Archive pour septembre, 2011

30 settembre S. Girolamo

30 settembre S. Girolamo dans immagini sacre

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30 SETTEMBRE – SAN GIROLAMO: AL SERVIZIO DELLA PAROLA DI DIO

dal sito:

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/08-Settembre/San_Girolamo.html

30 SETTEMBRE – SAN GIROLAMO: AL SERVIZIO DELLA PAROLA DI DIO


È stato uno dei grandi personaggi del mondo occidentale. Uno di quegli uomini che hanno lasciato un’impronta su questa terra: hanno fatto cultura, sono stati punti di riferimento nei secoli per tante persone. Hanno fatto storia. Il loro lavoro vince l’usura del tempo che tutto divora e spesso tutto dimentica.
Ecco alcuni titoli che hanno dato a Girolamo i suoi contemporanei e i posteri:
“Catholicorum magister” (Cassiano); maestro non solo dei cattolici ma “Mundi magister” così Prospero d’Aquitania. “Sacrae legis peritissimus”, “espertissimo della Legge Sacra” (cioè la Bibbia) è la definizione di Sulpicio Severo. Erasmo da Rotterdam lo salutò come: “Principe dei teologi”.
Nel nostro secolo poi papa Benedetto XV, nel 1920, lo ha indicato come “il dottore sommo nell’esegesi scritturistica” proprio perché egli aveva messo ogni istante della sua vita al servizio della Sacra Scrittura “per raggiungere più compiutamente il senso della Parola di Dio”.
La festa liturgica di Girolamo santo viene celebrata il 30 settembre. Un particolare curioso e forse unico. È ricordato come un santo che vale per tutta la chiesa (non è un “locale” insomma), ma non fu mai dichiarato tale dalla Chiesa. Il motivo? Semplice. Aveva un caratteraccio poco… santo. Era impetuoso, collerico, incline alla polemica, poco paziente e tagliente nei giudizi. Concediamogli però un’attenuante: ha condotto una vita ascetica rigorosa, soffrendo non poco per numerose malattie. Girolamo riconosceva questo suo carattere poco conciliante e socievole. L’arte lo ha rappresentato magro mentre si batte il petto con una pietra, dicendo, come riferisce la tradizione: “Perdonami, Signore, perché sono Dalmata”. Era tuttavia molto stimato dagli uomini di cultura del suo tempo ed il popolo lo ha venerato come santo fin dal primo Medio Evo.
È di Girolamo la famosa frase: “Ignoratio Scripturarum, ignoratio Christi est”.
Non conoscere la Scrittura equivale a non conoscere Gesù Cristo. Non possiamo dire che c’è molta conoscenza della Scrittura tra i Cattolici, anche se, dopo il Vaticano II, è più avvertita l’importanza di questa conoscenza e c’è più impegno per studiarla.
Alla vigilia dell’anno giubilare del 2000, preparato dalla riflessione sui temi “teologici” del Figlio (1997), dello Spirito (1998), del Padre (1999), ricordando san Girolamo riproponiamo il problema della conoscenza della Parola di Dio, del suo studio, del “perdere tempo” su di essa, per essere in grado di conoscere il Cristo, centro della Scrittura. Non c’è vero amore per ciò che la nostra intelligenza ignora. L’amore cresce se cresce la conoscenza. Questo vale per l’esperienza umana ma anche per quella spirituale. Non c’è conoscenza e quindi amore di Cristo senza lo studio di lui nella Bibbia. È questo il suo profondo messaggio.
Girolamo nacque nel 342 a Stridone in Dalmazia. I genitori cattolici lo fecero studiare prima a Roma, poi andò a Treviri, infine ad Aquileia. Qui aderì ad una comunità di asceti, che si chiamava “Coro dei Beati”.
Presto risuonò forte in lui il richiamo dell’Oriente. Girolamo partì carico dei suoi amati autori classici. Vi rimase dal 373 al 381. Fece grandi amicizie, come quella con Evagrio e con Gregorio di Nazianzio che lo avviò alla conoscenza e traduzione di Origene e di altri autori.
Nel 382 iniziò per Girolamo il periodo romano: sarà breve ma decisivo per il resto della sua vita. A Roma infatti conobbe il papa Damaso e ne divenne segretario. Questi lo indirizzò con decisione e intelligenza all’attività biblica. Da quel momento Girolamo visse per la Scrittura, per la sua traduzione, per il commento di essa, per la predicazione e per l’iniziazione di altri alla sua comprensione e personalizzazione. La Parola di Dio sarà il punto di riferimento costante in tutta la sua attività. Nel 384 iniziò infatti a rivedere le antiche versioni dei vangeli e quindi dei salmi.
Per capire la Scrittura la chiave ermeneutica è Cristo
Questo suo lavoro aveva l’appoggio e l’incoraggiamento di Damaso. Ma questi morì nel dicembre di quell’anno. Le lotte di potere non sono state mai completamente assenti anche in àmbito ecclesiale. Dopo tutto la chiesa è fatta di uomini con le loro virtù e ahimè anche i loro difetti. Girolamo aveva fatto un pensierino alla cattedra di Pietro, ritenendosi non proprio indegno. Dal lato culturale certamente lo era: fu uno degli uomini più eruditi del suo tempo (insieme ad Agostino, che ammirava e col quale ebbe un’amicizia “dialettica”). Conosceva bene sei lingue, aveva una profonda conoscenza dei classici.
Gli mancavano, ahimè, gli appoggi politici che pesano, le conoscenze che contano, le frequentazioni giuste e mirate. Per la successione a Damaso ci furono forti tensioni tra il clero romano, anche contro “quel dalmata” considerato un outsider. Girolamo ne rimase deluso, e captato il vento contrario alla sua santa ambizione, decise per il secondo e definitivo ritorno in Oriente. Vi rimarrà fino alla morte (420).
Si stabilì a Betlemme fondandovi due monasteri, uno maschile e l’altro femminile. Tra i suoi meriti c’è anche quello di aver dato un impulso decisivo alla diffusione del monachesimo occidentale. Il suo lavoro principale ormai era la traduzione della Scrittura, iniziata per incarico del suo amico Damaso. Quest’opera verrà conosciuta come la Vulgata: questa avrà un influsso enorme sulla vita della Chiesa e sul clima culturale del tempo e anche dopo.
Sarà proprio la sua Vulgata il primo libro della storia ad essere stampato da Johannes Gutenberg l’inventore della stampa. Girolamo era convinto che il messaggio biblico ha come finalità tutto il genere umano e non solo “le sfaccendate scuole di filosofi”. Il filo unificatore di un serio studio della Scrittura o ascesi biblica è dato dalla chiave centrale di interpretazione che è Cristo: lo studio impegnato porterà ad una conoscenza amorosa di Cristo e alla sua sequela. Per Girolamo leggere il Libro non è come leggere un libro. Il lettore biblico deve avere cinque qualità: essere prudente, diligente, interessato, zelante, informato.
“La Bibbia è una mediazione tra Dio che rivolge la Parola e l’uomo che legge, a guisa di una lettera che gli è stata inviata: Girolamo risulta in questo il Padre della Chiesa che più spinge a leggerla… Il dialogo del lettore con le pagine bibliche si concretizza poi in un dialogo con Cristo, perché tutte le Scritture parlano di Lui. La Bibbia perciò è il luogo privilegiato di incontro con Cristo, è il grande sacramentum del Salvatore…” (V. Grossi).
Che eredità spirituale ci lascia Girolamo? Certamente il suo amore totale per la Parola di Dio. L’itinerario esistenziale e spirituale che egli visse, trovò nello studio alla Bibbia il filo unificante, la fonte e le radici stesse della sua santità. La sua immensa fatica nella traduzione della Bibbia non era altro che la prova concreta, quotidiana del suo immenso amore a Cristo: ogni fatica affrontata per Lui gli sembrava leggera. In questo suo lavoro non era certamente sorretto dalle prospettive di carriera o di guadagno. Solo Cristo e solo per Cristo.
Lo studio della Scrittura era pensato da Girolamo come una vera ascesi, cioè come autentico, serio, quotidiano impegno e sacrificio per Cristo e la sua causa. Così scriveva Girolamo del suo amico Nepoziano:“Con l’assidua lettura della Scrittura e la quotidiana meditazione egli aveva reso il suo cuore una biblioteca di Cristo”.
Ai cristiani che talvolta si lamentano del “silenzio di Dio” nella loro vita, San Girolamo ricorda una verità fondamentale:
“Quando preghi tu parli allo sposo. Quando leggi la Scrittura è Lui che ti parla”.
Dipende da noi lasciarlo parlare.

 MARIO SCUDU sdb

“L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”

 San Girolamo

28-29 SETTEMBRE 2011/5772 ROSH HASHANA’

dal sito:

http://www.archivio-torah.it/feste/roshhashana/appunti60.pdf

28-29 SETTEMBRE 2011/5772 ROSH HASHANA’

metto questo testo di per la festa del Capodanno ebraico

Appunti su Rosh Hashanà 5760

«Beato il popolo che conosce il suono dello Shofar, Oh Signore nella luce del Tuo Volto essi procederanno» (Salmi 89,16) «Beato il popolo che sa come conciliare il proprio Creatore attraverso il suono dello Shofar» (Yalkut Shimonì, Salmi 840) «Nell’ora in cui i figli d’Israele  suonano lo Shofar, il Santo Benedetto Egli Sia si alza dal Trono della Giustizia e si siede sul Trono della Misericordia» (Yalkut Shimonì, Vaikrà 645)
 È un precetto positivo della Torà  ascoltare lo Shofar il primo ed il secondo giorno di Rosh Hashanà. La mizvà dello Shofar è strettamente legata alla dimensione  dell’ascolto tanto che lo stesso Tokea (colui che suona lo Shofar) non esce d’obbligo non suonando ma solo ascoltando il suono il suono  prodotto. Per questo motivo la benedizione dice «…e ci hai comandato di ascoltare il suono dello Shofar». Proprio l’udito è il senso che aggiormente deve essere risvegliato perché via preferenziale  per il ritorno a D-o: ricordare la Parola di D-o sentita sul Monte Sinai. È sempre l’udito il senso con il quale accettiamo ogni giorno su di noi l’unicità di D-o e la Sua regalità nella recitazione dello Shemà (che per essere valida necessita che si «senta con le orecchie ciò che si dice con la bocca»).
L’effetto principale però lo Shofar lo svolge dentro ognuno di noi. Il suo suono ci invita a tornare al Signore ed alla Sua Torà. Il giorno di Rosh Hashanà è l’anniversario della creazione dell’uomo avvenuta quando l’Eterno ha soffiato l’anima pura dentro il corpo materiale di Adamo. Noi veniamo giudicati ogni  anno in questa data e, quasi a
dimostrare l’intenzione di tornare sulla via del nostro Creatore soffiamo nuovamente questa anima nel corno del montone. Testimoniamo così che solo il Signore è il vero padrone della nostra anima così come delle nostre persone. Suonando lo Shofar noi
«ricordiamo» a D-o che la nostra  creazione è stata un compromesso tra materialità e spiritualità. Tra giustizia e misericordia. Simulando l’atto della creazione attraverso lo Shofar noi invochiamo nuovamente che questo compromesso ci accordi il perdono.
Il salmista loda la capacità di Israele di fare teshuvà, ritorno a D, attraverso il suono dello Shofar. È la teshuvà sincera che provoca il perdono e non il mero suono. Per questo motivo è necessaria una grande «kavvanà», concentrazione/intenzione, nell’esecuzione di questo precetto. Non solo per il Tokea, che si prepara al suono ammantandosi nel suo talled e recitando apposite formule note come «kavvanot», concentrazioni, intenzioni. Anche il pubblico necessita la massima concentrazione e per questo è fondamentale mantenere  il più assoluto silenzio durante le suonate così pure come tra le suonate. È l’impegno che ognuno di noi esprime durante il suono dello Shofar di migliorare se stesso e di impegnarsi maggiormente nell’osservanza delle mizvot che provoca il passaggio del Santo Benedetto Egli Sia dal Trono della Giustizia a quello della Misericordia.  Ascoltare lo Shofar non è un usanza ma è una mitzvà. Per uscire d’obbligo però bisogna stare attenti ad alcune regole basilari: Il Tokea (colui che suona lo Shofar) pronuncia la benedizione relativa al suono e quella per le cose nuove. Il pubblico NON DEVE rispondere
«baruch u uvaruch shemò» dopo il nome di D-o (per non interrompere una benedizione) ma solo «amen» alla fine di ogni benedizione. Secondo il rito di Roma si fanno 30 suonate subito dopo la lettura della Haftarà (il passo profetico), 30 durante la ripetizione ad alta voce della preghiera di Musaf (tre serie da 10) ed una suonata conclusiva
alla fine della preghiera. Altre comunità aggiungono altre suonate portandone il numero a 101. È assolutamente proibito interrompere con qualsiasi discorso dal momento in cui viene pronunciata la benedizione fino alla fine del Tempio (dopo l’ultima suonata). 
Ci sono quindi due buoni motivi per non parlare durante la funzione: il primo è che si disturba la preghiera che è finalizzata al perdono di se stessi, il secondo è che non si adempie alla mitzvà dello shofar . Lo stesso silenzio che si percepisce durante le suonate deve regnare anche tra le suonate.  Quest’anno il primo giorno di Rosh Hashanà cade di Shabbat ed i nostri Maestri hanno stabilito che non venga suonato lo Shofar in tale
circostanza per evitare che trasportando eventualmente lo Shofar al Tempio si trasgredisca lo Shabbat. Possiamo da qui capire l’importanza dell’osservanza dello Shabbat se per evitare che venisse trasportato lo Shofar, trasgredendo alle norme
sabbatiche si è preferito rinunciare allo Shofar stesso. Non c’è modo migliore per garantirsi il perdono del ritorno alle mizvot. Il Signore preferisce che rispettiamo lo Shabbat anche se ciò comporta rinunciare allo Shofar. Un messaggio forte per quanti di  noi accorrono al Tempio di Rosh Hashanà per poi ripresentarsi l’anno successivo. 
Abbiamo capito quanto sia importante lo Shofar, ebbene lo Shabbat è di gran lunga più importante. L’osservanza dello Shabbat, la chiave per un sincero ritorno alla Torà,
è cara dinanzi al Trono del Signore ben più del Suono dello Shofar. Facendo gli auguri al vostro prossimo allora ricordate di dire prima «Shabbat Shalom» e poi «Shanà Tovà».

Shabbat Shalom e Shanà Tovà, Jonathan Pacifici 
www.torah.it  

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LUCERNA SUL CANDELABRO (Rosmini)

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_i.htm#LA

LUCERNA SUL CANDELABRO

SIGNORE, VIENI CON NOI

Antonio Rosmini *

Antonio Rosmini Serbati nacque a Rovereto nel 1797. Ordinato sacerdote nel 1821, si laureò in teologia l’anno seguente. Mise il suo ingegno eccezionalmente vasto e profondo al servizio della religione e della Chiesa: sua preoccupazione fondamentale fu la diffusione del pensiero e della filosofia cristiana. Creò l’Istituto della Carità e le Suore della Provvidenza ed eresse scuole e collegi. Gli avvenimenti politici del 1848 impedirono la sua nomina a cardinale, che del resto il Rosmini era ben lontano dal desiderare. L’incomprensione di uomini politici ed ecclesiastici gli procurò molte sofferenze, che seppe sopportare con serenità: alcune sue opere furono condannate dalla Chiesa. Il tempo poi ha fatto rifulgere non solo la purezza e l’ortodossia del pensiero dell’insigne filosofo, ma anche la sua grande santità. Rosmini morì a Stresa, circondato di stima e di ammirazione, nel 1855.

Beato sei tu, o Israele. Chi è simile a te, o popolo che sei salvato dal Signore? Egli è lo scudo che ti protegge, e la spada che ti fa vittorioso (Deut. 33, 29). Nel bel mezzo delle dodici tribù attendate, si erige magnifico il tabernacolo del Signore: ivi, dal propiziatorio, Egli parla a Mosè e ad Aronne: tale è il centro di tutti gli accampamenti: quindi la loro bellissima unità, la convenienza nelle parti, l’ordine nel tutto, meraviglioso; la volontà divina è nel mezzo di essi: quanto semplice, quant’è sicura la regola delle sue marce! Nel giorno in cui fu eretto il tabernacolo del Signore, una nube il coperse. Di notte, si stava sopra il padiglione del tabernacolo quasi apparenza di fuoco sino al mattino. Quando la nube che proteggeva il tabernacolo si toglieva di là, allora mettevansi in viaggio i figliuoli di Israele, e nel luogo dove stava la nube ivi accampavansi (Num. 9, 15-17). Quella nube era il Signore, era il suo Angelo che lo rappresentava…
Il sacro storico non si contenta di registrare una volta sola questa incomparabile legge, secondo la quale stava o si moveva l’israelitico popolo: la ripete più volte, la inculca, la spiega… Vuoi far sentir l’importanza, la grandezza, la bellezza di questo muoversi d’un popolo intero al solo cenno del Signore. Non vi ha volontà di uomo che lo muova: la sola volontà di Dio il fa muovere o stare. Notate bene, o fratelli: Mosè non mette meno d’importanza nel muoversi che nello stare a volontà del Signore, non impiega meno parole a fare intendere come tutto Israele si stava fermo quando non gli accennava il Signore, di quello che ne impieghi a fare intendere come egli pronto si movea tosto che il Signore gli accennava. Tutti i giorni, egli dice, nei quali la nube si rimaneva ferma sul tabernacolo, essi rimanevano nel luogo stesso: aggiunge spiegando vieppiù ciò che aveva detto: e se avveniva che la nube rimanesse sul tabernacolo molto tempo, i figliuoli d’Israele stavano facendo le scolte del Signore e non si partivano, fossero pur molti i giorni in cui stava ferma la nube (Num. 9, 18-20)…
Oh parola del Signore, oh Verbo di Dio!’ » Tu stesso e non altri vieni con noi, e dirigi tutti i nostri passi: comanda tu il nostro posare e le nostre marce; fa’ che noi riposiamo e camminiamo con Te. Quando Tu riposerai nel mezzo di noi, noi pure riposeremo vigilanti nella preghiera, nello studio delle tue parole e nell’aspettazione dei tuoi voleri: quando in mezzo di noi ti muoverai, ci muoveremo teco anche noi, nulla temendo sotto la tua scorta e la tua condotta. Anzi, Tu sia quello, o Verbo di Dio, che, quando ci comandi la quiete, ce la faccia altresì amare ed eleggere; e quando ci comandi di sorgere e metterei in moto, ci renda pronti e lesti e robustissimi alle fatiche del viaggio: perocché a noi non basta che Tu ci accenni e il tuo volere ci mostri, come al popolo Ebreo; ma aspettiamo di più da Te, che operi in noi tutto quello che ci accenni e ci mostri e comandi; altramente, Tu avrai purtroppo a far di noi quei lamenti che facesti del tuo popolo antico e forse più gravi ancora… Ché nulla di più ti puoi aspettare da noi, ma noi troppo più aspettiamo da Te; perocché Tu non sei solo la Parola della legge, cioè la Via per la quale dobbiamo andare, ma sei ancora la Verità che adempie la legge, e la Vita che ne premia l’adempimento; non sei l’antica colonna di nube tenebrosa e raggiante, ma sei il Verbo fatto nostra carne per nostro amore.

* Discorsi sulla Carità, Ed. Paoline, Pescara 1963 – pp. 93-100.

Publié dans:MEDITAZIONI, TEOLOGIA |on 30 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

Chagall: Abramo riceve i tre angeli

Chagall: Abramo riceve i tre angeli dans immagini sacre 110521_chagall

http://www.picturingangels.com/2011/05/three-visitors.html

Publié dans:immagini sacre |on 28 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

San Gabriele Arcangelo (Beh! è il mio onomastico!)

dal sito:

http://it.wikipedia.org/wiki/Arcangelo_Gabriele

San Gabriele Arcangelo

Arcangelo Gabriele. Josè Camaròn Bononat. Sec XVIII, Academia de San Carlos, Valencia

Venerato da Chiesa cattolica, Chiesa ortodossa, Islam

Ricorrenza 29 settembre

Attributi Ali, giglio

Patrono di Diplomazia e comunicazione, Telecomunicazioni

Nelle religioni abramiche, Gabriele (ebraico גַּבְרִיאֵל, Gavriʼel, latino Gabrielus, greco Γαβριήλ, ebraico tiberiano Gaḇrîʼēl, arabo جبريل Jibrīl o Jibrail), significa « forza di Dio ».

Il nome deriva dall’ebraico e significa: « La forza di Dio » « Dio è forte », o anche « l’eroe di Dio ». È uno dei tre arcangeli menzionati nella Bibbia. È il primo ad apparire nel Libro di Daniele della Bibbia. Era anche rappresentato come « la mano sinistra di Dio ». Ha annunciato la nascita di Giovanni Battista e di Gesù, e per i musulmani è stato il tramite attraverso cui Dio rivelò il Corano a Maometto.

Nella tradizione biblica è a volte rappresentato come l’angelo della morte, uno dei Messaggeri di Dio: anche come angelo del fuoco. Il Talmud lo descrive come l’unico angelo che può parlare siriaco e caldeo. Nell’Islam, Gabriele è uno dei capi Messaggeri di Dio.

Nella tradizione cristiana è conosciuto come uno degli arcangeli, anche se questo è improprio dato che nella Bibbia si parla sempre di un solo arcangelo (angelo capo) al singolare e mai al plurale; e comunque mai riferito a Gabriele; semmai a Michele. Nell’Antico Testamento Gabriele interpreta la visione profetica del capro e del montone (Daniele 8:15-26) e spiega la predizione delle settanta settimane di anni (490 anni) dell’esilio da Gerusalemme (Daniele 9:21-27); nel Nuovo Testamento annuncia a Zaccaria la nascita del figlio Giovanni Battista e a Maria di Nazareth la nascita di Gesù Cristo (Luca 1:11-20).

Secondo alcune elucubrazioni, nel nome Gabriele, Kha-Vir-El, secondo l’antica pronuncia egiziana, Ga o Ka indicano « desiderio », « sentimento » ed « amore espresso »; Bir o Vir indicano l’elemento « acqua ». Gabriele, infatti, governa l’acqua e i liquidi, che costituiscono i tre quarti del pianeta. Gabriele è il sovrintendente della totalità del regno fisico. In effetti sembra che tradizione ‘cristiana’ e tradizione ‘biblica’ dissentano in quanto all’effettivo titolo di quest’ultimo. Nella Bibbia infatti si parla sempre e soltanto di un solo Arcangelo (singolare) che per l’appunto significa ‘angelo capo’ ed è sempre riferita a Michele e mai a Gabriele. I riferimenti a Gabriele sono sempre e soltanto in qualità di ‘angelo’ ossia messaggero. – Nella Bibbia troviamo diverse figure angeliche tra cui appunto Angeli, Cherubini, Serafini… ma un solo Arcangelo; e non era Gabriele.

L’angelo Gabriele domina su tutti gli angeli principi delle 70 Nazioni e rappresenta la Sefirah Ghevurah. Egli è chamato l’uomo vestito di lino.

« …Gavriel dice (a Dio): « Israele è il potente esecutore dei Tuoi ordini e proclama: « Iddio è forte » (Ghibbor E-l) », come è scritto: Dio grande, forte e terribile (Deut10.17). Sii il loro aiuto ed il loro scudo perché invero una spada a doppio taglio è nelle loro mani … Gavriel domina tutti i principi (angeli) delle Nazioni »

(El’azar da Worms, Il segreto dell’Opera della Creazione)

L’angelo Gabriele diresse la punizione divina contro Sodoma e Gomorra.

Una delle sue missioni è anche quella di far maturare i frutti.

Egli è lo scriba celeste, inoltre rivela la profezia dei sogni profetici.

Storia e Bibbia ebraica

Nello storico contesto della distruzione del Tempio di Gerusalemme di Salomone, e nella cattività babilonese del Regno di Giuda che seguì, il profeta Daniele pensava quale fosse il significato delle diverse visioni che aveva vissuto in esilio, quando Gabriele gli apparve (Daniele 8:16-25).

Gabriele è menzionato due volte per nome:

« … e egli arrivò per passare, quando io, io Daniele, ebbi la visione, che cercavo per capire; e, vedo, lì davanti a me l’apparire come di un uomo. E io sentii la voce di un uomo tra le rive dell’Ulai, che chiamava, e disse: ‘Gabriele, fa che quest’uomo possa capire la visione’. Così egli venne vicino dove io ero: e quando arrivò, io ero terrificato, e caddi; ma egli mi disse: ‘Capisci, figlio dell’uomo; per la visione che appartiene al tempo della fine… » [1] (Daniele 8:15-17).

È verso la fine del potere di Babilonia che ancora Gabriele viene inviato a elaborare e spiegare i problemi relativi alla « Fine dei Giorni » come quando il regno di Persia, Grecia e Roma stavano perdendo il dominio del mondo.

« …E dopo che io ebbi parlato, e pregato, e confessato i miei peccati ed i peccati del mio popolo di Israele, e presentato le miei suppliche davanti al Signore mio Dio per la sacra montagna del mio Dio; e mentre stavo parlando e pregando, l’uomo Gabriele, che avevo visto nella visione all’inizio, stava volando veloce, recandosi vicino a me verso l’ora dell’offerta serale. E lui mi fece capire, e mi parlò, e disse: ‘Daniele, sono ora giunto per renderti capace di capire…Settanta settimane sono dichiarate per la tua gente e per la tua santa città, per porre fine alle trasgressioni, e per porre fine ai peccati, e per perdonare l’iniquità, e per prendere l’eterna virtuosità, e per sigillare la visione ed il profeta, e per raggiungere il più sacro dei luoghi » [2] (Daniele 9:20-24).

È qui che Gabriele racconta a Daniele riguardo alle misteriose « Settanta settimane » (shavu-im shivim) che sembrano indicare la fine della cattività Babilonese che durò settant’anni quando Ciro il Grande permise il ritorno a Sion e la ricostruzione del Tempio nel suo impero.

Il suo nome ricorre anche nell’apocrifo Libro di Enoch.

Talmud

Nel Talmud (uno dei testi sacri dell’ebraismo), Gabriele appare come il distruttore degli ospiti di Sennacherib nel Sanhedrin 95b, armato di  » affilata falce che era pronta già dalla Creazione ». L’arcangelo è anche attribuito come colui che mostrò a Joseph la via, colui che evitò alla Regina Vashti di apparire nuda davanti al Re Ahasverus ed i suoi ospiti, e l’angelo che seppellì Mosè. Nel Talmud Yoma 79a, comunque sia, è detto che Gabriele cadde una volta in disgrazia « per non aver obbedito agli esatti comandi dati, io rimasi per un po’ fuori dal Velo celeste ». Durante questo periodo di 21 giorni, l’angelo guardiano della Persia, Dobiel, fece le veci di Gabriele.

Gabriele è anche, secondo il Giudaismo, la voce che disse a Noè di prendere gli animali prima del grande diluvio; l’invisibile forza che evitò ad Abramo di uccidere Isacco e la voce del roveto ardente.

Publié dans:ANGELI ED ARCANGELI |on 28 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

SANTI ARCANGELI: MICHELE, GABRIELE, RAFFAELE – PAPA BENDETTO

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20070929_episc-ordinations_it.html 

CAPPELLA PAPALE PER L’ORDINAZIONE EPISCOPALE DI SEI ECC.MI PRESULI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

SANTI ARCANGELI: MICHELE, GABRIELE, RAFFAELE

Basilica Vaticana

Sabato, 29 settembre 2007

Cari fratelli e sorelle,

siamo raccolti intorno all’altare del Signore per una circostanza solenne e lieta ad un tempo: l’Ordinazione episcopale di sei nuovi Vescovi, chiamati a svolgere mansioni diverse a servizio dell’unica Chiesa di Cristo. Essi sono Mons. Mieczyslaw Mokrzycki, Mons. Francesco Brugnaro, Mons. Gianfranco Ravasi, Mons. Tommaso Caputo, Mons. Sergio Pagano, Mons. Vincenzo Di Mauro. A tutti rivolgo il mio saluto cordiale con un fraterno abbraccio. Un saluto particolare va a Mons. Mokrzycki che, insieme a all’attuale Cardinale Stanislaw Dziwisz, per molti anni ha servito come segretario il Santo Padre Giovanni Paolo II e poi, dopo la mia elezione a Successore di Pietro, ha fatto anche a me da segretario con grande umiltà, competenza e dedizione. Con lui saluto l’amico di Papa Giovanni Paolo II, il Cardinale Marian Jaworski, a cui Mons. Mokrzycki recherà il proprio aiuto come Coadiutore. Saluto inoltre i Vescovi latini dell’Ucraina, che sono qui a Roma per la loro visita « ad limina Apostolorum ». Il mio pensiero va anche ai Vescovi greco-cattolici, alcuni dei quali ho incontrato lunedì scorso, e la Chiesa ortodossa dell’Ucraina. A tutti auguro le benedizioni del Cielo per le loro fatiche miranti a mantenere operante nella loro Terra e a trasmettere alle future generazioni la forza risanatrice e corroborante del Vangelo di Cristo.
Celebriamo questa Ordinazione episcopale nella festa dei tre Arcangeli che nella Scrittura sono menzionati per nome: Michele, Gabriele e Raffaele. Questo ci richiama alla mente che nell’antica Chiesa – già nell’Apocalisse – i Vescovi venivano qualificati « angeli » della loro Chiesa, esprimendo in questo modo un’intima corrispondenza tra il ministero del Vescovo e la missione dell’Angelo. A partire dal compito dell’Angelo si può comprendere il servizio del Vescovo. Ma che cosa è un Angelo? La Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa ci lasciano scorgere due aspetti. Da una parte, l’Angelo è una creatura che sta davanti a Dio, orientata con l’intero suo essere verso Dio. Tutti e tre i nomi degli Arcangeli finiscono con la parola « El », che significa « Dio ». Dio è iscritto nei loro nomi, nella loro natura. La loro vera natura è l’esistenza in vista di Lui e per Lui. Proprio così si spiega anche il secondo aspetto che caratterizza gli Angeli: essi sono messaggeri di Dio. Portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Dio, infatti, è più intimo a ciascuno di noi di quanto non lo siamo noi stessi. Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio. In questo senso anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri – angeli che ci distolgono da vie sbagliate e ci orientano sempre di nuovo verso Dio. Se la Chiesa antica chiama i Vescovi « angeli » della loro Chiesa, intende dire proprio questo: i Vescovi stessi devono essere uomini di Dio, devono vivere orientati verso Dio. « Multum orat pro populo » – « Prega molto per il popolo », dice il Breviario della Chiesa a proposito dei santi Vescovi. Il Vescovo deve essere un orante, uno che intercede per gli uomini presso Dio. Più lo fa, più comprende anche le persone che gli sono affidate e può diventare per loro un angelo – un messaggero di Dio, che le aiuta a trovare la loro vera natura, se stesse, e a vivere l’idea che Dio ha di loro.
Tutto ciò diventa ancora più chiaro se ora guardiamo le figure dei tre Arcangeli la cui festa la Chiesa celebra oggi. C’è innanzitutto Michele. Lo incontriamo nella Sacra Scrittura soprattutto nel Libro di Daniele, nella Lettera dell’Apostolo san Giuda Taddeo e nell’Apocalisse. Di questo Arcangelo si rendono evidenti in questi testi due funzioni. Egli difende la causa dell’unicità di Dio contro la presunzione del drago, del « serpente antico », come dice Giovanni. È il continuo tentativo del serpente di far credere agli uomini che Dio deve scomparire, affinché essi possano diventare grandi; che Dio ci ostacola nella nostra libertà e che perciò noi dobbiamo sbarazzarci di Lui. Ma il drago non accusa solo Dio. L’Apocalisse lo chiama anche « l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusa davanti a Dio giorno e notte » (12, 10). Chi accantona Dio, non rende grande l’uomo, ma gli toglie la sua dignità. Allora l’uomo diventa un prodotto mal riuscito dell’evoluzione. Chi accusa Dio, accusa anche l’uomo. La fede in Dio difende l’uomo in tutte le sue debolezze ed insufficienze: il fulgore di Dio risplende su ogni singolo. È compito del Vescovo, in quanto uomo di Dio, di far spazio a Dio nel mondo contro le negazioni e di difendere così la grandezza dell’uomo. E che cosa si potrebbe dire e pensare di più grande sull’uomo del fatto che Dio stesso si è fatto uomo? L’altra funzione di Michele, secondo la Scrittura, è quella di protettore del Popolo di Dio (cfr Dn 10, 21; 12, 1). Cari amici, siate veramente « angeli custodi » delle Chiese che vi saranno affidate! Aiutate il Popolo di Dio, che dovete precedere nel suo pellegrinaggio, a trovare la gioia nella fede e ad imparare il discernimento degli spiriti: ad accogliere il bene e rifiutare il male, a rimanere e diventare sempre di più, in virtù della speranza della fede, persone che amano in comunione col Dio-Amore.
Incontriamo l’Arcangelo Gabriele soprattutto nel prezioso racconto dell’annuncio a Maria dell’incarnazione di Dio, come ce lo riferisce san Luca (1, 26 – 38). Gabriele è il messaggero dell’incarnazione di Dio. Egli bussa alla porta di Maria e, per suo tramite, Dio stesso chiede a Maria il suo « sì » alla proposta di diventare la Madre del Redentore: di dare la sua carne umana al Verbo eterno di Dio, al Figlio di Dio. Ripetutamente il Signore bussa alle porte del cuore umano. Nell’Apocalisse dice all’ »angelo » della Chiesa di Laodicea e, attraverso di lui, agli uomini di tutti i tempi: « Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me » (3, 20). Il Signore sta alla porta – alla porta del mondo e alla porta di ogni singolo cuore. Egli bussa per essere fatto entrare: l’incarnazione di Dio, il suo farsi carne deve continuare sino alla fine dei tempi. Tutti devono essere riuniti in Cristo in un solo corpo: questo ci dicono i grandi inni su Cristo nella Lettera agli Efesini e in quella ai Colossesi. Cristo bussa. Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, che gli donano la materia del mondo e della loro vita, servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, alla riconciliazione dell’universo. Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. Entrando voi stessi in unione con Cristo, potrete anche assumere la funzione di Gabriele: portare la chiamata di Cristo agli uomini.
San Raffaele ci viene presentato soprattutto nel Libro di Tobia come l’Angelo a cui è affidata la mansione di guarire. Quando Gesù invia i suoi discepoli in missione, al compito dell’annuncio del Vangelo vien sempre collegato anche quello di guarire. Il buon Samaritano, accogliendo e guarendo la persona ferita giacente al margine della strada, diventa senza parole un testimone dell’amore di Dio. Quest’uomo ferito, bisognoso di essere guarito, siamo tutti noi. Annunciare il Vangelo, significa già di per sé guarire, perché l’uomo necessita soprattutto della verità e dell’amore. Dell’Arcangelo Raffaele si riferiscono nel Libro di Tobia due compiti emblematici di guarigione. Egli guarisce la comunione disturbata tra uomo e donna. Guarisce il loro amore. Scaccia i demoni che, sempre di nuovo, stracciano e distruggono il loro amore. Purifica l’atmosfera tra i due e dona loro la capacità di accogliersi a vicenda per sempre. Nel racconto di Tobia questa guarigione viene riferita con immagini leggendarie. Nel Nuovo Testamento, l’ordine del matrimonio, stabilito nella creazione e minacciato in modo molteplice dal peccato, viene guarito dal fatto che Cristo lo accoglie nel suo amore redentore. Egli fa del matrimonio un sacramento: il suo amore, salito per noi sulla croce, è la forza risanatrice che, in tutte le confusioni, dona la capacità della riconciliazione, purifica l’atmosfera e guarisce le ferite. Al sacerdote è affidato il compito di condurre gli uomini sempre di nuovo incontro alla forza riconciliatrice dell’amore di Cristo. Deve essere « l’angelo » risanatore che li aiuta ad ancorare il loro amore al sacramento e a viverlo con impegno sempre rinnovato a partire da esso. In secondo luogo, il Libro di Tobia parla della guarigione degli occhi ciechi. Sappiamo tutti quanto oggi siamo minacciati dalla cecità per Dio. Quanto grande è il pericolo che, di fronte a tutto ciò che sulle cose materiali sappiamo e con esse siamo in grado di fare, diventiamo ciechi per la luce di Dio. Guarire questa cecità mediante il messaggio della fede e la testimonianza dell’amore, è il servizio di Raffaele affidato giorno per giorno al sacerdote e in modo speciale al Vescovo. Così, spontaneamente siamo portati a pensare anche al sacramento della Riconciliazione, al sacramento della Penitenza che, nel senso più profondo della parola, è un sacramento di guarigione. La vera ferita dell’anima, infatti, il motivo di tutte le altre nostre ferite, è il peccato. E solo se esiste un perdono in virtù della potenza di Dio, in virtù della potenza dell’amore di Cristo, possiamo essere guariti, possiamo essere redenti.
« Rimanete nel mio amore », ci dice oggi il Signore nel Vangelo (Gv 15, 9). Nell’ora dell’Ordinazione episcopale lo dice in modo particolare a voi, cari amici. Rimanete nel suo amore! Rimanete in quell’amicizia con Lui piena di amore che Egli in quest’ora vi dona di nuovo! Allora la vostra vita porterà frutto – un frutto che rimane (Gv 15, 16). Affinché questo vi sia donato, preghiamo tutti in quest’ora per voi, cari fratelli. Amen.

Publié dans:ANGELI ED ARCANGELI |on 28 septembre, 2011 |Pas de commentaires »
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