Archive pour la catégorie 'LITURGIA – RITO AMBROSIANO'

Omelia del card. Scola nella Domenica di Pasqua nella Risurrezione del Signore

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« LA CHIESA, COMUNITÀ DI REDENTI GENERATA DALLA PASQUA »

Omelia del card. Scola nella Domenica di Pasqua nella Risurrezione del Signore

MILANO, domenica, 8 aprile 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata oggi dal cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, durante la Messa del giorno nella Pasqua di Risurrezione.
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1. «Questo è il giorno che ha fatto il Signore; rallegriamoci e in esso esultiamo» (Sal 117): così, col ritornello del Salmo responsoriale, la Chiesa nostra Madre ci ha invitato alla gioia. Perché? Ce lo dirà con forza ineguagliabile un passaggio sconvolgente e paradossale del Prefazio: «beata mors, quae nodos mortis exsolvit», beata, cioè eternamente felice -la beatitudine, infatti, dice la felicità eterna, quella che non passerà più-, la morte [del nostro Redentore] perché ha sciolto per sempre i lacci della morte.
Come si può parlare di una morte beata? Da dove viene alla Chiesa, e quindi a ciascuno di noi, la certezza circa una tale possibilità? Come mai, dopo il giorno di Pasqua, i discepoli poterono ritornare sui tragici eventi del Venerdì Santo e scoprire in essi quanto annunciato dalle Scritture? Forse siamo così distratti dall’abitudine che non ci rendiamo conto della assoluta singolarità dell’avvenimento della Risurrezione, di come ogni cosa dipenda dalla verità del suo annuncio.
2.Per poter rispondere alle domande poste è necessario contemplare quanto accadde ai discepoli «nei quaranta giorni» dopo la Pasqua (cf. Lettura, At 1,3). Le letture bibliche appena ascoltate. mettono in evidenza la reale presenza di Gesù risorto dopo la morte, testimoniata in modo autorevole da coloro che l’hanno visto e incontrato. Le apparizioni del Crocifisso Risorto sono la porta di accesso alla sconvolgente novità della Pasqua.
È questo l’annuncio esplicito di Paolo: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (Epistola, 1Cor 15,3-5).Paolo si considera apostolo in forza della medesima esperienza che egli condivide con gli altri apostoli: aver incontrato Gesù risorto vivo. In effetti è questa l’esperienza fondante e probante la verità dell’annuncio cristiano: l’evento è la morte redentrice di Gesù, certificata nel suo significato di salvezza dalla risurrezione. Lo mostrano le Scritture lette alla luce del fatto accertato delle apparizioni.
3. Anche l’inizio degli Atti degli Apostoli ci racconta di questo singolare momento in cui Gesù «si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove» (Lettura, At 1,3).
Che cosa fa il Signore Risorto dandosi a vedere dai Suoi? Li introduce nel rapporto nuovo inaugurato appunto dalla Sua Risurrezione. Infatti, «durante quaranta giorni» (Lettura, At 1,3) – il numero biblico indica sempre un tempo propedeutico: alla alleanza dopo il diluvio; alla rivelazione di Dio sul Sinai per Mosè, all’entrata nella Terra Promessa per il popolo, al ministero pubblico per Gesù, ecc. – il Risorto si accompagna a loro perché possano accertare la verità della nuova vita di Gesù e abituarsi, quindi, alla nuova modalità della Sua presenza; Gesù, inoltre, li istruisce sulle cose riguardanti il Regno di Dio, perché possano re-imparare alla luce della Risurrezione quello che avevano già da Lui ascoltato; il Risorto, infine, li prepara ad attendere il dono dello Spirito – «tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo» (Lettura, At 1,5) – che consente a tutti coloro che lo seguiranno di «aver parte» diretta con Lui.
Questi tre elementi – la novità della presenza del Risorto, la comprensione del disegno salvifico del Padre e il dono dello Spirito – descrivono l’esperienza del nuovo rapporto con Gesù. Non solo di quella dei primi, ma anche della nostra.
Chiediamoci: si può ancora sostenere che una simile forma di esperienza, l’esperienza cristiana, sia ragionevole? La sua rivendicazione della verità poggia su solide basi? Pensiamo, ad esempio, alla obiezione di quanti, a partire dalle strabilianti scoperte della scienza, sostengono che tutto è solo Natura (“naturalismo biologico”). Ebbene noi possiamo, come credenti, accettare tutti i risultati comprovati delle scienze naturali – sottolineo tutti i risultati, non tutte le loro interpretazioni e non ogni loro uso – integrandoli con l’esistenza di un Dio Creatore e Redentore dell’universo. Non sono pochi gli scienziati credenti a testimoniarlo.
Qualcuno di loro ha coniato l’espressione “naturalismo teista” (Peacocke). L’esperienza cristiana è ragionevole anche per il sofisticato uomo del terzo millennio.
4. Il racconto evangelico approfondisce poi la natura dell’esperienza cristiana a partire dal rapporto con il Crocifisso Risorto, vivo in mezzo a noi.
Maria di Magdala è la prima a cui il Risorto si manifesta. Il fatto, del tutto sorprendente – ci si aspetterebbe che apparisse prima agli apostoli – è la registrazione di quello che davvero è avvenuto (nessun “falsificatore” avrebbe fatto una scelta così clamorosamente “scorretta”).
Con grande delicatezza ci viene indicato che il riconoscimento di Gesù Risorto è primariamente una questione di conoscenza amorosa. «Donna, perché piangi? Chi cerchi? (…) Signore se l’hai portato via tu… Maria!… Maestro» (Vangelo, Gv 20,15-16).
L’identificazione del Risorto chiede, tuttavia, a Maria un cambiamento: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli» (Vangelo, Gv 20,17). Non si può riconoscere il Risorto senza cambiare. Ecco perché, come ci ha ricordato il Santo Padre nell’omelia della Messa Crismale, «resta chiaro che la conformazione a Cristo» – che esige cambiamento personale e comunitario -«è il presupposto e la base di ogni rinnovamento» nella Chiesa, dell’autentica missione.
Le apparizioni di Gesù, a cominciare da quelle a Maria di Magdala, hanno lo scopo di abituare i discepoli alla sua nuova condizione divino-umana. Essa è riconoscibile nella Chiesa, sacramento universale di salvezza (cfr. LG 48) a partire dalla tracce del Risorto nella vita della comunità cristiana. Ne sono frutti: il perdono, la pace, la letizia, la carità – «per l’oppressione del misero ed il gemito del povero… Io risorgerò» (ci ha fatto pregare la Chiesa nel Sabato Santo) (Ufficio delle Letture, Ant. 5)» -, la missione fino alla consegna della propria vita nel martirio.
Così il Risorto si dà a vedere perché al riconoscimento segua il lieto annuncio che la vita nuova è accessibile a tutti gli uomini e le donne di tutti i tempi. Le apparizioni del Risorto hanno come scopo di testimoniare la verità della risurrezione del Salvatore. Infatti, Maria rende testimonianza dicendo: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18).
5. Veramente oggi con la liturgia ambrosiana possiamo esclamare: «O mysterium gratia plenum, O ineffabile divini muneris sacramentum, O sollemnitatum omnium honoranda sollemnitas» O mistero ricco di grazia, O ineffabile sacramento del dono divino. O festa che dà origine a tutte le feste (Prefazio). Poiché oggi è il giorno della liberazione, il giorno in cui la morte beata del Signore ci ha donato per sempre la grazia della libertà.
La libertà, infatti, è lo splendore della Pasqua che brilla sul volto degli uomini che Lo riconoscono. Ormai niente più, neanche il rumore sordo della morte che accompagna quotidianamente la nostra esistenza, può farci schiavi. Siamo stati acquistati a caro prezzo: il sangue dell’Agnello immolato, dell’Autore della vita. Noi uomini e donne del nostro tempo siamo così assetati di libertà! Al di là di tutte le contraddizioni e fragilità di noi cristiani, la Chiesa, comunità di redenti generata dalla Pasqua, è veramente la dimora della libertà, perché attraverso la testimonianza dei cristiani è possibile scoprire che «Dio – come ha scritto von Balthasar – non è una fortezza rinchiusa che noi con le nostre macchine da guerra (ascesi, introspezione mistica, ecc.) dobbiamo espugnare, è invece una casa piena di porte aperte, attraverso le quali noi siamo invitati ad entrare».
Buona Pasqua di risurrezione!

« IN CRISTO SI ATTUA LA SIGNORÌA DI DIO » – Omelia del card. Scola in occasione della Domenica delle Palme

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« IN CRISTO SI ATTUA LA SIGNORÌA DI DIO »

Omelia del card. Scola in occasione della Domenica delle Palme

letture Domenica delle Palme liturgia Ambrosiana:

http://www.chiesadimilano.it/cms/almanacco/letture-rito-ambrosiano/anno-b-2011-2012/is-52-13-53-12-sal-87-eb-12-1b-3-gv-11-55-12-11-1.56152

MILANO, domenica, 1 aprile 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’omelia tenuta dal cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, nel Duomo del capoluogo lombardo, in occasione della Domenica delle Palme e della Passione del Signore.
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1. «Sei benedetto Signore! Tu che salisti al monte, tu che spirasti in croce, tu che gustasti la morte, tu che glorioso regni» (Alla Comunione). Così ci farà pregare il Canto alla Comunione delineando, con un potente “crescendo”, l’ultimo tratto del cammino umano del nostro Redentore, dalla Passione alla Gloria. «Gustasti la morte», cioè ne bevesti il calice fino all’ultima goccia, assaporandola fino in fondo.
Sorelle e fratelli carissimi, questo è il nostro Dio: Uno che non si sottrasse in nulla all’orrore della sofferenza e della morte. Uno che sovrabbondò nell’amore per aprirci l’accesso alla sovrabbondanza della vita. Con la processione, le palme, gli ulivi, i canti ed i salmi abbiamo voluto immedesimarci con il popolo che accolse l’ingresso di Gesù a Gerusalemme con gli Osanna.
La Domenica delle Palme è il portico della Settimana Autentica: i fatti della vita di Gesù che la Chiesa nostra Madre, a partire da oggi, ci farà vivere rappresentano la verità presente nell’Eucaristia illuminata dalla Parola di Dio. Danno senso pieno all’esistenza di ciascuno di noi e di tutti gli uomini di ogni tempo, di tutta la storia. Viviamo quindi con fede questa Settimana eminente come figura del percorso della nostra vita.
2. «Osanna al re d’Israele!» (Vangelo, Gv 12,13) grida la folla uscendo incontro a Gesù. Con la sua acclamazione esprime la speranza che l’attesa messianica del popolo d’Israele finalmente si realizzi. «Non temere figlia di Sion, il tuo re viene…» (Vangelo, Gv 12,15). Ma inevitabilmente il popolo riveste questa attesa con le sue immagini. Le stesse che suscitano sentimenti opposti nei capi del popolo e nei sacerdoti che giungono fino a tramare di ucciderLo.
Anche il contesto in cui Giovanni colloca la narrazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme è ad un tempo carico di segnali di morte (oltre alla decisione del sinedrio, per cui Egli sarà costretto a nascondersi, l’unzione di Betania interpretata da Gesù stesso come annuncio della sua sepoltura…), ma anche da promesse e presagi di vita (le folle che Lo seguono, la fede di molti Giudei, l’episodio dei Greci che vogliono vedere Gesù…).
L’evento dell’entrata a Gerusalemme è quindi un evento dalle varie valenze, vissuto in maniera profondamente diversa dalla folla, dai capi e dal Signore Gesù. Come lo stiamo vivendo noi, qui ed ora?
Come sciogliamo questa ambivalenza?
Noi sappiamo che Gesù ci rivela chi è il nostro Dio: un Padre che ama la libertà dei figli a tal punto da non sopraffarla mai, senza mai cessare di pro-vocarla con la forza della verità. Essa ci scuote dalla “gaia rassegnazione” in cui spesso, quasi senza accorgercene, scivoliamo, incapaci – o semplicemente – stanchi di cercare il senso pieno della nostra esistenza.
3. «Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (Prima Lettura, Zc 9,9) annuncia il profeta. E Giovanni ne dà piena conferma.
Benedetto XVI nel primo volume del suo Gesù di Nazaret ci spiega che la parola greca per dire mansueto, umile (praýs) – la stessa impiegata anche nelle Beatitudini – è una parola usata tanto per descrivere chi è Gesù come per dire l’identità della Chiesa. Una parola che dice la natura della nuova “regalità” inaugurata da Gesù. La Sua mansuetudine è la sua obbedienza al disegno del Padre. Questa deve essere anche la nostra, di noi che portiamo il Suo nome: cristiani. La Chiesa nasce dal costato di Cristo e deve ogni giorno rinascere dal cuore di ogni fedele.
4. «I suoi discepoli sul momento non compresero queste cose; ma, quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che di lui erano state scritte queste cose e che a lui essi le avevano fatte» (Vangelo, Gv 12,16). I discepoli sciolgono l’ambivalenza di cui, come il popolo erano vittime, solo di fronte alla Sua glorificazione. Con questo termine il Vangelo di Giovanni sintetizza l’evento della Pasqua di morte e resurrezione. È il termine che indica la manifestazione, il peso di Gesù nel mondo.
Così afferma San Paolo: al nostro Dio «è piaciuto che abiti in Cristo tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (cf. Epistola, Col 1,20).
La profezia di Zaccaria – «Egli annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra» (Prima Lettura, Zc 9,10) -si compie quindi non tanto nell’accoglienza di Gesù all’entrata a Gerusalemme, ma sul Calvario.
Gesù «con la sua obbedienza ci chiama dentro questa pace, la pianta dentro di noi» (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret 1,106). Infatti nell’azione eucaristica il Re della pace ci educa a riconoscere che non c’è possibilità di bene per sé e di edificazione di vita buona a tutti i livelli dell’umana convivenza che non passi dal dono di sé. Se questo è vero, come è vero, a nessuno sfugga la grande attualità della Pasqua di nostro Signore.
5. «Egli è principio,primogenito di quelli che risorgono dai morti,perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose» (Epistola, Col 1, 18). In Cristo si attua la signorìa di Dio sul mondo creato e redento, di cui Egli ci vuole partecipi. Ma di quale signorìa, di quale regalità si tratta? Ce lo indica il CCC 1884. Il Signore «non ha voluto riservare solo a sé l’esercizio di tutti i poteri. Egli assegna ad ogni creatura le funzioni che essa è in grado di esercitare, secondo le capacità proprie della sua natura. Questo modo di governare deve essere imitato nella vita sociale. Il comportamento di Dio nel governo del mondo, che testimonia un profondissimo rispetto per la libertà umana, dovrebbe ispirare la saggezza di coloro che governano le comunità umane. Costoro devono comportarsi come ministri della provvidenza divina» (CCC 1884).
6. Apprestiamoci a vivere, qui nella nostra cattedrale e nelle nostre comunità, la potente liturgia della Settimana autentica. Lasciamoci com-muovere dall’invito di Andrea di Creta: «Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro, non però per stendere davanti a Lui, lungo il suo cammino, rami di olivo o di palme, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione, dinnanzi ai suoi piedi, le nostre persone».
«… stendere le nostre persone…». Che significa in concreto? Prostrarci nell’umile riconoscimento dei nostri peccati nel sacramento della Confessione, donare qualcosa di noi stessi e dei nostri beni a chi è nel bisogno materiale e spirituale, fare, mediante la partecipazione alla liturgia, intenso spazio al Crocifisso glorioso nelle nostre giornate, conformarci non a questo mondo ma al pensiero di Cristo. In una parola, con l’intercessione della Vergine Santissima, di San Giuseppe, di Sant’Ambrogio e di San Carlo invocare quel profondo cambiamento che abbiamo inseguito lungo tutta la Quaresima: la nostra conversione. Nella morte e Risurrezione di Gesù, la nostra morte e la nostra risurrezione. Amen.

TRIODION – GRANDE QUARESIMA – DOMENICA DELL PALME (liturgia Chiesa Ortodossa)

liturgia Chiesa Ortodossa, dal sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/commentilit/domenicapalmeschmemann.htm

TRIODION – GRANDE QUARESIMA

13. SESTA DOMENICA DEI DIGIUNI

Domenica delle Palme

         Una settimana prima di Pasqua, i credenti festeggiano la Domenica delle Palme, giorno in cui ricordano l’entrata di Gesù Cristo a Gerusalemme: entrata gloriosa e al tempo stesso piena di umiltà. Il popolo lo accoglie come un Re, con grida di gioia, agitando rami di palme, e l’Evangelo dice: “Tutta la città era commossa” (Matteo 21, 10). Ma era un Re che non disponeva di alcun potere se non quello dell’amore, non aveva da dare altro che libertà e gioia, non richiedeva che quello stesso amore, quella stessa libertà. “Ecco viene a te il tuo re pieno di dolcezza” (Matteo 21, 5). L’Evangelo cita questo testo del profeta Zaccaria, questa profezia viene letta durante l’ufficio della Domenica delle Palme. E precisamente in questo incontro fra l’umiltà e la regalità, il potere e l’amore, la gloria e la libertà, risiede il senso eterno di questo avvenimento evangelico e di questa festa che la Chiesa chiama “Entrata del Signore a Gerusalemme”.

         Come allora, il mondo attuale esalta il dominio, la potenza, l’onore, la concorrenza. Allora come oggi ciascuno vuol regnare sull’altro, comandare, dirigere, esercitare il proprio potere. “I re delle nazioni – dice Cristo – dominano su di esse da padroni ed esercitano il potere. Non deve essere così fra voi…” (Matteo 20, 55). Spesso, riduttivamente, si vuol vedere nella religione in generale, e nel cristianesimo in particolare, un insieme simultaneo di sete di sottomissione e di potenza. Nella religione si vede l’abbassamento dell’uomo, una sottomissione di schiavo di fronte ad un Assoluto terrificante. Dio è percepito come la proiezione umana dell’asservimento e della tirannia, di tutto ciò che avvilisce, schiavizza, opprime l’uomo. Si è costruita ed insegnata tutta una serie di teorie sulla religione e la sua origine, sul modello dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, sui rapporti che lo legano ai detentori del potere, sul suo carattere di classe. Per questo si collega la liberazione dell’uomo ad una sua emancipazione nei confronti di questa ebbrezza religiosa, di questo “oppio” che contribuirebbe a mortificare l’uomo addormentandolo con la promessa di una ricompensa nell’aldilà, che lo priverebbe di ogni volontà di lotta, di miglioramento della propria sorte sulla terra, di liberazione da ogni sfruttamento… Ma che fare di una dottrina, di una religione, che ci presenta Dio stesso nell’aspetto di un uomo povero e umile? Quest’uomo, tuttavia, è assolutamente e integralmente libero.

         Dinanzi a Dio dunque chiunque detiene un potere trema, freme e cerca di mobilitare tutte le proprie forze per distruggere, respingere, annientare il terribile insegnamento sull’amore, la libertà, la verità. Che fare di una religione che non può in alcun modo stendersi su letto di Procuste delle teorie scientifiche secondo le quali al cuore di ogni religione dovrebbe necessariamente trovarsi la paura, la sottomissione cieca, l’asservimento? Ecco che avanza verso Gerusalemme il Maestro povero, senza casa né tetto, senza un luogo ove posare il capo. Ecco che Egli manda i suoi discepoli a cercargli un umile animale, l’asinello da cavalcare, e questo è tutto il suo trionfo, questa la sua gloria! Ed ecco che viene ad incontrarlo una folla immensa mentre tutta la città risuona dei saluti tradizionalmente riservati ai re: “Osanna! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!”. In quel momento egli non ebbe altro potere, altra regalità: inutili ed assurdi tutti gli ammennicoli del potere umano, le intimidazioni, le autoglorificazioni. Egli insegnava: “Imparate la verità e la verità vi renderà liberi”.

         Tutto il suo insegnamento dimostra che non esiste potere al mondo capace di spezzare interiormente e di asservire colui che conosce la verità e che in essa ha acquistato la libertà. Si può trasformare un intero paese in una prigione ed obbligare i popoli a tremare per decine di anni. Viene il momento in cui la verità trionfa ed il potere trema. Allora bisogna ancora mobilitare degli schiavi perché gridino: “Crocifiggeteli, annientateli, chiudete la bocca a questi criminali”. Che fare in questo mondo ove prima o poi la parola, la poesia, il pensiero sono più forti di tutti gli “apparati”, di tutti i “poteri”… È tutto questo che ci riporta la Domenica delle Palme, è questa libertà che costituisce l’essenziale di questa festa. Ci dicono che la religione svia tutti i nostri interessi verso l’aldilà… ma il Regno della libertà dell’amore e della verità si è levato sulla nostra terra. Il Cristo è entrato in una città di questo mondo, ad accoglierlo ed acclamarlo era gente di quaggiù. Egli ha insegnato che bisogna essere liberi qui ed adesso, che adesso bisogna amare, che bisogna vincere ogni paura con l’amore, che l’uomo realizza la propria eternità in questo mondo creato da Dio, colmo della bellezza di Dio, e al quale Dio ha conferito un significato. Ed ogni volta che nell’ufficio della vigilia, nella veglia della Domenica delle Palme, nel momento solenne e gioioso in cui i fedeli che riempiono la chiesa levano le palme nella luce dei ceri, nel momento in cui risuona di nuovo l’acclamazione “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”, in quel momento non si commemora solo ciò che è avvenuto un tempo in un paese lontano…

         No! Essi sono là ora e fanno giuramento di fedeltà al solo Re e all’unico Regno, essi promettono di essere fedeli alla libertà, alla verità, all’amore che Egli ha annunciato. O, più semplicemente essi riaffermano e annunciano la libertà divina dell’uomo. Tutto il resto non esiste e non può soggiogare che nella misura in cui non si oppone a questa libertà, a questo amore, a questa verità. Sì, io mi sottometto ad ogni legge di questo mondo meno che a quella che nega questa libertà… E a chi mi dirà che è la legge del potere legittimo io risponderò che tutte le leggi e tutti i poteri sono tali solo nella misura in cui essi stessi sono sotto la legge della libertà, dell’amore, della verità.

         La Domenica delle Palme è la festa della liberazione, la festa del Regno di Dio, venuto in tutta la sua forza, come annuncia l’Evangelo. Certo, noi sappiamo che dopo la luce e la gioia di questo giorno ci immergeremo nella tristezza e nelle tenebre della Grande e Santa Settimana. Il potere non perdonerà e non dimenticherà il trionfo di Cristo. Lo condannerà a morte, farà di tutto per estirpare fino all’ultima particella di questo terribile insegnamento. Quest’appello alla libertà, all’amore, alla verità è insopportabile per il potere. La Domenica delle Palme è “anticipazione della Croce“ come proclama uno dei canti di questa festa. Ma noi sappiamo già che dal profondo del Venerdì Santo sulla strada del Golgota, in cammino verso la sofferenza e la crocifissione ci giungono le parole di Cristo: “Padre, l’ora è venuta: glorifica il Figlio affinché il Figlio ti glorifichi” (Giovanni 17, 1-2)[*].
 

da Alexander Schmemann, in “Le Messager Orthodoxe”, III-IV 1984; trad. J. K.

  ALLA LITURGIA

Tropari

Per confermare la comune resurrezione,
prima della tua passione,
hai risuscitato dai morti Lazzaro, o Cristo Dio;
perché anche noi, come i fanciulli,
portando i simboli della vittoria,
a Te, vincitore della morte, gridiamo:
Osanna nel più alto dei cieli,
benedetto Colui che viene
nel nome del Signore.

Sepolti assieme a te, o Cristo Dio nostro,
per mezzo del battesimo,
per la tua risurrezione
siamo fatti degni della vita immortale.
Perciò inneggiando gridiamo a Te:
Osanna nel più alto dei cieli;
benedetto colui che viene
nel nome del Signore.

O Cristo Dio, che nei cieli sei assiso sul tuo trono
e sulla terra siedi su di un puledro,
ti siano anche accette le lodi degli Angeli
e le acclamazioni dei fanciulli giudei che a te gridano:
Benedetto sei, tu che vieni a rialzare Adamo caduto.

Filippesi 4, 4-9; Giovanni 12, 1-18.

Megalinario

Il Signore è Dio ed è apparso a noi.
Celebrate con esultanza la festa,
e giubilando venite a magnificare Cristo,
con palme e rami, gridando a Lui l’inno:
Benedetto Colui che viene
nel nome del Signore, nostro Salvatore.

Kinonikòn

Benedetto Colui che viene nel nome del Signore.

[*] Con queste parole inizia l’Ufficio mattutino del Grande Venerdì.

Gli Inni di Sant’Ambrogio: Il « Te Deum » (presentazione storica, liturgica. musicale)

dal sito:

http://www.examenapium.it/meri/inno.htm

Gli inni di Ambrogio

Come il valoroso vescovo [Sant'Ambrogio], mentre era impegnato in una terribile lotta con l’imperatrice Giustina e i suoi seguaci della setta eretica degli ariani, introducesse a Milano il costume siriaco di cantare inni per tenere alti gli spiriti, dei suoi adepti cattolici, ci è raccontato dal contemporaneo, più giovane di lui, Sant’Agostino:

Era un anno, o non molto di più, dacché Giustina, madre dell’imperatore fanciullo Valentiniano, perseguitava il Tuo servo Ambrogio, per amore della sua eresia, alla quale era stata attirata dagli Ariani. Il popolo accampava nella chiesa, pronto a morire col suo vescovo, e servo Tuo …

In quella occasione si stabilì di cantare degli inni e dei salmi, secondo l’usanza delle regioni orientali, affinché il popolo non si lasciasse prendere da scoraggiamento; da quel tempo l’uso venne mantenuto, fino ai giorni nostri. Molti, quasi tutti i tuoi fedeli lo hanno imitato negli altri paesi della terra. [Confessioni, IX, 7]

Sant’Ambrogio definisce così la natura dell’inno:

Canto con la lode del Signore. Se voi celebrate il Signore, e non cantate voi non proferite un inno. Se voi cantate e non celebrate il Signore, non proferite un inno. Se voi celebrate qualche cosa che non pertiene alla lode del Signore, e se la celebrate col canto, voi non proferite un inno. Un inno, dunque, ha queste tre cose: e canto, e lode, e il Signore.

Dei molti testi di inni la cui paternità è stata attribuita al Santo soltanto quattro sono oggi generalmente accettati come autentici. Essi sono: Aeterne rerum Conditor; Deus Creator omnium; Iam surgit hora tertia; e Veni Redemptor gentium …

Niente di preciso si sa delle melodie che furono in origine applicate agli inni di Sant’Ambrogio, se fossero composte da lui o adattate da musica precedente. Poiché gli inni erano destinati all’uso dei fedeli, sembra logico supporre che la loro melodia fosse semplice e sillabica. Dalla definizione agostiniana del piede giambico apprendiamo che constava di « una breve e una lunga, di tre tempi », e le più moderne trascrizioni degli inni sono basate sull’ipotesi che il ritmo della melodia seguisse il metro del testo. Il metro ambrosiano era retto dalle leggi della quantità, sebbene il graduale passaggio dalla quantità all’accento fosse già iniziato al tempo di Sant’Ambrogio.

Gli inni ambrosiani si diffusero in tutta Europa. Durante il Medio Evo scrittori ecclesiastici di varie regioni cedettero alla moda di ornare le semplici melodie degli inni con brevi melismi …

Il Te deum

Un inno scritto non su un testo metrico, ma prosastico è il Te Deum. La sua struttura, come quella dei salmi, è retta dal principio del parallelismo. Secondo la leggenda fu improvvisato insieme da Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, mentre il primo battezzava il secondo. Nel Medio Evo esso è talvolta chiamato «Hymnus Ambrosianus». Tuttavia si crede oggi che il Te Deum sia stato scritto da Niceta di Remesiana (c. 335-414). Sembra che fosse ben noto e largamente diffuso già fin dal VI secolo e che penetrasse in seguito nella liturgia romana. La musica di quest’inno, qual è giunta fino a noi, sembra essere una creazione composita; sembra che la prima parte della melodia abbia carattere pre-gregoriano e che sia di origine milanese, mentre la parte seguente è di carattere gregoriano.

Te Deum laudámus: te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem, omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim incessábili voce proclamant:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra maiestátis glóriæ tuae.
Te gloriósus Apostolórum chorus,
te prophetárum laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus laudat exércitus.
Te per orbem terrárum sancta confitétur Ecclésia,
Patrem imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum et únicum Fílium;
Sanctum quoque Paráclitum Spíritum.
Tu rex glóriæ, Christe.
Tu Patris sempitérnus es Filius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, non horruísti Virginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo, aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, in glória Patris.
Iudex créderis esse ventúrus.
Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, quos pretióso sánguine redemísti.
Aetérna fac cum sanctis tuis in glória numerári.
Salvum fac pópulum tuum, Dómine, et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, et in sæculum sæculi.
Dignáre, Dómine, die isto sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: non confúndar in ætérnum.

Noi ti lodiamo Dio, ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre, tutta la terra ti adora.
A te cantano gli angeli e tutte le potenze dei cieli:
[...]
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo.
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli
e la candida schiera dei martiri;
le voci dei profeti si uniscono nella tua lode;
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
[...]
adora il tuo unico figlio,
e lo Spirito Santo Paraclito.
O Cristo, re della gloria,
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre per la salvezza dell’uomo.
Vincitore della morte, hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre.
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.
Soccorri i tuoi figli, Signore, che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi.
Salva il tuo popolo, Signore, guida e proteggi i tuoi figli.
[...]
Ogni giorno ti benediciamo,
lodiamo il tuo nome per sempre.
Degnati oggi, Signore, di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: in te abbiamo sperato.
Pietà di noi, Signore, pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno. 
 

Nel sec. V era già prescritto il canto domenicale del Te Deum nel monastero di Lérins. La Regola di San Benedetto lo vuole cantato al termine dell’Ufficio notturno, nelle domeniche e nelle solennità (eccetto in Quaresima). È usato anche in molte altre occasioni, come canto di lode e di ringraziamento, p.e. nell’ordinazione del vescovo, dopo la Comunione, alla fine dell’anno.

Sono tre le intonazioni del Te Deum accolte dal Vaticano I, solenne semplice e more romanum. Tutte strutturate allo stesso modo, intonano i versetti su uno schema salmodico non canonico (a testimonianza dell’antichità di parte della melodia):

Gli Inni di Sant'Ambrogio: Il

 La prima sezione, qui su fondo chiaro, con tenor su la non è riconducibile a un tono canonico. I due emistichi si rivelano assai indipendenti tanto da riconoscere una doppia intonatio (mi sol la per il primo e sol si la per il secondo). È molto più simile a una mediatio la conclusione del secondo e, al contrario, appare più come terminatio quella del primo. Anche sulla scorta della distribuzione dei versetti sarebbe perciò opportuno invertire la distribuzione degli emistichi nello schema. Tuttavia la presenza di un’intonatio così solenne nel primo e l’uniformità di struttura con la successiva sezione (dal versetto Tu Rex gloriae, su fondo verde) ha fatto preferire questa distribuzione.
 
 Qui il tono sembra più facilmente riconducibile al IV, con la terminazio a mi. Quella che prima era una evidente intonatio del secondo emistichio qui è chiaramente trasformato in mediatio restituendo corrispondenza fra fraseggio del tono e versetto.

La trasformazione melodica, accanto a un apparente nuovo esordio del testo (invocazione di Cristo) fa supporre la combinazione di testi con una loro precisa impronta melodica.
 
 Particolarmente anomalo questo terzo modulo che non solo si riconduce con difficoltà allla stuttura del tono salmodico ma presenta un doppio tenor su fa (con finalis do) e sol (con finalis mi).

Il primo versetto (Aeterna…) sembra quasi preparate la mutazione melodica.
 
 Ricompare con caratteristiche simili la formula più facilmente riconducibile al IV modo.
 
 L’ultimo versetto è intonato su frammenti della terza sezione 

Chiesa di Milano, Cammineranno le genti alla tua luce…tempo di Natale

dal sito:

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/esy/objects/docs/1472208/TEMPO_DI_NATALE.doc

CHIESA DI MILANO

CAMMINERANNO LE GENTI ALLA TUA LUCE

PROFEZIA E MEMORIA CREDENTE

Percorso tematico sulle Letture delle solennità e delle domeniche del tempo di Natale

Parole di giudizio e parole di consolazione si alternano nei 66 capitoli del libro di Isaia. Il giudizio di Dio, nella rivelazione attestata nella Bibbia, non ha altro scopo che la salvezza dell’uomo. Dio, nel suo amore eterno per Israele e nella sua sollecitudine paterna per tutte le genti, vuole renderli consapevoli del loro accecamento, con la forza appassionata, e talora veemente, della parola profetica. Il libro di Isaia non oppone mai frontalmente Israele e le genti: sia all’uno che alle altre sono di volta in volta rivolte parole che denunciano la loro cecità, la loro incapacità a comprendere, al di là della trama di superficie della storia, le vie di Dio diverse da quelle dell’uomo, ma soprattutto a comprendere che la storia non procede mai senza Dio. È sotto il segno dell’insensibilità, della durezza di cuore di Israele che si apre il libro (Is 1, 3 e 6, 9-10):

Udite, o cieli, ascolta, o terra,
così parla il Signore:
« Ho allevato e fatto crescere figli,
ma essi si sono ribellati contro di me.
Il bue conosce il suo proprietario
e l’asino la greppia del suo padrone,
ma Israele non conosce,
il mio popolo non comprende ».

Va’ e riferisci a questo popolo:
« Ascoltate pure, ma non comprenderete,
osservate pure, ma non conoscerete ».
Rendi insensibile il cuore di questo popolo,
rendilo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi,
e non veda con gli occhi
né oda con gli orecchi
né comprenda con il cuore
né si converta in modo da essere guarito.

La Parola di Dio incontra il rifiuto dell’uomo che si riduce ad essere senza memoria, ossia a dimenticare le testimonianze che Dio gli ha offerto del suo amore e della sua fedeltà. Allora gli avvenimenti della storia costituiscono per lui un immenso e angosciante enigma.
Il libro di Isaia ha alimentato lungo il corso dei secoli la memoria credente di Israele, educandolo ad attendere, nella notte debolmente rischiarata della storia, la consolazione dei tempi messianici. Ogni lettore di questo libro, anche il lettore cristiano, è invitato all’intelligenza che nasce dalla memoria e alla resistenza della fede che suscita la perseveranza paziente della speranza.
Due volte il libro evoca la figura di colui che veglia nella notte (21, 11-12 e 62, 6):

Oracolo su Duma.

Mi gridano da Seir:
« Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte? ».
La sentinella risponde:
« Viene il mattino, poi anche la notte;
se volete domandare, domandate,
convertitevi, venite! ».

Sulle tue mura, Gerusalemme,
ho posto sentinelle;
per tutto il giorno e tutta la notte
non taceranno mai.
Voi, che risvegliate il ricordo del Signore,
non concedetevi riposo
né a lui date riposo,
finché non abbia ristabilito Gerusalemme
e ne abbia fatto oggetto di lode sulla terra.

La figura di colui che veglia nella notte è evocata dai pastori che vegliavano tutta la notte, da Simeone che, secondo un’espressione isaiana, aspettava la consolazione d’Israele e soprattutto da Maria che alimentava la sua memoria credente, confrontando silenziosamente gli eventi quotidiani con la parola delle Scritture (Lc 2, 8.25.19.51):

Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.

Esplicite o allusive, le citazioni del libro di Isaia sono assai abbondanti negli scritti del Nuovo Testamento. Citare, nella mentalità della prima comunità cristiana, è molto più che cercare una conferma nei testi delle Scritture. Citare significa scavare nelle Scritture per scoprire il senso di ciò che è stato scritto alla luce di un nuovo evento e, nel contempo, interpretare un evento nuovo alla luce della Parola attestata nelle Scritture.

Il popolo che camminava nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.
Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia.
Perché un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il potere
e il suo nome sarà:
Consigliere mirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace.
Grande sarà il suo potere
e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul suo regno,
che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.
(Lettura Is 9, Natale del Signore, Messa nel giorno)

L’annuncio profetico, proclamato nella celebrazione del Natale del Signore, allarga i propri orizzonti dalla liberazione delle terre del Nord di Israele, occupate dai pagani dopo l’invasione assira (VIII secolo), dal giogo dell’oppressore all’annientamento di ogni strumento di guerra e all’instaurazione di un regno di pace universale. Questo annuncio è associato alla figura di un bambino che, secondo l’usanza proveniente dall’Egitto, viene incoronato con l’attribuzione di quattro titoli grandiosi. Ma l’oracolo va oltre il giovane Ezechia, figlio del re Acaz, probabile primo destinatario di questa promessa, poiché le prospettive che evocano l’instaurazione di una pace cosmica trascendono ogni dimensione di un futuro vicino.
L’intenzione di Dio è chiara: Egli interviene nella storia di Israele e, mediante Israele, nella storia dell’umanità per indicare la strada da percorrere verso quella sapienza che conduce alla pace. E, infatti, il risultato della Parola accolta viene espresso con questa immagine:

Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra.
(Lettura Is 2, Natale del Signore, Messa nella notte)

Ma la pace è un dono da accogliere con l’impegno a trasformare gli strumenti di guerra in strumenti di lavoro, quindi in strumenti di relazioni umane. Nonostante i discorsi che spesso si sono fatti sulle guerre difensive, resta evidente al buon senso, che non si lascia irretire da subdoli ragionamenti, che le guerre si fanno per prevalere sull’altro, considerato un nemico, per eliminarlo. Potranno cambiare le motivazioni e le forme, ma la logica intrinsecamente perversa rimane identica.
Qui, invece, si tratta di convertire questi strumenti di guerra in strumenti di lavoro, in mezzi relazionali, perché il lavoro tende a trasformare rispettosamente la terra, quando non soggiace a logiche di violenza: i vomeri e le falci, propri del mondo agricolo, evocano la fatica rispettosa, necessaria perché la terra produca frutti da condividere con altri.

Il riferimento al già e al non ancora è presente anche nella tradizione ebraica che, guardando al futuro, distingue tra i giorni del messia e il mondo che viene.
Nell’attesa del mondo futuro, vissuta nella speranza dei tempi messianici o nella consapevolezza dei tempi messianici già iniziati, rispettivamente ebrei e cristiani sono chiamati a camminare insieme, guidati dalla Parola di Dio, per costruire sentieri di pace: alla scuola delle Scritture e, per i cristiani, della loro interpretazione autorevole fatta da Gesù.

La prima comunità cristiana, con marcata ironia, sottolinea il contrasto tra l’imperatore romano Cesare Augusto, che vuole contare gli abitanti di tutto l’impero per far risaltare il suo dominio universale, e il bambino avvolto in fasce e posto in una mangiatoia perché non c’era luogo più adatto per collocarlo:

C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: « Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia ».
(Vangelo Lc 2, Natale del Signore, Messa nel giorno)

Non Cesare Augusto, ma Gesù, figlio di Maria, reca all’umanità la salvezza: essa non è il prodotto di strategie umane, sempre basate sulla violenza e sull’oppressione dei più deboli, ma un dono che viene sulla terra dall’alto dei cieli. Gesù, nella sinagoga di Nàzaret, interpreta, alla luce di un testo che si trova nel rotolo di Isaia, la sua missione nel mondo: essa consiste nel portare ai poveri il lieto annuncio, proclamando la liberazione degli oppressi e l’anno di grazia del Signore:

Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore.
Allora cominciò a dire loro: « Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato ».
(Vangelo Lc 4, Domenica dopo l’Ottava del Natale del Signore)

Nella venuta di Gesù l’autore della lettera agli Ebrei vede la continuità dell’iniziativa di Dio nei confronti dell’umanità realizzata in un modo che supera ogni attesa umana: Gesùi, infatti, è il Figlio, colui che irradia nelle tenebre del mondo la gloria di Dio stesso:

Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo.
Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente.
(Epistola Eb 1, Natale del Signore, Messa nel giorno)

Nelle Scritture la gloria è la rivelazione della presenza dell’invisibile Dio e del suo agire nella storia. Nella vita di Gesù si manifesta e si rende presente il mistero di Dio: il Verbo si è fatto carne e noi abbiamo visto la sua gloria. Perciò, a conclusione dell’inno che costituisce il prologo del suo vangelo, Giovanni presenta Gesù, il Verbo fatto carne, come colui che con tutta la sua vita e, soprattutto, con la sua Pasqua, narra il mistero di Dio stesso. Nella carne di Gesù, ossia nella sua umanità, nei suoi gesti [segni] e nelle sue parole, si è manifestata la gloria di Dio e la pienezza di vita [vita eterna] che Lui solo può donare.

E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità….
(Vangelo Gv 1, Natale del Signore, Messa nella notte e Domenica  nell’Ottava del Natale)

La celebrazione dell’Epifania è l’approdo del cammino iniziato con l’Avvento. Alla luce dell’orizzonte universale, oltre che escatologico, degli annunci isaiani, che leggono la difficile ricostruzione di Gerusalemme, dopo il tempo dell’esilio, come l’aurora che lascia presagire un futuro inondato dallo splendore della gloria di Dio e capace di attrarre la moltitudine dispersa dei suoi figli e delle sue figlie, la prima comunità cristiana di origine giudaica, che ormai si è aperta alle genti, interpreta la figura di Gesù e i tempi messianici con lui iniziati:

Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.
Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,
nebbia fitta avvolge i popoli;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
Cammineranno le genti alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere.
(Lettura Is 60, Epifania del Signore)

Attraverso alcuni racconti, densi di allusioni bibliche, in particolare la venuta dei magi da oriente e il battesimo nel fiume Giordano, Gesù è presentato come colui che, attraverso i cieli squarciati, manifesta il mistero ineffabilmente luminoso di Dio in modo unico e sorprendente, come colui che riunisce i lontani e i vicini in un solo uomo nuovo:

Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: « Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento ».
(Vangelo Mc 1, Battesimo del Signore-Anno B)

Egli infatti è la nostra pace…
Così egli ha abolito la Legge….
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,
facendo la pace,
e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo…
Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani,
e pace a coloro che erano vicini.
Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri,
al Padre in un solo Spirito.
(Epistola Ef 2, Battesimo del Signore)

La figura di Maria, icona di ogni discepolo di Gesù, ci conduce a contemplare l’evento dell’Incarnazione alla luce delle Scritture:

Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: « Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere ». Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
(Vangelo Lc 2, Natale del Signore, Messa all’aurora e Ottava del Natale, Circoncisione del Signore)

Maria custodisce la memoria degli eventi vissuti e li interpreta alla luce delle Scritture per scoprire in essi la trama del disegno di Dio. Nelle Scritture, infatti, è attestata la memoria della fedeltà affidabile di Dio che si concede solo a chi decide di affidarsi a Lui con la decisione, mai scontata e perciò sempre in ricerca, della fede.

A tutti coloro che, alla luce dall’evento dell’Incarnazione, accolgono l’invito a precorrere questo cammino condotti dalle Scritture, sono rivolte le parole di benedizione che i sacerdoti di Israele proclamavano sulla comunità riunita in preghiera e che noi possiamo condividere, in quanto chiamati a partecipare all’eredità di Israele in Gesù, splendore del volto di Dio che brilla sull’umanità:

Ti benedica il Signore
e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto
e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto
e ti conceda pace.
(Lettura Nm 6, Ottava del Natale, Circoncisione del Signore)

Dionigi card. Tettamanzi: « Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio… » (Galati 4,4). (ottava di Natale nella liturgia Ambrosiana, 2008)

dal sito:

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/apps/docvescovo/files/1205/Ottava_nella_Circoncisione.doc

CHIESA DI MILANO

Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano

Ottava del Natale nella Circoncisione del Signore
41ª Giornata per la Pace
Omelia

Milano – Duomo, 1° gennaio 2008
 
Da Dio il grande dono della pace
attraverso la famiglia  
 
« Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio… » (Galati 4,4).

« Quando si compirono gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù… » (Luca 2,21).

Questi due passi, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura e nel vangelo di oggi, ci ricordano che siamo qui riuniti a celebrare l’incarnazione di Dio, ossia l’ingresso della persona del Figlio nella nostra storia umana attraverso il popolo dell’alleanza, come inizio di un giorno nuovo, di un tempo pieno.
Carissimi, Cristo Signore in questa celebrazione ci doni luce e slancio per vivere le relazioni personali e sociali, che siamo chiamati ad avere con Dio e tra noi, sempre nel segno dell’amore e della pace.
 
L’ottavo giorno: giorno dello shalom eterno

Il Figlio mandato da Dio, Cristo -ricorda san Paolo ai Galati – è « nato da donna », più precisamente da madre ebrea; ed è « nato sotto la legge », perché si è sottomesso al cammino religioso del popolo ebraico (cfr Galati 4,4). Per questo oggi, ottavo giorno di celebrazione del Natale, noi facciamo anche memoria della circoncisione di Gesù, che avvenne precisamente otto giorni dopo la sua nascita, in conformità alla legge giudaica che la prescriveva come segno nella sua carne dell’appartenenza al popolo di Dio (cfr Luca 2,21).
Ora, nel simbolismo del linguaggio biblico, l’ottavo giorno allude al « giorno dopo il sabato », al « sabato senza tramonto » dello shalom eterno, al giorno della risurrezione di Cristo che lo inaugura. In realtà è in tale giorno che nella storia umana hanno fatto irruzione le energie rigeneratrici del Risorto, dando inizio ad una nuova creazione, che solo alla fine dei tempi si manifesterà per sempre come pienezza di vita, di pace e di amore.
Ma all’uomo interiore già oggi è data la possibilità di anticipare e di pregustare qualcosa della pienezza dello shalom: gli occhi dello Spirito gli permettono di poter vedere al di là delle apparenze e di scoprire la segreta bellezza dell’opera di Dio nascosta nei cuori umani. E questo dono dell’interiorità e della vita dello Spirito – dello Spirito che nei nostri cuori grida Abbà, Padre (cfr Galati 4,6) – è la benedizione per eccellenza. Carissimi, non dimentichiamolo mai! Anche per costruire la pace nel mondo l’unica via feconda è quella che incomincia dalla ricerca di riconciliazione e di pacificazione interiore a partire da se stessi e dal proprio cuore.
Qual è, dunque, la benedizione che da Dio riceviamo e che da lui invochiamo? E’ quella dello Spirito santo che opera nell’uomo interiore: tenendoci sotto la mano paterna e propizia di Dio, la benedizione irradia su di noi la luce del suo volto e in noi effonde amore, gioia e pace.  È pertanto risuonata oggi in modo particolarmente significativo e pregnante la berakah biblica di Dio sul suo popolo, cioè la « benedizione sacerdotale » affidata da Dio ai figli di Aronne, come abbiamo ascoltato nella prima lettura: « Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace » (Numeri 6,24-26). In questa triplice formula di benedizione ricorre solennemente per tre volte il Nome santo e impronunciabile di Dio, il Tetragramma sacro che nella lettura delle Scritture viene sostituito dagli ebrei con il termine Adonai, il « Signore » nella nostra traduzione.
Ora, pronunciare tre volte il Nome santo di Dio in questa solenne benedizione aveva ed ha per il popolo ebraico – e oggi anche per noi – il significato di rinnovare l’alleanza con il Signore.
Così, all’inizio di un nuovo anno civile, giunge a noi la parola che ci invita a rinnovare l’alleanza con Dio, soprattutto rispetto al nostro impegno per la pace nella vita sociale della città, della nazione, del mondo intero. È dunque particolarmente significativo far coincidere oggi – con questa liturgia dell’ottavo giorno di Natale, che appare così ricca di suggestioni – la Giornata mondiale della Pace, che quaranta anni fa Paolo VI ebbe la felice intuizione di istituire nella data del 1° gennaio.
 
Riuniti per invocare il dono della pace

Proprio per invocare con particolare intensità il dono della pace siamo qui riuniti insieme ai Rappresentanti delle Confessioni che aderiscono al Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano. A voi in particolare, fratelli e sorelle in Cristo, rivolgo il mio affettuoso saluto e vi ringrazio per la vostra gradita e importante presenza, una presenza che ci onora e ci dà gioia. Anche sul cammino del Consiglio milanese delle Chiese, che in questo gennaio 2008 compie dieci anni di vita, invochiamo insieme la benedizione di Dio, perché, all’interno della città, coltivi in modo ecumenico la cura pastorale della dimensione interiore dei cristiani di ogni confessione e sappia promuovere un comune annuncio del « Vangelo della pace » a quanti non l’hanno conosciuto, o stanno cercando un senso per la propria vita, o vorrebbero impegnarsi per un mondo nuovo e diverso da quello attuale.   Come Chiesa ambrosiana, intendiamo continuare nel cammino di testimonianza intrapreso e dare particolare rilievo alla comunicazione della fede da parte delle famiglie, che svolgono la loro missione a servizio del Vangelo. Esso sono il luogo primordiale e privilegiato per la trasmissione del sentire, del pensare e del vivere da cristiani.Concludendo la Lettera pastorale alla Diocesi Famiglia comunica la tua fede, esprimevo un auspicio che desidero ripetere all’inizio del nuovo anno: « Lo Spirito santo ci doni le parole per raccontare Gesù, per farlo incontrare ai bambini e ai ragazzi, per renderlo credibile ai giovani e agli adulti, per sentirlo vicino nella carità e per testimoniarlo nella carità. Ci insegni a credere all’amore che è stato riversato nei nostri cuori e a diffonderlo con misura traboccante di tenerezza e profondità » (n. 42).
In particolare rivolgevo l’appello alla famiglia perché, come « scuola dell’amore e del dono di sé », aprisse ogni giorno le sue porte facendo risuonare una « voce di speranza » per la ricostruzione di un tessuto sociale di giustizia, di solidarietà e di pace. Scrivevo, tra l’altro: « Oggi, in modo del tutto particolare, la nostra società ha forte la necessità di riscoprire la famiglia come risorsa insostituibile e decisiva per il suo futuro. Le nostre famiglie, d’altra parte, ricordino che il vincolo di libertà e d’amore che le costituisce è loro donato non solo per se stesse, ma per la vita del mondo » (n. 34). L’amore di Dio è in mezzo a noi: questo è l’annuncio del regno che il Signore ci chiede non solo di approfondire nelle nostre comunità, ma di portare all’intera famiglia umana, perché divenga comunità di pace.
 
Famiglia umana, comunità di pace

Proprio Famiglia umana, comunità di pace è il tema che Benedetto XVI ha proposto per la celebrazione dell’odierna Giornata mondiale della pace.Il messaggio per questa giornata trova il suo cuore nella singola famiglia considerata come « la prima e insostituibile educatrice alla pace ». In realtà, « in una sana vita familiare si fa esperienza di alcune componenti fondamentali della pace: la giustizia e l’amore tra fratelli e sorelle, la funzione dell’autorità espressa dai genitori, il servizio amorevole ai membri più deboli perché piccoli o malati o anziani, l’aiuto vicendevole nelle necessità della vita, la disponibilità ad accogliere l’altro e, se necessario, a perdonarlo » (n. 3). Il messaggio si chiede: « Dove mai l’essere umano in formazione potrebbe imparare a gustare il ‘sapore’ genuino della pace meglio che nel ‘nido’ originario che la natura gli prepara? ». E risponde: « Il lessico familiare è un lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l’uso del vocabolario della pace. Nell’inflazione dei linguaggi, la società non può perdere il riferimento a quella ‘grammatica’ che ogni bimbo apprende dai gesti e dagli sguardi della mamma e del papà, prima ancora che dalle loro parole » (n. 3). Per questo, come recita la stessa Dichiarazione universale dei diritti umani, la famiglia « ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato » (Art. 16/3). E’ un’affermazione, questa, che tocca inevitabilmente il problema della pace, come rileva il messaggio: « Chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto familiare rende fragile la pace nell’intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale ‘agenzia’ di pace. E’ questo un punto meritevole di speciale riflessione: tutto ciò che contribuisce a indebolire la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, ciò che direttamente o indirettamente ne frena la disponibilità all’accoglienza responsabile di una nuova vita, ciò che ne ostacola il diritto ad essere la prima responsabile dell’educazione dei figli, costituisce un oggettivo impedimento sulla via della pace. La famiglia ha bisogno della casa, del lavoro o del giusto riconoscimento dell’attività domestica dei genitori, della scuola per i figli, dell’assistenza sanitaria di base per tutti. Quando la società e la politica non si impegnano ad aiutare la famiglia in questi campi, si privano di un’essenziale risorsa a servizio della pace » (n. 5).
Il riferimento alla famiglia – ad una realtà domestica – non impedisce al Papa di richiamare con forza le grandi questioni mondiali, come la proliferazione delle armi nucleari, l’ambiente inquinato, lo sfruttamento irresponsabile delle risorse energetiche a scapito dei Paesi poveri, l’ingiusta distribuzione delle ricchezze, ecc. Al contrario il riferimento alla famiglia diviene paradigmatico, nel senso che in essa la grande famiglia umana deve trovare i veri criteri e le giuste linee di sviluppo per una convivenza dalla fisionomia « familiare », e dunque solidale e pacifica. « Anche la comunità sociale, per vivere in pace, è chiamata a ispirarsi ai valori su cui si regge la comunità familiare » (n. 6).
 
La legge morale comune e il dialogo via alla pace

In realtà, come umanità siamo « una grande famiglia », viviamo tutti « in quella casa comune che è la terra », siamo responsabili gli uni degli altri perché « non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle » (cfr. n. 6). In questa prospettiva si deve rilevare come punto fondamentale e decisivo il riconoscimento di una legge morale comune: « Una famiglia vive in pace se tutti i suoi componenti si assoggettano ad una norma comune: è questa ad impedire l’individualismo egoistico e a legare insieme i singoli, favorendone la coesistenza armoniosa e l’operosità finalizzata. Il criterio, in sé ovvio, vale anche per le comunità più ampie: da quelle locali, a quelle nazionali, fino alla stessa comunità internazionale. Per avere la pace c’è bisogno di una legge comune, che aiuti la libertà ad essere veramente se stessa, anziché cieco arbitrio e che protegga il debole dal sopruso del più forte » (n. 11). Sono in questione, certo, le norme giuridiche che regolano i rapporti delle persone tra loro, ma ancor prima è in questione la norma morale basata sulla natura delle cose.
La grande sfida – sempre aperta e sempre più complessa in un mondo globalizzato e pluralista – riguarda le modalità con cui possiamo giungere alla conoscenza consensuale e universalmente condivisa di una legge morale comune a tutti gli uomini, su cui fondare anche le norme giuridiche. Sono convinto che il dialogo è e resta la grande, l’unica via di pace per poter arrivare a mete di pace e a rilevare, nello stesso tempo, come un consenso unanime sui principi fondamentali, che presiedono alla convivenza sociale sulla terra e che è indispensabile siano condivisi da parte di tutti, è una meta di pace non facile né ovvia. Proprio per questo oggi è del tutto irrinunciabile ed urgente promuovere il dialogo intessuto di reciproco ascolto e rispetto tra persone che rappresentano ed esprimono visioni e tradizioni differenti, legate alla diversità di etnie, culture, filosofie, teologie, religioni, confessioni, ecc. Sì, persino tra noi cristiani, nelle non facili questioni dell’etica, non abbiamo sempre unanimità di visioni. Si tratta di constatarlo senza irrigidimenti, si tratta di cercare di capire le ragioni altrui senza peraltro sbiadire le proprie o persino rinunciarvi, si tratta di testimoniare la genuinità della fede senza cadere in fondamentalismi confessionali. Dobbiamo aiutarci, tra cristiani di diverse tradizioni confessionali, a non confondere la testimonianza personale e comunitaria, alla quale ci chiama la radicalità del Vangelo, con la testimonianza del nostro apporto civile e laicale alla ricerca del bene comune, che in una società democratica e pluralista è da discernere in dialogo con i contributi espressi dalle diverse sensibilità e visioni. Il Signore ci aiuti nel rinnovare l’impegno – espresso dalla Charta Oecumenica che lo scorso aprile abbiamo firmato come Chiese di Milano e che la terza Assemblea ecumenica europea ha ribadito a Sibiu in Romania nel settembre scorso – « ad essere aperti al dialogo con tutte le persone di buona volontà, a perseguire con esse scopi comuni e a testimoniare loro la fede cristiana », perché « Gesù Cristo, Signore della Chiesa una, è la nostra speranza di riconciliazione e di pace » (Charta Oecumenica 12, conclusione).
 
Cristo, nostra speranza!

Siamo seguaci del Dio dell’Incarnazione ed è proprio della fede cristiana di essere « realistica »: di non nascondersi le « ombre cupe » che pesano sul futuro dell’umanità, le « tensioni crescenti » in Africa e nel Medio Oriente, l’aumentare della corsa agli armamenti, ecc. Ma il realismo dei cristiani non li conduce al pessimismo, perché una grande speranza pervade il loro cuore e la loro vita: è la speranza che crede nella presenza di Dio e del suo amore in ogni stagione storica dell’umanità, che è alimentata dalle tante famiglie che nella quotidianità assolvono il loro compito di « educatrici alla pace », che è sostenuta dall’impegno umile e coraggioso dei moltissimi « operatori di pace ».Confessiamo con gioia a tutti questa nostra fede: Cristo Signore, sei tu la nostra speranza, speranza di riconciliazione e di pace. Non saremo confusi in eterno! 

LA GEOGRAFIA DEL RITO AMBROSIANO

domani per il Rito Ambrosiano è la prima domenica di Avvento, metto qualcosa che ho trovato, veramente ci capisco poco, ma vorrei approfondire il significato dei riti non romani della chiesa cattolica, quando posso, dal sito:

http://www.rivistaliturgica.it/upload/2009/articolo4_655.asp

LA GEOGRAFIA DEL RITO AMBROSIANO  
Marco Mauri


Il rito ambrosiano è oggi riconducibile alla prassi liturgica della diocesi di Milano e di alcune corpose aree adiacenti, un tempo pure appartenute ad essa ma ora facenti parte di altre circoscrizioni ecclesiali.
È questo il distillato nei secoli di una realtà ecclesiale originariamente ben più vasta e completa e in seguito riplasmata da contingenze soprattutto politiche, raggrumatesi attorno a due o tre punti cruciali che è forse non inutile ricordare brevemente nel tentativo di rendere manifesto lo spessore dell’oggi.

1. Breve panoramica storica generale

I testimoni della prassi liturgica seguita nei primi secoli dalle diocesi italiciane, passati allo sguardo dell’indagine scientifica, ci offrono un quadro assai omogeneo e strettamente legato all’area delle Gallie e della Spagna. Territori tutti che le vicende di Ambrogio e dei suoi immediati successori ci mostrano come una vasta regione che si stava organizzando ecclesialmente e su cui Milano, allora sede dei cesari, era punto di riferimento ed esercitava un ruolo preminente. La sostanziale omogeneità del rito era pertanto specchio della condivisione di una più generale prassi ecclesiale[1].
Una prima incrinatura di questo quadro venne operata, durante il periodo longobardo, dai diversi tempi in cui si pervenne alla ricomposizione della crisi tricapitolina. Le diocesi che permasero nello scisma oltre il momento in cui Milano ricucì i rapporti con Roma si trovarono nella necessità di cercare altrove quel punto di riferimento che sino ad allora aveva svolto la metropoli lombarda. A queste vicende risale il distacco di Como e ad esse si deve far risalire l’origine stessa della realtà monzese e delle pievi a est di Monza (Pontirolo)[2]. Volgere altrove lo sguardo significò seguire anche le diverse vicende della prassi liturgica, che venne via via differenziandosi nel rito patriarchino, sino a subirne la sostituzione col rito romano dopo il concilio di Trento.
L’opera di romanizzazione liturgica fortemente voluta dalla corte franca tra VIII e IX secolo vide la Chiesa di Milano capace di ottenere il rispetto della propria specifica fisionomia. Ma creò anche una novità assoluta in ambito ecclesiale: mentre il rito della Chiesa metropolitica restava immutato quello delle diocesi suffraganee subiva gli effetti dell’azione riformatrice. Si dovette cioè constatare uno iato fra prassi cultuale/canonica e ordinamento ecclesiale[3].
Così, apparentemente ridotto a modo di celebrare della diocesi di Milano, il rito ambrosiano ha saputo tuttavia superare anche il difficile momento dell’azione riformatrice voluta da papa Gregorio VII. Proprio per dire una parola di verità a difesa dalle turbolenze patarine, Landolfo seniore scrive una splendida testimonianza di quanto la Chiesa milanese fosse consapevole della propria realtà, della propria tradizione canonica, oltre che della prassi liturgica. Quasi nello stesso tempo Beroldo codifica con estremo rigore l’ordinamento cultuale della cattedrale fornendo un manuale preziosissimo per la comprensione di quel “rito” in cui s’era ormai distillata la percezione del proprio esser Chiesa in comunione con Roma e le altre Chiese apostoliche[4].
Anche la profonda ristrutturazione della Chiesa cattolica seguita al concilio di Trento, mentre è valsa il definitivo affossamento di quello patriarchino, ha significato per il nostro rito un felicissimo momento di studio, di recupero di significati profondi, una grande capacità di declinarsi nella cultura del tempo sino a diventare, grazie all’azione di san Carlo, quasi paradigma dell’opera di riforma[5].
Purtroppo non altrettanto felici esiti ebbe il periodo del “giuseppinismo”. Lo spirito giurisdizionalista, fatto proprio sia dalla corte di Vienna che dal senato della Serenissima Repubblica, portò sullo scorcio del Settecento a ridisegnare la geografia (e non solo quella) di molte antiche realtà ecclesiali. Se nelle terre orientali di Venezia si arrivò allo scioglimento del patriarcato di Aquileja con la creazione delle nuove diocesi di Udine e Gorizia, sui confini occidentali ben quattro vaste aree nel 1787 furono staccate dalla diocesi di Milano per essere aggregate a quella di Bergamo. Si tratta di Averara e Taleggio dalla Pieve di Primaluna; Calolzio e Caprino, con l’intera Valle San Martino, dalla prepositura di Olginate e dalla pieve di Brivio, la pieve di Verdello, fra Treviglio e Dalmine, già patriarchina[6].
Sull’altare di questi stessi principi giurisdizionalisti, poco dopo seguirono il distacco della pieve di Frassineto Po, aggregata alla diocesi di Casale nel 1806, della parte occidentale della pieve di Cannobio (compreso il centro stesso della pieve) e di Arona e della parte occidentale della pieve di Angera, aggregate alla diocesi di Novara nel 1817[7].
Infine, con la creazione dell’amministrazione apostolica (poi diocesi) di Lugano, le Valli Ticinesi di Leventina, Blenio e Riviera (tra Bellinzona e i grandi valichi alpini) e la pieve di Valle Capriasca (appena fuori Lugano e limitrofa alla enclave ambrosiana di Porlezza/Val Cavargna) nel 1885 vennero aggregate a questa nuova diocesi[8].
Nel secolo appena trascorso questo processo di rivisitazione territoriale è proseguito, in omaggio a esigenze di “razionalizzazione”, dando vita allo spostamento di singole parrocchie (Lomazzo, Montorfano, Colturano, Zibido, Torrevecchia, Vigonzone, Vedeseta e Brumano), se si eccettua nel 1925 la cessione della pieve di Chignolo Po alla diocesi di Pavia (Boscone Cusani era stato ceduto nel 1819 a Piacenza)[9].

2. Nuovi confini diocesani: la situazione degli «excisi»

Questo lo scarno succedersi degli eventi che hanno portato a far sì che oggi il rito ambrosiano sia patrimonio vissuto oltre che dalla diocesi di Milano, anche da più di cento parrocchie di altre diocesi. Ma ciò che rende meritevole il soffermarsi su questa realtà è la coscienza ecclesiale esplicitamente testimoniata dai protagonisti, loro malgrado, delle separazioni verificatesi attorno all’Ottocento.
Mentre non pare che le parrocchie ex patriarchine, e al tempo già da secoli romane, abbiano percepito la separazione come lacerazione della realtà ecclesiale da cui erano nate, da cui traevano la linfa e in cui vivevano, questo è il sentire costante di tutte le comunità ambrosiane.
Una parola, la stessa sempre, ricorre nel lessico dei sacerdoti che, trovandosi a gestire questa novità, danno voce a tutta la comunità loro affidata: «excisi». Così don Ubiali, parroco di Calolzio, definisce se stesso e i suoi parrocchiani nel 1863 in un’interrogazione alla Commissione liturgica diocesana[10]. Così dicono di se e dei fedeli ticinesi nel 1885 i parroci delle Valli svizzere nella dedica del calice da loro donato al capitolo del Duomo di Milano a ricordo del commiato dalla diocesi. Celebre e ormai divenuta topica la parafrasi del Sal 137(136) da loro composta per l’occasione:

«E spesso volgendosi il nostro sguardo dalla vetta dei nostri monti, o muovendo il passo verso la Metropoli Lombarda, sospesa al salice la nostra cetra ripeteremo le parole del pellegrino di Giuda: Si dimentichi di me la mia destra e s’inaridisca la mia lingua, se io non mi ricorderò sempre di te, o gloriosa Chiesa di Milano, e della letizia dei giorni vissuti nei tuoi santi tabernacoli…»[11].

Il vicario di Frassineto per esprimere il dolore della separazione si spinge persino ad annotare sul registro dei morti:

«Mille ottocento e sei di nostro Signore, alli Primo del mese di Gennaio. Già da due anni inferma e da molti mesi spedita come si può vedere nelle carte di sua malattia e note conservate in questo Archivio. Si rese defunta nel giorno di ieri a mezzanotte questa Chiesa della Metropoli di Milano, aggregata ora a Casale… premesse le Esequie coll’intervento di tutto il Clero e Compagnie e popolo inconsolabili per perder l’Officio, funzioni e rito ambrosiano, cantando il Miserere, é stata sepolta…»[12].

Che non fosse affettazione di circostanza è testimoniato, ad esempio, dalla tenace e pluriennale opera di don Ubiali per riuscire a evitare che la fedeltà al rito ambrosiano delle parrocchie della propria vicaria finisse per isterilirsi in un inutile ripetersi di forme, scisse dalla vita della Chiesa che le esprime. Egli individua pochi nodi essenziali in grado di esprimere la coscienza di essere parte di una ben precisa realtà ecclesiale. Si confronta informalmente con la curia milanese per essere certo della giustezza delle proprie posizioni e si adopera per ottenere dalla curia di Bergamo le necessarie disposizioni normative.
Il calendario: che per lui non può essere quello bergamasco, per i cui santi approntare una forma ambrosiana per le celebrazioni proprie, ma quello milanese a cui aggiungere le poche ricorrenze atte a denotare la nuova appartenenza territoriale[13].
La celebrazione della dedicazione del Duomo di Milano la terza domenica d’ottobre. Per ottenere lo scopo si adopera per far convergere la celebrazione della dedicazione di quelle chiese che erano prive di data certa alla terza domenica di ottobre e, ottenuto da Roma per il tramite del proprio ordinario di rideterminare questa ricorrenza, chiede alla sua curia se la si debba celebrare con il proprio per una chiesa minore o con quello della dedicazione del Duomo che, secondo il rito, cade lo stesso giorno. Era talmente conscio dell’astuzia operata da intitolare «Un bel quesét!!!» una brutta della lettera inviata alla curia. Ma da Milano era stato confortato con uno scritto impareggiabile in cui si legge che la festa della dedicazione del Duomo,

«multum referri ad Mysticum Ecclesiae Corpus, ac proinde omnibus ubicumque ritui Ambrosiano utentibus congruere, quod agere tenentur sacerdotes etiam alienae Diocoesi addicti, qui ritu utuntur Ambrosiano, saltem in hac parte Archiepiscopo Mediolanensi conjuncti»[14].

Infine, sottolinea in ogni modo l’importanza fondamentale dell’assoluta aliturgicità dei venerdì di quaresima perché «quod cum vetitum sit sacerdotibus offerre, etiam fidelibus de sacrificio partecipare». E proprio partendo da questo aspetto chiede con insistenza che in diocesi venga istituito un ufficio diocesano per il rito ambrosiano in grado di mantenere rapporti istituzionali e regolari con la Chiesa milanese e di promulgare per le parrocchie bergamasche i provvedimenti atti a tenerle al passo con il lavoro di riforma della Chiesa milanese evitando di farle impercettibilmente allontanare dalla prassi condivisa e scivolare in una sorta di rito ambrosiano-bergamasco[15]. Lapidarie alcune sue frasi: «Quod semper, quod ubique, quod ab omnibus ambrosianis» come criterio ecclesiale fondante le proprie scelte; «nessun santo si è mai lagnato degli ambrosiani, segno che dagli ambrosiani non sono né offesi, né dispregiati», a proposito delle peculiarità del calendario ambrosiano[16].
Per le parrocchie passate alla diocesi di Bergamo gli accordi presi e la volontà del vescovo che le accolse prevedevano che quelli «che sono di rito ambrosiano seguiteranno la loro liturgia, e noi ci compiaceremo ancora d’istruirci in quella per comunicare con essi loro con egual ordine, e coabitare con pari consenso nella casa del Signore»[17]. L’erezione della diocesi di Lugano, poi, significò la nascita di una circoscrizione, di fatto, birituale[18].
Non così accadde per le parrocchie cedute alle diocesi piemontesi. Frassineto divenne romana suo malgrado[19]. In terra di Cannobio, dopo anni di grande e doloroso travaglio, si pervenne a una situazione a macchia di leopardo dove le parrocchie che si rassegnarono o non ottennero esito positivo dai ricorsi presentati in curia e a Roma divennero romane mentre le più fortunate riuscirono a mantenersi o a ridiventare ambrosiane. Questa situazione, certamente disdicevole, ci permette tuttavia di intuire che la coscienza ecclesiale ambrosiana non era patrimonio del solo clero ma anche, seppur in forma meno elaborata, del popolo fedele. A Cannobio in concomitanza con una celebrazione “romana” comparve sulla porta del campanile un cartello ammonitore: «O ambrosiàn o luteràn», tuttora conservato in canonica. Del resto per un certo tempo il parroco fu privato della gioia di celebrare battesimi e matrimoni perché i fedeli prendevano la barca e, attraversato il lago, ricevevano i sacramenti sull’ambrosiana sponda varesina[20].
Un atteggiamento decisamente affine si manifestò a Calolzio cent’anni dopo, alla fine degli anni ’60 o all’inizio degli anni ’70: si era in quel lasso di tempo in cui la Chiesa ambrosiana, in attesa dei libri riformati, si serviva di soluzioni assai provvisorie e dibatteva del proprio futuro. Venni a sapere del fatto dalla viva voce di don Carlo (per i più mons. Carlo Colombo, vescovo titolare di Vittoriana), mio compaesano, una sera che andai a trovarlo in San Simpliciano. Dopo aver parlato dei vari approcci conciliari al concetto di Chiesa locale – Chiesa particolare – rito (motivo della visita) il discorso scivolò sulle “cose di casa” e con tono partecipe e quasi complice mi raccontò che in quei frangenti la diocesi di Bergamo ritenne di organizzare un quasi referendum sui destini del rito, augurandosi forse di poter concludere la laboriosa gestione del biritualismo. La gente capì che se questo era il desiderio della curia lo si sarebbe dovuto assecondare. Ma vollero che almeno i battesimi (per immersione) e i funerali (col canto delle litanie) rimanessero ambrosiani. «Perché sai – mi disse con lo sguardo vispo – nella vita si può accettare di tutto, ma quando si nasce e si muore la nostra gente vuol essere sicura di far le cose bene».

3. Appartenenza rituale e diocesana nel dopo concilio

Proprio la “riscoperta” della Chiesa locale operata dal concilio Vaticano II, e il parallelo invito a riprendere in mano le sorti dei riti presenti nella comunione cattolica per valorizzarli e offrirli a tutti come ricchezza, ha prodotto in questi ultimi decenni frutti insperati tra le comunità ambrosiane che vivono al di fuori della diocesi di Milano. All’inizio degli anni ’80 mons. Giulio Oggioni, vescovo di Bergamo, visitò tutte le vicarie ambrosiane assicurandosi che il rito vi fosse celebrato senza ibridazioni, con la disponibilità degli strumenti necessari, preoccupandosi che fosse evitato ogni genere di soggettivismo decisionale. Durante il suo episcopato furono pure promulgati il calendario diocesano e il santorale per entrambi i riti; nei decreti vaticani di approvazione si prevede che per le parrocchie di rito ambrosiano «adhiberi valeat calendarium istius ritus, additis autem celebrationibus quae sunt propriae dioecesis bergomensis»[21].
In diocesi di Novara il sinodo celebrato nel 1990 si occupa anche della situazione della pieve ambrosiana di Cannobio e, tenendo conto non solo del dato storico ma anche delle esigenze pastorali, decide di ricostituire la perduta omogeneità liturgica: l’ambrosiano torna così a essere, dopo un secolo, il rito di tutte le parrocchie della vicaria[22].
Negli anni ’90 il cannobiese mons. Germano Zaccheo, ordinato vescovo di Casale Monferrato, si ritrova a essere vescovo anche della pieve di Frassineto dove l’amore per la propria storia ecclesiale sorregge il desiderio di poter recuperare il rito ambrosiano. Nell’incertezza di poter garantire per il futuro il servizio in questo rito, decide di accondiscendere in qualche modo disponendo, con decreto del 7 dicembre 1997, che le feste patronali di Sant’Ambrogio, dell’Assunta e di San Giorgio vengano celebrate secondo il rito dei padri. E mi risulta che per tutti gli anni del suo non lungo pontificato non abbia mai mancato di presiedere personalmente la solenne liturgia di Sant’ambrogio.
La presenza di vaste aree ambrosiane extradiocesane fa si che la realtà del nostro rito si configuri pienamente come Chiesa particolare definita da proprie consuetudini (oggi raggrumate quasi esclusivamente nella prassi cultuale e nell’ordinamento del Calendario e del Lezionario). Proprio per questo la curia vaticana, nel solco del dettato conciliare e con grande sensibilità ecclesiale, si rivolge, nei recenti decreti di approvazione del Lezionario e del Calendario, al vescovo di Milano nella sua qualità di capo rito, investendolo della responsabilità di provvedere alla vita del rito stesso con la promulgazione degli strumenti necessari e affidandogli il compito di approvare i Calendari particolari delle diocesi interessate, prima di essere confermati dalla sede apostolica[23].
La presenza di vaste aree ambrosiane extradiocesane fa si che la realtà del nostro rito si configuri pienamente come Chiesa particolare definita da proprie consuetudini (oggi raggrumate quasi esclusivamente nella prassi cultuale e nell’ordinamento del Calendario e del Lezionario). Proprio per questo la curia vaticana, nel solco del dettato conciliare e con grande sensibilità ecclesiale, si rivolge, nei recenti decreti di approvazione del Lezionario e del Calendario, al vescovo di Milano nella sua qualità di capo rito, investendolo della responsabilità di provvedere alla vita del rito stesso con la promulgazione degli strumenti necessari e affidandogli il compito di approvare i Calendari particolari delle diocesi interessate, prima di essere confermati dalla sede apostolica[24].

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[1] Cf. C. Alzati, Ambrosiana Ecclesia. Studi su la Chiesa milanese e l’ecumene cristiana fra tarda antichità e medioevo, NED, Milano 1993, p. 23 e ss. Cf. P. Carmassi, Libri liturgici e istituzioni ecclesiastiche a Milano in età medioevale. Studio sulla formazione del lezionario ambrosiano, Aschendorffsche, Münster 2001, p. 30ss.
[2] Cf. M. Navoni Dai Longobardi ai Carolingi, in A. Caprioli – A. Rimoldi – L. Vaccaro (edd.), Storia religiosa della Lombardia Diocesi di Milano (1a parte), La Scuola, Brescia 1990, p. 93. L’autore rende pure conto della presenza del rito romano a Civate e del patriarchino a Varenna. Cf. Alzati, Ambrosiana Ecclesia, cit., p. 97ss. 
[3] Cf. C. Alzati, Ambrosianus ordo, in M. Mauri (ed.), La tunica variegata. Conversazioni sul rito ambrosiano, NED, Milano 1995, p. 187ss. Cf. anche Navoni, Dai Longobardi ai Carolingi, cit., p. 97. 
[4] Cf. Alzati Ambrosianus ordo, cit., pp. 189.195. Cf. Alzati, Ambrosiana Ecclesia, cit., pp. 187ss. e 255ss. 
[5] Cf. A. Rimoldi, L’età dei Borromeo (1560-1631), in A. Caprioli – A. Rimoldi – L. Vaccaro (edd.), Storia religiosa della Lombardia Diocesi di Milano (2a parte), La Scuola, Brescia 1990, p. 405. Cf. C. Alzati, Carlo Borromeo e la tradizione liturgica della Chiesa milanese, in Id., Ambrosiana Ecclesia, cit., p. 307ss. 
[6] Cf. E. Cattaneo, Parrocchie di rito ambrosiano già di Milano ora nella Diocesi di Bergamo, in «Archivio Storico Lombardo» VII (1957). Può essere interessante notare che l’autore in apertura dichiara che si trattò di «modifiche compiute soltanto per ragioni politiche». Ma lo stesso Pio XII, in un documento indirizzato nel 1940 alle vicarie bergamasche le dichiara: «Ob politicas causas ab Archidioecesi Mediolanensi sejunctae, ad Bergomensem dioecesim, servato proprio ritu ambrosiano, adnexae» (cf. M. Mauri, I serenissimi ambrosiani, in «Archivi di Lecco» XV [1992] 135). 
[7] Per Frassineto cf. R. Girino – D. Pozzi, Frassineto Po. Dagli albori della civiltà umana alle soglie del duemila, Marietti, Casale M. 1989, p. 167ss. Per Cannobio cf. G. Zaccheo, Il rito ambrosiano nella Pieve di Cannobio, in Mauri (ed.), La tunica variegata, cit., p. 247ss.
 
[8] Cf. F. Panzera, Dalla Repubblica Elvetica alla formazione della Diocesi di Lugano, in L. Vaccaro – G. Chiesi – F. Panzera (edd.), Terre del Ticino Diocesi di Lugano, La Scuola, Brescia 2003.
 [9] Per una documentazione visiva della situazione cf. A. Paulesu – A. Riboldi, Inserto cartografico, in Caprioli – Rimoldi – Vaccaro (edd.), Storia religiosa della Lombardia (1a parte), cit. Un elenco dettagliato è reperibile in Guida della Diocesi di Milano 2008, Centro Ambrosiano, Milano 2008, p. 645ss. 
[10] Cf. M. Mauri, Questo rito o Chiesa ambrosiana, in Id. (ed.), La tunica variegata, cit., pp. 212.241. Nell’articolo si veda pure per l’uso di rito / Chiesa ambrosiana da parte di don Ubiali.
 
[11] Cf. C. Alzati Ambrosianus ordo, cit., p. 197 e nn. 86.87.
 
[12] Cf. Girino – Pozzi, Frassineto Po, cit., pp. 168-169.
 
[13] Cf. Mauri, Questo rito, cit., p. 212ss.
 
[14] Cf. ibid., pp. 216ss. e 239.
 
[15] Cf. ibid., pp. 218ss. e 241.
 
[16] Cf. ibid., pp. 215.226ss. e 241.
 
[17] Cf. Cattaneo, Parrocchie di rito ambrosiano, cit., p. 417.
 
[18] Cf. A. Moretti, I vescovi dell’amministrazione apostolica, in Vaccaro – Chiesi – Panzera (edd.), Terre del Ticino, cit., p. 203.
 
[19] Cf. Girino – Pozzi, Frassineto Po, cit., p. 169.
 
[20] Cf. Zaccheo, Il rito ambrosiano, cit., p. 247ss. Il dettaglio della traversata del lago per i sacramenti mi fu raccontato a voce dallo stesso mons. Zaccheo in occasione di una mia visita a Cannobio.
 
[21] Cf. Congregatio pro cultu divino, prot. 1559/85 Bergomensis, in Diocesi di Bergamo, Proprio dei santi della Chiesa di Bergamo, Bergamo 1986.
 
[22] Cf. Zaccheo Il rito ambrosiano, cit., p. 247ss. In nota è riportato il testo del decreto sinodale.
 
[23] Cf. Arcidiocesi di Milano, Promulgazione del Lezionario Ambrosiano, «Supplemento» alla «Rivista Diocesana Milanese» 99 (3/2008) [ITL, Milano]. In particolare per l’iter approbatorio dei calendari cf. Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, ivi, cap. II tit. I, pp. 75-100 (it.), 153-176 (lat.).
 
[24] Cf. Arcidiocesi di Milano, Promulgazione del Lezionario Ambrosiano, «Supplemento» alla «Rivista Diocesana Milanese» 99 (3/2008) [ITL, Milano]. In particolare per l’iter approbatorio dei calendari cf. Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, ivi, cap. II tit. I, pp. 75-100 (it.), 153-176 (lat.).

Publié dans:LITURGIA - RITO AMBROSIANO |on 13 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

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