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I SANTI, SEGNI DI SPERANZA PER LA CHIESA E PER LA SOCIETÀ – DIONIGI TETTAMANZI, ARCIVESCOVO DI GENOVA (1999)

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I SANTI, SEGNI DI SPERANZA PER LA CHIESA E PER LA SOCIETÀ

OMELIA PER LA S. MESSA DELLA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI (1999)

GENOVA, CATTEDRALE DI S. LORENZO, 1 NOVEMBRE 1999 -

X DIONIGI TETTAMANZI, ARCIVESCOVO DI GENOVA

Siamo oggi invitati dalla Chiesa a ricordare, a lodare ed a pregare tutti i Santi. Siamo invitati a condividere nell’intimo del nostro cuore – così come ci è possibile quaggiù – la gioia perfetta di cui i Santi sono colmati dal Signore e ad imitarli con umiltà e coraggio nel loro cammino di santità.

Apparve una moltitudine immensa
Per fare luce sul senso profondo della solennità che stiamo celebrando prendo spunto dal Sinodo dei Vescovi per l’Europa che si è concluso pochi giorni fa a Roma e dal suo Messaggio rivolto al popolo di Dio.
Nel considerare la Chiesa d’Europa alla fine del secondo millennio cristiano i Vescovi rilevano apertamente che essa sta registrando una condizione di fede veramente preoccupante. I Vescovi non si nascondono « la grave situazione di indifferenza religiosa di tanti europei, la presenza di molti che anche nel nostro Continente non conoscono ancora Gesù Cristo e la sua Chiesa e che ancora non sono battezzati, il secolarismo che contagia una larga fascia di cristiani che abitualmente pensano, decidono e vivono ‘come se Cristo non esistessé ». Ma qual è la conclusione dei Vescovi? E’ questa: « Non abbiate paura! ». Sì, queste situazioni « lungi dallo spegnere la nostra speranza, la rendono più umile e più capace di affidarsi solo a Dio. Dalla sua misericordia riceviamo la grazia e l’impegno della conversione ».
La speranza, dunque, è riposta in Dio e nel suo amore, in Gesù Cristo vivente nella sua Chiesa, nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita e che rinnova la faccia della terra. Questa speranza è una realtà, è certa e tutti possono scorgerne i segni. Tra questi viene ricordata, in particolare, la diffusa santità che fiorisce nella vita quotidiana delle nostre Chiese. Ecco le parole del Messaggio: « Segno di speranza è la santità di tanti uomini e donne del nostro tempo, non solo di quanti sono stati proclamati ufficialmente dalla Chiesa, ma anche di coloro che, con semplicità e nella quotidianità dell’esistenza, hanno vissuto con generosa dedizione la loro fedeltà al Vangelo ».
Proprio a questi ultimi santi è dedicata la solennità d’oggi. Non sono dunque lontani da noi, i santi. Ci sono vicini. Forse anche a noi, almeno qualche volta, è data la gioia di fare una scoperta sorprendente, proprio nelle persone più umili e più povere: più povere, sì, ma straordinariamente ricche di amore per Dio e per gli uomini. E’ certo che lo sguardo di Dio, al quale nulla può rimanere nascosto, è sempre compiaciuto di fronte alla santità che la sua onnipotente grazia fa germogliare nel cuore dei suoi figli.
Oggi gioiamo per questa moltitudine di santi, segni e fonte di speranza per la Chiesa e per la società. La grandiosa visione dell’Apocalisse, che l’evangelista Giovanni ci presenta usando un verbo al passato, è un fatto permanente nella storia: appartiene anche al nostro « oggi »: « Apparve – scrive – una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani » (Ap 7, 9).
Tra questi santi, l’Apocalisse ricorda, in particolare, i martiri. Alla domanda di uno dei vegliardi: « Quelli che sono vestititi di bianco, chi sono e donde vengono? » (Ap 7, 13), Giovanni interpella il Signore: « Signore mio, tu lo sai » (Ap 7, 14). Ed ecco la risposta: « Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello » (Ap 7, 14).
Proprio i martiri il Sinodo dei Vescovi ha voluto ricordare come « segno di speranza » e nello stesso tempo come appello ad una vita cristiana che non ha paura della croce, anzi del dono totale di sè: « Segno di speranza sono i tanti martiri, di tutte le confessioni cristiane, vissuti in questo secolo, sia nei Paesi dell’Ovest sia nei Paesi dell’Est, anche ai nostri giorni: la loro speranza è stata più forte della morte! Non possiamo né vogliamo dimenticare la loro testimonianza: è preziosissima e assolutamente necessaria per tutti noi, perché ci ricorda che senza la Croce non c’è salvezza e senza partecipazione all’amore di Cristo crocifisso che perdona non c’è vera vita cristiana ».
Ancora una volta, oggi nella solennità di tutti i Santi, il nostro sguardo è chiamato ad abbracciare non solo le Chiese dell’Est ma il mondo intero, a cominciare dalle Chiese dell’Africa e di Timor: veramente il fenomeno dei martiri non conosce né sosta né tramonto. Un Vescovo al Sinodo ha parlato anche di « martirio bianco » riferendosi ai cristiani dell’Ovest, i quali per vivere in modo coerente e generoso la loro fede subiscono una specie di linciaggio morale, culturale e sociale: incompresi, disprezzati, calunniati ed emarginati!

Noi saremo simili a lui
Quanto abbiamo detto non ci deve affatto spaventare. Ci deve piuttosto affascinare. Non siamo rimandati alle nostre forze umane, così fragili e incostanti! Non siamo rimandati al nostro cuore, così povero di amore e tentato di infedeltà! E’ Dio stesso che ci conquista con la forza irresistibile del suo amore, penetra in ogni fibra del nostro essere, ci rinnova radicalmente: ci fa suoi veri figli e immette in noi un dinamismo incessante che ci conduce ad essere sempre più simili a lui, sino a condividerne la santità, la perfezione dell’amore. Certo, umanamente questo è incredibile e sconcertante. Ma questa è la realtà che la Parola di Dio inconfutabilmente ci svela e che la Chiesa oggi richiama alla nostra attenzione con le parole commosse ed estasiate di Giovanni: « Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!… Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è » ( 1 Giov 3, 1-2).
Sì, questa è la realtà. Ma come è facile il rischio di essere degli imperdonabili smemorati: Dio ci mette nel cuore una ricchezza senza confronti, mette nel cuore Se stesso; Dio facendoci suoi figli ci esalta secondo una misura sovraumana e ci impegna con la massima responsabilità possibile ad una creatura a vivere « in santità e giustizia » da veri figli di Dio. E noi tutto questo lo dimentichiamo senza problemi e perciò « viviamo come se non fossimo figli di Dio », o addirittura tutto questo lo rifiutiamo deturpando o cancellando con le nostre scelte e con i nostri comportamenti la dignità filiale che Dio, nostro Padre, ci ha donato nel suo amore, come principio e forza di una vita nuova: una vita consacrata alla preghiera e alla lode di Dio ed inscindibilmente alla carità e al servizio operoso verso il prossimo.

Beati i poveri in spirito…
Con la solennità di tutti i Santi la Chiesa intende risvegliarci: ci vuole riempire di fiducia di fronte a una santità che è sempre possibile, anzi doverosa, a tutti i figli di Dio e ci vuole spronare a fare nostro, con maggiore convinzione e decisione, il programma di vita cristiana che Gesù ha consegnato a tutti i suoi discepoli con il Discorso della Montagna, in particolare con le Beatitudini.
Già le abbiamo ascoltate, ad una ad una, con la proclamazione liturgica del Santo Vangelo. Chiediamo ora allo Spirito di Dio, fonte di ogni santità, che le incida nel nostro cuore: le incida in modo indelebile ed insieme le rafforzi in modo invincibile di fronte ad ogni pressione del mondo che vuole imporre una logica antievangelica di vita. Lo stesso Spirito Santo, sorgente di consolazione e di gaudio, le incida queste Beatitudini nel nostro cuore, aprendolo già ora a quella beatitudine che è riservata a quanti seguono Cristo con amore incondizionato e senza riserve.
Le vogliamo riascoltare, lasciandoci personalmente coinvolgere, così come le ha volute pronunciare per gli uomini del XX secolo Paolo VI a Nazaret il 5 gennaio 1964: « Beati noi se, poveri nello spirito, sappiamo liberarci dalla fallace fiducia nei beni economici e collocare i nostri primi desideri nei beni spirituali e religiosi; e abbiamo per i poveri riverenza ed amore, come fratelli ed immagini viventi del Cristo.
Beati noi se, formati alla dolcezza dei forti, sappiamo rinunciare alla potenza funesta dell’odio e della vendetta ed abbiamo la sapienza di preferire al timore che incutono le armi la generosità del perdono, l’accordo nella libertà e nel lavoro, la conquista della bontà e della pace.
Beati noi se non facciamo dell’egoismo il criterio direttivo della vita, e del piacere il suo scopo, ma sappiamo invece scoprire nella temperanza una fonte di energia, nel dolore uno strumento di redenzione e nel sacrificio la più alta grandezza.
Beati noi se preferiamo essere oppressi che oppressori, e se abbiamo sempre fame di una giustizia in continuo progresso.
Beati noi se, per il regno di Dio, sappiamo, nel tempo e oltre il tempo, perdonare e lottare, operare e servire, soffrire ed amare. Non saremo delusi in eterno.
Così ci sembra riudire, oggi, la sua voce.
Allora era più forte, più dolce, più tremenda: era divina.
Ma mentre cerchiamo di raccogliere qualche risonanza della parola del Maestro, ci sembra di diventare suoi discepoli e di acquistare, non senza ragione, nuova sapienza e nuovo coraggio ».
Così Paolo VI ha voluto rileggere anche per noi le Beatitudini evangeliche. Come si vede, i santi, ossia quanti vivono le Beatitudini di Cristo, sono veramente non solo segni di speranza, ma anche forza di speranza per la Chiesa e per la società: per una Chiesa splendente di bellezza spirituale e per una società rispettosa della dignità personale di ogni uomo.

Maria Santissima, che invochiamo « Regina di tutti i santi », ravvivi in noi la coscienza della nostra immeritata dignità di figli di Dio e ci doni di avere, non paura e stanchezza, ma fierezza e ardore nel nostro camminare « in santità e giustizia al cospetto di Dio per tutti i nostri giorni ».

SOLENNITÀ DI SAN FRANCESCO D’ASSISI – OMELIA – + Dionigi Card. Tettamanzi (Genova)

http://www.diocesi.genova.it/vescovo/tettamanzi/om001004.htm

SOLENNITÀ DI SAN FRANCESCO D’ASSISI – OMELIA

+ Dionigi Card. Tettamanzi

GENOVA, 4 OTTOBRE 2000

SAN FRANCESCO, IL NATALE E IL GIUBILEO 2000

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,

la nostra annuale celebrazione di san Francesco, sempre sentita e festosa, riceve quest’anno una particolare solennità dal Grande Giubileo del 2000. Il cuore di questo Giubileo, come ben sappiamo, è una rinnovata, più intensa e gioiosa confessione di fede e di amore in Gesù Cristo, il Figlio eterno di Dio che si è fatto uomo nel grembo di Maria per essere nostro salvatore. Proprio la nascita di Gesù per noi è il mistero di grazia che il Giubileo intende ricordare, celebrare e vivere.
In questo senso ci viene spontaneo interrogarci sul posto e sul significato che il mistero del Natale, dell’incarnazione e della nascita di Gesù hanno avuto nella spiritualità di san Francesco.
Iniziamo dal fatto, semplice ma significativo, che il poverello di Assisi amava il Natale più di tutte le altre feste. E per quale ragione? La dichiara lui stesso nella Regola non bollata: « E ti rendiamo grazie, perché… hai fatto nascere lo stesso vero Dio e vero uomo dalla gloriosa sempre vergine beatissima santa Maria… » (23, 5). E ancora, come troviamo scritto nella Leggenda perugina: « Francesco aveva per il Natale del Signore più devozione che per qualunque altra festività dell’anno. Invero, benchè il Signore abbia operato la nostra salvezza nelle altre solennità, diceva il Santo che fu dal giorno della sua nascita che egli si impegnò a salvarci. E voleva che a Natale ogni cristiano esultasse nel Signore e per amore di lui, il quale ha dato a noi tutto se stesso, fosse gioiosamente generoso non solo con i bisognosi, ma anche con gli animali e gli uccelli » (110: 1669).

Il presepio di Greccio
L’amore di Francesco per il bambino Gesù è rimasto legato alla famosa celebrazione del Natale a Greccio, nel 1223, tre anni prima della sua morte, quando egli, rappresentando al vivo la scena della nascita di Gesù, si fece « bambino col Bambino » che gli era apparso. Da allora, amò di amore particolare quel luogo e « soleva dire tutto felice ai frati: ‘Non esiste una grande città dove si siano convertite al Signore tante persone quanto ne ha Greccio, un paese così piccolo’ » (Leggenda perugina, 34: 1581).
E’ ancora diffusa l’opinione che sia stato proprio san Francesco a iniziare la tradizione del presepio nelle chiese, nei conventi e nelle case private. In realtà la questione è controversa e per questo la lasciamo volentieri agli studiosi di storia della pietà popolare e delle sue manifestazioni.
A noi, in questo momento liturgico, interessa riascoltare il primo racconto del presepio di Greccio, così come lo ha tracciato Tommaso da Celano, il biografo di san Francesco (Vita Prima, cap. XXX, nn.84-87). Il santo – leggiamo – si rivolge a un certo Giovanni, un uomo nobile e onorato che però « stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne », e gli dice: « Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e preparami quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello ».
Il Celano prosegue così il racconto: « E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme… Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile ».
A questo punto il racconto si sofferma sul momento centrale della scena di Greccio: la celebrazione dell’Eucaristia. Leggiamo: « Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso (Francesco) assapora una consolazione mai gustata prima ». E nella Messa c’è posto per la predica, che viene tenuta dal santo: « Francesco – leggiamo sempre nel racconto del Celano – si è rivestito dei paramenti diaconali… e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava ‘il Bambino di Betlemme », e quel nome ‘Betlemme’ lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come un belato di pecora ».
Qui sta la novità e l’originalità del presepio di san Francesco: « inventare un presepio eucaristico » (Cesario Van Hulst, Natale, in Dizionario Francescano, p.1072). Come nota san Bonaventura, per celebrare l’Eucaristia all’interno della scena del presepio, Francesco si era premunito dell’autorizzazione del Papa. Del resto non era molto frequente, allora, la celebrazione eucaristica su di un « altare portatile ».
Ora è nel « segno » eucaristico del pane e del vino che san Francesco « vede » il Dio vivo e vero che si è fatto carne povera e umile. E’ questo un tratto qualificante della sua visione di fede e della sua spiritualità: c’è un rapporto intimo tra l’incarnazione-nascita di Gesù a Betlemme e la sua venuta sull’altare del sacrificio eucaristico. In un certo senso, possiamo dire che il Natale continua nella vita della Chiesa e nella storia del mondo con la celebrazione dell’Eucaristia.
Come scrive nelle sue Ammonizioni, « Ecco, ogni giorno egli (il Figlio di Dio) si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine: ogni giorno viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli apparve in vera carne, così ora si mostra a noi nel pane consacrato; e come essi con lo sguardo fisico vedevano solo la sua carne ma, contemplandolo con gli occhi della fede, credevano che egli era Dio, così anche noi, vedendolo pane e vino con gli occhi del corpo, vediamo e fermamente crediamo che il suo santissimo corpo e sangue sono vivi e veri. E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi fedeli così come egli dice: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo » (I, 144-145).
Proprio in questa prospettiva eucaristica, della « nascita » di Cristo sull’altare, possiamo cogliere il senso profondo di quanto leggiamo verso la fine del racconto di Tommaso da Celano sul presepio di Greccio. E’ in questione, infatti, la « nascita » di Gesù nel cuore degli uomini che si convertono e credono. Scrive dunque il biografo: « Uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo ». E commentando spiega: « La visione prodigiosa non discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria ».
E conclude: « Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia ». Potessimo anche noi sperimentare la pienezza di questa gioia ineffabile, propria di chi sa di avere nel cuore la vita divina della grazia, nutrita dalla comunione eucaristica frequente e devota al Corpo e al Sangue del Signore!

Chiamati a imitare Gesù povero e umile
Ma per quale ragione profonda san Francesco ha voluto il presepio di Greccio, la ripresentazione visiva della nascita di Gesù a Betlemme, illuminata per così dire dalla celebrazione dell’Eucaristia?
La risposta sta nelle parole iniziali del racconto, che ci immettono nel cuore stesso della spiritualità di san Francesco: « La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro » (cap. XXX, n. 84: 466-467).
Nessun dubbio al riguardo: per san Francesco la vita cristiana è essenzialmente sequela Christi, e dunque imitazione di lui. E’ questo il principio che egli stabilisce sin dalle primissime parole della Regola non bollata del 1221: « La regola e la vita dei frati è questa, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo » (I, 4). Il latino è ancora più plastico ed efficace: vestigia sequi, seguire le orme, e dunque camminare sulla stessa strada percorsa da Gesù, secondo l’immagine giovannea del pastore che cammina davanti alle sue pecore (cfr. Giovanni 10, 4). E Francesco è il primo a presentarsi ai suoi frati come un ritratto vivente e affascinante di Cristo, come metterà in luce san Bonaventura.
In particolare è l’umanità del Figlio di Dio che diviene esempio e modello di vita, di atteggiamenti interiori e di comportamenti concreti da parte di san Francesco: l’umanità così come si mostra nella carne di Gesù a Betlemme e sulla croce. E’ un’umanità che parla di povertà e di umiltà.
E sono proprio queste le virtù che il santo « vede » nel presepio e che rendono singolarmente luminosa la sua vita. Risulta così quanto mai eloquente l’appellativo abituale di « poverello » con cui viene chiamato: e povero egli è, non solo perché spoglio di beni materiali, ma anche e soprattutto perché spoglio dell’orgoglio dello spirito, con l’unico desiderio di essere « immagine viva » della povertà e dell’umiltà di Cristo.
E’ questo il messaggio di estrema attutalità che san Francesco rivolge, innanzi tutto, ai suoi frati e a tutti noi. Se vogliamo seguire Cristo – un’esigenza centrale e irrinunciabile della vita cristiana – dobbiamo amare e vivere la povertà e l’umiltà.
Quanto hanno ascoltato Gesù parlare dell’Eucaristia, del « pane vivo » che è la sua carne e il suo sangue, hanno reagito dicendo: « Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo? » (Giovanni 6, 60). Non è forse analoga la reazione della nostra società – europea, italiana e ligure – di fronte al messaggio evangelico – ma anche umano – della povertà e dell’umiltà?
Ma non è in questione soltanto il rifiuto dal parte del cosiddetto « mondo » nel quale noi tutti viviamo. E’ in questione anche, se non proprio il rifiuto, la dimenticanza, l’indifferenza, la banalizzazione da parte degli stessi cristiani. Diciamolo francamente: degli stessi sacerdoti e religiosi.
Sembrano lontanissimi gli anni del Vaticano II, quando si leggevano i testi conciliari sulla povertà della Chiesa. Questo, ad esempio: « E come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza… anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per far conoscere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Cristo è stato inviato dal Padre ‘a dare la buona novella si poveri, a guarire quelli che hanno il suore contrito’ (Luca 4, 18), ‘a cercare e salvare ciò che era perduto’ (Luca 19, 10): così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cristo » (Lumen gentium, 8).
E letti i testi conciliari si finiva, allora, per diventare immediatamente polemici e fortemente contestatori: in genere, non nei riguardi di se stessi, ma degli altri, in particolare della Gerarchia, dei beni, delle strutture e iniziative della Chiesa.
Oggi, il Giubileo che stiamo celebrando e vivendo è occasione propizia, anche sospinti dall’invito del Santo Padre a « purificare la memoria », per distinguere tra critica ingiusta e persino velenosa e critica legittima e doverosa. Dove, comunque, la critica deve iniziare da ciascuno di noi, da ciascuna comunità e istituzione di Chiesa, come premessa necessaria a quella conversione che significa anche distacco dalla ricchezza e dalla superbia e imitazione amorosa della povertà e dell’umiltà di Cristo Signore.
E’ naturale che nella festa di san Francesco siano invitati a questo, in primo luogo, i frati francescani. Desidero rimandarvi, carissimi religiosi, alle pagine dell’esortazione Vita consecrata, di cui avete per la vostra vocazione la grave responsabilità di rendere credibili e incisive nella Chiesa e nella società d’oggi con la vostra vita povera e umile. Così al numero 90 ci è dato di leggere, tra l’altro: « Alle persone consacrate è chiesta una rinnovata e vigorosa testimonianza evangelica di abnegazione e di sobrietà, in uno stile di vita fraterna ispirata a criteri di semplicità e di ospitalità, anche come esempio per quanti rimangono indifferenti di fronte alle necessità del prossimo. Tale testimonianza si accompagnerà naturalmente all’amore preferenziale per i poveri e si manifesterà in modo speciale nella condivisione delle condizioni di vita dei più diseredati ».
Ma, in un certo senso, tutti noi dobbiamo essere « francescani », seguaci del Poverello di Assisi, come lui è stato di Gesù Cristo. E dunque poveri e umili. In profondità: essere veramente umili per essere giustamente poveri.
Lasciamo proprio alle labbra e al cuore di san Francesco di far risuonare dentro di noi la sua voce ammonitrice e suadente. Così scrive nella « Lettera a tutti i fedeli »: « Non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne, ma piuttosto dobbiamo essere semplici, miti e puri… Mai dobbiamo desiderare di essere sopra gli altri, ma anzi dobbiamo essere servi e soggetti ad ogni umana creatura per amore di Dio E tutti coloro che faranno tali cose e persevereranno fino alla fine riposerà su di essi lo Spirito del Signore, ed Egli ne farà la sua dimora, e saranno figli del Padre celeste di cui fanno le opere, e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo » (IX, 199-200).

« Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio… » (Galati 4,4). (Card. Tettamanzi)

al sito:

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/apps/docvescovo/files/1205/Ottava_nella_Circoncisione.doc

CHIESA DI MILANO

Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano

Ottava del Natale nella Circoncisione del Signore
41ª Giornata per la Pace
Omelia

Milano — Duomo, 1° gennaio 2008
 
Da Dio il grande dono della pace attraverso la famiglia 
 
« Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio… » (Galati 4,4).

« Quando si compirono gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù… » (Luca 2,21).

Questi due passi, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura e nel vangelo di oggi, ci ricordano che siamo qui riuniti a celebrare l’incarnazione di Dio, ossia l’ingresso della persona del Figlio nella nostra storia umana attraverso il popolo dell’alleanza, come inizio di un giorno nuovo, di un tempo pieno.
Carissimi, Cristo Signore in questa celebrazione ci doni luce e slancio per vivere le relazioni personali e sociali, che siamo chiamati ad avere con Dio e tra noi, sempre nel segno dell’amore e della pace.
 
L’ottavo giorno: giorno dello shalom eterno
Il Figlio mandato da Dio, Cristo -ricorda san Paolo ai Galati — è « nato da donna », più precisamente da madre ebrea; ed è « nato sotto la legge », perché si è sottomesso al cammino religioso del popolo ebraico (cfr Galati 4,4). Per questo oggi, ottavo giorno di celebrazione del Natale, noi facciamo anche memoria della circoncisione di Gesù, che avvenne precisamente otto giorni dopo la sua nascita, in conformità alla legge giudaica che la prescriveva come segno nella sua carne dell’appartenenza al popolo di Dio (cfr Luca 2,21).
Ora, nel simbolismo del linguaggio biblico, l’ottavo giorno allude al « giorno dopo il sabato », al « sabato senza tramonto » dello shalom eterno, al giorno della risurrezione di Cristo che lo inaugura. In realtà è in tale giorno che nella storia umana hanno fatto irruzione le energie rigeneratrici del Risorto, dando inizio ad una nuova creazione, che solo alla fine dei tempi si manifesterà per sempre come pienezza di vita, di pace e di amore.
Ma all’uomo interiore già oggi è data la possibilità di anticipare e di pregustare qualcosa della pienezza dello shalom: gli occhi dello Spirito gli permettono di poter vedere al di là delle apparenze e di scoprire la segreta bellezza dell’opera di Dio nascosta nei cuori umani. E questo dono dell’interiorità e della vita dello Spirito — dello Spirito che nei nostri cuori grida Abbà, Padre (cfr Galati 4,6) — è la benedizione per eccellenza. Carissimi, non dimentichiamolo mai! Anche per costruire la pace nel mondo l’unica via feconda è quella che incomincia dalla ricerca di riconciliazione e di pacificazione interiore a partire da se stessi e dal proprio cuore.
Qual è, dunque, la benedizione che da Dio riceviamo e che da lui invochiamo? E’ quella dello Spirito santo che opera nell’uomo interiore: tenendoci sotto la mano paterna e propizia di Dio, la benedizione irradia su di noi la luce del suo volto e in noi effonde amore, gioia e pace.  È pertanto risuonata oggi in modo particolarmente significativo e pregnante la berakah biblica di Dio sul suo popolo, cioè la « benedizione sacerdotale » affidata da Dio ai figli di Aronne, come abbiamo ascoltato nella prima lettura: « Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace » (Numeri 6,24-26). In questa triplice formula di benedizione ricorre solennemente per tre volte il Nome santo e impronunciabile di Dio, il Tetragramma sacro che nella lettura delle Scritture viene sostituito dagli ebrei con il termine Adonai, il « Signore » nella nostra traduzione.
Ora, pronunciare tre volte il Nome santo di Dio in questa solenne benedizione aveva ed ha per il popolo ebraico — e oggi anche per noi — il significato di rinnovare l’alleanza con il Signore.
Così, all’inizio di un nuovo anno civile, giunge a noi la parola che ci invita a rinnovare l’alleanza con Dio, soprattutto rispetto al nostro impegno per la pace nella vita sociale della città, della nazione, del mondo intero. È dunque particolarmente significativo far coincidere oggi — con questa liturgia dell’ottavo giorno di Natale, che appare così ricca di suggestioni — la Giornata mondiale della Pace, che quaranta anni fa Paolo VI ebbe la felice intuizione di istituire nella data del 1° gennaio.
 
Riuniti per invocare il dono della pace
Proprio per invocare con particolare intensità il dono della pace siamo qui riuniti insieme ai Rappresentanti delle Confessioni che aderiscono al Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano. A voi in particolare, fratelli e sorelle in Cristo, rivolgo il mio affettuoso saluto e vi ringrazio per la vostra gradita e importante presenza, una presenza che ci onora e ci dà gioia. Anche sul cammino del Consiglio milanese delle Chiese, che in questo gennaio 2008 compie dieci anni di vita, invochiamo insieme la benedizione di Dio, perché, all’interno della città, coltivi in modo ecumenico la cura pastorale della dimensione interiore dei cristiani di ogni confessione e sappia promuovere un comune annuncio del « Vangelo della pace » a quanti non l’hanno conosciuto, o stanno cercando un senso per la propria vita, o vorrebbero impegnarsi per un mondo nuovo e diverso da quello attuale.   Come Chiesa ambrosiana, intendiamo continuare nel cammino di testimonianza intrapreso e dare particolare rilievo alla comunicazione della fede da parte delle famiglie, che svolgono la loro missione a servizio del Vangelo. Esso sono il luogo primordiale e privilegiato per la trasmissione del sentire, del pensare e del vivere da cristiani.Concludendo la Lettera pastorale alla Diocesi Famiglia comunica la tua fede, esprimevo un auspicio che desidero ripetere all’inizio del nuovo anno: « Lo Spirito santo ci doni le parole per raccontare Gesù, per farlo incontrare ai bambini e ai ragazzi, per renderlo credibile ai giovani e agli adulti, per sentirlo vicino nella carità e per testimoniarlo nella carità. Ci insegni a credere all’amore che è stato riversato nei nostri cuori e a diffonderlo con misura traboccante di tenerezza e profondità » (n. 42).
In particolare rivolgevo l’appello alla famiglia perché, come « scuola dell’amore e del dono di sé », aprisse ogni giorno le sue porte facendo risuonare una « voce di speranza » per la ricostruzione di un tessuto sociale di giustizia, di solidarietà e di pace. Scrivevo, tra l’altro: « Oggi, in modo del tutto particolare, la nostra società ha forte la necessità di riscoprire la famiglia come risorsa insostituibile e decisiva per il suo futuro. Le nostre famiglie, d’altra parte, ricordino che il vincolo di libertà e d’amore che le costituisce è loro donato non solo per se stesse, ma per la vita del mondo » (n. 34). L’amore di Dio è in mezzo a noi: questo è l’annuncio del regno che il Signore ci chiede non solo di approfondire nelle nostre comunità, ma di portare all’intera famiglia umana, perché divenga comunità di pace.
 
Famiglia umana, comunità di pace
Proprio Famiglia umana, comunità di pace è il tema che Benedetto XVI ha proposto per la celebrazione dell’odierna Giornata mondiale della pace.Il messaggio per questa giornata trova il suo cuore nella singola famiglia considerata come « la prima e insostituibile educatrice alla pace ». In realtà, « in una sana vita familiare si fa esperienza di alcune componenti fondamentali della pace: la giustizia e l’amore tra fratelli e sorelle, la funzione dell’autorità espressa dai genitori, il servizio amorevole ai membri più deboli perché piccoli o malati o anziani, l’aiuto vicendevole nelle necessità della vita, la disponibilità ad accogliere l’altro e, se necessario, a perdonarlo » (n. 3). Il messaggio si chiede: « Dove mai l’essere umano in formazione potrebbe imparare a gustare il ‘sapore’ genuino della pace meglio che nel ‘nido’ originario che la natura gli prepara? ». E risponde: « Il lessico familiare è un lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l’uso del vocabolario della pace. Nell’inflazione dei linguaggi, la società non può perdere il riferimento a quella ‘grammatica’ che ogni bimbo apprende dai gesti e dagli sguardi della mamma e del papà, prima ancora che dalle loro parole » (n. 3). Per questo, come recita la stessa Dichiarazione universale dei diritti umani, la famiglia « ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato » (Art. 16/3). E’ un’affermazione, questa, che tocca inevitabilmente il problema della pace, come rileva il messaggio: « Chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto familiare rende fragile la pace nell’intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale ‘agenzia’ di pace. E’ questo un punto meritevole di speciale riflessione: tutto ciò che contribuisce a indebolire la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, ciò che direttamente o indirettamente ne frena la disponibilità all’accoglienza responsabile di una nuova vita, ciò che ne ostacola il diritto ad essere la prima responsabile dell’educazione dei figli, costituisce un oggettivo impedimento sulla via della pace. La famiglia ha bisogno della casa, del lavoro o del giusto riconoscimento dell’attività domestica dei genitori, della scuola per i figli, dell’assistenza sanitaria di base per tutti. Quando la società e la politica non si impegnano ad aiutare la famiglia in questi campi, si privano di un’essenziale risorsa a servizio della pace » (n. 5).
Il riferimento alla famiglia — ad una realtà domestica — non impedisce al Papa di richiamare con forza le grandi questioni mondiali, come la proliferazione delle armi nucleari, l’ambiente inquinato, lo sfruttamento irresponsabile delle risorse energetiche a scapito dei Paesi poveri, l’ingiusta distribuzione delle ricchezze, ecc. Al contrario il riferimento alla famiglia diviene paradigmatico, nel senso che in essa la grande famiglia umana deve trovare i veri criteri e le giuste linee di sviluppo per una convivenza dalla fisionomia « familiare », e dunque solidale e pacifica. « Anche la comunità sociale, per vivere in pace, è chiamata a ispirarsi ai valori su cui si regge la comunità familiare » (n. 6).
 
La legge morale comune e il dialogo via alla pace
In realtà, come umanità siamo « una grande famiglia », viviamo tutti « in quella casa comune che è la terra », siamo responsabili gli uni degli altri perché « non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle » (cfr. n. 6). In questa prospettiva si deve rilevare come punto fondamentale e decisivo il riconoscimento di una legge morale comune: « Una famiglia vive in pace se tutti i suoi componenti si assoggettano ad una norma comune: è questa ad impedire l’individualismo egoistico e a legare insieme i singoli, favorendone la coesistenza armoniosa e l’operosità finalizzata. Il criterio, in sé ovvio, vale anche per le comunità più ampie: da quelle locali, a quelle nazionali, fino alla stessa comunità internazionale. Per avere la pace c’è bisogno di una legge comune, che aiuti la libertà ad essere veramente se stessa, anziché cieco arbitrio e che protegga il debole dal sopruso del più forte » (n. 11). Sono in questione, certo, le norme giuridiche che regolano i rapporti delle persone tra loro, ma ancor prima è in questione la norma morale basata sulla natura delle cose.
La grande sfida — sempre aperta e sempre più complessa in un mondo globalizzato e pluralista — riguarda le modalità con cui possiamo giungere alla conoscenza consensuale e universalmente condivisa di una legge morale comune a tutti gli uomini, su cui fondare anche le norme giuridiche. Sono convinto che il dialogo è e resta la grande, l’unica via di pace per poter arrivare a mete di pace e a rilevare, nello stesso tempo, come un consenso unanime sui principi fondamentali, che presiedono alla convivenza sociale sulla terra e che è indispensabile siano condivisi da parte di tutti, è una meta di pace non facile né ovvia. Proprio per questo oggi è del tutto irrinunciabile ed urgente promuovere il dialogo intessuto di reciproco ascolto e rispetto tra persone che rappresentano ed esprimono visioni e tradizioni differenti, legate alla diversità di etnie, culture, filosofie, teologie, religioni, confessioni, ecc. Sì, persino tra noi cristiani, nelle non facili questioni dell’etica, non abbiamo sempre unanimità di visioni. Si tratta di constatarlo senza irrigidimenti, si tratta di cercare di capire le ragioni altrui senza peraltro sbiadire le proprie o persino rinunciarvi, si tratta di testimoniare la genuinità della fede senza cadere in fondamentalismi confessionali. Dobbiamo aiutarci, tra cristiani di diverse tradizioni confessionali, a non confondere la testimonianza personale e comunitaria, alla quale ci chiama la radicalità del Vangelo, con la testimonianza del nostro apporto civile e laicale alla ricerca del bene comune, che in una società democratica e pluralista è da discernere in dialogo con i contributi espressi dalle diverse sensibilità e visioni. Il Signore ci aiuti nel rinnovare l’impegno — espresso dalla Charta Oecumenica che lo scorso aprile abbiamo firmato come Chiese di Milano e che la terza Assemblea ecumenica europea ha ribadito a Sibiu in Romania nel settembre scorso — « ad essere aperti al dialogo con tutte le persone di buona volontà, a perseguire con esse scopi comuni e a testimoniare loro la fede cristiana », perché « Gesù Cristo, Signore della Chiesa una, è la nostra speranza di riconciliazione e di pace » (Charta Oecumenica 12, conclusione).
 
Cristo, nostra speranza!
Siamo seguaci del Dio dell’Incarnazione ed è proprio della fede cristiana di essere « realistica »: di non nascondersi le « ombre cupe » che pesano sul futuro dell’umanità, le « tensioni crescenti » in Africa e nel Medio Oriente, l’aumentare della corsa agli armamenti, ecc. Ma il realismo dei cristiani non li conduce al pessimismo, perché una grande speranza pervade il loro cuore e la loro vita: è la speranza che crede nella presenza di Dio e del suo amore in ogni stagione storica dell’umanità, che è alimentata dalle tante famiglie che nella quotidianità assolvono il loro compito di « educatrici alla pace », che è sostenuta dall’impegno umile e coraggioso dei moltissimi « operatori di pace ».Confessiamo con gioia a tutti questa nostra fede: Cristo Signore, sei tu la nostra speranza, speranza di riconciliazione e di pace. Non saremo confusi in eterno!

 

Solo dall’ospitalità nasce nuova vita (D.Tettamanzi)

dal sito:

http://bibbiaeteologia.myblog.it/archive/2010/05/28/solo-dall-ospitalita-nasce-nuova-vita-d-tettamanzi.html

28/05/2010

Solo dall’ospitalità nasce nuova vita (D.Tettamanzi)

di Dionigi Tettamanzi, Avvenire 28.5.10

Abramo accoglie tre stranieri e ottiene un figlio, Paolo a Malta vince i pregiudizi…

Vi è un’icona singolarmente evocativa che illustra bene anche l’etimologia del nostro vocabolo «ospite», che deriva da due radici delle lingue indoeuropee: la radice hos/host ovvero «pellegrino, forestiero» e la radice pa/pati cioè «sostenere, proteggere ». L’ospite sarebbe dunque «colui che sostiene o dà da mangiare ai pellegrini, ai forestieri». L’icona biblica che ci svela il senso profondo e insieme originale e affascinante dell’ospitalità (secondo il disegno di Dio e quindi secondo la natura e il dinamismo stessi dell’uomo) si trova nel capitolo 18 di Genesi, dove Abramo viene presentato nella sua generosità di ospite.
Nell’ora più calda del giorno Abramo vede passare tre personaggi sconosciuti, che il narratore ci fa intuire essere un «signore» e due accompagnatori. Corre loro incontro, si prostra e li accoglie con tutte le premure nella sua tenda. Dal momento che i tre acconsentono di fermarsi da lui, Abramo organizza – da efficiente capofamiglia – l’ospitalità. Alla moglie Sara dà ordini di cuocere il pane, all’armento corre egli stesso e prepara un vitello prelibato che offre agli ospiti con panna e latte fresco. Dopo aver mangiato, il personaggio – che rimane senza nome –, quasi come ricompensa dell’ospitalità ricevuta, fa questa promessa ad Abramo: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Quel figlio dovrà essere chiamato Isacco. Per questo il narratore annota che Sara, stando a origliare all’ingresso della tenda, essendo ormai oltre l’età di partorire, sorride («isaccheggia» dovremmo dire in italiano, coniando un neologismo per richiamare in questo sorriso il nome stesso di Isacco). A questo punto il narratore lascia cadere ogni indugio e dà il nome a quel signore con i suoi due accompagnatori: è il Signore stesso, Adonài, che conferma ad Abramo: «Perché Sara ha riso (‘isaccheggiato’) dicendo: ‘Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia’? C’è qualche cosa d’impossibile per il Signore (Adonài)? ». Con questo stupendo quadro narrativo, l’autore del libro di Genesi porta a perfezione il tema della promessa del figlio e introduce, in antitesi, l’esito catastrofico della città inospitale di Sòdoma, ove due degli ospiti di Abramo scendono, dopo essersi fermati da lui. Dice il midrash: uno per distruggere Sòdoma, l’altro per proteggere Lot. Vorrei rilevare come la singolarità e la bellezza della pagina di Genesi stanno proprio nell’incontro, nella fusione di questi due motivi: l’ospitalità e la promessa di un figlio, l’accoglienza dell’altro e il dono che si riceve, come a dire che la «fecondità» (che possiamo intendere nel suo senso più vasto di vita e di pienezza di vita) è il frutto dell’ospitalità. I due motivi e il loro intrecciarsi – che peraltro sono presenti anche in non poche tradizioni extrabibliche – avranno una singolare eco nel seguito della rivelazione biblica, giungendo sino alla loro straordinaria interpretazione cristologica: con l’ospitalità il discepolo – e in un certo senso ogni uomo – accoglie Cristo stesso. (…) Per rimanere ancora nell’ambito delle Scritture vorrei qui ricordare, tra gli altri, il tragico naufragio dell’apostolo Paolo e dei suoi compagni di viaggio, che si concluse con un gesto di grande ospitalità da parte della gente di Malta. Così leggiamo negli Atti degli Apostoli : «Gli abitanti ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia e faceva freddo». Ma ecco un pericolo imprevisto e una reazione inaspettata: «Mentre Paolo raccoglieva un fascio di rami secchi e lo gettava sul fuoco, una vipera saltò fuori a causa del calore e lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli abitanti dicevano fra loro: ‘Certamente costui è un assassino perché, sebbene scampato dal mare, la dea della giustizia non lo ha lasciato vivere’. Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non patì alcun male. Quelli si aspettavano di vederlo gonfiare o cadere morto sul colpo ma, dopo avere molto atteso e vedendo che non gli succedeva nulla di straordinario, cambiarono parere e dicevano che egli era un dio». Il seguito del racconto ci parla ancora di un’ospitalità che viene ricambiata con l’inaspettato dono di un ‘miracolo’, la guarigione di persone malate. Il racconto si conclude con un rinnovato accenno all’ospitalità: «Ci colmarono di molti onori e, al momento della partenza, ci rifornirono del necessario». Nella cultura antica, il forestiero e l’ospite diventavano subito un prossimo che ha bisogni concreti: dargli una mano voleva dire muovere subito le mani in suo aiuto. Il viaggiatore giungeva sì da lontano, ma si trasformava subito in vicino: oggi questo ‘prodigio’ non avviene più. Nell’antichità l’ospite non solo era accolto, ma addirittura diveniva qualcosa di superiore al cittadino normale. In una società quasi priva di mezzi di comunicazione, egli era anche un messaggero di un altro mondo e aveva sempre qualcosa da insegnare. Certo vi erano, anche nell’antichità, dei casi in cui lo spostamento di gente numerosa poteva dar luogo a difficoltà e conflitti: pensiamo anche solo al racconto biblico dell’insediamento di coloro che sarebbero diventati i padri d’Israele nel territorio occupato dai Cananei. Ma, nel complesso, una certa quantità di nomadi era considerata normale in tutte le terre. Anche l’Italia, guardando alla storia degli ultimi anni, fino a poco tempo fa accoglieva gli stranieri più da visitatori che da immigranti. La diversità destava stupore e permetteva di imparare qualcosa di nuovo. Incontrare un cinese o un indiano risvegliava curiosità più che diffidenza. Era un atteggiamento comune tra la nostra gente, parte della nostra cultura, che non fu quasi per niente intaccato dal breve periodo di colonialismo italiano («Italiani, brava gente!») e da quello ancor più breve e meno condiviso del razzismo fascista. (…) È davvero strano che il nostro tempo tecnologico, tempo di viaggi interplanetari e di possibilità di comunicazione in un certo senso infinita, segni il primato delle spese legate all’immigrazione per una realtà inventata ancor prima della scrittura: il muro. Sì, il muro! Il muro, che nell’antichità era costruito per difesa, oggi è costruito per circoscrivere e impedire l’accesso di coloro che abitano vicino. Così negli Stati Uniti, alla fine delle guerre contro le tribù autoctone, si costruirono riserve per rinchiudervi gli indiani. Così, ancora, il nazismo cominciò la sua Endlösung, «soluzione finale» contro gli ebrei, richiudendoli tutti nei ghetti. E lo stalinista Ulbricht cancellò il mondo capitalista dietro al muro di Berlino. E il Sudafrica sigillò i confini dell’apartheid con una barriera elettrificata ad alta tensione. È interessante che, mentre nel mondo di internet, nei social network non esistono barriere che impediscono l’incontro e la relazione virtuale tra persone di etnie e culture differenti, nel mondo reale si costruiscono dei muri per impedire ai vicini di incontrarsi. Se con un clic un giovane italiano può stringere amicizia su Facebook con un coetaneo africano, dall’altra parte si impedisce a chi vuole guadagnarsi onestamente da vivere di potersi applicare al lavoro che sta oltre il confine, in quei Paesi dove a tante occupazioni quasi nessuno vuole applicarsi. Il vallo di Adriano e la Grande Muraglia cinese avevano il compito di difendere l’Impero Romano e il Celeste Impero da invasioni militari. Molti muri che sono stati costruiti di recente proteggono invece dalle povertà altrui: cercano di trasformare in fortezze quelle che sono state chiamate le «frontiere più disuguali del mondo ». Se per un breve periodo sembrano riuscire a tener lontano qualche immigrante illegale, col tempo irrigidiscono proprio quella disuguaglianza economica che è causa dell’immigrazione e presto porteranno la sproporzione al collasso. I muri creano separazioni non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Non solo nella geografia, ma anche nella storia. Ma soprattutto il muro non solo «chiude fuori» il forestiero e il meno fortunato, il muro «chiude dentro» il privilegiato e lo condanna all’asfissia. Proprio come l’avaro, che muore d’inedia per non consumare a vantaggio di tutti e anche a vantaggio proprio quei beni che possiede. Quanto è vero ciò che diceva Hans Magnus Enzensberger: «Quanto più un Paese costruisce barriere per ‘difendere i propri valori’, tanto meno valori avrà da difendere».

Solo dall’ospitalità nasce nuova vita (D.Tettamanzi)

dal sito:

http://bibbiaeteologia.myblog.it/archive/2010/05/28/solo-dall-ospitalita-nasce-nuova-vita-d-tettamanzi.html

28/05/2010

Solo dall’ospitalità nasce nuova vita (D.Tettamanzi)

di Dionigi Tettamanzi, Avvenire 28.5.10

Abramo accoglie tre stranieri e ottiene un figlio, Paolo a Malta vince i pregiudizi…

Vi è un’icona singolarmente evocativa che illustra bene anche l’etimologia del nostro vocabolo «ospite», che deriva da due radici delle lingue indoeuropee: la radice hos/host ovvero «pellegrino, forestiero» e la radice pa/pati cioè «sostenere, proteggere ». L’ospite sarebbe dunque «colui che sostiene o dà da mangiare ai pellegrini, ai forestieri». L’icona biblica che ci svela il senso profondo e insieme originale e affascinante dell’ospitalità (secondo il disegno di Dio e quindi secondo la natura e il dinamismo stessi dell’uomo) si trova nel capitolo 18 di Genesi, dove Abramo viene presentato nella sua generosità di ospite.
Nell’ora più calda del giorno Abramo vede passare tre personaggi sconosciuti, che il narratore ci fa intuire essere un «signore» e due accompagnatori. Corre loro incontro, si prostra e li accoglie con tutte le premure nella sua tenda. Dal momento che i tre acconsentono di fermarsi da lui, Abramo organizza – da efficiente capofamiglia – l’ospitalità. Alla moglie Sara dà ordini di cuocere il pane, all’armento corre egli stesso e prepara un vitello prelibato che offre agli ospiti con panna e latte fresco. Dopo aver mangiato, il personaggio – che rimane senza nome –, quasi come ricompensa dell’ospitalità ricevuta, fa questa promessa ad Abramo: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Quel figlio dovrà essere chiamato Isacco. Per questo il narratore annota che Sara, stando a origliare all’ingresso della tenda, essendo ormai oltre l’età di partorire, sorride («isaccheggia» dovremmo dire in italiano, coniando un neologismo per richiamare in questo sorriso il nome stesso di Isacco). A questo punto il narratore lascia cadere ogni indugio e dà il nome a quel signore con i suoi due accompagnatori: è il Signore stesso, Adonài, che conferma ad Abramo: «Perché Sara ha riso (‘isaccheggiato’) dicendo: ‘Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia’? C’è qualche cosa d’impossibile per il Signore (Adonài)? ». Con questo stupendo quadro narrativo, l’autore del libro di Genesi porta a perfezione il tema della promessa del figlio e introduce, in antitesi, l’esito catastrofico della città inospitale di Sòdoma, ove due degli ospiti di Abramo scendono, dopo essersi fermati da lui. Dice il midrash: uno per distruggere Sòdoma, l’altro per proteggere Lot. Vorrei rilevare come la singolarità e la bellezza della pagina di Genesi stanno proprio nell’incontro, nella fusione di questi due motivi: l’ospitalità e la promessa di un figlio, l’accoglienza dell’altro e il dono che si riceve, come a dire che la «fecondità» (che possiamo intendere nel suo senso più vasto di vita e di pienezza di vita) è il frutto dell’ospitalità. I due motivi e il loro intrecciarsi – che peraltro sono presenti anche in non poche tradizioni extrabibliche – avranno una singolare eco nel seguito della rivelazione biblica, giungendo sino alla loro straordinaria interpretazione cristologica: con l’ospitalità il discepolo – e in un certo senso ogni uomo – accoglie Cristo stesso. (…) Per rimanere ancora nell’ambito delle Scritture vorrei qui ricordare, tra gli altri, il tragico naufragio dell’apostolo Paolo e dei suoi compagni di viaggio, che si concluse con un gesto di grande ospitalità da parte della gente di Malta. Così leggiamo negli Atti degli Apostoli : «Gli abitanti ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia e faceva freddo». Ma ecco un pericolo imprevisto e una reazione inaspettata: «Mentre Paolo raccoglieva un fascio di rami secchi e lo gettava sul fuoco, una vipera saltò fuori a causa del calore e lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli abitanti dicevano fra loro: ‘Certamente costui è un assassino perché, sebbene scampato dal mare, la dea della giustizia non lo ha lasciato vivere’. Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non patì alcun male. Quelli si aspettavano di vederlo gonfiare o cadere morto sul colpo ma, dopo avere molto atteso e vedendo che non gli succedeva nulla di straordinario, cambiarono parere e dicevano che egli era un dio». Il seguito del racconto ci parla ancora di un’ospitalità che viene ricambiata con l’inaspettato dono di un ‘miracolo’, la guarigione di persone malate. Il racconto si conclude con un rinnovato accenno all’ospitalità: «Ci colmarono di molti onori e, al momento della partenza, ci rifornirono del necessario». Nella cultura antica, il forestiero e l’ospite diventavano subito un prossimo che ha bisogni concreti: dargli una mano voleva dire muovere subito le mani in suo aiuto. Il viaggiatore giungeva sì da lontano, ma si trasformava subito in vicino: oggi questo ‘prodigio’ non avviene più. Nell’antichità l’ospite non solo era accolto, ma addirittura diveniva qualcosa di superiore al cittadino normale. In una società quasi priva di mezzi di comunicazione, egli era anche un messaggero di un altro mondo e aveva sempre qualcosa da insegnare. Certo vi erano, anche nell’antichità, dei casi in cui lo spostamento di gente numerosa poteva dar luogo a difficoltà e conflitti: pensiamo anche solo al racconto biblico dell’insediamento di coloro che sarebbero diventati i padri d’Israele nel territorio occupato dai Cananei. Ma, nel complesso, una certa quantità di nomadi era considerata normale in tutte le terre. Anche l’Italia, guardando alla storia degli ultimi anni, fino a poco tempo fa accoglieva gli stranieri più da visitatori che da immigranti. La diversità destava stupore e permetteva di imparare qualcosa di nuovo. Incontrare un cinese o un indiano risvegliava curiosità più che diffidenza. Era un atteggiamento comune tra la nostra gente, parte della nostra cultura, che non fu quasi per niente intaccato dal breve periodo di colonialismo italiano («Italiani, brava gente!») e da quello ancor più breve e meno condiviso del razzismo fascista. (…) È davvero strano che il nostro tempo tecnologico, tempo di viaggi interplanetari e di possibilità di comunicazione in un certo senso infinita, segni il primato delle spese legate all’immigrazione per una realtà inventata ancor prima della scrittura: il muro. Sì, il muro! Il muro, che nell’antichità era costruito per difesa, oggi è costruito per circoscrivere e impedire l’accesso di coloro che abitano vicino. Così negli Stati Uniti, alla fine delle guerre contro le tribù autoctone, si costruirono riserve per rinchiudervi gli indiani. Così, ancora, il nazismo cominciò la sua Endlösung, «soluzione finale» contro gli ebrei, richiudendoli tutti nei ghetti. E lo stalinista Ulbricht cancellò il mondo capitalista dietro al muro di Berlino. E il Sudafrica sigillò i confini dell’apartheid con una barriera elettrificata ad alta tensione. È interessante che, mentre nel mondo di internet, nei social network non esistono barriere che impediscono l’incontro e la relazione virtuale tra persone di etnie e culture differenti, nel mondo reale si costruiscono dei muri per impedire ai vicini di incontrarsi. Se con un clic un giovane italiano può stringere amicizia su Facebook con un coetaneo africano, dall’altra parte si impedisce a chi vuole guadagnarsi onestamente da vivere di potersi applicare al lavoro che sta oltre il confine, in quei Paesi dove a tante occupazioni quasi nessuno vuole applicarsi. Il vallo di Adriano e la Grande Muraglia cinese avevano il compito di difendere l’Impero Romano e il Celeste Impero da invasioni militari. Molti muri che sono stati costruiti di recente proteggono invece dalle povertà altrui: cercano di trasformare in fortezze quelle che sono state chiamate le «frontiere più disuguali del mondo ». Se per un breve periodo sembrano riuscire a tener lontano qualche immigrante illegale, col tempo irrigidiscono proprio quella disuguaglianza economica che è causa dell’immigrazione e presto porteranno la sproporzione al collasso. I muri creano separazioni non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Non solo nella geografia, ma anche nella storia. Ma soprattutto il muro non solo «chiude fuori» il forestiero e il meno fortunato, il muro «chiude dentro» il privilegiato e lo condanna all’asfissia. Proprio come l’avaro, che muore d’inedia per non consumare a vantaggio di tutti e anche a vantaggio proprio quei beni che possiede. Quanto è vero ciò che diceva Hans Magnus Enzensberger: «Quanto più un Paese costruisce barriere per ‘difendere i propri valori’, tanto meno valori avrà da difendere».

AMBROGIO “VI PASCE, VI GOVERNA, VI CUSTODISCE, VI DIFENDE” (Card. Tettamanzi – 7 dicembre 2010)

dal sito:

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/pagine/00_PORTALE/2010/pontificale_ambrogio.pdf

Solennità di sant’Ambrogio

Omelia

Dionigi card. Tettamanzi 
Arcivescovo di Milano

Milano -Sant’Ambrogio, 7 dicembre 2010

AMBROGIO “VI PASCE, VI GOVERNA, VI CUSTODISCE, VI DIFENDE”

Carissimi, ci ritroviamo ancora una volta in questa splendida basilica per celebrare la festa di sant’Ambrogio, nostro Patrono.

L’importanza di una data

La liturgia ci invita a ricordare di lui una data particolare, il 7 dicembre 374, la data della sua ordinazione episcopale, che lo stesso santo festeggiava con grande intensità d’affetto sentendosi profondamente legato alla sua comunità cristiana – così diceva – con un vincolo parentale, di carattere familiare, anzi paterno-filiale: come vescovo lui diventava “padre” dei cristiani di Milano; ma erano stati i cristiani di Milano a chiamarlo all’episcopato, e dunque egli si sentiva in qualche modo anche loro “figlio”. Così, a partire dal comandamento “Onora tuo padre e tua madre”, Ambrogio scriveva in occasione dell’anniversario della sua ordinazione episcopale: “E’ bello che per me, oggi, si legga l’inizio della Legge, quando è il giorno natalizio del mio episcopato; infatti sembra quasi che ogni anno l’episcopato ricominci daccapo quando si rinnova con la stagione del tempo. Bello è anche quanto si legge: ‘Onora tuo padre e tua madre’; voi, infatti, siete per me come i genitori, perchè mi avete dato l’episcopato; voi, ripeto, siete come figli o genitori, uno per uno figli, tutti insieme genitori…” (Esposizione del Vangelo secondo Luca, VIII, 373). Ora come il legame che esiste tra padre e figlio non può essere sciolto o spaccato in alcun modo perché ha le sue radici nella natura stessa delle cose, così anche il legame tra Ambrogio e la Chiesa è diventato, lungo la storia, un legame infrangibile, a tal punto che il nostro Patrono – caso veramente quasi unico nella storia – ha dato il proprio nome alla sua stessa Chiesa: la Chiesa Ambrosiana.
Ed è per questo che da sedici secoli, in maniera ininterrotta, la nostra Chiesa celebra la Festa del 7 dicembre non solo con grande solennità, ma anche con grande affetto: l’affetto dei figli verso il proprio Padre, dal quale prendono il nome di ambrosiani, hanno ricevuto la retta fede in Cristo Signore, vero Dio e vero Uomo, hanno avuto in regalo un particolare rito liturgico, che in alcuni elementi qualificanti affonda le sue radici proprio nell’opera pastorale e negli insegnamenti di sant’Ambrogio; e nel contempo l’affetto di una Chiesa fiera e gioiosa di venerare oggi, quasi con amore materno e paterno insieme, il più illustre dei propri figli. Tocca a noi continuare a tenere viva e feconda la devozione della nostra Chiesa verso sant’Ambrogio, rendendo lode e grazie al Signore che l’ha donato a noi e all’intera Chiesa, invocando con fiducia il suo aiuto sul nostro cammino, impegnandoci ad imitare la sua passione pastorale e il suo slancio spirituale alla luce degli insegnamenti e della testimonianza di vita che ci ha lasciato. Nella lunga storia della devozione a sant’Ambrogio ha avuto un posto speciale un suo grande successore sulla medesima cattedra di Milano, san Carlo Borromeo. Lo ricordo in questo anno nel quale la nostra Diocesi celebra il IV centenario della sua canonizzazione (1610-2010). E così di nuovo, proprio oggi, troviamo un altro 7 dicembre: quello del 1563 quando il giovane cardinale Carlo Borromeo, già nominato dallo zio papa Pio IV amministratore apostolico della Diocesi di Milano, riceve l’ordinazione episcopale. Subito si fa spontanea la domanda: questa data è casuale oppure viene scelta dal Borromeo? Sappiamo che egli l’ha voluta di proposito con preciso riferimento a sant’Ambrogio e che da quel giorno ha incominciato a celebrare la liturgia secondo il rito ambrosiano. E’ dunque una scelta di grande significato simbolico: in questo modo il Borromeo intendeva inserirsi pienamente nella tradizione viva della Chiesa di Milano, che in sant’Ambrogio riconosce il proprio momento “fontale; e assumendo da quel 7 dicembre il rito ambrosiano egli intendeva accogliere la tradizione liturgica della nostra Chiesa come un tesoro, un dono prezioso, un’eredità da custodire, far crescere e fermentare, così da poterla trasmettere arricchita alle generazioni di ambrosiani che si sarebbero succedute nel futuro. Potremmo allora dire che in Carlo Borromeo, il 7 dicembre 1563, si ripeteva quello che era avvenuto per Ambrogio il 7 dicembre 374: veniva a crearsi anche per lui un rapporto infrangibile con la Chiesa di Milano, un rapporto paterno-filiale: quel giorno, ricevendo l’ordinazione episcopale e assumendo il rito ambrosiano, da un lato veniva generato come “figlio” della tradizione ambrosiana e dall’altro come “padre” della Chiesa di Milano. E negli anni successivi – 19 anni, brevi ma intensi – sarebbe diventato con la sua opera di riforma, la sua carità illuminata, il suo stile di governo prudente ed efficace, un padre eccellente, il prototipo stesso del vescovo in cura d’anime.

Un altro sant’Ambrogio
Ad un altro particolare interessante vorrei fare cenno, in occasione dell’ingresso del Borromeo in Milano come nuovo arcivescovo, avvenuto nel 1565. Secondo alcuni biografi di san Carlo, durante il suo ingresso in Diocesi, si sarebbe udita tra la folla questa specie di profezia popolare: «Costui sarà un altro sant’Ambrogio!». Forse la notizia non è verificabile dal punto di vista storico; una cosa però è certa: e cioè che san Carlo si era esplicitamente proposto di imitare l’opera pastorale di sant’Ambrogio, applicandola ai propri tempi e alle necessità della Chiesa del Cinquecento. La controprova ci è offerta dal fatto che, subito dopo la sua morte, nel 1584, e in vista della sua canonizzazione, divenne spontaneo per i biografi parlare di Carlo Borromeo come di un sant’Ambrogio “redivivo”, come colui che aveva fatto rivivere nell’oggi la vita, le virtù pastorali, la spiritualità dell’antico Patrono. Un grande amico e ammiratore di san Carlo, il cardinale Agostino Valier vescovo di Verona, ci ha lasciato – con un’accurata serie di parallelismi – un’interessante rilettura della vita e dell’opera del Borromeo a partire dalla vita e dall’opera di sant’Ambrogio. Entrambi nacquero da famiglia nobile, ma entrambi non tennero conto della propria nobiltà d’origine; la morte di Satiro, fratello di Ambrogio, rappresentò una svolta nella sua vita, analogamente a quanto accadde per Carlo alla morte del fratello maggiore Federico, quando visse un momento di travaglio interiore che lo portò a una vera e propria “conversione”; entrambi manifestarono grande amore e passione per la Sacra Scrittura; le insidie della corte imperiale che giunsero fino a mettere Ambrogio in pericolo di vita possono essere messe in parallelo con il celebre attentato a san Carlo e con il colpo di archibugio andato a vuoto; le riforme liturgiche di Ambrogio sono richiamate dalla riforma del rito ambrosiano voluta dal Borromeo e in parte da lui portata a termine; Ambrogio che scomunica i potenti (l’allusione è alla penitenza di Teodosio) è accostato alle tensioni e agli scontri tra Carlo e l’autorità spagnola di Milano; gli epistolari di entrambi rivestono grande e analoga importanza; analoga per entrambi fu la scelta di una vita ascetica, con veglie e digiuni; analoga in entrambi fu la sollecitudine per la Chiesa e la lotta per la sua libertà e il suo onore; analogo fu l’amore per
i poveri e il culto per l’amore della povertà; immediata per entrambi fu la venerazione, dopo la morte, da parte del popolo, grazie a una diffusa fama sanctitatis. Il cardinale Valier poteva terminare questa “tavola comparativa” con queste parole: «Il Signore Dio in Carlo Borromeo ha fatto rivivere le stesse virtù che brillarono in sant’Ambrogio!».
In ascolto della parola di san Carlo su sant’Ambrogio
Vogliamo ora metterci in diretto ascolto di san Carlo e chiedergli che sia lui stesso a parlarci brevemente di sant’Ambrogio. Non è questo un sogno, bello ma impossibile; è una realtà che viene dal fatto che ci sono state conservate due omelie tenute da san Carlo proprio come oggi, il 7 dicembre, in occasione della festa del santo Patrono: la prima è del 1567 – due anni dopo il suo ingresso – e fu pronunciata in questa stessa basilica; la seconda è del 1583 – un anno prima della sua morte – e fu tenuta a Bellinzona, nel Canton Ticino. Ci soffermiamo sulla prima omelia, che commenta la pagina di vangelo che abbiamo ascoltato poco fa e che la tradizione ambrosiana da sempre propone per la festa di sant’Ambrogio: la pagina del buon Pastore (Gv 10,1116). Tutta l’omelia del Borromeo è una commossa contemplazione e un inno stupendo al dono pastorale di Gesù, all’interiore fuoco della sua carità di Buon Pastore. Possiamo riascoltare da questa omelia alcune delle espressioni più significative. “Veramente è buono Pastore Cristo, e ha dimostrato ed esercitato notabilmente la bontà e carità sua Pastorale: Bonus Pastor animam suam ponit pro ovibus suis (il buon pastore dà la propria vita per le pecore). Questa è la legge della perfezione Pastorale, che spenda il pastore sino la vita, se è bisogno, per la salute del suo gregge, e par che non si possa fare di più di questo, perché diceva Cristo altrove: Majorem caritatem nemo habet, quam ut animam suam ponat pro amicis suis (Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici); pure ha trovato modo l’ineffabile bontà sua di eccedere questa perfezione, che ha posto la vita per i nemici: ha patito trentatré anni in questa vita tanti stenti quanti ognuno sa, e finalmente la morte in Croce per la salute di un gregge ribelle e contumace; ed è stata volontaria e spontanea questa dimostrazione, perché egli stesso la testifica nel testo Evangelico, parlando della sua vita: Nemo tollit eam a me, sed ego pono eam a me ipso (nessuno me la toglie: io la do da me stesso), ed il Profeta Isaia: Oblatus est, quia voluit (è stato offerto, perché lui stesso l’ha voluto)… Ma esso va più oltre scoprendo la carità sua Pastorale verso il gregge: Ego cognosco oves meas (Io conosco le mie pecore)… non vede solo di fuori, ma penetra diligentemente sino ai pensieri occultissimi. Questo è ufficio di Pastori, indagar con ogni studio la vita e i costumi ad una ad una delle sue pecorelle; questo accennò Cristo poco innanzi, quando parlando pur dell’ufficio del Pastore disse: Et vocat eas nominatim (e le chiama per nome)…”. San Carlo è molto chiaro nell’inculcare l’idea che sempre e in ogni caso è Gesù Signore l’unico e vero Buon Pastore che guida, regge, nutre e fa crescere il suo gregge, che è la santa Chiesa. Ma è altrettanto chiaro nel dire che l’opera pastorale di Cristo si esplica e si concretizza nella storia attraverso i ministri che egli sceglie e invia a rappresentarlo: e Ambrogio è stato eccellente ministro, è colui attraverso il quale Cristo Signore si è reso presente come il Buon Pastore che guida la Chiesa di Milano. Infatti come Cristo ha dato la sua vita per la Chiesa, così ha fatto Ambrogio, spendendo tutto se stesso e non risparmiandosi neppure davanti al rischio di mettere in pericolo la propria persona e la propria incolumità fisica; così come si è speso totalmente in un’attività pastorale di cui il Borromeo passa in rassegna i principali momenti: l’insegnamento costante al popolo attraverso la predicazione, l’amministrazione assidua e fedele dei sacramenti, l’attività teologica attraverso la pubblicazione dei suoi scritti a difesa della retta fede cattolica contro le deviazioni dell’eresia, la difesa coraggiosa davanti ai potenti di questo mondo dei diritti di Dio e della sua legge e della libertà della Chiesa, la fondazione di stabili e durature istituzioni ecclesiastiche, l’opera missionaria tesa al recupero, all’interno della vera Chiesa di Cristo, di chi si era smarrito, come dimostra il caso emblematico della conversione di sant’Agostino. Infine, riprendendo una idea già presente nelle antiche biografie di sant’Ambrogio, anche san Carlo lo paragona alla figura biblica di Elia, proponendo quindi il grande vescovo di Milano come figura profetica per la Chiesa di ogni tempo. Interessante è il punto dell’omelia in cui san Carlo, rivolgendosi ai milanesi del suo tempo e dopo aver passato in rassegna le virtù cristiane e pastorali di sant’Ambrogio, conclude con queste parole: «Ambrogio vi pasce, vi governa, vi custodisce, vi difende». Credo che non sia un caso che il Borromeo, per indicare la presenza di Ambrogio alla guida della sua Chiesa, abbia usato i verbi al presente: li ha usati lui quattrocento anni fa, ma li possiamo usare anche noi oggi, all’inizio del terzo millennio: Ambrogio ancora oggi “ci pasce e ci governa” con il suo insegnamento sempre vivo, incisivo ed efficace, e con gli esempi luminosi e incoraggianti della sua attività pastorale; ancora oggi il santo Vescovo di Milano “ci custodisce e ci difende” con la sua intercessione preziosa e paterna. Potrà così diventare realtà il duplice augurio che Benedetto XVI ci rivolge nella lettera inviata per il centenario della canonizzazione di san Carlo. Il primo è per i sacerdoti: “Cari fratelli nel ministero, la Chiesa ambrosiana possa trovare sempre in voi una fede limpida e una vita sobria e pura, che rinnovino l’ardore apostolico che fu di sant’Ambrogio, di san Carlo e di tanti vostri santi Patroni”. Il secondo è per i giovani: “Voi, cari giovani, non siete solo la speranza della Chiesa; voi fate già parte del suo presente! E se avrete l’audacia di credere alla santità, sarete il tesoro più grande della vostra Chiesa ambrosiana, che si è edificata sui Santi” (Lumen caritatis, 1° novembre 2010).

Card: Luigi Tettamanzi: Omelia per la Conversione di San Paolo (25 gennaio 2009)

dal sito:

http://www.sanpaoloap.it/parrocchia/?q=omelia_tettamanzi

OMELIA del Card. DIONIGI TETTAMANZI nella BASILICA di S. PAOLO a MILANO

(Conversione di San Paolo – 25 gennaio 2009)

Carissimi,

saluto tutti nel nome del Signore Gesù, vi abbraccio: ciascuno di voi, con l’affetto del suo cuore.
Per la verità io avrei tantissimi saluti da rivolgere; allora faccio così: tutte le persone che sono state ricordate or ora da Don Mario io voglio risalutarle con un affetto più profondo, più intenso, più evangelico.
Vorrei in particolare oggi, essendo nella nostra diocesi la festa della Santa Famiglia, rivolgermi sì a tutta la grande famiglia della parrocchia di San Paolo, ma in particolare a tutte quante le famiglie. In un certo senso vorrei entrare nelle vostre case. In particolare in quelle case che sono segnate dalla fatica, dalla prova, dalla malattia, dal disagio, dalla paura, dalla solitudine e pregare perché ogni famiglia possa sentire, nei momenti più difficili, la presenza del Signore, la consolazione e il coraggio che vengono dal suo cuore paterno.
E dopo questo saluto io vi devo confessare la mia grande gioia di essere finalmente venuto in mezzo a voi in un’occasione davvero singolarissima; oggi celebriamo la conversione dell’Apostolo Paolo. E lo facciamo durante l’Anno Paolino e dunque in questo senso in un contesto particolarmente significativo per la nostra comunità parrocchiale.
Io ho sentito, delle tante iniziative che sono in atto, proprio per riuscire ad essere maggiormente conquistati dalla figura spirituale dell’apostolo, dal suo dinamismo missionario e poi conoscere anche l’insegnamento che è presente nelle sue lettere. Ecco, nello stesso tempo, in questo incontro nella festa della conversione dell’apostolo Paolo durante l’Anno Paolino, avviene anche il ricordo degli ottant’anni della vostra comunità.
Quando il vescovo viene in una comunità, soprattutto per la prima volta, ecco, è preso dalla curiosità, gli viene da chiedersi: ma com’è questa comunità cristiana.
Una risposta mi è stata data dal vostro Don Mario che mi ha mandato diversi fogli dove io ho trovato descritto il quadro molteplice della vostra comunità parrocchiale. Il quadro storico, come è nata, come si è sviluppata; il quadro sociale: com’è la popolazione con i suoi problemi, le sue speranze, le sue difficoltà, il suo sviluppo futuro. Poi soprattutto il quadro pastorale. Io ho tratto una conclusione. La conclusione mi trova di fronte a una comunità cristiana viva, vorrei dire anche una comunità cristiana giovane, perché 80 anni per la Chiesa sono davvero pochi, pochissimi, e allora l’augurio che mi viene da rivolgervi è che se la vostra comunità è viva, deve essere, deve diventare sempre più viva, se giovane, deve sapere mantenere e sviluppare l’autentica giovinezza, quella spirituale, quella del vangelo. Quella giovinezza che è il dono dello Spirito Santo dentro i nostri cuori.
Quello Spirito Santo che è stato invocato esattamente 50 anni fa, il 25 gennaio del 1959, quando Papa Giovanni XXIII su divina ispirazione, così dirà il successore Paolo VI, ha indetto per la Chiesa il Concilio Vaticano secondo. Ecco, non c’è nulla che possa in qualche modo impegnarci a tenere viva la nostra comunità, a renderla sempre più giovane, che il riferimento al Concilio e allo Spirito Santo, che è stato l’anima e il protagonista continuo di questo incontro della chiesa, nel momento storico che sta attraversando in questo nostro secolo passato e all’inizio di questo terzo millennio.
In questo senso allora noi vogliamo ascoltare la parola di Dio perché nella parola di Dio noi troviamo la forza illuminante e stimolante dello Spirito Santo.
Vorrei brevemente richiamare il senso della Conversione di San Paolo, non soltanto per lui che era persecutore di Cristo e dei cristiani, ma anche per noi: ricordando questo senso noi troveremo indicate le strade che dobbiamo seguire perché davvero la nostra comunità sia sempre più viva e sia sempre più giovane.
Abbiamo ascoltato dalle parole stesse dell’apostolo com’è avvenuta la sua conversione. Ecco potremmo dire come d’improvviso Dio è entrato nella sua vita, d’improvviso è entrato con tutta la potenza che è propria di Dio, ma allo stesso tempo con tutta la straordinaria dolcezza che Dio sa avere nei confronti di ogni creatura, e Paolo è stato conquistato dalla potenza e dalla dolcezza del Signore e cosi si è sentito abbandonato oramai a Dio e ai sui disegni.
Ecco questo è stato il momento più decisivo dell’intera esistenza dell’apostolo Paolo, momento nel quale si è sentito rapito per così dire dal Signore Gesù, conquistato dalla sua forza, dal suo fascino e si è consegnato totalmente perché il Signore potesse rivelare per mezzo di lui il miracolo della salvezza per tutte le genti.
Carissimi anche per noi c’è questo momento della conversione quando magari senza accorgerci, ad un certo punto sentiamo in qualche modo che Dio entra nella nostra vita, si rivela a noi, si comunica a noi e ci fa capire che il senso vero e pieno della nostra esistenza, il tesoro più prezioso della nostra vita è proprio lui il Signore Gesù.
Questo è il momento importante per tutti e per ciascuno di noi perché soltanto se noi ci lasciamo prendere dal Signore e allo stesso tempo ci consegniamo a lui, allora veramente cambia tutta quanta la nostra vita nelle grandi scelte ma anche delle scelte più piccole e più semplici, più umili, quelle che fanno parte della nostra vita quotidiana.
E cos’è successo quando Paolo è stato conquistato da Cristo e lui si è consegnato al Signore Gesù?
Non ha iniziato un cammino individuale, ma il Signore Gesù l’ha rimandato ad Anania, l’ha rimandato alla comunità cristiana perché soltanto dentro la comunità cristiana si può conoscere più a fondo il Signore Gesù, si può capire maggiormente la sua forza, il fascino il suo amore, si può in una maniera più generosa dedicarsi a lui, consegnare a lui la nostra esistenza.
Ecco questo Anania che prende per mano Saulo diventato oramai di Cristo e lo introduce nella vita cristiana e nella missione che il Signore gli riserva, ecco questo Anania è il segno della comunità cristiana che deve riunirsi e deve stare profondamente in armonia con gli altri proprio per aiutare ogni cristiano a esser sempre più cristiano.
E questo Anania diventa il segno di chi nella comunità è una guida autorevole per gli altri; sto pensando ai sacerdoti, sto pensando ai catechisti e alle catechiste, sto pensando ai diversi operatori pastorali, sto pensando ai vari educatori; ecco sto pensando ai genitori, agli adulti, a tutti coloro che hanno una responsabilità in particolare su voi, carissimi bambini, ragazzi, adolescenti. Ecco tutte queste persone sono e devono essere una guida per gli altri; questo è molto importante perché soltanto se ci sono questi adulti che sanno guidare gli altri sulla strada del Signore, allora la comunità cristiana potrà raggiungere lo scopo per cui il Signore l’ha voluta: l’ha voluta perché attraverso la comunità cristiana ogni uomo e ogni donna possano incontrarsi con Cristo, l’unico, universale, necessario, Salvatore degli uomini e del mondo.
Ma una volta che Paolo è stato conquistato da Cristo, è stato aiutato e guidato da Anania nel percorrere la strada di una conoscenza più luminosa e più affascinante di Cristo, ha capito che Cristo aveva un disegno su di lui, aveva una missione da affidagli e noi sappiamo qual è stata la missione dell’apostolo: quella di annunciare il Vangelo, anzi Gesù Cristo che è il Vangelo vivente, Lui morto e risorto a tutti, sì a tutti, non soltanto ai giudei nelle sinagoghe come incomincerà agli inizi, ma a tutti, anche ai lontani, anche ai pagani.
Ecco Paolo è il grande apostolo, Paolo è il grande missionario della Chiesa delle origini. Bellissima questa missione, ma questa missione non è soltanto di Paolo; è di ogni credente e di ogni discepolo del Signore. Anche noi abbiamo ascoltato le parole dell’evangelista Marco quando è stato proclamato il vangelo: “andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura”.
Carissimi, invito ciascuno di noi a entrare nell’intimo del proprio cuore e, se sa fare silenzio e sa mettersi di fronte al Signore, riascolterà queste parole rivolte proprio a lui, della sua persona, della sua vita, delle doti che il Signore gli ha dato, dei problemi che affronta; tutti quanti siamo chiamati ad andare dappertutto e a predicare il Vangelo che libera e salva, ad ogni creatura. Tutti siamo missionari, tutti dobbiamo essere missionari. Io penso che voi ricorderete che per tre anni la nostra Chiesa ambrosiana è stata invitata a questo slancio missionario, ad aprirsi, ad andare dappertutto a portare il Vangelo che a noi è stato donato. Perché se un dono viene dal Signore questo dono non è soltanto per ciascuno di noi, ma chiede di essere condiviso anche dagli altri. Allora per tre anni abbiamo continuato a ripetere queste parole di Gesù agli apostoli “mi sarete testimoni”.
Queste stesse parole le vogliamo riascoltare proprio per riprendere con più energia, con più slancio, il nostro impegno di testimoniare agli altri con la parola e con la vita il Vangelo che noi abbiamo e continuiamo a ricevere. E in questi ultimi tre anni abbiamo guardato in una maniera particolare alla famiglia; sì non c’è famiglia cristiana che non sia anche una famiglia missionaria, per questo abbiamo chiesto per un anno “Famiglia ascolta la parola di Dio” e poi ancora “Famiglia comunica la tua fede” e poi in quest’ultimo anno “Famiglia diventa anima del mondo”.
Sì! Io prego durante quest’Eucaristia perché tutte le famiglie che mi ascoltano possano davvero riprendere questo slancio missionario, ascoltando con maggiore attenzione la parola del Signore, comunicando la fede che hanno ricevuto come eredità preziosa che ci è stata donata da quanti ci hanno preceduto nella fede, perché diventi un dono anche per gli altri e poi soprattutto essere anima del mondo.
In particolare il mondo che è afflitto da tante forme di povertà, di ingiustizia, di contrapposizione, di lacerazione, di violenza e di morte; ecco di fronte alle tante fragilità che incontriamo anche nei rapporti quotidiani con gli altri, noi dobbiamo essere anima, anima nel senso che dobbiamo riuscire, – così, con i nostri gesti di attenzione, di sensibilità nei riguardi degli altri, di servizio, di dedizione, di carità concreta – ecco, dobbiamo riuscire a far capire che davvero il Signore è grande nell’amore e questo amore lo vuole donare a tutti e vuole servirsi di tutti e di ciascuno di noi come degli strumenti vivi, come degli strumenti autentici e generosi.
E infine vorrei ricordarvi che san Paolo nel compiere la sua missione ha incontrato tante difficoltà, persino la persecuzione e il martirio. Ma la cosa più entusiasmante nel leggere le sue lettere e quindi nel raccogliere la sua testimonianza, è che in mezzo a queste difficoltà, a queste persecuzioni non ha avuto paura; non ne è rimasto sconcertato, non ha fuggito l’indicazione che gli ha dato il Signore di essere suo apostolo e suo missionario. Anche in mezzo alle difficoltà ha sempre sentito la presenza confortante del Signore; anzi anche in mezzo alle difficoltà ha saputo vivere nell’intimo del suo cuore una grande gioia; la gioia di sentirsi aiutato, sostenuto, incoraggiato dal Signore, vera e unica fonte di autentica gioia per il cuore umano.
Rivolgendomi allora a tutti voi vi dico: siate missionari senza paura, anche se incontrate delle fatiche, delle difficoltà, delle incomprensioni, dei rifiuti. Anche in questa situazione non dimenticate “Dio è vicino” “Dio è in mezzo a voi” e il vostro cuore può essere ricolmato del suo amore e quando è ricolmato di questo amore, il vostro cuore sarà nella gioia.
Io spesso chiedo per me, – e quest’oggi vorrei che questa richiesta fosse condivisa da tutti noi – di saper essere contento, e di sentire una delle grazie più belle, più grandi che il Signore mi dona, quando mi chiede di saper soffrire qualche cosa per amore del Vangelo e per amore di Cristo.
Coraggio carissimi, non abbiamo paura di nessuna difficoltà, di nessuna fatica, di nessuna incomprensione. Se annunciamo con le parole e con i fatti il Vangelo di Cristo abbiamo diritto ad essere inondati dalla gioia del Signore.
Il vostro Arcivescovo
Card. Dionigi Tettamanzi

Publié dans:c.CARDINALI, Card. Tettamanzi |on 31 août, 2010 |Pas de commentaires »
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