Archive pour novembre, 2018

La Parusia

parusia 2 - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 30 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – NONOSTANTE TUTTO, LA STORIA È UN ITINERARIO DI SALVEZZA

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I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – NONOSTANTE TUTTO, LA STORIA È UN ITINERARIO DI SALVEZZA

padre Ermes Ronchi

Ci saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle. Il vangelo di Luca oggi non vuole raccontare la fine del mondo, ma il mistero del mondo; ci prende per mano, ci porta fuori dalla porta di casa, a guardare in alto, a percepire il cosmo pulsare attorno a noi, immensa vita che patisce, soffre, si contorce come una partoriente (Is13,8), ma per produrre vita.
Ad ogni descrizione drammatica, segue un punto di rottura, un tornante che apre l’orizzonte, lo sfondamento della speranza e tutto cambia: ma voi risollevatevi e alzate il capo, la liberazione è vicina. Anche nel caos della storia e nelle tempeste dell’esistenza, il vento di Dio è sopra il mio veliero.
State attenti a voi stessi, che il cuore non diventi pesante! Verrà un momento in cui ci sentiremo col cuore pesante. Ho provato anch’io il morso dello sconforto, per me e per il mondo, ma non gli permetterò più di sedersi alla mia tavola e di mangiare nel mio piatto. Perché fin dentro i muscoli e le ossa io so una cosa: che non può esserci disperazione finché custodisco la testarda fedeltà all’idea che la storia è, nonostante tutte le smentite, un processo di salvezza.
Il dono dell’Avvento è un cuore leggero come la fiducia, quanto la speranza; non la leggerezza della piuma sbattuta dal vento, ma quella dell’uccello che fende l’aria e si serve del vento per andare più lontano.
E poi un cuore attento, che legga la storia come un grembo di nascite: questo mondo porta un altro mondo nel grembo, un sogno da trasformare in vita, perché non si ammali. Vivete con attenzione, state attenti alle piccole enormi cose della vita. Scrive Etty Hillesum dal campo di sterminio: «Esisterà pur sempre anche qui un pezzetto di cielo che si potrà guardare, e abbastanza spazio dentro di me per poter congiungere le mani nella preghiera».
I Vangeli d’Avvento usano questo doppio registro: fanno levare il capo verso le cose ultime, verso Colui-che-si-fa-vicino, e poi abbassare gli occhi verso le cose di qui, dentro e attorno a noi. Lo fanno per aiutarci a vivere attenti, ad abitare la terra con passo leggero, custodi dei giorni e pellegrini dell’eterno, guardando negli occhi le creature e fissando gli abissi del cosmo, attenti al venire di Dio e al cuore che si fa stanco. Pronti ad un abbraccio che lo alleggerisca di nuovo, e lo renda potente e leggero come un germoglio.
Avvento: la vita è non è una costruzione solida, precisa, finita, ma è una realtà germinante (R. Guardini), fatta anche e soprattutto di germogli, a cui non ti puoi aggrappare, che non ti possono dare sicurezze, ma che regalano un sapore di nascite e di primavera, il profumo della bambina speranza (Péguy).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 30 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

Chiesa della Santissima Trinità di Saccargia

Chiesa-della-Santissima-Trinita-di-Saccargia (1) - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 26 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

IL PADRE NOSTRO E LA PREGHIERA NELL’ESEGESI DI SAN CIPRIANO

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IL PADRE NOSTRO E LA PREGHIERA NELL’ESEGESI DI SAN CIPRIANO

Innocenzo monaco

Inserendosi nella tradizione, già seguita da Tertulliano, Cipriano vede nel «Padre nostro» la sintesi (“breviario”) dell’intero evangelo. Come tale il «Padre nostro» è l’espressione del sacrificio più grande e più gradito a Dio che la comunità cristiana possa presentare: l’unità, l’amore e la pace, vissuti nella comunione con la chiesa. Il «Padre nostro» viene così a definirsi: come preghiera di pace offerta e ricevuta, che precede e supera ogni altro gesto cultuale e come preghiera del cuore, che fa del cristiano stesso un luogo di preghiera ovunque egli si trovi. Il «Padre nostro» rivela inoltre che la preghiera è “spirituale”, perché dettata dallo Spirito, dono pasquale del Risorto. Finalmente la preghiera dei “santi” del Nuovo Testamento è una preghiera feconda e continua, identificata con la vita.
. Il “breviario” dell’Evangelo
Il capitolo sesto dell’Evangelo di Matteo era già per Tertulliano il punto di partenza obbligato di ogni preghiera cristiana. Analizzando le indicazioni offerte da Matteo, Tertulliano aveva concluso: La preghiera cristiana è anzitutto una preghiera fatta nel segreto del cuore[1] ed espressa con la massima semplicità, perché «non possiamo illuderci di essere ascoltati dal Signore per la forza delle parole»[2]. Il nuovo modo di pregare, insegnato dal Signore stesso ai discepoli desiderosi di imparare, trova nel «Padre nostro» – aggiungeva Tertulliano – la sua forma più piena ed esemplare[3]. Il «Padre nostro» è la preghiera “simpliciter”, cioè è la definizione stessa della preghiera cristiana. Esso contiene infatti praticamente «ogni parola del Signore» fino al punto da poter essere definito «sintesi (breviarium) dell’intero evangelo»[4]. Il «Padre nostro» – concludeva Tertulliano – va ritenuto dunque il «fondamento stesso di qualsiasi altra richiesta o desiderio»[5].
Cipriano si pone nella linea della stessa tradizione, anche per lui il «Padre nostro» è la preghiera cristiana per eccellenza e la forma di preghiera in cui il Signore «sintetizzò (breviavit) in un’unica parola di salvezza ogni nostra possibile preghiera»[6]. Ed aggiunge: Gesù ha voluto riassumere ogni preghiera possibile nel «Padre nostro» per fare con la preghiera ciò che aveva già fatto con le prescrizioni della legge quando «sintetizzò tutti i suoi comandamenti» nel precetto della carità[7]. Ciò che preme al Signore è permettere – spiega Cipriano – che tutti, dotti ed ignoranti, uomini e donne, grandi e piccoli, possano ascoltare e ricevere la parola che salva[8]. Il cristianesimo non è per una élite, non è per degli iniziati che abbiano già raggiunto un supposto livello di maturità socio-culturale o spirituale, ma è semplicemente per tutti. Ogni tentativo perciò di separazione, sotto qualsivoglia forma si presenti, deve essere tagliato alla radice, perché la disponibilità alla comunione con tutti è il presupposto indispensabile alla possibilità stessa della preghiera cristiana.
2. Il sacrificio più grande
Il messaggio cristiano è un messaggio di unità, di amore e di pace. Chi rompe quindi l’unità, l’amore e la pace, si taglia fuori dalla comunità dei figli di Dio, va contro il comando del Signore e rende perciò vana e inutile ogni sua preghiera ed ogni sacrificio:
«Dio ci domanda di stare nella sua casa con pace, concordia e unanimità; vuole che proseguiamo ad essere ciò che Lui fece di noi nella seconda nascita (battesimale). Perciò, dal momento che abbiamo cominciato ad essere figli di Dio, restiamo nella pace di Dio e, dal momento che è uno solo il nostro spirito, sia unica l’anima, unico il sentimento. D’altra parte Dio non accoglie il sacrificio di un uomo discorde e comanda di ritornare prima a riconciliarsi con il fratello[9], perché Dio possa essere placato da preghiere di pace»[10].
Cipriano crede di poter capire dalla semplice espressione “Padre nostro” che la realizzazione dell’unità nell’amore e nella pace è messa dal Signore al di sopra di ogni altra manifestazione cultuale. Il cristiano è stato chiamato all’unità con la seconda nascita avvenuta nel battesimo. Non vivere l’unità significherebbe vanificare la grazia battesimale e andare quindi contro l’espresso comando del Signore. Il vero culto cristiano consiste nel perseverare in quello stato di figli di Dio che ci permette di rivolgerci appunto a Dio chiamandolo “Padre”. Siamo rinati come figli di Dio nel battesimo? Dunque rimaniamo nella pace di Dio. Abbiamo ricevuto tutti lo stesso spirito? Dunque procuriamo di avere gli stessi sentimenti ed un’unica volontà e così potremo dire non solo “Padre”, ma “Padre nostro”. Soltanto le preghiere che sono espressione di questa pace e unità conservate con Dio e coi fratelli, saranno esaudite da Dio. Dio infatti vuole essere pregato da preghiere di pace (“pacificis precibus”):
«Il sacrificio più grande e più gradito a Dio è la pace fra noi e la fraterna concordia di un popolo adunato secondo l’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo»[11].
Nelle prime parole del «Padre nostro» Cipriano pensa di vedere sintetizzato perciò tutto il messaggio portato dal Signore mentre nello stesso tempo è convinto che esse indichino anche la natura ultima della preghiera del Nuovo Testamento. Pace, amore, unità. Tutto il seguito dell’esegesi di Cipriano sul «Padre nostro», esegesi che egli si preoccupa di attualizzare puntualmente nella sua comunità, sarà uno sviluppo, una riaffermazione, oppure una difesa di questa triade fondamentale. I testi sembreranno addirittura la variazione musicale di un unico tema. Chi rompe questa triade non può neppure dirsi cristiano. Come può dunque pretendere di pregare cristianamente? Come può un imitatore di Giuda ritrovarsi insieme con Cristo? Neppure il martirio del sangue – conclude drasticamente Cipriano – sarà espiazione adeguata di questo immenso delitto[12]. Del resto è il testamento stesso del Signore – precisa – che ci obbliga a dare un giudizio così severo: «Il desiderio ultimo del Signore fu che noi rimanessimo in quella stessa unità che è del Padre e del Figlio. Da qui si può capire quanto grave sia il peccato di chi frantuma l’unità e la pace della comunità cristiana»[13].
Alcuni brani dell’Epistolario di Cipriano riprendono con altrettanta forza il medesimo tema. Concordia, unità e pace sono già preghiera. Una preghiera talmente efficace che non solo ha potere di ottenere da Dio il superamento dei pericoli e delle difficoltà presenti, ma addirittura di scongiurare quelli che potrebbero ancora venire[14]. La ragione prima di ciò che noi chiamiamo “preghiera inefficace” – spiega Cipriano – sta molto spesso nella nostra incapacità ad essere in comunione con gli altri durante la preghiera. Non siamo veramente concordi. Non abbiamo un cuore e un’anima sola mentre preghiamo. Spesso ci si raccoglie in preghiera per chiedere unicamente ciò che più preme a ciascuno di noi senza pensare ai fratelli, anzi molto spesso chiediamo cose che sono in aperto contrasto col desiderio intimo dei nostri fratelli. Siamo bugiardi nel dire “Padre nostro”. E allora il Signore non benedice[15]. Nella comunità cristiana non vi può essere posto per l’individualismo, neppure quando ci raccogliamo nel segreto della nostra stanza per vivere l’esperienza intima di una comunione personale con Dio. Non esistono due forme di preghiera, l’una individuale e privata e l’altra pubblica e comunitaria. Ma soprattutto non si da invocazione cristiana che sia in rottura con l’armonia degli altri fratelli. La preghiera cristiana è per sua natura comunitaria. Così ci ha insegnato il Signore e così viene richiesto dal nostro essere «popolo adunato secondo l’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito santo». Perciò nella comunità cristiana
«Ciascuno preghi il Signore non solo per i propri bisogni personali, ma anche per i bisogni di tutti i fratelli come il Signore ci ha insegnato quando ci ha comandato di pregare non ciascuno per conto suo, ma in comune e in comunione con la preghiera di tutti»[16].
Questa forte accentrazione comunitaria Cipriano la ricava da un’esegesi molto profonda dello spirito che è sotteso ad ogni singola invocazione del Padre nostro. In queste invocazioni – spiega Cipriano – il Signore ha voluto anzitutto metterci in guardia contro ogni tentazione di pregare ciascuno per conto suo e secondo i capricci dei propri bisogni personali:
«Infatti non diciamo “Padre mio” che sei nei cieli; né diciamo “dammi oggi il mio pane quotidiano”, né ciascuno chiede che gli venga rimesso solo il suo debito personale o che lui soltanto non venga indotto in tentazione e venga liberato dal maligno. La nostra preghiera invece è sempre pubblica e comunitaria; e quando preghiamo non lo facciamo solo in favore di una persona, ma per il popolo intero, perché l’insieme del popolo è come un unico corpo. Il Dio della pace che è maestro di comunione concorde. Lui che ci insegnò l’unità, volle che ciascuno pregasse per tutti sull’esempio di Lui che, da solo, si prese cura di tutti»[17].
All’origine della possibilità stessa della preghiera cristiana c’è l’azione salvifica di Cristo che tutti ci ha condotti all’unità. Cristo diviene così il fondamento ultimo della nostra preghiera di cristiani. Infatti è per l’unità stabilita da Lui ed in Lui che tutto il popolo può affermare di essere una cosa sola esprimendo con forza questa ritrovata unità nella preghiera pubblica e comunitaria al “Padre nostro che è nei cieli”.
3. Una preghiera pacifica e semplice
Abbiamo visto quali sono i presupposti indispensabili perché la preghiera cristiana sia possibile ed efficace. Ma quali sono le caratteristiche proprie di questa preghiera? Anche a questo proposito si può parlare di una triade cui Cipriano annette grande importanza. Cipriano ne parla nel contesto di un richiamo ad Atti 1, 14: «Erano tutti perseveranti in preghiera con le donne e Maria, la madre di Gesù, e coi fratelli di Lui» e al Salmo 67, 7: «Colui che fa abitare gli unanimi nella casa».
Di questi richiami Cipriano si serve per spiegare “cristianamente” anche il canto dei tre fanciulli nella fornace ardente di Daniele 3, 51s:
«La loro preghiera – spiega Cipriano – fu un discorso impetrante ed efficace, perché il Signore veniva invocato da una preghiera pacifica, semplice e spirituale»[18].
La preghiera deve avere dunque queste tre note: deve essere pacifica, semplice e spirituale.
Pacifica – sottolineerebbe ancora una volta Cipriano – nei due sensi di “espressione della pace” e di “richiesta della pace”. La preghiera deve cioè: da una parte esprimere e manifestare il nostro essere in pace con tutti[19]; dall’altra deve chiedere di impetrare lo stato di pace con Dio[20].
Semplice. È assolutamente importante che impariamo a pregare il Signore dall’intimità del cuore e con la totalità dei nostri pensieri: «Preghiamo dunque “de intimo corde” et “de tota mente”[21]. È un invito pressante a fare esperienza della preghiera del cuore, quella preghiera “monologica” (fatta cioè di una parola soltanto come per es. “Abbà, Gesù, Amen” ecc.) che avrà poi tanta importanza nella tradizione monastica e che proseguirà ad essere la preghiera preferita da intere generazioni cristiane nella forma comune delle “giaculatorie” diffuse fin dal tempo dei padri del deserto. Cipriano è uno dei primissimi padri che rivendica questa nota peculiare della preghiera cristiana. Non c’è posto, nell’esperienza della preghiera cristiana, per le «parole confuse»[22] o per la «tumultuosa loquacitate»[23]. Il cristiano sa infatti di dover porre attenzione, quando si parla di preghiera, anche al portamento del corpo e al tono della voce. La preghiera richiede disciplina e armonizzazione non solo della mente, ma anche del corpo:
«Bisogna piacere agli occhi di Dio sia nel comportamento del corpo che nel tono della voce… Pensiamo che siamo davanti a Dio… abbiano dunque coloro che pregano una parola ed una voce disciplinate, soffuse di calma e di pudore»[24].
La calma (in latino “quies” che potremmo forse tradurre meglio “silenzio”), accompagnata da una seria disciplina del corpo, è il contesto ottimale della preghiera semplice del cuore. Anche qui abbiamo dei segni anticipatori di quella che sarà chiamata più tardi «preghiera esicasta» o «preghiera del cuore», oppure ancora «preghiera di quiete». Il contesto immediato in cui ne parla Cipriano è certamente diverso e riferibile alla situazione storica delle sue comunità africane. Forse egli nota degli abusi qua e là. Forse il metodo montanista di pregare, che spesso diveniva occasione di manifestazioni psico-fisiche poco equilibrate, tenta di far breccia anche all’interno delle assemblee cattoliche. Cipriano intende forse arginare simili tentativi. In ogni caso lo fa con molta efficacia e forza sottolineando le caratteristiche di semplicità e di compunzione discreta, ma profonda, tipiche della preghiera cristiana:
«Noi supplichiamo il Signore con semplicità e in comunione senza smettere mai e con la fiducia di essere esauditi; lo preghiamo con gemiti e pianti…»[25].
Così negli anni della persecuzione e del nascondimento forzato. Ma anche in periodi di maggiore serenità per la Chiesa, Cipriano dirà:
«Quando ci raduniamo insieme coi fratelli e celebriamo i sacrifici divini col sacerdote dobbiamo ricordarci di essere modesti e disciplinati senza sbandierare preghiere improvvisate con voce smodata e senza buttare lì, con modo di parlare inconsulto, una supplica da presentare invece a Dio con modestia ed umiltà. Dio infatti non si cura della voce, ma ascolta direttamente il cuore»[26].
Cipriano fonda tutte queste indicazioni sulla semplicità e sulla necessità di una preghiera fatta nel silenzio del cuore, sull’esegesi di Mt 6, 5-8. Lo stesso brano di Matteo gli suggerisce la rivendicazione di un allargamento geografico talmente ampio da far coincidere il luogo della preghiera col mondo intero. Non c’è luogo in realtà, per quanto remoto e profano esso possa apparire, che non sia adatto alla preghiera cristiana:
«Col suo insegnamento il Signore ci ha detto di pregare in segreto, in luoghi nascosti e lontani, nelle stesse camere riservate (della casa) – ciò che è più appropriato alla fede –, perché impariamo che Dio è presente dappertutto, che ascolta e vede tutti e che la pienezza della sua maestà penetra fin nei luoghi più lontani e segreti»[27].
In conclusione Cipriano pensa che il brano di Mt 6, 5-8 voglia sostanzialmente dire queste due cose: primo, che la preghiera deve essere semplice e fatta dal cuore; secondo, che essa non ha bisogno di luoghi speciali cui recarsi per poterla esprimere, perché il mondo intero è tempio di Dio e luogo privilegiato della sua costante presenza.
4. Preghiera spirituale
La terza caratteristica della preghiera cristiana è data dalla sua natura spirituale: “spiritualis oratio”. Cipriano arriva a questa conclusione per le indicazioni che egli trova in Gv 4, 23. Ma non si accontenta della semplice espressione letterale. Egli vuole esplicitare il significato ultimo dell’aggettivo “spirituale” dato da Gesù alla preghiera. E lo fa inserendo il testo di Giovanni nel contesto del «Padre nostro» di Mt 6, 9-13. Perciò spiega: Il Signore Gesù è colui che ha realizzato la profezia presente in Gv 4, 23: «Verrà l’ora quando i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità», quando, donandoci lo Spirito della Verità, ci ha donato anche la possibilità di pregare in modo veritiero e spirituale. Dunque la preghiera “spirituale” è il frutto gustoso di quello Spirito promesso dal Signore come colui che ci avrebbe introdotto in tutta la verità. È preghiera “spirituale” la preghiera dettata dallo Spirito. Ma la preghiera dettata dallo Spirito, che grida dentro di noi: “Abbà-Padre”, si identifica con la preghiera insegnata dal Signore e che noi siamo in grado di riconoscere nel «Padre nostro» di Mt 6, 9-13. Gesù viene ad essere così colui che ci ha iniziati alla preghiera “spirituale” e colui che, donandoci lo Spirito, ci ha posti anche nella possibilità concreta di far nostra una preghiera che è insieme sia dello Spirito che della Verità:
«Quale preghiera infatti può essere più “spirituale” di quella insegnata da Gesù dal quale lo Spirito santo è stato avviato? E quale preghiera può essere più vera presso il Padre di quella che è venuta fuori dalle labbra del Figlio che è la Verità?»[28].
La preghiera cristiana è dunque veramente “spirituale” quando è espressione della presenza dello Spirito santo, che è Spirito di unità, di concordia e di pace. Se perciò è presente lo Spirito dell’unità perfino una preghiera fatta prima della venuta del Signore, come per esempio quella dei tre fanciulli nella fornace ardente[29], può essere considerata, ed è di fatto, una “spiritalis oratio”[30]. La concordia e l’armonia reciproca che regnavano fra i tre fanciulli erano già segno evidente sia della presenza dello Spirito santo che dell’adesione al Cristo venturo. È un tentativo di proiezione che oggi potremmo definire ecumenica?
5. Preghiera feconda
La preghiera del cristiano deve essere “pacifica, semplice e spirituale”, ma non può in alcun modo essere una preghiera sterile (“sterilis oratio”). Già abbiamo visto sottolineare in modo fortissimo la necessità della concordia coi fratelli per l’orante cristiano. Cipriano richiede anche qualcos’altro: l’impegno alla conversione. Se infatti è assurda la preghiera di un cuore discorde coi fratelli, è per lo meno inefficace una preghiera che non sia accompagnata da opere di conversione[31]. Le opere di conversione sono anzitutto quelle che stabiliscono la comunità cristiana nell’umiltà, nella pace, nella ricerca della concordia reciproca, nella sottomissione timorosa al Signore[32]; ma esse si esprimono anche in un cammino ascetico vero e proprio che comporterà, fra l’altro, una certa discrezione nel cibo ed abbondanza di lacrime, digiuno ed elemosine[33].
6. Preghiera di santi
Cosa in fin dei conti chiediamo nella preghiera? Il cristiano – risponde Cipriano – chiede una cosa soltanto: la perseveranza nella grazia battesimale
«in modo che noi, (i quali siamo stati) santificati nel battesimo, possiamo avere la forza di proseguire nel cammino intrapreso»[34].
Chiediamo quindi una santità non da raggiungere o conquistare, ma da riconoscere e conservare. Il battesimo ha già reso santo il cristiano; la preghiera chiede allora a Dio il dono della permanenza in questa santità[35]. Nessuna preoccupazione perfezionista, ma soltanto desiderio e richiesta di restare solidamente nella nuova condizione inaugurata dal battesimo. Il punto centrale intorno al quale ruota tutta la preghiera cristiana è perciò la permanenza nella chiesa, nell’unità del corpo di Cristo. A questo tende la richiesta del “pane quotidiano” nel «Padre nostro»
«Chiediamo il nostro pane, perché Cristo è il pane di coloro che fanno parte del suo corpo»[36].
A questo è ordinato il nutrimento eucaristico quotidiano[37]. Il peccato è perciò il male più grave che può capitare al cristiano appunto perché, allontanandolo dall’eucaristia, rischia di separarlo dal corpo di Cristo:
«Dobbiamo temere e pregare perché non accada per qualcuno che, dovendosi astenere dall’eucaristia, non venga separato da Cristo e si ritrovi lontano dalla salvezza… Perciò chiediamo che ci venga dato il nostro pane, cioè Cristo, ogni giorno affinché, rimanendo e vivendo in Cristo, non ci stacchiamo dalla santificazione che viene dal suo corpo»[38].
7. Preghiera di vita
Un’ultima domanda: Quando pregare? Per Cipriano non esistono dubbi a questo proposito. Occorre pregare sempre:
«Procura di essere assiduo alla preghiera e alla lettura: o sii tu a parlare con Dio o sia Dio a parlare con te insegnandoti i suoi comandamenti e disponendoti ad osservarli. Se sarà lui ad arricchirti, nessuno ti impoverirà: non vi sarà più indigenza per colui il cui petto sarà stato saziato una volta dal grano del cielo»[39].
Potrebbe essere una sintesi sulla preghiera e invece questo brano è la semplice esortazione di un vescovo. Il carattere dialogico della preghiera cristiana è evidente. Ancora più chiaro è il riferimento alla “lectio” come momento in cui Dio stesso parla al cuore del cristiano. La voce, la risposta, l’insegnamento di Dio, si fanno vivi e presenti attraverso la “lectio”. Attraverso di essa il “pectus” del cristiano è talmente saziato dal “grano del cielo” che ormai più nulla può mancargli. Si ha l’impressione di essere alle sorgenti di quella abitudine alla “lectio divina” che diverrà poi una costante dell’intera tradizione monastica sia d’oriente che d’occidente. Ma Cipriano ci dice anche altro: il legame fra il tempo della preghiera cristiana e il tempo nuovo inaugurato da Cristo.
La novità della venuta di Cristo dà la ragione della preghiera fatta nel tempo, ma nella misura in cui libera la preghiera stessa da ogni tipo di vincolo col tempo cronologico. L’evento-Cristo è infatti l’unica vera misura del tempo. Così la mattina si prega per celebrare la resurrezione del Signore e la sera si prega per implorarne l’avvento. L’intera giornata del cristiano è immersa nell’evento pasquale e il giorno o il sole di questo mondo terreno ritrovano il loro carattere di segni e figure del mondo celeste «perché è Cristo il vero sole e il giorno vero»[40]. Anzi, a ben riflettere – prosegue Cipriano –, per colui che ha scoperto in Cristo il vero sole e il giorno vero, non esiste più il problema di stabilire quali ore del giorno o della notte siano le più adatte alla preghiera.
Il cristiano non è legato più al ciclo cosmico di luce-tenebre, tenebre-luce. Egli abita costantemente nella luce, ed è figlio della luce, perché abita in Cristo unica e vera luce del mondo. La preghiera a questo punto non è più qualcosa che si fa, ma si identifica con l’essere: essere in Cristo, essere nella luce, essere nello Spirito e nella Verità. Divenire preghiera. È questa la conclusione di Cipriano. A questo lo ha condotto il «Padre nostro» e la sua esegesi.

molte note nel sito

Cristo Re dell’Universo

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Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 23 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – CRISTO RE (25/11/2018) LA REGALITÀ DI CRISTO, MODELLO DI DONO E DI SERVIZIO

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XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – CRISTO RE (25/11/2018) LA REGALITÀ DI CRISTO, MODELLO DI DONO E DI SERVIZIO

padre Antonio Rungi

Oggi si conclude l’anno liturgico e questa XXXIV domenica del tempo ordinario pone alla nostra riflessione la regalità di Cristo, quale modello di servizio per ogni discepolo del Signore. La solennità di oggi, infatti, può considerarsi la sintesi di un cammino spirituale che abbiamo sicuramente svolto nel corso di quest’anno liturgico che volge al termine.
Tutta la liturgia della parola ci indirizza a guardare alla Croce di Gesù, da cui trova origine e si spiega, da un punto di vista cristiano, il vero concetto della regalità, espressa nel dono e nel sacrificio di se stesso.
Già nel testo della prima lettura, il profeta Daniele, guarda al Cristo, in una visione notturna, assiso alla destra di Dio, quale giudice della storia e dell’universo. Il profeta, infatti, descrive con parole semplici e comprensibili la figura di Cristo, definito qui “uno simile a un figlio d’uomo” che “giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui”. Figlio dell’uomo è lo stesso che dire Figlio di Dio e il Vegliardo in questo caso specifico si riferisce a Dio-Padre. Gesù quindi, mediante la risurrezione e l’ascensione al Cielo, ritorna nella sua sede naturale e una volta giunto in questa sua sede “Gli furono dati potere, gloria e regno”. Per fare cosa e per esercitare quale potere verso tutti i popoli, le nazioni e le lingue? Un potere che si fa servizio e chiede servizio e non imposizione o limitazione della libertà delle persone. Il potere di Cristo si configura, quindi, come un potere di amore e di dono e in quanto tale non è passeggero, ma duraturo e quindi è eterno, cioè che non finirà mai. Tanto è vero che il suo regno non sarà mai distrutto. Visione biblica del profeta Daniele, ma affermazione teologica di significato preciso riferito alla persona di Cristo. Egli è il Re di sempre e per sempre e il suo Regno è da sempre e per sempre. Lo tiene a precisare lo stesso Gesù davanti a Pilato, nel corso di quel processo farsa e inscenato per condannarlo a morte, come era nei programmi e nei progetti degli avversari religiosi e politici del Signore. Il Governatore romano che comanda in Palestina al tempo di Gesù, chiede infatti a Lui, che è stato accusato di farsi Re, se davvero lo sia. Gesù risponde ponendo a Pilato una sua domanda: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato dice che non è Giudeo e quindi non conosce Gesù. Egli si trova in quella situazione di giudicare una persona, cioè Cristo, perché la gente e i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato ed avevano prodotta l’accusa di farsi Re.
Pilato cerca di capire il reato commesso dal Cristo per esprime il suo giudizio inappellabile. E Chiede a Gesù ma che cosa ha fatto. Gesù conosceva il motivo perché lo avevano consegnato a Pilato e il suo primo atto di giustifica, fu quello di dire che la gente aveva frainteso e non lo aveva capito per niente, circa il suo insegnamento in merito al suo Regno. E precisa: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
La parola Re, lo aveva toccato a Pilato, aveva minato la sua autorità. La stessa parola di Re non si poteva usare perché il Re, anzi l’imperatore era quello di Roma e nessuno poteva prendere il suo posto. Ecco perché Pilato chiede a Gesù: «Dunque tu sei re?». Gesù dice di sì, ma precisando il tipo di regalità che egli aveva assunto e che non aveva nulla a che fare con il regno e i poteri degli uomini della terra. Perciò conferma quello che Pilato aveva detto in quel momento: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gesù quindi afferma la sua regalità davanti al potere politico, ma la sua regalità riguarda la verità, la giustizia, la pace, l’amore, il dono di se stesso e il sacrificio della sua vita. Cose che vengono ribadite dall’evangelista Giovanni nel brano dell’Apocalisse che costituisce la seconda lettura di questa solennità e dal quale è possibile attingere più ampiamente il significato della regalità di Cristo. Egli è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Lui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, spetta la gloria e la potenza nei secoli dei secoli.
Come ha raggiunto Cristo questo potere? Non certo con le armi, né con i compromessi politici, né opprimendo i popoli e limitando la libertà di pensiero, azione e movimento della gente, ma mediante il sacrificio di se stesso, della sua vita, come leggiamo nei versetti seguenti: “Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto”.
Di fronte a Cristo Re dell’Universo che con la Croce, per la Croce e dalla Croce ci insegna quale tipologia di regalità Egli, Figlio di Dio, ha esercitato, non c’è altro da fare che prendere esempio e se siamo fuori seminato, perché pensiamo di governare sugli altri, senza servire, ma facendosi servire, dobbiamo cambiare rotta e direzione. Per cui, è doveroso mettersi in ginocchio davanti a questo Re Crocifisso per amore e per dono e chiedere perdono, iniziando tutti un vero servizio di autorità nel nome di Cristo, salendo anche noi il Calvario, portando le nostre croci e mettendoci sulle spalle le croci degli altri.
Chiediamo al Signore con l’umiltà del cuore ciò che davvero è importante per noi cristiani, se vogliamo seguire il nostro Maestro e lo facciamo con la preghiera della colletta di questo giorno solenne: “O Dio, fonte di ogni paternità, che hai mandato il tuo Figlio per farci partecipi del suo sacerdozio regale, illumina il nostro spirito, perché comprendiamo che servire è regnare, e con la vita donata ai fratelli confessiamo la nostra fedeltà al Cristo, primogenito dei morti e dominatore di tutti i potenti della terra. E con il Salmista, ci rivolgiamo a Dio con queste meravigliose espressioni di lode e di ringraziamento a Colui che è il Re dei Re: Il Signore regna, si riveste di maestà: si riveste il Signore, si cinge di forza. È stabile il mondo, non potrà vacillare. Stabile è il tuo trono da sempre, dall’eternità tu sei. Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti! La santità si addice alla tua casa per la durata dei giorni, Signore.
Cristo giudice è un è il Cristo della misericordia e del perdono, perché per dono si è incarnato nel grembo verginale di Maria e si è fatto per noi servo per amore e d’amore. Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 23 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

21 novembre, Presentazione al Tempio di Maria

imm pens e paolo

Publié dans:immagini sacre |on 20 novembre, 2018 |Pas de commentaires »
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