Archive pour février, 2013

Papa Benedetto in volo da Roma a Castelgandolfo (l’elicottero è passato sopra casa mia, ma non l’ho potuto vedere)

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dal quotidiano « La Repubblica »

BENEDETTO XVI: LO SPIRITO E L’«ABBÀ» DEI CREDENTI (GAL 4, 6-7; RM 8, 14-17) – (ho scelto…

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20120523_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 23 MAGGIO 2012

LO SPIRITO E L’«ABBÀ» DEI CREDENTI (GAL 4, 6-7; RM 8, 14-17)

(ho scelto una catechesi del Papa per essere vicino a Lui che si accinge ad affrontare un diverso cammino nel silenzio e nella preghiera)  

Cari fratelli e sorelle,

mercoledì scorso ho mostrato come san Paolo dice che lo Spirito Santo è il grande maestro della preghiera e ci insegna a rivolgerci a Dio con i termini affettuosi dei figli, chiamandolo «Abbà, Padre». Così ha fatto Gesù; anche nel momento più drammatico della sua vita terrena, Egli non ha mai perso la fiducia nel Padre e lo ha sempre invocato con l’intimità del Figlio amato. Al Getsemani, quando sente l’angoscia della morte, la sua preghiera è: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36).
Sin dai primi passi del suo cammino, la Chiesa ha accolto questa invocazione e l’ha fatta propria, soprattutto nella preghiera del Padre nostro, in cui diciamo quotidianamente: «Padre… sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra» (Mt 6,9-10). Nelle Lettere di san Paolo la ritroviamo due volte. L’Apostolo, lo abbiamo sentito ora, si rivolge ai Galati con queste parole: «E che voi siete figli lo prova che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida in noi: Abbà! Padre!» (Gal 4,6). E al centro di quel canto allo Spirito che è il capitolo ottavo della Lettera ai Romani, san Paolo afferma: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15). Il cristianesimo non è una religione della paura, ma della fiducia e dell’amore al Padre che ci ama. Queste due dense affermazioni ci parlano dell’invio e dell’accoglienza dello Spirito Santo, il dono del Risorto, che ci rende figli in Cristo, il Figlio Unigenito, e ci colloca in una relazione filiale con Dio, relazione di profonda fiducia, come quella dei bambini; una relazione filiale analoga a quella di Gesù, anche se diversa è l’origine e diverso è lo spessore: Gesù è il Figlio eterno di Dio che si è fatto carne, noi invece diventiamo figli in Lui, nel tempo, mediante la fede e i Sacramenti del Battesimo e della Cresima; grazie a questi due sacramenti siamo immersi nel Mistero pasquale di Cristo. Lo Spirito Santo è il dono prezioso e necessario che ci rende figli di Dio, che realizza quella adozione filiale a cui sono chiamati tutti gli esseri umani perché, come precisa la benedizione divina della Lettera agli Efesini, Dio, in Cristo, «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo» (Ef 1,4).
Forse l’uomo d’oggi non percepisce la bellezza, la grandezza e la consolazione profonda contenute nella parola «padre» con cui possiamo rivolgerci a Dio nella preghiera, perché la figura paterna spesso oggi non è sufficientemente presente, anche spesso non è sufficientemente positiva nella vita quotidiana. L’assenza del padre, il problema di un padre non presente nella vita del bambino è un grande problema del nostro tempo, perciò diventa difficile capire nella sua profondità che cosa vuol dire che Dio è Padre per noi. Da Gesù stesso, dal suo rapporto filiale con Dio, possiamo imparare che cosa significhi propriamente «padre», quale sia la vera natura del Padre che è nei cieli. Critici della religione hanno detto che parlare del «Padre», di Dio, sarebbe una proiezione dei nostri padri al cielo. Ma è vero il contrario: nel Vangelo, Cristo ci mostra chi è padre e come è un vero padre, così che possiamo intuire la vera paternità, imparare anche la vera paternità. Pensiamo alla parola di Gesù nel sermone della montagna dove dice: «amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,44-45). È proprio l’amore di Gesù, il Figlio Unigenito – che giunge al dono di se stesso sulla croce – che ci rivela la vera natura del Padre: Egli è l’Amore, e anche noi, nella nostra preghiera di figli, entriamo in questo circuito di amore, amore di Dio che purifica i nostri desideri, i nostri atteggiamenti segnati dalla chiusura, dall’autosufficienza, dall’egoismo tipici dell’uomo vecchio.
Potremmo quindi dire che in Dio l’essere Padre ha due dimensioni. Anzitutto, Dio è nostro Padre, perché è nostro Creatore. Ognuno di noi, ogni uomo e ogni donna è un miracolo di Dio, è voluto da Lui ed è conosciuto personalmente da Lui. Quando nel Libro della Genesi si dice che l’essere umano è creato a immagine di Dio (cfr 1,27), si vuole esprimere proprio questa realtà: Dio è il nostro padre, per Lui non siamo esseri anonimi, impersonali, ma abbiamo un nome. E una parola nei Salmi mi tocca sempre quando la prego: «Le tue mani mi hanno plasmato», dice il salmista (Sal 119,73). Ognuno di noi può dire, in questa bella immagine, la relazione personale con Dio: «Le tue mani mi hanno plasmato. Tu mi hai pensato e creato e voluto». Ma questo non basta ancora. Lo Spirito di Cristo ci apre ad una seconda dimensione della paternità di Dio, oltre la creazione, poiché Gesù è il «Figlio» in senso pieno, «della stessa sostanza del Padre», come professiamo nel Credo. Diventando un essere umano come noi, con l’Incarnazione, la Morte e la Risurrezione, Gesù a sua volta ci accoglie nella sua umanità e nel suo stesso essere Figlio, così anche noi possiamo entrare nella sua specifica appartenenza a Dio. Certo il nostro essere figli di Dio non ha la pienezza di Gesù: noi dobbiamo diventarlo sempre di più, lungo il cammino di tutta la nostra esistenza cristiana, crescendo nella sequela di Cristo, nella comunione con Lui per entrare sempre più intimamente nella relazione di amore con Dio Padre, che sostiene la nostra vita. E’ questa realtà fondamentale che ci viene dischiusa quando ci apriamo allo Spirito Santo ed Egli ci fa rivolgere a Dio dicendogli «Abbà!», Padre. Siamo realmente entrati oltre la creazione nella adozione con Gesù; uniti, siamo realmente in Dio e figli in un nuovo modo, in una dimensione nuova.
Ma vorrei adesso ritornare ai due brani di san Paolo che stiamo considerando circa questa azione dello Spirito Santo nella nostra preghiera; anche qui sono due passi che si corrispondono, ma contengono una diversa sfumatura. Nella Lettera ai Galati, infatti, l’Apostolo afferma che lo Spirito grida in noi «Abbà! Padre!»; nella Lettera ai Romani dice che siamo noi a gridare «Abbà! Padre!». E San Paolo vuole farci comprendere che la preghiera cristiana non è mai, non avviene mai in senso unico da noi a Dio, non è solo un «agire nostro», ma è espressione di una relazione reciproca in cui Dio agisce per primo: è lo Spirito Santo che grida in noi, e noi possiamo gridare perché l’impulso viene dallo Spirito Santo. Noi non potremmo pregare se non fosse iscritto nella profondità del nostro cuore il desiderio di Dio, l’essere figli di Dio. Da quando esiste, l’homo sapiens è sempre in ricerca di Dio, cerca di parlare con Dio, perché Dio ha iscritto se stesso nei nostri cuori. Quindi la prima iniziativa viene da Dio, e con il Battesimo, di nuovo Dio agisce in noi, lo Spirito Santo agisce in noi; è il primo iniziatore della preghiera perché possiamo poi realmente parlare con Dio e dire “Abbà” a Dio. Quindi la sua presenza apre la nostra preghiera e la nostra vita, apre agli orizzonti della Trinità e della Chiesa.
Inoltre comprendiamo, questo è il secondo punto, che la preghiera dello Spirito di Cristo in noi e la nostra in Lui, non è solo un atto individuale, ma un atto dell’intera Chiesa. Nel pregare si apre il nostro cuore, entriamo in comunione non solo con Dio, ma proprio con tutti i figli di Dio, perché siamo una cosa sola. Quando ci rivolgiamo al Padre nella nostra stanza interiore, nel silenzio e nel raccoglimento, non siamo mai soli. Chi parla con Dio non è solo. Siamo nella grande preghiera della Chiesa, siamo parte di una grande sinfonia che la comunità cristiana sparsa in ogni parte della terra e in ogni tempo eleva a Dio; certo i musicisti e gli strumenti sono diversi – e questo è un elemento di ricchezza -, ma la melodia di lode è unica e in armonia. Ogni volta, allora, che gridiamo e diciamo: «Abbà! Padre!» è la Chiesa, tutta la comunione degli uomini in preghiera che sostiene la nostra invocazione e la nostra invocazione è invocazione della Chiesa. Questo si riflette anche nella ricchezza dei carismi, dei ministeri, dei compiti, che svolgiamo nella comunità. San Paolo scrive ai cristiani di Corinto: «Ci sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; ci sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; ci sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti» (1Cor 12,4-6). La preghiera guidata dallo Spirito Santo, che ci fa dire «Abbà! Padre!» con Cristo e in Cristo, ci inserisce nell’unico grande mosaico della famiglia di Dio in cui ognuno ha un posto e un ruolo importante, in profonda unità con il tutto.
Un’ultima annotazione: noi impariamo a gridare «Abba!, Padre!» anche con Maria, la Madre del Figlio di Dio. Il compimento della pienezza del tempo, del quale parla san Paolo nella Lettera ai Galati (cfr 4,4), avviene al momento del «sì» di Maria, della sua adesione piena alla volontà di Dio: «ecco, sono la serva del Signore» (Lc 1,38).
Cari fratelli e sorelle, impariamo a gustare nella nostra preghiera la bellezza di essere amici, anzi figli di Dio, di poterlo invocare con la confidenza e la fiducia che ha un bambino verso i genitori che lo amano. Apriamo la nostra preghiera all’azione dello Spirito Santo perché in noi gridi a Dio «Abbà! Padre!» e perché la nostra preghiera cambi, converta costantemente il nostro pensare, il nostro agire per renderlo sempre più conforme a quello del Figlio Unigenito, Gesù Cristo. Grazie.

UNA NOTIZIA INEDITA SU BENEDETTO XVI E SANTA CHIARA

http://www.zenit.org/it/articles/una-notizia-inedita-su-benedetto-xvi-e-santa-chiara

UNA NOTIZIA INEDITA SU BENEDETTO XVI E SANTA CHIARA

AL TERMINE DELL’UDIENZA GENERALE OGGI LA CONSEGNA AL SANTO PADRE DI COPIA DELLE FONTI CLARIANE

CITTA’ DEL VATICANO, 27 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG) PADRE PIETRO MESSA

La consueta udienza generale del mercoledì il 27 febbraio ha assunto un significato che a ragione si può dire storico: infatti è l’ultimo appuntamento pubblico in Piazza San Pietro di Benedetto XVI come Vescovo di Roma, Successore di san Pietro, ossia Papa.
Per una felice coincidenza in tale occasione – in seguito ad una richiesta accolta dalla Prefettura della Casa Pontificia prima ancora dell’annuncio delle sue dimissioni – è stata programmata al termine dell’udienza la consegna personale a Benedetto XVI di copia delle Fonti Clariane pubblicate a cura del frate minore padre Giovanni Boccali presso le Edizioni Porziuncola di Assisi. Comprensibilmente, a motivo dell’eccezionale affluenza, il dono è stato portato direttamente al Palazzo Apostolico.
Certamente papa Benedetto XVI apprezza tale dono e si può essere certi che sarà tra i libri che porterà con sé nei prossimi anni, anche a motivo della sua affezione a santa Chiara. Ad Assisi ancora ricordano quando nella Domenica delle Palme del 2003 – aprendo il 750° Centenario della morte dell’Assisiate (1253-2003) – parlando a braccio citò in modo preciso e appropriato brani degli scritti e delle agiografie di Chiara d’Assisi, mostrando una conoscenza personale di tali fonti.
L’affezione alla Santa d’Assisi l’ha mostrata anche durante il suo pontificato, come provano gli interventi a lei dedicati. Papa Benedetto XVI ha mostrato nelle sue catechesi come, contrariamente a quanto spesso si afferma, nella storia della Chiesa vi sono numerose donne che hanno avuto un ruolo di primaria importanza. Tra queste certamente figura santa Chiara d’Assisi: infatti, come si può vedere nelle Fonti Clariane appena edite, la sua corrispondenza con Agnese di Praga è uno dei casi più unici che rari di corrispondenza femminile medievale a noi giunto. Inoltre la sua Regola confermata da papa Innocenzo IV è il primo caso di una regola per donne, per di più opera di una donna. Anche una delle sue biografie è scritta da una donna, suor Battista Alfani, una clarissa del secolo XV che ha anche tradotto in italiano con estremo rigore filologico il Processo di canonizzazione di Chiara d’Assisi.
Proprio i rapporti con il papato sono un tratto caratterizzante la vita di santa Chiara d’Assisi, tanto che avendo ricevuto la visita di Innocenzo IV due giorni prima di morire, con le lacrime agli occhi invita le sorelle a lodare il Signore perché le aveva concesso non solo di riceverlo nell’Eucaristia, ma anche di “vedere il suo vicario”.
Veramente un segno provvidenziale che proprio al termine del suo pontificato vengano donate a Benedetto XVI copia delle Fonti Clariane, espressione di gratitudine per il suo apporto alla conoscenza della Santa d’Assisi, ma anche augurio che Chiara lo accompagni nel suo cammino e segno dell’affetto e della preghiera con cui il mondo francescano e clariano vuole accompagnarlo.

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Publié dans:immagini sacre |on 27 février, 2013 |Pas de commentaires »

1 COR 1, 18-31

http://www.diocesitv.it/treviso/allegati/669/archpiovana1Cor%201.pdf1

1 COR 1, 18-31

(DIOCESI DI TREVISO)

18La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. 19Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti.20Dov‟è il sapiente? Dov‟è il dotto? Dov‟è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? 21Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, 23noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; 24ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. 25Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.26Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. 27Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; 28quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, 29perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. 30Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, 31perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.

C‟è una realtà che misteriosamente accompagna il cammino terreno di Gesù, una realtà che è, allo stesso tempo, esperienza personale e chiave di lettura di tutta l‟esistenza di Gesù: è la realtà del silenzio. E questo è tanto più paradossale nella misura in cui si riflette sulla identità di Gesù come Parola, come esperienza comunicativa del mistero di Dio, come “rivelazione del mistero taciuto per secoli” (Rm 16, 25), come narrazione dell‟evento inconoscibile del volto di Dio. Certamente, come ci ricorda s. Ignazio di Antiochia, Gesù è “il Verbo uscito dal silenzio” (Ai Magnesi VIII, 2); eppure questo silenzio continua a custodire e a rivestire questo Verbo, permettendo ad esso di risuonare in tutta la sua forza. Può sembrare un paradosso: Gesù, per narrare Dio all‟uomo, ha dovuto farlo attraverso il linguaggio del silenzio, o meglio, accettando quella realtà di limite, di fragilità, di finitezza che è rappresentata dalla carne; una esperienza appunto di umiltà, e in definitiva, di silenzio dell‟identità divina. Giustamente nota D.Cerbelaud: “La fusione tra silenzio e parola determina tutta la vita umana di Gesù, compresa la vita pubblica. È singolare infatti che il „Verbo di Dio‟ abbia parlato, tutto sommato, così poco! Soltanto dopo una lunga vita nascosta, egli si manifesta. Manifestazione che, sebbene comporti davvero un insegnamento, è anche costituita in larga parte da segni muti (i miracoli) e da puro silenzio…” (D.CERBELAUD, Silenzio di Dio e il Sabato Santo, pp.14-15).Se si volesse scegliere qualche parola che ha la forza di esprimere questo silenzio di Cristo, questa Parola di Dio nascosta nella carne dell‟uomo, si potrebbe far riferimento a due termini presenti in Filippesi 2: ekénosen (v.7: svuotò se stesso) e etapeínosen (v.8: umiliò se stesso). Lo „svuotamento‟ (ekénosen) è l‟inizio della parabola discendente di Gesù, la prima tappa del cammino del suo silenzio esistenziale. È una espressione di grande forza visiva: viene usata quando una qualunque realtà perde tutto ciò che è sua prerogativa, tutto ciò che la contraddistingue e la valorizza e, di conseguenza, tutto ciò che permette di comunicare sé stessa. L‟immagine che appare al nostro sguardo è quella del deserto, di una terra che diventa desolata, incolta. Riferito a Cristo, questo significa il far tacere la potenza e la gloria della forma Dei per rivestirsi della debolezza della forma servi. Lo Pseudo-Macario esprime plasticamente questa spogliazione radicale (tanto da affrontare anche il silenzio di Dio) quando definisce l‟esperienza del Getsemani con queste parole: “Dio si ritira da Gesù come il mare si ritira dalla spiaggia, lasciandola asciutta”. Il silenzio dell‟umiliazione (etapeínosen) è il silenzio di una esistenza che si pone in basso e accetta tutto ciò che contraddice una apparenza di gloria e di potere. Il Deutero Isaia così esprime il profondo legame tra umiliazione e silenzio: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca… come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca… Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi” (Is 53, 7.3). Ma il silenzio della umiliazione raggiunge la sua dimensione più abissale in quell‟ “obbediente fino alla morte” (e l‟obbedienza richiede il silenzio delle proprie parole, del proprio io, per ascoltare la parola che deve esser incarnata nella propria vita) e alla “morte di croce”. Qui si tocca il limite estremo di questo silenzio di Cristo: la morte, la realtà che stronca definitivamente ogni possibilità di comunicare una parola, e la morte di croce, la smentita di ogni parola in quanto è la morte dello scomunicato. Ma paradossalmente, proprio all‟interno di questo silenzio abissale, risuona l‟unica vera parola, l‟unica parola che conta, l‟unica parola che può comunicare e narrare il volto di Dio, l‟unica parola che dona la vita e che dice la qualità dell‟amore di Dio. È una parola „inaudita‟ e nello stesso tempo, una parola che non smentisce né annulla questo silenzio, anzi è la parola della croce. Questo breve percorso attraverso il silenzio di Gesù ci può aiutare a intuire tutta la forza contenuta nella espressione di Paolo, la parola della croce, e farci comprendere che essa è come il cuore del mistero „taciuto per secoli‟, quel cuore che non può essere assolutamente compromesso o annullato, a costo di render incomprensibile il volto di Dio, a costo di neutralizzare la vita che in esso viene comunicata. Ecco perché Paolo ribadisce con decisione, di fronte ai Corinzi, il senso autentico del suo ministero (un ministero frutto di esperienze patite in prima persona) e il contenuto dell‟evangelo: “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo (me kenothê o stauròs tou Christoû)” (1, 17). In una comunità ancora giovane nella sua adesione all‟evangelo, attraversata da lacerazioni e tensioni, emerge un rischio che intacca il contenuto stesso della fede in Cristo: è il rischio di svuotare dall‟interno l‟evento della croce di Cristo, non comprenderne più il significato relegandolo come fatto passato e preferendo mascherare la parola dell‟evangelo con una ideologia capace di convincere, attraente (o per mezzo di miracoli o per mezzo di una „sapienza di parola‟). E il contrasto che Paolo pone di fronte ai Corinzi è sorprendente: da una parte c‟è una parola che insegue una logica mondana, intellettuale e dall‟altra c‟è la croce di Cristo (che Paolo subito dopo definisce „parola‟). La parola di sapienza tende a svuotare la parola della croce. E Paolo insiste su questo termine: „render vuoto‟. Anzi, si potrebbe dire ( e questo è un altro sorprendente contrasto), che l‟annullamento (kenothê) della parola della croce operato da una parola frutto di sapienza umana può essere superato solo se la croce rimane il segno eloquente dello svuotamento (ekénosen) di Cristo. Ed è questo che Paolo afferma con forza in 1 Cor 1, 18-31.

LECTIO
Attraverso la dinamica delle antitesi, Paolo pone i Corinzi quasi di fronte ad una scelta: a quale evangelo vogliono aderire? Quale è la qualità dell‟annuncio cristiano? Davanti allo sguardo di questa comunità inquieta ci sono logiche diverse, mondi differenti: sapienza e stoltezza, potenza e debolezza, Dio e mondo, umanità che chiede segni e cerca sapienza e umanità „chiamata‟ ad una logica differente, perduti e salvati. E pian piano queste logiche opposte mirano a condurre al cuore dell‟annuncio cristiano. E “centrale è la contraddizione interna alla parola della croce o a Cristo crocifisso, dichiarati sapienza e insensatezza, potenza e debolezza, secondo i rispettivi punti di vista di Dio e del mondo” (BARBAGLIO, La prima lettera ai Corinzi, p.133).
Si potrebbero individuare tre momenti come altrettante tappe attraverso le quali Paolo vuole condurre i Corinzi a prendere coscienza di tutto questo:
vv. 18-21: la parola della croce e la sua logica
vv. 22-25: il contenuto della parola della croce: il Cristo crocefisso
vv. 26-31: una comunità segnata dalla parola della croce

1. LA PAROLA DELLA CROCE
Se al v. 17 Paolo aveva definito il nucleo della sua missione come annuncio della croce di Cristo, al v. 18 definisce la croce di Cristo come parola che deve essere proclamata, „gridata‟. E l‟espressione è di per sé sorprendente: o lógos o toû stauroû. Anzitutto si può notare che il contenuto dell‟annuncio non è la croce in sé, ma la parola riguardante la croce, la parola che viene comunicata attraverso la croce, una parola segnata dalla croce. E la cosa in sé è scioccante, soprattutto per un orecchio che aveva ancora una certa sensibilità ad un segno che manteneva tutta la sua carica di crudeltà, un segno la cui drammaticità disumana non era ancora stata indebolita da una sovrapposizione simbolica. Un uomo appeso sulla croce appariva feccia umana, maledetto da Dio: “il nome stesso della croce – affermava Cicerone – non solo è assente dal corpo di un cittadino romano, ma addirittura dai suoi pensieri, dai suoi occhi, dalle sue orecchie” (Pro Rabirio 5, 16). Veramente l‟uomo appeso ad una croce è “come uno davanti al quale ci si copre la faccia” poiché “chiunque pende da un legno è maledetto da Dio” (Deut 21, 23).
Ma allora quale parola può comunicare la croce? Può nascere da una maledizione una parola di benedizione? Paolo invita i Corinzi a mettersi in ascolto di questa parola. E anche questo è sorprendente. Luca, al termine del suo racconto (cfr. 23, 48), ricordava che la croce è uno spettacolo da vedere, anzi una „visione‟ (teoría). Anche Giovanni (cfr. 19, 37), citando il profeta Zaccaria, orienta ad uno sguardo: “volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. Per comprendere il senso nascosto della croce, per giungere alla fede, bisogna vedere. Paolo ci indica un altro atteggiamento: ascoltare. Ma ascoltare e vedere sono le due forme, le due vie del credere: è un vedere che apre ad una comprensione profonda (offerta a „coloro che si salvano‟, per noi), ad un ascolto che si attua a livello di cuore nella misura in cui questa parola scende e feconda il terreno della propria vita. Vedere e ascoltare richiedono un silenzio da altre immagini e da altre parole che non siano quelle della croce.
a. La parola della croce: stoltezza e potenza di Dio
v.18 La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio.
La parola custodita nella croce è un parola nella quale Dio si disvela per quello che è e davanti alla quale ogni uomo è chiamato a confrontarsi, ad operare una crisis (attraverso la quale si evidenzia il contrasto tra coloro che vanno in rovina e coloro che sono sulla via della salvezza). “La croce è il patibolo impuro, chi vi sale è un anàthema, rigettato dalla comunità cui Dio si è legato in alleanza: chi vi muore, muore fuori dell‟accampamento e della porta della città (cfr. Eb 13, 11-13), nel luogo sconsacrato in cui Dio è ritenuto assente. Davvero la croce è l‟anti-sacrificio per eccellenza, secondo le norme cultuali di Israele: è follia, stoltezza, scandalo! Ma solo chi conosce questa verità e assume fino in fondo questa follia, vedendo morire Gesù in croce può confessare con il centurione: „Veramente quest‟uomo era Figlio di Dio!‟” (E.BIANCHI, Stoltezza della croce, p.8). La parola della croce è dunque un‟arma a doppio taglio che provoca un giudizio, una separazione, una chiarezza. E questa riguarda anzitutto il modo di conoscere Dio. “Contro ogni attesa umana che vuole incontrare Dio sotto il segno della sapienza e della potenza umana, Dio è là dove regna insensatezza e debolezza, appunto nell‟evento della crocifissione di Cristo e nella predicazione del crocifisso. E lo può incontrare, uscendone salvato, solo chi, in contrasto con il mondo, lo crede e lo confessa „crocifisso‟ sulla croce di Cristo. Chi invece resta prigioniero del suo rifiuto di ciò che è insensatezza, si autodestina alla perdizione” (BARBAGLIO, p.135). Questo duplice sguardo sulla croce che opera un giudizio è stupendamente espresso in questa preghiera presente nella liturgia bizantina per l‟ora nona: “La tua croce, o Cristo, in mezzo ai due ladri fu come una bilancia di giustizia: l‟uno fu trascinato all‟Ade dal peso della bestemmia, l‟altro, alleggerito dai peccati, fu guidato alla conoscenza della teologia”. La croce salva poiché conduce “alla conoscenza della teologia (pros gnosin theologias)”. Ciò che è in gioco è conoscere Dio, il suo vero volto; e la croce lo rivela. Ecco perché Paolo dice che in essa, nella sua scandalosa debolezza, è contenuta la „potenza di Dio‟, il peso della sua gloria e la sua forza: nella parola della croce “è presente il Dio di Gesù Cristo come Dio debole e insensato, se giudicato con il metro del mondo, eppure potente e sapiente della sua potenza e sapienza salvifica” (BARBAGLIO, p.136). Si realizza così ciò che il profeta Isaia aveva preannunciato come giudizio di Dio per un popolo vicino a Lui a parole, ma lontano con il suo cuore: “Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l‟intelligenza degli intelligenti” (Is 29, 14).
b. La sapienza del mondo e la sapienza di Dio
vv. 20-21 Dov‟è il sapiente? Dov‟è il dotto? Dov‟è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione.
Dopo aver fissato lo sguardo sul cuore dell‟evangelo, la parola della croce, Paolo ne disvela il mistero e la forza: ciò che la parola della croce testimonia è nient‟altro che la logica dell‟agire di Dio, della sua eudokía, della sua libera scelta. E qui Paolo continua nel confronto tra la sapienza del mondo e la sapienza di Dio.
Il mondo è pieno di „sapienti‟. E Paolo elenca tre categorie di „sapienti‟: c‟è colui che indaga sui misteri del sapere, il filosofo (sophós); c‟è colui che conosce e studia i testi della Scrittura, la sa interpretare e forse anche strumentalizzare (grammateús); c‟è chi sa usare con maestria la parola e con essa riesce a svelare i misteri di questo mondo (syzetetès). Ma che valore ha la loro sapienza? Dove sono e come si collocano di fronte al mistero di Dio? Pretendono di conoscere il disegno di Dio, ma Dio stesso, con il suo modo di agire paradossale, ha squalificato la loro sapienza, l‟ha neutralizzata, anzi l‟ha trasformata in stoltezza. Dio è capace di cambiare i connotati essenziali della logica dell‟uomo, del suo modo di ragionare e di pensare. Ed è proprio l‟evento della croce che opera questo radicale capovolgimento.
Questo paradosso, e Paolo lo sottolinea con forza, è libera scelta di Dio: è piaciuto a Dio. Ma sta qui l‟apertura straordinaria di Dio nei confronti di questa umanità impazzita nella sua pretesa di conoscere Dio e che di fatto ha smarrito le vie che portano all‟incontro con Dio: questo capovolgimento di logica non è per la condanna, ma per la salvezza. E coloro che accolgono la parola della croce attraverso un annuncio che sembra votato alla stoltezza (i „credenti‟, i veri sapienti che riconoscono la croce come rivelazione dell‟agire di Dio) possono realmente camminare verso la salvezza, cioè conoscere Dio ed entrare in comunione con Lui.

2. LA PAROLA DELLA CROCE E IL VOLTO DEL CROCEFISSO
vv. 22-25 Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.
a. Ma in fondo, a cosa conduce la logica della sapienza del mondo proprio nella sua pretesa di cercare di conoscere Dio? Quale volto di Dio rivela? L‟uomo chiede a Dio di rivelarsi (i segni che dimostrano l‟intervento di Dio); l‟uomo cerca un Dio che soddisfi e gratifichi il suo modo di ragionare. Miracoli e sapienza sono due volti del Dio cercato dall‟uomo. Ma sono proprio i due tratti che la parola della croce contraddice, in quanto essa è, apparentemente, il segno dell‟impotenza di Dio, una pietra di inciampo nella logica di un credere ad un Dio forte (così i capi dei sacerdoti e gli scribi gridavano a Gesù in croce: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, i re di Israele scenda ora dalla croce perché vediamo e crediamo” Mc 15, 31-32), il segno di ciò che umanamente è di più irrazionale, stolto.
b. È un altro il volto di Dio che è rivelato e comunicato nella parola della croce. Ed è questo che Paolo annuncia. E qui si opera un sorprendente salto di qualità. Finora sembrava che sotto lo sguardo fosse posta una realtà assurda, una realtà di morte e di umiliazione, con la pretesa di essere un segno dell‟agire di Dio: la croce e il suo significato. Ora Paolo non parla più di croce , ma di Cristo crocifisso. C‟è un volto, certamente umiliato e sofferente, ma un volto. Ed è questo volto a rivelare il volto stesso di Dio. È il Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. “Nell‟immaginario cristiano – annota G.Colombo – la croce sembra prevalere sul crocifisso, dando sfogo alle tendenze ambigue insite nel subconscio dell‟uomo… Non è la croce a fare grande Gesù Cristo; è Gesù Cristo che riscatta persino la croce, la quale è propriamente da comprendere, non retoricamente da esaltare” (Sulla evangelizzazione, p.64). La croce rivela l‟agire di Dio in Gesù: un dono liberamente scelto e un dono della propria vita per amore. Questa è la sapienza e la potenza che Dio ci offre. E su questa rivelazione la ricerca dell‟uomo deve confrontarsi (ecco perché diventa segno di contraddizione). E l‟uomo è sempre chiamato a scegliere in quale modo, da quale angolatura guardare il crocifisso: da quello della sapienza umana che vi riconosce il segno dell‟assurdo o da quello donato da Dio nella fede (la chiamata come dice Paolo al v.24) che vi riconosce la sapienza e la potenza di Dio.
c. E Paolo lo ricorda ancora con forza: per giungere a conoscere il volto di Dio, la grandezza del suo amore, bisogna attraversare la stoltezza e la debolezza di Dio, bisogna lasciare che la sua debolezza vinca la nostra pretesa di potenza, che la sua stoltezza annulli la nostra ricerca sapiente. È veramente una via umanamente svuotante e umiliante; ma è la via che ha percorso Dio stesso per farsi prossimo dell‟uomo. E proprio quando l‟uomo sperimenta il nulla di sé, della sua ricerca, dei suoi sforzi, Dio interviene: fa sua la debolezza dell‟uomo e proprio lì rivela ciò che Egli solo può fare per l‟uomo. E proprio attraverso la croce, anzi attraverso la morte di Gesù, la vita del Figlio donata per amore, Dio ha rivelato la logica della vita. Già nella croce è contenuta la sapienza e la potenza di quella vita di Dio che si manifesta pienamente nella risurrezione e viene donata ad ogni uomo, a coloro che sono „chiamati‟. “Non è sufficiente conoscere Dio nella sua gloria e nella sua maestà – dice Martin Lutero – ma è anche necessario conoscerlo nella umiliazione e nell‟infamia della croce… In Cristo, nel Crocifisso, stanno la vera teologia e la vera conoscenza di Dio” (E.BIANCHI, La stoltezza della croce, p.9).

3. UNA COMUNITÀ SEGNATA DALLA PAROLA DELLA CROCE
vv. 26-31 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.
Non dobbiamo dimenticare che Paolo sta parlando ad una comunità che sta smarrendo la sua profonda identità cristiana. E a questo punto i Corinzi sono invitati a compiere l‟ultimo passo: riprendere coscienza della loro identità, a che cosa sono stati chiamati e da chi (considerate la vostra vocazione), e confrontarsi con la parola della croce.
a. Anzitutto lo sguardo dei Corinzi deve fissarsi su Dio che li ha chiamati,. L‟essere comunità cristiana non è frutto di uno sforzo o di un progetto umano. Sono dei chiamati e questa espressione, usata da Paolo al v.24. li mette subito in relazione con la libera scelta e la logica di Dio: per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Il loro sguardo dunque deve fissarsi su colui che ha rivelato questa logica: il Cristo crocifisso.
b. E qui si opera una seconda conversione di sguardo. Alla luce della logica di Dio i Corinzi devono guardare con grande onestà e realismo alla loro situazione. Chi sono? E che cosa pretendono di essere? Paolo lo dice senza mezzi termini: sono una comunità debole e povera. Mancano in questa comunità la forza data dalla cultura (i sapienti secondo la carne), quella offerta dall‟economia e dalla politica (i potenti), quella legata ad una classe sociale (i nobili). Un quadro di comunità un po‟ dimesso e deprimente, che già suscitava il commento ironico e polemico del pagano Celso: “Queste le norme dei cristiani: „Non si unisca a noi alcuna persona istruita, sapiente o saggia; tutto ciò è mal visto tra di noi. Ma chi è ignorante, ottuso, incolto, questi venga pure fiducioso!‟. Che persone del genere siano degne del loro dio, appare chiaramente se si pensa che essi non vogliono e non sanno convincere se non gli sciocchi, gli insensati, gli schiavi, le donnette e i ragazzini… Che vedete tra i cristiani? Cardatori di lana, ciabattini, lavandai e la gente più ignorante e rozza… I cristiani proclamano: „Chiunque sia peccatore, privo di intelligenza, ingenuo, in breve un povero diavolo, si avvicini: il Regno di Dio gli appartiene‟” (CELSO, Il discorso vero, III, 44.55.59). Eppure questa povertà attira lo sguardo di Dio perché Dio sceglie ciò che l‟uomo rifiuta, ciò che considera stolto, debole e ignobile, quello che è nulla, per rivelare quello che lui è e può fare per l‟uomo. Ed è quella logica, quel capovolgimento di valori, che già una piccola, una povera, Maria, aveva profondamente compreso e trasformato in inno di lode alla grandezza di Dio: “…ha guardato l‟umiltà della sua serva… ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni… ha rimandato i ricchi a mani vuote “ (Lc 1, 48 passim). “Dio chiama e sceglie non in base al valore dei beneficiari della sua iniziativa, ma „sub signo crucis‟, luogo dell‟impotenza dell‟uomo e della divina potenza risuscitatrice” (BARBAGLIO, p. 146).
c. Questo capovolgimento di valori (quelli che l‟uomo considera valori da Dio sono trasformati in disvalori) diventa la via scelta da Dio per creare una sorta di vuoto (ridurre a nulla le cose che sono) necessaria per frantumare ogni pretesa umana: sgretolare la radice della kauchesis (il gloriarsi) umana di fronte a Dio. Perché è proprio questa pretesa di avere una gloria da dimostrare davanti a Dio che chiude alla grazia di Dio. In fondo, ricorda Paolo ai Corinzi (forse proprio in preda a questa tentazione diabolica e distruttiva, radice di ogni divisione), l‟agire di Dio (tutto ciò che si rivela nella parola della croce e nel Cristo crocifisso) vuole annientare questa via di morte che comprometta la salvezza: “vuole rendere impossibile all‟uomo di mettersi davanti a lui con l‟atteggiamento del fariseo della parabola… a vantare la sua „nobiltà‟ e le proprie prestazioni eccellenti…. È in questione la rispettiva posizione di Dio e dell‟uomo” (BARBAGLIO, p.149). d. Ma Dio non distrugge se non per donare qualcosa di più grande. E al v.30 si giunge al vertice di questo cammino attraverso la debolezza e attraverso il deserto di ciò che l‟uomo tenta di costruire (questo gloriarsi di fronte a Dio). Tutto ciò che una comunità è nella fede, quella salvezza che è la via della conoscenza di Dio, tutto questo è gratuità: grazie a Lui voi siete in Cristo Gesù. Qui sta il fondamento dell‟unità di una comunità e tale unione nasce dall‟adesione alla parola della croce. Ma qui si rivela anche ciò che Gesù è per ogni credente. Si potrebbe dire che quella debolezza e stoltezza nella quale si manifesta l‟agire sapiente e potente di Dio, hanno dei nomi per il credente: sono redenzione (Gesù ha pagato, nella croce, il prezzo necessario al riscatto della nostra schiavitù), sono santificazione (nell‟amore di Cristo rivelato sulla croce è indicata la via che fa risplender in noi la santità di Dio), sono giustizia (la croce è via di liberazione e di giustificazione), sono sapienza (è la parola l‟unica sapienza del credente).
e. Solo di questo possiamo vantarci. Ma la gloria non è più la nostra, ricorda Paolo, ma quella del Signore (cfr. Ger 9, 22). Nella parola della croce, nel volto del crocifisso, si rivela la gloria di Dio. E solo facendo propria questa gloria, che per il credente si rivela nella debolezza della sua esistenza, nell‟esperienza del peccato e del perdono di Dio, nella compassione e nel dono di sé, può essere resa vana la stolta sapienza del mondo.

MEDITATIO
a.“Per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”.
La parola della croce in cui si rivela il volto della sapienza e della potenza di Dio, il volto del Cristo crocifisso, è per coloro che sono chiamati e la accolgono nella loro vita. È per ogni uomo e donna che riconosce in essa la mano potente di Dio (come nella icona della Discesa agli inferi) che può strappare la propria vita dall‟impotenza della morte, di ogni sorta di morte. E questa parola è per ciascuno di noi: noi siamo chiamati a portare nella nostra vita la parola della croce. E questo avviene in tanti modi: nella debolezza della nostra carne, quella debolezza che a volte non accettiamo o non sappiamo gestire e che ci pare così lontana dalla via della santità che con tanti sforzi perseguiamo; nella logica della croce, cioè dell‟amore che passa attraverso la morte e che siamo chiamati a vivere ogni giorno; nelle varie sofferenze che incontriamo come discepoli di Cristo. Siamo veramente segnati dalla parola della croce. Ma ciò che è importante è che essa, nella nostra vita rimanga sempre unita a Cristo. Solo così è potenza e sapienza d Dio; solo così ci rivela il percorso di Dio in mezzo alla nostra debolezza e la forza che solo lui può portare alla nostra vita.
La parola della croce ci ricorda questa verità: Gesù ha percorso ogni abisso dell‟umanità, tracciando un cammino di comunione con le realtà umane in tutte le loro espressioni drammatiche per aprirle al dono della vita. Attraverso Cristo, attraverso il suo mistero di incarnazione, passione e morte, espressione del dono di sé, attraverso la parola della croce, la vita ormai abita il dramma del limite, del peccato e della morte. È come un chicco di grano nascosto sotto terra e che solo attraverso la morte porta frutto. Nulla dell‟uomo è estraneo al Figlio di Dio; ma ormai nulla di Dio è estraneo all‟uomo. “Dio non si vergogna della piccolezza dell‟uomo – scrive D.Bonhoeffer – vi si coinvolge totalmente: sceglie un esser umano, lo fa suo strumento, e compie il suo mistero là dove meno lo si attende. Dio è vicino a ciò che è piccolo, ama ciò che è perduto, ciò che è insignificante, reietto, ciò che è debole, spezzato. Quando gli uomini dicono „perduto‟ egli dice „trovato »; quando dicono „condannato », egli dice „salvato »; quando gli uomini dicono „no », egli dice „si »… Quando giungiamo, nella nostra vita, al punto di vergognarci dinanzi a noi stessi e dinanzi a Dio, quando arriviamo a pensare che è Dio stesso a vergognarsi di noi, quando sentiamo Dio lontano come mai dalla nostra vita, ebbene, proprio allora Dio ci è vicino come non mai; allora vuole irrompere nella nostra vita, allora ci fa percepire in modo tangibile il suo farsi vicino, così che possiamo comprendere il miracolo del suo amore, della sua prossimità, della sua grazia” (BONHOEFFER D, Memoria e fedeltà, Bose/Magnano, Qiqajon, 1995, pp.57-58).
Allora diventa profondamente vero per la nostra vita ciò che Paolo dice in 2Cor 12, 9-10: “Quando sono debole, è allora che sono forte, perché la potenza di Dio si manifesta nella debolezza”. La nostra debolezza, in un continuo confronto con la parola della croce, la nostra debolezza come chiamata ad una forza altra, la nostra debolezza come deserto in cui viene annullata e resa vuota ogni nostra pretesa di perfezione (quella farisaica) è luogo di grazia, è vera teologia, è cammino di conoscenza del sovrabbondante amore di Dio.
b. “Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti…”. Davanti alla parola della croce una comunità, la Chiesa, scopre se stessa, chi veramente è e quale è la sua vocazione. Come coloro che erano giunti allo spettacolo della croce, tornando ripensavano a ciò che era accaduto percuotendosi il petto, così una comunità, tutta la Chiesa, coglie, davanti al Cristo crocifisso, nello steso momento, nell‟unico istante, la grandezza dell‟amore di Dio e ciò che essa è: una comunità di salvati, ma continuamente bisognosa di perdono.
Come comunità siamo chiamati a passare sempre per signum crucis. E questo ci fa capire come essere cristiani nel mondo: nella umiltà di chi non può vantare nulla davanti a Dio e nell‟umiltà di chi non vuole seguire vie di potenza (essere dei segnati dalla croce e non dei crociati). Ma questo permette a ciascuno di accogliere anche la comunità, la chiesa nella sua debolezza, nelle sue innumerevoli povertà, convinti che Dio può trasformarle in luogo della sua gloria. Una comunità cristiana, ci ricorda ancora D. Bonhoeffer “è un dono di Dio che non possiamo reclamare. Solo Dio sa a che punto è la nostra santificazione. Ciò che a noi pare debole, povero, per Dio può esser grande e magnifico… Quanto più profonda è la gratitudine con la quale accettiamo ogni giorno ciò che ci viene donato, tanto più certa e costante sarà la crescita quotidiana della comunione secondo la volontà di Dio” (La vita comune, Brescia 1969, pp.57-59).
Una comunità, una chiesa che continuamente considera, prende consapevolezza della propria vocazione davanti e per mezzo della parola della croce, non si spaventa della propria debolezza, ma la affida al suo Signore; sempre di più preoccupata di vantarsi non dei propri risultati (certamente frutto del suo agire per il Signore) ma dell‟unica gloria del Signore. Commentando proprio questo passaggio della 1Cor 1, 24-27, H.De Lubac scriveva. “Agli occhi del mondo la Chiesa, come il suo Signore, ha sempre l‟aspetto di schiava. Esiste quaggiù in „forma di serva‟… ‟E difficile, o piuttosto assolutamente impossibile all‟uomo naturale, fino a quando non sia intervenuta in lui una radicale trasformazione, riconoscere in questo fatto il compimento della kenosi salvifica e la traccia adorabile della umiltà di Dio… Non esiste un “cristianesimo privato”; e per accettare la Chiesa, bisogna prenderla così com‟è, tanto nella sua realtà umana e quotidiana, quanto nella sua idea eterna e divina, perché, di diritto come di fatto, la dissociazione è impossibile”. E il teologo continua indicando un modo „cattolico‟ di amare la chiesa: per amarla “bisogna immergersi nella sua vita come il grano affonda nella terra… Bisogna spingere fino al limite estremo la logica della Incarnazione, per cui la divinità si adegua alla debolezza umana. Per possedere il tesoro bisogna avere il vaso di argilla che lo contiene, fuori del quale esso si perde” (DE LUBAC, Le nostre tentazioni nei confronti della Chiesa).
“O nome della croce mistero nascosto! O grazia ineffabile espressa nel nome della croce…Comprendete o uomini il mistero di tutta la natura e quale è stato il principio di ogni cosa… È giusto salire sulla croce di Cristo che è l‟unica e sola parola distesa, della quale lo Spirito dice: “Che cosa è Cristo se non la parola, l‟eco di Dio?”. Così la parola è l‟asse diritto della croce, quello al quale sono crocifisso; l‟eco è l‟asse trasversale, cioè la natura dell‟uomo; il chiodo che unisce l‟asse trasversale a quello diritto è la conversione e la penitenza dell‟uomo. Poiché, dunque, o parola di vita… mi hai fatto conoscere e mi hai svelato queste cose, io ti ringrazio con labbra inchiodate… con quella voce che è compresa dal silenzio”

(Atti di Pietro 37-39: in Apocrifi del Nuovo Testamento, cur. L.Moraldi, II, pp.100-102).

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 27 février, 2013 |Pas de commentaires »

« NON ABBANDONO IL SIGNORE CROCIFISSO » – PAPA BENEDETTO, ULTIMA UDIENZA GENERALE

http://www.zenit.org/it/articles/non-abbandono-il-signore-crocifisso

« NON ABBANDONO IL SIGNORE CROCIFISSO »

NELLA SUA ULTIMA UDIENZA GENERALE, BENEDETTO XVI TRAE UN BILANCIO DEL SUO PONTIFICATO SU UN PIANO SPIRITUALE

CITTA’ DEL VATICANO, 27 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG) LUCA MARCOLIVIO

“Vedo la Chiesa viva!”. Con queste parole e ringraziando “commosso” le migliaia di fedeli presenti a piazza San Pietro per l’ultima Udienza Generale del suo pontificato, papa Benedetto XVI ha tratto un bilancio di natura essenzialmente spirituale, di questi otto anni trascorsi come successore di Pietro.
“In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita”, ha detto il Papa, ponendo fiducia nel Vangelo che “purifica e rinnova”, portando frutto ovunque i credenti lo accolgano. “Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia”, ha sottolineato il Santo Padre.
Tornando a quel 19 aprile 2005, in cui accettò di “assumere il ministro petrino”, Benedetto XVI ha espresso la “certezza della vita della Chiesa dalla Parola di Dio”, che lo ha sempre accompagnato in quasi otto anni di pontificato.
“In quel momento – ha proseguito – come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? È un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai, anche con tutte le mie debolezze”.
Sono seguiti otto anni in cui il Papa ha “potuto percepire quotidianamente” la presenza del Signore, in un cammino “che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili”.
Benedetto XVI ha paragonato la sua esperienza a quella del suo primo predecessore, San Pietro, che, impegnato con gli altri Apostoli sul mare della Galilea, riceve in dono dal Signore “tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante”, così come “momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire”.
La barca della Chiesa, tuttavia, “non è mia, non è nostra, ma è sua”, ha osservato il Pontefice, e “il Signore non la lascia affondare”. Per questo il Papa ha ringraziato Dio “perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore”.Il Santo Padre ha quindi accennato all’Anno della Fede, da lui istituito, “per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano”.
Si tratta di un’occasione, ha spiegato, per “affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica”, e perché ognuno si senta “amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini”.
Sono seguiti i ringraziamenti ai rappresentanti della Chiesa che, in questi otto anni, a tutti i livelli, sono stati vicini al Santo Padre: i “Fratelli Cardinali”, i “Collaboratori” più stretti, a partire dal “Segretario di Stato”, la “Segretaria di Stato e l’intera Curia Romana, come pure tutti coloro che, nei vari settori, prestano il loro servizio alla Santa Sede: sono tanti volti che non emergono, rimangono nell’ombra, ma proprio nel silenzio, nella dedizione quotidiana, con spirito di fede e umiltà sono stati per me un sostegno sicuro e affidabile”.
Il Papa ha poi ricordato la “Chiesa di Roma, la mia Diocesi”, oltre ai “Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, le persone consacrate e l’intero Popolo di Dio”.
Parlando delle lettere ricevute nelle ultime settimane, Benedetto XVI ha detto di aver percepito “il senso di un legame familiare molto affettuoso”, toccando con mano che cosa sia la Chiesa, ovvero “non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti”. Sperimentare tal sensazione, in un momento in cui tutti parlano del “declino” della Chiesa, “è motivo di gioia”, ha aggiunto.
Tornando sulla sua recente sofferta decisione, il Papa ha affermato: “ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa”. Di qui la scelta della rinuncia, compiuta “nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo”.
Amare la Chiesa, ha aggiunto il Papa, “significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi”.
La decisione presa è stata grave, ha proseguito il Pontefice, anche perché “da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore”. E chi assume il ministero petrino “non ha più alcuna privacy”, poiché sceglie di appartenere “sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa”. 
Ritirandosi, Benedetto XVI non intende “ritornare nel privato”, né “a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze”. “Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso”, ha spiegato il Papa che, in questo modo, rinuncia alla “potestà dell’officio per il governo della Chiesa”, continuando però a servirla, nella preghiera, rimanendo “nel recinto di san Pietro”.
Congedandosi e ringraziando nuovamente, Benedetto XVI ha raccomandato i fedeli di pregare per lui “e soprattutto di pregare per i Cardinali, chiamati ad un compito così rilevante, e per il nuovo Successore dell’Apostolo Pietro: il Signore lo accompagni con la luce e la forza del suo Spirito”.

REMBRANDT THE PROPHET JEREMIAH MOURNING OVER THE DESTRUCTION OF JERUSALEM

REMBRANDT THE PROPHET JEREMIAH MOURNING OVER THE DESTRUCTION OF JERUSALEM dans immagini sacre

http://artmight.com/Artists/Rembrandt-Harmenszoon-Van-Rijn/Rembrandt-The-Prophet-Jeremiah-Mourning-over-the-Destruction-of-Jerusalem-243826p.html

Publié dans:immagini sacre |on 26 février, 2013 |Pas de commentaires »
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