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BIBBIA E SOFFERENZA: QUANDO UNA CATTIVA TRADUZIONE ALIMENTA UNA SPIRITUALITÀ DEVIATA

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BIBBIA E SOFFERENZA: QUANDO UNA CATTIVA TRADUZIONE ALIMENTA UNA SPIRITUALITÀ DEVIATA

Luciano Manicardi, monaco di Bose

Guida alla lettura
In questo brano difficile, ma di fondamentale importanza dal punto di vista critico e filologico, Luciano Manicardi illustra alcuni esempi di come una traduzione scorretta o un’indebita estrapolazione possano stravolgere il significato di determinati passi biblici, alimentando idee e affermazioni aberranti sul significato del dolore, della malattia e della sofferenza agli occhi di Dio. In questo modo è possibile che certe frasi bibliche divengano «luogo comune, opinione non verificata ma resa autorevole dal fatto di essere sempre ripetuta», e acquisiscano così «quell’autorevolezza che dovrebbe essere invece guadagnata sul campo, dopo seria e puntuale verifica».
E’ il caso, per esempio, della celebre frase di Paolo contenuta nella seconda lettera agli abitanti di Corinto: «Quando sono malato, allora sono forte». Questa affermazione non significa che, in sé, la malattia sia sorgente o espressione di forza, e che vada dunque vista come un fatto positivo della vita (come sostiene per esempio uno sconcertante testo medievale), ma che – assunte nella fede in Cristo – la malattia, la sofferenza, e persino una preghiera di guarigione inesaudita, non hanno l’ultima parola sulla speranza dell’uomo.
Esempio ancora più significativo dei pericoli di una traduzione affrettata è un passo della lettera di Paolo ai Colossesi, per molto tempo tradotta così: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la chiesa». Questa traduzione, avverte Manicardi, è aberrante ed eretica, perché «sembra implicare l’idea che la passione di Cristo sia incompleta e insufficiente, che essa abbia bisogno delle sofferenze di Paolo (e dunque dei credenti) per essere condotta a pienezza, e dunque che le sofferenze dei credenti abbiano un valore redentivo». Il sacrificio di Gesù è invece pieno e sufficiente per la nostra salvezza (e comunque ricordiamo sempre non è la sua sofferenza che ci salva, ma il suo amore per noi nonostante la sofferenza); e la frase, secondo il testo greco, va invece tradotta così: «Io trovo la mia gioia nelle mie sofferenze per voi e completo ciò che manca alle tribolazioni di Cristo nella mia carne, per il suo corpo, che è la chiesa». In altre parole: non è alla passione di Cristo che manca qualcosa; semmai è alla partecipazione dei credenti alle sofferenze di Cristo che manca – e mancherà sempre – qualcosa.
Nella seconda parte dell’articolo, Manicardi sottolinea poi che, a rigor di termini, in questo passo di Paolo non è neppure di sofferenze fisiche, emotive e morali che si parla, ma delle “tribolazioni di Cristo”: ove tribolazione è termine tecnico per indicare la fatica dell’azione apostolica e missionaria, e l’espressione “di Cristo” non è complemento di specificazione, ma significa “per causa” e “in nome” di Cristo. Ciò che manca alle tribolazioni di Cristo, dunque, non ha nulla a che vedere con il sacrificio della croce, ma è correlato all’attività evangelizzatrice.
La riflessione di Manicardi ci invita a non fermarci mai al sentito dire, e ad esercitare un controllo attento ed esigente anche sulla qualità tecnica e letteraria dei testi che ci vengono proposti. La traduzione non è mai “neutrale” rispetto all’originale, ma almeno non deve produrre una percezione distorta del messaggio originario. Per chi si applica poi allo studio di un testo complesso come la Bibbia, l’ideale è confrontare sempre versioni differenti e per i punti dubbi, se si dispone della preparazione necessaria, risalire al testo originale: impegno arduo per l’Antico Testamento (trasmesso in ebraico e aramaico, con la sola eccezione dei libri deuterocanonici), ma non proibitivo per il Nuovo, scritto in un greco molto semplificato rispetto al modello classico, fatti salvi alcuni tecnicismi specifici. Per chi abbia avuto l’opportunità, in gioventù, di studiare queste lingue meravigliose, si tratta di rinfrescare le conoscenze della grammatica e della sintassi. Per gli altri, ricordiamo come diversi monasteri organizzino, d’estate, brevi corsi di ebraico e greco biblici. Quelli del Monastero di Bose, per esempio, sono articolati in tre livelli di difficoltà, e durano ciascuno una settimana: il loro obiettivo, naturalmente, non è quello di formare esperti traduttori, ma di fornire gli strumenti essenziali per muoversi con un minimo di autonomia all’interno di testi antichissimi che, al di là delle credenze di ciascuno, hanno fornito un contributo fondamentale all’elaborazione della nostra cultura.
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E’ difficile portare uno sguardo spirituale sulla sofferenza che sia equilibrato dal punto di vista umano ed evangelico. La storia della spiritualità cristiana ci mostra affermazioni e giudizi che rappresentano esempi di deviazioni in senso doloristico che non hanno nulla a che fare con lo spirito dell’evangelo, che non sono conformi a una visione autenticamente umana della malattia e della sofferenza, e che anche dal punto di vista teologico sono discutibili o addirittura aberranti. Eppure spesso simili affermazioni, che ispiravano atteggiamenti esistenziali e nutrivano ed esprimevano al tempo stesso una “spiritualità”, erano tratte da testi biblici. Certamente questi testi erano letti in modo maldestro, estrapolati dal loro contesto, assolutizzati, non bene interpretati, ma nulla toglie che fosse ad essi che ci si riferiva, trasferendo indebitamente l’autorità della parola di Dio, contenuta nella Scrittura, dal testo biblico alle affermazioni teologiche o spirituali che da esso si facevano derivare.
E questa storia non è solo di ieri, ma continua anche oggi: certe frasi bibliche o che echeggiano testi biblici divengono luogo comune, opinione non verificata ma resa autorevole dal fatto di essere sempre ripetuta, ed acquisiscono così, a basso prezzo, quell’autorevolezza che dovrebbe essere invece guadagnata sul campo, dopo seria e puntuale verifica, a seguito di attenta riflessione e di confronto con la realtà.
Per esempio, il paradosso espresso da Paolo in 2Cor 12,10 con le parole: «Quando sono debole (o “malato”), allora sono forte» – estrapolato dal contesto in cui manifesta la maniera con cui Paolo integra nella propria fede pasquale, e nella propria personale sequela del Crocifisso, la preghiera insistente e non esaudita di essere liberato dalla misteriosa “spina nella carne” che lo affligge – è stato utilizzato per fondare affermazioni aberranti sulla malattia e sulla sofferenza.
Questo testo tardomedievale ne è eloquente espressione: «Se l’uomo sapesse come la malattia gli sarebbe oltremodo utile, non vorrebbe mai vivere senza malattia. Perché? Perché l’infermità del corpo è la salute dell’anima… Come? Grazie alla malattia del corpo, la sensualità viene spenta, la vanità distrutta, la curiosità cacciata, il mondo e la vanagloria ridotti a nulla, l’orgoglio svuotato, l’invidia allontanata, la lussuria bandita… Facendo odiare il mondo essa dispone all’amore di Dio».
Altre volte è una cattiva traduzione del testo biblico che può ingenerare affermazioni teologicamente e spiritualmente erronee. È il caso di Col 1,24, spesso tradotto: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la chiesa».
Questa traduzione [1] sembra implicare l’idea che la passione di Cristo sia incompleta e insufficiente, che essa abbia bisogno delle sofferenze di Paolo (e dunque dei credenti) per essere condotta a pienezza, e dunque che le sofferenze dei credenti abbiano un valore redentivo. In realtà, se ci si attiene scrupolosamente al testo greco, rispettando l’ordine sintattico della frase, la traduzione del versetto deve suonare così: «Io trovo la mia gioia nelle (mie) sofferenze per voi e completo ciò che manca alle tribolazioni di Cristo nella mia carne, per il suo corpo, che è la chiesa».
Non la passione di Cristo è insufficiente per la salvezza; non è ad essa che manchi qualcosa; non è neppure che questo qualcosa possa esservi portato da Paolo o dai credenti: ma è alla partecipazione dell’Apostolo e dei credenti alle sofferenze di Cristo che manca ancora qualcosa. Non la passione di Cristo è deficitaria, ma è “nella mia carne”, cioè alla povera persona umana dell’Apostolo che manca qualcosa alla pienezza di partecipazione alle tribolazioni di Cristo: «Ciò che ancora manca, ciò che Paolo deve condurre a termine, è il proprio itinerario, che egli chiama “tribolazioni di Cristo nella mia carne”, e che riproduce quello di Cristo, nel suo modo di vivere e di soffrire per l’annuncio del Vangelo e a causa sua e per la Chiesa» [2].
Erveo di Bourg-Dieu (1075/1080 – 1149/1150), commentando la lettera ai Colossesi, si chiede “dove” manchi ciò che manca alle sofferenze di Cristo e risponde: «Nella mia carne. Infatti nella carne di Cristo, generata dalla Vergine, non manca alcuna sofferenza, ma tutte le sofferenze trovano la loro pienezza in essa (cioè, nella carne di Cristo). Tuttavia rimane ancora una parte delle sue sofferenze nella mia carne, che io ogni giorno sopporto a favore del suo corpo universale che è la chiesa» (PL 181,1325).
La tradizione cristiana fin dall’antichità ha spiegato che il valore salvifico della passione di Cristo è pieno e ad esso non vi è nulla da aggiungere. Tommaso d’Aquino, nel suo commento alla lettera ai Colossesi, metteva in guardia dal rischio di interpretare in modo inadeguato le parole dell’Apostolo: «Queste parole, intese in modo superficiale, possono essere comprese male, cioè nel senso che la passione (“passio”) di Cristo non sia sufficiente per la redenzione e che perciò le sofferenze (“passiones”) dei santi siano state aggiunte per completarla. Ma questa affermazione è eretica, perché il sangue di Cristo è sufficiente per la redenzione, anche di molti mondi: “Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; e non solo per i nostri ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Gv 2,2)».
Del resto, proprio la lettera ai Colossesi sottolinea la pienezza e completezza della persona e dell’agire di Cristo in ordine alla redenzione sicché nulla può essere aggiunto: «Piacque a Dio di fare abitare in lui (il Figlio) tutta la pienezza e per mezzo di lui riconciliare tutte le cose, avendo rappacificato con il sangue della sua croce, per mezzo di lui, le cose della terra e quelle del cielo» (Col 1,19-20). Insomma: «Colossesi insiste troppo sulla pienezza, sulla supremazia totale e attuale del Cristo glorificato, a cui non manca nulla, perché lo si possa dimenticare; Colossesi non dice nemmeno che Cristo non ha compiuto tutto ciò che doveva compiere o che non ha sofferto abbastanza perché l’Apostolo debba portare a compimento le sofferenze redentrici per la Chiesa: allora, infatti, la mediazione di Cristo non sarebbe perfetta, e la lettera non cessa di dire il contrario» [3].
Per ben comprendere il passo bisogna inoltre notare che l’espressione tradotta con “patimenti di Cristo”, andrebbe più correttamente resa con “tribolazioni di Cristo”. Il termine greco “thlipsis” non indica mai le sofferenze redentrici di Cristo, ma sempre le tribolazioni, le fatiche, le angustie escatologiche dell’Apostolo o della chiesa: persecuzioni, opposizioni, violenze, privazioni. La passione e la morte redentrice di Cristo è sempre espressa da termini come “sangue”, “morte”, “croce”, “morte in croce”, ma mai tribolazione. Queste tribolazioni caratterizzano i tempi escatologici, quelli cioè inaugurati dall’evento pasquale di Cristo, e segnano in particolare l’attività apostolica ed evangelizzatrice che viene svolta nella fede in Cristo e sotto la guida del suo Spirito.
Questa attività è il compito che Paolo ha ricevuto da Dio, compito che lo rende “diákonos”, servo della chiesa, e che consiste nel portare a compimento l’annuncio e la predicazione della parola di Dio (Col 1,25). Compiendo questo servizio, Paolo conosce sofferenze (“pathémata”: «Trovo la mia gioia nelle mie sofferenze per voi») e incontra tribolazioni (“thlípseis”: «completo ciò che manca alle tribolazioni di Cristo nella mia carne») che egli vive nella dedizione ai cristiani delle sue comunità, spendendo la vita per loro e per l’edificazione della chiesa. L’espressione “tribolazioni di Cristo” designa dunque le tribolazioni che l’Apostolo patisce a motivo di Cristo e vive in lui, nella fede cioè nel Figlio di Dio «che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20) e, al tempo stesso, indica le tribolazioni di cui, nella persona dell’Apostolo, è soggetto ancora Cristo: infatti il disegno salvifico che ancora deve compiersi nella storia (disegno che per destinatarie tutte le genti), ha in Cristo morto e risorto il protagonista centrale.
Ciò che “manca”, dunque, alle “tribolazioni” di Cristo, ha a che fare con l’attività missionaria, evangelizzatrice, con il compito di servo del vangelo e della chiesa che Paolo ha ricevuto da Dio: «Tale missione egli deve esercitare negli ultimi tempi, contrassegnati appunto dai travagli escatologici che preparano il compimento finale, e che, accolti, indubbiamente riempiono, secondo il piano di Dio, il tempo della Chiesa, e completano, nel senso che consentono a Cristo di estendere la sua salvezza ad ogni carne e fino ai confini del mondo» [4].
In questo modo il testo viene riconsegnato al suo contesto biblico e può essere compreso all’interno di corrette coordinate di teologia biblica.

Note
1) Mutata (e decisamente migliorata) nella più recente traduzione ufficiale della Bibbia italiana in: «Io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa».
2) Saint-Paul, Épitre aux Colossiens, a cura di J.-N. Aletti, Gabalda, Paris 1993, p. 155.
3) Saint Paul, Épitre aux Colossiens, op. cit., p. 135.
4) P. Jovino, Chiesa e tribolazione. Il tema della ??i??? nelle lettere di san Paolo, Edi Oftes, Palermo 1985, p. 154.

IL DIO CHE HA PIANTO (2/2)

http://www.sermig.org/nponline/164-spiritualita/12033-il-dio-che-ha-pianto-22-

IL DIO CHE HA PIANTO (2/2)

Pubblicato: 23 Febbraio 2013

di Giuseppe Pollano -

Il pianto di Gesù su Gerusalemme ci apre l’orizzonte della pietà di Dio, che soltanto i cristiani sono in grado di capire e di condividere. Perché qui Gesù estende il suo sguardo dove lo sguardo umano non arriva.
Gesù, quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace!”. (Lc 19,41-42)
Artisti del centro Aletti, Il pianto di Gesù su Gerusalemme Gerusalemme, pur avendo respinto Gesù, è stata per secoli il luogo di incontro di Dio e dell’uomo. Dove doveva andare Gesù, per incontrare definitivamente l’uomo, se non nel luogo dell’incontro, il tempio, la città del tempio? Eppure Gerusalemme lo ha crocifisso fuori dalle mura. È questa dimensione religiosa, soteriologica, che strappa le lacrime del Signore.
Possiamo chiedergli perché ha pianto, cosa vedeva in quella città, tra l’altro così bella, così attiva, così laboriosa; avrà anche sentito la gente cantare nelle strade; era una città nel pieno della sua vivezza. Era primavera, tutto era in fiore: insomma cosa ha visto che lo ha fatto così piangere?
Possiamo cercare di capire i gradi del suo pianto: per amore della sua città santa, per la rottura della continuità delle alleanze, per la durezza dei cuori che hanno provocato la cecità, per la tenerezza divina che scorge il fallimento dei destini.
He Qi, Gesù fanciullo tra i dottoriGesù ha pianto per amore della sua bella città santa
Gesù è stato profondamente ebreo, un ebreo nel sangue, praticante, credente, un ebreo che ha pregato per anni e anni nella sinagoga con tutte le preghiere ebraiche e aramaiche che si dicevano da centinaia di anni. Dunque amava intensamente la sua città, sua nel senso che era la città santa. Quando gli ebrei una volta all’anno vi si recavano, esprimevano davvero una passione; era davvero un pellegrinaggio, era un cantar di salmi in cui credevano. Era forte il senso religioso che li sosteneva, così come la loro fede. Gesù ha vissuto tutto questo.
La prima volta che vi è andato, compiuti i dodici anni prescritti per la maggiore età, è corso al tempio ed è stato lì tre giorni a parlare di Dio con l’appassionato amore che adesso lo fa piangere alla vista della città tutta distesa sotto il suo sguardo, perché lui sa che ormai il tempio s’è svuotato. Non passeranno molti anni, e poi le legioni di Roma spianeranno tutto.
Beati se sapremo piangere quando vediamo tradimenti nella Chiesa, assistiamo a liturgie convenzionali e poco soddisfacenti, ad un certo modo di vivere la religiosità slavato e povero, a omelie che non sanno di niente, a ritualità stancanti: tutto questo non è il segno del trascendente e non attira i semi-credenti, anzi, li allontana dalla Chiesa.
Gesù ha pianto perché Gerusalemme ha spezzato il disegno di Dio
L’alleanza della creazione, l’alleanza con Noè, l’alleanza con Abramo, l’alleanza con Mosè sono state il crescere di una medesima alleanza che avrebbe avuto il compimento con la venuta di Colui che era l’Alleanza; invece c’è stato il brusco rompersi delle due alleanze che ancora adesso non si sono ricongiunte. Come poteva Gesù non piangere di una cosa simile?
Anche a noi accadono situazioni analoghe. Per esempio quando un padre e una madre, che vorrebbero la continuità della fede da parte dei figli, sanno piangere su loro se spezzano l’alleanza e se ne allontanano. L’essere capaci di piangere sulla rottura da generazione a generazione, da educatori a educati, su questo continuo frantumarsi di una continuità, rende il cuore più attento, più aperto, più missionario: non basta piangere sui fatti nostri.
Nel cap. 5 della Lumen Gentium è scritto che la Chiesa è stata chiamata ad un’universale santità, perché il popolo eletto esiste per santificarsi. Se questo popolo eletto, ad esempio, rompe la tradizione dei suoi santi, li appende solo ai muri, dice loro quattro preghiere al giorno, ma non ne segue l’esempio perché quelli sono santi, noi no, tradisce la sua elezione. Quante virtù adesso sono tutt’altro che scontate e sono diventate rare, come la verginità e la castità cristiana! Pensiamo anche solo all’aborto e all’eutanasia: c’è una mentalità distorta. C’è un degrado evidente, una rottura; una tradizione che si spegne. Come possiamo non piangere di una situazione simile?
James Tissot, Anna e CaifaGesù ha pianto anche per le durezze di cuore che hanno provocato la cecità su di lui
Piange su quelli che gli sono nemici, lui non ne ha; piange sui suoi prossimi crocifissori; piange su Anna, su Caifa, su tutti. È un uomo così santo che non riesce a non piangere neanche di fronte a Giuda: “Amico, è per questo che sei venuto?”.
Ebbene, dobbiamo ancora stare attenti, noi cristiani, ad evitare l’ultimo ostacolo: non piangere per quelli che ci sono nemici. Nessuno ci ha dato il diritto di non piangere per quelli che ci perseguitano o ci contrastano. Non solo. Poiché Gesù ha pianto indistintamente per Gerusalemme tutta, il cristiano diventa tanto più cristiano quanto più sa piangere su coloro che osteggiano Dio, Cristo e la Chiesa. Ci sono stati lunghi decenni in cui la Chiesa tradì quello che chiamiamo oggi l’atteggiamento apologetico e l’atteggiamento del dibattito, della discussione, dello scontro teologico e mentale: si discuteva ma non si piangeva.
Questo può accadere anche a noi; può perfino accadere che noi siamo capaci di distinguerci e dividerci all’interno della Chiesa per il semplice fatto che apparteniamo a gruppi diversi. Sono situazioni in cui il Signore diventa molto severo, il suo amore diventa esigente.
Gesù ha pianto perché scorge il fallimento dei nostri destini
Piangere sui peccatori è il vero segreto di Gesù, è la tenerezza di Dio.
Non tutti i cristiani, anche quelli che sanno piangere sulla morte umana, ci arrivano, perché ci vuole finezza, ci vuole Spirito di Dio, senso della grazia. Questo pianto è gratuito, non serve a niente lì per lì: eppure Dio gradisce questo pianto consapevole, come ha gradito quello di suo figlio. Piangere perché non hai più fede, piangere perché non preghi, piangere perché pecchi, piangere perché sei una povera società impenitente, piangere perché non te ne importa di Dio: di queste lacrime la nostra cultura è priva, perché non ne capisce neanche il senso. Ci sono atei che piangono su Lazzaro, a modo loro, ma nessuno piange perché una città è impenitente; ci vuole tutta una fede per arrivare a queste lacrime.
Anche noi cristiani rischiamo un po’ di mimetismo riguardo i destini umani, cioè ci pare un discorso un po’ da missionari, da gente specializzata, poiché intanto Dio è buono e in qualche maniera tutti si salvano; entriamo in una forma di genericismo, dove si affloscia il desiderio di dire agli altri Gesù Cristo, di comunicare la lettura dei destini umani. Invece questo è l’aspetto più missionario, più profondamente spirituale, quello che è proprio dentro il mistero della Croce, visto che Gesù è morto non soltanto perché Lazzaro risorgesse, ma perché i peccatori risorgessero dalla vera morte. Questa, insomma, è la realtà di quella che l’Apocalisse chiama “la morte seconda” (Ap 21,8): la morte ultima dalla quale non c’è rimedio, perché quello è l’inferno. Eppure la Pasqua è stata pensata e realizzata da Dio proprio per salvarci da questa morte seconda.
James Tissot, Gesù piange su GerusalemmeIl pianto spirituale di Dio si addice ai cristiani: i santi, come ad esempio il Cottolengo, ci mostrano come sanno piangere sugli altri, e per questo diventano giganti di pietà accorgendosi delle sofferenze che altri non vedono; santo non è uno che vuole gli altri in paradiso e intanto li lascia con le scarpe rotte, con lo stomaco vuoto.
Soltanto chi crede nell’eternità sa piangere su coloro che la stanno perdendo o che non la stanno accettando; allora vengono fuori le preghiere, le tue preghiere, le tue adorazioni, i tuoi sacrifici, che non hanno più un immediato obiettivo storico, ma che guardano le realtà ultime, si rendono conto che l’eternità c’è e vorrebbero che c’entrassero tutti. San Paolo si è fatto tutto a tutti per salvare almeno qualcuno: quanta umiltà c’è in questo straordinario apostolo. Non è pessimistico farsi tutto a tutti per salvare almeno qualcuno, è un obiettivo per cui vale la pena spendere tutto quanto. Teresa di Gesù Bambino morendo dice: “Non avrei mai immaginato di soffrire tanto”, poi però aggiunge: “Non me ne pento, non mi pento di aver offerto questo per i peccatori”. Ecco l’orizzonte dei santi, ecco il pianto del Signore.
È giusto che noi un po’ di queste lacrime le piangiamo. Esiste il dono delle lacrime, ma non è qualcosa di eccezionale: è un sentimento tipico dei cristiani, che non toglie loro la gioia, ma fa parte integrante della loro serietà.
Quindi prendiamo queste pochissime righe del vangelo, entriamo nella scena, immedesimiamoci in essa, guardiamo questo Gesù; vinciamo la resistenza del vederlo piangere e quando lo sentiamo singhiozzare, perché l’ha proprio fatto, allora entriamo in sintonia con questo Dio, condividiamo il suo cuore e avremo forse toccato uno dei momenti più intensi della sua esperienza umana. Avremo conosciuto Gesù molto meglio che leggendo un tomo di teologia.
Questo è il lavoro pratico del cristiano, ci farà molto più buoni, più lieti, più aperti.
Ci aiuti Maria che ha conosciuto e condiviso tutte le lacrime di Cristo: allora vivremo una quaresima feconda di salvezza.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall’autore

Publié dans:SPIRITUALITÃ |on 27 février, 2018 |Pas de commentaires »

GRANDE SALTO – IL CORAGGIO DELL’AURORA /1

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GRANDE SALTO – IL CORAGGIO DELL’AURORA /1

Un percorso di spiritualità per i giovani sulle tracce di Etty

Fabiola Falappa

(NPG 13-01-22)   Si potrebbe credere che la nostra cultura stia morendo, soprattutto nel suo nucleo occidentale più antico, l’Europa. Ma potrebbe anche essere tutto il contrario, un’alba. Proviamo a verificare quest’ultima ipotesi. Le due cose unite insieme, la morte e l’alba, danno una crisi. Ma l’alba ha più valore della morte nella storia umana, l’alba della condizione umana che si annuncia più e più volte e torna a riapparire dopo ogni sconfitta. La storia intera si potrebbe infatti definire  come una sorta di aurora ripetuta e mai pienamente riuscita, protesa verso il futuro. (María Zambrano)[1]   Alla ricerca del senso dell’esistere Nell’iniziare questo percorso è importante sottolineare un dato che purtroppo spesso rischia di essere banalizzato o interamente misconosciuto. Mi riferisco all’approccio che, a mio avviso, risulta più autentico e fecondo nell’incontrare i giovani: il riconoscere che l’esistenza è sensata ed ha valore: e ciò proprio a partire dalla instancabile e incessante ricerca di un senso condivisibile, tipica dell’età giovanile. È in modo particolare nel relazionarsi con le nuove generazioni infatti che sperimentiamo la presenza, magari configurata anche solo o ancora come bisogno e necessità, del darsi di un senso che sia credibile e condiviso come punto di partenza concreto. Prima ancora dell’idea che il senso scaturisca dal Tu divino, sono i giovani che ci insegnano il valore fondamentale della relazione con gli altri, i quali – come accade quotidianamente – sono fonte di senso e di valore per noi. Davvero concreto e credibile è il muovere da sé e nel contempo dagli altri, in uno scambio reciproco di condivisione. Questa è la dinamica che, da giovane, caratterizza il vivere di Etty Hillesum. Lei da un’ottica individualistica si è aperta all’altro per incontrare così con stupore e meraviglia l’Altro, e da quest’incontro scaturisce poi un rinnovato modo di relazionarsi alla comunità. Ed è a maggior ragione nella difficoltà contemporanea, che spesso finisce per disorientare e travolgere i giovani alla ricerca di un senso partecipabile, che ritengo vada accolta la testimonianza aurorale di questa giovane donna. Una fotografia superficiale dell’universo giovanile cade in facili definizioni ed etichetta adolescenti e ragazzi come disimpegnati, bamboccioni, vittime dell’individualismo. Una generazione rinchiusa in una gabbia di amicizie più o meno virtuali, frastornata da miti falsi e illusioni, priva di orizzonti sul futuro. Eppure incontrando i giovani, in carne e ossa, si scopre che sono capaci di mettersi in gioco, pronti a sfatare il luogo comune che lega giovinezza a disinteresse e alla scarsa attitudine alla riflessione. In un altro orizzonte invece, opposto a quello odierno, anche le nuove generazioni sarebbero accolte per i loro bisogni e riconosciute come co-soggetti di rinnovamento. Ma questo è un dovere tuttora eluso da una parte rilevante del mondo adulto e delle istituzioni. Se non vogliamo sprecare l’immenso valore del dialogo tra le generazioni né mortificare la vita di chi oggi è giovane, occorre prendere distanza dalle attuali identificazioni per cui i giovani sono il «futuro», o sono «risorse», oppure un «problema». In realtà i giovani sono un altro presente. La loro condizione piuttosto va, a mio parere, considerata secondo la metafora concreta dell’aurora, come emersione di un’identità e una realtà inedita, lungo un percorso nel quale ci si trova dinanzi ad alternative come quelle tra la conoscenza di sé e l’adattamento al mondo così com’è, tra il mantenersi fedeli al desiderio di felicità vera oppure il consegnarsi a suoi surrogati, tra l’aderire – in sintesi e in una immagine – con coraggio alla luce aurorale del primo mattino o consegnarsi alla paura e alla disperazione delle tenebre notturne. Se infatti si continua a guardare ai giovani con un sentimento di fondo come la paura si genera un autentico contagio: paura degli adulti per i giovani, sfiducia in essi, paure dei giovani verso il futuro, sfiducia in sé e negli adulti. Quando invece si sceglie di aderire al senso della propria esistenza, per quanto oscuro e incerto, con il coraggio della fiducia, si aprono scenari inaspettati e luminosi che ci portano a cogliere nei giovani l’incarnazione della «aurora ripetuta e mai pienamente riuscita, protesa verso il futuro», di cui parla la filosofa spagnola Zambrano.  Oltre la crisi: il dialogo nella speranza Ovviamente un quadro concettuale, rispetto alla crisi presente, non basta a trovare soluzioni, anzi molto spesso si finisce per rimanere bloccati e pietrificati, per effetto della disperazione. Tra le esperienze che possono farci, al contrario, attraversare la paura c’è senz’altro il dialogo. Con questo intendo la vera condivisione di un cammino in cui ciascuno vede nell’altro un valore reale e incarnato. Ci si narra, si ascolta davvero, si dà tempo, fiducia agli altri, si impara a vivere i conflitti, a portarli e così a superarli. Perciò esso non è solo un dire e lasciar dire, ma è intessuto di emozione, di compassione, di sguardi, di silenzio, di contemplazione, di cura, di tenerezza e, certo, anche di parole. Si cerca insieme e cercando si può essere attratti da un senso per la vita che sia capace di darci luce e ospitalità, che ci inviti a diventare davvero noi stessi. Allora dialogare si trasforma in imparare a sperare, a svolgere il sogno di una vita riuscita e non a rinnegarlo per paura o a dimenticarlo. Se non è vero che «i giovani sono il futuro», ma sono il presente, si può però anche dire che essi contribuiscono a generare il futuro, poiché rinnovano il volto di una società, nel momento in cui glielo si permette. E questo è solo uno degli insegnamenti che con abbondanza e ricchezza scaturiscono dagli scritti di Etty; ripercorrendo le tracce del suo cammino impareremo ad assaporare tutta la bellezza della vita, sempre memore del senso che la intesse e che si manifesta, volta per volta, con modalità sorprendentemente differenti, perfino nei momenti di buio più cupo. Dal dialogo che inizialmente lei svolge tra sé e sé, nelle prime pagine del diario («devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe»),[2] passa alla condivisione di un percorso davvero comunitario e comunionale, in virtù dell’imparare a sperare insieme, che contagia positivamente anche le generazioni che si sono succedute alla sua epoca fino ad arrivare a noi. La vita è così curiosa e sorprendente e infinitamente piena di sfumature, a ogni curva del suo cammino si apre una vista del tutto diversa. La maggior parte delle persone ha nella propria testa delle idee stereotipate su questa vita, dobbiamo nel nostro intimo liberarci di tutto, di ogni idea esistente, parola d’ordine, sicurezza; dobbiamo avere il coraggio di abbandonare tutto, ogni norma e appiglio convenzionale, dobbiamo osare il gran salto nel cosmo, e allora, allora sì che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante, anche nei suoi più profondi dolori.[3] Dialogare con lei è un modo per superare la crisi, già a partire dal nostro io più intimo, per compiere «il gran salto» che ci libera dalle consuete paure. In tale prospettiva gli educatori devono percepire e interpretare questo tipo di svolta per partecipare al cammino dei giovani in modo maieutico, credibile e liberante, altrimenti eludono o sprecano la grande ricchezza della relazione con le nuove generazioni e fanno mancare loro dei riferimenti essenziali per crescere come persone luminose. I giovani disposti a farsi «incontrare» dalla sua sensibilità e spiritualità, nel contempo, riceveranno in dono la rinuncia a escludere, a negare e a distruggere, acquisteranno come abitudine «il coraggio di guardare in faccia ogni dolore»,[4] premessa per giungere a una forma di vita e di convivenza libera dal dominio e da qualsiasi logica di violenza. Il coraggio di pronunciare il nome di Dio Il passaggio dalle tenebre alla luce aurorale nella biografia di Etty Hillesum è, secondo la mia interpretazione, ravvisabile nella svolta radicale che segue le primissime pagine del suo Diario, ancora totalmente autocentrate. La svolta non riguarda innanzitutto il fare, l’attivismo, le opere. Certo, dovrà giungere a tutto questo. Piuttosto la svolta consiste, in primo luogo, nel formarsi di una integrità sconosciuta nell’anima, di una interezza e di una elevazione a una semplicità nuova. Mi riferisco al suo incontro, personale e unico, con Dio, al suo coraggio di pronunciarlo finalmente senza esitazione né timore. Così, giorno per giorno, la sua esistenza diviene la testimonianza vissuta del consiglio rivolto da S. Paolo ai Filippesi: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù» (Fil 4, 4-7). Davvero il cammino da lei compiuto, e che cercheremo di ripercorrere, trasforma il suo essere in modo talmente radicale che ad una lettura superficiale si farebbe fatica a ritrovare la stessa ragazza dell’esordio del Diario nelle ultime pagine. Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. (…) A volte vorrei incidere delle piccole massime e storie appassionate, ma mi ritrovo prontamente con una parola sola: Dio, e questa parola contiene tutto e allora non ho più bisogno di dire quelle altre cose.[5] Ciò che permette l’utilizzo del termine Dio è riconoscibile quindi nella maturazione interiore e personale, grazie alla quale tale parola cessa di essere un termine, o ancora meglio, un concetto astratto, per divenire finalmente nome. Seguendo le sue tracce si comprende come la fede però non sia solo un sentimento dell’anima umana, ma soprattutto l’ingresso dell’uomo nella realtà, nella sua totalità. Questa è per Etty una semplice constatazione, ma si intravede la contraddizione che in essa si cela rispetto all’abituale modo di pensare. Seguire il suo percorso è rispondere ad un invito a percorrere tappe verso la «pace futura» che però nasce innanzitutto nel nostro intimo, prima di poterla scoprire nel mondo esterno. Perciò mettersi sulle sue tracce significa ripartire da una nuova spiritualità, imparando a dialogare non più solo con sé, ma ripartendo dal colloquio con Dio, per incontrare infine, in modo rinnovato, ogni altro. Questo perché certamente, per lei, la fede non investe solo il sentire umano, non è solamente legata alla sfera intima e personale, ma implica un rapporto responsabile con il reale. Vorrei trovarmi in tutti i campi che sono sparsi per tutta l’Europa, vorrei essere su tutti i fronti; io non voglio per così dire «stare al sicuro», voglio esserci, voglio che ci sia un po’ di fratellanza tra tutti questi cosiddetti «nemici» dovunque io mi trovi, voglio capire quel che capita; e vorrei che tutti coloro che riuscirò a raggiungere – so che sono in grado di raggiungerli, fammi guarire, mio Dio – possano capire questi avvenimenti come li capisco io.[6] È come dire che il primo coraggio sta nel pronunciare la parola Dio e successivamente ripetere questa decisione di nominare il Tu eterno declinandola nella nostra quotidianità, così come riaccade ogni giorno l’alba, attraverso scelte, frutto di comprensione reale, che rivelano il valore e il senso che per noi possiede la relazione con Lui. La speranza pertanto che muove il mio scrivere è rivolta ai giovani, al loro essere nascente e costantemente aurorale, alla loro sensibilità spesso costretta entro schemi costruiti dagli adulti, alla loro insaziabile fame di felicità, perché dalla testimonianza di Etty Hillesum riescano a trarre svolte innanzitutto spirituali, ciascuno a suo modo nel rispetto dell’unicità personale, che permettano loro di pronunciare, alla fine del percorso compiuto insieme, quanto confidato da Jopie, una cara amica di Etty, il giorno della partenza di quest’ultima per Auschwitz: «ed eccomi qua, certo un po’ triste per qualcosa che si è perduto eppure no, perché un’amicizia come la sua non è mai perduta, c’è e rimane».[7]

[1] M. Zambrano, Persona e democrazia. La storia sacrificale, Bruno Mondadori, Milano 2000, pp. 28-29. [2] E. Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi edizioni, Milano 2005, p. 23. [3] Ibidem, p. 158. [4] Ibidem, p. 233. [5] Ibidem, pp. 253-254. [6] Ibidem, p. 228. [7] Ibidem, p. 259.

Publié dans:SPIRITUALITÃ |on 18 février, 2016 |Pas de commentaires »

LA VITA NUOVA NASCE DA UNO SGUARDO CHE SALVA-GUARDA

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LA VITA NUOVA NASCE DA UNO SGUARDO CHE SALVA-GUARDA

Invito alla lettura di « Un Dio umano »

Roma, 13 Novembre 2013 (ZENIT.org)

«Una delle verità capitali del cristianesimo, oggi particolarmente misconosciuta da tutti, sta nel fatto che è lo sguardo a salvare», quest’affermazione della filosofa ebrea Simone Weil che capta una dimensione essenziale del cristianesimo costituisce anche uno dei leitmotiv della riflessione del nostro collega a Zenit Robert Cheaib nel suo nuovo libro Un Dio umano. Primi passi nella fede cristiana. Il principio-amore che costituisce l’essenza del cristianesimo si traduce in uno sguardo che non condanna ma che salva-guarda e la salvezza è anche l’esperienza di un’anima che riesce a sollevare lo sguardo a risorgere verso la dignità dei figli di Dio. Nelle parole di Simone Weil: «Lo sforzo attraverso il quale l’anima si salva somiglia a quello per mezzo del quale si guarda, per mezzo del quale si ascolta, per mezzo del quale una fidanzata dice di sì. È un atto di attenzione e di consenso». Di seguito un piccolo assaggio del libro.

* * *
Nella vita quotidiana ci sfioriamo con gli sguardi. Ci fissiamo per prepotenza, manteniamo lo sguardo per cortesia o ci perdiamo negli occhi dell’altro per amore. Lo sguardo è una meraviglia misteriosa. Quando guardi chi ti guarda, ti rendi conto che non dovresti trattare l’altro come un oggetto. L’altro è una presenza, è un «tu». Lo sguardo, però, può essere indiscreto, un giudizio ancor più spietato delle parole.
Ciò che vale per le persone si applica anche alla nostra percezione dello sguardo di Dio. Jean-Paul Sartre, un filosofo esistenzialista ateo, racconta che, una volta, nella sua infanzia, mentre stava giocando con i fiammiferi ha bruciato un piccolo tappeto. In quell’istante, mentre cercava di nascondere le tracce del delitto, ha sentito «lo sguardo di Dio all’interno della sua testa e sulle sue mani». Era «orribilmente visibile» agli occhi di quel Dio. Sartre si è infuriato contro tale «indiscrezione» e ha bestemmiato e da allora, racconta: «Dio non m’ha più guardato». Non c’è da meravigliarsi se quell’uomo è diventato ateo! Uno sguardo onnipresente di questa aggressività è insostenibile, è diabolico! Non è affatto questo lo sguardo di Dio nei vangeli.
Nella pericope di Gv 1,35-51 c’è una grande intensità di sguardi: il Battista «fissa lo sguardo su Gesù» e i due discepoli sono chiamati a venire e vedere. Ma lo sguardo che conta e che non solo guarda ma salva-guarda è quello di Gesù. È lo sguardo luminoso che illumina i vari incontri. Il climax di questo gioco di sguardi è l’incontro con Natanaele.
Filippo – uomo semplice ed entusiasta – annuncia all’amico Natanaele: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret!». Natanaele, l’intellettuale, coglie la palla al balzo per mostrarsi saccente: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». «Vieni e vedi!». Natanaele viene a vedere Gesù, non per curiosità, né per convinzione, ma per sfida, come se dicesse a Filippo: «Vengo, vedo e vinco il tuo abbaglio». Gesù, intanto, vede Natanaele ed elogia la sua integrità. Ma questi, diffidente, replica: «Come mi conosci?». Gesù risponde: «Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto sotto l’albero di fichi».
La risposta suscita in Natanaele una reazione a prima vista esagerata. Lo scettico saccente, infatti, confessa la divinità di Gesù: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re di Israele!». Cosa è successo?
È difficile compenetrare fino in fondo il valore di quest’esperienza; è certo però che la frase di Gesù non è stata una localizzazione spazio-temporale. Gesù ha visto Natanaele nella sua essenza, nella sua dimora spirituale, come persona assetata della verità, come uomo in cammino (homo viator), un cuore giovane che cerca il volto di Dio.
Il midrash Rabbah racconta che a volte i rabbini insegnavano e studiavano sotto un albero di fichi. Natanaele stava forse gustando la parola di Dio, stava cercando lo sguardo di Dio, la sua visuale, la sua visione. Ed ecco che si scopre cercato prima di essere cercatore, visto con amore prima di vedere.
Gesù coglie e accoglie questo desiderio, questa passione divina in Natanaele. Da qui possiamo immaginare lo sguardo di Gesù. Non uno sguardo scrutatore di fredda curiosità, o di giudizio e condanna, ma lo sguardo che salva-guarda. Il salmista ci insegna che Dio ci guarda, scruta e conosce, ci vede con amore mentre ancora siamo informi, trasformandoci in una meraviglia stupenda (cf. Sal 139). Quello sguardo divino, Natanaele l’ha visto negli occhi di Gesù.
Quando qualcuno ci avvolge con uno sguardo caldo, la nostra vita è visitata, siamo improvvisamente strappati dall’anonimato e dalla solitudine esistenziale. Agli occhi di Gesù si applica in modo eccellente ciò che dice il filosofo francese Jean-Louis Chrétien: «L’ascolto è più congeniale allo sguardo dell’udito». Gesù ascolta, accoglie e ama con i suoi occhi. Lo sguardo di Gesù trasmette, guarda dentro e ama; così nell’episodio del giovane ricco: «Gesù lo guardò dentro e lo amò» (emblepsas autō ēgapēsen auton) (Mc 10,21).
Giacomo Biffi osserva che l’esistenza di Pietro è segnata da due sguardi trasformanti. Il primo risale al primo incontro con Gesù, il quale, «fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa che significa Pietro”» (Gv 1,42). Il secondo sguardo è dopo il triplice rinnegamento di essere discepolo di Gesù e il canto del gallo, quando «il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro… uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,61-62).
Non è facile sostenere lo sguardo, soprattutto quello di Dio. Abbiamo troppi pregiudizi inculcati dagli ammonimenti dell’infanzia e dalla voce del serpente che sussurra nel giardino di ogni cuore parole di diffidenza nei confronti di Dio: l’abbiamo visto in Sartre che afferma che lo sguardo dell’altro ferisce, è pericoloso, uccide.
Il vangelo, però, è la «buona notizia» sullo sguardo misericordioso di Dio. Thérèse di Lisieux, che ha colto lo sguardo di Dio nella sua verità, ebbe a dire in un suo poema intitolato Mon Ciel à moi: «Lo sguardo del mio Dio, il suo splendido sorriso. Ecco il mio Cielo!». Da qui si capisce quel che Balthasar scrive: «La santità consiste nel tollerare lo sguardo di Dio».

Non è facile lasciarsi guardare, lasciarsi amare soprattutto laddove noi stessi non riusciamo a guardarci e amarci. A volte ci capita di essere elogiati da qualcuno per qualità che non vediamo in noi stessi. In quei momenti, siamo attraversati da due sentimenti contrastanti: siamo contenti di essere amati e apprezzati, ma, al contempo, serpeggia dentro di noi un senso di tristezza che ci spiffera cinicamente: «Se ti conoscesse veramente, non penserebbe questo di te».
Gesù conosce nel profondo Natanaele, conosce ognuno di noi, ci guarda come quel giovane del vangelo e ci ama. Lui è fatto così: non ci ama perché siamo degni, ma ci rende degni perché ci ama.
A Gesù si applicano in modo pieno le parole sull’amore di Jean Vanier, il fondatore della comunità L’arche che si occupa dei disabili mentali: «Amare qualcuno è rivelargli la sua bellezza».
Gesù guarda l’uomo e il suo sguardo creatore effonde in lui la bellezza originaria e originale di Dio. Lo sguardo di Gesù restaura l’immagine ferita di Dio.
Se il cuore è pronto, basta solo uno sguardo d’amore per risorgere.

(13 Novembre 2013) © Innovative Media Inc.

COME SCOPRIRE NELL’EDIFICIO SACRO IL VOLTO DELL’ETERNO (O.R. e Sandro Magister)

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/190141

COME SCOPRIRE NELL’EDIFICIO SACRO IL VOLTO DELL’ETERNO

(da un articolo di Sandro Magister)

Da « L’Osservatore Romano » del 4-5 febbraio 2008

di Enrico Maria Radaelli

Alzare lo sguardo e trovarmi come in paradiso fu un tutt’uno: santi e sante, angeli, potenti arcangeli, cherubini, serafini giocosi, rosei, veloci; una festa radiosa, schiere lontane e vicine; tra le nubi papi eccelsi, giovani martiri, severi dottori, estatiche vergini, austeri eremiti; tutti lì, uomini e angeli innumerevoli, sparsi nell’aere dei cieli fino a salire ai cerchi più alti: ecco i patriarchi antichi, il Battista, la Maddalena, gli Apostoli, lo splendore della Vergine, e, al centro, il cuore abbagliante della vita: l’eterna Trinità.
Non ero « fuori di me », ma sotto la volta della cupola della chiesa del Gesù a Roma, a rimirare il grande affresco del Baciccia a nome appunto « La visione del Cielo », uno tra i più belli e ricchi tra tutti quelli disseminati nella Città dei Papi.
Non ero in mistico rapimento dunque, ma in quella mirabile estasi di massa alla quale accedono adoranti i fedeli da duemila anni, allorché, durante i divini misteri, un Dio davvero discende e – come dice Romano Amerio – quel Dio davvero si prende. Da mille e mille anni, siano catacombe o cattedrali, la liturgia trinitaria che si svolge nei cieli discende tra le sue greggi sotto le forme delle sacre Specie. Discende la liturgia e si sostanzia il Cristo, liturgo e vittima. E la Chiesa, con la saggezza di sposa sua e di madre dei chiamati ai sacrosanti misteri, procura di rendere queste greggi sempre edotte della cosa: non solo ammaestrandole con la più veritiera dottrina, ma anche conducendo i loro sensi quasi a toccare la realtà procurata, a metterle, come diceva suor Elisabetta della Trinità, « faccia a faccia pur nelle tenebre » con la Gloria di Dio.
È per tale intima e religiosa necessità, infatti, che ben presto le pareti e le volte delle sacre stanze destinate all’Eucaristia — a partire da quelle nascoste nelle catacombe, poi dei templi pagani convertiti alla Trinità, poi di tutti gli edifici sacri di ogni dimensione e fattezza, sparsi ovunque si diffondesse la cristianità — si dilatano facendo largo ai santi, si dissolvono e trapuntano di stelle, si squarciano dando posto non solo al glorioso passato della Chiesa militante, come coi cortei di vergini e di martiri delle basiliche di Ravenna, ma pure al futuro, già arcanamente presente, della Chiesa trionfante, ai festosi cieli delle cupole che stiamo vedendo, a significare, nella rappresentazione pittorica, la loro effettiva se pur nascosta discesa.
Quanto era stato realmente ricevuto nei cuori era ciò da cui i cuori erano circondati; la realtà invisibile sull’altare era visibile intorno all’altare, e i fedeli perdonavano il dolce inganno suggerito dagli artisti, ben sapendo che gli occhi vedevano cieli « finti » — che ispiravano realtà arcanamente già vive — ma non « falsi », ossia che non sbagliavano realtà. Dunque cieli « profetici » di realtà a venire, mentre le loro bocche ricevevano cieli « veri » e i loro cuori si allargavano a una realtà già presente in tutta la sua divinità e in tutta la sua umanità.
La realtà eucaristica, intorno alla quale si radunano i popoli facendo Ekklesia, adunanza di chiamati, Chiesa, sollecita da subito il suo insegnamento e al tempo stesso la sua visibilità. Se fosse necessario, la Chiesa vergherebbe in oro zecchino, come già faceva a suo tempo nei codici medievali, i caratteri delle pagine di dottrina, in modo da far risaltare la nobiltà, la somma superiorità, anzi la divinità che esse sottendono.
In qualche modo, Verità e Bellezza sono accompagnate dalla stessa premura: la Verità di irrompere in pienezza nei cuori, la Bellezza di rifulgere nel suo splendore sui muri.
L’ispirazione di dare agli edifici sacri la forma di croce nasce direttamente dalla sacralità dell’Eucaristia, sicché ai fedeli pare quasi di introdursi direttamente nel legno della croce e nel corpo stesso di Cristo — al quale davvero accederanno — quasi potesse verosimilmente avvenire quel mistico inserimento nel sacramento ecclesiale, anticipo d’eternità.
Nel Quattrocento Filippo Brunelleschi aggiunge ai muri che con la loro disposizione cruciforme rimandano fisicamente al mistero dell’incarnazione, la figurazione architettonica dell’altro e più alto mistero, la Trinità, e reinventa nella cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze la cupola quale « luogo cosmico » per incrociare adeguatamente i bracci longitudinale e trasversale della basilica cristiana proprio lì dove batte il cuore di Cristo, lì dove si compie il Sacrificio, dando così modo alla chiesa di trasfondere nei suoi fedeli altri necessari ed eccelsi pensieri: lì dove l’Alto discende sull’altare, « alzate gli occhi », o fedeli, e « vedrete » tutto ciò che attraverso l’altare vi è entrato nel cuore.
Con il ricorso alla cupola il geniale architetto — come poi tutti i grandi e meno grandi architetti rinascimentali e barocchi — dà modo alla chiesa di poter suggerire alla cristianità forse la più compiuta e profonda metafora della Trinità che si possa avere sotto le vestigia dell’arte, almeno da come ci viene descritta nelle pagine specialmente di sant’Agostino e di san Tommaso d’Aquino, per illustrare con la massima verosimiglianza l’indicibile e sommo arcano dove batte il cuore di Cristo. Il cuore di Cristo batte infatti per il Padre, quel Padre che l’ha generato « prima dell’aurora » (Salmo 109, 3), quel Padre a cui offre il proprio sacrificio per aprirne le cateratte di misericordia — che sono poi in realtà egli stesso: il Cristo.

Che cosa dicono infatti della Trinità quei grandi dottori della Chiesa? San Tommaso, in specie, raccogliendo nel « De Trinitate » della sua « Summa Theologiæ » (I, 27-43) la più compiuta formulazione di tutte le verità scritte dai santi teologi sull’argomento, ci offre la sintesi più esauriente e in qualche modo a noi più comprensibile, per concludere che la santissima Trinità è simile a una mente che con le sue operazioni pensa e ama.
Anche sant’Agostino accenna alla stessa analogia, in particolare nel suo « De Trinitate », X, 10, 18, che infatti sarà d’ispirazione agli sviluppi dell’altro dottore, l’Angelico. Naturalmente il mistero trinitario si eleva al di là di ogni figura, almeno per il fatto che quanto viene assimilato a una mente è in realtà una Persona, cosa valevole anche per un pensiero, altra Persona, e per la stessa loro « spirazione », che è la Terza. Ma l’analogia proposta dai due dottori resta utile almeno « per chiarire — riassume bene Battista Mondin nel suo ‘Dizionario enciclopedico del pensiero di san Tommaso d’Aquino’ — come in Dio sia possibile a un tempo la sussistenza di tre individui distinti e l’identità della natura, senza cadere nel politeismo ».
Si potrà apprezzare ancor più l’opera materna della Chiesa allorché essa, dopo aver sviluppato adeguatamente la similitudine in teologia, mettendo al lavoro le sue menti più alte e sante, la traslocherà dai libri ai muri nell’influsso che avrà sui suoi artisti, di modo che la Chiesa parrà quasi una sconfinata Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana, dove libri e quadri sono accostati in un unico insieme, e la Trinità potrà essere adorata sia sui libri, sia poi quando gli uomini alzeranno gli sguardi sul gran cupolaio romano, verso le potenti curve della cupola di San Pietro, sia quando un parroco di paese alzerà gli occhi verso l’umile cupoletta della sua chiesuola di campagna.
Ma cerchiamo di capire la relazione tra la cupola e il mistero trinitario e, ancor prima, di capire come questo sia stato spiegato da san Tommaso.
Una mente che intende — dice l’Aquinate — genera o emana un pensiero, che è il « logos », il « verbum ». La mente è il principio — prima del quale altro non c’è — del pensiero che spira da essa, e questo è il motivo per cui la Persona divina da cui è generato l’Unigenito si chiama « Padre »: perché una mente ha la paternità del pensiero che ne viene generato.
Ma ciò nasce dalla mente — il pensiero — non sarebbe di per sé un pensiero ma un nulla se non rispecchiasse in sé la mente da cui procede, se non riflettesse la sua natura. Non si avrebbe il pensiero, se esso non fosse la perfetta immagine della mente da cui spira.
È così che accanto al « Logos », o « Verbum », emerge con forza il concetto di « Imago »: il nome, lo specchio, il volto, solo grazie al quale è perfettamente sorretta la somiglianza tra Figlio e Padre. Come spiega san Tommaso: « Il Figlio procede come Verbo, e il concetto di verbo implica somiglianza di specie con il soggetto da cui procede [e che è il Padre] » (« Summa Theologiae » I, 35, 2).
Nel caso della Trinità il pensiero generato dalla mente del Padre è il pensiero che dice tutto della mente da cui nasce e di cui è lo specchio fedele e completo. È il pensiero dell’ »essere », in conformità a ciò che Dio dice di sé quando alla domanda su chi Egli sia, quale sia il suo Nome, Egli risponde: « Io sono Colui che sono » (Esodo 3, 14). La mente è la realtà forte dell’essere; e il pensiero generato dalla mente esprime l’ »essere », ossia ne è il Verbo, è la Parola infinita, positiva, forte, di « Io sono Colui che sono ».
La cosa si capisce meglio se torniamo alla nostra cupola, che, tra l’altro, possiamo riscontrare anche piuttosto somigliante alla testa di un uomo. La cupola si erge alta nel cielo, incurvandosi verso il centro, verso la lanterna da dove riceve la luce. Le sue pietre scaricano le loro forze lungo i costoloni, e questi le scaricano potentemente verso il basso, in modo tale che, ricevendo più giù, sotto il tiburio, le spinte contrarie dei bracci delle navate su cui poggia, esse vengano corrette nella loro traiettoria e restino all’interno dell’area di appoggio, e ciò va notato, perché tutto questo potente costrutto viene così a costituire in qualche modo il corrispettivo architettonico di quello che nella Trinità è dato dalla persona del Padre: la potente stanzialità dell’ »Essere », e ciò non a caso, poiché da sempre la pietra è stata chiamata dall’uomo a testimoniare la solida fermezza dell’eternità; si pensi per esempio a tutte le volte che Giacobbe alza grandi pietre per stabilire che lì, in quei certi luoghi, « per sempre » sarà ricordato il Signore che gli ha parlato.
La volta della cupola è, dunque, nella sua possanza il Padre, e come il Padre essa è. E potentemente è, voltando il cielo in una larga immensità tenuta in piedi da pilastri immani. Ed ecco che, ancora come il Padre, la volta della cupola spira dalla potenza delle pietre l’affresco dei cieli, emana cioè il Figlio, genera sull’infinita superficie del suo « essere » il Pensiero che rispecchia il Padre e la sua potenza. Come lo genera? Con la più esaustiva illustrazione della sua essenza, cioè di tutto ciò che il Padre rimira in sé. Quello che vediamo, quasi fossimo nella Mente del Padre, è il Logos, è la visione della Gloria di Dio come la vede in sé Dio, e ciò per via quasi di una trasudazione di figure e colori dalle pietre della cupola — ecco l’azione dello Spirito Santo — perché le pietre della cupola « parlano », e rivelano in cosa consista la beatitudine del proprio celestiale firmamento.
Struttura architettonica e affresco sono tutt’uno. Sicché la cupola quasi spira ed emana l’affresco e l’affresco esprime e manifesta la volta della cupola. L’affresco si vede, la cupola non si vede, come quando Gesù dice: « Chi vede Me vede il Padre » (Giovanni 14, 9). Chi vede il « Logos », « Imago » e Affresco del Padre, vede il Padre che l’ha generato, vede la divina Cupola che l’Essere dà a sé e alla sua intellettuale spirazione.
L’analogia della cupola mette in campo con forza quella che senza dubbio si presenta come una delle più significative scoperte teologiche di san Tommaso d’Aquino, non mai però successivamente scavata nei notevolissimi suoi risvolti scientifici e filosofici. Parlo del secondo Nome del Figlio, « Imago », che, sulla base qualificata delle Sacre Scritture (Giovanni 14, 9; Colosses, 1, 15; Ebrei 1, 3), l’Angelico pone con autorità accanto al primo nome, « Logos », tanto quanto la rappresentazione di un pensiero va posta accanto al pensiero, il volto di un concetto accanto al concetto, l’espressione di una nozione accanto alla nozione. Come potrebbe infatti un pensiero esprimersi – ossia, dall’etimo, « premersi fuori di sé » – se non attraverso il suo volto, la sua effigie, la sua immagine? Anzi, si deduce da san Tommaso, un pensiero neanche esisterebbe se non si formulasse in un suo volto: sarebbe un nerume, uno sgorbio, un rumore.
Nell’epoca che stiamo passando — di relativismo, di debolezza e scoordinamento dell’arte dalla religione — l’avere il Figlio due Nomi e non uno, ossia essere il Figlio tanto la « Imago » quanto il « Verbum » del Padre, permette di ristabilire un legame forte, soprannaturale, tra Bellezza e Verità.
La similitudine della cupola non può ovviamente soddisfare in tutto, ma sembra la più riuscita raffigurazione associabile alla Trinità in architettura, e, non a caso, segnala con ineguagliata forza icastica la cattolicità di un edificio.
Sarebbe dunque anche un atto notevolmente religioso reinventare la cupola in termini attuali, ricchi come siamo oggi di materiali elastici quasi fatti apposta per piegarsi alle esigenze, diciamo così, « trinitarie ». L’importante è che ne sia preservato il carattere di sacro « teatro dei Cieli », rispettata la proporzione aurea — misura quasi sacra, per la sua stretta attinenza al « Logos » —, esaltato il mistero aureo della Trinità, dalla cui sublime liturgia può discendere la più superba arte. Davvero una « trinoliturgica » arte, per rendere alla Verità la più adeguata divina Bellezza.

LA SPIRITUALITÀ DEL TAU IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

http://web.tiscali.it/sangregoriovii/2tre_ord/spirit/spir01.htm

LA SPIRITUALITÀ DEL TAU IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

Introduzione
Il comportamento di San Francesco
Bibbia e Vangelo
Antoniani e Concilio
Contemporanei
Spiritualità del Tau
Il Tau è salvezza
Il Tau è salvezza attraverso la croce
Il Tau è salvezza attraverso la penitenza
Il Tau è segno di vita e di vittoria
L’apocalisse
Conclusione

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Introduzione
Il Tau è una lettera dell’alfabeto ebraico e di quello greco. Essa corrisponde alla lettera T del nostro alfabeto. Questa lettera come ha potuto diventare il supporto di una mistica e l’espressione della devozione per san Francesco? Per rispondere a questa domanda, bisogna studiare il comportamento di san Francesco, le influenze da lui subite ed il contenuto che per lui ha questo simbolo.

1. IL COMPORTAMENTO DI SAN FRANCESCO
C’è un fatto: Francesco utilizzava con frequenza a scopo di devozione il Tau: lo scriveva sui muri sulle lettere su se stesso. « Familiare gli era la lettera Tau, fra le altre lettere, con la quale firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle (3 Cel 3 :828) Con tale sigillo san Francesco firmava le sue lettere, ogniqualvolta o per necessità o per spirito di carità, inviava qualche suo scritto (3 Cel 159:980). « Venerava questo segno e gli era molto affezionato, lo raccomandava spesso nel parlare; con esso dava inizio alle sue azioni e lo scriveva di propria mano sotto quei bigliettini che inviava per motivo di carità » (Legm 2,9:1347).
L’affermazione del Celano concernente la scritta del Tau sui muri, è confermata dall’archeologia: al tempo del restauro della cappella di Santa Maddalena a Fonte Colombo fu rinvenuto nel vano di una finestra, dal lato del Vangelo, un Tau, dipinto in rosso, ricoperto poi con una tinta del secolo XV. Questo disegno risale allo stesso san Francesco.
Che san Francesco abbia segnato con il Tau le sue lettere, ne abbiamo due conferme scritte. La prima è costituita dalla Lettera a tutti i chierici. L’originale è andato perduto, ma se n’è scoperta una copia in un messale del monastero benedettino di Subiaco. Questo documento, trascritto tra il 1229 e il 1238, riproduce scrupolosamente alla fine il Tau con il quale san Francesco aveva segnato la sua lettera. La seconda conferma è l’autografo originale della benedizione per frate Leone, conservato nel Sacro Convento. Il destinatario ha avuto cura di precisare: « Fece lui di sua mano il segno del Tau con la sua base ». E la seconda considerazione sulle Stimmate narra in quali circostanze Leone abbia ricevuto questa carta (Fior: 1907).
Su se stesso infine Francesco tracciava il segno del Tau per consacrare le sue azioni al Signore. Un tale senso ha la visione di fra Pacifico: « Scorse con gli occhi della carne sulla fronte del beato padre una grande lettera Tau, che risplendeva di aureo fulgore » (3 Cel 3 :828). Tale anche il senso dato a questa visione di liturgia dell’ufficio della festa delle stimmate di san Francesco (17 settembre, II Vesp.).

2. BIBBIA E VANGELO
Quale origine ha questa devozione al Tau in san Francesco? Prima di tutto dalla Bibbia e principalmente dal celebre testo di Ezechiele (9,4): « Va’ attraverso la città, va’ attraverso Gerusalemme e traccia il segno del Tau sulla fronte di quegli uomini che sospirano e gemono a causa delle abominazioni che ivi si commettono ». Questo passo era ben conosciuto dai fedeli: tutti i Padri della Chiesa l’avevano commentato ed era sviluppato dalla predicazione medievale. Francesco non poteva non esserne colpito. San Bonaventura mette espressamente in relazione il testo di Ezechiele con la missione di Francesco che consisteva, « secondo il detto del profeta, nel segnare il Tau sulla fronte degli uomini che gemono e piangono, convertendosi sinceramente a Cristo » (LegM 4-9:1079).
Che san Francesco abbia adottato il Tau come distintivo per se stesso, lo si deve alla forma stessa di questa lettera: la grafia del Tau è quella di una croce. Nessun simbolo era di poco conto o ridicolo agli occhi di Francesco per ricordare il suo benamato Cristo; dal momento stesso che egli rispettava il verme della terra e proteggeva gli agnelli, cosi egli venerava il Tau che gli richiamava l’amore del Crocifisso. Per tal motivo egli voleva anche ricordarci che noi dobbiamo « realizzare quelle parole dell’Apostolo: coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con i vizi e le concupiscenze, e portare nel proprio corpo l’armatura della croce » (LegM 5,1:1086). Questo comportamento, tenuto da san Francesco, era meritevole in una epoca nella quale tutta una corrente catara o neo-manichea, rifuggiva dallo stesso segno di croce, considerandolo indegno dell’opera redentrice di Dio.

3. ANTONIANI E CONCILIO
Può darsi che l’attenzione di Francesco per il Tau sia stata attirata dai suoi rapporti con gli Antoniani. Egli aveva iniziato la sua conversione mediante la cura ai lebbrosi (2 Test 2:110); egli desiderava che i suoi frati « abitassero nei lazzaretti a servizio dei lebbrosi… ai postulanti… si diceva che era necessario servire ai lebbrosi e stabilirsi nei lazzaretti » (Legp 102:1658). Ora a Roma esisteva un lazzaretto nel quale san Francesco ospitava e soggiornava più di qualche volta: l’ospedale di Sant’Antonio (LegM3,9: 1063). Questo ospedale era tenuto dagli Antoniani, cioè dai frati ospedalieri di Sant’Antonio eremita, i quali portavano come distintivo il Tau. Essi portavano in mano un bastone al quale si sovrapponeva un Tau ed avevano pure un grande Tau cucito sopra il loro abito. Il Tau degli Antoniani, che servivano ai lebbrosi, richiamava a Francesco amante dei simboli, « l’amore di Cristo, il quale volle per noi essere riputato 1ebbroso » (Fior 25 :1857).
Se non si deve ampliare l’influsso degli Antoniani, tuttavia c’è un altro influsso che non corre il pericolo di essere esagerato: quello del IV Concilio Lateranense del 1215. Francesco ha assistito a questo concilio durante il quale il papa approvò la Regola del suo Ordine (Legp 7:1618). Ora il papa Innocenzo III l’11 novembre di quell’anno apriva il concilio con un discorso di un’ampiezza ammirevole che suscitò una grande eco. La seconda parte di questo discorso è un commento al capitolo IX di Ezechiele. Il papa fa proprie le parole di Dio al profeta ed egli pure si rivolge a ciascun membro del concilio: « Segna con un Tau la fronte degli uomini. Poi egli aggiunge: « Il Tau è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico ed ha la forma di una croce, tale quale si presentava la croce prima che fosse posto il cartello di Pilato. Uno porta sulla fronte il segno del Tau, se manifesta in tutta la sua condotta lo splendore della croce; si porta il Tau se si crocifigge la carne con i vizi ed i peccati; si porta il Tau se si afferma: di nient’altro mi voglio gloriare se non della croce di nostro Signore Gesù Cristo…Chi porterà il Tau troverà misericordia, segno di una vita penitente e rinnovata nel Cristo…Siate dunque campioni del Tau e della Croce! ».
Questo è l’appello, inteso da Francesco e che influenzò profondamente la sua spiritualità: appello per una mobilitazione generale della cristianità, per una crociata di conversione e di penitenza. Egli volle dunque per obbedire al papa, segnare se stesso con il Tau della penitenza; egli volle, segnando i suoi frati, richiamare loro le esigenze della loro vocazione; egli volle con ciò segnare tutti i cristiani: la penitenza si fa maggiormente il tema favorito della sua predicazione, fatto questo consultabile nella Regola del 1221 (Rnb 21,3.7.8:55) e nella Lettera a tutti i fedeli (Lf 48:200; 63:203).

4. CONTEMPORANEI
Il simbolismo del Tau era conosciuto molto prima di san Francesco: la cabala giudaica ed i Padri della Chiesa l’avevano largamente diffuso. La devozione al Tau era praticata molto prima di san Francesco; essa potrebbe essere paragonata a quella che sarà suscitata più tardi dal JHS di san Bernardino da Siena. Il fervore popolare vedeva in essa un mezzo magico e miracoloso per essere preservati dalla peste e da ogni potenza diabolica. Lo si portava come anello al dito o come amuleto al collo; lo si disegnava su pergamene contro la peste, lo si dipingeva sugli stipiti delle porte. Nell’anno 546, in occasione di una peste, il vescovo di Clermont in Francia organizzò una processione solenne. Lo storico Gregorio di Tours (contemporaneo dell’avvenimento) dice che subito apparve sui muri di tutte le case e di tutte le chiese « un segno che i cittadini riconobbero essere il Tau », e cosi cessò l’epidemia.
Nel 1212, tre anni prima del Concilio Lateranense, al tempo di san Francesco, il Tau fu il simbolo scelto per la crociata dei bambini: prova questa del valore affettivo di questa bandiera e del suo potere ammaliatore.
Anche san Francesco adottò questo simbolo come « stemma ». Anche lui attraverso questo segno fece dei miracoli « Nella città di Cori, nella diocesi di Ostia, un uomo aveva perduto completamente l’uso di una gamba. . Il santo apparve all’uomo che non poteva dormire. Toccò la parte sofferente con un bastoncino, che recava su di sé il segno del Tau. Subito si ruppe l’ascesso e, ricuperata la salute, fino ad oggi è rimasto impressa in quella parte il segno del Tau » (3Cell59;980) .Ma in san Francesco la spiritualità del Tau è molto più ricca e molto più profonda.

5. SPIRITUALITÀ DEL TAU
Analizzando il contenuto spirituale del Tau in san Francesco, se ne ottengono quattro grandi temi essenziali per la sua fede e per la sua mistica.

a) Il Tau è salvezza
Nessuno può essere salvato se non è segnato con il Tau. Quando Francesco vedeva questo segno, riceveva una nuova certezza de la sua salvezza. Il giorno nel quale egli s’accorge che frate Leone è assalito dal dubbio sul suo destino eterno, Francesco disegna la lettera Tau e gli restituisce la speranza. L’autore del Sacrum Commeraum ha colto molto bene quest’aspetto della prospettiva francescana quando fa dire a madonna Povertà: « Quando Gesù salì al cielo, a te lasciò il sigillo del regno dei cieli (il Tau) per segnare gli eletti… perché nessuno può entrare nel regno, se non porta impresso il tuo sigillo » (SCom 21:1979).

b) Il è Tau salvezza attraverso la Croce
Per essere salvato, è necessario essere battezzato nel sangue di Cristo sparso sulla Croce. Tale è il mistero che ogni croce e ogni segno del Tau richiamano per san Francesco e per i suoi compagni. Per questo essi recitavano la preghiera: « Ti adoriamo o Cristo… e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo ». La stessa cosa facevano « dovunque capitava loro di vedere una croce o una forma di croce per terra, sulle pareti tra gli alberi, nelle siepi » (1 Cei 45:399.401). La spiritualità del Tau, dunque, altro non è che la spiritualità della croce, cioè dell’amore di Cristo, morto per noi sulla croce. Il libro dell’Esodo richiamava a Francesco l’agnello pasquale il cui sangue designava un Tau salvatore sugli stipiti delle case ed per questo che egli stesso segnava i muri delle celle dei frati.

c) Il Tau è salvezza attraverso la penitenza
Se la croce ci ha acquistato salvezza una volta per tutte, noi dobbiamo rinnovare in noi quotidianamente questo mistero; noi dobbiamo « portare ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo » (Am 4, 8 :154). Questa è la crociata del Tau predicata da san Francesco, crociata composta non di soldati armati per conquistare Gerusalemme, ma crociata di uomini penitenti, venuti d’Assisi per predicare a tutti: « Fate penitenza, fate frutti degni di penitenza! » (Rnb 21,3:55; 2 Lf 25:190). E qui la spiritualità del Tau raggiunge la spiritualità della sequela Christi. Gesù aveva detto: « Chi vuole seguirmi deve portare la croce »; san Francesco capisce: « Chi vuole seguirmi deve essere segnato con il Tau, che ha la forma di croce ». Egli avrebbe voluto arrivare fino al martirio pur di essere segnato con un Tau di sangue. Egli lo sarà con le stimmate.

d) Il Tau è segno di vita e di vittoria
Egli è dunque sorgente di gioia. Ecco il segreto profondo della gloria di Francesco. La liturgia del suo tempo attribuiva alla lettera Tau i medesimi attributi che venivano dati alla croce: « Est Tau vivifico insignitus…Crucifixi servulus ».
Questa strofa potrebbe essere applicata a Francesco. La predicazione del suo tempo parlava anche del Tau come di un labarum, segno di vittoria. Con San Paolo san Francesco non avrebbe potuto non cantare la sua gioia d’essere stato salvato: « Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore » (Fior 8:1836).

6. L’APOCALISSE
C’è un libro del Nuovo Testamento che parla del Tau senza pronunciarne il nome: il libro dell’Apocalisse che presenta gli eletti come coloro che sono segnati sulla fronte dal sigillo dell’Agnello (7,2; 14, 1-7). Questo sigillo viene impresso da un angelo che viene dall’Oriente.
San Francesco è stato colpito da questi testi? Ha egli scoperto delle luci per la sua missione, per la sua crociata del Tau e della penitenza? È possibile che ciò non possa essere provato da fonti scritte. Non lo si può dedurre dall’uso che ne fanno san Giovanni e San Francesco – 22 volte nelle sole Ammonizioni – dell’espressione « servitori di Dio » per indicare da una parte i penitenti segnati del Tau, dall’altra i frati minori.
Ciò che certo, in ogni caso, che questo testo è stato spesso applicato, e talvolta in modo abusivo, a san Francesco, come se san Giovanni avesse avuto in mente di parlare personalmente di san Francesco, mentre parlava dell’angelo che viene dall’Oriente. Una tale interpretazione riscuoteva il pieno favore nella cerchia dei gioachimiti. Accontentiamoci qui di accennare all’allusione (dove si trova più che un gioco di parole tra Assisi e Oriente) che si trova nella Divina Commedia per alludere a san Francesco nell’Angelo che viene dall’Oriente:
« … chi d’esso loco fa parole / non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Oriente, se proprio dir vuole » (Dante, Par. XI, 52-54 :2 101).

CONCLUSIONE
L’iconografia del Tau è abbondantissima. Innanzitutto non si può passare sotto silenzio la rappresentazione più preziosa e commovente, quella di Greccio: nella grotta in cui Francesco ha celebrato la natività del Signore, un artista ha perpetuato la memoria di questo avvenimento. Sulla casula del sacerdote ha dipinto un bel Tau grande. E il celebrante era probabilmente frate Leone, quel frate Leone al quale San Francesco aveva indirizzato la sua benedizione, contrassegnata dal Tau. È anche interessante ricordare (a motivo del suo rapporto con la vita di San Francesco) l’unica provincia dell’Ordine che ha per sigillo il Tau: la Corsica. Lo storico Gonzaga si fa portavoce di una tradizione immemorabile secondo la quale san Francesco, tornando dal Marocco attraverso la Spagna, prese la strada del mare e fece il primo scalo in Corsica; ivi egli lanciò alcuni frati; l’ex generale Giovanni Parenti vi giunse nel 1233. Da questo tempo daterebbe l’adozione del Tau come sigillo del convento di Calvi e di tutta Ia provincia della Corsica.
Anche ad Assisi il ricordo del Tau non si perduto. Lo Si può vedere ancora e non solamente nel Sacro Convento e nella « Schola Davidica « , ma anche su diversi muri attorno alla basilica in un blasone con l’iscrizione Immunitas, che delimitava probabilmente un territorio che aveva il diritto di asilo. Lo si può vedere scolpito, soprattutto, a piene lettere sulla porta dell’Oratorio Sei pellegrini, dove vengono a raccogliersi anche oggi tutti quelli che vengono ad Assisi per ritrovare dietro san Francesco la gioia di essere salvati.

Damien Vorreux 

IL CREDO CHE FA NASCERE

http://www.comunitasanteusebio.com/2014/05/03/perle-in-giro-e-dieci/

IL CREDO CHE FA NASCERE

La semplicità del testo non deve trarre in inganno: si tratta di una cosa voluta, frutto di una opzione. Come altrettanto voluto è l’intreccio tra i fondamenti e la vita che si suppone sia basata su questi fondamenti. Non per niente Schmemann comincia la sua trattazione sul Credo ricordando che la nascita del Simbolo di fede è il battesimo, cioè il dono della vita nuova. Il Credo non è un elenco di verità astratte, ma l’introduzione a questa vita, la gioia, il gusto, la gratitudine per questa vita e la tristezza per le nostre cadute e i nostri tradimenti. Il cristianesimo non è né una morale né un rituale, ma il dono della vita nuova in Cristo che, nella sua pienezza, abbraccia tutta la vita dell’uomo. Il piccolo libro che presentiamo è bello perché pieno di vita. E, nella sua semplicità, può essere letto con profitto spirituale al livello in cui si trova il lettore con uguale gusto e intensità: dal principiante nella fede a chi già cammina da tempo.
Maria Campatelli

L’essenziale è non tradire la sete spirituale che ci è stata donata, aprire gli occhi e le orecchie al torrente di luce, di amore e di bellezza che eternamente si riversa su di noi. Dio aiuti tutti noi ad essere fedeli, saldi, umili e amanti. Allora, questa luce che brilla da sempre nell’universo e questa salvezza donata al mondo non potranno più essere nascoste. La fede, per la sua stessa natura e per la sua essenza, è qualcosa di profondamente personale, e perciò vive realmente solo nella persona e nella sua esperienza personale: la fede cristiana è un incontro personale con Cristo, un’accettazione di Cristo stesso.
Anche se la fede non si può dimostrare, può essere raccontata: il Vangelo stesso è infatti essenzialmente una narrazione della fede, e non un catalogo di fatti scientifici. E’ un racconto trasmesso da coloro che hanno visto e ascoltato Cristo, che hanno creduto in Lui e che lo hanno amato al punto che Egli è diventato la loro stessa vita. E’ un racconto della loro esperienza. La fede consiste nella certezza misteriosa che tutto quello che Cristo ha fatto e detto lo ha fatto per me, lo ha detto a me; che né il tempo, né lo spazio, né alcun’altra cosa lo possono separare da me se non la mia mancanza di fede, la mia dimenticanza, i miei innumerevoli tradimenti.
Nei miei trenta anni di sacerdozio sono arrivato a capire che la cosa più difficile nel mondo è parlare di ciò che è più semplice e più essenziale. Ma come è difficile parlare da cuore a cuore! “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”. La fede è la conoscenza, l’incontro con ciò che la persona attende, senza che lo sappia sempre lei stessa; aspirazione e sete che determinano la sua vita. E’ essenzialmente un incontro, l’incontro reale tra ciò che è più profondo in una persona con ciò verso cui questa sete è diretta, anche se non ne siamo coscienti. “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” S. Agostino.
La fede è un movimento di risposta non solo dell’anima, ma dell’uomo nella sua totalità, di tutto il suo essere. All’improvviso ha sentito qualcosa, all’improvviso ha visto qualcosa e si abbandona interamente a questo movimento. La fede viene da Dio, dalla sua iniziativa, dalla sua chiamata. E’ sempre una risposta a Dio, un abbandono della persona a Colui che dona se stesso. Dio mi ha donato questa fede e me la dona continuamente; me l’ha donata proprio come un dono, come un regalo. Questo è attestato dalla gioia e dalla pace che io sento in me, totalmente indipendenti dagli eventi di questo mondo e di questa vita. “Pace e gioia nello Spirito Santo” e non esistono altre parole, perché quando si crede e si vive di questa fede non si ha più bisogno di parole, che divengono quasi impossibili da formulare. “Dio ci dice: tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato“ Pascal.
“Credo in Dio”…..non è per ragionamento che arrivo alla fede in Dio, ma la trovo semplicemente in me. La scopro con sorpresa, gioia e gratitudine. La scopro come la presenza misteriosa, eppure così perfettamente percepibile, di Colui che è tutto La fede è una risposta dell’uomo a Dio. Tuttavia questa risposta presuppone che l’iniziativa della relazione tra l’essere umano e Dio, che noi chiamiamo fede, non appartenga all’uomo, ma a Dio. Dio si rivela all’uomo; e l’uomo accoglie questa rivelazione, le risponde, risponde a Dio “dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”.
Ogni conversione, ogni incontro dell’uomo con Dio è un mistero della grazia divina che non ci è dato penetrare. Come nasce la fede nell’anima umana rimane un mistero. Il cristianesimo non è semplicemente un’emozione o un sentimento; no, è un incontro con la Verità, e questo esige il difficile sforzo di accoglierla con tutto il nostro essere: colui che ha creduto in Cristo, che l’ha amato, deve ora prendere conoscenza del contenuto della sua fede e di ciò a cui essa lo impegna.
Chi desidera sapere che cosa crede la Chiesa, che cosa è la nostra fede, in che cosa consiste questa Verità che il cristianesimo offre al mondo, trova la risposta nel Credo. Io dico “credo” solo quando mi riferisco a qualcosa che non posso vedere con i miei occhi, ascoltare con le mie orecchie, toccare con le mie mani ……..io credo, grazie a questa fede , io so.“Nessuno ha mai visto Dio”.In questo senso la fede può essere chiamata sia un miracolo che un mistero. E’ come se non fossi io, ma una qualche forza in me che dice “credo” in risposta a questo incontro; io non posso spiegarlo con delle parole. La fede vede, riconosce, sente nel mondo la presenza di Dio “prova delle cose che non si vedono ancora”.
Miracolo, mistero, conoscenza, gioia, amore: tutto questo risuona nella parola “Credo”, che è nello stesso tempo una affermazione e una risposta. E’ una risposta a Colui che mi ha amato per primo, e una affermazione della mia accettazione di questo amore e della realtà di questo incontro. “Credo” e tutto ciò che segue nel credo è il racconto, la testimonianza di ciò che l’anima ha imparato in questo incontro.
Alexander Schmemann

“Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio: in verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come l’accoglie un bambino, non entra in esso”.
L’incontro che il Signore ha con ognuno di noi è personale e speciale, se ci lasciamo “prendere” dalle Sue braccia, sarà Lui a farci tornare bambini e sentiremo la Sua benedizione.
Gesù s’indignò e disse “Lasciate”… che ognuno di noi possa, nel cammino della propria vita, essere libero, di dire “Credo”!
Teresa

Publié dans:MEDITAZIONI, SPIRITUALITÃ |on 22 juillet, 2014 |Pas de commentaires »
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