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La Chiesa che chiama il Papa “Nonno”: Intervista all’Arcivescovo di Addis Abeba

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26815?l=italian

La Chiesa che chiama il Papa “Nonno”

Intervista all’Arcivescovo di Addis Abeba

ROMA, lunedì, 23 maggio 2011 (ZENIT.org).- La Chiesa in Etiopia risale, nella storia, all’apostolo Filippo che aveva battezzato un etiope, secondo quanto è scritto negli Atti degli Apostoli.

Oggi il Paese mantiene una maggioranza cristiana, anche se solo l’1% della popolazione è cattolico. La Chiesa ha comunque un importante valore da trasmettere alla Chiesa universale, secondo l’Arcivescovo di Addis Abeba e presidente della Conferenza episcopale di Etiopia ed Eritrea.
L’Arcivescovo Berhaneyesus Souraphiel ha parlato con il programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre.
L’Etiopia è menzionata 78 volte nella Bibbia ed è il secondo Paese ad aver ufficialmente riconosciuto il Cristianesimo. La Chiesa in Etiopia è una delle Chiese più antiche al mondo. Ci può dire qualcosa sulla Chiesa e sulla vita dei fedeli di oggi?
Monsignor Souraphiel: Dunque, la Chiesa in Etiopia risale all’era degli apostoli, quando Filippo ha battezzato un eunuco etiope. È citato nel capitolo 8 degli Atti degli Apostoli. Il Cristianesimo è diventato ufficialmente la religione di Stato nel IV secolo. Il primo vescovo, San Frumenzio, è stato ordinato da Sant’Anastasio di Alessandria. Quindi il primo vescovo era un siriano e da allora l’Etiopia è diventata ufficialmente un Paese cristiano e il secondo Paese, dopo l’Armenia, ad aver dichiarato il Cristianesimo come religione di Stato.

Com’è la vita dei fedeli oggi?
Monsignor Souraphiel: È veramente sorprendente come il Cristianesimo si sia inculturato a tal punto da non poter separare la cultura dalla religione. La gente vive la religione. È nel suo sangue; nella sua storia. È nella terra dell’Etiopia, perché i monaci che sono arrivati nel IX secolo hanno costruito molti monasteri ed effettuato molte traduzioni di scritti spirituali e delle Scritture nella lingua degli etiopi. Così la gente ha potuto comprendere il Cristianesimo sin dai primi tempi.
I cristiani rappresentano il 60% della popolazione, i cattolici solo l’1%. Quali sono le diverse tradizioni presenti in Etiopia?
Monsignor Souraphiel: I cristiani continuano a costituire la maggioranza in Etiopia. La Chiesa ortodossa rappresenta il 44% della popolazione, i protestanti circa il 18%, i cattolici l’1% e pertanto il 62% della popolazione è cristiana. L’Etiopia è sempre rimasto un Paese cristiano e questo è dovuto anche – come diciamo noi nella lingua Ge’ez – alla “Divina Provvidenza”. Se guardiamo agli altri Paesi storicamente cristiani, dall’Egitto al Marocco – tutto il Nord Africa, dove ci sono stati grandi santi come Sant’Agostino, San Tertulliano e San Cipriano – non ci sono più delle maggioranze cristiane. L’Etiopia rimane un Paese a maggioranza cristiana grazie alla protezione di Dio e della Madonna, come diciamo in Etiopia.
È interessante, anche perché l’Islam, ai suoi albori, aveva cercato rifugio in Etiopia dalle persecuzioni e l’Etiopia è stato l’unico Paese che ha accolto i seguaci di Maometto?
Monsignor Souraphiel: Sì. Quando il profeta Maometto era perseguitato alla Mecca e non sapeva dove mandare i suoi seguaci perché trovassero rifugio, il primo Paese a cui ha pensato è stato l’Etiopia. Ha detto: “Andate in Etiopia, lì c’è un imperatore cristiano che vi riceverà e vi farà restare finché le cose non miglioreranno”. Loro sono andati in Etiopia e sono stati accolti bene. Per via di questa accoglienza è scritto negli Hadith: “Non toccate gli etiopi. Non toccate il Paese degli elefanti. Loro sono stati buoni con noi”. Quindi vi è stata, tradizionalmente e storicamente, una pacifica convivenza tra musulmani e cristiani in Etiopia.
Ogni cristiano in Etiopia, nel battesimo, riceve ciò che è chiamato matab. Cos’è il matab e che cosa rappresenta?
Monsignor Souraphiel: Il matab è un cordoncino che si porta al collo a partire dal battesimo. La persona lo porta sempre. È il segno che si tratta di un cristiano. A prescindere da cosa stia facendo, anche se non sta praticando o non è neanche vicino alla chiesa, lui rimane un cristiano. E chiunque lo vede sa che è un cristiano, che segue le regole cristiane, che obbedisce ai Comandamenti e che obbedisce anche ai precetti della Chiesa come il digiuno, eccetera. È un segno esteriore che indica che si tratta di un cristiano.
Spesso tra gli etiopi si vede chi ha una croce tatuata nella parte interna del polso. Si tratta di un’usanza solo degli ortodossi o anche i cattolici hanno questa tradizione?
Monsignor Souraphiel: Soprattutto gli ortodossi. Vede, la croce è segno di vittoria per i cristiani. Con la croce Cristo ha distrutto il peccato e la morte. In Etiopia la croce si trova ovunque: sulle chiese, sulle case, nei tatuaggi sulla fronte o sulla mano, sui vestiti della gente, sugli scritti e sui manoscritti. Vi sono più di 200 diversi disegni della croce etiope. I sacerdoti tengono in mano la croce perché la gente la possa baciare e salutare.
Noi celebriamo la Festa del ritrovamento della vera croce, in cui ricordiamo come la regina Elena, la madre di Costantino, trovò tre croci sepolte durante uno scavo a Gerusalemme e come individuò la vera croce su cui è stato crocifisso Gesù portandoci i malati e vedendo come venivano guariti. La croce ha un grande ruolo in Etiopia e una parte della [vera] croce si trova in uno dei monasteri in Etiopia che è il monastero di Gishen Mariam.
Eccellenza, l’Etiopia non è esente dalle sue croci, cioè dalle sue difficoltà. È uno dei Paesi più poveri al mondo. Quali sfide particolari deve affrontare oggi l’Etiopia?
Monsignor Souraphiel: La sfida più grande è quella della povertà materiale. La popolazione è aumentata. L’Etiopia conta oggi quasi 80 milioni di persone ed è terreno di ricorrenti siccità e carestie, oltre che di conflitti e guerre civili. Queste sono diventate le grandi croci dell’Etiopia. L’Etiopia ha vissuto grandi carestie per lungo tempo. Ma la questione principale in Etiopia è la povertà e le difficoltà per superarla. Questo è ciò che sta cercando di fare il Governo e anche la gente ed è ciò che la Chiesa vuole superare.
Questa povertà genera alte situazioni di sofferenza. Per esempio, molti dei nostri giovani vanno a lavorare nel mondo arabo come lavoratori domestici, come guardiani o autisti. E per andare lì, per facilitare la situazione, cambiano il loro nome cristiano e si vestono da musulmani – sia gli uomini che le donne. Per la prima volta nella storia dell’Etiopia la povertà sta costringendo la gente, non a negare, ma ad abbandonare la propria eredità cristiana. Questa è la gravità della povertà in Etiopia.
La Chiesa cattolica fornisce circa il 90% dell’assistenza sociale in Etiopia. Come fa la Chiesa ad essere così attiva, sebbene costituisca una minoranza così esigua della popolazione?
Monsignor Souraphiel: Ha ragione. La Chiesa cattolica è una minoranza, circa l’1%, ma fornisce la maggior parte dell’assistenza sociale: centri sanitari, scuole, centro sociali che si prendono cura dei senzatetto, dei bisognosi, degli ammalati di HIV, eccetera. Un lavoro come quello delle suore di Madre Teresa.
La Chiesa ha iniziato a guardare e a chiedere quali fossero le necessità cui far fronte in Etiopia. Le necessità sono evidentemente connesse con la povertà, come la sanità. Per esempio, se un bambino sotto i cinque anni non ha accesso all’acqua potabile, morirà. Disporre di acqua pulita è molto importante. Chi supera l’età di cinque anni è sicuro di poter vivere normalmente fino ai 48 o 50 anni. Questa è l’aspettativa di vita in Etiopia.
Distribuire sapone e medicine, soprattutto ai bambini e alle madri, insegna loro a vivere. La Chiesa difende la vita. I bambini hanno bisogno anche di andare a scuola. Noi abbiamo più di 200 scuole in Etiopia, soprattutto nelle zone rurali, ma anche nelle città dove possono accedervi le persone bisognose.
È una fiducia straordinaria da parte del Governo, aver affidato così tante attività nelle vostre mani.
Monsignor Souraphiel: Sì, perché noi non facciamo discriminazioni. I servizi forniti dalla Chiesa cattolica sono aperti a tutte le persone che ne hanno bisogno. La Chiesa ha lavorato costruttivamente su questo e anche ora, su richiesta della gente e del Governo, la Chiesa cattolica sta avviando un’università cattolica ad Addis Abeba, in collaborazione con le autorità regionali, perché sia un’università nazionale.
Alla Chiesa cattolica viene lasciato più spazio proprio perché fornisce così tanti servizi in Etiopia?
Monsignor Souraphiel: È un aiuto alla fede, ma è anche una sfida per i cattolici: essere testimoni della dottrina sociale della Chiesa, essere buoni vicini, rispettare gli altri e fare di più perché le aspettative sulla Chiesa sono alte. E qui vorrei anche ringraziare il contributo della Chiesa universale. Lavoriamo insieme alla Chiesa universale e a tutti coloro che vi cooperano, come per esempio Aiuto alla Chiesa che soffre. Riceviamo il loro sostegno nei molto progetti che abbiamo in tutte le diocesi e possiamo portarli avanti grazie ai nostri benefattori dell’Europa e degli Stati Uniti.
Qual è il contributo che la Chiesa africana può dare alla Chiesa universale?
Monsignor Souraphiel: Direi, i suoi valori. La Chiesa in Africa ha il valore della famiglia. La famiglia è così importante. Ricordo la visita del Santo Padre in Camerun. Noi lo abbiamo accolto e lui era contento di vedere molti africani che ballavano e che lo accoglievano in un grande stadio. E l’Arcivescovo di Yaounde gli diceva: “Sa, Santo Padre, in Africa, i vescovi li chiamiamo nonni, e lei è il nostro grande, grande nonno”, e lui era contento.
Abbiamo rispetto per i genitori, per i nostri anziani, per i nostri antenati e anche per chi ci sta attorno. Ogni essere umano ha un valore che non può essere misurato o quantificato in termini materiali. L’Africa può contribuire questo valore al mondo.

* * *

Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per « Where God Weeps », un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.

Where God Weeps: www.WhereGodWeeps.org

Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org

Publié dans:CHIESA DI ETIOPIA |on 24 mai, 2011 |Pas de commentaires »

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