivere a ciascuno che cosa pensare sui punti oscuri, quanto per mostrare la necessità d’essere istruiti noi stessi su ciò di cui noi dubitavamo, e per distogliere il lettore dal fare affermazioni temerarie su problemi per i quali non siamo riusciti a presentare una dottrina sicura. In questo dodicesimo libro, al contrario, ormai liberi dalla preoccupazione, da cui eravamo impediti, di spiegare punto per punto il testo delle Sacre Scritture, tratteremo con maggior libertà ed ampiezza la questione del paradiso perché non si creda che abbiamo voluto evitare di chiarire ciò che pare insinuare l’Apostolo, che cioè il paradiso sia situato al terzo cielo, quando dice: So che quattordici anni fa un uomo in Cristo, non so se con il corpo o se fuori del corpo, lo sa Dio, fu rapito fino al terzo cielo. So inoltre che quest’uomo, non so se con il corpo o senza il corpo, solo Dio lo sa, fu rapito in paradiso e udì parole ineffabili che a un uomo non è possibile pronunciare 1.

Il terzo cielo è forse identico al paradiso?
1. 2. A proposito di queste parole il primo quesito che di solito ci si pone è che cosa intende dire l’Apostolo quando parla del « terzo cielo », e in secondo luogo se vuol farci intendere che lì è il paradiso oppure vuol dire che, dopo essere stato rapito al « terzo cielo », fu rapito anche nel paradiso dovunque questo si trovi; sicché essere rapito al « terzo cielo » non sarebbe la stessa cosa ch’essere rapito nel paradiso, ma prima sarebbe stato rapito al « terzo cielo » e poi di lì nel paradiso. È un problema tanto oscuro che, a mio avviso, non può essere risolto se uno – basandosi non [solo] sulle parole dell’Apostolo citate più sopra, ma anche su altri eventuali passi della sacra Scrittura o su ragioni evidenti – non riuscirà a trovare un argomento capace di provare che cosa è o non è il paradiso; se cioè è sito nel « terzo cielo », poiché non appare chiaro neppure se lo stesso « terzo cielo » è da considerarsi come un luogo materiale o forse come una condizione spirituale. Si potrebbe in realtà affermare che un uomo avrebbe potuto essere rapito con il suo corpo solo in un luogo materiale ma poiché [in questo passo] l’Apostolo afferma anche di non sapere se fu rapito nel corpo o fuori del corpo, chi oserebbe affermare di sapere ciò che l’Apostolo afferma di non sapere? Tuttavia se lo spirito senza il corpo non può essere rapito in luoghi materiali né un corpo in luoghi spirituali, la stessa incertezza dell’Apostolo – dal momento che nessuno dubita che fa quell’affermazione parlando di se stesso – ci costringe in un certo senso ad ammettere che il luogo ove fu rapito l’Apostolo era tale che non si potrebbe sapere né distinguere se fosse materiale o spirituale.

Le visioni nel sogno.
2. 3. Quando infatti nel sogno o nell’estasi si formano immagini corporee, queste non si distinguono affatto dai corpi se non quando, ripreso l’uso dei sensi del corpo, la persona riconosce d’essere stata tra quelle immagini ch’essa non percepiva per mezzo dei sensi del corpo. Chi, infatti, destatosi dal sonno, non si accorge subito che le cose viste in sogno erano [puramente] immaginarie, sebbene – quando le vedeva nel sogno – non fosse capace di distinguerle dalle visioni degli oggetti percepiti dagli individui che sono desti? Io tuttavia so che a me è capitato – e non dubito quindi che anche altri possa aver avuto o possa avere la stessa mia esperienza – di veder qualche cosa in sogno e d’essere conscio che la vedevo in sogno e che le immagini, che di solito c’ingannano ritenendole reali, non erano dei veri corpi, ma anche dormendo ero perfettamente sicuro e convinto che quelle immagini erano solo fantasie che mi venivano in sogno. Ciononostante io talvolta mi sono ingannato: come quando, vedendo ugualmente nel sogno un mio amico, mi sforzavo di persuaderlo di questa stessa verità, che cioè le cose che noi vedevamo, non erano corpi ma solo immagini di persone sognanti, sebbene m’apparisse anche lui certamente tra quelle immagini nella stessa loro forma. Cionondimeno io dicevo altresì che non era neppure vero che noi fossimo a conversare insieme e che anch’egli nel sonno vedeva allora qualche altra cosa e ignorava assolutamente se io vedevo quegli oggetti. Quando però mi sforzavo di convincerlo ch’egli non era lì in persona, d’altra parte ero anche propenso a pensare ch’egli era lì poiché non avrei certamente potuto conversare con lui se avessi avuto l’esatta impressione ch’egli in persona non era lì. Per conseguenza la mia anima, benché in modo misterioso fosse sveglia mentre io dormivo, poteva essere lo zimbello solo d’immagini corporee come se fossero dei veri corpi.

Visioni nell’estasi.
2. 4. A proposito dell’estasi ho potuto sentire quanto dichiarava un tale, un campagnolo a mala pena capace d’esprimere ciò di cui aveva avuto esperienza: egli sapeva ch’era sveglio e vedeva qualcosa ma non con gli occhi del corpo. Per dirlo con le sue parole e per quanto io posso ricordarmele: « A veder lui – mi raccontava – era l’anima mia, non erano i miei occhi; io non sapevo tuttavia se fosse un corpo o l’immagine d’un corpo ». Egli non era capace di discernere di che si trattasse ma era tanto semplice e sincero che lo ascoltavo come se fossi stato io stesso a vedere ciò che egli mi narrava d’aver visto.

Visioni riferite dalla Scrittura.
2. 5. Se perciò Paolo vide il paradiso così come a Pietro apparve il vassoio calato giù dal cielo 2, a Giovanni apparvero tutte le visioni descritte nell’Apocalisse 3, a Ezechiele apparve la pianura piena d’ossa di morti e la loro risurrezione 4, a Isaia apparve Dio assiso [sul suo trono] e davanti a lui i Serafini e l’altare da cui fu preso il carbone ardente che purificò le labbra del Profeta 5, è evidente che [Paolo] non poteva sapere se vedeva quelle cose nel corpo o fuori del corpo.

Di qual natura fu la visione dell’Apostolo.
3. 6. Ma se quelle realtà furono viste da San Paolo fuori del suo corpo e non erano corpi, possiamo chiederci ancora se fossero immagini di cose corporee oppure una sostanza che non ha alcuna somiglianza con i corpi, così com’è Dio, com’è lo spirito o l’intelligenza o la ragione dell’uomo, così come sono le virtù della prudenza, giustizia, castità, pietà e tutte le altre realtà di qualsiasi specie che noi enumeriamo, distinguiamo, definiamo con l’intelligenza o con il pensiero senza percepirne non solo i lineamenti o i colori ma neppure il suono, l’odore e il sapore, senza che il tatto ne abbia la sensazione di caldo o di freddo, di molle o di duro, di liscio o di ruvido, ma le percepiamo per mezzo di un’altra visione, di un’altra luce, di un’altra evidenza, di gran lunga più eccellente e più sicura di tutte le altre.

Perché l’Apostolo non dice come poté vedere quanto vide?
3. 7. Ritorniamo dunque alle medesime parole dell’Apostolo ed esaminiamole più attentamente fissando anzitutto nel nostro intelletto la inconcussa convinzione che il suo discernimento della natura corporea e incorporea era immensamente più perfetto di quel che noi riusciamo a conoscere per quanti sforzi facciamo. Se dunque egli sapeva che per mezzo del corpo non possono affatto vedersi le realtà spirituali né fuori del corpo possono vedersi quelle corporali, per qual motivo non precisò in qual modo poté vederle quando si riferisce proprio alle realtà vedute? Se infatti era sicuro ch’erano realtà spirituali, perché non era ugualmente sicuro d’averle viste fuori del corpo? Se invece sapeva ch’erano realtà corporali, come mai non sapeva anche che non avrebbe potuto vederle se non per mezzo del corpo? Perché dunque dubita se le vide con il corpo o fuori del corpo, se non forse perché dubita ugualmente se quelle realtà fossero corpi o somiglianze di corpi? Vediamo dunque prima, in tutto il contesto del passo che esaminiamo, di che cosa egli non dubita e così, quando resterà solo ciò di cui dubita, dalle sue certezze apparirà forse anche il motivo del suo dubbio.

Paolo assicura d’essere stato rapito realmente al terzo cielo.
3. 8. So – egli dice – che un uomo in Cristo quattordici anni fa, non so se con il corpo o fuori del corpo, solo Dio lo sa, fu rapito fino al terzo cielo 6. Egli dunque sa che quattordici anni prima un uomo in Cristo era stato rapito fino al terzo cielo. Di ciò egli non ha il minimo dubbio e quindi non dobbiamo dubitare neppure noi. Paolo però dubita d’essere stato rapito con il suo corpo o fuori del corpo; se perciò egli ne dubita, chi di noi oserà esserne certo? Ne verrà forse anche di conseguenza che possiamo dubitare dell’esistenza del terzo cielo, in cui dice che quell’uomo fu rapito? Se infatti gli fu mostrata [in un sogno ispirato] la realtà oggettiva, gli fu mostrato il terzo cielo; se invece gli fu mostrata solo un’immagine somigliante a realtà materiali, quello non era il terzo cielo, ma la visione si svolse secondo un determinato ordine in modo che a Paolo sembrò di salire al primo cielo e poi di vederne un altro al di sopra di quello e di salirvi e di nuovo gli parve di vederne un altro ancora più alto e giunto a quest’ultimo l’Apostolo poté dire di essere stato rapito al terzo cielo. Ma che quello ov’era stato rapito fosse il terzo cielo, Paolo non ebbe alcun dubbio e volle che neppure noi ne dubitassimo. Ecco perché inizia il suo racconto dicendo: Io so; data questa premessa ciò che egli dice di sapere non lo crede vero se non chi non crede all’Apostolo.

Il terzo cielo non è un simbolo n, l’immagine di una realtà materiale.
4. 9. Paolo dunque sa che quell’uomo fu rapito fino al terzo cielo. Per conseguenza il luogo ove fu rapito è realmente il terzo cielo e non un simbolo materiale come quello mostrato a Mosè, il quale però era tanto consapevole della differenza esistente tra la sostanza di Dio e la creatura visibile, con cui Dio si faceva vedere ai sensi umani e corporali, da dire: Mostrati a me in persona 7; per di più non era neppure l’immagine d’una sostanza corporale come quella che vedeva Giovanni con lo spirito, a proposito della quale domandava cosa fosse e gli veniva risposto: « È una città », oppure: « Sono popoli », o qualcos’altro, quando vedeva la bestia o la donna o le acque o qualche altro oggetto. Paolo invece dice: So che un uomo fu rapito al terzo cielo 8.

Il terzo cielo non è un’immagine spirituale.
4. 10. Se invece con il termine « cielo » avesse voluto denotare un’immagine spirituale somigliante a una sostanza corporale, sarebbe potuta essere così anche un’immagine del suo corpo quella in cui fu rapito e salì al terzo cielo. Parlerebbe dunque in questi termini anche del proprio corpo, benché si trattasse solo di un’immagine del cielo, e non si sarebbe preoccupato di precisare che cosa sapeva e che cosa non sapeva; sapeva cioè che quell’uomo era stato rapito fino al terzo cielo ma non sapeva se con il corpo o fuori del corpo, ma avrebbe semplicemente narrato la visione chiamando gli oggetti da lui visti con i nomi di altri oggetti a cui quelli rassomigliavano. Anche noi, quando raccontiamo i nostri sogni o qualche rivelazione avuta in sogno, diciamo: « Ho visto un monte », « Ho visto un fiume », « Ho visto tre persone » o altre cose del genere dando alle immagini il nome degli oggetti a cui erano simili; l’Apostolo invece dice: « Questo lo so; quest’altro non lo so ».

Né il terzo cielo né il corpo apparvero a Paolo come immagini.
4. 11. Ma se tutte e due le cose gli apparvero sotto forma di un’immagine, ambedue gli erano ugualmente note o ugualmente ignote; se tuttavia egli vide realmente il cielo – e perciò gli era noto – in qual modo il corpo di quell’uomo poté apparirgli solamente sotto forma di un’immagine?

Di che natura era il cielo ove fu rapito Paolo.
4. 12. Poiché, se Paolo vedeva il cielo materiale, per qual motivo non si rendeva conto se lo vedeva con gli occhi del corpo? Se invece era incerto se lo vedeva con gli occhi del corpo o dello spirito (e perciò dice: Se [ciò avvenne] con il corpo o fuori del corpo io non lo so 9), come mai non gli era incerto anche se vedeva realmente il cielo materiale o questo gli si mostrava solo sotto forma di una immagine? Così pure, se vedeva una sostanza incorporea non sotto l’aspetto d’una immagine corporea ma così come si vede la giustizia, la sapienza e altre cose della stessa specie, e di tal natura era il cielo, è anche evidente che nulla di tale specie può vedersi con gli occhi del corpo. Per conseguenza, se sapeva d’aver visto qualcosa di tal genere, non poteva dubitare d’averlo visto in modo diverso che mediante gli occhi del corpo. So – egli dice – che un uomo in Cristo, quattordici anni fa… Questo lo so, e non ne dubiti nessuno che mi crede. Ma se nel corpo o fuori del corpo io non lo so, Dio solo lo sa 10.

Si discute se il cielo fosse corpo o spirito.
5. 13. Cos’è dunque, [o Paolo] ciò che tu sai e distingui da ciò che ignori, affinché quanti a te credono non siano ingannati? So – dice – che quell’uomo fu rapito fino al terzo cielo 11. Ma quel cielo o era un corpo o era uno spirito. Se era un corpo e fu visto con gli occhi del corpo, perché mai allora Paolo sa che è quel cielo ma non sa d’averlo visto con il corpo? Se invece era spirito, o gli fu presentata l’immagine d’un corpo – e allora resta tanto l’incertezza se fosse un corpo, quanto l’incertezza se lo vedesse con il corpo – oppure fu visto come è vista con la mente la sapienza senza bisogno di nessuna immagine corporea e tuttavia [in tal caso] è certo che non si sarebbe potuto vedere per mezzo del corpo. Perciò tutte e due le cose o sono vere o sono incerte; oppure come mai può esser certo ciò che fu visto, incerto invece il mezzo con cui fu visto? È evidente che Paolo non poté vedere una natura incorporea per mezzo del corpo. I corpi, al contrario, anche se non possono vedersi senza le loro qualità corporee visibili, vengono visti di certo per mezzo del corpo ma in modo assolutamente diverso – se c’è una visione di tal sorta –. Per conseguenza sarebbe strano che quest’altra sorta di visione potesse assomigliare così perfettamente a una visione oculare da trarre in inganno l’Apostolo o costringerlo a dubitare fino al punto che, avendo visto il cielo corporeo in modo diverso da quello che si vede con gli occhi del corpo, potesse dire d’essere incerto se lo vide con il corpo o fuori del corpo. Diversi modi di ratti estatici.
5. 14. Poiché dunque l’Apostolo che si preoccupò tanto di precisare che cosa sapeva e che cosa non sapeva, non avrebbe potuto mentire, non ci resta forse altro se non intendere che l’oggetto della sua ignoranza era il seguente: se cioè mentre era rapito al cielo egli era nel suo corpo – come l’anima dell’uomo è nel corpo quando si dice che il corpo è in vita ma l’anima è estraniata dai sensi del corpo mentre è sveglio o dorme o è in estasi – o se realmente era fuori del corpo in modo che questo restava nella morte finché – al termine di quella visione – l’anima si sarebbe riunita alle sue membra esanimi. In tal caso egli non si sarebbe svegliato come uno che si desta dal sonno né sarebbe tornato a [percepire con] i propri sensi come uno dopo essere stato rapito in estasi, ma sarebbe tornato veramente a vivere di nuovo dopo essere morto. Per conseguenza ciò che Paolo vide quando fu rapito al terzo cielo – e afferma anche di sapere – lo vide nella sua realtà e non sotto un’immagine. Egli però era incerto se il rapimento fuori del corpo lasciò il suo corpo veramente morto o se la sua anima vi restò sempre in qualche modo presente come essa si trova in un corpo vivente finché la sua mente sarebbe stata rapita per vedere e udire i segreti ineffabili della visione; ecco perché, forse, egli afferma: Se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio 12.

« TUTTI SAREMO TRASFORMATI DALLA VITTORIA DI GESÙ CRISTO, NOSTRO SIGNORE »

http://www.zenit.org/article-29313?l=italian

« TUTTI SAREMO TRASFORMATI DALLA VITTORIA DI GESÙ CRISTO, NOSTRO SIGNORE »

Messaggio della CEI per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani

ROMA, venerdì, 20 gennaio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo la dichiarazione congiunta usata come messaggio per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, che si svolge dal 18 al 25 gennaio 2012. Il documento è firmato da monsignor Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia e presidente della Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo della CEI, dal pastore metodista Massimo Aquilante, presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, e dal metropolita Gennadios, arcivescovo ortodosso d’Italia e di Malta ed Esarca per l’Europa Meridionale.
***
« Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore »
(cfr. 1 Cor 15, 51-58)
18-25 gennaio 2012
Presentazione
La preghiera è una realtà potente nella vita di un cristiano. La preghiera è trasformante. Quando i cristiani comprendono il valore e l’efficacia della preghiera in comune per l’unità di quanti credono in Cristo, essi cominciano ad essere trasformati in ciò per cui stanno pregando.
Quest’anno i cristiani in Polonia hanno offerto alla nostra meditazione la loro esperienza di trasformazione e di preghiera. La trasformazione a cui si riferiscono è compresa nella sua profondità solo nella resurrezione di Gesù. Ogni cristiano battezzato nella morte e resurrezione di Cristo comincia un cammino di trasformazione. Morendo al peccato e alle forze del male, i battezzati cominciano a vivere una vita di grazia. Questa vita di grazia permette loro di sperimentare concretamente la potenza della resurrezione di Gesù, e l’apostolo Paolo li esorta: « [ …l siate saldi, incrollabili. Impegnatevi sempre più nell’opera del Signore, sapendo che, grazie al Signore, il vostro lavoro non va perduto » (l Cor 15,58).
Qual è, dunque, l’opera del Signore? Non è forse l’edificazione del Regno di giustizia e di pace? Non è forse la vittoria sulle forze del peccato e sulle tenebre per la potenza dell’amore e della luce della verità? Nella vittoria Gesù Cristo nostro Signore, a tutti i cristiani viene data la capacità di indossare le armi della verità e dell’amore e di superare tutti gli ostacoli che impediscono la testimonianza del Regno di Dio. Nonostante ciò, un ostacolo permane, e può impedirci di portare a termine il nostro compito. È l’ostacolo della divisione e della mancanza di unità fra i cristiani. Come può il messaggio del vangelo risuonare autentico se non proclamiamo e non celebriamo insieme la Parola che dà la vita? Come può il vangelo convincere il mondo della propria intrinseca verità, se noi, che siamo gli annunciatori di questo vangelo, non viviamo la koinonia nel corpo di Cristo?
La preghiera per l’unità, dunque, non è un accessorio opzionale della vita cristiana, ma, al contrario, ne è il cuore. L’ultimo comandamento che il Signore ci ha lasciato prima di completare la sua offerta redentiva sulla croce, è stato quello della comunione fra i suoi discepoli, della loro unità come Lui e il Padre sono uno, perché il mondo creda. Era la sua volontà e il suo comandamento per noi, perché realizzassimo quell’immagine in cui siamo plasmati, quella comunione di amore che spira fra le Persone della Trinità e che li rende Uno. Per questo motivo la realizzazione della preghiera di Gesù per l’unità è una grande responsabilità di tutti i battezzati.
L’unità dei cristiani è un dono di Dio; la preghiera ci prepara a ricevere questo dono e ad essere trasformati in ciò per cui preghiamo. Nel presentare questo testo di preghiera per l’unità di tutti i cristiani, ne raccomandiamo l’utilizzo; incoraggiamo la creatività dei pastori e dei fedeli nel porre nuovo vigore non solo nel pregare per l’unità, ma anche nel procedere, passo dopo passo, verso quella trasformazione che sarà operata dalla preghiera. Lasciamo che il nuovo anno ci trovi più aperti, come individui e come comunità, alla potenza del mistero della morte salvifica di Cristo.

Chiesa Cattolica
+ Mons. Mansueto Bianchi
Vescovo di Pistoia
Presidente, Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo della CEI
Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia
Pastore Massimo Aquilante
Pastore Metodista, Presidente
Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e di Malta
ed Esarcato per l’Europa Meridionale
+ Metropolita Gennadios
Arcivescovo Ortodosso d’Italia e di Malta
ed Esarca per l’Europa Meridionale

Publié dans:DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO |on 23 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Jonah thrown into the Sea,Picture of the prophet Jonah being thrown into the Sea. Catacomb of Saint Peter and Saint Marcellino, Rome, Itally, (4th century?).

Jonah thrown into the Sea,Picture of the prophet Jonah being thrown into the Sea. Catacomb of Saint Peter and Saint Marcellino, Rome, Itally, (4th century?).  dans immagini sacre Jonah_thrown_into_the_Sea

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Publié dans:immagini sacre |on 21 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Brano biblico: 1cor 7,29-31 : studio

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=7985

Mercoledì della XXIII settimana del Tempo Ordinario (Anno II) (11/09/2002)

Brano biblico: 1cor 7,29-31

Dalla Parola del giorno
Il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!

Come vivere questa Parola
A un primo impatto queste parole potrebbero sembrare d’impronta « stoica », quasi un invito a un freddo distacco da tutto ciò che rapidamente passa. Invece, per Paolo e per noi che crediamo, queste parole hanno un valore e una pregnanza ben diversa. Il « tempo si è fatto breve » vuol dire che una grande speranza è all’orizzonte. Sì, è il « Regno di Dio » quello che Gesù, col suo mistero di morte e risurrezione ci ha acquistato. Lo viviamo ora nella gioia della speranza, ma sapendo, per certo, che lo godremo in pienezza per sempre nell’Oltre. Di qui l’esortazione di Paolo a vivere l’avventura della vita senza assolutizzare niente, senza aggrapparci a persone o cose come se fossero il nostro tutto. Perché tutto sta già passando, come in teatro « la scena » di una commedia o di un dramma.
Oggi, nella mia pausa contemplativa, chiederò di entrare nella piena consapevolezza che tutto quello che vivo (la gioia, il dolore, gli incontri e i compiti entusiasmanti come quelli duri e difficili) stanno già passando, mentre il Signore, col suo Regno di gioia piena, sta venendo. E dunque, perché cambio facilmente di umore? Insegnami, Signore, a sdrammatizzare ciò che è arduo e a spiegare, nei miei giorni, la vela della speranza cristiana: per la mia gioia e per quella di quanti incontro.

La voce di un giornalista
Passa la scena di questo mondo e dilania il cristiano come ogni altra persona. Ma se ha vera fede, il seguace di Cristo non resta attaccato alla scena che passando minaccia di portarselo via: egli anzi è rivolto in avanti e scruta i segni della venuta di Cristo, come volesse affrettarla.
Luigi Accattoli

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 21 janvier, 2012 |Pas de commentaires »
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