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“DALLE COSE CHE PATÌ” (Eb 5,8) (Prof. Nello Casalini)

“DALLE COSE CHE PATÌ” (Eb 5,8)

del Padre Prof: Nello Casalini, SBF Jerusalem, SBF Jerusalem

Agli Ebrei. Discorso di esortazione (SBF Analecta, 34)

La citazione del titolo, per essere comprensibile, deve essere completata: «Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (NOTA 1). Ma anche così le difficoltà non sono scomparse. La Lettera agli Ebrei sta parlando di Cristo, sommo sacerdote, e sta dicendo che egli sa compatire ogni nostra debolezza, perché egli stesso ne ha fatto esperienza; questo sommo sacerdote è Gesù ed è il Figlio di Dio. In questa affermazione emerge una certa tensione: certo ogni sacerdote sommo deve essere compassionevole, anche perché lui stesso partecipa della condizione di debolezza della sua gente, ma in Gesù c’è assenza di peccato; inoltre egli è sacerdote in una maniera tutta particolare, «secondo l’ordine di Melchisedek»; e poi soprattutto egli è Figlio. È compatibile questa qualifica con il bisogno di imparare l’obbedienza? E perché questo processo doveva essere propiziato dalla sua sofferenza? Sorge spontanea la domanda: il Figlio non era ancora obbediente? E, prima ancora, perché doveva essere obbediente? La sofferenza era finalizzata alla «educazione» del Figlio o alla redenzione dell’umanità? Condizione di Figlio, realtà e modalità della sofferenza, atteggiamento dell’obbedienza, processo dell’apprendimento sono i vertici di un sistema di rapporti che stanno tra loro in non immediata evidenza. Interroghiamo in un primo momento il contesto immediato (1), per passare poi a ognuno dei punti del quadrilatero visto ora: l’ubbidienza (2), il Figlio (3), le cose che patì (4), l’educazione all’ubbidienza attraverso la sofferenza (5). Nascerà uno spontaneo confronto con il messaggio che ci giunge dalla Sindone (6).

1. Il contesto immediato

Nel capitolo precedente (cap. 4), al versetto 14 suonava un invito a mantenere la professione

di fede nel nostro «grande sommo sacerdote», Gesù, Figlio di Dio, che ha attraversato i cieli. Egli è degno di fede. Il discorso continua spiegando che questo sacerdote grande, degno di fede, è capace anche di tanta misericordia, perché egli ha fatto esperienza di tutta la nostra debolezza (tranne che del peccato). L’invito allora si completa nell’esortazione ad accostarci con fiducia al trono della grazia, «per ricevere misericordia e grazia» (v. 16). Subito però l’autore sente il bisogno di approfondire le motivazioni di quanto ha affermato e spiega come Gesù possa esercitare l’ufficio di intermediario fra gli uomini e Dio: già ogni sommo sacerdote sente compassione per chi è nell’ignoranza e nell’errore; così è anche di Cristo, in un rapporto di somiglianza un po’ asimmetrica. A somiglianza degli altri sommi sacerdoti Gesù ha ricevuto da Dio la gloria di sommo sacerdote, ma a lui è stato detto «sei mio Figlio», e in eterno, secondo l’ordine di Melchisedek (cap. 5, vv. 6 e 10); e poi lui non ha peccato. Questi aspetti dell’asimmetria verranno però sviluppati abbondantemente più avanti nella Lettera.

Per ora, nei vv. 7-10 del cap. 5, l’autore insiste sulla partecipazione di Gesù al destino umano di sofferenza, che l’ha portato alla morte, anche se ne fu poi liberato. Tutto l’atteggiamento di

Gesù fu caratterizzato dall’ubbidienza al Padre e così egli poté diventare causa di salvezza per

quanti ubbidiscono a lui. Ma l’ubbidienza al Padre fu appresa attraverso la sofferenza: è

l’insegnamento del nostro versetto 8. Nella coerenza col ragionamento generale questo versetto rappresenta una punta un po’ anomala: è chiaro e diffuso il discorso della sofferenza, che accomuna Gesù agli uomini di cui egli è mediatore; si capisce anche quello dell’ubbidienza (un po’ in subordine, nel contesto, nei riguardi della tematica della sofferenza), che rende Gesù simile a quanti saranno salvati ubbidendo a lui; ma la funzione didattica della sofferenza nei riguardi di Gesù non è attesa.

2. L’ubbidienza

Gesù è stato sempre ubbidiente al Padre. Ci teneva anche a dirlo, perché lo vedeva come l’unica risposta giusta alla missione che il Padre gli aveva affidato. Nel Nuovo Testamento questa verità è affermata da tutti gli autori, anche se non sempre esattamente con le stesse espressioni. In alternativa con il linguaggio di ubbidienza risuona quello equivalente di fare la volontà di Dio o del Padre. Nei vangeli sinottici è riportata l’esclamazione pronunciata nell’orto degli ulivi, in una delle ore più difficili della vita di Gesù: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà» (Mt 26,42)(NOTA 2). In Giovanni risuona il principio programmatico: « Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (4,34). È però Paolo che ci dà il parallelo più illuminante, quando tenta una descrizione del mistero di Gesù nell’inno della Lettera ai Filippesi: «apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (2,7-8). C’è dunque un convincimento che ha le radici nell’intenzione stessa dichiarata da Gesù e che la predicazione primitiva ha conservato in memoria ed evidenziato: Gesù ha assunto come principio primo del suo agire l’adesione totale e amorosa alla volontà del Padre. Egli non sente nemmeno la necessità di esplicitarne le ragioni, tanto esse coincidono con la motivazione stessa della sua presenza nel mondo. Evidentemente da questo atteggiamento scaturiscono i frutti del suo intervento tra gli uomini. È ancora Paolo che afferma che, «come per la disubbidienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5, 19). Nel nostro testo della Lettera agli Ebrei le conseguenze dell’ubbidienza imparata ed esercitata da Gesù sono espresse con una frase molto densa nel versetto successivo al nostro: «reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (v. 9). Attraverso la sofferenza che egli ha sopportato e l’ubbidienza che ha imparato Gesù è diventato perfetto e questa perfezione ha reso efficace l’intervento di Gesù per quanti accettano, a loro volta, di esercitare ubbidienza, ma nei confronti di Gesù stesso.

Dunque l’ubbidienza ha un effetto sulla realtà stessa di Gesù, rendendola perfetta, cioè esattamente ciò che deve essere, in ordine alla sua missione, e un effetto su quanti si allineano sul suo esempio, portandoli alla salvezza. C’è un altro passo che ha affermazioni simili, limitatamente a Gesù: «Era giusto che colui, per il quale e dal quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo che li guida alla salvezza» (Eb 2,10)( NOTA 3). Manca solo l’ubbidienza, perché ciò che rende perfetto è la sofferenza; perciò manca anche la funzione esemplare, ma è accentuata l’efficacia di salvezza.

3. Il Figlio

Colui che ha dovuto imparare l’ubbidienza dalla sofferenza è il Figlio. Non è eccezionale che il figlio ubbidisca, anzi appartiene al ruolo, anche per il Figlio di Dio. Il Nuovo Testamento presenta spesso il Figlio in atteggiamento di ubbidienza al Padre; nel nostro passo l’autore rileva come fatto eccezionale l’avere egli (il Figlio!) imparato l’ubbidienza attraverso la sofferenza. Ma il Figlio 2 ha accettato per la sua esistenza una funzione assai complessa, di cui si colgono elementi in tutta la testimonianza neotestamentaria. Il Figlio partecipa della vita del Padre e contemporaneamente svolge la funzione di sommo sacerdote, tratto dagli uomini, come loro intermediario presso Dio. I due aspetti non si contrappongono bensì si amalgamano in sintesi organica e non è raro che se ne scambino le proprietà. Accade allora che il sacerdozio porti con sé elementi che nella pura condizione umana non sarebbero presenti. Si apre qui la considerazione sulla preesistenza del Figlio-sacerdote e sulla distinzione della condizione della preesistenza da quella della sua esperienza terrena. Possiamo tornare al famoso inno della Lettera ai Filippesi, anche se in esso il soggetto è il Cristo e non il Figlio (NOTA 4): la gloria della preesistenza dell’inviato del Padre lascia il posto a una condizione terrena che coniuga abbassamento, ubbidienza, morte, croce (Fil 2, 6-8). Le conseguenze di questa ubbidienza radicale sono enunciate solo in termini di capovolgimento della situazione di Cristo, che viene «superesaltato» come «Signore», perché inizialmente l’inno era frutto di una contemplazione della vicenda di Gesù e non, direttamente, della nostra. In funzione della nostra vicenda Paolo esplicita solo l’esemplarità del comportamento di Gesù5, proposto come modello ai cristiani di Filippi («abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù»: v. (NOTA 5). Per essere esempio, il Cristo deve appartenere alla sfera dell’esistenza dell’uomo. La realtà complessa del Figlio-sacerdote offre la risposta a una delle obiezioni che sorgono contro l’affermazione che avevamo udito: il Figlio eterno può crescere in perfezione? È stato notato che il vocabolario di perfezione ha un riferimento alle descrizioni che l’Antico Testamento fa della consacrazione del sommo sacerdote: il rito di consacrazione (consistente in un sacrificio) rendeva adatto il candidato alla sua funzione sacrificale. Nei confronti di Gesù accade che l’ubbidienza appresa dalla sofferenza lo rende perfetto, cioè adatto a offrire per gli uomini. Per la sua funzione di sommo sacerdote presa di tra gli uomini questa crescita doveva esserci e di fatto ha avuto luogo.

4. Le cose che patì

Non è difficile immaginare a che cosa pensasse l’autore con questo riferimento. L’accettazione della volontà del Padre ha un pronunciamento esplicito durante l’agonia del Getsemani, quando Gesù sente abbattersi su di sé gli effetti del trionfo del male, fino all’annientamento della sua vita. Il nostro autore sembra farvi esplicito richiamo, ricordando che Gesù «nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte»; se poi aggiunge che «fu esaudito per la sua pietà» (Eb 5,7), non è per dire che gli fu risparmiata la sofferenza, ma che dopo questa sofferenza egli fu liberato dalla morte. Nell’inno di Filippesi l’ubbidienza era collegata con la morte di croce. Se l’espressione generica delle «cose che patì» è da riferirsi a tutte le cause di sofferenza con cui Gesù dovette scontrarsi durante l’intera sua vita, certamente essa intende in primo luogo il momento culminante della passione e morte. Sofferenza e ubbidienza sono inseparabili e si qualificano a vicenda: ci potrebbe essere sofferenza senza ubbidienza e non avrebbe il dono della fecondità; ci potrebbe essere ubbidienza senza sofferenza, ma non è la via scelta da Dio per il suo Figlio, il nostro sacerdote. La prima parte è comprensibile, la seconda è mistero. I primi cristiani, quando enunciavano gli elementi essenziali dei quali si componeva il segreto di Gesù, univano spontaneamente la sua morte ai nostri peccati: «Morì per i nostri peccati secondo le Scritture» (1 Co 15,3). L’ubbidienza nella sofferenza è strettamente unita alla presenza del peccato, che ne è causa; l’annullamento e distruzione del peccato è il frutto di quella sofferenza ubbidiente. Sentiamo appropriato un unico commento: deve essere una cosa terribilmente grave il peccato, capace di causare tanta sofferenza; deve essere eccezionalmente efficace una sofferenza capace di annullare tanto male.

5. L’educazione all’ubbidienza attraverso la sofferenza

Il comportamento del nostro sommo sacerdote porta salvezza a chi entra nel suo ordine di

pensiero e di comportamento: ha finalità ed efficacia di salvezza. Ma l’ordine delle funzioni è sorprendente: al primo posto si trova la sofferenza e poi, grazie alla sua funzione educatrice,

l’ubbidienza. Grande efficacia salvifica è riconosciuta dunque a quest’ultima. A volte le affermazioni della Scrittura sembrano contraddirsi. Nell’inno di Filippesi sembra di assistere a un altro ordine: prima c’è la determinazione di Cristo ad autoabbassarsi in condizione di schiavo e poi viene la sofferenza della morte di croce. L’atteggiamento ubbidiente spiega la scelta della morte e dunque la precede. Non è però lecito eccedere nella logica delle contrapposizioni, perché le due sequenze non sono incompatibili: l’ubbidienza spiega l’accettazione totale della più radicale sofferenza; la sofferenza a sua volta è maestra di ubbidienza. La ragione ultima della coesistenza dei due aspetti è da trovare ancora nella ineffabile unione delle componenti del mistero del Figlio-sommo sacerdote. Il tema dell’insegnamento che la sofferenza porta nell’esperienza umana ha una mesta diffusa presenza sia nella letteratura profana greca sia nella letteratura biblica. Si parte da una constatazione modesta del «patire [che] dà senno allo stolto» (Esiodo) per passare al proverbio «Se non soffri non impari» (riportato da Platone), oppure (secondo una finale di favola di Esopo) «le disgrazie diventano insegnamenti per gli uomini». L’Antico Testamento arricchisce questa tematica con i toni della sua religiosità: «Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non avere a noia la sua esortazione. Perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto» (Prov 3,11.12) e ancora «chi non ha avuto delle prove poco conosce» (Sir 34,10). La spiritualità anticotestamentaria giunge fino a fare di questa consapevolezza un passaggio nel cammino verso Dio. Il ricordo va spontaneo all’esperienza di Geremia e a quella di alcuni salmisti: «Prima di essere umiliato andavo errando, ma ora osservo la tua parola… Bene per me se sono stato umiliato, perché impari a obbedirti» (Sal 119,67.71). Anche Gesù, il Figlio, è entrato in questa dinamica: egli ha condiviso talmente la condizione umana da accogliere anche questo servizio che gli veniva dalla sofferenza. Pur assoggettato a questa legge, il Figlio si differenzia per la chiarezza della sua scelta, compiuta con una determinazione che la Lettera enfatizza per evidenziarne l’esemplarità eccezionale: «Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi si sottopose alla croce, disprezzando

l’ignominia e si è assiso alla destra del trono di Dio» (12,2). Ciò non impedisce all’autore della nostra Lettera di affermare che Gesù ha accettato l’educazione che la sofferenza gli dava in funzione dell’ubbidienza: a tanto è giunta l’assunzione del criterio di solidarietà verso gli uomini. L’insegnamento termina all’obbedienza, genera ubbidienza: nel momento in cui l’esperienza del patire si fa tanto insopportabile da suggerire il rifiuto, in quel momento dalla tribolazione giunge il suggerimento all’accettazione della volontà stessa che ha inviato il soffrire. In Gesù s’è realizzato un principio duro e pur provvidenziale, che è noto come legge per tutti. Il suo esempio è quindi da seguire senza riserve. Anzi, suggerisce il ragionamento, la cosa vale «a fortiori», perché Gesù ha accettato al massimo grado la volontà di chi gli inviava la sofferenza e perché lui era Figlio, e senza peccato. E in questo modo egli è in massimo grado «capace di sentire compassione», come si leggeva poco sopra, al v. 2.

6. Il messaggio della Sindone

Giunti al termine del cammino, rivediamo le cose che ci sono venute incontro. Il nostro versetto era parte di un piccolo racconto: il Figlio, che era stato proclamato sommo sacerdote, durante la sua vita terrena incontrò la più grande sofferenza. La sofferenza gli costò moltissimo, al punto che egli avrebbe desiderato evitarla. Pregò per questo e il Padre lo esaudì, ma non come potremmo pensare noi, ché anzi l’intervento della sofferenza continuò e fu determinante sul suo cammino verso l’ubbidienza perfetta e la perfezione del suo servizio. Questa perfezione divenne titolo per dare efficacia al suo intervento di salvezza in favore degli uomini e per chiedere agli uomini di risponder anch’essi con atteggiamento di ubbidienza. Il Padre a sua volta liberò lui dalle conseguenze della sua sofferenza, con la risurrezione da morte. È possibile compiere ancora un passo: leggere questa descrizione davanti alla Sindone. Lo spettacolo che essa ci offre è quello della sofferenza educatrice e salvatrice di cui ci parlava la Lettera. Colui che soffre è il Figlio, il nostro sommo sacerdote, degno di fede, ricco di misericordia, reso perfetto dalla sua esperienza di dolore. Ciò che sulla Sindone si vede maggiormente è la sofferenza; la Scrittura ci offre la consapevolezza delle componenti di quella sofferenza: di colui che l’ha affrontata, dello stato d’animo con cui l’ha accolta, degli effetti che ha prodotto in lui per l’efficacia del suo sacerdozio, degli effetti che ha prodotto in coloro che accettano come lui lo stesso atteggiamento di ubbidienza, verso di lui e quindi verso il Padre. Dalla sofferenza anche oggi sgorga l’efficacia educativa per l’acquisizione dell’ubbidienza: la sofferenza che contemplo nel mio Signore, la sofferenza che egli mi partecipa come parte di eredità nella mia vita. Una sofferenza che non piace: la Scrittura non si entusiasma in una mistica del dolore, ma forma a un’accettazione di esso, alla «ubbidienza».

L’ubbidienza è come altre realtà che riguardano Dio: è dono ed è conquista. Solo da lui si può implorare la forza di esercitarla, solo nell’esercizio costante dell’accettazione della sua volontà6

l’ubbidienza diventa espressione determinante del nostro atteggiamento. Senza ubbidienza non ci si apre alla sofferenza in unione al nostro sacerdote grande; dalla sofferenza la nostra ubbidienza è resa più consapevole e determinata. Nella Bibbia si parla di ubbidienza della fede. L’ubbidienza nella sofferenza non è distante dall’ubbidienza della fede e lungo tutto il nostro cammino la fede era il riferimento nascosto: dalla fede l’ubbidienza della sofferenza riceve illuminazione, alla fede la sofferenza conferisce fortezza di impegno.

In un mondo senza fede la sofferenza è presente nelle sue forme più parossistiche, più inspiegabilmente gratuite e feroci. Si direbbe che in intensità, malvagità, assurdità si moltiplichi sempre più: viene da pensare che non insegni nulla, che perda sempre più senso, se pur mai ne ha avuto uno. Potrà ancora avere senso proporre la Sindone in questo mondo? Colui che ha portato il peso della sofferenza attestata dalla Sindone era il Figlio, l’innocente; la sua sofferenza poteva essere giudicata assurda, ma fu redentrice. Nel nostro mondo camminano a fianco a fianco l’assurdità della sofferenza innocente e la malvagità di chi è causa di tanta sofferenza. All’angoscia dello smarrimento del senso, del capovolgimento dei valori, l’immagine che parla da quel Telo benedetto continua a proporre l’unico valore che la spiega, l’ubbidienza: a un amore totale, misterioso, che persegue i suoi obiettivi di salvezza per vie non gradite, e pure infallibili, efficaci proprio nel momento in cui sembrano divenute prive di speranza. Continua ad avere senso proporre la Sindone, anche in questo mondo.

NOTE

1. Questo intervento non sarà corredato da note giustificative delle posizioni prese e informative della discussione in atto. Segnalo alcune voci di bibliografia elementare.Tra i commentari: in italiano erano noti Teodorico da Castel S. Pietro, L’Epistola agli Ebrei (La Sacra Bibbia), Marietti, Torino 1952 e le traduzioni di J. Bonsirven, San Paolo, Epistola agli Ebrei (Verbum salutis), Studium, Roma 1962; O.Kuss, Lettera agli Ebrei (Nuovo Testamento Commentato, 8/1), Morcelliana, Brescia 1966; F. J. Schierse, Lettera agli Ebrei (Commenti spirituali del Nuovo Testamento)), Città nuova, Roma 1968; H. Strathmann, La Lettera agli Ebrei, in J. Jeremias-H. Strathmann, Le Lettere a Timoteo e a Tito. La Lettera agli Ebrei (Nuovo Testamento, 9), Paideia, Brescia 1973, 129-289; A. Strobel, La lettera agli Ebrei ((Nuovo Testamento. Nuova serie, 9/2), Paideia, Brescia 1997. Più recenti i due commentari di F. Manzi, Lettera agli Ebrei (Dabar-Logos-Parola. Lectio divina popolare), Ed. Messaggero, Padova 2001 e specialmente Lettera agli Ebrei (Nuovo Testamento. Commento esegetico e spirituale), Città Nuova, Roma 2001. Fra le edizioni estere: J. Héring, L’Épître aux Hébreux (Commentarire du N.T., 12), Delachaux et Niestlé, Neuchâtel-Paris 1954; C. Spicq, L’Épître aux Hébreux (Sources Bibliques), Gabalda, Paris 1977; E. Grässer, An die Hebräer, I. Heb 1-6 (EKK 17), Benziger-Neukirchener, Zürich-Neukirchen 1990; H.-F. Weiss, Der Brief an die Hebräer (KEKNT 13), Vandenhoeck und Ruprecht, Göttingen 1991; C. R. Koester, Hebrews (The Anchor Bible), Doubleday, New York… 2001. Fra le monografie: G. Segalla, Volontà di Dio e dell’uomo in Giovanni (Vangelo e Lettere) (Supplementi alla Rivista Biblica, 6), Paideia, Brescia 1974; J. Swetnam, Jesus and Isaac. A Study of the Epistole to the Hebrews in the Light of the Aqedah (Analecta Biblica, 94), Biblical Insitute Press, Roma 1981; H. Feld, Der Hebräerbrief (EdF, 228), WBG, Darmstadt 1985; N. Casalini, Agli Ebrei. Discorso di esortazione (SBF Analecta, 34), Franciscan Printing Press, Jerusalem 1992; B. Lindars, La teologia della Lettera agli Ebrei (Letture Bibliche, 7), Paideia, Brescia 1993; P. Garuti, Alle origini dell’omiletica cristiana. La lettera agli Ebrei. Note di analisi retorica (SBF Analecta, 38), Franciscan Printing Press, Jerusalem 1995. Di grande utilità le opere di A. Vanhoye, come La structure littéraire de l’Épître aux Hébreux, Desclée de Brouwer, s.l. ²1976 e Prêtres anciens prêtre nouveau selon le Nouveau Testament, Seuil, Paris 1980. Sulla tematica specifica del nostro versetto, in particolare dell’«imparare l’ubbidienza», è ancora istruttiva la raccolta di materiale offerta da J. Coste, Notion grecque et notion biblique de la «souffrance éducatrice» (À propos d’Hébreux, V, 8), in RSR 43 (1955) 481-523; ne avevo scritto anch’io: G. G., La sofferenza nella poesia greca, in «Anima e corpi» 25(1969), 109-124; 227-241.

2. Il dialogo col Padre è riportato in due momenti. Nel primo Gesù diceva: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» (v. 39). Probabilmente l’autore della nostra Lettera pensa ai due momenti di questo dialogo, quando dice che Gesù «offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte» (Eb 5,7). Affermando che egli «fu esaudito per la sua pietà», il nostro autore si stacca dall’episodio del Getsemani e anticipa il risultato finale di tutto il cammino terreno di Gesù. Si veda più avanti, al § 4.3

3. Il «capo» può essere il capofila o, come traduce Manzi, il «pioniere». Queste sfumature non sono determinanti per il senso che stiamo cercando.

4. Per il nostro ragionamento la differenza non è rilevante.

5. Anche se alcuni concetti, come la signoria di Cristo e la gloria del Padre si aprono alla realtà della salvezza dell’uomo.

6. Lc 9,51 dice che Gesù, «mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gesrusalemme». «Si diresse decisamente» è versione esatta ma indebolita dell’espressione di Luca, che letteralmente dice: «piantò saldamente il volto per andare…», per indicare contemporaneamente la determinazione e lo sforzo della volontà nell’affrontare la prospettiva della sofferenza enorme che gli veniva incontro.

TRADIZIONE E INNOVAZIONE NELLE LETTERE PASTORALI – PDF (LINK)

TRADIZIONE E INNOVAZIONE NELLE LETTERE PASTORALI – PDF

del Padre Prof.  Nello Casalini, SBF Jerusalem

http://198.62.75.1/www1/ofm/sbf/Books/LA56/LA56225Casalini_Tradizione.pdf

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