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BENEDETTO XVI – BARNABA, SILVANO E APOLLO (COLLABORATORI DI PAOLO) (2007)

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BENEDETTO XVI – BARNABA, SILVANO E APOLLO (COLLABORATORI DI PAOLO) (2007)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 31 gennaio 2007

Barnaba, Silvano e Apollo

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo il nostro viaggio tra i protagonisti delle origini cristiane, dedichiamo oggi la nostra attenzione ad alcuni altri collaboratori di san Paolo. Dobbiamo riconoscere che l’Apostolo è un esempio eloquente di uomo aperto alla collaborazione: nella Chiesa egli non vuole fare tutto da solo, ma si avvale di numerosi e diversificati colleghi. Non possiamo soffermarci su tutti questi preziosi aiutanti, perché sono molti. Basti ricordare, tra gli altri, Èpafra (cfr Col 1,7; 4,12; Fm 23), Epafrodìto (cfr Fil 2,25; 4,18), Tìchico (cfr At 20,4; Ef 6,21; Col 4,7; 2 Tm 4,12; Tt 3,12), Urbano (cfr Rm 16,9), Gaio e Aristarco (cfr At 19,29; 20,4; 27,2; Col 4,10). E donne come Febe (cfr Rm 16, 1), Trifèna e Trifòsa (cfr Rm 16, 12), Pèrside, la madre di Rufo — della quale san Paolo dice: “È madre anche mia” (cfr Rm 16, 12-13) — per non dimenticare coniugi come Prisca e Aquila (cfr Rm 16, 3; 1Cor 16, 19; 2Tm 4, 19). Oggi, tra questa grande schiera di collaboratori e di collaboratrici di san Paolo rivolgiamo il nostro interessamento a tre di queste persone, che hanno svolto un ruolo particolarmente significativo nell’evangelizzazione delle origini: Barnaba, Silvano e Apollo.
Barnaba significa «figlio dell’esortazione» (At 4,36) o «figlio della consolazione» ed è il soprannome di un giudeo-levita nativo di Cipro. Stabilitosi a Gerusalemme, egli fu uno dei primi che abbracciarono il cristianesimo, dopo la risurrezione del Signore. Con grande generosità vendette un campo di sua proprietà consegnando il ricavato agli Apostoli per le necessità della Chiesa (cfr At 4,37). Fu lui a farsi garante della conversione di Saulo presso la comunità cristiana di Gerusalemme, la quale ancora diffidava dell’antico persecutore (cfr At 9,27). Inviato ad Antiochia di Siria, andò a riprendere Paolo a Tarso, dove questi si era ritirato, e con lui trascorse un anno intero, dedicandosi all’evangelizzazione di quella importante città, nella cui Chiesa Barnaba era conosciuto come profeta e dottore (cfr At 13,1). Così Barnaba, al momento delle prime conversioni dei pagani, ha capito che quella era l’ora di Saulo, il quale si era ritirato a Tarso, sua città. Là è andato a cercarlo. Così, in quel momento importante, ha quasi restituito Paolo alla Chiesa; le ha donato, in questo senso, ancora una volta l’Apostolo delle Genti. Dalla Chiesa antiochena Barnaba fu inviato in missione insieme a Paolo, compiendo quello che va sotto il nome di primo viaggio missionario dell’Apostolo. In realtà, si trattò di un viaggio missionario di Barnaba, essendo lui il vero responsabile, al quale Paolo si aggregò come collaboratore, toccando le regioni di Cipro e dell’Anatolia centro-meridionale, nell’attuale Turchia, con le città di Attalìa, Perge, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe (cfr At 13-14). Insieme a Paolo si recò poi al cosiddetto Concilio di Gerusalemme dove, dopo un approfondito esame della questione, gli Apostoli con gli Anziani decisero di disgiungere la pratica della circoncisione dall’identità cristiana (cfr At 15,1-35). Solo così, alla fine, hanno ufficialmente reso possibile la Chiesa dei pagani, una Chiesa senza circoncisione: siamo figli di Abramo semplicemente per la fede in Cristo.
I due, Paolo e Barnaba, entrarono poi in contrasto, all’inizio del secondo viaggio missionario, perché Barnaba era dell’idea di prendere come compagno Giovanni Marco, mentre Paolo non voleva, essendosi il giovane separato da loro durante il viaggio precedente (cfr At 13,13; 15,36-40). Quindi anche tra santi ci sono contrasti, discordie, controversie. E questo a me appare molto consolante, perché vediamo che i santi non sono “caduti dal cielo”. Sono uomini come noi, con problemi anche complicati. La santità non consiste nel non aver mai sbagliato, peccato. La santità cresce nella capacità di conversione, di pentimento, di disponibilità a ricominciare, e soprattutto nella capacità di riconciliazione e di perdono. E così Paolo, che era stato piuttosto aspro e amaro nei confronti di Marco, alla fine si ritrova con lui. Nelle ultime Lettere di san Paolo, a Filèmone e nella seconda a Timoteo, proprio Marco appare come “il mio collaboratore”. Non è quindi il non aver mai sbagliato, ma la capacità di riconciliazione e di perdono che ci fa santi. E tutti possiamo imparare questo cammino di santità. In ogni caso Barnaba, con Giovanni Marco, ripartì verso Cipro (cfr At 15,39) intorno all’anno 49. Da quel momento si perdono le sue tracce. Tertulliano gli attribuisce la Lettera agli Ebrei, il che non manca di verosimiglianza perché, essendo della tribù di Levi, Barnaba poteva avere un interesse per il tema del sacerdozio. E la Lettera agli Ebrei ci interpreta in modo straordinario il sacerdozio di Gesù.
Un altro compagno di Paolo fu Sila, forma grecizzata di un nome ebraico (forse sheal, «chiedere, invocare», che è la stessa radice del nome «Saulo»), di cui risulta anche la forma latinizzata Silvano. Il nome Sila è attestato solo nel Libro degli Atti, mentre il nome Silvano compare solo nelle Lettere paoline. Egli era un giudeo di Gerusalemme, uno dei primi a farsi cristiano, e in quella Chiesa godeva di grande stima (cfr At 15,22), essendo considerato profeta (cfr At 15,32). Fu incaricato di recare «ai fratelli di Antiochia, Siria e Cilicia» (At 15,23) le decisioni prese al Concilio di Gerusalemme e di spiegarle. Evidentemente egli era ritenuto capace di operare una sorta di mediazione tra Gerusalemme e Antiochia, tra ebreo-cristiani e cristiani di origine pagana, e così servire l’unità della Chiesa nella diversità di riti e di origini. Quando Paolo si separò da Barnaba, assunse proprio Sila come nuovo compagno di viaggio (cfr At 15,40). Con Paolo egli raggiunse la Macedonia (con le città di Filippi, Tessalonica e Berea), dove si fermò, mentre Paolo proseguì verso Atene e poi Corinto. Sila lo raggiunse a Corinto, dove cooperò alla predicazione del Vangelo; infatti, nella seconda Lettera indirizzata da Paolo a quella Chiesa, si parla di «Gesù Cristo, che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo» (2 Cor 1,19). Si spiega così come mai egli risulti come co-mittente, insieme a Paolo e Timoteo, delle due Lettere ai Tessalonicesi. Anche questo mi sembra importante. Paolo non agisce da “solista”, da puro individuo, ma insieme con questi collaboratori nel “noi” della Chiesa. Questo “io” di Paolo non è un “io” isolato, ma un “io” nel “noi” della Chiesa, nel “noi” della fede apostolica. E Silvano alla fine viene menzionato pure nella Prima Lettera di Pietro, dove si legge: «Vi ho scritto per mezzo di Silvano, fratello fedele» (5,12). Così vediamo anche la comunione degli Apostoli. Silvano serve a Paolo, serve a Pietro, perché la Chiesa è una e l’annuncio missionario è unico.
Il terzo compagno di Paolo, di cui vogliamo fare memoria, è chiamato Apollo, probabile abbreviazione di Apollonio o Apollodoro. Pur trattandosi di un nome di stampo pagano, egli era un fervente ebreo di Alessandria d’Egitto. Luca nel Libro degli Atti lo definisce «uomo colto, versato nelle Scritture… pieno di fervore» (18,24-25). L’ingresso di Apollo sulla scena della prima evangelizzazione avviene nella città di Efeso: lì si era recato a predicare e lì ebbe la fortuna di incontrare i coniugi cristiani Priscilla e Aquila (cfr At 18,26), che lo introdussero ad una conoscenza più completa della “via di Dio” (cfr At 18,26). Da Efeso passò in Acaia raggiungendo la città di Corinto: qui arrivò con l’appoggio di una lettera dei cristiani di Efeso, che raccomandavano ai Corinzi di fargli buona accoglienza (cfr At 18,27). A Corinto, come scrive Luca, «fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo» (At 18,27-28), il Messia. Il suo successo in quella città ebbe però un risvolto problematico, in quanto vi furono alcuni membri di quella Chiesa che nel suo nome, affascinati dal suo modo di parlare, si opponevano agli altri (cfr 1 Cor 1,12; 3,4-6; 4,6). Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi esprime apprezzamento per l’operato di Apollo, ma rimprovera i Corinzi di lacerare il Corpo di Cristo suddividendosi in fazioni contrapposte. Egli trae un importante insegnamento da tutta la vicenda: sia io che Apollo – egli dice – non siamo altro che diakonoi, cioè semplici ministri, attraverso i quali siete venuti alla fede (cfr 1 Cor 3,5). Ognuno ha un compito differenziato nel campo del Signore: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere… Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio» (1 Cor 3,6-9). Rientrato a Efeso, Apollo resistette all’invito di Paolo di tornare subito a Corinto, rimandando il viaggio a una data successiva da noi ignorata (cfr 1 Cor 16,12). Non abbiamo altre sue notizie, anche se alcuni studiosi pensano a lui come a possibile autore della Lettera agli Ebrei, della quale, secondo Tertulliano, sarebbe autore Barnaba.
Tutti e tre questi uomini brillano nel firmamento dei testimoni del Vangelo per una nota in comune oltre che per caratteristiche proprie di ciascuno. In comune, oltre all’origine giudaica, hanno la dedizione a Gesù Cristo e al Vangelo, insieme al fatto di essere stati tutti e tre collaboratori dell’apostolo Paolo. In questa originale missione evangelizzatrice essi hanno trovato il senso della loro vita, e in quanto tali stanno davanti a noi come modelli luminosi di disinteresse e di generosità. E ripensiamo, alla fine, ancora una volta a questa frase di san Paolo: sia Apollo, sia io siamo tutti ministri di Gesù, ognuno nel suo modo, perché è Dio che fa crescere. Questa parola vale anche oggi per tutti, sia per il Papa, sia per i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, i laici. Tutti siamo umili ministri di Gesù. Serviamo il Vangelo per quanto possiamo, secondo i nostri doni, e preghiamo Dio perché faccia Lui crescere oggi il suo Vangelo, la sua Chiesa.

SAN PAOLO APOSTOLO – COLLABORATORI

https://paoloapostolo.wordpress.com/paolo-di-tarso-2/i-collaboratori-di-paolo/

SAN PAOLO APOSTOLO – COLLABORATORI

In genere Paolo viene descritto come un predicare solitario, un missionario autonomo, un apostolo indipendente, dimenticando che egli è stato un grande uomo di relazioni, un apostolo capace di guadagnare, coinvolgere, ascoltare collaboratori sempre nuovi alla causa del Vangelo. Minimizzare il team missionario di Paolo, equivale a perdere una sfumatura preziosa del suo volto. È bene, quindi, far conoscenza di alcuni componenti di questo team. Andronico e Giunia. Residenti a Roma e parenti dell’Apostolo, Andronico e Giunia sono probabilmente marito e moglie. Paolo sottolinea che entrambi sono diventati cristiani prima di lui e li chiama “apostoli insigni”. E significativo che una donna venga qualificata con tale titolo che ne fa una protagonista dell’evangelizzazione. Entrambi sono menzionati nei saluti della lettera ai Romani (16,7). Apollo. Personalità dinamica, Apollo viene considerato un giudeo di Alessandria, formato alla scuola di Giovanni Battista. Esperto della Torah, con abilità oratorie non indifferenti, fu “catechizzato” a Efeso da Aquila e Priscilla e inviato a Corinto dove svolse una lunga missione, divenendo una figura autorevole. Spesso identificato con l’autore della lettera agli Ebrei, Apollo nella storia del primo cristianesimo, resta una figura dalle tinte sfuocate, un uomo di talento, capace di affascinare ma anche di creare tensioni nelle comunità in cui opera. Aquila e Priscilla (o Prisca). Questa coppia di sposi riveste un ruolo di primo piano nell’apostolato di Paolo. Prezioso punto di riferimento per l’Apostolo, essi seguono da vicino non solo il delicato caso di Apollo, ma anche la non facile comunità di Efeso. Espulsi da Roma in seguito a un editto dell’imperatore Claudio, si rifugiano a Corinto dove prestano ospitalità e offrono lavoro a Paolo. In Rm 16,3-8 Paolo indirizza ai due sposi parole colme di riconoscenza: pur di salvargli la vita, essi non hanno esitato a mettere a rischio le loro teste. La chiesa li ricorda l’8 luglio. Aristarco. Compagno di prigionia di Paolo (Col 4,10), Aristarco sembra essere originario della Macedonia, convertito a Tessalonica. Partecipa al terzo viaggio missionario in Macedonia, Grecia, Asia, Gerusalemme. È collaboratore di Paolo a Efeso dove, insieme a Gaio, subisce il linciaggio della folla durante la sommossa degli orefici (At 19,29; Fm 24). È al fianco dell’Apostolo nel viaggio da Gerusalemme a Roma (At 27,2). La chiesa lo ricorda il 4 agosto. Barnaba. Venerato fin dai primi secoli con il titolo di apostolo, è il primo maestro cristiano di Paolo: lo presenta al collegio apostolico, lo va a cercare a Tarso, lo avvia alla missione. Con lui condivide il primo viaggio missionario a Cipro, sua patria, in Licaonia e in Pisidia. Dopo il confronto con “le colonne” a Gerusalemme e, probabilmente in seguito all’incidente di Antiochia (Gal 2,11-14), si separa da Paolo (At 15,36-39), dedicandosi all’annuncio del Vangelo a Cipro dove, secondo la Tradizione, il suo corpo viene lapidato e bruciato. Una leggenda dell’VIII secolo lo presenta come fondatore della comunità cristiana di Roma e primo vescovo di Milano. La chiesa lo ricorda l’11 giugno. Dema. Citato nei saluti della lettera ai Colossesi e in quella a Filemone, Dema è stato a lungo un collaboratore fidato di Paolo. Un giorno però decide di lasciarlo (2Tm 4,10). Quali i motivi? Forse Dema ne ha abbastanza della povertà paolina o forse viene preso dal timore di un amaro destino prevedendo, non a torto, condanne e persecuzioni. Leggende successive ne fanno un uomo infido e intrigante, che finisce la sua vita come un apostata. Epafra. Convertito di Colossi, fu ministro di questa comunità insieme a Paolo (Col 1,7-8) e suo compagno di prigionia a Efeso (Fm 23). Secondo alcuni, mentre Paolo operava a Efeso, sotto la sua guida, egli evangelizzò le comunità di Colossi, Gerapoli e Laodicea. Visitando Paolo prigioniero a Roma, lo avrebbe informato circa l’andamento delle comunità, spingendo l’Apostolo a scrivere la lettera ai Colossesi. La chiesa lo ricorda il 19 luglio. Epafrodíto. Probabilmente originario di Filippi (Fil 2,25; 4,13), portò un aiuto economico all’Apostolo prigioniero a Roma. Qui si ammalò, forse a causa del lungo viaggio affrontato da Filippi a Roma. Nella lettera ai Filippesi viene citato come esempio di dedizione all’apostolato, compagno di lavoro e di lotta, modello di fedeltà al Vangelo fino a rasentare la morte (Fil 2,25-30). Erasto. Convertito di Corinto, viene presentato da Paolo come il “tesoriere della città” (Rm 16,23). Raggiunge l’Apostolo a Efeso, e insieme a Timoteo viene inviato in Macedonia per preparare la missione di Paolo. Quando quest’ultimo sarà trasferito a Roma, Erasto rimane a Corinto (2Tm 4,20). Un’iscrizione trovata negli scavi archeologici della città riporta: “Erasto fece pavimentare questa strada a sue spese durante la sua nomina a responsabile dei lavori pubblici”. Si tratta della medesima persona? Difficile rispondere… Fílemone. Collaboratore di Paolo e destinatario dell’omonima lettera, Filemone è un convertito di Colossi che mette la propria casa a disposizione della comunità. Marito di Appia, di condizione agiata, è proprietario di schiavi. Tra questi figura Onesimo, il “figlio” che Paolo ha generato in catene (Fm 10).   Giasone. Presentato come “mio parente” da Paolo, nel momento in cui viene redatta la lettera ai Romani, risiede a Corinto (Rm 16,21). Forse va identificato con l’uomo che, in precedenza, aveva accolto Paolo e Sila a Tessalonica, dando loro ospitalità e facendo della propria casa l’epicentro dell’evangelizzazione. Accusato di “favoreggiamento” dai giudei ostili a Paolo, fu trascinato davanti ai politarchi della città e obbligato a pagare una cauzione (At 17,1-9). Giovanni Marco. Figlio di una delle prime donne cristiane, di nome Maria, che ospitava nella sua casa la piccola comunità degli inizi, Giovanni Marco viene identificato come l’autore del secondo Vangelo. È cugino di Barnaba (Col 4,10) ed è al fianco di Paolo e dello zio nel primo viaggio missionario. A un certo punto, però, forse per timore o per le fatiche legate al viaggio, decise di “rientrare alla base”. La cosa non piace a Paolo e la sua defezione sarà causa del contrasto tra questi e Barnaba in At 15,36-40. Dopo parecchi anni lo ritroviamo al fianco di Paolo, prima ad Efeso e poi nella prigionia romana (2Tm 4,11). La tradizione lo vede operante ad Alessandria fino al 62 d.C. e, successivamente, a Roma con Pietro, dalla cui viva testimonianza avrebbe attinto il contenuto del suo Vangelo. La chiesa lo ricorda il 25 aprile. Lidia. È una donna benestante, appartenente al gruppo dei proseliti, menzionata nei soli Atti degli Apostoli. Una figura emblematica che, sfidando i costumi del tempo, svolge un lavoro “maschile” (il commercio della porpora) e “manda avanti la ditta”. Originaria di Tiatira, con molta probabilità, fu punto di riferimento della comunità cristiana di Filippi, che Paolo ricorderà sempre per la generosa ospitalità (Fil 1,5; 4,10). La chiesa la ricorda il 20 maggio. Luca. Inseparabile discepolo dell’Apostolo, Luca tra i quattro evangelisti è l’unico non ebreo, primizia dell’apertura della prima comunità al mondo pagano. Negli Atti partecipa da vicino ai viaggi missionari di Paolo: si imbarca con lui a Troade, durante il secondo viaggio missionario e resta con Paolo fino alla sua partenza da Filippi (16,10-40); è nuovamente al suo fianco alla fine del terzo viaggio missionario, lungo il cammino che dalla Macedonia conduce a Gerusalemme. Due anni più tardi si imbarcherà con lui affrontando il lungo e travagliato viaggio che da Cesarea porterà l’Apostolo a Roma. II discepolo viene identificato con il “caro medico” citato in Col 4,14; Fm 24; 2Tm 4,11. La chiesa lo ricorda il 18 ottobre. Onesiforo. Discepolo originario dell’Asia, ha un importante ruolo nel momento in cui Paolo, a Efeso, viene fatto prigioniero (2Tm 1,16.18). Poco prima del martirio dell’Apostolo, è al suo fianco a Roma (2Tm 1,17). La letteratura apocrifa lo presenta come un amico di Tito, marito di una donna di nome Lectra. I due coniugi avrebbero messo generosamente la propria casa a disposizione della comunità, facendone una chiesa domestica. La chiesa lo ricorda il 6 settembre. Onesimo. Convertitosi durante una delle esperienze di prigionia dell’Apostolo, Onesimo viene definito dall’Apostolo il “mio figlio generato nelle catene” (Fm 10). Schiavo di Filemone, era fuggito, in circostanze poco chiare, dal suo padrone. Paolo lo adotta come prezioso messaggero e invita Filemone al perdono. La tradizione identificherà Onesimo con uno dei primi vescovi di Efeso. Ignazio di Antiochia, dopo averlo incontrato, lo descrive come un uomo di “indicibile carità”. La chiesa lo ricorda il 15 febbraio. Sila. Noto anche come Silvano (suo nome latino), è il grande compagno dell’Apostolo lungo il secondo viaggio missionario. Insieme a Paolo e Timoteo, Sila è il mittente di 1-2Ts, personalità di mediazione, scelta dalla stessa comunità madre di Gerusalemme per risanare le tensioni tra giudeo-cristiani e pagano-cristiani. Con molta probabilità fu al fianco di Pietro durante l’attività di quest’ultimo nella capitale (1Pt 5,12). Nel Martirologio Romano Sila viene ricordato il 13 luglio. Stefana. È il primo convertito della chiesa di Corinto, battezzato dallo stesso Paolo insieme con la sua famiglia (ICor 1,16). Uomo di condizione agiata, mette la propria casa a disposizione della comunità (1Cor 16,15). Insieme ad Acaico e a Fortunato, visita Paolo, mentre questi si trova ad Efeso. L’Apostolo lo presenta come un esemplare collaboratore (1Cor 16,16-18). Tichico. “Caro fratello, ministro fedele, mio compagno nel servizio del Signore”. Con questi termini Paolo presenta Tichico ai credenti di Colossi. Corriere per le Chiese dell’Asia, lavora al fianco di Onesimo. Con molta probabilità ha accompagnato Paolo da Efeso in Macedonia, poi a Gerusalemme e forse anche a Roma. Secondo Tt 3,12 fu con Paolo a Nicopoli da dove partì alla ricerca di Tito. Timoteo. Di madre giudea e di padre greco, Timoteo fece parte del secondo e del terzo “team missionario”. Paolo lo sottopone alla circoncisione per evitargli spiacevoli inconvenienti da parte dei giudei nell’attività missionaria. È al suo fianco in momenti delicati e viene espressamente chiamato a Roma dall’Apostolo, durante la sua ultima prigionia. “Vero figlio nella fede” (1Tm 1,2), Paolo lo presenta ai cristiani di Filippi come il più caro dei discepoli (“non ho nessuno d’animo uguale al suo”: Fil 2,20). La 2Tm viene considerata come il testamento spirituale lasciato a questo discepolo prediletto che seguì Paolo “da vicino nell’insegnamento, nella condotta, nella fede, nella magnanimità, nell’amore del prossimo, nella pazienza, nelle persecuzioni, nelle sofferenze”. Secondo una tradizione tardiva. Timoteo mori martire a Efeso nel 97. La chiesa lo ricorda il 26 gennaio, insieme a Tito. Tito. Accompagnatore di Paolo all’importante assemblea di Gerusalemme, è il rappresentante dei pagani convertiti (Gal 2,1). Durante il terzo viaggio missionario viene inviato a Corinto per risolvere la difficile crisi della comunità (2Cor 7,5-7), incarico che svolse con successo. Secondo l’omonima lettera, Paolo lo avrebbe lasciato a Creta per stabilire presbiteri sulle diverse comunità; avrebbe quindi dovuto raggiungere l’Apostolo a Nicopoli (Tt 3,12). Poco prima della morte di Paolo, Tito adempie il ministero in Dalmazia (2Tm 4,10). Un’antica tradizione riferisce che egli sarebbe morto a Creta in età molto avanzata. La chiesa lo ricorda il 26 gennaio, insieme a Timoteo. Trofimo. Discepolo di origine pagana, è accanto a Paolo negli ultimi anni di apostolato. Ammalatosi a Mileto non poté seguirlo fino a Roma (2Tim 4,20). Trofimo fu la causa indiretta dell’arresto di Paolo: stando al racconto lucano, i giudei lo avevano visto in sua compagnia per la città e avevano pensato che l’Apostolo lo avesse introdotto nell’area dei tempio riservata agli israeliti.

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BENEDETTO XVI: BARNABA, SILVANO E APOLLO

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 31 gennaio 2007

BARNABA, SILVANO E APOLLO

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo il nostro viaggio tra i protagonisti delle origini cristiane, dedichiamo oggi la nostra attenzione ad alcuni altri collaboratori di san Paolo. Dobbiamo riconoscere che l’Apostolo è un esempio eloquente di uomo aperto alla collaborazione: nella Chiesa egli non vuole fare tutto da solo, ma si avvale di numerosi e diversificati colleghi. Non possiamo soffermarci su tutti questi preziosi aiutanti, perché sono molti. Basti ricordare, tra gli altri, Èpafra (cfr Col 1,7; 4,12; Fm 23), Epafrodìto (cfr Fil 2,25; 4,18), Tìchico (cfr At 20,4; Ef 6,21; Col 4,7; 2 Tm 4,12; Tt 3,12), Urbano (cfr Rm 16,9), Gaio e Aristarco (cfr At 19,29; 20,4; 27,2; Col 4,10). E donne come Febe (cfr Rm 16, 1), Trifèna e Trifòsa (cfr Rm 16, 12), Pèrside, la madre di Rufo — della quale san Paolo dice: “È madre anche mia” (cfr Rm 16, 12-13) — per non dimenticare coniugi come Prisca e Aquila (cfr Rm 16, 3; 1Cor 16, 19; 2Tm 4, 19). Oggi, tra questa grande schiera di collaboratori e di collaboratrici di san Paolo rivolgiamo il nostro interessamento a tre di queste persone, che hanno svolto un ruolo particolarmente significativo nell’evangelizzazione delle origini: Barnaba, Silvano e Apollo.
Barnaba significa «figlio dell’esortazione» (At 4,36) o «figlio della consolazione» ed è il soprannome di un giudeo-levita nativo di Cipro. Stabilitosi a Gerusalemme, egli fu uno dei primi che abbracciarono il cristianesimo, dopo la risurrezione del Signore. Con grande generosità vendette un campo di sua proprietà consegnando il ricavato agli Apostoli per le necessità della Chiesa (cfr At 4,37). Fu lui a farsi garante della conversione di Saulo presso la comunità cristiana di Gerusalemme, la quale ancora diffidava dell’antico persecutore (cfr At 9,27). Inviato ad Antiochia di Siria, andò a riprendere Paolo a Tarso, dove questi si era ritirato, e con lui trascorse un anno intero, dedicandosi all’evangelizzazione di quella importante città, nella cui Chiesa Barnaba era conosciuto come profeta e dottore (cfr At 13,1). Così Barnaba, al momento delle prime conversioni dei pagani, ha capito che quella era l’ora di Saulo, il quale si era ritirato a Tarso, sua città. Là è andato a cercarlo. Così, in quel momento importante, ha quasi restituito Paolo alla Chiesa; le ha donato, in questo senso, ancora una volta l’Apostolo delle Genti. Dalla Chiesa antiochena Barnaba fu inviato in missione insieme a Paolo, compiendo quello che va sotto il nome di primo viaggio missionario dell’Apostolo. In realtà, si trattò di un viaggio missionario di Barnaba, essendo lui il vero responsabile, al quale Paolo si aggregò come collaboratore, toccando le regioni di Cipro e dell’Anatolia centro-meridionale, nell’attuale Turchia, con le città di Attalìa, Perge, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe (cfr At 13-14). Insieme a Paolo si recò poi al cosiddetto Concilio di Gerusalemme dove, dopo un approfondito esame della questione, gli Apostoli con gli Anziani decisero di disgiungere la pratica della circoncisione dall’identità cristiana (cfr At 15,1-35). Solo così, alla fine, hanno ufficialmente reso possibile la Chiesa dei pagani, una Chiesa senza circoncisione: siamo figli di Abramo semplicemente per la fede in Cristo.
I due, Paolo e Barnaba, entrarono poi in contrasto, all’inizio del secondo viaggio missionario, perché Barnaba era dell’idea di prendere come compagno Giovanni Marco, mentre Paolo non voleva, essendosi il giovane separato da loro durante il viaggio precedente (cfr At 13,13; 15,36-40). Quindi anche tra santi ci sono contrasti, discordie, controversie. E questo a me appare molto consolante, perché vediamo che i santi non sono “caduti dal cielo”. Sono uomini come noi, con problemi anche complicati. La santità non consiste nel non aver mai sbagliato, peccato. La santità cresce nella capacità di conversione, di pentimento, di disponibilità a ricominciare, e soprattutto nella capacità di riconciliazione e di perdono. E così Paolo, che era stato piuttosto aspro e amaro nei confronti di Marco, alla fine si ritrova con lui. Nelle ultime Lettere di san Paolo, a Filèmone e nella seconda a Timoteo, proprio Marco appare come “il mio collaboratore”. Non è quindi il non aver mai sbagliato, ma la capacità di riconciliazione e di perdono che ci fa santi. E tutti possiamo imparare questo cammino di santità. In ogni caso Barnaba, con Giovanni Marco, ripartì verso Cipro (cfr At 15,39) intorno all’anno 49. Da quel momento si perdono le sue tracce. Tertulliano gli attribuisce la Lettera agli Ebrei, il che non manca di verosimiglianza perché, essendo della tribù di Levi, Barnaba poteva avere un interesse per il tema del sacerdozio. E la Lettera agli Ebrei ci interpreta in modo straordinario il sacerdozio di Gesù.
Un altro compagno di Paolo fu Sila, forma grecizzata di un nome ebraico (forse sheal, «chiedere, invocare», che è la stessa radice del nome «Saulo»), di cui risulta anche la forma latinizzata Silvano. Il nome Sila è attestato solo nel Libro degli Atti, mentre il nome Silvano compare solo nelle Lettere paoline. Egli era un giudeo di Gerusalemme, uno dei primi a farsi cristiano, e in quella Chiesa godeva di grande stima (cfr At 15,22), essendo considerato profeta (cfr At 15,32). Fu incaricato di recare «ai fratelli di Antiochia, Siria e Cilicia» (At 15,23) le decisioni prese al Concilio di Gerusalemme e di spiegarle. Evidentemente egli era ritenuto capace di operare una sorta di mediazione tra Gerusalemme e Antiochia, tra ebreo-cristiani e cristiani di origine pagana, e così servire l’unità della Chiesa nella diversità di riti e di origini. Quando Paolo si separò da Barnaba, assunse proprio Sila come nuovo compagno di viaggio (cfr At 15,40). Con Paolo egli raggiunse la Macedonia (con le città di Filippi, Tessalonica e Berea), dove si fermò, mentre Paolo proseguì verso Atene e poi Corinto. Sila lo raggiunse a Corinto, dove cooperò alla predicazione del Vangelo; infatti, nella seconda Lettera indirizzata da Paolo a quella Chiesa, si parla di «Gesù Cristo, che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo» (2 Cor 1,19). Si spiega così come mai egli risulti come co-mittente, insieme a Paolo e Timoteo, delle due Lettere ai Tessalonicesi. Anche questo mi sembra importante. Paolo non agisce da “solista”, da puro individuo, ma insieme con questi collaboratori nel “noi” della Chiesa. Questo “io” di Paolo non è un “io” isolato, ma un “io” nel “noi” della Chiesa, nel “noi” della fede apostolica. E Silvano alla fine viene menzionato pure nella Prima Lettera di Pietro, dove si legge: «Vi ho scritto per mezzo di Silvano, fratello fedele» (5,12). Così vediamo anche la comunione degli Apostoli. Silvano serve a Paolo, serve a Pietro, perché la Chiesa è una e l’annuncio missionario è unico.
Il terzo compagno di Paolo, di cui vogliamo fare memoria, è chiamato Apollo, probabile abbreviazione di Apollonio o Apollodoro. Pur trattandosi di un nome di stampo pagano, egli era un fervente ebreo di Alessandria d’Egitto. Luca nel Libro degli Atti lo definisce «uomo colto, versato nelle Scritture… pieno di fervore» (18,24-25). L’ingresso di Apollo sulla scena della prima evangelizzazione avviene nella città di Efeso: lì si era recato a predicare e lì ebbe la fortuna di incontrare i coniugi cristiani Priscilla e Aquila (cfr At 18,26), che lo introdussero ad una conoscenza più completa della “via di Dio” (cfr At 18,26). Da Efeso passò in Acaia raggiungendo la città di Corinto: qui arrivò con l’appoggio di una lettera dei cristiani di Efeso, che raccomandavano ai Corinzi di fargli buona accoglienza (cfr At 18,27). A Corinto, come scrive Luca, «fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo» (At 18,27-28), il Messia. Il suo successo in quella città ebbe però un risvolto problematico, in quanto vi furono alcuni membri di quella Chiesa che nel suo nome, affascinati dal suo modo di parlare, si opponevano agli altri (cfr 1 Cor 1,12; 3,4-6; 4,6). Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi esprime apprezzamento per l’operato di Apollo, ma rimprovera i Corinzi di lacerare il Corpo di Cristo suddividendosi in fazioni contrapposte. Egli trae un importante insegnamento da tutta la vicenda: sia io che Apollo – egli dice – non siamo altro che diakonoi, cioè semplici ministri, attraverso i quali siete venuti alla fede (cfr 1 Cor 3,5). Ognuno ha un compito differenziato nel campo del Signore: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere… Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio» (1 Cor 3,6-9). Rientrato a Efeso, Apollo resistette all’invito di Paolo di tornare subito a Corinto, rimandando il viaggio a una data successiva da noi ignorata (cfr 1 Cor 16,12). Non abbiamo altre sue notizie, anche se alcuni studiosi pensano a lui come a possibile autore della Lettera agli Ebrei, della quale, secondo Tertulliano, sarebbe autore Barnaba.
Tutti e tre questi uomini brillano nel firmamento dei testimoni del Vangelo per una nota in comune oltre che per caratteristiche proprie di ciascuno. In comune, oltre all’origine giudaica, hanno la dedizione a Gesù Cristo e al Vangelo, insieme al fatto di essere stati tutti e tre collaboratori dell’apostolo Paolo. In questa originale missione evangelizzatrice essi hanno trovato il senso della loro vita, e in quanto tali stanno davanti a noi come modelli luminosi di disinteresse e di generosità. E ripensiamo, alla fine, ancora una volta a questa frase di san Paolo: sia Apollo, sia io siamo tutti ministri di Gesù, ognuno nel suo modo, perché è Dio che fa crescere. Questa parola vale anche oggi per tutti, sia per il Papa, sia per i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, i laici. Tutti siamo umili ministri di Gesù. Serviamo il Vangelo per quanto possiamo, secondo i nostri doni, e preghiamo Dio perché faccia Lui crescere oggi il suo Vangelo, la sua Chiesa.

EPAFRA, UN UOMO NORMALE CHE AMAVA LA CHIESA (COMPAGNO DI PAOLO)

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EPAFRA, UN UOMO NORMALE CHE AMAVA LA CHIESA (COMPAGNO DI PAOLO)

La storia biblica è costellata di personaggi che, per il limitato spazio che viene loro concesso, vengono comunemente chiamati “minori”. Epafra è indubbiamente uno di questi. Ma bastano i pochi riferimenti che il Nuovo Testamento ci offre, relativamente alla sua vita, per farci capire che ci troviamo davanti ad un uomo di grande spessore spirituale il cui impegno nel servizio e nella preghiera possono esserci di esempio!
• “…secondo quello che avete imparato da Epafra, il nostro caro compagno di servizio, che è fedele ministro di Cristo per voi” (Cl 1:7).
• “Epafra, che è dei vostri ed è servo di Cristo, vi saluta. Egli lotta sempre per voi nelle sue preghiereperché stiate saldi, come uomini compiuti, completamente disposti a far la volontà di Dio. Infatti gli rendo testimonianza che si dà molta pena per voi, per quelli di Laodicea e per quelli di Ierapoli” (Cl 4:12-13).
• “Epafra, mio compagno di prigionia in Cristo Gesù, ti saluta” (Fi v. 23).

EPAFRA: chi era?
Paolo nella sua epistola ai Colossesi nomina due sole volte Epafra, uno dei suoi compagni d’opera e di ministerio e prigionia, discepolo importante nella storia della prima Chiesa.
Sono stato attratto da questo personaggio biblico “minore”, ma sicuramente importante per il piano di Dio a favore della sua Chiesa, e che è menzionato in tre soli brevi versetti biblici.
Infatti: è forse meno importante chi viene ricordato con una singola piccola frase come, ad esempio, quella riportata dalla Bibbia su Enoc, e cioè che “Enoc camminò con Dio”?
In questa piccola e breve frase è riassunta una vita intensa, una vita di ubbidienza e comunione col Signore, una vita come poche. Dio approvò e si compiacque di Enoc al punto che fece scrivere di lui questo breve epitaffio. Se Dio dovesse far scrivere qualcosa di me che cosa lascerebbe detto?

Chi era Epafra?
Come mai è diventato uno dei compagni d’opera citati dall’apostolo?
E soprattutto come mai aveva tanto spazio nel cuore di Paolo?
Senza voler inventare storie cercheremo di scavare a fondo nella Parola per ricercare quegli insegnamenti spirituali che possano essere utili per ciascuno di noi affinché, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, possiamo diventare anche noi degli Epafra.
Già il suo nome è ricco di interesse, ha infatti due possibili significati, assolutamente contrastanti l’uno con l’altro.
Nel primo caso è un abbreviativo del nome Epaphroditus che veniva imposto in onore di Epaphus, figlio di Giove e di Io, quindi ideale per un adoratore di idoli.
Invece l’altro significato è “amabile”.
Sicuramente Epafra era passato dall’essere un adoratore di idoli, al servizio del Dio vivente e vero, l’unico veramente amabile e che trasforma i cuori degli uomini e li rende simili a sé (1Te 1:9).
Amore espresso nel servizio
Della vita di Epafra si sa ben poco, infatti non abbiamo molte informazioni di lui dalla Bibbia. Ad esempio non ci viene detto se fosse giovane oppure anziano, neppure sappiamo se fosse sposato oppure no. Inoltre non abbiamo idea se esercitasse un attività professionale oppure fosse un servitore a pieno tempo nell’opera del Signore.
Apparentemente, pur essendo menzionato come un compagno d’opera di Paolo, era quello che noi definiremmo un credente qualsiasi.
Epafra probabilmente si convertì durante l’evangelizzazione di Paolo ad Efeso, e si suppone che sia stato il fondatore della chiesa che si riuniva a Colosse e, se così fosse, si giustificherebbe ancora di più il suo amore così profondo ed intenso per questa comunità.
Pur conoscendo poco di lui alcuni tratti della sua vita però sono molto chiari.
Era un uomo che amava grandemente la Chiesa: il suo più profondo desiderio era quello di spingere i credenti a conoscere sempre meglio la persona e l’opera del Signore Gesù Cristo. Solo il Signore sa quanto bisogno la Chiesa di oggi ha di uomini (e donne perché no?) che sono profondamente attaccati a Dio e innamorati della sua Chiesa. Uomini pronti al sacrificio (del proprio egoismo, dei propri interessi, della propria vita?) per trasmettere ad altri l’amore di Dio, e l’amore per Dio.
La prima indicazione su questo aspetto del “nostro” personaggio la troviamo all’inizio della lettera ai Colossesi:“Come avete anche imparato da Epafra, nostro caro compagno, il quale è un fedele ministro di Cristo per voi”(Cl 1:7).
Paolo dice che c’era da imparare da questo uomo, ed inoltre che era non solo un ministro (servo) di Cristo, ma anche un “fedele” ministro per loro, cioè per i credenti di Colosse.
Che bel quadro di servizio che viene dipinto di questo uomo di Dio.
È sempre opportuno e necessario che i credenti si pongano davanti alla Scrittura e si chiedano:
“Cosa ho imparato sino ad ora dal Signore? L’ho fatto mio? Sono io qualcuno che gli altri devono considerare un esempio? Ho qualcosa da insegnare o trasmettere? Gli altri mi possono considerare fedele?”
Queste domande non devono inorgoglirci né farci “gonfiare”, piuttosto devono portarci alla riflessione e farci mettere umilmente davanti allo specchio della Parola di Dio.
Non voglio spingere nessuno a sentirsi in colpa, perché ciò non è mai utile, piuttosto è il Signore che ci deve stimolare ad ubbidire alla sua Parola dopo averla ascoltata.
Quanti messaggi abbiamo ascoltato da quando siamo credenti?
Quanta lettura della Bibbia abbiamo fatto?
E di tutto ciò cosa è entrato veramente nella nostra vita pratica?
Se ci sentiamo mancanti, non scoraggiamoci, perché con il Signore c’è sempre speranza.
Penso a Pietro che dopo aver tradito il suo Signore era tornato a fare il pescatore, ma il Signore era là ad aspettarlo! Forse Gesù ci aspettando e ci sta chiedendo “Mi ami tu?”.
Se davvero lo amiamo, allora che aspettiamo a servirlo?
C’è bisogno di ognuno di noi nella sua Chiesa.
Fedeli nell’ascoltare Dio e nel servirlo!
Ritornando all’esempio che siamo chiamati ad essere, sembra ovvio dirlo ma non si può trasmettere ciò che non si è imparato, e la scuola di Dio è una scuola dove non ci sono bonus per gli esami o scorciatoie.
Alla scuola di Dio è lui stesso, il Signore, l’insegnante ed è anche colui che decide il programma e che stabilisce quando devono avvenire gli esami.
Pensiamo ad Abramo, che aspettò 99 anni per la sua prova più importante.
Vogliamo stare alla scuola di Dio?
Vogliamo imparare da questa scuola?
Siamo pronti a sottomettere la nostra volontà alla sua?
Siamo pronti a mettere in pratica quello che impariamo direttamente dal Signore?
Sappiamo aspettare i tempi di Dio, o vogliamo imporre al Signore i nostri obiettivi e la nostra tabella di marcia, per raggiungerli?
Spesso rimaniamo ammirati dagli esempi di uomini e di donne, di Dio che ci vengono presentati nella Scrittura, e ci domandiamo come possiamo imitare le loro “gesta”.
In realtà se esaminiamo bene ciò che di loro è detto scopriamo che ciò che ha fatto la differenza in loro è la loro ubbidienza, anche nelle piccole cose.
Non ci viene detto che Abramo discusse con Dio quando fu chiamato (Ge 12), così come Giosuè non discusse con Mosè sul come guidare il popolo, e neppure i profeti discutevano le indicazioni o i comandamenti di Dio, a parte delle limitate eccezioni (vedi Giona).
La loro forza era sempre e comunque la fede che si esprimeva nell’ubbidienza a colui che era ed è l’Onnipotente e il Fedele, colui che sa quello che fa.
Un’altra caratteristica menzionata da Paolo di Epafra è proprio la fedeltà.
A chi e a che cosa era fedele?
Era un fedele ministro di Cristo.
Il Signore era al centro della sua vita, egli aveva riposto la sua fede, il suo amore e la sua speranza in colui che lo aveva salvato dall’ira a venire e che ora lo portava a praticare il ministerio di Cristo nel servizio, nella fervente attesa del suo ritorno.
Qualcuno potrebbe chiedersi che cosa deve fare per essere, o diventare così. Non c’è nulla di male nel desiderare di somigliare a tali uomini, che sicuramente hanno basato la loro vita sulla fedeltà al loro Signore, e sull’ubbidienza al mandato e alla chiamata ricevuti da lui.
Chi desidera ciò desidera un opera buona, e soprattutto desidera assomigliare di più al proprio Signore.
Quindi in concreto che fare?
Come diventare così, e cioè uomini “qualunque” ma potenti nelle mani di Dio?
Situazioni problematiche da affrontare
Ritorniamo ad Epafra, per avere delle indicazioni sull’ambiente e sulla chiesa in cui Epafra viveva e si muoveva.
Grazie alla Parola di Dio abbiamo delle informazioni preziose, e possiamo dire che i problemi a Colosse non mancavano:
• Vedi ad esempio la “grana” tra il padrone Filemone e il suo schiavo Onesimo; in questo caso abbiamo un bell’esempio di come il Signore ci guidi a risolvere problemi di relazione che, se irrisolti, possono arrivare a devastare sia i rapporti personali sia le famiglie, e in molti casi addirittura devastare intere chiese. Non mi riferisco a principi biblici o dottrinali, su cui non è ammesso cedere, piuttosto a diverbi o questioni pratiche o personali. Spesso accade perché siamo incapaci di sopportare un torto e di perdonare, e per questioni di principio siamo anche disposti a distruggere l’opera di Cristo, anche se inconsapevolmente, pur di non cedere dalle nostre ragioni o diritti.
• Inoltre pare che i Colossesi si erano lasciati convincere da qualche predicatore itinerante di estrazione giudaica ad attribuire eccessiva importanza a riti, a tradizioni e a precetti della legge (Cl 2:4-23).
Dobbiamo fare attenzione al grosso pericolo in cui possiamo incorrere, perché spesso il voler rispettare delle regole nasconde in realtà il desiderio di sentirci a posto davanti a Dio, sempre pronti a vedere la pagliuzza nell’occhio del nostro fratello… Certamente noi non dobbiamo seguire o rispettare riti, tradizioni, ma piuttosto dobbiamo essere pronti a chiederci chi e che cosa vogliamo seguire.
È il Signore la nostra via?
È la sua Parola la nostra guida?
Posso in qualche modo guadagnare il mio fratello in modo “amabile” piuttosto che criticarlo forse per la sua giovane età, o immaturità spirituale?
• Un altro errore di quei credenti consisteva nel credere che bisognava ricorrere a riti speciali per difendersi dalle potenze ultraterrene, o propiziarsene l’aiuto (culto degli angeli, v.18). Questo errore non dovrebbe riguardarci, eppure nelle nostre realtà quotidiane quante volte facciamo nostri piccoli “rituali”, come ad esempio indossare quell’abito che quella volta ci ha portato “bene”? E che dire di alcuni che sono sempre presenti solo al culto della domenica (la nostra “grande messa”) ed invece trascurano gli incontri settimanali? Anche questo è un rito! Qualcuno potrebbe sorridere, ma la Scrittura invece ci invita a “vegliare” per vedere se noi siamo indenni da ciò che condanniamo.
• Un quarto errore del loro comportamento era quello di voler mortificare il corpo con pratiche ascetiche(2:23). Le pratiche di austerità corporale, osserva Paolo, pur servendo ad umiliare il nostro fisico, non ci fanno in realtà mutare nell’intimo. Peggio ancora, potrebbero inorgoglirci (servono solo a soddisfare la carne), come fanno molti nel mondo ancora oggi.
Cosa fare allora per diventare uomini e donne nelle mani di Dio, esattamente come un Epafra che si dava da fare per sostenere i suoi fratelli che correvano questi pericoli?
Se siamo giovani abbiamo l’esempio di Giuseppe, che nonostante le grandi difficoltà affrontate, poteva dire che era Dio alla guida della sua vita e che lo faceva prosperare. (Ge 39). E Giuseppe sicuramente è un campione di fede da seguire nella mansuetudine, nella fede in Dio, nella speranza che Dio opera nelle vite di coloro che gli appartengono e che mai dimentica coloro che egli ama, nonostante abbia attraversato prove incredibili. Il Signore è fedele, vi renderà saldi (2Te 3:3)!
Se siamo uomini o donne maturi, seguiamo l’esempio di Aquila e Priscilla che furono “flessibili” nell’impostare la loro vita depositandola sull’altare della volontà di Dio, che non solo li benedisse ma si servì potentemente di loro per la nascita di chiese, la crescita di credenti, e l’aiuto concreto ai loro fratelli.
Se siamo in là negli anni o anziani di età, ricordiamo l’esempio di Anna che seppur ottant#940101;ttrenne era occupata nelle preghiere al servizio del popolo di Dio, sempre disponibile per gli altri nella preghiera e nel servizio.
Ciascuno di noi, nell’ubbidienza, nella fedeltà e costanza nel proprio cammino di fede, e nella consacrazione al Signore può trovare la gioia della propria vita, ma soprattutto può diventare una luce per coloro che ci stanno intorno, chiedendo a Dio di mostrarci la “nostra propria via” che lui stesso, e non un uomo, ha preparato.

Epafra: un uomo di preghiera!
Epafra era diventato un esempio per molti e il suo impegno non era passato inosservato, perché il suo movente era quello di piacere al Dio che lo aveva salvato e dare gloria solo a lui.
E come facciamo a sapere questo?
Mostrava amore sincero e servizio costante verso coloro che erano amati da Dio e che per mezzo della sua grazia erano diventati sui fratelli.
Com’è il mio amore?
E il mio servizio, è continuo? È disinteressato?
Per amore Epafra si dava molto da fare per la Chiesa e pregava incessantemente per essa. Spesso noi abbiamo una concezione del servizio che discende dall’ambiente “cattolico” da cui proveniamo, per cui occorre fare e ancora fare ed impegnarsi nelle cose concrete (le opere).
E qui c’è un possibile pericolo! Non che ci sia qualcosa di male nel “fare” per il Signore, ma guai se il servizio diventa il nostro idolo e la nostra missione e se invece non è dedizione alla persona del Signore e se non è la sua approvazione, che ci spinge e ci sostiene nel servizio. Dobbiamo sempre ricordare che il Signore condannò chi versava l’obolo nelle casse del tempio (cosa buona in sé), perché la loro motivazione era sbagliata ed incentrata sul proprio egoismo e non sul Signore e sulla sua gloria.

Ma qual’era il servizio particolare di Epafra?
La preghiera costante e continua.
Quanti credenti sono “impegnati” con costanza, per la chiesa e nella chiesa, nel servizio essenziale e fondamentale della preghiera?
Perché sono così pochi?
Forse perché nel fare e nell’operare c’è visibilità e (forse) ci sono apprezzamenti e riconoscimenti, mentre invece la preghiera comporta sacrificio e dedizione continua ed è un servizio nascosto, ed apparentemente senza risultati immediati.
E in questo non c’è da stupirsi, infatti da sempre i credenti ricercano, e vogliono esercitare, i doni più appariscenti, come già accadeva a Corinto.
Ma è questo che il Signore vuole realmente da me, o per me?
È questo l’impegno che il Signore si aspetta da me?
Sono io che decido a quale servizio voglio essere dedicato e per quanto tempo e quando, oppure lascio al mio Signore decidere dove io devo essere posto nel corpo e quanto impegno io debba dedicare al suo progetto di crescita spirituale stabilito per me?
Che il Signore ci dia di riflettere su queste domande affinché veramente sia lui a prendere gloria dal mio servizio e non io a gloriarmi di quello che svolgo per il Signore!
Che ciascuno di noi possa essere la persona giusta al posto giusto nel momento giusto per il grande servizio che Dio ha previsto per ognuno di noi!

La preghiera: un debito d’amore!
Pregare per gli altri, non è solo un comandamento, non è qualcosa di appariscente, ma può cambiare la vita, la mia per prima!
Nella preghiera prendiamo un impegno di amore e di servizio verso i fratelli (e non solo), servizio che deve diventare un debito d’amore. Pregare per gli altri significa presentare a Dio coloro che Dio ama e che lui mi ha messo vicino. Significa intercedere per i loro bisogni, anche se queste persone non mi sono simpatiche o addirittura se mi hanno fatto del male (consapevolmente o no).
D’altronde il Signore cosa ci ha insegnato?
Che esempio ci ha dato sulla preghiera?
Prima di tutto egli ha pregato il Padre di essere sempre pronto a fare la sua volontà. Questa è la nostra prima linea guida nella preghiera. Inoltre ha pregato per i suoi discepoli, soprattutto nelle ultime ore ben sapendo che da lì a poco lo avrebbero tradito ed abbandonato. E ha pregato sulla croce anche per i suoi carnefici!
E noi per chi preghiamo?
Il Signore non ci chiede di pregare “solo” per chi ci è simpatico, o per chi si avvicina di più alle nostre caratteristiche e nemmeno ci chiede di pregare sempre e solo per noi, alimentando così il nostro egoismo.
Il Signore ci ha comandato di pregare per i bisogni dei nostri fratelli.
E noi siamo attenti ai bisogni dei nostri fratelli? Li conosciamo? Ci interessiamo di loro?
Ripeto il debito d’amore lo abbiamo verso tutti i nostri fratelli, non solo verso quelli con cui andiamo d’accordo.
Che chiesa diversa sarebbe la nostra se ognuno di noi si impegnasse ogni giorno a presentare al trono della sua grazia i propri fratelli e sorelle, con i loro bisogni intercedendo con costanza e fedeltà!
Che bello sapere che ci sono fratelli che pregano per me! Questo mi incoraggia, mi rinforza e mi consola. Non posso che ringraziare il Signore per questo sostegno spirituale.
Epafra sarebbe rimasto una persona anonima se non avesse scelto una chiara posizione nei confronti del Signore e della sua opera: egli si era messo completamente a disposizione del Signore Gesù.
L’esempio di Epafra suggerisce alcune domande.
Fin dove arriva il mio amore per il Signore?
Fin dove arriva il mio amore per la sua opera e la sua Chiesa?
Quanto è normale per me amare tutti i figli di Dio?
Che cosa faccio io per aiutare gli altri a crescere nella fede?
Penso sia importante pregare per la mia chiesa e per ogni suo componente?
Quanto tempo dedico nella mia vita all’intercessione per i fratelli? (Sl 16:3; Gv 13:34, 35; Ef 4:15-6).
Epafra è veramente un grande esempio nella preghiera fervente ed incessante. Paolo ancora scrive di lui: “Egli è dei vostri, e servo di Cristo e lotta sempre per voi nelle sue preghiere perché stiate saldi, come uomini fatti, completamente disposti a fare la volontà di Dio” (Cl 4:12).
Epafra lottava nella preghiera, e nell’intercessione manifestando un impegno preciso, costante e fedele. Abbiamo bisogno di intercedere nelle nostre preghiere, presso il trono della misericordia di Dio, combattendo in preghiera a fianco di colui che vive sempre per intercedere per noi (Eb 7:25).
Il Signore Gesù Cristo solo sa quanto sia importante il combattimento contro le potenze, le potestà che guerreggiano ogni giorno contro di noi, al fine di abbatterci. Ci ricordiamo che queste potenze, ma soprattutto il principe di questo mondo, sanno di avere oramai poco tempo e si danno da fare notte e giorno per atterrarci e renderci inoffensivi?

Tre richieste di preghiera
Sono convinto che la lotta di Epafra fosse rivolta proprio contro il nemico di Dio, Satana, e per questo consapevolmente pregava, come detto con insistenza e costanza, per tre cose:
• perché i credenti rimanessero saldi, cioè fermi, forti, incrollabili, decisi nella fede;
• perché diventassero come uomini fatti e non come bambini che possono essere sballottati qua e là dalle favole e dalle false dottrine.
• perché fossero ben disposti verso Dio a fare la sua volontà.
Questi tre elementi ci dimostrano che la preghiera di Epafra non era generica ma precisa e diretta, mirata ai reali bisogni dei suoi fratelli e della chiesa.
Anche Elia pregava per il popolo quando disse: “Quanto tempo ancora zoppicherete?”. Con questo voleva dire:“Quale padrone volete seguire e servire? Perché non state saldi nella fede?” (1Re 18:21).
L’instabilità fa parte della nostra natura.
Al mattino possiamo essere pieni di zelo ed amore per il Signore, leggere la sua Parola e pregare ed essere così allegri da iniziare una bella giornata di comunione con lui.
E poi che succede?
Bastano un po’ di preoccupazioni, gettate lì dal nostro nemico, e un po’ di pensieri che il mondo ci presenta e “subito” ci dimentichiamo di ciò che abbiamo esperimentato alla mattina. Ecco perché abbiamo bisogno della preghiera per rimanere saldi e forti, incrollabili. Paolo pregava così per gli Efesini: “Per questo motivo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal qual ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende il nome, affinché egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore” (Ef.3:14 e segg.).
Abbiamo bisogno che il Signore, non un uomo, ci fortifichi ogni giorno, costantemente. Ed è un grande aiuto la preghiera di altri per noi, quando magari noi siamo “con le ruote sgonfie”, non è così?
La seconda richiesta fatta a Dio da Epafra era che i Colossesi crescessero e maturassero verso la perfezione. Gesù Cristo stesso aveva ricordato questo, dicendo: “Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5:44). Il desiderio di Epafra era che i credenti non rimanessero dei neonati nella fede e nella conoscenza di Dio, ma che crescessero nell’amore e nell’ubbidienza. La perfezione non è umana né di questa terra, ma la maturità si che è possibile.
“Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in lui, essendo radicati ed edificati nella fede, come vi è stato insegnato, abbondando in essa con ringraziamento” (Cl 2:6, 7).
La prima indicazione è l’obiettivo: siate perfetti, cioè maturi, come? Come il vostro Padre!
“Siate” indica qualcosa che ha a che fare con l’essere non con il sembrare. Non dobbiamo sembrare perfetti, ma esserlo interiormente. Possiamo raggiungere questo obiettivo attraverso la fede, perché da lì abbiamo cominciato e da lì dobbiamo proseguire. Se per fede, mediante la grazia di Dio, siamo dei nati di nuovo, alloraanche il nostro cammino deve avvenire per fede. Per fede dobbiamo credere che Dio potrà usare degli uomini qualunque, e delle donne qualunque, come me per trasformarli in uomini e donne maturi e perfetti, a lode e gloria del suo nome.
Per fede dobbiamo credere che Dio sa quello che fa, che niente è impossibile a lui, e che ogni cosa è sotto il suo controllo. Più agisco di testa mia nella mia vita, meno Dio ha spazio. Questo non significa che Dio mi deve indicare (o scegliere) il colore delle mie scarpe, ma sicuramente che davanti alle scelte della mia vita io debba chiedermi: “Dio cosa farebbe? Quale scelta glorifica Dio e la sua testimonianza? Questa cosa mi edifica o porta danno spirituale a me o ad altri?”
La terza richiesta di preghiera di Epafra per i suoi fratelli è questa: “perché stiate saldi, come uomini fatti, completamente disposti a fare la volontà di Dio”. Gesù stesso aveva detto: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l’opera sua… perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato” (Gv 6:38).
Il nostro problema non è forse quello che vogliamo fare la volontà di Dio, ma non riusciamo perché siamo avvinti dai nostri pensieri e desideri (1Sa 15:19-22; Mt 7:21)?
A noi è chiesto di essere disposti a fare la sua volontà. Mettendo insieme i diversi significati della parola“disposti”, abbiamo come risultato che dobbiamo essere pronti a stare dalla parte di Dio, e pronti e ben intenzionati a fare la sua volontà, non la nostra.
Da giovane mi chiedevo spesso quale fosse la volontà di Dio (a volte me lo chiedo ancora!) ma in realtà Dio mi ha sempre indicato la sua volontà nella sua Parola (la Bibbia) in modo chiaro.
Il mio problema, che è comune a molti, non è di sapere qual è la volontà di Dio, ma piuttosto di essere disposto a seguirla.
Sono disposto ad ubbidire alla sua volontà, come è indicata nella Bibbia? Sono pronto a sacrificare la mia volontà per fare la sua?
Epafra sapeva quanto è difficile fare la volontà di qualcun altro, deponendo la propria. Lo stesso vale per noi nel fare la volontà di Dio, quante volte sappiamo qual è la volontà di Dio per noi, ma la mettiamo da parte in nome del nostro orgoglio, o della nostra testardaggine, o perché non vogliamo sacrificare i nostri interessi. Ecco perché noi tutti abbiamo bisogno di qualcun altro che ci guidi, con l’esempio più che con le parole, e che preghi per noi affinché impariamo a cercare di conoscere di più e fare la volontà di Dio.
La preghiera di Epafra era che la volontà di Dio potesse essere realizzata nella vita dei cristiani di Colosse. Epafra preferiva parlare a Dio degli uomini, piuttosto che parlare agli uomini di Dio. Questo è un bel messaggio perché si fonda sulla consapevolezza che le mie parole sono umane e a volte rispecchiano le mie vedute sulla vita degli altri (giudizio?), mentre invece se chiedo a Dio di intervenire a sostegno dei bisogni di un fratello sicuramente Dio opererà nel migliore dei modi, magari proprio attraverso di me ma “usandomi” come “Lui” vuole e quando “Lui” vuole. A me sta aspettare le “sue” risposte alle preghiere, non anticipare la sua volontà, seguendo la mia.
Esempio di dedizione all’opera del Signore
Paolo scrive ancora di Epafra: “Infatti gli rendo testimonianza che si dà molta pena per voi, per quelli di Laodicea e di Ierapoli”.
Epafra ha investito molto tempo e donato sé stesso per l’opera del Signore e per la sua chiesa, ma anche per altre chiese (Laodicea, Ierapoli). Credo che questo possa essere un buon ricordo per tutti noi quando un giorno lasceremo questa terra ed incontreremo il Signore. Quanto sono preziosi quei fratelli e quelle sorelle in Cristo, che nel servizio della preghiera di intercessione compiono un ministerio straordinario. Tutti possono farlo, non servono grandi studi o grandi talenti. Non serve essere vicino al fratello alla sorella per cui voglio pregare. Non serve aver fatto la scuola biblica. Non serve saper parlare bene l’italiano. Sia io che te dobbiamo essere consapevoli della necessità che nessuno soffra per la mancanza in questo ministerio per la grazia di Dio.
“Molto può la preghiera perseverante del giusto fatta con efficacia”. Le tenebre devono cedere il posto alla luce di Dio. Oggi vogliamo chiederci:
“Prego io per i fratelli e per le sorelle della mia chiesa?”. Nel libro dell’Apocalisse, Laodicea è citata come una delle sette chiese che il Signore rimproverò, invitandola al ravvedimento. Il Signore si rivolse a questa chiesa in modo diretto e personale. Qualcuno ha detto che forse fu la risposta del Signore alle preghiere di Epafra, per la chiesa di Laodicea.
Epafra amava la chiesa di Colosse, e non solo, ed io quanto amo la chiesa locale in cui il Signore mi ha inserito? Aldilà delle mie parole, o delle mie pretese, saranno le mie premurose e costanti preghiere a testimoniare davanti a Dio, e agli uomini, quanto io ami la sua Chiesa.
La supplica di Epafra era che i credenti potessero essere benedetti giorno dopo giorno dal nostro Padre celeste.
Epafra divenne “compagno di prigione” di Paolo a Roma (Fi v. 23).
Ecco forse la conclusione del suo ministerio. Non sappiamo cosa facesse lì, ma sicuramente era con Paolo. Che strana fine direbbe qualcuno! Eppure nel servizio è sempre Dio che decide dove metterci, e sicuramente quel posto è il migliore.
Un giorno il Signore ci spiegherà tutto ed allora, solo allora, comprenderemo certe cose incomprensibili e sono sicuro avremo un’altra volta modo di adorarlo per le sue scelte.
Concludendo, possiamo dunque definire Epafra un uomo che seppe servire e soffrire per l’Opera del Signore, senza trascurare i bisogni spirituali, ma anche pratici dei suoi fratelli.
Che ognuno di noi sappia essere simile a colui che è il nostro Signore, ringraziandolo prima di tutto per il suo amore e per il suo esempio ed anche per l’esempio di tanti uomini e donne di Dio che ci hanno preceduto, sia nel servizio sia nell’arrivo alla sua presenza, attraverso un cammino che Dio ha disegnato con la sua “volontà” nell’ubbidienza della fede.

Publié dans:COLLABORATORI DI PAOLO |on 9 mars, 2015 |Pas de commentaires »

8 LUGLIO: SANTI AQUILA E PRISCILLA SPOSI E MARTIRI, DISCEPOLI DI SAN PAOLO

http://www.vivienna.it/2013/07/07/8-luglio-ss-aquila-e-priscilla/ 

8 LUGLIO: SANTI AQUILA E PRISCILLA SPOSI E MARTIRI, DISCEPOLI DI SAN PAOLO

Aquila e Priscilla – le grafie greche dei nomi sono rispettivamente:

Ἀκύλας, Akúlas, e Πρἰσκιλλα, Priskilla), due coniugi giudeo-cristiani, erano molto cari all’apostolo Paolo per la loro fervente collaborazione nel far conoscere la buona novella di Gesù. Aquila, giudeo originario del Ponto, trasferitosi in un tempo imprecisato a Roma, sposa Priscilla o Prisca. Troviamo i due, per la 1a volta a Corinto quando Paolo vi arriva, nel suo 2° viaggio apostolico, nel 51: essi erano venuti da poco nella capitale dell’Acaia, provenienti da Roma, loro abituale dimora, in seguito al decreto dell’imperatore Claudio che ordinava l’espulsione da Roma di tutti i giudei, cristiani o meno. Aquila e Priscilla erano probabilmente già cristiani, prima di incontrare Paolo a Corinto, come sembra suggerire la familiarità che, subito, nasce tra di loro, benché il Sinassario Costantinopolitano li dica, battezzati da Paolo. L’Apostolo, intuendo le buone qualità dei due sposi e l’utilità che ne poteva trarre, per la sua difficile Missione a Corinto, chiede o accetta di essere loro ospite. Esercitando essi il medesimo mestiere di Paolo (tessitori di tende), danno all’Apostolo di poter lavorare e provvedersi del necessario, senza essere di peso a nessuno. Quando poco dopo, si dice che, Paolo, lasciata la sinagoga, « entrò nella casa di Tizio Giusto, proselita », è impensabile che abbia lasciato la casa di Aquila e Priscilla. L’Apostolo, abbandonata la Sinagoga, per il rifiuto dei giudei a convertirsi, sceglie, come luogo di predicazione e di culto, la casa più vicina alla sinagoga, del proselita Tizio Giusto, pur mantenendo come sua dimora abituale, durante l’anno e mezzo che rimane a Corinto, la casa di Aquila e Priscilla. Però questa casa non funge da « chiesa domestica » in Corinto, come erano invece quelle di Roma e di Efeso. Quando Paolo, terminata la sua missione, fa ritorno in Siria, ha compagni di viaggio Aquila e Priscilla fino ad Efeso, dove essi si fermano. L’oggetto della loro sosta potrà essere stato commerciale, ma l’averla fatta coincidere con quella di Paolo, indica, oltre alla loro stima ed amore per lui, che essi non erano estranei alle sue preoccupazioni apostoliche. Infatti, li vediamo premurosi, dopo la partenza dell’Apostolo, nell’istruire « nella via del Signore », cioè nella catechesi cristiana, nientemeno che, Apollo, l’eloquente giudeo-alessandrino, versatissimo nelle Scritture, ma ignaro di qualche verità essenziale della Nuova dottrina, come il Battesimo di Gesù. Aquila e Priscilla, mossi da apostolico zelo, si prendono cura di completare la sua istruzione e quasi certamente di battezzarlo. Ad Efeso offrono la loro casa al servizio della Comunità per le adunanze cultuali (« Ecclesia domestica »). Paolo sarebbe stato loro ospite anche ad Efeso, come già lo era stato a Corinto. Scrive, infatti, da Efeso (verso il 55) : « Le comunità dell’Asia vi salutano. Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca con la comunità che si raduna nella loro casa »(1 Cor 16,19). Ma l’elogio più caldo di Aquila e Priscilla, l’Apostolo lo fa, scrivendo da Corinto ai Romani nel 58, (i due sposi per ragione del loro commercio, intanto, si erano trasferiti a Roma). Delle 25 persone salutate nel cap. 16 della lettera ai Romani, Aquila e Priscilla sono i primi: « Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa, e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese dei Gentili; salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa. »(Rm 16,3-5). In queste parole si sente l’animo grato dell’Apostolo per i suoi insigni benefattori, che, con loro grave pericolo gli hanno salvato la vita, in un’occasione non ben precisata; forse ad Efeso, durante il tumulto degli argentieri capeggiati da Demetrio. L’ultimo ricordo di Aquila e Priscilla è nell’ultima lettera di Paolo che, prigioniero di Cristo per la 2a volta a Roma, scrive al suo discepolo Timoteo, vescovo di Efeso, incaricandolo di salutare Priscilla e Aquila, che di nuovo si erano recati ad Efeso : « Saluta Prisca e Aquila e la famiglia di Onesìforo. » (2 Tm 4,19). Niente si può asserire con certezza sul tempo, luogo e genere di morte di Aquila e Priscilla, dato che le uniche fonti su di essi sono le poche notizie bibliche citate. Dalla catechesi di Papa Benedetto XVI del 7 febbraio 2007: « La tradizione agiografica posteriore ha conferito un rilievo tutto particolare a Priscilla, anche se resta il problema di una sua identificazione con un’altra Priscilla martire. In ogni caso, qui a Roma abbiamo sia una chiesa dedicata a Santa Prisca sull’Aventino sia le Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria. In questo modo si perpetua la memoria di una donna, che è stata sicuramente una persona attiva e di molto valore nella storia del cristianesimo romano. Una cosa è certa: insieme alla gratitudine di quelle prime Chiese, di cui parla S. Paolo, ci deve essere anche la nostra, poiché grazie alla fede e all’impegno apostolico di fedeli laici, di famiglie, di sposi come Priscilla e Aquila il cristianesimo è giunto alla nostra generazione. Poteva crescere non solo grazie agli Apostoli che lo annunciavano. Per radicarsi nella terra del popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario l’impegno di queste famiglie, di questi sposi, di queste comunità cristiane, di fedeli laici che hanno offerto l’ »humus » alla crescita della fede. E sempre, solo così cresce la Chiesa. In particolare, questa coppia dimostra quanto sia importante l’azione degli sposi cristiani. Quando essi sono sorretti dalla fede e da una forte spiritualità, diventa naturale un loro impegno coraggioso per la Chiesa e nella Chiesa. La quotidiana comunanza della loro vita si prolunga e in qualche modo si sublima nell’assunzione di una comune responsabilità a favore del Corpo mistico di Cristo, foss’anche di una piccola parte di esso. Così era nella prima generazione e così sarà spesso ».

SAN BARNABA – 11 giugno

http://www.30giorni.it/articoli_supplemento_id_17047_l1.htm

SAN BARNABA – 11 giugno

Barnaba è il soprannome di Giuseppe, giudeo levita nato a Cipro. Eusebio di Cesarea e, prima, Clemente Alessandrino ci dicono che fu uno dei settantadue discepoli di Gesù. Fu il garante della conversione di Paolo presso i cristiani di Gerusalemme, che ancora diffidavano di lui. Fu con Paolo nel suo primo viaggio missionario, che da Cipro toccò varie città dell’Asia Minore, accompagnato nella prima parte dell’itinerario dal cugino Giovanni, cioè Marco, il futuro evangelista, che a un certo punto ritornò indietro. Verso il 51, alla vigilia della partenza per un secondo viaggio missionario per visitare le comunità fondate nel primo, Paolo e Barnaba entrarono in contrasto, perché, mentre Barnaba avrebbe voluto portare con sé anche Marco, Paolo si oppose, vista l’esperienza del viaggio precedente. «Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro; Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro» (At 15, 39). Tertulliano attribuisce a Barnaba la Lettera agli Ebrei, ipotesi che ha trovato qualche riscontro negli studi moderni. Dal momento del suo ritorno a Cipro notizie certe su di lui vengono a mancare, e occorre affidarsi agli Atti di Barnaba, opera del V secolo, che narrano con toni leggendari il suo apostolato a Cipro e il suo martirio a Salamina (a nord di Famagosta), a opera di giudei siriani, che lo avrebbero lapidato e poi bruciato. Nonostante il contesto della narrazione, gli storici sono propensi a ritenerne fondati i dati essenziali, cioè la predicazione e il martirio. Gli Atti di Barnaba riferiscono ancora che, al tempo dell’imperatore bizantino Zenone (474-491), Barnaba sarebbe apparso nel sonno all’arcivescovo Anthemios indicandogli il luogo dove scavare per ritrovare l’ipogeo che conteneva la sua sepoltura in un sarcofago, cosa che l’arcivescovo fece, ritrovando il corpo di Barnaba che aveva ancora sul petto il Vangelo di Matteo, scritto di sua mano. La tomba di Barnaba si mostra tuttora a Salamina ed è visitabile: vi si accede dall’interno di un oratorio che vi fu costruito sopra, ora abbandonato, a 150 metri circa dal monastero a lui intitolato. Si tratta di una tomba del periodo romano, scavata nel sottosuolo, di forma irregolare, dentro la quale si trovano due arcosoli e il sarcofago dove un tempo era il corpo del santo. Questo fu trasportato, sempre secondo la tradizione, da Anthemios nel luogo dove tuttora è deposto, cioè nell’abside della navata sud della basilica che l’arcivescovo stesso costruì poco lontano dalla tomba e che dedicò a Barnaba, mentre il Vangelo venne donato all’imperatore Zenone, che concesse l’autocefalia alla Chiesa di Cipro. Il luogo divenne da allora un’importante meta di pellegrinaggio e attorno alla basilica si sviluppò molto presto un monastero. Attualmente, a causa della situazione politica dell’isola (il monastero ricade nella parte occupata dall’esercito turco), i monaci sono stati allontanati e il complesso è stato trasformato in museo di icone.
Esiste in Occidente la tradizione di Barnaba primo evangelizzatore dell’Italia settentrionale, in particolare della città di Milano, dove nella chiesa di Santa Maria del Paradiso si mostra ancora (lì trasportata dalla distrutta chiesa di San Dionigi) la pietra forata nella quale egli avrebbe piantato la croce al suo arrivo nell’anno 51. La critica storica ha dimostrato come infondata questa tradizione. Parallelamente, esiste anche una tradizione della presenza a Milano del capo di Barnaba, conservato in un’urna d’argento nella chiesa di San Francesco (l’antica Basilica Naboriana) fino all’anno della sua distruzione, nel 1799, quindi trasportato nella Basilica di Sant’Ambrogio, non più visibile perché murato in un altare insieme alle reliquie dei santi Nabore e Felice. Un cranio attribuito a Barnaba sarebbe anche presso la parrocchiale di Endenna in Val Brembana.

Gli Atti degli Apostoli ed i fatti che riguardano Aquila e Priscilla (di don Andrea Lonardo)

http://www.gliscritti.it/approf/2007/conferenze/sprisca/sprisca.htm#mozTocId143398

Gli Atti degli Apostoli ed i fatti che riguardano Aquila e Priscilla, Paolo e Luca e la città di Roma, di don Andrea Lonardo

(stralcio per Aquila e Priscilla)

Iniziamo questi nostri itinerari di conoscenza della storia della Chiesa di Roma con una premessa. Nei nostri appuntamenti visiteremo diversi luoghi senza preoccuparci troppo se sono con certezza quelli nei quali si sono verificati i fatti che racconteremo
Ho imparato nei pellegrinaggi in Israele che è molto più importante dell’esattezza millimetrica la consapevolezza che, comunque, quegli eventi sono accaduti in quell’area anche se più allargata, se non esattamente lì dove c’è una chiesa che li ricorda, almeno vicino ad essa. Ho molto apprezzato, nel tempo, alcune guide che ci portavano su di una altura, dove si dominava il panorama, e spiegavano poi che in quell’ambiente naturale, in quel villaggio, in quel paesaggio che potevamo abbracciare con lo sguardo quel fatto era avvenuto.
Vogliamo così oggi innanzitutto renderci conto che sicuramente sono passati di qui, più o meno dove è ora la parrocchia di Santa Prisca, Aquila e Priscilla, questa coppia di sposi di cui si parla negli Atti e nelle lettere di Paolo, e poi lo stesso san Paolo accompagnato da san Luca.
Molti nostri concittadini non sanno nemmeno che san Luca, che è l’autore del terzo vangelo ma anche degli Atti degli Apostoli, è stato a Roma. Gli Atti degli Apostoli hanno delle pericopi, le cosiddette “sezioni-noi”, nelle quali Luca, dopo aver raccontato alla terza persona singolare ciò che hanno fatto Paolo o Pietro, cambia il soggetto del racconto e dice: “Noi partimmo per Filippi…” e in seguito: “Noi arrivammo a Roma”. Nelle “sezioni-noi” (At 16ss; 20,6ss; 27,1ss) utilizza la prima persona plurale, il “noi” appunto, per indicarci che era presente proprio lui con Paolo. Quindi Luca è stato sicuramente a Roma ed è stato la persona più fedele a Paolo.
Questo è confermato anche dall’attestazione delle lettere paoline. In due luoghi si ricorda che Luca è vicino a Paolo, nei suoi viaggi missionari:
Ti saluta Epafra, mio compagno di prigionia per Cristo Gesù, con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori (Filemone 1,23-24).
Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema (Col 4,14)[1].
Ma, in un testo della seconda lettera a Timoteo, che è affidabile storicamente anche se le lettere fossero della scuola paolina, si dice espressamente della presenza di Luca con Paolo a Roma, come dell’unico che gli è rimasto accanto:
Cerca di venire presto da me, perché Dema mi ha abbandonato avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me (2Tm 4,9-11).
Abbiamo così la certezza che l’autore del terzo vangelo, che era anche lui un predicatore del vangelo prima di esserne scrittore, seguiva Paolo ed annunziava con lui il Cristo. E quando Paolo si trovò in difficoltà qui nella capitale Luca, come abbiamo ascoltato, si fermò anch’egli a Roma per prestargli aiuto.
La casa di questa coppia cristiana Aquila e Priscilla, come ci è già stato spiegato, poteva essere proprio in questo luogo, sotto l’attuale chiesa di Santa Prisca o anche essere qui vicino. Ma era, comunque, da qualche parte in Roma. È interessante rendersi conto che comunque non distante da qui sono certamente passati anche san Paolo e san Luca e chissà quante volte noi mettiamo i piedi, in qualche zona di Roma, dove, senza che lo sappiamo, duemila anni fa li hanno posti anche l’apostolo ed il suo compagno di annuncio.
Perché Paolo e Luca debbono essere passati qui vicino all’Aventino? Non solo perché se questa era la casa di Aquila e Priscilla sicuramente qui saranno stati ospitati ed avranno vissuto riunioni e liturgie, ma anche perché qui vicino passano le due vie di percorrenza, una marina e l’altra terrestre, dalle quali si arrivava a Roma provenendo dal sud e dall’oriente.
Quando più tardi arriveremo al Giardino degli aranci, da lì vedremo il Tevere. Lo vedremo precisamente nel punto dove c’era l’antico porto fluviale romano. Le persone che arrivavano via mare dal Mediterraneo attraccavano al porto di Ostia Antica e poi navigando lungo il fiume sbarcavano qui vicino nell’antico porto. Da qui proviene l’origine dei nomi di questi luoghi: via Marmorata perché è lì che si scaricava il marmo, Testaccio che viene dal latino testae, cocci, una collinetta cioè formata dai resti delle anfore usate per trasportare le merci, foro Boario, cioè il mercato del bestiame, foro Olitorio, cioè il mercato della frutta e verdura, arco degli Argentari, cioè dei cambiavalute. Noi dall’alto vedremo così questo luogo nel quale potrebbero essere sbarcati i primi cristiani che hanno evangelizzato poi la città. Forse da lì sono partiti in esilio o sono giunti Aquila e Priscilla, forse lì è sbarcato anche san Pietro.
L’altra via per giungere a Roma dal sud, via questa volta terrestre, è la via Appia che giunge a Roma oggi attraverso Porta San Sebastiano. Ai tempi di Paolo e Luca, quando ancora questa porta non esisteva, si entrava attraverso Porta Capena, che era vicina al Circo Massimo. Quindi questa porta era proprio qui sotto, non lontano dall’Aventino. Quasi sicuramente per questa via sono giunti a Roma Paolo e Luca, poiché sappiamo dagli Atti degli Apostoli che hanno percorso la via Appia, dopo essere sbarcati a Pozzuoli, probabilmente fino all’ingresso della capitale.
In questi nostri incontri cercheremo anche di situare cronologicamente i fatti, per renderci conto della solidità degli elementi storici in nostro possesso. Sappiamo che c’erano diverse comunità ebraiche in Roma, con diverse sinagoghe, a seconda della provenienza degli ebrei della capitale. I cristiani che giungevano qui, nei primi decenni quando ancora non si era rotto il legame che univa le due realtà, si presentavano sempre nelle sinagoghe per esserne ospitati. A Trastevere, proprio dinanzi a noi, ne sorgevano alcune, ma la presenza era ramificata in vari quartieri.
Il culto di Mitra invece, nella forma che si diffuse attraverso i soldati dell’esercito romano che vi aderirono, è chiaramente successivo al cristianesimo e ne possediamo attestazione a partire dal II secolo d.C. Il mitreo sottostante a questa chiesa viene datato circa alla fine del II secolo/inizi del III secolo d.C.
Cerchiamo di precisare meglio, allora, le coordinate storiche del cristianesimo in relazione agli eventi dell’impero romano. Come sapete benissimo, Gesù nasce sotto l’imperatore Augusto. Luca ci tiene a situare la nascita di Gesù in riferimento ad Augusto, quando racconta del censimento (Lc 2,1). È una esigenza dell’incarnazione che gli eventi avvengano in un determinato tempo, ma forse l’evangelista voleva mettere anche in rilievo che la salvezza non veniva dal potere imperiale, poiché Gesù è il vero Salvatore. Lo stesso termine vangelo era, infatti, usato dagli imperatori per annunciare le notizie, le leggi da loro date. Erano le notizie di bene che portavano l’ordine nel mondo. Il libro Gesù di Nazaret del papa si sofferma su questo punto. Augusto si faceva chiamare il principe della pace, colui che aveva portato la pace. Ricorderete l’Ara pacis, l’altare che rappresenta questa pretesa, eretto nel 9 a.C. ad indicare Augusto come il pacificatore di Roma e del mondo. Con Augusto, scrive Virgilio, inizia l’età dell’oro (« Ecco l’uomo, ecco è questo che spesso ti senti promettere, / l’Augusto Cesare, il figlio di Dio, che aprirà / di nuovo [...] il secolo d’oro »; Eneide, VI 791-793).
Subito prima di Augusto dobbiamo collegare a Roma anche la figura di Erode il Grande. Erode è stato a Roma, per ottenere nell’anno 40 a.C. il regno dal Senato romano, poiché la Giudea era già nell’orbita di influenza romana.
Come Erode il grande anche Erode Antipa venne poi a Roma, al momento della successione del regno. Fu proprio Augusto, nel 4 a.C., a decidere la divisione del regno di Erode il grande appena morto fra Archelao, Erode Antipa e Filippo. Flavio Giuseppe ci racconta che Augusto li convocò al Palatino, dinanzi al tempio di Apollo, all’interno della domus augustana. Da quel momento la Giudea con Gerusalemme, insieme a Cesarea Marittima, furono governate da un prefetto romano (detto poi procuratore). È la divisione della terra santa in quattro parti, che è quella che conobbe Gesù, motivo per il quale egli al momento di essere processato fu condotto anche da Erode Antipa, perché era cittadino della sua parte di regno.
Ad Augusto successe Tiberio, come potete vedere nei fogli che vi sono stati distribuiti. Sotto di lui fu praefectus della Giudea il famoso Ponzio Pilato, il non credente che è citato dal nostro Credo, ad indicare la storicità della fede cristiana. Più volte Pilato sarà salito al Palatino o si sarà recato al Tempio di Marte ultore nei Fori, innanzitutto per prendere le consegne al momento della sua designazione e poi chissà quante volte per riferire a Tiberio sugli avvenimenti della Giudea.
Sotto Tiberio, il secondo imperatore, noi abbiamo sicuramente la predicazione di Giovanni Battista e la vita pubblica, la morte e la resurrezione di Gesù. Tiberio è esplicitamente citato in Lc 3,1-2, dove si dice, in riferimento al Battista ed all’inizio della predicazione pubblica di Gesù:
Nell’anno decimo quinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo suo fratello tetrarca dell’Iturea e della Traconitide e Lisania tetracra dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni [...] nel deserto.
Vedete la divisione in quattro parti della terra santa, che fu decisa da Augusto qui a Roma sul Palatino, ricordata anche nel vangelo.
Anche la conversione di Paolo avviene sotto Tiberio, probabilmente intorno all’anno 36 d.C. Possiamo indicare questa data con relativa sicurezza a motivo di un dato cronologico che viene riferito dagli Atti. Essi, infatti, raccontano che a Damasco Paolo, poco dopo la conversione, fuggì per salvarsi da un complotto mirante ad ucciderlo facendosi calare dalle mura con una cesta:
Trascorsero così parecchi giorni e i Giudei fecero un complotto per ucciderlo; ma i loro piani vennero a conoscenza di Saulo. Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta (At 9,23-25).
La stessa circostanza viene raccontata da Paolo in 2Cor 11,32-33 e qui viene aggiunto anche chi fu colui che voleva farlo catturare:
A Damasco, il governatore del re Areta montava la guardia alla città dei Damasceni per catturarmi, ma da una finestra fui calato per il muro in una cesta e così sfuggii dalle sue mani.
Areta era il re di Petra, quella città caratterizzata dalle magnifiche costruzioni in pietra scavate nella roccia, attualmente in Giordania. La sua morte è da collocarsi nel 39/40 d.C., per cui la conversione di san Paolo è sicuramente avvenuta prima di quella data, probabilmente intorno al 36 d.C., come dicevamo, quindi ancora sotto Tiberio. La fuga da Damasco avviene, quindi, probabilmente ancora sotto Tiberio o già sotto Caligola, poiché Tiberio muore nel 37 d.C.
Dopo Tiberio abbiamo quindi l’imperatore Caligola, un personaggio terribile. Sotto di lui Filone di Alessandria verrà ad implorare senza successo l’incolumità per gli ebrei di Alessandria d’Egitto, ma non possiamo ora entrare nei dettagli del suo regno.
Dopo Caligola diviene imperatore Claudio, che è importantissimo nella storia di Aquila e Priscilla. Un famoso testo di Svetonio ci informa che:
I giudei che tumultuavano continuamente per istigazione di (un certo) Cresto, egli (= Claudio) li scacciò da Roma (Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantis Roma expulit) (Claudius 25).
Questo testo di Svetonio si riferisce ad eventi accaduti nel 49 d.C. Io sono convinto che sia giusta la tesi dei massimi studiosi di Svetonio, i quali dicono che questo Cresto è Cristo. Per il fenomeno dello iotacismo le vocali e ed i si trasformano l’una nell’altra, nell’evoluzione delle lingue (ad esempio in greco moderno amen si pronuncia amin). Svetonio probabilmente, non conoscendo bene la storia del cristianesimo primitivo, aveva trovato il nome di Cresto nelle fonti e aveva pensato che un agitatore che così si chiamava avesse messo in subbuglio gli ebrei di Roma.
Era, invece, la memoria di Cristo, cioè la predicazione dei cristiani nelle sinagoghe romane, che aveva destato tale scalpore e suscitato tale agitazione da attirare l’attenzione dell’imperatore Claudio. Egli era allora intervenuto cacciando in blocco gli ebrei (cioè gli ebrei rimasti fedeli alla Legge e quelli divenuti cristiani) da Roma. Questo vuol dire che solo 20 anni dopo la morte e la resurrezione di Gesù l’annuncio del vangelo era così dirompente in Roma da provocare discussioni e liti nelle sinagoghe romane.
Siamo in presenza, con questo evento, della prima notizia sul cristianesimo a Roma. Non sappiamo così chi abbia portato la fede cristiana a Roma; possiamo ipotizzare che non siano stati missionari venuti espressamente, come avverrà poi per Paolo, ma che la fede sia stata portata da mercanti o uomini d’affari o ancora personale dell’amministrazione, divenuti cristiani. Probabilmente ebrei divenuti cristiani, dato che l’annunzio destava scalpore, sotto Claudio, proprio nelle sinagoghe romane. È per i canali semplicissimi della vita ordinaria che la fede si diffonde.
Dunque: nel 49 d.C. la fede cristiana a Roma è già presente in maniera da far notizia. Vuol dire che sarà stata portata a Roma negli anni precedenti, per avere il tempo di diffondersi, tramite la conversione di cittadini della capitale.
A questa notizia di Svetonio deve essere collegata una notizia degli Atti, che ci raccontano come Aquila e Priscilla, questa famiglia cristiana di Roma che Paolo incontra a Corinto per esserne poi ospitato, proveniva proprio da Roma, essendo stata espulsa a motivo dell’editto di Claudio.
At 18, 1-2 dice infatti:
Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un Giudeo di nome Aquila, arrivato poco prima dall’Italia con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i giudei.
È per questo che oggi siamo qui a Santa Prisca. Vogliamo immaginare qui Aquila e Priscilla, marito e moglie, i primi due cristiani abitanti a Roma dei quali ci sia conservato il nome. Ma essi non erano soli, se la notizia di Cristo/Cresto generava tanta agitazione. Un particolare della loro vita, così come è raccontata dagli Atti e dai saluti finali della lettera ai Romani, ci fa conoscere più da vicino questa coppia. Aquila e Priscilla aprivano la loro casa per ospitare la comunità cristiana per le riunioni e, quindi, per la liturgia.
Sappiamo così che le persone divenute cristiane che avevano abitazioni spaziose le mettevano a disposizione per far incontrare insieme i cristiani –è in nuce l’istituzione delle domus ecclesiae! Gli Atti ci dicono che Aquila e Priscilla, che Paolo incontra a Corinto, facevano questo: la casa dei due coniugi a Corinto era luogo di ospitalità, di annuncio e di catechesi. A Corinto, appunto, ospitarono Paolo in casa loro. I due si trovavano a Corinto proprio perché Claudio li aveva mandati via da Roma.
La lettera ai Romani ci dice che questo continuò anche quando Aquila e Priscilla rientrarono a Roma (se la finale di Rm è indirizzata a Roma e non è, invece, un biglietto autonomo):
Salutate Aquila e Priscilla, [...] salutate tutta la comunità che si riunisce nella loro casa (Rm 16, 3-5).
Sotto Claudio avvengono il primo e il secondo viaggio di Paolo. A tale riguardo, per fissare un’altra data certa del Nuovo Testamento, gli Atti raccontano che Paolo viene condotto in tribunale davanti a Gallione, il fratello del famoso filosofo Seneca.
Mentre era proconsole dell’Acaia Gallione, i Giudei insorsero in massa contro Paolo e lo condussero al tribunale dicendo: «Costui persuade la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge» (At 18,12-13).
Noi sappiamo da un’iscrizione dell’imperatore Claudio trovata a Delfi che Gallione è stato proconsole dell’Acaia tra il 50 e il 52. È allora in questo breve arco di tempo, possiamo dirlo con precisione, che Paolo è stato a Corinto e proprio lì, in quei mesi ha incontrato Aquila e Priscilla che si erano appena allontanati da Roma nel 49 d.C.
Dopo la morte di Claudio diventerà imperatore Nerone, con il quale si chiuderà la dinastia giulio-claudia, a motivo dell’odio che egli si attirerà. Sotto di lui, nel 64, ci sarà la prima grande persecuzione dei cristiani per mano romana, nella quale moriranno i primi martiri della città, i santi Protomartiri romani, con Pietro e, probabilmente, anche Paolo.

Publié dans:COLLABORATORI DI PAOLO, SANTI |on 7 juillet, 2012 |Pas de commentaires »
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